venerdì 6 novembre 2015

Quando Steve Jobs sognava l’Apple Car

La Stampa
chiara severgnini

L’ex vicedirettore di Apple Tony Fadell racconta che l’idea di una macchina targata Cupertino era nell’aria già nel 2008



Come sarebbe un’automobile targata Apple? Se ve lo siete chiesti, siete in buona compagnia: anche Steve Jobs, nel 2008, si poneva la stessa domanda. Tony Fadell - uno dei padri dell’iPod e fondatore di Nest, attualmente responsabile della divisione Google Glass di Mountain View - lo ha raccontato in un’intervista per Bloomberg.

Nel 2008 Fadell era uno dei vice-presidenti di Apple. All’epoca il primo iPhone era sul mercato da un anno, l’App Store era appena nato e Cupertino era entrata in una nuova fase di crescita. C’era voglia di innovare, di sperimentare e anche di ripensare vecchie tecnologie in chiave Apple. «Io e Steve - racconta Fadell - passeggiavamo e ci chiedevamo: se dovessimo fare una macchina, come la faremmo? Come sarebbero i sedili? E il cruscotto? E il motore?». Nessuna di queste domande ha avuto una risposta: era chiaro che il 2008 non sarebbe stato l’anno dell’Apple Car.

«Ci siamo detti - spiega Fadell - che per quanto l’idea fosse bella quello non era il momento giusto: eravamo così impegnati con altro che abbiamo dovuto scartare molte idee, compresa questa». Oltre all’automobile, nelle loro passeggiate Jobs e Fadell avevano provato a immaginare anche una televisione e una videocamera targati Apple. Ma alla fine la scelta è stata quella di concentrarsi sugli smartphone, il prodotto che - a detta del fondatore di Nest - «poteva avere un impatto più forte sulla realtà». 

Ora che questa storia è stata raccontata, molti dicono che rimandare è stata la scelta più saggia: nel 2008 le tecnologie disponibili per innovare l’automobile erano poco soddisfacenti. L’idea però è rimasta nell’aria, «In fondo - osserva Fadell - una macchina è composta da una batteria, un computer, un motore e una struttura meccanica: proprio come un iPhone». Non a caso le voci secondo cui Apple starebbe lavorando a un prototipo di automobile elettrica sono sempre più insistenti. Secondo il Wall Street Journal il progetto, nome in codice «Titan», vede impegnati almeno 1000 tra ingegneri e programmatori.

L’obiettivo è ambizioso: mettere in in commercio le Apple Car entro la fine del decennio. Nulla di ufficiale, ma pare che Tim Cook voglia trasformare in realtà quello che Steve Jobs si era limitato a immaginare.

Smartphone sul banco: vademecum dei social a scuola

La Stampa
di skuola.net

Registrare le lezioni si può, diffonderle senza l'autorizzazione dei prof no. E sempre che la scuola decida che sì, si può usare lo smartphone in classe. In caso contrario, gli insegnanti possono pure sequestrarlo, sempre qualora becchino in flagrante gli studenti impegnanti in una whatsappata o simili. Skuola.net stila un mini vademecum al corretto uso del cellulare in classe secondo le regole stilate dal Garante della Privacy e dalla circolare Fioroni del 2007.

Smartphone fuori dagli astucci degli studenti. che tanto in classe si possono usare alla luce del sole. Nessun divieto esplicito dal Garante della Privacy che ha realizzato una piccola guida a tema, "La privacy a scuola. Dai tablet alla pagella elettronica. Le regole per ricordare". Addirittura è possibile usarlo per registrare anche le lezioni. Anzi no, contrordine: la circolare Fioroni del 2007 afferma il divieto di utilizzo dello smartphone mentre il prof spiega. E quindi? Skuola.net aiuta a fare un po' di chiarezza. Ed evitare che succeda  di nuovo quello che è accaduto in una classe di Torino: sospesi 22 studenti per aver messo i video dei prof su WhatsApp.

#6 Smartphone in classe: sì o no?
Partiamo proprio dalla circolare Fioroni in questione. In questa si legge chiaramente che "Ë del tutto evidente che il divieto di utilizzo del cellulare durante le ore di lezione risponda ad una generale norma di correttezza che, peraltro, trova una sua codificazione formale nei doveri indicati nello Statuto delle studentesse e degli studenti, di cui al D.P.R. 24 giugno 1998, n. 249. In tali circostanze, l'uso del cellulare e di altri dispositivi elettronici rappresenta un elemento di distrazione sia per chi lo usa che per i compagni, oltre che una grave mancanza di rispetto per il docente". Insomma, smartphone nello zaino quando si è in classe, meglio se spento. A patto che non siano proprio gli insegnanti a chiedere di utilizzarlo.

#5 Smartphone: se il prof dice sì?
Infatti in classe è possibile utilizzare dispositivi elettronici, come tablet e smartphone appunto, ma solo per fini scolastici. E solo l’insegnante autorizza a farlo, ovviamente. Infatti, in questo campo la scuola ha ampia autonomia decisionale. Meglio dare uno sguardo al proprio Regolamento d'Istituto.

