sabato 7 novembre 2015

Ecco perché Apple non vuole che compriate il prossimo iPhone

La Stampa
bruno ruffilli

Con il nuovo modello arriverà un inedito programma di leasing che permette di cambiare apparecchio ogni anno. Così Tim Cook conta di incrementare le vendite anche nei mercati già saturi



Arriverà anche in Italia il programma di upgrade dell’iPhone lanciato nel corso dell’annuale evento di presentazione dei nuovi prodotti Apple. Non avrà, con ogni probabilità, l’effetto dirompente che sta avendo negli Usa, dove moltissimi acquistano un telefono sottoscrivendo un contratto con un operatore. È un modello di business che ha contribuito parecchio al successo dello smartphone Apple, e da qualche anno tende a prendere piede anche da noi: si paga il canone e insieme una rata del telefono, ma in cambio si è legati allo stesso operatore per un certo periodo, di solito almeno due anni. 

Ora Apple, che già prevede un sistema di sconti per chi riconsegna un telefono usato, ha pensato bene di offrire il nuovo iPhone 6s non solo in vendita, ma anche in una specie di leasing, con un canone mensile che parte da 32,41 dollari per modello più economico. Non è compreso il traffico voce e dati, per il quale bisogna sempre rivolgersi a un operatore, ma in compenso l’iPhone gode dalla garanzia Apple Care+, che copre quasi tutti i danni possibili, garantendo ad esempio anche la riparazione del vetro del display in caso di rotture. Il contratto dura anche qui due anni, e però è possibile sostituire il vecchio modello con il nuovo, se - come accade ogni dodici mesi - Apple decide di introdurne una versione riveduta e corretta. Questa possibilità di solito manca nei contratti degli operatori, o al massimo è prevista in cambio di una penale.

Phil Schiller, capo del marketing Apple, ha detto a San Francisco che con Upgrade Program ognuno si può permettere un iPhone, ed è vero. La spesa totale per le 24 rate è di 778 dollari, e corrisponde esattamente ai 649 dell’iPhone più 129 dell’Apple Care+, senza nessuno sconto. Ma chi partecipa al programma non si ritrova un telefono usato da poter rivendere, perché alla scadenza del contratto l’iPhone rimane ad Apple, che lo metterà di nuovo in commercio dopo averlo ricondizionato.

I vantaggi comunque sono numerosi: intanto, appunto quello di non doversi liberare dell’apparecchio vecchio, poi di possedere sempre l’ultimo modello, coperto da una garanzia generosa, quindi di pagare la metà del prezzo richiesto dagli operatori. Infine, non bisogna dimenticare la possibilità di cambiare contratto telefonico quando si vuole, visto che il telefono non è vincolato a una rete: per chi viaggia all’estero significa anche poter utilizzare una scheda Sim locale senza essere costretto a pagare il roaming con l’operatore americano. 

Il Ceo di Apple Tim Cook cerca così di spingere il pubblico occidentale a cambiare iPhone, puntando a incrementare le vendite anche nei mercati saturi, dove sarebbe inimmaginabile il 70 per cento di crescita registrato in un anno in Cina. Negli Usa, ad esempio, secondo il Wall Street Journal oggi in media passano 26,3 mesi prima che un utente si decida ad acquistare un nuovo apparecchio; nel 2010 l’intervallo era di 18,2 mesi. Ma al tempo di Spotify e dell’auto condivisa , anche per l’iPhone non ha più importanza il possesso, quello che conta davvero è la possibilità di usarlo senza limitazioni: è la sharing economy secondo Apple. 

Attenti a vendere il vecchio smartphone Android: la privacy è a rischio

La Stampa
chiara severgnini

Resettare il dispositivo non basta per cancellare i dati personali una volta per tutte. Ecco cosa fare prima di disfarsi di un telefono (o di un tablet) che non ci piace più



Prima di vendere uno smartphone usato è buona cosa cancellare i dati personali. Ma il reset alle impostazioni di fabbrica potrebbe non essere sufficiente per tutelare la privacy. A dimostrarlo sono stati i ricercatori di Blancco Technology Group e Kroll Ontrack. Un loro team ha acquistato 122 smartphone e hard disk usati in Gran Bretagna, Usa e Germania e ha scoperto che nel 35 per cento dei casi è possibile recuperare informazioni personali che i vecchi proprietari erano convinti di aver eliminato: si parla anche di mail, sms e fotografie. I più a rischio sono gli utenti Android, mentre chi usa prodotti Apple può fare affidamento sul fatto che iOS applica di default la crittografia a tutta la memoria.

Almeno la metà degli ex proprietari avevano provato a cancellare i dati con un reset dei dispositivi alle impostazioni di fabbrica. Ma allora come mai basta qualche trucchetto di informatica forense per scovarli? Il fatto è che - secondo i ricercatori - il reset standard del sistema operativo Android non cancella efficacemente i dati. Per essere certi di aver reso inaccessibili tutte le informazioni da un dispositivo bisogna attivare la crittografia dalle impostazioni di sicurezza. Così facendo, quando il telefono viene resettato si cancella anche la chiave crittografica, rendendo i contenuti illeggibili. 

