giovedì 29 ottobre 2015

L’anti-furbetto di Novara: “In pensione dalla Provincia lavorerò gratis per un anno”

La Stampa
claudio bressani

I “suoi” uffici sarebbero rimasti senza guida



Lavora alla Provincia di Novara il dirigente pubblico meno pagato d’Italia. È Giuseppe Gambaro, l’ingegnere capo che guida il settore viabilità (800 chilometri di strade) e ha anche la reggenza dell’edilizia. Il suo stipendio è pari a zero. Proprio così: ha firmato un contratto che prevede, per un anno, un incarico dirigenziale «a titolo gratuito».

Da quando, il 16 ottobre, è diventato esecutivo il suo prepensionamento, non richiesto ma imposto dall’ente in base alla legge che consente di «rottamare» il personale ritenuto in soprannumero, la sua vita non è cambiata: va in ufficio come tutte le mattine, studia le pratiche, firma gli atti di sua competenza, presiede alle gare. Solo che il 27 del mese non riceve lo stipendio di prima, pari a 96.860 euro lordi nel 2014. 

È vero, ha la pensione, ma potrebbe godersela andando al bar o magari a funghi, la sua passione. Invece continua ad andare in ufficio tutti i giorni. «Ho tre figli, ma ancora nessun nipotino - dice - abito vicino a Novara e poi tutta la mia vita è stata in quegli uffici. Ora la Provincia attraversa un periodo di forte difficoltà: il personale va in pensione e non si può più assumerne nessuno. Siamo rimasti solo due dirigenti tecnici e l’altro è in convalescenza per un infortunio: non sapevano più come fare».

È PERMESSO DALLA LEGGE
E così ecco l’idea: utilizzare la legge 124 di quest’anno che vieta di assegnare consulenze retribuite ai dipendenti pubblici andati in pensione. Sono consentiti solo gli incarichi a titolo gratuito e la possibilità è stata estesa anche a quelli dirigenziali, per la durata massima di un anno non prorogabile. 

«L’amministrazione me l’ha proposto - dice Gambaro - e io ho dato la mia disponibilità. Era necessario un incarico dirigenziale perché per firmare certi atti non basta un consulente o un collaboratore». Laureato in ingegneria civile, Giuseppe Gambaro ha 62 anni e ne ha maturati 33 di servizio alla Provincia di Novara, che salgono a 41 con riscatti e ricongiunzione. Era dirigente dal 1988.

«A noi - commenta il presidente della Provincia di Novara Matteo Besozzi, uno dei tanti enti in pre-dissesto a causa dei tagli dei trasferimenti statali - questa soluzione fa solo piacere. Nell’attuale fase di riassetto i dirigenti sono sempre meno: ormai ce sono rimasti solo sei, tutti con incarichi in almeno due, ma anche tre o quattro settori. Così possiamo assicurare continuità nella direzione degli uffici». 

«NON SIAMO TUTTI UGUALI»
Resta una curiosità: cosa pensa il dirigente-volontario quando legge storie come quella dei «furbetti del cartellino» al Comune di Sanremo? «Cosa vuole che pensi. La gente a volte ti guarda storto perché fa di tutta l’erba un fascio. Ma i dipendenti pubblici non sono tutti così».

Mangiare salsicce a Teheran: rivoluzione, Islam e carne di maiale

Corriere della sera
di Viviana Mazza

Il ritorno dall’esilio dell’ayatollah Khomeini nel febbraio 1979 (Reuters)
Il ritorno dall’esilio dell’ayatollah Khomeini nel febbraio 1979 (Reuters)

Nell’Islam la carne di maiale è haram, proibita — lo dice esplicitamente il Corano — , e dunque alcuni Paesi come l’Iran (ma anche per esempio l’Arabia Saudita e il Qatar) ne vietano la produzione, le importazioni, la vendita. Non è sempre stato così in Iran. Prima della rivoluzione islamica del 1979, la carne suina — sotto forma soprattutto di affettati e di hot dog — era disponibile nelle principali città iraniane, come lo era d’altronde l’alcol.

Negli anni Sessanta in Iran si macellavano 16 mila maiali l’anno per produrre 1.200 tonnellate di carne suina. Negli anni Settanta erano diventati 18 mila l’anno con un output di 1400-1500 tonnellate. Tra il 1974 e il 1978 stavano crescendo anche le importazioni di questo prodotto, a fronte di una crescita della popolazione che in generale l’agricoltura e l’allevamento locali iniziavano a far fatica a soddisfare.Comunque, pur essendo la carne più mangiata del mondo, il maiale non ha mai goduto di grande successo in Iran.