#4 Si può utilizzare lo smartphone per registrare la lezione?
Stavolta è di nuovo il Garante della Privacy a parlare. E nel punto dedicato ai cellulari Skuola.net legge che "L'uso di smartphone è in genere consentito per fini strettamente personali, ad esempio per registrare le lezioni, e sempre nel rispetto delle persone. Spetta comunque agli istituti scolastici decidere nella loro autonomia come regolamentare o se vietare del tutto l'uso dei cellulari." Insomma, la risposta sembra essere affermativa: è permesso utilizzare gli smartphone per registrare le lezioni. Sempre che l’insegnante abbia dato il suo benestare.

#3 Si possono fare video o foto con lo smartphone in classe?
Anche stavolta il Garante della Privacy parla chiaro: niente foto o video se la persona ripresa non è d'accordo. Ed è assolutamente vietato diffondere immagini, video o foto  che siano, sul web se non con il consenso delle persone riprese. "È bene ricordare che la diffusione di filmati e foto che ledono la riservatezza e la dignità delle persone può far incorrere lo studente in sanzioni disciplinari e pecuniarie o perfino in veri e propri reati."

#2 I prof possono sequestrare lo smartphone?
Sì. E ad essere d'accordo sono sia il Garante della Privacy che la Circolare Fioroni del 2007. Nello specifico, in quest'ultima leggiamo che qualora il prof becchi i suoi studenti intenti a whatsappare o a fare cose del genere contro la sua volontà, questi stanno commettendo "Una grave mancanza di rispetto per il docente configurando, pertanto, un'infrazione disciplinare sanzionabile attraverso provvedimenti orientati non solo a prevenire e scoraggiare tali comportamenti ma anche, secondo una logica educativa propria dell'istituzione scolastica, a stimolare nello studente la consapevolezza del disvalore dei medesimi." Ok al sequestro dello smartphone da parte dei prof, quindi, ma a patto che lo riconsegnino agli studenti una volta conclusa la lezione.

#1 I prof possono perquisire per cercare lo smartphone?
Assolutamente no. È vietato per loro svuotare le tasche dei jeans dei loro studenti, dei loro cappotti, i loro zaini e simili, qualunque sia il Regolamento d’Istituto. L’unico caso in cui è permessa la perquisizione è solo in flagranza di reato, cosa che non è, per esempio, la detenzione di uno smartphone.

Cicciolina, il cane e la giustizia Processo per un morso fasullo

di Giulio De Santis

Sotto accusa anche il finto medico che ha certificato l’incidente con l’animale



Il morso «misterioso» di un cane mette nei guai l’ex regina del porno Ilona Staller. L’attrice ungherese, nota con il nome di Cicciolina, è finita sotto processo perché avrebbe chiesto alla Vittoria Assicurativa di risarcirle il danno derivante da una dentata di un amico a quattro zampe, presentando un certificato medico falso, firmato da un finto dottore, Giancarlo Strani. Motivo per cui anche Strani - un caro amico della 63enne pornodiva - siede sul banco degli imputati, con l’accusa di esercizio abusivo della professione.
Le accuse
A Cicciolina è contestata la frode all’assicurazione. L’aggressione risalirebbe al 19 novembre del 2011 e di quel morso sul mignolo della mano sinistra della star del cinema a luci rosse non c’è mai stato un segno visibile. Inoltre sarebbe sconosciuta anche la razza del cane che avrebbe aggredito quel mattino l’attrice. A finire nel mirino del pm Mario Pesci è in realtà la richiesta di risarcimento danni inoltrata dalla Staller, che nel marzo del 2012 dichiarò che a seguito di quel morso non avrebbe lavorato per tre mesi. Ad attestare l’incapacità lavorativa era stato proprio Strani, del quale non è stato possibile rintracciare alcuna iscrizione nell’albo professionale dei medici.
L’iscrizione «fantasma» nell’albo dei medici
Ed è proprio questa circostanza che ha fatto sorgere i dubbi sull’incidente di quattro anni fa. Secondo le ricostruzioni, era la mattina del 19 novembre del 2011 quando la Staller si era rivolta al pronto soccorso dell’ospedale villa San Pietro, sostenendo di essere stata aggredita da un cane. I medici, dopo averle prescritto sette giorni di prognosi, le avevano proposto di fare l’antitetanica, ma l’ex porno star aveva rifiutato. Tre mesi dopo Cicciolina si era rivolta alla sua assicurazione, con cui aveva stipulato una polizza contro gli infortuni, affermando che il morso di un cane le aveva provocato l’impossibilità a svolgere il suo lavoro per tre mesi, dalla data del presunto incidente fino al 28 febbraio.

Ad attestare la gravita della ferita era Strani, caro amico della star,«autodichiaratosi» medico. Solo quando l’assicurazione aveva chiesto di poter valutare i danni, come da prassi, sono saltate fuori le difficoltà a reperire l’iscrizione di Strani nell’albo professionale. Tutti fattori che hanno spinto l’assicurazione a presentare denuncia alla procura.

5 novembre 2015 | 11:49

Terre incolte ai rifugiati? Dagli Usa commenti e complimenti Dall’Italia derisione e insulti

Corriere della sera
di Beppe Severgnini

Premessa inevitabile: scrivo, una volta al mese, un commento sul New York Times , dove mi presentano come columnist del Corriere della Sera. Stavolta, sul Corriere , vorrei raccontare cos’è successo dopo un pezzo uscito ieri sul New York Times . Il titolo è questo: «Let Refugees Settle Italy’s Empty Spaces», lasciate che i migranti s’insedino negli spazi vuoti dell’Italia. L’idea è semplice, e viene da lontano.