Già nel 2014 una ricerca di Avast aveva dimostrato che molto spesso i cellulari usati sono una miniera di dati personali. In quel caso, i ricercatori avevano acquistato su eBay 20 smartphone usati, e analizzandoli erano riusciti a recuperare ben 40.000 fotografie (di cui 1.500 con bambini e circa 1.000 contenenti nudi), 750 tra email e sms e la cronologia di ricerca Google di molti utenti.

Purtroppo per ripescare questo genere di informazioni non serve un hacker: esistono decine di app che permettono anche a chi non ha grandi conoscenze di informatica forense di scovare dati cancellati grossolanamente dagli smartphone. Alcune sono addirittura gratuite. Ma niente panico: per evitare problemi bastano buon senso e prudenza. Prima di vendere il tuo vecchio cellulare Android, assicurati di aver impostato la crittografia prima di resettare. Si fa così: impostazioni/schermate di blocco e sicurezza/altre impostazioni di sicurezza/crittografia dispositivo. 

Il Vaticano e l’Obolo di San Pietro, la metà serve a finanziare la Santa Sede

La Stampa

Ma con Francesco cambio di rotta: l’anno scorso 25 milioni alla carità



«Il Papa sa bene che i soldi dell’Obolo di San Pietro nei momenti di bisogno vengono spesi per mantenere la Santa Sede e far funzionare le 180 rappresentanze diplomatiche in ogni parte del mondo...». Il monsignore gira e rigira tra le mani due grandi fogli con i dati relativi all’Obolo di San Pietro e alla sua utilizzazione nel 2014:

«In opere caritative e di aiuto l’anno scorso sono stati spesi oltre 25 milioni di euro di quel fondo», afferma, rivelando un dato fino ad oggi sconosciuto.Che cos’è l’Obolo di San Pietro? La frase all’inizio della pagina web della Segreteria di Stato con i riferimenti per versare il denaro, spiega che si tratta di «un aiuto economico che i fedeli offrono al Santo Padre, come segno di adesione alla sollecitudine del successore di Pietro per le molteplici necessità della Chiesa universale e per le opere di carità in favore dei più bisognosi». Aiuto al Papa e aiuto ai poveri.

In entrambi libri di Vatileaks 2, che pubblicano le identiche carte della commissione Cosea, un capitolo riguarda la destinazione dell’Obolo. I dati dei libri di Fittipaldi e di Nuzzi non coincidono: il primo afferma correttamente che nel 2012 la raccolta è stata di 66 milioni, il secondo invece parla di soli 53,2 milioni. Entrambi concordano nell’affermare che oltre la metà di quei fondi viene spesa «per la Curia» (35,7 milioni) o accantonata come riserva (6,3), mentre 14,1 milioni vanno per attività caritative. 

Storicamente il «Denarius Sancti Petri» ha origine nel VIII secolo in Inghilterra come offerta per sottolineare il legame con il Papa. È però nell’Ottocento che prende particolarmente piede. Nel 1849 i vescovi degli Usa raccolgono 25mila dollari per aiutare Pio IX in difficoltà economiche. E la denominazione viene definitivamente consacrata con l’enciclica «Saepe Venerabiles» del 1871, nella quale Papa Mastai, il quale l’anno prima aveva perso Roma e ciò che restava dello Stato Pontificio, ringrazia i cattolici di tutto il mondo per l’aiuto ricevuto.

Da allora fino alla morte, nel 1878, Pio IX metterà da parte grazie all’Obolo 4,3 milioni l’anno, indispensabili per il sostentamento della Curia. L’Obolo di San Pietro è servito durante la due guerre mondiali per aiutare popolazioni e comunità. Ma negli anni Ottanta, dopo il crack dell’Ambrosiano, durante il pontificato di Giovanni Paolo II, diverse volte l’intero ricavato è servito per coprire il deficit della Santa Sede. Nel 1991, ad esempio, il cardinale Edmund Szoka, allora presidente della Prefettura degli affari economici, a proposito del rosso di 114 miliardi di lire, comunicava: «anche quest’anno il disavanzo sarà coperto quasi tutto dall’Obolo che nel 1990 ha raggiunto la cifra record di circa 73 miliardi» di lire. Nel 1995 Szoka annunciava che il bilancio era tornato finalmente in attivo dopo ben 23 anni e l’Obolo poteva essere usato per finalità caritative.

La crisi economico-finanziaria del 2007 e gli investimenti sbagliati hanno reso necessario attingere a piene mani all’Obolo per ripianare i bilanci. Con Francesco c’è stato un aumento delle offerte, arrivate nel 2013 a 78 milioni di euro contro i 66 dell’anno precedente; cifre comunque inferiori ai livelli pre-crisi. La gestione dei fondi è affidata alla Segreteria di Stato. Le sei pagine in formato A3, stampate fronte retro che contengono il resoconto dei versamenti attestano che dall’Obolo di San Pietro dell’anno scorso 25 milioni e mezzo di euro sono stati destinati a centinaia di beneficiari.

