martedì 10 novembre 2015

La Sardegna che vorrebbe l’indipendenza come i catalani

La Stampa
laura secci

Secondo una ricerca, il 40% degli isolani spera in un futuro di autonomia. E il partito Unidos ora torna alla carica



Italia? No, grazie. Siamo europei. In Sardegna il caso della Catalogna che ieri ha avviato il processo di indipendenza ha rinfocolato quelle fiamme mai spente di un indipendentismo atavico, sentito adesso come necessario.

«La causa della Catalogna -dice il deputato sardo del partito indipendententista Unidos, Mauro Pili - è uguale a quella della Sardegna. L’autodeterminazione dei popoli è un diritto/principio inviolabile. Per questo motivo Unidos incontrerà già nei prossimi giorni i rappresentanti del governo della Catalogna per intraprendere una strategia unitaria per la difesa dell’autodeterminazione dei popoli.

La decisione di oggi del Parlamento catalano è un passo decisivo che si coniuga con l’iniziativa parlamentare per la modifica costituzionale che prevede la facoltà del Popolo Sardo di indire un referendum per l’indipendenza della Sardegna. I Sardi come i Catalani devono essere liberi di decidere se stare o non stare negli Stati in cui sono stati relegati. L’autodeterminazione dei Popoli è un principio e un diritto che né gli Stati, né l’Europa possono negare».


(Foto: Mauro Pili, deputato di Unidos ed ex presidente della Regione)

Che qualcosa si stesse muovendo sull’isola si era capito già da qualche settimana. Una recente ricerca condotta dall’Università di Cagliari contemporaneamente a quelle di Edimburgo e della Catalogna, rivela che nove sardi su dieci vorrebbero un governo locale con più poteri di quelli attuali e che circa il 40 per cento coltiva sentimenti di indipendenza. «Questi dati rivelano un forte sentimento di identità – spiega il presidente della Regione, Francesco Pigliaru (Pd) - oltreché la necessità di uno Statuto con più regole specifiche che principi. È comunque ormai un patrimonio comune la richiesta di maggiore autogoverno dell’Isola».



«Lo Stato nega alla Sardegna i diritti fondamentali, dai trasporti all’energia, la tratta come una colonia sottomessa, scaraventa sulla nostra terra tutte le attività più invasive e pericolose, dalle basi militari a quelle inquinanti». Così il deputato di Unidos Mauro Pili (ex presidente della Regione) ha spiegato la presentazione alla Camera, per la prima volta a 68 anni dalla Costituzione, di una proposta di legge per un Referendum sul riconoscimento dell’indipendenza sarda. Per Giovanni Columbu, Presidente del Partidu sardu - Partito Sardo d’Azione: «Il sentimento sardista adesso è cresciuto in modo clamoroso. Sia quello dichiarato che quello diffuso. Oggi possiamo e dobbiamo adoperarci prioritariamente per promuovere un nuovo schieramento di impronta sardista, sovranista e indipendentista».


ANSA
(Foto: Francesco Pigliaru, presidente della Regione Sardegna)

I TRE NODI CRUCIALI
La base dell’insofferenza crescente dei sardi, che si incanala in parte nelle spinte autonomiste e in parte in quelle indipendentiste, poggia su tre colonne portanti che, da sole, sorreggono le istanze della seconda isola per estensione del Mediterraneo e certamente la più distante dalla terraferma tra le grandi isole: energia, servitù militari e trasporti.

Energia. La Sardegna è l’unica regione italiana a non avere il metano. 
Servitù militari. Il 68% del totale delle servitù dell’intera nazione sono sull’isola. È iniziata il 3 ottobre l’operazione Trident, ma entrerà nella fase più calda il 21 ottobre con l’impiego dal vivo delle unità militari. Sul campo e in mare oltre 230 unità terrestri, aeree e navali e forze per le operazioni speciali di 28 paesi alleati e 7 partner, con 36 mila uomini impegnati in un “demo” della guerra tecnologica.