Nell’impero romano si chiamava «centuriazione»: la pratica prevedeva l’assegnazione di terre incolte ai veterani dell’esercito, che si tenevano occupati e si rendevano utili. In Italia potremmo fare qualcosa di simile coi rifugiati, proponevo. Se lavorassero, e aiutassero a recuperare il territorio del Paese che li accoglie, verrebbero visti in una luce diversa.

È vero: gli uomini e le donne che oggi arrivano sulle nostre coste non hanno combattuto alcuna guerra per l’Italia, ma stanno fuggendo da conflitti, povertà e regimi autoritari. E hanno le giuste competenze: i migranti più istruiti si recano in Germania e nel Nord Europa; chi resta in Italia è spesso agricoltore, costruttore, artigiano. E ci sono zone d’Italia dove queste competenze servirebbero. Aree che si stanno spopolando: in Abruzzo, in Molise, in Sardegna.

La reazione? Interessante. Dall’estero, complimenti: «Almeno ha avuto un’idea!», mi hanno scritto. In particolare dagli Usa, dove chiunque, davanti a un problema, offra una soluzione, viene apprezzato. «La Gran Bretagna utilizzò il sistema nel XVII secolo: affrontò i ribelli americani con soldati reclutati nell’Europa di lingua tedesca, offrendo loro terre. Sembra che le buone idee non muoiano mai», scrive Robert Wuetherick (rwuetherick@ hotmail.com).

Dall’Italia, derisione e insulti. C’è chi boccia la mia idea come neocolonialismo (@Pablo4moors), chi mi consiglia di colonizzare l’Antartide (@claudiozisa), chi di rivolgermi a un ospedale psichiatrico (@The_James_Cook). Qualcuno suggerisce di occupare le stanze di casa mia, se proprio ci tengo (@ManuelCasu). Molti mi accusano di voler colonizzare la Sardegna, che amo moltissimo, e di cui conosco le difficoltà.

Che dire? La prossima volta mi lamenterò e protesterò. Chissà quanti applausi.

5 novembre 2015 (modifica il 5 novembre 2015 | 09:27)

Sicilia, 15 testi anti-cosche assunti e trasferiti a Roma: “Ma qui siamo già troppi”

La Repubblica
di EMANUELE LAURIA

Uno degli atti-simbolo di Crocetta fa “scoppiare” la sede di rappresentanza dove gli addetti ora sono a quota 43. Il tentativo di spostarli in altre Regioni

PALERMO. Le ultime assunzioni hanno fatto dell'antica sede a Roma, poco lontano dalla stazione Termini, una "ambasciata" dai grandi numeri. La Sicilia, oggi, può vantare 43 dipendenti nel proprio ufficio di rappresentanza nella capitale. Un organico extra-large, che non teme confronti con altre Regioni d'Italia, e che si è gonfiato con il recente dirottamento nella Capitale di 15 testimoni di giustizia cui una legge isolana, fortemente voluta dal governatore Crocetta, ha garantito un posto nell'amministrazione.

Questa è la storia di una norma con finalità nobili (un riconoscimento a cittadini che hanno denunciato estorsioni e omicidi) che si è trasformata in un incredibile pasticcio. Perché nel giugno scorso, subito dopo il battesimo dell'iniziativa che ha visto Crocetta in conferenza stampa accanto ad alcuni testimoni incappucciati, gli alti burocrati della Regione Siciliana si sono trovati di fronte a un problema non di poco conto: i nuovi dipendenti, per motivi di sicurezza, non potevano lavorare nell'Isola. Cosa fare? L'unico ufficio sopra Reggio Calabria (escluso quello di Bruxelles per evidenti ragioni di costo) era appunto a Roma.

E allora ecco il prvvedimento: tutti nella Capitale i testimoni che in Sicilia rischiano la vita. Con la preoccupazione iniziale dei colleghi che si sono visti arrivare, come vicini di scrivania, potenziali bersagli di attentati, quasi tutti senza scorta. Ma non solo: la stessa dirigente dell'ufficio, Maria Stimolo, ha cominciato a scrivere ai vertici dell'ente per cercare di capire quali mansioni far svolgere ai nuovi impiegati. Considerato che la legge non dice nulla sull'inquadramento di questo personale e che molti di essi, forniti di nuova identità, non hanno neppure un curriculum.

"Ho fatto un colloquio con ciascuno dei neo-assunti per capire cosa fargli fare", dice la Stimolo. Alla fine, scartati per ragioni sindacali i compiti più umili, si è deciso di destinare i testimoni di giustizia a un "affiancamento" dei colleghi. Secondo problema quello degli spazi: non ci sono le stanze per tutti e i neo-assunti sono stipati, uno accanto all'altro, in una sala conferenze. "C'è un disagio reale, legato al fatto che l'edificio non può ospitare questo elevato numero di dipendenti", afferma ancora la dirigente. "La legge proposta dal presidente Crocetta è giusta, l'applicazione pone notevoli difficoltà", chiosa elegantemente la Stimolo.