«Ci sono molte nunziature in aree problematiche, come l’Uganda, l’India, il Bangladesh - spiega il nostro interlocutore leggendo i dati - Ci sono versamenti alla Delegazione apostolica di Gerusalemme e Palestina, a diocesi come quella di Les Cayes ad Haiti e Ouagadugou in Burkina Faso». Ci sono diversi contributi «Cor Unum», il dicastero che interviene nelle situazioni di crisi. Risultano versamenti a mense, dispensari pediatrici, come pure le donazioni che il Papa ha mandato in Iraq.
«Almeno dal pontificato di Paolo VI - scrive Francesco Peloso nel suo libro “La Banca del Papa” - la Segreteria di Stato aveva costituito un fondo d’emergenza, la cui provenienza era nota (le fonti erano l’Obolo di San Pietro e il contributo delle diocesi del mondo al papa), tornato utile più volte in situazioni critiche». Anche per tappare buchi di bilancio.

Zona d’Ambra

La Stampa
massimo gramellini

Nel raccontare a “Io Donna” la fine di un matrimonio - il suo con Francesco Renga - l’attrice Ambra Angiolini ha detto: «Una cosa è certa: non mi sentirete mai recriminare con frasi del tipo “Per lui ho fatto qualsiasi cosa”. Sincerità vuole che, dopo avere affermato di avere fatto tutto per qualcun altro, ci si chieda: ma l’ho fatto per me o per lui?» Da donna forte e intelligente qual è, Ambra ribalta uno dei luoghi comuni più frusti del discorso amoroso: il lamento vittimista di chi rinfaccia al partner in fuga i sacrifici compiuti per lui (o per lei). Come se l’amore avesse qualcosa a che fare con la riconoscenza. 

Tra persone adulte e perbene ci si ama finché si riesce e finché si può, senza calcoli e senza condizioni. Soprattutto si ama l’altro perché si ama se stessi. «Io ti amo» significa «Io mi amo a stare con te». Non è egoismo, ma espressione di uno stato d’animo individuale che si rispecchia e si sublima in quello della persona amata. La fine della relazione resta sempre un’ipotesi e quando succede non è per forza un fallimento né quasi mai una colpa. 

Si comprende l’amarezza di tanti coniugi, in prevalenza donne, che dopo avere sopportato e supportato il partner lungo le pareti della crescita umana e professionale si ritrovano messe da parte e rimpiazzate da qualcun altro che godrà i frutti del raccolto seminato da loro. Esistono strumenti giuridici, purtroppo non sempre efficaci, per garantire una ricompensa economica il più possibile equa. Ma dal punto di vista dei sentimenti l’amore non prevede ricompense, essendo già esso una ricompensa. 

L’osteria senz’oste: multa da 62.000 euro per l’obolo dei passanti

La Stampa
eleonora vallin
07/03/2014

Prosecco e salumi da gustare da soli , versando un obolo in un salvadanaio


La casa offre vino, salumi e biscotti a chi la raggiunge. Chi vuole lascia dei soldi, ma per l’ufficio delle Entrate quella è un’osteria a tutti gli effetti

Un casolare perduto nelle colline del Cartizze. Nessuna indicazione per arrivarci, quasi fosse l’ambito premio di un’insolita caccia al tesoro dove il bottino sono i sani prodotti della terra veneta: prosecco, salumi e biscotti di polenta da gustare in fiducia, da soli e senza imbarazzi, versando un obolo in un salvadanaio. È «l’Osteria senza oste», nome dato quasi per caso a una casa colonica di fine ’800 che Cesare De Stefani, imprenditore e titolare dell’omonimo salumificio, ha deciso di aprire ad amici e passanti.

Non un pubblico esercizio, ma una casa privata «aperta agli onesti», su cui oggi ha messo gli occhi il Fisco. L’Ufficio delle entrate di Montebelluna ha infatti sanzionato con 62 mila euro l’osteria dichiarandola attività imprenditoriale «in nero», facendo il conto dell’evasione fiscale e affibbiando d’ufficio partita Iva e ragione sociale. «Non sono i soldi che mi interessano ma la gioia delle persone che si sentono come a casa loro - risponde l’imprenditore -. Il salvadanaio per le offerte è amovibile per mia volontà. L’ho voluto e lasciato così dal 2005. C’è chi ci mette 50 euro e chi si prende quello che ha messo qualcun altro prima di lui. Non ci può essere idea imprenditoriale alla base di questa scelta».

L’osteria nasce nel 2005. Parte in sordina ma pian piano diventa una mecca del gusto. De Stefani ogni mattina porta in incognito i prodotti freschi del giorno come pane cotto a legna e uova sode. Accende il fuoco d’inverno, lava piatti e bicchieri usati, affranca e spedisce le cartoline scritte dai passanti e lasciate sui tavoli. I salami sono appesi. Le bottiglie di vino sul tavolo, da aprire e gustare. «Io non ci sono mai perché il padrone di casa modifica le emozioni delle persone. Ma è come se le conoscessi tutte, perché leggo le dediche da tutto il mondo: Argentina, Giappone, Inghilterra, Namibia, Porto Rico…». Quasi impossibile arrivarci perché non ci sono insegne. «So di gente che ci ha messo tre anni per trovarla. Molti si fanno accompagnare da chi ci è stato» ammette il titolare. 

