sabato 31 ottobre 2015

Innocenti evasioni

La Stampa
massimo gramellini

Chissà cosa diventerà da grande quel bambino di Alessandria che Equitalia tampina dall’età di due anni (ora ne ha dieci), contestandogli una serie di fatture non pagate. A una creatura che invece della cartella scolastica ha ricevuto quella fiscale e prima ancora di fare un corso era già stata costretta a fare un ricorso, saremmo disposti a perdonare praticamente tutto, persino la decisione di iscriversi alla Salvini Jugend o di disimparare l’italiano e imparare l’italianità leggendo l’autobiografia evasiva di Berlusconi nella versione a fumetti di Alan Friedman. Figuriamoci se non potremmo perdonargli qualche piccola mania di persecuzione che lo inducesse a stendersi precocemente sul lettino del commercialista.

Si riescono solo a immaginare gli effetti che un trauma di quella portata è in grado di produrre su una psiche infantile. La sensazione di essere perennemente inseguiti da ometti grigi con la voce del ministro Padoan che ripetono a mo’ di giaculatoria il tuo codice fiscale. L’impulso irresistibile di occultare lo scontrino del portapenne allo sguardo indagatore della maestra. Gli incubi notturni popolati da agenti di Equitalia che ti circondano come gli zombie nel video di Michael Jackson e pretendono che tu mostri loro la fattura del tuo primo ciuccio.

Questo novello Harry Potter segnato in fronte dal fulmine della burocrazia demente è un essere predestinato. Da grande, come minimo, diventerà presidente del Consiglio e alzerà il tetto dei contanti a tremila euro, sempre che nel frattempo qualche altro maghetto non gli abbia rubato l’idea. 

Quell’involontario aiuto ai ladri di biciclette dato dalla app Strava

Corriere della sera

di Alessandro Fulloni

Sempre più spesso monitorate le «tracce» dei percorsi e degli orari d’allenamento per individuare i proprietari di costose «due ruote». I consigli della polizia: modificare dati

Bici esposte ad un salone dedicato al ciclismo (Ansa)

L’allarme arriva dalle polizie del Regno Unito e dell’Irlanda. Ma da tempo se ne parla anche nei forum italiani dedicati al ciclismo. Sempre più spesso i ladri di biciclette usano Strava e altre app similari come Runtastic e My Tracks per il cronometraggio e la tracciatura online degli allenamenti, con lo scopo di adocchiare costosi bersagli da rubare. Il sistema è piuttosto semplice: chi usa queste applicazioni lascia online dati «sensibili» che vengono utilizzati per «mappare» la posizione di bici da corsa o mountain bike. Parliamo di pezzi che possono andare da un minimo di qualche decina di euro o poco più a svariate migliaia di euro. Questi ultimi, naturalmente, assai monitorati dai ladri. Chi si allena lascia la traccia infatti dell’orario di allenamento, il punto di partenza, quello di arrivo, il percorso che sovente viene ripetuto con metodicità.
I dati del Gps sono infatti accuratissimi
I dati forniti dalle app sono infatti accuratissimi. In qualche caso localizzano addirittura, con l’aiuto di Google maps, il domicilio del proprietario della bici. Il resto vien da sé. Rubare una costosissima «due ruote» in carbonio - quotata magari 5 mila euro - è un attimo. Basta lasciarla incustodita pochi secondi in giardino, davanti all’ingresso per il tempo di aprire la porta, o anche al bar accanto casa per il caffè prima dell’allenamento. «Certe volte si vedono anche tracce che partono dai cortili delle autorimesse» scrive un utente italiano di uno dei maggiori forum dedicati al pedale riferendosi al sito Garmin Connect dove sono visibili tutte le tracce private: «Il gioco è fatto a parer mio: se sono un ladro so per certo che da quella casa c’è uno che va in bici da corsa, vedo i giri che fa, so che ha un GPS e deduco anche che possa essere quindi un utente “evoluto” che ha bici di valore. Il resto viene da se: basta una telecamerina per capire quale è il garage e il gioco è fatto.... purtroppo».
Furto con destrezza
I ladri agiscono con rapidità: stessi sistemi in tutta Europa, dalla Gran Bretagna all’Italia. Passa un furgoncino, scende qualcuno dal retro, prende la bici lasciata per pochi istanti incustodita e la carica sul pianale. Poi via a tutto gas. Roba da una manciata di secondi. Tecnica assai facilitata da app come Strava. Basta poco per individuare il proprietario di una Wilier o una Colnago dal costo di un paio di stipendi medi. Tutto rintracciabile online. Il ciclista viene tenuto d’occhio, seguito. Le sue abitudini sono studiate con attenzione. Ecco dove si ferma, dove fa colazione, dove abita, il garage dove la ripone. Poi si decide dove attuare il furto. Che talvolta può trasformarsi in rapina. Segnalazioni sempre più frequenti arrivano da tutta Italia. Stesso modus operandi. Il ciclista viene seguito in auto. I malviventi a un tratto gli si parano davanti. Lo fermano, li circondano. Se va bene si fermano qui, facendosi consegnare la bici. Se ci si oppone, si viene trascinati a terra, bastonati, picchiati.
I consigli della polizia britannica
La polizia britannica sta fornendo molti consigli utili, anche online, per non lasciare informazioni utili ai ladri. Ecco cosa suggerisce il sergente Ady Thompson, della contea del Dorset: «Una soluzione può consistere nel modificare le proprie impostazioni di privacy. Un’operazione da pochi secondi che consente di evitare brutte sorprese». Altri, come la polizia gallese, invitano invece gli appassionati ciclisti a iniziare e terminare il monitoraggio delle proprie sessioni di allenamento a qualche strada di distanza da casa».

