venerdì 30 ottobre 2015

5X3 non è uguale a 5+5+5: il quiz di matematica che divide Internet

Corriere della sera

di Orsola Riva

Il caso del voto negativo dato al compito (apparentemente corretto) di un bambino di terza. La prof: «Mai confondere definizione e proprietà di un’operazione»

 



Cinque per tre? Fa tre milioni di visitatori su Reddit. Il compito di matematica di un bambino di terza elementare - una semplicissima moltiplicazione fra due numeri naturali, 5 X 3 appunto - è diventato virale su Internet innescando un acceso dibattito fra genitori e prof. Qual è il punto? La consegna data dalla maestra era tradurre la moltiplicazione in una addizione ripetuta. Il bimbo ha quindi scritto che 5X3 è uguale 5+5+5. Una risposta apparentemente esatta, mentre invece la maestra gli ha dato un voto negativo scrivendo di fianco quella che secondo lei era la soluzione giusta, ovvero 3+3+3+3+3. Lo stesso con la seconda domanda che chiedeva di illustrare un’altra moltiplicazione, questa volta 4X6, con una sequenza di tratti uguali: il bambino ha disegnato sei file da quattro, la maestra voleva quattro file da sei.
Consegne matematiche e aspettative dei genitori
Risultato, il bimbo si è beccato due voti negativi. E i genitori di mezzo mondo sono insorti in sua difesa. Ma come, 5 X 3 o 3 X 5 non è la stessa cosa? Nella moltiplicazione fra numeri naturali adesso non vale più la proprietà commutativa? «Certo che vale - risponde la professoressa Elisa Garagnani, docente di matematica e fisica al liceo Archimede di San Giovanni in Persiceto (Bologna) -. Ma quello che i genitori spesso non considerano nel valutare la correzione di un compito è il lavoro che è stato fatto in classe prima della verifica e cosa dunque la maestra o la prof legittimamente si aspettasse dai suoi studenti».
Mai confondere definizione e proprietà di un’operazione
Il punto - spiega la professoressa Garagnani - è che una cosa è la definizione di moltiplicazione, un’altra sono le sue proprietà. Se la maestra in classe aveva definito la moltiplicazione di a X b come a volte b, ovvero la somma del secondo fattore per se stesso tante volte quante il primo fattore (in inglese 5X3 si legge proprio five times three, cioè cinque volte tre), allora ha ragione lei. Se invece aveva già spiegato anche la proprietà commutativa, ovvero che fare a X b o b X a è uguale, allora ha ragione il bimbo.
Non basta la risposta esatta, bisogna ragionare
«Per noi genitori - aggiunge ancora la professoressa - è scontato che far salire su un bus tre gruppi composti da 5 passeggeri o 5 gruppi composti da tre passeggeri sia la stessa cosa. Ma il bambini lo devono scoprire pian piano. Solo quando hanno raggiunto questa consapevolezza potranno scegliere il modo a loro più comodo per risolvere una moltiplicazione e quindi decidere se per loro sia meglio fare tre volte cinque o cinque volte tre». Insomma la risposta del bambino è corretta in termini assoluti ma potrebbe non essere quella che la maestra altrettanto giustamente si aspettava sulla base del lavoro svolto in classe fino a quel momento.

«Non basta dare la risposta giusta, noi vogliamo che gli studenti capiscano cosa stanno facendo», ha argomentato Diane Briars, presidente del National Council of teachers of Mathematics americano, intervenendo in difesa della maestra. «Io non ho abbastanza elementi per dire chi ha ragione - dice più prudentemente la professoressa Garagnani -. Bisognerebbe sapere dov’erano arrivati col programma». Resta comunque aperta la questione, più pedagogica che matematica, se sia giusto o meno dare un voto negativo al bambino che, strappando in avanti, potrebbe aver scoperto da solo la proprietà commutativa prima che venisse spiegata in classe...