Abitato fino al 1959, il casolare si trova a Santo Stefano di Valdobbiadene, sulla linea del fronte della Grande Guerra, a 500 metri in linea d’aria dal Piave e costituisce uno dei migliori showroom della cultura veneta. «Un’idea - dice in difesa il governatore del Veneto, Luca Zaia - che ho sempre sostenuto e promosso. I proprietari dovrebbero essere elogiati per il grande presidio identitario, etico e morale, unico nel suo genere». Già a rischio chiusura nel 2011 perché, secondo il Comune, somministrava cibi e bevande senza autorizzazione, l’osteria si salvò e vinse con tanto di sentenza in cui il giudice dichiarava che «non era tenuta a rispettare le ordinanze comunali per i pubblici esercizi». 

Un’opera che non deve restare sola

La Stampa
emanuele felice

L’Italia dev’essere un grande Paese avanzato. E un grande Paese avanzato fa il ponte sullo Stretto. Un ponte unisce la Danimarca e la Svezia, un ponte - costruito dai turchi - congiunge l’Europa e l’Asia; Parigi e Londra sono legate da un lungo tunnel sotto la Manica. 

È giusto quindi rilanciare il progetto? Dipende. Il ponte ha poco senso se al contempo non si migliora la viabilità - su gomma e su rotaia - interna alla Sicilia e al Meridione; e rischia di non concretizzarsi mai, se non è preceduto da una profonda riforma della pubblica amministrazione e del sistema degli appalti (riforma approvata, ma di cui attendiamo i decreti attuativi dai quali molto dipenderà). 

Forse non è un caso che quando, appena un mese fa, l’idea era stata rinverdita da Alfano, il circuito mediatico l’aveva accolta più come boutade elettorale, per creare un po’ di clientele che rinforzassero le magre fila dell’Ncd, che non come una proposta seria. 

Ora però le cose sono diverse. Renzi sembra consapevole che il ponte non può partire subito, pena il rischio di impantanarsi di nuovo e dopo avere buttato centinaia di milioni di euro in progettazione e penali – come è accaduto l’ultima volta che ci hanno provato davvero, all’epoca del governo Berlusconi. Fa bene però il premier a rompere un tabù, ponendo con forza un obiettivo strategico che deve essere il punto di arrivo di un’ampia opera di ammodernamento delle infrastrutture nel Sud (anziché il fragile punto di partenza).


Peraltro, proprio sulla strategia per il rilancio del Mezzogiorno si è registrato nei giorni scorsi un’importante novità, premessa alla svolta di ieri: l’arrivo del masterplan. Tale era il ritardo che ormai molti commentatori, incluso chi scrive, disperavano della sua esistenza. E invece martedì il masterplan è stato finalmente presentato, per un totale di 95 miliardi di euro da spendere da qui al 2023. Vero è che si tratta in gran parte di fondi europei (solo 24 miliardi sono quelli messi dal Governo, cui se ne aggiungono altri 4,3 di cofinanziamento regionale), ma è altrettanto vero che il punto non sono le risorse o chi mette cosa – i soldi non mancano – ma come vengono utilizzate.

Su questo il documento del Governo appare molto ben centrato. Positiva è l’enfasi sulla capacità amministrativa e la semplificazione delle procedure, in stretta sinergia con le riforme nazionali appena approvate e speriamo in via di attuazione; corretta la critica alle classi dirigenti locali, per l’incapacità conclamata di spendere le precedenti risorse europee.

Nello specifico, poi, non si può non apprezzare l’impegno annunciato proprio sulle infrastrutture – di trasporto e telematiche – come pure su un settore chiave quale l’istruzione. E tutto ciò, nonostante allo stato attuale molto resti ancora nel vago: i 15 patti per il Sud, 8 per le regioni e 7 per le aree metropolitane sono ancora da definire (benché inseriti in un interessante schema programmatico, con una apprezzabile scansione per fasi e priorità).

A quel patto mancava però un cardine strategico, un obiettivo comprensibile a tutti che desse il segno della svolta e fosse anche capace – perché no – di mobilitare energie ed entusiasmi. Renzi deve essersene accorto e, con quel solito slancio che lo contraddistingue (ma che è molto positivo, se bene impiantato), ha indicato come punto di approdo il ponte sullo Stretto: un grande simbolo, se mai vedrà la luce, che in Italia qualcosa è cambiato.

Ma vedrà mai la luce? Non è impossibile. In fondo pochi avrebbero scommesso sul successo dell’Expo, e invece è andata più che bene. Si potrebbe ripetere lo stesso anche per le infrastrutture del Mezzogiorno, dicono gli ottimisti, e quindi alla fine anche per il ponte sullo Stretto. Ma perché ci si riesca, bisogna essere consapevoli che in questo caso il contesto è molto più difficile. Nel Sud non mancano le energie positive, ma molte – perché nasconderlo – non lo sono.

E il governo Renzi, se al vertice sembra avere le idee chiare, poi in realtà si fa debole quando scende nel concreto, nella periferia, giacché deve fare i conti con i diversi potentati locali – proprio come tutti i governi che l’hanno preceduto. Da decenni i tentacoli della malavita si allungano a minare non solo le più importanti opere infrastrutturali del Mezzogiorno (comprese la progettazione e le prime opere del Ponte), ma la speranza stessa di uno slancio innovatore: non a caso è questo un motivo per cui molti si oppongono, in perfetta buonafede, anche al ponte sullo Stretto.