Pubblica recensione negativa sul ristorante (prima dell’apertura): condannato a pagare 7.500 euro

Corriere della sera
Elmar Burchia



«Falso e in malafede»: un giudice di Digione, cittadina della Borgogna, in Francia, ha condannato un utente per la sua recensione negativa di un ristorante su Internet . L'autore lo aveva definito «sopravvalutato» e «troppo costoso». Peccato che il locale non fosse ancora stato aperto. Il giudice ha multato l’utente con 2.500 euro più 5.000 euro di spese processuali.

I fatti risalgono al luglio del 2013: l’internauta, di cui i media francesi non hanno divulgato il nome, aveva recensito negativamente il Loiseau des Ducs, cinque giorni prima dell’apertura. «È sopravvalutato, sfarzoso all’apparenza, ma povero nei piatti. La cosa più abbondante qui è il conto», aveva scritto «le clarifieur» («il chiaritore») in un portale francese, Pages Jaunes. Per il giudice quel commento è «falso e in malafede».

La recensione, infatti, «non si basa su una vera e propria esperienza». Ahlame Buisard, la manager del ristorante, spiega di non avere nulla contro i giudizi negativi o positivi, «purché arrivino da clienti veri». Sottolinea di aver voluto andare fino in fondo alla cosa e «dare una lezione» a coloro che postano commenti negativi solo per danneggiare un locale. «Era qualcosa che andava fatto (...) Il nostro settore soffre parecchio a causa di queste diffamazioni».

Le valutazioni dei clienti che nei mesi successivi hanno effettivamente mangiato al Loiseau des Ducs sono infatti piuttosto positive: all’inizio dello scorso anno la Guida Michelin aveva premiato il ristorante con una stella. Già nel luglio dello scorso anno, sempre in Francia, una blogger era stata riconosciuta colpevole di diffamazione dopo una cattiva recensione di un ristorante. Un giudice di Bordeaux aveva condannato Caroline Doudet, perché il suo commento negativo di un locale di Cap Ferret, in Aquitania, veniva mostrato troppo in evidenza nei risultati della ricerca su Google del ristorante stesso.

È morto Al Molinaro, star di “Happy Days”

La Stampa
fulvio cerutti

L’attore interpretava Alfred “Al” Delvecchio, il proprietario del bar “Arnold’s”



Il mondo del cinema dice addio ad Al Molinaro, uno dei protagonisti della storica serie tv «Happy Days». Aveva 96 anni. Il decesso è avvenuto per complicazioni legate ad un’infezione a carico della cistifellea in un ospedale di Glendale, in California. Lo ha reso noto il figlio, Michael Molinaro. 
Al Molinaro entrò a far parte del mondo dello spettacolo alla fine degli anni ’60 quando, fra i suoi primi ruoli di rilievo, vestì i panni del poliziotto Murray nella serie televisiva “La strana coppia”, che interpretò fino al 1975.



Ma la fama arrivò quando il suo volto e il suo famoso e sconsolato “eeh già, già, già, già” (o “eeh yep, yep, yep, yep” nella versione originale) entrarono a far parte della serie “Happy Days” che vedeva come protagonista principale Fonzie. Sino al 1984 l’attore è stato per tutti Alfred (detto Al) Delvecchio, proprietario italo-americano del bar locale “Arnold’s” dove Fonzie, Ricky Cunningham e gli altri protagonisti si incontravano e trascorrevano il loro tempo libero.

Nel 1987, insieme a Anson Williams (il Potsie di Happy Days), aprì una catena di ristoranti chiamati “Big Al”. La sua carriera cinematografica è terminata negli anni ’90, anche se Al Delvecchio è tornato nel 1994 quando l’attore ha riproposto il suo personaggio per il video del singolo “Buddy Holly” dei Weezer, ambientato nel famoso ristorante della serie.

twitter@fulviocerutti

La sanità Usa è meglio della nostra? Un confronto (a sorpresa)

Corriere della sera
di Luigi Ripamonti

La spesa sanitaria degli Stati Uniti d’America è la più alta del mondo, sia in termini di esborso pro-capite sia in termini di incidenza complessiva sul PIL (tabella in alto a sinistra). Eppure considerando i principali indicatori generali di salute, a questo sforzo economico non corrispondono migliori risultati. Per esempio il tasso di diabetici negli Usa è quasi il doppio rispetto all’Italia (stessa tabella, grafico in basso), e la percentuale di persone sovrappeso, del resto, negli Stati Uniti è fra le maggiori del mondo, probabilmente superata solo da quella di Tonga e di qualche piccola isola del Pacifico (si veda la cartina al centro). Il paradosso, però, diventa ancora più stridente se si confrontano i dati sull’aspettativa di vita. Considerando la percentuale di ultrasessantacinquenni nella popolazione generale si scopre che a primeggiare sono Giappone e Italia, i quali, in termini di Pil, spendono molto meno degli Usa per la salute.