29 ottobre 2015 (modifica il 29 ottobre 2015 | 17:17)

Banconote false in negozi e super È caccia alla «Zecca» clandestina

Corriere della sera

di Andrea Galli

Inchiesta dei carabinieri, un’indagata e un arrestato per 50 e 20 euro finti. I carabinieri sono risaliti a una casalinga, una donna di quarantotto anni la cui abitazione è stata perquisita. I due si erano dati alle spese pazze



La caccia dei carabinieri è appena all’inizio. Non tanto e non soltanto per il profilo criminale dei primi due incastrati, un’anonima casalinga, denunciata, e un (all’apparenza) tranquillo operaio arrestato e peraltro non insospettabile, avendo dei precedenti specifici. Si cerca la grande zecca clandestina che sta fabbricando banconote false, specie da cinquanta euro, immesse sul mercato e utilizzate dai due che a Pioltello s’erano dati alle «pazze» spese, facendo compere in negozi di vario tipo e in un supermercato dell’Esselunga.

A dar l’allarme sono stati proprio i commercianti di Pioltello, insospettiti dalla poderosa crescita negli ultimi giorni di pagamenti cash in cinquanta euro. I carabinieri sono risaliti alla casalinga, una donna di quarantotto anni la cui abitazione è stata perquisita. In casa non c’erano soldi taroccati ma lei, a precise domande, nella speranza di salvarsi il più possibile, ha subito fatto il nome dell’operaio, di cinquantanove anni, sposato, con figli, con un lavoro, che invece era «pieno» di merce. Nel suo appartamento sono state trovate quattrocento banconote da venti euro, false anche queste seppur di ottima «qualità».
L’antica «arte»
Sembrava una tipologia criminale in estinzione, legata com’è a un’altra era. Invece i falsari ci sono ancora, o sono tornati con prepotenza. Del resto già nel 2011 la Banca d’Italia aveva evidenziato la massiccia presenza di banconote irregolari: in Lombardia erano state scoperte 16.490 banconote false e di quelle 7.984 erano state rinvenute qui in città, per una media di 22 banconote taroccate al giorno. Ora, Pioltello potrebbe essere una traccia per circoscrivere geograficamente la zona di «fabbricazione», ma gli investigatori non escludono che la base possa trovarsi altrove, a Milano come in Lombardia se non fuori regione. Solitamente i livelli «operativi» sono due: sopra c’è il circuito ristretto dei falsari e sotto c’è il gruppo più allargato dei «distributori», delle persone che immettono fisicamente il denaro in circolazione.

Potrebbe risultare decisivo, sempre che si decida a parlare e a svelare particolari utili alle indagini, l’eventuale racconto dell’operaio, che come abbiamo detto ha avuto un trascorso nel «ramo» e potrebbe essere legato ai vertici dell’organizzazione. Capita frequentemente che detenuti incarcerati per la falsificazione di denaro, una volta usciti di prigione, dinanzi alla possibilità di cercarsi un’occupazione scelgano invece di riaffidarsi all’antica «arte». E ancor più frequentemente capita che i recidivi tornino al punto di partenza: l’operaio è finito a San Vittore.

30 ottobre 2015 | 09:50

Aria pura e noia a Gorreto, il paese più vecchio d’Europa

La Stampa
niccolò zancan

L’età media è 65,1 anni: ad abbassarla la bimba di una coppia romena



Seduto sull’unica panchina, con la statale 45 alle spalle, il pensionato Giorgio Boretti medita la fuga: «Non vedo l’ora di andarmene da qui. Non succede mai niente. Non c’è nessuno. Si fa fatica a mettere insieme la compagnia per una partita di scopone». Sul ponte del Trebbia la pensionata Maria Adelaide Nicoletti sta tendendo lo striscione che annuncia la prossima castagnata: «Aria buona. Pace. Quando in città soffocano, qui mettiamo il maglioncino. Dobbiamo fare qualcosa per convincere i giovani a scegliere il nostro stile di vita». Dicono che il futuro assomiglierà a questo mondo di soli anziani. Anziani ancora giovani, pieni di desideri e tempo da spendere. Gorreto è il paese con l’età media più alta d’Europa. Non è un record di cui essere orgogliosi, ma il risultato di un calcolo algebrico: la somma degli anni divisa per i 94 residenti. Risultato: 65,1.