E anche quando non c’è malaffare, troppo radicata è nelle classi dirigenti e nella stessa società una mentalità conservatrice, che all’innovazione e all’efficienza preferisce, dovendo scegliere, il favore e la clientela: quante volte lo sentiamo ripetere, come un mantra nei più diversi ambienti, che la politica deve dare priorità al territorio? La politica invece deve dare priorità al merito. Bisognerà ricordarsene, quando si tratterà di progettare le opere e di darle in appalto. Se non vogliamo che finiscano come la Salerno-Reggio Calabria.

I bimbi atei sono più altruisti di quelli religiosi”

La Stampa

Studio pubblicato sulla rivista Current Biology condotto su 1.170 bambini di sei Paesi

Religione non fa rima necessariamente con altruismo. Sebbene i genitori credenti tendano di più a descrivere i loro figli come empatici e attenti alla giustizia sociale, nuove evidenze fornite da uno studio pubblicato su «Current Biology» sembrano smentirli e consacrare invece campioni di generosità proprio i “rampolli” di famiglie non religiose.

La ricerca, condotta da un team di scienziati dell’università di Chicago, suggerisce che i bambini cresciuti con genitori non osservanti sono più propensi a condividere, rispetto ai coetanei allevati in case in cui si “respira” religione.

Una conclusione basata su un’analisi multiculturale per la quale sono stati arruolati piccoli dagli States alla Cina, coprendo un range ampio di culti, che spazia dalla religione cristiana fino a quella buddista. «Alcuni studi precedenti - spiega Jean Decety dell’ateneo statunitense - avevano dimostrato che le persone religiose non sono più inclini a fare del bene rispetto alle loro controparti non religiose. Il nostro lavoro va oltre, dimostrando che sono meno generosi non solo gli adulti ma anche i bambini».

Per esaminare l’influenza della religione sull’espressione di altruismo, Decety e colleghi hanno chiesto a di 1.170 bambini di età tra i 5 e i 12 anni - provenienti da Stati Uniti, Canada, Giordania, Turchia, Sud Africa e Cina - di giocare a un gioco nel quale veniva loro chiesto di prendere decisioni su quanti adesivi condividere con una persona anonima dalla stessa scuola e di un gruppo etnico simile. La maggior parte dei piccoli provenivano da famiglie identificate come cristiane, musulmane o non religiose. Lo studio ha incluso anche un numero inferiore di bambini di famiglie agnostiche, di religione ebraica, indù e buddista.

I bimbi, osservano i ricercatori, sono diventati più generosi con l’età, in linea con studi precedenti. Ma l’educazione religiosa ha modellato le loro tendenze altruistiche, risultate smorzate in quelli più credenti. Mentre, sempre secondo lo studio, i figli di famiglie atee o non religiose sono risultati essere i più generosi in assoluto.

«È un pensiero molto comune quello secondo cui la religiosità ha una correlazione positiva con l’autocontrollo e i comportamenti morali - riflette Decety - Tale punto di vista è, purtroppo, così profondamente radicato che le persone non religiose possono essere considerate moralmente sospette. Ma la relazione tra religiosità e moralità è in realtà controversa, e non sempre positiva». 

Lo scienziato ha intenzione ora di allargare il suo lavoro di ricerca a bambini da 4 a 8 anni di 14 Paesi: Canada, Cina, Cuba, Colombia, Argentina, Cile, Sud Africa, Turchia, Giordania, Taiwan, Tanzania, Etiopia, Norvegia e Messico. 

Vignette macabre sull’aereo russo caduto, l’ira del Cremlino contro Charlie Hebdo: “Sacrilegio”

La Stampa
paolo levi

L’indignazione della Russia per le caricature: «Vigliacchi, lucrano sulle tragedie altrui»



Rabbia e indignazione della Russia per le ultime controverse vignette di Charlie Hebdo sul disastro aereo nel Sinai. «E’ un sacrilegio», ha tuonato da Mosca Dmitri Peskov, portavoce del presidente Vladimir Putin. Quelle caricature, ha ammonito, «non hanno a che fare né con la democrazia né con la libertà di espressione». In una di queste i pezzi dell’Airbus esploso in aria precipitano sulla testa di un fondamentalista islamico. Titolo: «L’aviazione russa intensifica i bombardamenti».


ANSA

Il settimanale colpito nel gennaio scorso dall’attentato jihadista che decimò la sua redazione ironizza poi sul disastro nel Sinai con un altro disegno intitolato «i pericoli del low cost russo». La vignetta raffigura un teschio sullo sfondo giallo del deserto con la carcassa dell’aereo in fiamme e resti umani. «Avrei dovuto prendere Air Cocaine», recita la testa di morto in un riferimento al recente scandalo dei piloti francesi arrestati per narcotraffico in Repubblica dominicana. 


ANSA

L’ultima macabra battuta, questa volta senza disegno, è invece in un riquadrino dal titolo “Fascismo islamico”: «L’Isis - osserva Charlie - rivendica l’attentato dell’Airbus che si è schiantato nel Sinai con 224 passeggeri a bordo. E’ triste, ma per loro è l’unico modo di recuperare i 224 vassoi pasto gratuiti...». Le caricature sull’aereo russo sono pubblicate nell’ultima pagina del giornale. A Mosca, il portavoce di Putin ha anche dichiarato di aver «cercato assieme ai colleghi» delle vignette sui redattori di “Charlie Hebdo” «uccisi dai terroristi» ma di non essere riuscito a trovarle: «Se sono state pubblicate - ha affermato - anche questo è un sacrilegio».