Due modelli di sistema sanitario
Com’è possibile? Probabilmente uno dei motivi è proprio la diversa filosofia fra i sistemi sanitari degli Stati Uniti e quelli di Giappone e Italia. Nel modello giapponese e italiano (e più in generale europeo, pur con differenze fra i vari Stati) a far la parte del leone è il finanziamento pubblico, mentre la spesa privata per la salute è, in media, inferiore al 25% di quella totale. Nel modello Usa la spesa pubblica e quella privata invece, grosso modo, si equivalgono.

Quindi quando si parla di spesa in relazione al Pil, bisogna tenere presente che in Paesi come l’Italia questa cifra è rappresentata soprattutto dall’impegno del settore pubblico, finanziato attraverso la tassazione dei cittadini, mentre negli Usa a spendere complessivamente di più è l’insieme costituito da pubblico e privato: in altre parole, i singoli cittadini sono gravati da meno tasse per la sanità rispetto a quelli europei, ma poi, in un gran numero di casi, alla salute devono pensarci da soli.

Infatti negli Stati Uniti per ricevere assistenza sanitaria bisogna avere stipulato un’assicurazione privata, mentre lo Stato provvede a finanziare due sistemi pubblici: Medicare (per gli ultrasessantacinquenni, indipendente dal reddito) e Medicaid (per le fasce di popolazione sotto la soglia di povertà, cioè con entrare inferiori a 12mila dollari all’anno).

La spesa grava quindi sia sulle singole persone sia sui bilanci federali e locali. Il suo onere, fra l’altro, è cresciuto a ritmi vertiginosi negli ultimi decenni, molto più che altrove, sia in rapporto all’andamento del Pil sia a quello del tasso di inflazione. E la tendenza non lascia intravedere cambiamenti di rotta, anzi: uno scenario che fa pronosticare, in assenza di correttivi, da una parte la necessità per le famiglie di destinare una quota sempre maggiore delle entrate all’assicurazione, e dall’altra la probabile crescita del numero di persone prive di copertura sanitaria.

Il Massachusetts General Hospital di Boston, votato nel 2015 come miglior ospedale degli Stati Uniti 
Il Massachusetts General Hospital di Boston, votato nel 2015 come miglior ospedale degli Stati Uniti
Ma perché la sanità Usa è così cara?
Secondo la maggior parte degli osservatori, negli Stati Uniti d’America per la salute si spende più che altrove perché i prezzi di prestazioni e servizi sono più alti. I possibili motivi sono diversi. Per cominciare: un confronto fra i guadagni dei medici Usa e quelli europei in genere premia molto di più, almeno in termini assoluti, i primi, a quasi tutti i livelli di specializzazione.

Una seconda ragione spesso addotta è la maggiore (e più «antica») diffusione negli ospedali d’oltreoceano di strumenti tecnologici avanzati, e costosi. Qui però ci si potrebbe domandare perché la sanità ad alto valore tecnologico (come peraltro i farmaci) dovrebbe costare di più negli Usa che in Europa o in Giappone. Il motivo probabilmente è da ricercare nell’assenza del cosiddetto «pagatore unico», cioè di un ente che sia titolare «monopolistico» della contrattazione dei prezzi con chi offre beni e servizi. Questo ruolo nei sistemi sanitari tendenzialmente universalistici, come quello italiano, è assolto dallo Stato attraverso le sue agenzie delegate (per esempio l’Aifa per il prezzo dei farmaci).

Il San Raffaele di Milano, il miglior ospedale italiano 
Il San Raffaele di Milano, il miglior ospedale italiano

Negli Stati Uniti, invece, il sistema è molto più articolato, frammentato e pluralistico. Si potrebbe pensare che questo crei concorrenza e conseguente riduzione dei costi, ma alla prova dei fatti sembra che non sia così. Per esempio il finanziamento dei sistemi di assistenza agli anziani o ai meno abbienti attraverso commesse, via assicurazione, al sistema privato, senza la concorrenza di un ente pubblico erogatore, risulta alla fine particolarmente oneroso per lo Stato.