A completare il quadro, raccontano i dipendenti, alcuni disordini e liti che nelle ultime settimane hanno animato la vita dell'"ambasciata".Il fatto è che i testimoni di giustizia che non possono tornare in Sicilia, e che controvoglia sono finiti a Roma a spese della Regione (guadagnano circa 1.200 euro al mese), dovrebbero restare nella Capitale solo in parcheggio. A loro è stato promesso un trasferimento in altre sedi italiane, per raggiungere spesso le famiglie costrette ad emigrare per ragioni di sicurezza.

Ma da 5 mesi è fermo un protocollo d'intesa con la Conferenza delle Regioni per collocare questo personale in altre zone d'Italia. L'associazione nazionale dei testimoni di giustizia ieri è tornata a esprimere "viva preoccupazione" per lo stallo del trasferimento dei testimoni siciliani assunti sulla base della legge regionale "non ancora trasferiti in comando presso le prefetture così come dichiarato dal viceministro Bubbico e dal presidente Crocetta ".

Sullo sfondo, la resistenza di altri enti a prendersi carico di dipendenti assunti con una propria legge dalla munifica Regione Siciliana, che dà lavoro a 20 mila dipendenti, senza contare i precari che sono quasi il doppio.Così l'"ambasciata" con lo stemma della Trinacria scoppia di personale. Numeroso e sostanzialmente inutile.

1 Mezzo milione in sei mesi, le spese folli del cardinale

La Stampa
francesco grignetti

George Pell, detto “il Ranger” volava solo in business class. Nell’elenco anche 47 mila euro di mobili e 2.500 euro in sartoria


Il cardinale George Pell

Tra le mille rivelazioni del Vatileaks2, ha fatto impressione la lista delle spese del cardinale George Pell, detto «il Ranger», il porporato australiano che è stato chiamato a Roma a mettere ordine nei conti della Curia.

A voler usare un eufemismo, Pell non è amato. Guarda caso la sua preziosa nota spese viene rubata da un ignoto hacker e ora compare nel libro «Avarizia» di Fittipaldi. Notizie del diavolo, si dirà. Sì, ma da leccarsi i baffi. «Da luglio 2014 a gennaio 2015 gli esborsi hanno infatti toccato i 501 mila euro». Nell’elenco c’è un sottolavello da 4600 euro, ma anche 7292 euro di tappezzeria, 47 mila euro per mobili e armadi, lavoretti vari da 33 mila euro. Il cardinale o uno dei suoi segretari hanno messo in nota spese anche gli acquisti fatti al negozio Gammarelli, sartoria storica che dal 1798 veste la curia della Città Eterna: in genere i porporati pagano di tasca loro tuniche e berretta, stavolta la segreteria ha fatturato direttamente abiti per 2508 euro.

Pesante anche il capitolo viaggi. Il «Ranger» per andare da Roma a Londra lo scorso 3 luglio ha speso 1103 euro, business class. Quattro giorni dopo si è fatto rimborsare un volo Roma-Dresda, in Germania, da 1150 euro, un altro per Monaco da 1238, mentre lo scorso settembre la Scuola dell’Annunciazione del Devon, di cui l’ultraconservatore è diventato «patrono», ha dovuto sganciare per un Roma-Londra 1293 euro. Pell e il suo vice Casey si accomodano in business anche quando vanno a Malta, dove vanno ad ascoltare i consigli del finanziere Joseph Zahra. Ma sono tutti gli uomini vicini al cardinale a volare in business, da lord Christopher Patten (ex presidente della Bbc che dovrebbe riformare la comunicazione della Santa Sede) all’industriale di Singapore George Yeo, membro della Commissione per la riforma del Vaticano.

Un menage dispendiosissimo che fa a pugni con i desideri del Papa e non così dissimile da quanto emerso, per dire, dai processi a carico di Don Verzè e altri amministratori del «San Raffaele», i quali hanno dissipato una cinquantina di milioni in fondi neri, jet privati, fazende brasiliane, ville con piscina, e spese strampalate tra cui quella per un’enorme voliera piena di pappagallini in ufficio. La verità è che quando a saldare le fatture è il Vaticano, non si fanno sconti. Così capita - scrive Gianluigi Nuzzi - che «in tre anni la società Cap Gemini Ernst & Young si è fatta pagare ben 10 miliardi di vecchie lire (5,6 milioni di euro) per una consulenza sul sistema contabile».

Il Vaticano raccoglie donazioni da tutto il mondo, il Governatorato poi le dilapida. «Già nel 2009-10 un’analisi riservata di McKinsey sui conti dell’ente aveva fatto emergere una situazione disastrosa. Diversi centri di spesa, come quelli relativi alla manutenzione, presentavano costi maggiori dal 200 e fino al 400 per cento rispetto alle tariffe di mercato». Quel monsignor Viganò che aveva provato a frenare le spese pazze (famoso il caso di un albero di Natale costato 500 mila euro) è finito screditato e esiliato a Washington.

Il monsignore arrestato alle Hawaii viveva in un appartamento principesco

La Stampa
francesco grignetti

I prelati abitano in case da 500 metri, il Papa alloggia in una stanza



È un lungo elenco davvero, quello degli appartamenti di lusso che il Vaticano riserva ai suoi cardinali, come si ricava dal libro di Gianluigi Nuzzi. S’è molto detto dell’attico di Tarcisio Bertone, all’ultimo piano di Palazzo San Carlo in Vaticano e dei 200mila euro per lavori di ristrutturazione pagati dalla fondazione Bambin Gesù: il dibattito ora è se l’attico sia di 700 metri quadri o «soltanto» di 500.