Trasporti. Con l’acquisizione della Tirrenia da parte del gruppo Mobylines (con un operazione da 100 milioni di euro), l’armatore napoletano Vincenzo Onorato controlla di fatto tutto il traffico marittimo da e per l’isola. «Un regime di monopolio, basta vedere i prezzi quasi identici dei biglietti, che non danneggia solo il turismo, ma anche e soprattutto i sardi che devono uscire dall’isola e quelli che invece devono rientrarvi» spiega Pili.


(Foto: Maddalena Calia, avvocato ed ex eurodeputata)

Gli esperti
«La Sardegna è nuovamente attraversata da spinte indipendentiste - spiega Carlo Pala, politologo dell’Università di Sassari - L’indipendentismo sardo contemporaneo ha ispirato diversi partiti indipendentisti europei: anti-nazionalista, tendenzialmente pro-europeo, pronto a dialogare con forze di tendenza “centralista”».

Un’analisi lucida della situazione arriva da Maddalena Calia, prima parlamentare europea eletta dai sardi (con 116 mila preferenze, nel 2008, tra le fila del Pdl), avvocato e “sindaco simbolo” nel comune di Lula della lotta al banditismo. «Mai come dopo la mia esperienza a Bruxelles sono stata convinta che per la Sardegna ci sono gli spazi per chiedere e ottenere l’indipendenza – ha spiegato Calia -. Ricordo una curiosità: il mio collega maltese, e parliamo di uno stato insulare di 316 chilometri quadrati (contro i 24 mila della Sardegna) mi aveva chiesto, incredulo, come mai il popolo sardo non avesse mai chiesto l’indipendenza dall’Italia.

Confesso di aver avuto difficoltà a dargli una risposta. Tutt’oggi non conosco il perché. Sono convinta però che i sardi vogliono e possono ottenere tutti i diritti finora negati dallo Stato italiano. Dobbiamo però avere una forza politica in grado di sedersi al tavolo con il governo centrale mostrando tenacia e competenza». 

La Catalogna vota sì, parte il processo d’indipendenza. Rajoy: “Resterà Spagna”

La Stampa
francesco olivo

Ok alla mozione che dà l’avvio alla formazione della repubblica catalana. Proteste di tutti i partiti. Il premier: «Impediremo che questa sfida alla democrazia si compia»

Uno strappo storico. Il Parlamento di Barcellona ha votato la mozione che dà l’avvio alla formazione della repubblica catalana, 72 deputati a favore, 63 contrari. I parlamentari popolari hanno mostrato bandiere spagnole per protesta. 

Quella di oggi è una decisione che fa seguito alla vittoria delle forze indipendentiste alle elezioni del 27 settembre. Il governo Rajoy è pronto a reagire: «Utilizzeremo lo stato di diritto per impedire che questa sfida alla democrazia si compia - dice il premier in una dichiarazione ufficiale da Salamanca -, metteremo in marcia tutti i meccanismi che la legge ci concede. E’ un tentativo che disprezza la pluralità spagnola. Ma i cittadini stiano tranquilli: la Catalogna resterà in Spagna e in Europa. Siamo una democrazia avanzata». 

La mozione, composta da nove punti, dichiara esplicitamente che non verranno più rispettate le sentenze delle istituzioni spagnole in particolar modo quelle del tribunale costituzionale. Ed è proprio all’alta corte che il governo di Madrid si rivolgerà come prima reazione ufficiale. Tutti i partiti spagnoli, seppur con diversi accenti, criticano duramente il voto del parlamento catalano:

«E’ un attentato alla democrazia», dice Susana Diaz la presidente dell’Andalusia e potente dirigente socialista. Rajoy incontrerà domani il leader del Psoe Pedro Sánchez alla Moncloa per cercare un fronte comune davanti alla sfida indipendentista. In prima linea contro la secessione anche Ciudadanos, il nuovo partito guidato dal catalano Albert Rivera molto quotato dai sondaggi. Podemos mantiene una posizione diversa, no all’indipendenza, ma sì a un referendum. 

All’esterno del parlamento della ciutadela di Barcellona manifestanti indipendentisti che hanno festeggiato all’annunicio dei risultati del voto e bandiere spagnole che hanno fischiato, nessun incidente, come sempre da queste parti, ma certo tanta tensione. 

Ecco i trucchi per fare la coda!