C’è poi chi punta il dito sui medici, che avrebbero pochi incentivi a calmierare la spesa pubblica visto che anche in ambito Medicare la remunerazione avviene a fronte del numero di prestazioni.
Un’ulteriore voce da considerare, infine, è quella relativa ai costi amministrativi, che aumentano sistematicamente all’aumentare della complessità e della parcellizzazione dei sistemi: in quelli che hanno lo Stato come «assicuratore unico», in media, sono cresciuti meno negli ultimi anni e il sistema Usa è uno di quelli a maggiore complessità amministrativa.
Qualità della vita bassa e spese sanitarie alte
Tornando al quesito da cui si è partiti si può quindi capire che si possa instaurare facilmente un circolo vizioso. In un sistema in cui tutto è, in media, più caro e in cui una larga fetta della popolazione (si calcola sia superiore ai 40 milioni di cittadini negli Usa) non ha copertura sanitaria, la salute generale sarà tendenzialmente più bassa (nonostante le punte di altissima eccellenza scientifica) rispetto a quella di Paesi con welfare «universalistico». E una salute generale più bassa si traduce in una maggior diffusione di malattie croniche (come per esempio il diabete) curate in modo inefficiente, con conseguente riduzione dell’aspettativa media di vita.

Arrestato “il Diavolo”, il trafficante di avorio più ricercato dell’Africa orientale

La Stampa
fulvio cerutti



Dopo una caccia all’uomo durata più di un anno, è stato arrestato in Tanzania il più ricercato bracconiere di elefanti e trafficante di avorio dell’Africa orientale. Si chiama Boniface Matthew Mariango, ma tutti lo conoscono come “Shetani” o “The Devil” (Il “Diavolo”).

L’uomo, 45 anni, è stato arrestato dal National and Transnational Serious Crimes Investigation Unit (Ntsciu), lo stesso reparto che il mese scorso era già riuscito a mandare in carcere Yang Feng Glan, la “Regina dell’avorio”. Il “Diavolo” era il re del bracconaggio nell’Africa orientale, capace di gestire i suoi traffici con 15 organizzazioni operanti in Tanzania, Burundi, Zambia, Mozambico e Kenya meridionale. Per anni ha agito quasi indisturbato diventando responsabile dell’uccisione di migliaia di elefanti.


AP

«Questo arresto è un altro passo avanti importante nella lotta al bracconaggio e contro i traffici illegali in Tanzania, con effetti che arriveranno anche nei paesi vicini. Finalmente vediamo pesci grossi finire nella rete delle forze dell’ordine», ha detto Andrea Crosta, co-fondatore di Elephant Action League e dell’iniziativa WildLeaks, un’organizzazione statunitense che indaga sui crimini contro la fauna selvatica in tutto il mondo.

Dopo l’arresto della “Regina d’Avorio”, il “Diavolo” era diventato il nemico numero uno. «Gli abbiamo dato la caccia dal giugno del 2014 - spiega un funzionario governativo -. È riuscito a sfuggire più volte all’arresto, almeno in sette casi, ma questa volta non ha avuto scampo dopo che i nostri informatori ci hanno detto che si trovava nella periferia di Dar».

Le prove che abbiamo contro di lui sono schiaccianti: Mariango è il principale fornitore di armi, munizioni e automobili ai gruppi di bracconaggio che operano in tutta la Tanzania e non solo.
«Era il capo di una rete di bracconaggio che riforniva direttamente la “Regina dell’avorio”, che è stata arrestata all’inizio di questo mese. Ma questa lotta è tutt’altro che finita. Con entrambi in carcere saremo in grado, per la prima volta, di reprimere veramente le reti internazionali coinvolte nel traffico illegale di avorio» commenta il funzionario governativo.

«Dopo questi arresti di alto profilo in Tanzania e l’impegno a vietare l’avorio da parte del presidente statunitense Barack Obama e del presidente cinese Xi Jinping, nei rispettivi paesi, posso finalmente dire che c’è speranza per gli elefanti - conclude Crosta -. Continuiamo nella nostra battaglia».

twitter@fulviocerutti

Pasolini: tre i killer senza nome

Corriere della sera
di Giovanni Bianconi

La foto, la banda della Magliana, la telefonata e il mistero dei reperti distrutti o spariti. Tutti i nodi irrisolti dell’omicidio 40 anni dopo



L’ultima suggestione riguarda la banda della Magliana, come in ogni mistero italiano (e romano, in particolare) che si rispetti. Perché in una delle foto scattate all’Idroscalo di Ostia, la mattina del 2 novembre 1975, tra la folla di curiosi radunata intorno al cadavere di Pier Paolo Pasolini sembra spuntare il volto di Maurizio Abbatino, all’epoca ventunenne e già noto agli archivi di polizia, che di lì a un paio d’anni avrebbe contribuito alla nascita della gang. Gli avvocati che hanno rappresentato la parte civile nella terza indagine sull’omicidio di Pasolini avrebbero voluto che Abbatino - arrestato nel 1992 in Venezuela, «collaboratore di giustizia» da una ventina d’anni - venisse interrogato; per sapere se era davvero lui, perché fosse lì, se nella banda s’è mai detto qualcosa sull’assassinio del poeta.