S’è detto anche dei cardinali Velasio De Paolis, di Franc Rodé, di Kurt Koch. Abitano nella splendida palazzina del Sant’Uffizio, al lato di Porta Cavalleggeri. Con loro c’è lo statunitense Raymond Leo Burke, classe 1948, patrono del sovrano militare ordine di Malta (417 metri quadrati). A pochi passi, nel quartiere di Borgo Pio, c'è la residenza principesca di 524 metri quadrati del cardinale americano William Joseph Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina e la Fede. Abituato al gran lusso, il cardinale ha avuto uno spiacevole incidente qualche settimana fa alle Hawaii: è stato arrestato per guida in stato di ebbrezza.

In un altro bel palazzo a ridosso di via Conciliazione, sfiora i 500 metri quadrati la dimora del canadese Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i vescovi. Il cardinale Sergio Sebastiani, 84 anni, membro tra l’altro della Congregazione per i vescovi e di quella per le cause dei santi, vive in 424 metri quadrati.

Il cardinale Domenico Calcagno, peraltro, detto «Monsignor Rambo» per via della passione per i fucili, presidente dell’Apsa, ha deciso invece che l’appartamento di servizio non gli basta, e si è creato un buen retiro con appartamento e cascina immersi in una ventina di ettari all’interno della tenuta San Giuseppe sulla Laurentina

E certo è un bel contrasto, tra il Pontefice che vive in 50 metri quadri a Santa Marta e questi principi della Chiesa che non rinunciano al lusso. Nessuno li obbliga, sia chiaro. Il cardinale Achille Silvestrini abita da sempre alla palazzina della Zecca in un modesto appartamento. E come lui, il cardinale Beniamino Stella, ministro vaticano del Clero, nel palazzo delle suore di via dell’Erba. Poi però c’è monsignor Nunzio Scarano, ex responsabile dell’Apsa, al centro di una torbida storia di riciclaggio, che nel suo appartamento di Salerno di ben 800 metri quadri viveva tra ori, argenti e quadri di De Chirico.

Altri residenti vicini al Sant’Uffizio sono porporati e monsignori di rango: il cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi (265 mq); l’ex segretario di Ratzinger monsignor Josef Clemens (226 mq); il cardinale Paul J. Cordes (259 mq), capo della Commissione disciplinare della curia romana; il vescovo Giorgio Corbellini (204 mq).A sua volta, Emiliano Fittipaldi ricorda che la deputata Monica Cirinnà e suo marito Esterino Montino, Pd, vivono in un appartamento di Propaganda Fide per 360 euro al mese. Bruno Vespa invece paga 10 mila euro al mese a piazza di Spagna. 

Conti segreti, sprechi, privilegi e spese pazze: ecco la nuova Vatileaks che scuote il Vaticano

La Stampa
giacomo galeazzi

La rivoluzione della sobrietà di Papa Francesco non decolla. Nelle carte l’attico di Bertone restaurato con i fondi del Bambin Gesù e i 5mila appartamenti della Curia. E dai soldi di carità dello Ior nulla va ai poveri



La rivoluzione della sobrietà di Francesco ha il piombo nelle ali. I documenti contenuti nei libri «Via Crucis » di Gianluigi Nuzzi e «Avarizia» di Emiliano Fittipaldi illuminano realtà inedite e altre già emerse nei mesi scorsi. 

Carte riservate su ricchezza, scandali e incoerenze tra la «Chiesa povera per i poveri» di Bergoglio e il reale svolgimento della vita in Vaticano oggi. Nell’insieme i volumi tracciano a tinte fosche un panorama inquietante. Dai mega-appartamenti da 500metri quadri dei cardinali di Curia al tesoretto ecclesiastico di quattro miliardi di euro in proprietà immobiliari. Segreti non ritenuti così rivelatori della situazione del pontificato da meritare negli Usa l’anteprima dei principali media, che non fanno mai sconti alla Chiesa. Non vi hanno trovato novità o dati sconvolgenti. 

CASI NUOVI E VICENDE NOTE
Alcune situazioni erano già conosciute. Per esempio, il lussuoso attico dell’ex segretario di Stato, Tarcisio Bertone, la «malagestio» della sanità cattolica dall’Idi all’ospedale di Padre Pio a San Giovanni Rotondo, dai conflitti interni per la gestione delle finanze vaticane tra i vertici vaticani (Pell, Calcagno, Parolin). A questo quadro descritto negli ultimi mesi dai mass media, il libro di Nuzzi aggiunge registrazioni di incontri riservati tra prelati e il Papa («i costi sono fuori controllo, ci sono trappole», dice Francesco). 

Bilanci non ufficiali da cui emergono corruzione e malaffare. Per il resto non sono una novità i fasti delle gerarchie, le regge a canone zero, la fabbrica dei santi, le offerte dei fedeli sottratte alla beneficenza, il buco nero delle pensioni, le veline e i veleni di chi sabota le riforme Nell’inchiesta di Fittipaldi, soldi, immobili, sprechi. Ma anche affari sporchi e privilegi. Lo Ior gestisce 4 fondi di carità ma nel 2013 e nel 2014 neppure un euro è andato ai bisognosi o alla solidarietà nonostante saldi in attivo per decine di milioni di euro. 