«Non sono contenta di questa notizia - dice la signora Stefi, proprietaria dell’unico bar - ho paura che i ladri possano prenderci di mira. Potrebbero pensare che siamo un paese più vulnerabile di altri. Lo sapevate che dopo le sei di sera i carabinieri chiudono e per le emergenze devono venire su da Chiavari?». Chiavari è a più di un’ora d’auto, ed è tutta un’altra storia. Questa è Liguria interna di curve e boschi, all’incrocio con Piemonte ed Emilia Romagna. La statale 45 collega Genova a Piacenza, il porto alla pianura padana. Era stata voluta da Napoleone, ed è rimasta come allora.

Chi è il più anziano di Gorreto? «Forse la Pina, forse Elia. Il Merigo è del ’28. Forse Agnese che ne ha 86». E meno male che c’è Chiara Galìn, 2 anni, la figlia di Eusebio e Gabriela, arrivati nel 2004 da Bacau, Romania. «Quando è nata mia figlia, si sono precipitati i giornalisti locali per fare la foto.

Hanno messo Chiara in prima pagina. Perché era la prima bambina degli ultimi dieci anni». Prima di lei, c’era stata la figlia del direttore della filiale della banca Carige. E prima ancora? Al bar non ricordano. Ma dopo Chiara, questo è certo: nessuno. Sulla vecchia facciata del Comune è rimasta la vernice del ventennio: «Fascio di combattimento di Gorreto».Dietro, resiste persino quella che risale alla Grande Guerra. Il ristorante da Attilio ha chiuso sedici anni fa: «Si mangiava veramente bene. Pansotti al sugo di lepre».

Tutto è ricordo di un mondo che non c’è più: «Qui c’era un sarto, là il macellaio, avevamo la ferramenta e il ciabattino». L’unico migrante è stato accolto come una benedizione. «Sono stato adottato subito - dice Eusebio Galìn - il secondo giorno mi sono sentito a casa. Ho trovato lavoro in una piccola impresa edile. Ristrutturiamo le cascine dei villeggianti che vengono d’estate. Ho incontrato soltanto persone gentili. L’affitto costa 200 euro. Ho la stufa a legna. L’inverno è molto duro, lavoriamo meno e le giornate non finiscono mai». 

Il destino del record di Gorreto è legato a due incognite. Una riguarda le scelte della famiglia Galìn: «Quando la bambina avrà 5 anni, si porrà il problema della scuola. E poi la crisi ha ridotto molto il lavoro. Con mia moglie stiamo pensando di tornare in Romania». Senza la piccola Chiara, l’età media del paese avrebbe un’impennata definitiva.

A meno che non si trasferiscano qui i nipoti della signora Nicoletti: «Stanno a Voghera. Ma il marito di mia figlia ha deciso di gestire un campeggio in questa zona. E allora potrebbero decidere di cambiare tutti vita. I bambini hanno 3, 7 e 12 anni. Caldeggio questa scelta. Qui non abbiamo stress, l’orto ci dà grandi soddisfazioni con zucche, zucchine, fave, bietole e piselli. E il signor Verdicchio ha appena aperto una biblioteca…».

Anche il sindaco, Sergio Capelli, intende combattere: «Ci servono soldi per ristrutturare la strada. Abbiamo un castello del 1600 ma sta cadendo a pezzi. Dobbiamo compararlo e ristrutturarlo. Dobbiamo attrarre pendolari e turisti. Dobbiamo preservare il germoglio della vita». Il sole sparisce presto dietro le montagne. Profumo di legna bruciata. Silenzio. C’è un uomo che considera tutto questa quiete una fortuna meravigliosa. Si chiama Paolo Salomoni e gestisce l’albergo Miramonti: «Ho fatto una piccola ricerca sul web.