Ma il giudice dell’indagine preliminare ha detto no. «Priva di realistico impulso investigativo», ha scritto nel decreto di archiviazione del 15 maggio scorso, «appare la richiesta di sentire il noto pregiudicato, ed effettuare riscontri del Dna su tutti gli appartenenti alla banda della Magliana».Il giudice, d’accordo con il pubblico ministero, ha ritenuto che quella pista, imboccata a quarant’anni di distanza, non poteva condurre a risultati utili per imbastire un processo. E l’ha abbandonata subito. Ma a parte il «capitolo Abbatino», il fascicolo giudiziario riaperto nel 2010, trattato come un cold case e chiuso dopo cinque anni di nuove verifiche, contiene novità importanti. Che non risolvono l’enigma ma certificano una volta di più (con prove scientifiche, stavolta) la tesi dell’agguato di gruppo.

Una trappola organizzata. Rimasta senza colpevoli anche perché l’unico condannato - Pino Pelosi, all’epoca minorenne - da quarant’anni dice bugie. Depista. A ciò si deve aggiungere l’imperizia (solo imperizia?) che contribuì a inquinare la scena del crimine, e pure questa sembra una costante di quella stagione di stragi e omicidi eccellenti: dall’eccidio di piazza della Loggia a Brescia (1974) al sequestro e successivo assassinio di Aldo Moro (1978). Passando per l’incomprensibile decisione di distruggere l’Alfa Romeo Gt 2000 di Pasolini, a bordo della quale fu arrestato Pino Pelosi la notte del delitto e con cui - confessò subito - lui stesso aveva investito e ucciso il poeta.

Alcuni reperti utili per nuove analisi con le moderne tecnologie (i frammenti del rivestimento interno, le «incrostazioni di materiale rossastro» trovate nella parte inferiore e sul tetto della macchina) sono spariti; l’Alfa 2000 fu rottamata all’inizio degli anni Ottanta, su decisione della cugina della vittima. L’avessero avuta ancora a disposizione, i carabinieri del Ris avrebbero forse potuto individuare e verificare nuove tracce utili alle indagini. Così gli investigatori in camice bianco hanno lavorato solo sul materiale rimasto a disposizione, recuperato dal museo criminologico di Roma: gli indumenti di Pasolini e quelli di Pelosi, assi di legno e altri oggetti trovati sul luogo del delitto.

Ne è stato estratto il Dna del poeta e quello del suo «assassino ufficiale», ma le prove di laboratorio hanno permesso di individuare il profilo genetico di almeno altre tre persone, «soggetti ignoti» numero 1, 3 e 4. Le loro tracce sono state trovate sulla parte interna anteriore dei jeans indossati da Pasolini, sulla maglia di lana a maniche lunghe che aveva Pelosi e su un plantare lasciato dentro la macchina. Secondo il giudice, «la natura, i punti e le modalità di rinvenimento, sembrano far propendere per una concomitanza con il fatto delittuoso». Lasciate durante la colluttazione e l’omicidio, quindi.

I carabinieri hanno anche confrontato quei frammenti di Dna con i «campioni di materiale biologico» appartenenti a circa trenta persone sospettabili di aver preso parte all’agguato (o ai loro parenti, nel caso dei morti) ma non si è arrivati a stabilire alcuna identità. Non sono le tracce dei fratelli Borsellino, ad esempio, i due «balordi di borgata» accusati da Pelosi in successive e altalenanti deposizioni; né di Giuseppe Mastini detto «Johnny lo zingaro», un altro pregiudicato ex ragazzo di strada che a più riprese fu accomunato con l’omicidio Pasolini; né di «Ninetto er meccanico», al secolo Antonio Pinna, vicino al clan dei Marsigliesi, scomparso nel nulla nel 1976. Il fatto che i loro profili genetici non siano stati trovati sui reperti non significa che non ci fossero, ma di sicuro - per «incontrovertibile accertamento», scrive il giudice - c’erano almeno altre tre persone mai identificate.

Nelle indagini coordinate dal sostituto procuratore di Roma Francesco Minisci, molti testimoni dell’epoca sono stati sentiti per la prima volta. Il che alimenta i dubbi sugli accertamenti di quarant’anni fa. Nemmeno l’uomo citato da Oriana Fallaci in un articolo su L’Europeo di tre settimane dopo il delitto - un barista che vicino alla stazione aveva sentito una persona parlare al telefono, due giorni prima dell’agguato, mentre si accordava con altri per picchiare una persona - era stato mai interrogato. Individuato e rintracciato dagli investigatori dell’ultima inchiesta, ha ricordato l’episodio, «precisando che il telefonista, nel corso della conversazione, profferiva la frase “mi raccomando, ho un appuntamento con Pasolini, fatevi trovare lì”. Aggiungeva che il telefonista era in compagnia di altri due ragazzi».