SPESE PAZZE IN CURIA
Piccole furbizie che diventano business. Come il carburante: garantisce ingenti margini, scrivono gli analisti Ernst&Young. Come si sa, in Vaticano le pompe di benzina sono due, e il prezzo per i consumatori è 20% più basso rispetto a quello italiano. Fittipaldi ricostruisce: ci sono 550 tessere che consentono di fare benzina: 1.800 litri all’anno, 27 mila utenti. Molti non sono autorizzati. Ma non sono solo i due libri in uscita a far affiorare nuovi scandali finanziari in Curia.

ALTRI SOSPETTI SULLL’APSA
Secondo un documento interno rivelato dall’agenzia Reuters, l’Apsa sarebbe stata usata per riciclare denaro di provenienza oscura dalla Banca Finnat di Giampietro Nattino, il finanziere del quale l’immobiliarista Stefano Ricucci diceva al pm in un interrogatorio: «Chi è Nattino? Ma lei vuole che mi uccidono stasera? Lo lasci stare questo, io lo dico per me poi se lei vuole andare avanti lo faccia. Lei fa quello che le pare, la proteggono 600 persone, ma a me chi mi protegge?». Due milioni sarebbero stati spostati in Svizzera pochi giorni prima che il Vaticano imponesse una stretta con la nuova normativa contro il riciclaggio e mettesse i trasferimenti di denaro sotto controllo minuzioso.

Dal 22 maggio 2000 al 29 marzo 2011, a Nattino faceva capo il «Portfolio 339». Origini e finalità di destinazione dei fondi sarebbero «dubbie», si legge nel dossier degli investigatori vaticani di 33 pagine, poi passato alla finanza italiana e svizzera perché potessero a loro volta svolgere accertamenti. L’Apsa gestisce anche finanze e fondi della Santa Sede. Una cassaforte ancora una volta nel mirino. 

Gli strappi di Bergoglio in una Curia che non vuol perdere i suoi privilegi

La Stampa
Andrea Tornielli

Dalla riforma dello Ior alle docce per i senza tetto in piazza San Pietro

Quando era arcivescovo di Buenos Aires, di fronte a persone o situazioni poco trasparenti, specialmente quelle che riguardavano l’uso del denaro, Jorge Mario Bergoglio era solito dire che gli si attivava «l’allertometro». Come accadde quella volta in cui si trovò di fronte due funzionari. Erano i primi anni Novanta: «Mi offrirono 400 mila pesos per interventi di miglioria nelle zone povere. Per certe cose io sono un grande ingenuo, ma per altre mi si attiva “l’allertometro”. E quella volta funzionò».

Il futuro Papa chiese infatti «dettagli sui progetti» e i suoi interlocutori finirono per dirgli che «dei 400 mila pesos per cui avrei firmato una ricevuta, me ne avrebbero dati solo la metà». Bergoglio si sottrasse, i due sparirono. «Se questi individui, a colpo sicuro, erano arrivati con una proposta del genere - commentò - presumo che qualche ecclesiastico si fosse prestato in precedenza a quell’operazione». Deve aver ripensato più volte a questo episodio, una volta divenuto Papa, rendendosi conto che gli ostacoli più seri al progetto di riforma della Curia li avrebbe incontrati toccando finanze e patrimoni vaticani.

Una Chiesa per i poveri
«Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri», aveva detto il 16 marzo 2013, subito dopo l’elezione, incontrando i giornalisti. Fin dall’inizio, hanno colpito alcune scelte di stile. Quella di non andare a vivere nel palazzo apostolico, preferendo il piccolo appartamento a Santa Marta. Il rifiuto di usare le grandi berline, scegliendo delle utilitarie per i suoi spostamenti fuori e dentro l’Urbe.
L’abbandono di rituali e simboli di corte, il continuare a portare la stessa croce e lo stesso anello d’argento.

La prima messa mattutina dedicata ai netturbini d’Oltretevere, il fare la fila al self service per la cena. Piccole scelte indicative di uno stile. Decisioni personali in linea con il comportamento di Bergoglio vescovo e cardinale, mai imposte a chi gli stava vicino. Uno stile non sempre bene accolto nella Chiesa e nella Curia. Le ultime decisioni in questo senso sono state l’installazione delle docce sotto il colonnato di San Pietro e l’apertura di un ricovero-dormitorio per i senza tetto.

Riforma delle finanze
A costringere Francesco a metter mano immediatamente alla riforma delle finanze vaticane non è stata una decisione presa a tavolino, la conseguenza di questo stile sobrio, quanto piuttosto l’inchiesta della magistratura italiana su monsignor Scarano, che lambiva per l’ennesima volta le transazioni opache dello Ior. Così, invece di partire con la riforma dei dicasteri, il nuovo Papa ha cominciato dai soldi. Decapitato il management dell’Istituto per le Opere di religione, il Papa deciso a proseguire l’opera di pulizia e trasparenza iniziata e portata avanti con molta fatica da Benedetto XVI.

Sono state istituite due commissioni referenti, per studiare una riforma dello Ior e per vagliare il riassetto delle strutture economico-amminstrative della Santa Sede. In quei primi mesi del pontificato le nuove commissioni hanno ulteriormente ampliato l’uso di consulenze esterne, con notevoli costi: da McKinsey a Promontory, da Ernst & Young a KPMG. Sono stati chiusi conti sospetti e irregolari, è stato pubblicato per la prima volta un bilancio della banca vaticana e vengono fatte rispettare precise regole di trasparenza sulle transazioni.