In Trentino ci sono 46 abitanti per chilometro quadrato, 27 in Val d’Aosta, 0,4 in Alaska. E qui? Provate a indovinare...». La Val Trebbia come l’Alaska? «Quasi. Siamo a 0,7 per chilometro. Non esiste un altro posto in Italia con l’aria così pulita. Una valle intonsa è una grande attrazione. Il nostro torrente ha caratteristiche uniche. Il primo ad accorgersene era stato Hemingway, che aveva definito questa valle la più bella del mondo. Ecco perché riusciamo a portare qui ogni anno 5 mila moschisti da tutta Europa».

Moschisti? «Appassionati di pesca a mosca. Arrivano da Udine e da Reggio Calabria, dalla Svezia e dall’Inghilterra. Trovano un torrente incontaminato, il silenzio che serve. Le nostre trote sono leggendarie…». Per la serie: come trasformare un’apparente sciagura in un’occasione di futuro. Allora, forse, altri bambini nasceranno. 

Se vogliamo Marte, sarà meglio realizzare una base sulla Luna”

La Stampa
antonio lo campo

A Roma la lezione di Charles Duke, astronauta da record con l’Apollo 16



«Marte è il grande obiettivo dell’esplorazione spaziale. Tutti vorrebbero andarci, sbarcare lì e persino colonizzarlo. Ma non è semplice. Ci vorrà tempo e bisogna investire molte risorse. Ma un fatto è certo: ci arriveremo».

Charles Duke, 80 anni compiuti lo scorso 3 ottobre, è sempre in gran forma. È uno dei «magnifici 12» che hanno camminato sulla Luna. Lo fece nell’aprile 1972 con la missione Apollo 16, per la quale era pilota del modulo lunare. Circa 70 ore trascorse con John Young sul nostro satellite, nella vallata di Cartesio-Cayley, e 20 ore di «passeggiate seleniche» anche a bordo del «rover» a quattro ruote (contro le due e mezza del primo allunaggio del luglio 1969).


PATZAN
 (Charles Duke nella foto ufficiale della Nasa del 1972 )

Ieri era in visita a Roma, dove ha tenuto una conferenza all’Università La Sapienza, organizzata da Marcello Onofri, direttore del Centro Ricerche Aerospaziali dell’ateneo. Ha così ripercorso i momenti salienti dell’Apollo 16 e ha parlato di presente e futuro delle imprese spaziali: «Le nuove generazioni sbarcheranno sul Pianeta Rosso - ha detto -. Abbiamo già acquisito molte competenze per farlo, ma ci sono ancora molti passi da compiere. Anche perché l’obiettivo è di fare arrivare uomini su Marte, ma anche di farli tornare sulla Terra sani e salvi...».

«Io credo, però, che anche il ritorno sulla Luna sia importante - ha sottolineato - e questo potrà avvenire ancora prima di arrivare a Marte. La vostra - ha detto rivolgendosi agli studenti - è la generazione che tornerà sulla Luna». Duke ha quindi mostrato un video che mostra come Neil Armstrong, durante la discesa dell’Apollo 11, riuscì ad allunare sorvolando un grande cratere: «Per quella missione, a Houston, ero il “comunicatore” con Armstrong e Aldrin. Furono momenti concitati. L’allunaggio non poteva certo avvenire in quel cratere e Neil e Buzz furono bravissimi».


PATZAN
(Charles Duke oggi, l’astronauta ha appena compiuto 80 anni)

Duke era stato scelto proprio dai due primi uomini sulla Luna, anche perché sapeva tutto del Lem, il modulo di allunaggio. «Dissi: ok, Base Tranquillità! Ma in realtà ero talmente emozionato che, anziché dire “Tranquillity”, dissi “Tianquillity” o qualcosa del genere».

Poi Duke entra a far parte dell’equipaggio di riserva per l’Apollo 13. E ricorda il film di Ron Howard: «Ha saputo catturare il dramma di quella missione. Un fallimento sì, ma di grande successo». Poi, finalmente, il 16 aprile 1972, il lancio verso la Luna, con Young e Mattingly. «Alla partenza in cima al gigantesco Saturno 5 - ha ricordato - il mio cuore andava a 140 battiti al secondo. Quello di Young a 70. Gli lanciai un’occhiata e lui mi guardò rassicurante: era stato già lanciato con l’Apollo 10 e conosceva quei momenti. Il razzo vibrava, si scuoteva, non me l’aspettavo così. In soli 12 minuti ci portò nell’orbita terrestre».