«Qualcuno è ancora Charlie?» commenta invece su Facebook la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, riferendosi allo slogan creato dopo il sanguinoso attacco al settimanale di Parigi. Furioso anche Aleksandr Romanovich, vice capo della Commissione della Duma per gli Affari internazionali: «Hanno perso ogni pudore, sono dei vigliacchi». Peggio. Per il presidente della Commissione Affari internazionali del Senato russo, Konstantin Kosaciov, «le caricature di Charlie Hebdo non sono che un altro esempio immorale di auto-pubblicità e di guadagno spudorato di soldi sulle tragedie e sui guai degli altri».

Lo Stato ha sulla coscienza la morte di Ermes Mattielli"

Sergio Rame - Ven, 06/11/2015 - 16:37

Monta lo sdegno dopo la morte di Mattielli, condannato per essersi difeso da due ladri rom. La condanna di Salvini: "Questo Stato è amico dei delinquenti". La Meloni: "La sua morte è sulla coscienza dello Stato". Oggi i funerali

"Ermes è una vittima dello Stato, uno Stato amico dei delinquenti. Una preghiera e tanta rabbia: Ermes uno di noi".



Le parole di Matteo Salvini riecheggiano nel giorno del funerale dell'ex rigattiere vicentino che era stato condannato per avere sparato 14 colpi di pistola, il 13 giugno 2006, ferendo gravemente due nomadi che si erano intrufolati nel suo deposito di robivecchi a Scalini di Arsiero. Ermes Mattielli è stato stroncato da un infarto dopo la clamorosa condanna che aveva scatenato una polemica politica per diversi giorni.

Mattielli viene condannato a cinque anni e quattro mesi di reclusione dal Tribunale di Vicenza per aver sparato a due rom che si erano introdotte in piena notte nel suo deposito di ferri vecchi per rubare. La morte l'ha preso all'indomani dell'infarto che lo aveva costretto in ospedale. Prima del malore era stato condannato anche a risarcire i due nomadi con una provvisionale di 135mila euro.

"Era una persona perbene - tuona Maurizio Gasparri - ha avuto il solo torto di difendersi da due delinquenti che lo stavano derubando". Lo Stato non lo ha defeso. Anzi, si è accanito contro di lui."Oggi è evidente a chiunque quanto la sofferenza e il dolore possa aver inciso - conclude Gasparri - l’Italia migliore è indignata e sconvolta".

Nel centrodestra lo sdegno è totale. "È la morte di una persona che ha lavorato una vita - dice Salvini - e fa incazzare. Se non è una morte di Stato questa?". Il leader della Lega Nord ha cenato con Ermes pochi giorni fa, in una serata organizzata per raccogliere fondi per le sue spese legali. Adesso non serviranno più. "E magari qualcuno adesso sarà anche contento - continua il leader del Carroccio - dirà che aveva esagerato, qualcuno dirà pure che era cattivo, un pistolero".

Salvini racconta particolari della vita di Mattielli, che aveva anche una disabilità importante. "Aveva una gamba di legno. Eppure per questo non aveva una pensione, ma solo 120 euro al mese". Poi lo Stato te ne chiede oltre 135mila perché due rapinatori entrano nel tuo magazzino per derubarto. "Ermes se ne doveva andare più tardi, in un modo più degno, e ricordato dallo Stato italiano non come un pregiudicato e un delinquente - conclude Salvini - ma come una persona che voleva solo lavorare e stare tranquilla a casa sua".

Anche al quartier generale di Fratelli d'Italia il dolore è molto forte. Nel ricordare che "la difesa è sempre legittima", Giorgia Meloni accusa lo Stato di "avere sulla coscienza la morte di Ermes".

Sorprendono ladri in casa: massacrate due donne

Chiara Sarra - Ven, 06/11/2015 - 16:48

Hanno sorpreso i ladri nella propria casa di Renazzo di Cento (Ferrara).
 
Per questo le due donne sono state aggredite dai malviventi che le hanno colpite alla testa con un bastone. I banditi sono poi fuggiti in auto con un bottino da 300 euro.

Le due sono in fin di vita: l'anziana di 86 anni, Cloe Govoni, già malata e inferma, ha subìto un grave trauma cranico, mentre la nuora, la 53enne romena Maria Humeiuc, è stata intubata e trasferita con l'elisoccorso all'ospedale Maggiore di Bologna: per entrambe la prognosi è riservata. A dare l'allarme, sono stati i vicini che hanno sentito dei rumori.

I costi della politica

Corriere della sera
di Sergio Rizzo

Le buste paga dei governatori delle Regioni, più pesanti grazie ai rimborsi (esentasse)

Il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi ha commentato con il sorriso sulle labbra:

«Probabilmente Matteo Renzi si riferiva ai deputati. Io prendo quanto un direttore, anzi meno del direttore generale della mia Regione». Facile. Si sa che certi burocrati guadagnano più dei politici, e non stupisce più di tanto.