Fonte

Ecco come si fa a scegliere la fila più veloce

Cattura

Vi è mai capitato di fare la coda al supermercato e pensare di aver scelto la fila sbagliata? Vi è mai capitato di sentirvi un po' frustrati perché la fila vicino a voi sembra essere più veloce? Probabilmente è capitato a chiunque di trovarsi in una simile situazione. David Andrews, autore del libro Why Does The Other Line Always Move Faster?, sottolinea come a volte la mente sia più concentrata e attenta su chi ci supera in una coda piuttosto che chi noi stiamo superando. Come dire: a volte la vostra fila è più veloce di altre ma la vostra mente non se ne accorge.

Prendendo spunto da un articolo pubblicato sul quotidiano britannico the Sun, ecco 6 suggerimenti per scegliere la coda più veloce.

1 - Scegliere la fila con più uomini. Il motivo? Gli uomini sono un poco meno pazienti delle donne per cui è più probabile che qualcuno della coda abbandoni la fila.
2 - Scegliere la fila a sinistra. La maggior parte delle persone sono destrorse e per questo motivo  sono istintivamente portate ad andare a destra.
3 - Non usate le casse rapide. A fare la differenza non è il numero di prodotti ma il numero di persone in fila prima di voi.
4 - Scegliete le casse che consentono il pagamento solo in contanti perché il pagamento in cash è più veloce di quello effettuato con la carta di credito.
5 - Se dovete scegliere tra tre file non scegliete quella di mezzo.
6 - Le code regolate dai numeri sono le più veloci.

Blitz da film ad Aleppo, le forze speciali d’Israele salvano gli ultimi ebrei

La Stampa
maurizio molinari

Presi dalle case e portati in auto in Turchia. L’azione coordinata da un uomo d’affari Usa



Gli ultimi ebrei di Aleppo sono fuggiti con una spericolata operazione top secret coordinata da un uomo d’affari israelo-americano. È il «Jewish Chronicle» londinese a svelare la vicenda, avvenuta all’inizio dell’anno, che ruota attorno a Moti Kahana, tycoon americano nato a Gerusalemme con forti legami con i ribelli anti-Assad.

Kahana viene a sapere che ad Aleppo vive ancora una famiglia ebraica - l’ultima dei «Halabi», una delle comunità più antiche della Diaspora - composta da Mariam, un’anziana donna di 88 anni, le figlie Sara e Gilda, il marito musulmano di Gilda, Khaled, e i loro tre bambini. Sono alcuni ribelli a far sapere a Kahana che i jihadisti di Isis hanno scoperto la loro esistenza e dunque rischiano il rapimento o la morte. Kahana riesce a mandare un messaggio alla famiglia sull’intenzione di soccorrerli ma loro reagiscono esprimendo paura.

Il resto avviene quando un pulmino bianco si ferma davanti alla casa della famiglia di Mariam, scendono alcuni uomini e bussano forte alla loro porta. Sono le 12 in punto, l’ora della preghiera pomeridiana che coincide con una tregua de facto fra le fazioni che consente di muoversi in città. Mariam e gli altri aprono temendo il peggio. Gli viene detto «avete pochi minuti per fare le valigie e venire via» e quando salgono sul pulmino ricevono passaporti siriani nuovi di zecca.

VERSO ISTANBUL
«Andiamo a New York», gli dice l’autista, iniziando un viaggio via terra verso il confine con la Turchia che dura 36 ore, attraversando zone di combattimento, disseminate di posti di blocco e cecchini. Vengono fermati da un gruppo islamico e al miliziano che controlla i documenti uno degli uomini del pulmino spiega che si tratta di «una famiglia di rifugiati che va verso Nord». Il miliziano gli crede, aprendogli la strada verso il confine, da dove raggiungono Istanbul dove Kahana li accoglie portandoli alla locale «Sochnut», l’Agenzia ebraica per l’immigrazione in Israele.