Guardando una fotografia di Pelosi il barista ha aggiunto che poteva essere uno dei tre, ma a tanti anni di distanza è un elemento ormai inutilizzabile. Al pari delle testimonianze - più di trenta - degli abitanti delle baracche dell’Idroscalo di Ostia, molti ascoltati per la prima volta, che ricordano i rumori e le voci di quella notte. Anche per questo il delitto Pasolini rimane un rebus: omicidio collettivo (come del resto avevano stabilito i primi giudici che condannarono Pelosi «in concorso con ignoti», sentenza inopinatamente ribaltata in appello, quando il condannato fu considerato l’unico colpevole) dai mille moventi possibili.

Tutti plausibili: da quello omosessuale (sebbene non nella versione di Pelosi), alla vendetta politica contro l’intellettuale comunista, alla necessità di far tacere una voce per ciò che aveva detto o avrebbe potuto dire ancora (sulle stragi, o sugli intrecci economico-mafiosi). Ma nessuno provato. Un poeta assassinato a due passi dal mare, l’ennesimo mistero italiano irrisolto.

31 ottobre 2015 | 08:15

L’incredibile trasformazione di Rachael che lotta contro l’anoressia: «Ora voglio aiutare gli altri»

Corriere della sera

di Silvia Turin

L’ex attrice 37enne ad aprile pesava 20 kg. Aveva chiesto aiuto con un drammatico video su YouTube e raccolto i fondi per curarsi. Ora vuole diventare testimonial contro i disturbi alimentari

Rachael Farrokh prima di ammalarsi (da sinistra), ad aprile quando pesava 20 kg e adesso

Aveva lanciato un drammatico appello per la sua vita su YouTube a fine maggio: Rachael Farrokh è un’attrice americana di 37 anni che da 10 soffre di anoressia nervosa. All’epoca del video era alta oltre un metro e settanta e il suo peso non superava i 20 chilogrammi. La donna aveva chiesto aiuto per raccogliere i fondi, decida e determinata a curarsi e salvarsi la vita. Dopo meno di 6 mesi ce l’ha fatta: riappare alle telecamere completamente trasformata mentre partecipa a una marcia in favore delle cure contro l’anoressia e promette che diventerà una testimonial per aiutare gli altri a uscire dal tunnel.
Il lungo percorso di Rachael
La rinascita è iniziata da quell’appello su YouTube: Rachael era costretta a letto, senza fiato e scheletrica. Aveva bisogno di soldi per entrare in clinica e tramite il crowdfunding ha raccolto quasi 200mila dollari. Ha tenuto aggiornate le persone che l’avevano aiutato mostrando su una pagina Facebook la sua fatica, il suo impegno e i progressi dal centro di San Clemente, in California, all’attuale che ancora la ospita in Portogallo. E proprio grazie al permesso dei suoi medici la donna ha potuto viaggiare verso Washington questa settimana per partecipare alla seconda marcia annuale contro i disturbi alimentari.
Aiutare gli altri
Proprio alla marcia, sempre accompagnata dal marito, che aveva lasciato il suo lavoro per prendersi cura di lei, appare sana e ancor più determinata a vivere. «Ho una grande famiglia - si chiama il mondo», ha detto Rachael alla stazione televisiva di Los Angeles NBC4 e ha confermato di volersi battere per diffondere la consapevolezza rispetto alla sua malattia. La donna sa che il cammino è ancora lungo ma: «Sono entusiasta della vita, perché quello che era un barlume di speranza 3 mesi fa si è trasformato in una certezza di vivere. Ho riacquistato chiarezza e forza nella mia mente. Il mio obiettivo in questo processo di recupero è quello di creare consapevolezza per aiutare gli altri che combattono questa malattia», ha scritto su Facebook.

30 ottobre 2015 (modifica il 30 ottobre 2015 | 18:46)

L’Argentina riapre il caso Top Gear Clarkson & co. rischiano 3 anni

Corriere della sera

L’accusa è di aver circolato con una targa «falsa» dopo le contestazioni per una sequenza di lettere e cifre che richiamava la guerra nelle Falkland