 

Ma che il presidente del consiglio dei ministri abbia una busta paga più magra dei presidenti di Regione, come ha sibilato Renzi all’indirizzo dei governatori che ancora si lamentano per i tagli della legge di stabilità, in effetti, può lasciare di stucco chi non immagina come vanno certe cose nella politica italiana. E magari ricorda vagamente che dopo lo scandalo del consiglio regionale del Lazio il governo Monti fece approvare una legge che avrebbe dovuto porre un limite ferreo ai compensi degli eletti regionali.

Per esempio, il presidente della Regione Toscana, che è uno dei governatori meno pagati d’Italia, ha di sicuro una indennità più alta di quella del premier. Le Regioni forniscono generalmente i dati delle retribuzioni lorde, ma ricavare il netto, con l’aiuto di programmini di calcolo comunemente disponibili su internet, non è troppo difficile. E il risultato, nella fattispecie, è questo. L’indennità mensile del premier è pari a 9.566 euro e 39 centesimi lordi, corrispondente a 5.381,95 euro netti per chi risiede a Roma e a 5.425,38 euro per chi abita a Firenze.

Al governatore della Toscana spettano invece indennità tassate pari a 10.154,95 euro, per un netto di 5.678 euro e 3 centesimi. Di più, al presidente della Regione toccano rimborsi spese forfettari, quindi non tassati, per 2.845 euro e 5 centesimi. Il che porta il totale netto percepito ogni mese a 8.523 euro e spiccioli. Cifra, peraltro, che risulta superiore di mille euro circa ai 7.519 euro netti che rappresentavano la somma delle indennità e dei rimborsi fino al dicembre 2012: cioè prima che i tagli imposti da Monti entrassero in vigore. Non trovate che sia curioso?

Ma c’è ovviamente una spiegazione, per quanto poco digeribile. La legge voluta da Monti ha imposto il massimo di 11 mila euro lordi mensili alla retribuzione «onnicomprensiva» dei consiglieri regionali, mentre per i governatori il limite è stato fissato a 13.800. Inutile dire che quasi tutte le Regioni si sono adeguate a quegli importi o ci sono andate molto vicino, anche quelle come la Toscana dove i compensi erano più bassi.

Così oggi il totale lordo degli emolumenti del governatore toscano è di 13 mila euro mensili. E non è stato l’unico a veder gonfiare la propria busta paga. In qualche caso anche grazie ad un’accorta gestione delle voci accessorie: una sforbiciatina allo stipendio e contemporaneamente una spintarella all’insù dei rimborsi. Un gioco da ragazzi, ridurre le voci tassate e aumentare quelle senza tasse. Per evitarlo sarebbe bastato fissare un tetto agli emolumenti netti, anziché al lordo. Ma perché frustrare la creatività delle nostre Regioni?

C’è il presidente della Regione Abruzzo, passato da 8.450 a 9.748 euro netti al mese. C’è quello della Basilicata, salito da 9.221 a 9.790. C’è la presidente dell’Umbria, altra Regione tradizionalmente rossa al pari della Toscana, il cui emolumento è cresciuto da 7.604 a 8.921. E anche la sua collega del Friuli-Venezia Giulia deve registrare un aumento simbolico: il calcolo dà oggi un netto di 8.136 euro, contro gli 8.063 di tre anni fa. Altri hanno semplicemente limitato i danni. È il caso del presidente dell’Emilia-Romagna, che ha perso più o meno trecento euro, o di quello del Veneto, il quale ha dovuto rinunciare a 130 euro.

Botte più serie le hanno invece accusate i presidenti di Marche (-906 euro mensili), Molise (-1.527), Lombardia (-2.403), Lazio (-2.502), Sicilia (-4.444), Piemonte (-4.687) Puglia (-5.034), Sardegna (-5.606). Ma certe paghe erano così alte che il sacrificio non è stato poi così doloroso. Non mancano alcune incongruenze fra i nostri calcoli sul netto e le cifre dichiarate. Il compenso netto del governatore della Campania, rimborsi compresi, che si dovrebbe attestare intorno agli 8.800 euro netti al mese contro i 10.775 del 2012; risulterebbe invece di 10.300 euro. Idem quello del presidente della Liguria, dichiarato in 10.514 euro netti al mese contro i 9.890 calcolati; tre anni fa era di 10.841 euro, quindi più o meno come oggi.

Qualche danno collaterale l’hanno poi subito anche i vertici politici delle Province autonome di Trento e Bolzano, con tagli rispettivi di 1.777 e 2.079 euro mensili. Anche se il compenso del presidente altotesino rimane comunque ampiamente superiore al tetto dei 13.800 euro lordi mensili previsti dalla legge: tocca infatti i 19.215 euro, per un netto (10.668 euro) che supera di poco quello percepito da chi invece quel limite lo rispetta. Per esempio il presidente della Regione Calabria: 10.493 euro. Perché mai? Semplicissimo. I rimborsi forfetari esentasse del presidente della Provincia di Bolzano sono di 700 euro mensili, mentre quelli del governatore calabrese raggiungono 6 mila euro. Il top in Italia. E addirittura più alti della sua indennità netta (circa 4.500 euro), facendogli scalare la classifica dei compensi dei presidenti regionali.