«Per noi astronauti Apollo fu un’esperienza straordinaria e un’avventura unica, anche se difficile, che ci costrinse a molti sacrifici. La conquista della Luna è servita molto sulla Terra, perché quel programma offrì la possibilità a 400 mila persone di lavorare per anni ad un obiettivo davvero straordinario».

E adesso ci tornerebbe sulla Luna? «Certo, subito! Anche perché una base lassù sarebbe utile anche per il grande balzo verso il Pianeta Rosso».

Così licenzio prima della sentenza i dipendenti pubblici infedeli”

La Stampa
franco giubilei

La cacciatrice di furbetti: in 15 anni fuori venti lavoratori “Un vantaggio per i contribuenti e per chi fa il suo dovere”



Il baluardo contro il malcostume negli enti locali esiste, ha sede a Lugo e porta il nome chilometrico di Ufficio associato interprovinciale per la prevenzione e la risoluzione delle patologie del rapporto di lavoro. 

In quindici anni di vita, questo organismo ha individuato e licenziato venti dipendenti pubblici che per vari motivi, dall’assenteismo al peculato, dalla corruzione alla violenza, sono stati sottoposti a procedimento disciplinare ben prima che la giustizia penale compisse il suo corso interminabile. Oggi l’ufficio, progettato e diretto da una dirigente dell’Unione comuni della bassa Romagna, Sylvia Kranz, controlla l’operato di ottanta comuni emiliano romagnoli e di quattro del Viterbese, ma le richieste di consulenza ormai fioccano anche da altre regioni come Piemonte e Abruzzo.

RICHIESTE DA ALTRE REGIONI
Spiega la Kranz: «Nel tempo si è trasformata in una cosa un po’ complicata da gestire per l’alto numero di procedimenti, circa cento all’anno – spiega la responsabile -, tanto che già nel 2013 abbiamo proposto un progetto al ministero della Funzione pubblica per costituire uffici analoghi al nostro in ogni regione, in modo da replicare il nostro prototipo». L’allora ministro diede il suo assenso, poi il governo cambiò e ne venne informato anche l’attuale ministro Madia. In attesa che da Roma approvino un’operazione a costo zero per le casse dello Stato, la dirigente ricorda i casi più clamorosi che le sono capitati: come il dipendente comunale che andava a timbrare indossando un pigiama sotto i vestiti, un po’ stile Sanremo, o l’altro impiegato che si era addirittura portato a casa l’orologio marcatempo per gestirsi al meglio l’orario di “lavoro”. Il primo, condannato in primo grado, è stato licenziato già prima dell’udienza. 

IN UFFICIO ALL’ALBA
Il secondo era stato segnalato alla Kranz da un dirigente che aveva notato incongruenze negli orari, come quando il dipendente era figurato in comune già alle 6,30 del mattino. Denunciato ai carabinieri, è stato condannato per direttissima e licenziato. «La nostra attività assicura la maggiore imparzialità possibile, perché soprattutto nei piccoli comuni non sanno come gestire queste situazioni e preferiscono aspettare la decisione del giudice – aggiunge la Kranz –. Il processo però può durare dai 6 ai 10 anni, e intanto tocca continuare a pagare il dipendente. Invece i due piani, quello disciplinare e quello penale, sono distinti: non è detto che ciò che serve per licenziare una persona sia necessario per condannarla. La nostra opera conviene sia ai dipendenti onesti che ai contribuenti italiani». 