I conduttori storici di Top Gear: Rich Hammond, Jeremy Clarkson e James May

Jeremy Clarkson e lo staff di Top Gear rischiano una condanna fino a tre anni di prigione per falsificazione per avere utilizzato, durante una registrazione del programma in Argentina, nell’ottobre dello scorso anno, un veicolo con una targa diversa da quella ufficialmente registrata. Un episodio che aveva fatto seguito ad una dura contestazione subita dalla troupe del programma dopo che era stata notata sulla Porsche del protagonista una sequenza di lettere e cifre - H982FKL - che sembrava fatta apposta per evocare la guerra per le Falkland-Malvinas combattuta al largo delle coste argentine nel 1982 (le isole sono britanniche ma da sempre rivendicate da Buenos Aires) che si concluse con il successo della Gran Bretagna. Britannici sono sia il programma, prodotto dalla Bbc, sia i suoi tre conduttori: Clarkson - che da Top Gear e dall’emittente è stato allontanato nei mesi scorsi dopo una rissa con un tecnico -, Richard Hammond e James May. La notizia è stata rilanciata dal Telegraph.
Le contestazioni
La Bbc aveva sempre spiegato che si era trattato solo di una coincidenza e che la targa sulla Porsche solo per un caso fortuito riportava quel 982 e quel Fkl così simili alla data del conflitto e alla denominazione delle isole contese, che gli argentini non chiamano all’inglese, Falkland appunto, ma con il nome spagnolo di Malvinas. Non solo: le altre due vetture utilizzate nelle riprese e condotte da Hammond e May, una Mustang e una Lotus, riportavano nelle rispettive targhe numeri, 269 una e 646 l’altra, in cui un politico argentino aveva intravisto un riferimento al numero delle rispettive vittime (255 britannici e 649 argentini). La troupe di Top Gear era stata oggetto di contestazioni all’esterno di uno degli hotel in cui ha alloggiato durante le riprese e le loro vetture parcheggiate all’esterno erano state prese a sassate dai veterani della guerra. I conduttori erano stati costretti a circolare scortati dalla polizia fino al loro rientro in Gran Bretagna.
L’iter giudiziario
Un giudice federale argentino, Maria Cristina Barrionuevo, del tribunale di Ushaia, aveva deciso di non avviare un’inchiesta ufficiale contro Top Gear, ma tre giudici di appello hanno ordinato di riaprire il caso. La stessa auto era stata vista infatti circolare con una diversa targa dopo le proteste e proprio questa sostituzione potrebbe diventare il nuovo capo di accusa in base all’articolo 289 del codice penale argentino. Che prevede, appunto, che per il falso riguardante atti ufficialmente registrati siano possibili condanne da sei mesi a tre anni. Si tratterebbe insomma di un ripiego non potendosi dimostrare l’intento provocatorio.

La Bbc ha negato di aver scelto quella Porsche proprio per il numero di targa o di avere cambiato la targa in vista della spedizione argentina - la vettura sarebbe stata acquistata online secondo la ricostruzione del Telegraph - e questa spiegazione era stata inizialmente accettata dal primo giudice che aveva anche ravvisato nel successivo cambio il solo intento di non esacerbare ulteriormente gli animi. Ma ora il caso si riapre.

30 ottobre 2015 (modifica il 30 ottobre 2015 | 17:57)

Ogni 47 ascolti su Spotify un download pirata muore

La Stampa

E ogni 137, ne scompare uno legale: una nuova ricerca co-promossa dalla Commissione Europea analizza gli effetti dello streaming sulla pirateria e sul mercato musicale online



È da una quindicina d'anni, più o meno da quando la musica su Internet ha iniziato a sgranocchiare il fatturato dei cd, che si cerca di misurare l'effetto dei nuovi metodi di consumo sul mercato globale. Inizialmente, tutto il discorso era concentrato sulla dialettica tra web e dischi, spesso interpretata in ottica di reciproca e rigorosa ostilità. Oggi una nuova ricerca punta il suo obiettivo solo sul settore online, in particolare sul rapporto tra streaming e download, concludendo che servizi come Spotify hanno un duplice – e per molti versi scontato – effetto sulle abitudini del pubblico: riducono significativamente sia la pirateria via BitTorrent che l'acquisto di brani da siti come iTunes. 

Spotify ammazzapirateria. Condotta da Luis Aguilar dell'Institute for Prospective Technological Studies di Siviglia (uno dei poli del Centro Comune di Ricerca della Commissione Europea) e Joel Waldfogel della University of Minnesota, la ricerca si fa notare soprattutto per due numeri: 47 e 137. Il primo è la stima degli stream che portano alla perdita di un download pirata: ogni 47 ascolti su Spotify, viene scaricata una canzone in meno attraverso BitTorrent.

Sembrano numeri minuscoli, ma riportandoli alle proporzioni dell'era digitale sarebbe un po' come dire che - se le stime corrispondono alla realtà - i due miliardi di ascolti raccolti da Ed Sheeran su Spotify hanno automaticamente generato una riduzione di oltre quaranta milioni di download pirata. E stiamo parlando di un solo artista. La ricerca confermerebbe insomma quello che il fondatore di Spotify Daniel Ek va ripetendo da anni (e che, soprattutto in riferimento ai paesi scandinavi, era già stato descritto da precedenti studi): lo streaming sta contribuendo in maniera decisiva a ridurre la pirateria. 

Spotify ammazzaitunes. A essere buttata via però non è solo l'acqua sporca. Il secondo numero proposto da Aguilar e Waldfogel, 137, sottolinea infatti un altro effetto dello streaming: ogni 137 ascolti su Spotify, viene comprato un brano in meno su negozi come iTunes o Amazon. Anche in questo caso, la ricerca non fa altro che confermare una sensazione già molto diffusa nell'ambiente musicale (e più in generale nell'area dei nuovi consumi tecnologici): lo streaming sta cannibalizzando tutte le forme di download, anche quelle legali, che per almeno un decennio l'industria aveva considerato come la naturale evoluzione commerciale delle vendite di cd.