L’intento è farli partire in fretta ma non tutto fila liscio: per Mariam e Sara non ci sono problemi e in pochi giorni raggiungono Ashkelon, dove oggi risiedono, mentre Gilda non può immigrare perché per sposare Khaled si è convertita all’Islam e dunque per lei l’immigrazione non può essere istantanea. Serve tempo per superare l’ostacolo ma Gilda e Khaled, dopo la partenza di Mariam e Sara, scelgono di tornare in Siria. E Kahana si scaglia contro l’Agenzia ebraica, accusandoli di «aver mandato tutto all’aria». Resta l’interrogativo sull’identità degli autori del blitz ad Aleppo: da New York a Gerusalemme si rincorrono le voci sulla partecipazione di «agenti segreti» e «truppe speciali» israeliane sovrapponendosi allo scenario di «contractors privati» assoldati dal tycoon. Protagonisti di una trama simile a un film d’azione. 

Per poliziotti, finanzieri e carabinieri aumento beffa di 14 euro lordi al mese

La Stampa
francesco grignetti

Malumore fra le forze dell’ordine sulle proposte di rinnovo contrattuale

Qualcuno ha calcolato che in busta paga sarebbero 9 euro lordi di aumento al mese. Altri, più ottimisti, si fa per dire, calcolano un aumento di 14 euro. Sempre al lordo. In ogni caso, per gli operatori della sicurezza - agenti di polizia, carabinieri, finanzieri - il rinnovo del contratto porterà solo amarezze.

«Non possiamo accettare - hanno solennemente tuonato i leader dei sindacati confederali - che le regole dello Stato di diritto vengano aggirate con stanziamenti sufficienti sì e no per l’acquisto di un panino imbottito al mese». C’è un gran malumore, tra le divise. Dopo anni di stanziamenti sempre più frenati, per loro come per il resto della Pubblica amministrazione, e una lunga vacanza contrattuale, è giunta una sentenza della Corte Costituzionale che intima al governo di rinnovare i contratti.

«Il governo ne ha preso atto e non poteva fare altrimenti», dice Daniele Tissone, segretario della Silp-Cgil. «Ma si muove in evidente malavoglia, tanto è vero che ha stanziato appena 74 milioni di euro per gli aumenti. Se li andiamo a dividere per i 450mila operatori del comparto, significa al massimo un aumento mensile da 14 euro. Quello che ci fa rabbia, però, è che con lo stesso provvedimento si stanziano 83 milioni di euro, 9 più che per noi, per pagare i soldati di Strade sicure e quelli della Terra dei fuochi».

E' tempo di tagli e di dimagrimento, si sa. Anche per le forze del ministero dell’Interno. Nonostante le grandi sfide. Per quanto riguarda il Giubileo che sta per iniziare, il ministro Angelino Alfano garantisce che si può stare tranquilli. «In occasione di grandi eventi - dice - ha sempre funzionato il pieno raccordo fra intelligence e polizia, e in questo senso, abbiamo anche deciso di assumere 2.500 agenti di polizia, da utilizzare subito dopo un corso di formazione, e di assegnare all’area romana quasi duemila unità, fra agenti di polizia, carabinieri e guardia di finanza».

È un fatto, però, che agli organici delle forze di polizia è stato imposto un digiuno forzato. Si è alla vigilia della chiusura di centinaia di piccoli posti di polizia. E non c’è da meravigliarsi, considerando che rispetto a qualche anno fa ci sono 45mila operatori in meno. E se ogni anno vengono assunti in 2500, ne vanno in pensione il doppio.

A Roma, secondo dati dei sindacati di polizia, tra il 2001 e il 2014 la popolazione è cresciuta del 13%, il che significa un aumento di 300 mila residenti, ma di contro la questura ha ridotto i suoi organici del 26%. Forse erano troppi prima, ma adesso sono diventati pochi. Ricorda sempre Tissone: «A Ostia, c’è in servizio 1 agente ogni 1000 abitanti. Al Casilino va anche peggio: 1 agente ogni 2560 abitanti».