«CI ACCOLGONO BENE»
Verrebbe da pensare che un’iniziativa del genere possa essere accolta con qualche diffidenza negli uffici pubblici dove si vede intervenire un controllore, qualcuno che in veste istituzionale viene a verificare che il comportamento del personale sia conforme alle regole, magari chiamato in causa da un superiore o da qualche collega, invece la direttrice del servizio, unico in Italia nel suo genere, in base a un’esperienza maturata negli anni assicura che l’accoglienza è buona: «Sono vicende delicate, da gestire con prudenza e attenzione, perché un procedimento disciplinare comporta comunque disagio e stress in chi lo subisce, ma generalmente sono vista dal sindaco come qualcuno che risolve problemi. Quanto ai colleghi, normalmente ti vedono bene quando intervieni: capiscono che agisco per il bene dei dipendenti onesti, è anche una forma di risarcimento morale per chi fa onestamente il suo dovere». 

Moroso” da quando ha 2 anni: un bambino di Alessandria è il più giovane perseguitato dal Fisco

La Stampa
miriam massone



Ora ha 10 anni, frequenta la quinta elementare ma da quando andava all’asilo è perseguitato da Equitalia. Non sa ancora cosa sono le tasse, non capisce perché a casa sua una mattina, mentre giocava con mamma Amalia, è entrato un ufficiale giudiziario che ha chiesto di vederlo. Ha soltanto capito che da 8 anni qualcuno crede che lui abbia acquistato un telefonino: «Ogni tanto mi chiede: “Mamma, ma davvero io ho comprato un cellulare?”» dice Amalia Iudicone, 41 anni, sventolando le cartelle di Equitalia e dell’Agenzia delle Entrate. Quei fogli ormai consumati non li ha mai potuti archiviare, li deve tenere sempre a portata di mano sulla credenza del suo appartamento al piano terra di una palazzina alla periferia di Alessandria perché da 8 anni ancora non ha messo la parola «fine» a questa vicenda assurda. 

Sembrava un disguido facilmente risolvibile
All’inizio sembrava soltanto un disguido, risolvibile con una manciata di carte bollate e tante scuse, ma poi è diventato un incubo. Nel 2007 il bimbo aveva 2 anni e secondo Equitalia era già «moroso verso la società di telefonia mobile H3G per una serie di fatture mai pagate», si legge nella denuncia che Amalia ha poi presentato ai carabinieri di Alessandria a giugno del 2010. In pratica era accusato di aver acquistato con contratto un telefono cellulare e di non aver mai pagato le tasse di registrazione del canone con relativi interessi.

«Per carità, non è una cifra pazzesca, ma è il principio che conta: non posso pagare, sarebbe come ammettere che mio figlio a 2 anni quel telefono l’ha davvero comprato» dice la mamma. Oggi la cifra che dovrebbe al Fisco è di 166,59 euro, ovvero la somma di tre fatture contestate. All’epoca quando il postino ha recapitato la prima busta di Equitalia intestata al piccolo, sembrava talmente palese l’errore da poterlo dimostrare, e risolvere, senza troppa fatica. Ma a quanto pare così non è stato. 


FOTOSEDE
Arriva l’ufficiale giudiziario

«Ho provato a contattare la H3G, sono andata in un negozio di piazza Garibaldi ad Alessandria: mi hanno detto che non potevano farci nulla, allora ho telefonato ma non ne sono venuta a capo, secondo loro si tratta di un caso di omonimia. Quel telefono potrebbe averlo comprato, cioè, un signore che sta a Casale Monferrato e che è nato nel 1944». Ma non basta. Allora, la staffetta tra Agenzia delle Entrate ed Equitalia: servono prove per dimostrare l’omonimia. «A quanto pare nessuno è riuscito a capire e aiutarmi: mi dicevano che dipendeva dall’una, poi dall’altra». Insomma, Amalia si perde nel labirinto della burocrazia.

A un certo punto, dopo esser stata rimbalzata tra gli uffici, decide di andare in caserma: «Ho presentato denuncia per furto di identità». Ma nemmeno quella è servita. Un giorno le mandano a casa l’ufficiale giudiziario: «Quando è entrato ha chiesto di vedere la persona che corrispondeva al nominativo del moroso, e pure lui è rimasto sorpreso nel trovare un bimbo di poco più di 2 anni e mi ha assicurato che avrebbe fatto rapporto per chiarire tutto». 