Tradotta in termini simbolici, è l'ennesima certificazione – almeno in ambito digitale – del trionfo dell'accesso sul possesso. Una nuova mutazione comportamentale, veicolata dalla tecnologia «always connected», che ha già prodotto vittime illustri (l'iPod) e che nei prossimi mesi potrebbe trasformare un negozio/software storicamente basato sul download come iTunes in qualcosa di molto diverso: una stazione di rifornimento stream per Apple Music. 

Effetto zero. Il risultato più interessante che emerge dal lavoro di Aguilar e Waldfogel è quello relativo all'effetto economico del passaggio dal download allo streaming. Secondo i due ricercatori, il rapporto 1/137 della dinamica download/streaming coincide quasi perfettamente con quello tra i ricavi generati dal singolo download e dal singolo stream: «the current industry’s revenue from track sales ($0.82 per sale) and the average payment received per stream ($0.007 per stream)».

Questo significa che se la transizione dal download allo streaming da un lato starebbe allontanando il pubblico dalla pirateria, dall'altro non starebbe producendo alcun effetto economico rilevante – né positivo, né negativo – sul fatturato dell'industria musicale: le royalties pagate da Spotify e dagli altri servizi bilancerebbero i download persi da iTunes & C.

Dando credito a questo risultato, si ottiene un'importante conferma: il problema economico dello streaming – denunciato a più riprese da artisti come Taylor Swift, Adele, Black Keys o Thom Yorke – non starebbe dunque in una diminuzione del fatturato globale, ma in un sostanziale sbilanciamento nella distribuzione della ricchezza, a vantaggio di alcuni protagonisti del settore (principali indiziate: le major) e a discapito di altri (artisti, autori, compositori). 

Dati & riflessioni. Come sempre, i condizionali sono d'obbligo. La ricerca di Aguilar e Waldfogel suggerisce semplici ipotesi, basandosi su quattro voluminose fonti di dati: le classifiche settimanali di Spotify nel periodo tra aprile 2013 e marzo 2015 (il servizio diffonde pubblicamente, suddivisi per nazione, il numero di ascolti dei 200 brani più ascoltati); i dati ufficiali di vendita di download in 21 paesi negli anni 2012 e 2013; i dati di vendita download negli Stati Uniti fino al 2015; il volume di scambio di brani sul network BitTorrent, relativo a un campione di ottomila artisti, sempre nel periodo 2012-2013. Gran parte del lavoro comparativo è stato dunque fatto sui dati compresi tra aprile e dicembre 2013, per i quali esistono informazioni sia su stream, che download legali e pirata.

Un periodo che però, come ammettono i ricercatori, non coincide con quello di massima espansione di Spotify (il cui utilizzo - pur già in crescita nel 2012 e 2013 - si è impennato soprattutto a partire dal 2014). Inoltre, trattandosi di un'analisi focalizzata sul mercato online, offre una fotografia solo parziale su un'industria molto complessa, diversificata e dagli intrecci spesso imprevedibili come è quella della musica, dove - per rimanere nel campo della musica registrata - svolgono un ruolo ancora rilevante supporti fisici come cd e vinili e si stanno sviluppando settori ibridi e di difficile analisi e collocazione come il crowdfunding. La ricerca ci mostra che lo streaming sta gradualmente sostituendo l'acquisto unitario di contenuti web (il download), ma non dice niente su quanto influisca su altri prodotti musicali a pagamento.

Sta influendo anche sul calo dei cd? Ed è in qualche modo legato alla crescita dei vinili? Da questo punto di vista, sarebbe intrigante cercare di capire le relazioni tra i due formati più dinamici della musica degli anni Dieci: streaming e vinili si rivolgono a due diverse categorie di consumatori o sono in qualche modo complementari, entrambi parte dell'esperienza musicale degli appassionati? 

Europa. Ad aggiungere un elemento di interesse alla ricerca, anche dal punto di vista di un suo possibile utilizzo per la definizione delle norme necessarie a regolamentare i nuovi mercati digitali, è il legame diretto con la Commissione Europea.  Il Centro Comune di Ricerca, per cui lavora uno dei due autori dello studio, è un'istituzione che ha l'obiettivo di fornire sostegno scientifico e tecnico indipendente allo sviluppo, all'attuazione e al controllo delle politiche dell'Unione Europea.
Dimostrando gli effetti virtuosi dello streaming nei confronti della pirateria e mettendone in luce gli elementi di neutralità economica digitale per l'industria (e di conseguenza le contraddizioni in fatto di mancanza di trasparenza e di distribuzione delle royalties), lo studio potrebbe contribuire al rafforzamento del settore e a una sua regolamentazione più equilibrata nei confronti di tutte le parti in causa, artisti compresi.