All’inizio del 2014, Papa Bergoglio ha istituito la nuova Segreteria dell’Economia, affidandone la guida al cardinale australiano George Pell, che ha portato una massiccia iniezione di efficientismo anglosassone, ritagliandosi il ruolo del «risanatore» e dell’inflessibile tagliatore di spese inutili. Non sono mancate frizioni con la Segreteria di Stato e altri dicasteri che gestiscono patrimoni, come l’Apsa. Più volte negli ultimi mesi Francesco è intervenuto, per delimitare i poteri del suo «superministro» economico. Ma senza passi indietro rispetto a un difficile processo di riforma che è ancora lontano dalla meta. 

Vaticano, la casa ristrutturata con i soldi del Bambin Gesù Bertone: «Calunnie, ho pagato io»

Corriere della sera

di Gian Guido Vecchi

L’ex segretario di Stato si ritrova al centro delle polemiche si difende: «Sono 296 metri quadrati, non ci vivo da solo. Per i lavori ho usato 300 mila euro di risparmi miei I 200 mila versati dalla Fondazione Bambin Gesù? Io non ho autorizzato nulla»

Un’immagine di archivio di Tarcisio Bertone (Imagoeconomica)

CITTÀ DEL VATICANO «È una vergogna, non so come difendermi, difendersi dalle calunnie è quasi impossibile. Le vittime sono impotenti». Il cardinale Tarcisio Bertone ha la voce stanca. L’ex segretario di Stato si ritrova al centro delle polemiche, come nel primo Vatileaks. Di nuovo la faccenda dell’appartamento: lo avrebbe ristrutturato con i soldi della Fondazione Bambin Gesù per i bimbi malati. «È offensivo, un’altra delle tante accuse ingiuste e menzognere che ho ricevuto in questi anni».

E allora cosa è successo?
«Premetto che gli appartamenti assegnati ai cardinali della Curia romana sono di proprietà del Governatorato vaticano o dell’Apsa, e vengono ristrutturati a cura delle amministrazioni con spese messe a bilancio anno per anno».

E nel suo caso, eminenza? «Quanto all’appartamento che mi è stato assegnato d’accordo con papa Francesco e i superiori del Governatorato, mi è stato comunicato che quell’anno non era messa a bilancio alcuna somma per la ristrutturazione e avrei dovuto sostenere io le spese. I lavori furono affidati alla ditta Castelli, il cui ad è Antonio Bandera. Mentre avanzavano i lavori e alla Ragioneria arrivavano le fatture da pagare, fui invitato dal Governatorato a saldare. E in effetti, come risulta da una precisa documentazione, ho versato al Governatorato la somma: dal mio conto».

Quanto ha pagato?
«Erano due appartamenti disastrati e abbandonati da anni. Il Governatorato mi ha comunicato una spesa sui 300 mila euro: ho pagato con i miei risparmi per un appartamento che non è di mia proprietà e resterà al Governatorato».

La Fondazione Bambin Gesù ha pagato 200 mila euro, però.
«Così dicono. Solo dopo ho saputo che erano state presentate fatture anche alla Fondazione. Io non ho visto nulla. Ed escludo in modo assoluto di aver mai dato indicazioni o autorizzato la Fondazione ad alcun pagamento. Ho dato istruzioni al mio avvocato, Michele Gentiloni Silveri, di svolgere indagini per verificare cosa sia realmente accaduto. Nel caso venisse accertato che sono state effettuate azioni fraudolente a mio danno, è chiaro, non esiterò a reagire. Vorrei vedere cosa è stato pagato e quanto, il verbale che lo testimonierebbe».

Dicono: il Papa vive in 50 metri quadrati e lei nel lusso. «Io non vivo nel lusso».

Per chiarire: 700, 500, 350 metri quadri? «L’appartamento è di 296 metri quadrati. E non ci vivo da solo. Abito con una comunità di tre suore che mi aiutano, c’è anche una segretaria che il Santo Padre mi ha concesso per scrivere la memoria di tre Papi, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. C’è la biblioteca, l’archivio, le camere per tutti...».

E il terrazzo?
«Sempre questa storia dell’attico con vista su San Pietro. Non esiste nessun attico. Io abito al terzo piano e il terrazzo non è mio, è stato risanato durante i lavori ma è quello condominiale, in cima al palazzo. È di tutti gli inquilini, cardinali e arcivescovi, che ci vivono».

Si parla anche di un volo in elicottero da 24 mila euro...
«Mi fu messo a disposizione da non so quale ente. Ricordo che partimmo da un campo sportivo fuori dal Vaticano. Mi ha trasportato all’inaugurazione del centro regionale Bambino Gesù della Basilicata, a Potenza, il 24 febbraio 2012».

Dice che la calunniano: si è chiesto perché ? «Io mi ritengo una vittima di questi anni. Ho lavorato al servizio dei Papi con fedeltà e dedizione, e anche al servizio del Bambin Gesù. Ho fatto tanto e ora mi ritrovo queste accuse infamanti. Non so, ormai sono nel mirino. Il nome Bertone richiama subito l’attenzione» .