L’incubo non è ancora finito
Sembrava che la questione fosse risolta, ma quest’anno Equitalia è tornata a bussare alla sua porta. «E’ incredibile e mi impegno ad aiutare la signora Amalia a risolvere definitivamente questa situazione, al più presto» dice Luigi Laratta, responsabile di Alleanza Consumatori alla quale si è affidata la famiglia. Equitalia deve «liberare» il bambino prima che compia 18 anni e che si ritrovi nella banca dati dei cattivi pagatori per un cellulare mai acquistato: «Altrimenti li denuncio per stalking».

Mille euro al minuto a un comunista

Alessandro Sallusti - Gio, 29/10/2015 - 14:32

L'ex ministro greco Varoufakis ospite da Fazio per 24mila euro. Il canone serve a questo?



Mille euro al minuto. È quanto la Rai ha pagato Yanis Varoufakis, ex ministro delle Finanze greco, per sparare pirlate a «Che tempo che fa», il salotto televisivo personale di Fabio Fazio.

Ventidue minuti, andati in onda il 27 settembre, che urlano vendetta. Non è la cifra in sé, 24mila euro appunto, più viaggio aereo pagato in prima classe, ma lo sperpero di denaro pubblico. Con in più la beffa che a staccare l'assegno è stato il più moralista dei conduttori tv a favore del più comunista dei politici europei, quello che aveva fatto accorrere ad Atene a osannarlo una nutrita pattuglia della sinistra italiana a inneggiare agli eroi di Tsipras.

Lungi da noi cadere nel facile moralismo. Se uno ha mercato è giusto che incassi il dovuto. Non ci formalizziamo. È che non capiamo che mercato possa avere mister Varoufakis, economista messo al bando sia dall'Europa sia dal suo Paese. Lo hanno cacciato e a quanto risulta, nel suo girovagare per tv e salotti di mezzo mondo, noi italiani siamo stati gli unici a pagare per godere del suo verbo.

Il che stride con il pianto, anche quello greco, di chi ci governa e lamenta mancanza di liquidità. Si tolgono soldi ai pensionati e poi, via Rai, si sprecano euro con i comunisti chic. Si sfora il debito e il premier si compra un nuovo lussuoso aereo. Si spendono 3 miliardi per l'emergenza immigrati e non c'è un soldo in più per i terremotati dell'Emilia e gli alluvionati della Campania.

Se è così che Renzi e i neo-nominati vertici della Rai pensano di usare i soldi di quella nuova tassa occulta che è il canone in bolletta Enel, allora siamo alla truffa. Sanno gli italiani che la Rai spende due dei loro milioni ogni anno per pagare Fabio Fazio? E sanno che Luciana Littizzetto, spalla del conduttore buonista, è ricompensata con ventimila euro a puntata? Credo che a molti verrebbe voglia di farsi staccare la luce da Renzi, piuttosto che vedere buttati così i propri risparmi. Che tanto, per sapere «Che tempo che fa» basta leggere le previsioni o guardare fuori dalla finestra.

Quell'ossessione dello Stato di regolare la nostra vita

Piero Ostellino - Gio, 29/10/2015 - 14:48

In Italia, sul cibo, c'è la stessa ossessione regolamentatrice dell'Unione Sovietica

L'idea che si possano, anzi, si debbano, regolamentare i comportamenti sociali, non lasciando il minimo spazio allo spontaneismo individuale e collettivo è l'ossessione di ogni politica.

Particolarmente affetto ne è quel filone della politica, eredità del razionalismo settecentesco, che si è storicamente incarnato nella sinistra dopo la Rivoluzione bolscevica e la nascita dell'Unione Sovietica. Ho ritrovato, e osservato, tale ossessione in due Paesi che hanno interpretato la politica da versanti opposti, pervenendo a risultati profondamente diversi.

In Unione Sovietica non c'era ambito della società civile che la politica non volesse regolamentare e non regolamentasse. Il risultato era stata l'estrema esasperazione del sistema politico totalitario che aveva soffocato l'intera società civile russa, mentre, di converso, lo spontaneismo sociale promuoveva quella cinese, empirica e sperimentale.