Anche sotto lo Scià, altri tipi di carne — bovina o di pecora —, erano già nettamente dominanti, con una produzione di 100-150 mila tonnellate annuali. È un cibo prevalentemente legato alle minoranze non-musulmane. I numeri della produzione di carne suina nell’Iran pre-rivoluzionario sono comparabili con quelli di un altro Paese a maggioranza musulmana, l’Egitto, dove gli allevatori di maiali sono tradizionalmente copti. La Spagna cattolica, invece, che come l’Iran aveva nel 1979 una popolazione sui 37milioni di abitanti, sfornava non 1500 ma 600 mila tonnellate di carne suina l’anno.

A partire dal 1980 la produzione e le importazioni di suino in Iran si azzerano del tutto secondo i dati della Fao. Ma questo non significa che il paese abbia smesso del tutto di mangiare carni proibite. I dati non lo mostrano, ma a negozianti cristiani che servono la propria comunità è stato di fatto consentito di continuare a venderla. Un professore della George Mason University disse una ventina di anni fa in un rapporto Onu che gli armeni e altri cristiani restavano solitamente liberi di comprare la carne haram gli uni dagli altri.

Il sito iraniano Tabnak pubblicava l’anno scorso un articolo dal titolo «Mangiare salsicce di maiale a Teheran», spiegando che «il sistema poroso di importazioni permette l’accesso di prodotti proibiti» come salsicce e affettati di suino e di cinghiale. «Osservazioni sul campo indicano che alcuni ristoranti e fast food di Teheran servano panini al prosciutto. Per lo più i clienti appartengono alle minoranze religiose», spiegava il sito. Aggiungeva che è possibile anche fare ordinazioni per telefono (a prezzi non modici): «un chilo di salsiccia di maiale per 47 dollari e un chilo di carne di cinghiale per 55».

Inoltre ciò che è vietato non è per questo inaccessibile ai musulmani. Come l’alcol, così anche la carne suina sono acquistabili oggi sul «mercato nero». Sui giornali persiani non appaiono solitamente notizie di squadre della sicurezza che facciano irruzione ai party arrestando giovani che addentano panini col salame, ma esistono ristoranti senza licenza (e dunque senza ispezioni) dove puoi chiedere di mangiare il maiale (anche se non è scritto sul menu).

Una cliente spiegava di recente al sito di France24 di frequentare uno di questi locali in cerca di «cibi come l’aragosta, che fino a pochi anni fa veniva servita regolarmente e legalmente, finché i conservatori non hanno protestato dicendo che anch’essa viola la sharia» (il tema è dibattuto, ma c’è chi considera proibiti anche certi tipi di crostacei). E mentre maiale e crostacei sono relegati alla clandestinità, negli ultimi anni si è assistito al grande revival del cammello, da sempre un prodotto di nicchia in Iran ma che dopo la rivoluzione (e sotto sanzioni) ha il pregio di essere halal e autoctono.

In una certa misura, poi, il consumo di carne proibita è avvenuto anche «inconsciamente». Uno studio condotto da tre ricercatori iraniani del centro di ricerche sulle biotecnologie dell’Università islamica Azad ha rivelato che la carne halal non è sempre così pura come si potrebbe credere. Hanno analizzato 224 prodotti a base di carne comprati in diversi mercati iraniani: 68 salsicce, 48 hot dog, 55 hamburger, 53 affettati. L’esame del Dna ha rivelato che 6 delle 68 salsicce, 4 dei 48 hot dog, 4 dei 55 hamburger e 3 dei 53 affettati contenevano anche carne suina.

Infine, va notato che il maiale resta un tema sensibile anche in Paesi musulmani più flessibili sull’argomento, come lo è l’Egitto, dove l’allevamento locale continua ad essere ufficialmente documentato dalla Fao fino ai giorni nostri. Ma osservando i dati, si può notare un calo netto nella produzione nel 2009. Quell’anno il governo egiziano — ed era il regime «laico» di Mubarak — ordinò l’uccisione di massa di oltre 150 mila maiali come risposta alla «febbre suina», anche se l’Organizzazione mondiale della Sanità spiegava che massacrare le bestie era inutile e controproducente dato che non avrebbero trasmesso il virus agli esseri umani. La comunità copta ne fu duramente danneggiata e l’ha vissuta come un’ennesima discriminazione legata alla visione del maiale come animale impuro nella cultura musulmana.