Ecco, se questi sono i numeri, non c’è da meravigliarsi che un sindacato con simpatie di centrodestra come il Sap fosse sul palco di Bologna con Matteo Salvini. «Noi andiamo ovunque ci invitino a parlare delle condizioni del nostro personale», spiega il segretario Gianni Tonelli. Detto questo, il quadro del Sap è addirittura apocalittico:

«Vogliono far pagare lacrime e sangue ai poliziotti e ai cittadini con scellerati tagli alla sicurezza che siamo i soli a denunciare con forza. Qui si distrugge per distruggere. Si parla di 6 euro netti di aumento per agente. Vogliono farci abdicare alla nostra missione. Cifre e dati, le opposizioni parlamentari le stanno tirando fuori analizzando la legge di Stabilità». 

Il grillino Luigi Di Maio, in effetti, sta spopolando su Facebook con un post che elenca una raffica di tagli. Si prevedono 491 milioni di euro in meno per le spese del ministero dell’Interno. Mancheranno fondi per la gestione di caserme, per i reparti di prevenzione del crimine, per l’Arma, e anche per la Direzione investigativa antimafia. Se il Sap ha scelto di buttarsi con Salvini, i confederali, con modi più istituzionali, hanno iniziato a incontrare i gruppi parlamentari. «Ma non escludiamo nessuna forma di lotta democratica». 

Bologna, calci e pietre contro la polizia: già liberi i tre antagonisti

Giuseppe De Lorenzo - Lun, 09/11/2015 - 15:51

Nemmeno 12 ore di fermo per i tre attivisti dei centri sociali fermati durante i cortei di protesta contro la kermesse del centrodestra. Salvini: "Questa giustizia mi fa schifo"



I giudici, insomma, insieme alla sinistra, fanno finta che non sia successo nulla.

I tre antagonisti, fermati ieri dalla polizia durante gli scontri alle manifestazioni di protesta organizzate a Bologna contro il centrodestra, sono stati già rilasciati. Nessuna punizione per loro, che forse non riceveranno nemmeno il rimprovero dei genitori. Due dei tre attivisti anti-Salvini erano stati arrestati prima dei cortei perché avevano cercato di sfuggire al controllo di una volante della polizia. Il terzo, invece, era stato fermato nel pomeriggio dalla Digos nei pressi di porta Mascarella.

Proprio in quella zona, per tutta la mattinata i centri sociali e gli antagonisti hanno ingaggiato una dura battaglia con le forze dell'ordine, forzando i blocchi e cercando gli scontri. I tafferugli sono iniziati quando due dei tre cortei (uno partito da piazza XX Settembre e l'altro asserragliato sul ponte di via Stalingrado) hanno cercato di ricongiungersi. La polizia presidiava il ponte, impedendo agli antagonisti di forzare il blocco e raggiungere il centro città dove - nel frattempo - stava iniziando la kermesse del centrodestra. (guarda il video)

Gli scontri sono stati violenti. Un poliziotto è stato raggiunto in pieno da petto una bomba carta ed è finito all'ospedale. Ma i "democratici" antagonisti possono già girare in libertà.

"La 'giustizià italiana mi fa schifo' - ha scritto su Facebook Matteo Salvini non appena appresa la notizia - Sono già liberi i due 'bravi ragazzi' dei centri a-sociali arrestati ieri a Bologna per resistenza e lesioni contro Polizia e Carabinieri". E non può non saltare all'attenzione la differenza di trattamento riservata ad Ermes Mattielli, il rigattiere di Vicenza condannato alla galera per aver sparato ai ladri entrati nella sua attività, venuto a mancare nei giorni scorsi: "Più di 5 anni di galera al povero Ermes- scrive Salvini - e neanche 12 ore a chi picchia un poliziotto. La 'giustizià italiana mi fa schifo'".

Centri sociali con le molotov. Ma il sindaco Pd li "assolve"

Giuseppe De Lorenzo - Lun, 09/11/2015 - 08:14

I black bloc sono scesi in piazza con i bastoni contro la manifestazione del centrodestra Scontri con la polizia, un agente finisce in ospedale. Merola: tutti hanno diritto di sfilare

Bologna - Non poteva che finire così. Con gli antagonisti ad attaccare le forze dell'ordine schierate per difendere la manifestazione del centrodestra a Bologna. Bombe carta, petardi, uova, patate, sputi e bastoni. Sorprende? Non dovrebbe: era tutto annunciato. Pesa quindi come un macigno il silenzio del sindaco Virginio Merola e di tutta l'amministrazione Pd. Il silenzio di chi non ha preso le distanze dalle premesse e non ha fatto nulla per evitare le conseguenze.