5 novembre 2015 | 07:50

Il party del monsignore in terrazza D’Agostino: era pieno di imbucati

Corriere della sera

di Giovanna Cavalli

Tra uno stuzzichino e un’olivella, con affaccio su piazza San Pietro invasa di pellegrini per la canonizzazione dei due Papi, pure le ostie consacrate, distribuite ai 150 eletti dall’anfitrione monsignor Lucio Angel Vallejo Balda

Cattura

Quel party in terrazza con buffet sotto ai tendoni bianchi poteva anche rientrare nella straclassica categoria «innocenti svaghi del generone romano», se la balconata non fosse stata quella del Palazzo della Prefettura degli Affari economici del Vaticano. E se, tra uno stuzzichino e un’olivella, con affaccio su piazza San Pietro invasa di pellegrini (seduti sui sampietrini aguzzi e presumibilmente con pranzo al sacco) per la canonizzazione dei due Papi, il menù non avesse compreso pure la santa eucarestia, distribuita ai 150 eletti dall’anfitrione monsignor Lucio Angel Vallejo Balda, con le ostie consacrate messe in un bicchiere sottratto al rinfresco, mentre la lobbysta Francesca Chaouqui, sua collega nella commissione Cosea, era indaffarata a socializzare.

Ma la festa ecclesio-vip del 27 aprile 2014 creò subito scandalo, anche per via di quegli sponsor (Assidai, fondo sanitario per dirigenti e Medoilgas, petrolio) segnalati in calce all’invito «strettamente personale» con stemma della Santa Sede e che, per addobbi e canapè, spesero (pare) intorno ai 20 mila euro. Uno sfoggio inappropriato che fece arrabbiare papa Bergoglio e che segnò il declino inesorabile dell’attivissimo tandem Vallejo-Chaouqui.

Esclusi dalle poltrone d’onore sul sagrato, i due avrebbero organizzato l’evento alternativo con vista canonizzazione. «Nemmeno sapevo che esistesse, quella terrazza», racconta Bruno Vespa, che fu tra gli ospiti. «Ho ricevuto l’invito formale della Prefettura per gli Affari economici e sono andato con mia moglie, tutto qui. Non mi sono fermato per il buffet e comunque non era mica un funerale, da stare contriti, ma una festa religiosa. Non conoscevo affatto monsignor Vallejo. La Chaouqui invece sì, da lobbysta intrigante cercava sempre contatti, continuò anche dopo. Da allora però lasciai cadere la cosa. E mi parve un po’ strano che avesse invitato Dagospia».

E in effetti, con il braccio destro renziano Marco Carrai, Roberto Arditti di Expo, il presidente dello Ior Ernst Von Freyberg, l’ex direttore del Gr Antonio Preziosi e Maria Latella, salì lassù anche Roberto D’Agostino, che poi ci fece uno special Cafonal. «Ma quale party dei vip? Mica c’era Scamarcio, mica c’era la Bellucci, al massimo Vespa. Io no, perché sono arrivato in ritardo, calpestando orde di polacchi sdraiati, ma la gente è stata inchiodata là dalle 10 del mattino alle 18 e 30, per andare al bagno bisognava scalare i tetti.

E che dovevamo restare pure a digiuno, a espiare peccati sotto il cielo plumbeo? Che poi altro che banchetto, c’erano quattro pizzette rinsecchite e il vino nei bicchieri di plastica, tutto molto rural, strapieno di imbucati. Io mica ci ero andato per lavoro, ma per un fatto mio religioso. Ho scattato le foto con l’iPhone, mentre i tanti giornalisti che c’erano chiacchieravano e basta. Comunque traboccava di gente anche la terrazza di fronte, eh. E poi boh, a me questo Vallejo non mi sembrava tutto ‘sto corvo».

4 novembre 2015 | 07:41

Quattro fori nel muro

La Stampa
massimo gramellini

Il problema italiano è condensato in una lettera del signor Daniele Mortato apparsa ieri nella pagina della posta di «Repubblica». Vi si narrano le gesta di una comunità scolastica alle prese con un’avventura ai confini dell’impossibile: spostare una lavagna da un’aula all’altra. Il progetto, invero ambizioso, incontra subito un ostacolo: per appendere la lavagna bisogna fare quattro fori nel muro.

I genitori degli alunni destinati a beneficiare del prezioso strumento didattico si offrono di provvedere con il trapano di casa, ma il loro slancio viene frenato dalla regola per cui i lavori devono essere svolti a regola d’arte. Si convoca dunque un artista, nella fattispecie un elettricista, che accetta il rischioso incarico a titolo gratuito. E qui subentra il secondo inciampo: per autorizzare i quattro fori occorre una fattura o quantomeno una documentazione ufficiale che attesti la natura urgente dell’intervento. 

Ma come attribuire a quei quattro fori il marchio indispensabile dell’urgenza? Genitori e insegnanti convengono che l’unica via d’uscita consista nel penetrare nottetempo dentro la scuola e prendere a picconate il muro. L’opera di ricostruzione, a quel punto necessaria, consentirebbe l’aggiunta dei quattro buchi. Ma desistono dall’impresa in quanto persone perbene, requisito che in Italia male si concilia con l’efficienza, e alla fine decidono di lasciare la lavagna dov’è. Moltiplicate per un miliardo di casi questa storia e avrete la radiografia fedele di un Paese bloccato, dove le leggi della burocrazia sono talmente numerose e ottuse che violarle diventa spesso l’unico sistema per metterlo in moto.