In Cina, la convinzione che solo lasciando alla società civile ampi ambiti di autonomia, soprattutto economica, il Paese sarebbe uscito dal dirigismo maoista e decollato verso la modernità e la crescita, ha dato i suoi frutti; oggi, la Repubblica popolare cinese è uno dei Paesi al mondo esemplari di più felice combinazione fra spontaneismo sociale e sviluppo economico, modernizzazione, crescita economica e sociale. Ricordo che, quand'ero in Cina, avevo osservato, e apprezzato lo spirito di iniziativa di certi cinesi, maschi e femmine, che avevano affrontato l'avventura liberista, godendo e approfittando della libertà che la politica lasciava loro di intraprendere e commerciare.

Ho ritrovato la stessa ossessione regolamentatrice sovietica, da noi, in Italia, da parte soprattutto di quel filone politico, terreno di sperimentazione, da parte del Partito comunista, che aveva guardato all'Urss come ad un modello da imitare, e, entro certi limiti, da parte della cultura politica e sociale di matrice religiosa, non meno autoritaria di quella comunista. È stata la grande illusione razionalistica prodotta e diffusa dalla Rivoluzione francese con la pretesa di creare, e far crescere, la «società perfetta», dove nulla era lasciato al caso e tutto dipendeva dalla previsione e dalla programmazione politica.

Non credo di sbagliarmi dicendo che l'Italia è il Paese al mondo col maggior numero di permessi, licenze, e divieti e anche quello dove queste forme di razionalismo condizionano la società civile e le impediscono di sviluppare autonomamente le proprie potenzialità. Il guaio è che l'ossessione regolamentatrice fa crescere la domanda di regolamentazione, e, quindi, di politica e di burocrazia ogni volta che si rivela inadeguata ad assolvere le funzioni che le sono impropriamente assegnate...

Personalmente, sono cresciuto culturalmente all'ombra dell'empirismo anglosassone generatore dell'Illuminismo scozzese che si è distinto dal razionalismo francese proprio grazie al suo scetticismo rispetto alle virtù salvifiche della regolamentazione e della conseguente previsione-programmazione razionalistica.

Sono liberale grazie anche a questa formazione culturale della quale sono debitore ad uno dei miei maestri all'Università di Torino di formazione anglosassone e col quale mi sono laureato, Alessandro Passerin d'Entreves, e ho imparato da Norberto Bobbio, l'altro mio grande maestro, a leggere i classici della cultura politica moderna, evitando, allo stesso tempo, di diventare prigioniero del positivismo politico, non meno di quello giuridico, cui era afflitto Bobbio, lui sì convinto erede del razionalismo francese.

Grazie a Bobbio, ho letto David Hume e sono entrato in familiarità con l'empirismo anglosassone e l'Illuminismo scozzese. Detesto ogni pretesa previsionale e programmatrice proprio a ragione della loro scarsissima prevedibilità e capacità di programmazione razionale, e coltivo, con l'empirismo, un sano scetticismo sulle capacità razionali dell'uomo. Per intenderci: non vado in giro con la Dea Ragione sulle spalle come amano fare i razionalisti di tutte le tendenze e, in particolare, quelli di formazione transalpina.

Ho imparato che il mondo è popolato da individui, ciascuno dei quali persegue i propri fini, con i propri mezzi, che coincidono solo inconsapevolmente con quelli degli altri - attraverso quell'empatia della quale parla Adam Smith nella Teoria dei sentimenti morali - in modo spontaneo ricercando il proprio Utile senza attenersi a calcoli previsionali e programmatici altrui...

Se c'è qualcosa - diciamo pure molto! - che non va nella politica italiana è la convinzione si possano regolamentare i comportamenti sociali attraverso permessi, licenze, divieti che, poi, si rivelano l'ostacolo a quello spontaneismo che sta a fondamento della dottrina liberale e della nostra civilizzazione. Mi auguro, come ho scritto recentemente, che Berlusconi faccia iniezioni di empirismo e di liberalismo nella propria cultura politica e in quella di Forza Italia. Ce n'è effettivamente bisogno...