Vicenza, furti, vendette e denunce: «Così producevo l’Asiago fuorilegge»

Corriere della sera

di Andrea Pasqualetto

La denuncia choc di un mastro casaro. Da vent’anni formaggio fatto con latte in scadenza, senza rispettare le regole. La procura di Vicenza apre un fascicolo

Lorenzo Bistore, responsabile della produzione per Latterie Vicentine

Mille anni di storia e ora che il dolce e delicato Asiago è diventato un principe delle tavole, con tanto di marchio Dop, ecco che uno dei suoi grandi mastri casari, Lorenzo Bistore, ne parla come di un formaggio fuorilegge: «Fino al 22 novembre 2014 il latte di recupero è stato mescolato con quello proveniente da confezioni vicine alla scadenza... quando un latte non conforme ai disciplinari imposti dalla legge viene a contatto con latte conforme rende non conforme tutto il serbatoio...».

Cioè, Bistore mette in discussione la qualità dell’Asiago prodotto dalla società per cui lavorava, la Latterie Vicentine, colosso del settore da 70 milioni di fatturato, 400 aziende agricole associate e 3000 ettolitri di latte lavorato al giorno. E non lo fa chiacchierando con gli amici al bar di Montecchio, dove vive. No, ne ha parlato a un pm di Vicenza, Cristina Gava, che stava indagando su di lui per via di alcuni furti di latte subiti dalla Latterie dove era responsabile di stabilimento. Di fronte a queste dichiarazioni, contenute in un verbale tenuto segreto, il magistrato ha deciso di aprire un nuovo fascicolo per capire se davvero siamo di fronte a una frode colossale o se piuttosto non ci sia dietro qualcosa di diverso, cioè una sorta di guerra del latte che Bistore ha deciso di fare per ragioni economiche.
L’informativa
Comunque sia, le sue parole hanno messo in moto un’inchiesta che ha già condotto a una prima informativa dei carabinieri: «Le attività fin qui svolte hanno per il momento consentito di riscontare le dichiarazioni dell’indagato - scrivono gli uomini dell’Arma - E di delineare uno scenario nel quale l’azienda ha commercializzato negli ultimi 15-20 anni formaggio denominato “Asiago pressato dop” prodotto con materie prime non conformi al disciplinare imposto dal relativo Consorzio di Tutela e pertanto diverso, per qualità, da quella dichiarata all’utente finale». Due i reati indicati dagli investigatori: 515 e 517 del codice penale, frode in commercio e vendita di prodotti industriali con segni mendaci. Da parte dell’azienda, la difesa è ferma: produzione regolare. Il procuratore capo di Vicenza, Antonino Cappelleri, invita alla prudenza: «L’indagine è aperta ma è necessario valutare molte cose».
Così evitavamo i controlli
Domanda: perché il sessantenne Bistore, l’uomo che per molti anni ha seguito l’intero ciclo produttivo del formaggio, decide di parlare solo ora? La sua denuncia è articolata: «Negli ultimi venti anni siamo passati indenni a tutti i controlli perché, stante la complessità del sistema, è difficile capire l’esatto funzionamento e quindi rilevare le anomalie... A tutto il personale addetto al ricevimento latte era stato detto che, in caso di verifica da parte di enti di controllo, bisognava dire una certa cosa...».

Da queste parole è scaturita anche un’indagine della Guardia di Finanza che sospetta del nero. In questo caso esiste un rapporto firmato dal comandante del Nucleo di polizia tributaria, Fabio Dametto. «Si ritiene che Latterie Vicentine - concludono le Fiamme Gialle - attraverso un impiego di latte di recupero/latticello, si sia assicurata la sovrapproduzione di forme di formaggio Asiago Pressato Dop, verosimilmente poi cedute in nero al dettaglio». Nessun reato, qui. Perché la stima del nero è sotto i tetti della legge penale.
I furti
Ma dietro alla cheese connection c’è dell’altro. Ci sono soprattutto quei furti di latte che nel novembre del 2014 hanno portato all’arresto di Bistore e che ora stanno per costargli il rinvio a giudizio con un paio di complici. La procura lo accusa di aver rubato centinaia di quintali di latte, prelevati in giorni diversi, di notte, con alcuni camion. «Ammetto il fatto di aver caricato del prodotto in tutti e tre gli episodi contestati con le due persone indicate... Voglio solo precisare che il prodotto prelevato non è “latte” ma “latticello”. Si tratta di un prodotto che arriva da Bassano dove si produce il Grana Padano...».

Come dire, il bottino ha un valore inferiore. «Lo dice perché vuole risarcire il meno possibile», sospettano gli inquirenti. Ecco la ragione per cui avrebbe «cantato», sospettano: «Ora bisogna vedere se le sue canzoni raccontano una verità». Come replica Bistore? «Per qualsiasi cosa rivolgetevi al mio avvocato, Lino Roetta». Che dice Roetta? «Non parlo». Nel frattempo sono stati sentiti alcuni testimoni, dipendenti della Latterie, che hanno spiegato come il singolare metodo produttivo voluto da Bistore sia terminato con il suo arresto. Quanto ai consumatori, è lo stesso mastro casaro a tranquillizzare tutti: «Le aggiunte non rendevano il prodotto nocivo per la salute».

6 novembre 2015 (modifica il 6 novembre 2015 | 09:01)