Di chi ha messo sotto un'ala protettrice i centri sociali. «Siamo antifascisti perché siamo contro il razzismo e la xenofobia, contro le discriminazioni», ha detto ieri Merola. Relegando a un semplice «permettiamo a tutti di esprimere il proprio punto di vista» l'invito a non impedire al centrodestra di manifestare.

Troppo poco, quando da mesi fervono i preparativi per «resistere all'invasione leghista». «Porteremo le molotov», si leggeva sui social. Promessa mantenuta. Nella notte sono stati incendiati i cavi elettrici dello snodo ferroviario dell'Alta velocità a nord di Bologna, creando disagi alla circolazione. La rivendicazione dice: «8-11, sabotare un mondo di razzisti e di frontiere». È solo l'inizio. Gli antagonisti si danno appuntamento alle 10 in tre punti della città.

Una parte si raccoglie in piazza XX Settembre sotto lo striscione «Difendere Bologna dall'invasione leghista». La seconda costola del corteo parte dalla stazione. Mentre i centri sociali Crash, Cua, Xm24 e Social Log occupano il ponte di via Stalingrado. In totale circa mille persone. Ai piedi del ponte, gli antagonisti provocano lo scontro. Quasi 50 poliziotti rimangono schiacciati tra le due ali del corteo che vogliono forzare il blocco e raggiungere il centro città. Gli attivisti sono armati di bastoni, pietre e bombe carta.

Nella vicina porta Mascarella è arrivato intanto il corteo partito da piazza XX Settembre. Scoppiano i petardi. Dopo alcune cariche di alleggerimento, le autorità instaurano una «trattativa» con i centri sociali. Ne nasce un «patto» che avrebbe dovuto permettere lo svolgimento del corteo con la «ritirata» della polizia. Un modo, assicurano dalla questura, per guadagnare tempo e far arrivare i rinforzi. A rompere il patto sono però gli antagonisti. La testa del corteo si scaglia contro gli scudi dei poliziotti.

Alcuni massi colpiscono due agenti, un petardo scoppia ai piedi di un carabiniere. Numerosi i cori contro le destre riunite in piazza. Anche quello, odioso, di sfregio ai morti di Nassiriya. Un'ora di tensione, con due arresti e un agente portato all'ospedale, colpito da un oggetto al torace. Poi la polizia riesce a disperdere i manifestanti asserragliati sul ponte. L'altra parte del corteo si dirige verso piazza Verdi, luogo simbolo dell'antagonismo. Un gruppo di black bloc si spoglia dai vestiti neri di fronte alle forze dell'ordine.

«Amarezza per gli scontri. Sono i soliti professionisti del disordine pubblico», dichiara Gianni Tonelli, del Sap. «Vergognoso il silenzio di Merola - dice Galeazzo Bignami, aspirante candidato sindaco di Fi - che non condanna quanto avvenuto e dichiara da che parte sta». La Bologna che coccola i centri sociali è questa: si definisce democratica, ma non lo è. I militanti del pensiero unico si dicono tolleranti e poi intonano: «Per la destra non può esserci libertà d'espressione».


Il sindaco Merola assolve gli antagonisti: "Bologna è stata una città civile"

Giuseppe De Lorenzo - Lun, 09/11/2015 - 13:04

Virginio Merola, sindaco Pd, finge di non vedere gli scontri di ieri che hanno visto gli antagonisti opporsi alla polizia per impedire al centrodestra di manifestare

"Bologna ha dimostrato di essere una città civile". Se la dichiarazione non venisse dal sindaco Pd del capoluogo emiliano, verrebbe da pensare si tratti di uno scherzo.

Invece Virginio Merola fa finta di non vedere gli scontri tra i centri sociali e la polizia. Volge lo sguardo dall'altra parte e, peggio ancora, dimentica di condannare le violenze degli antagonisti.
"Ho avuto la conferma - ha detto - che i bolognesi sono dei cittadini che non si fanno coinvolgere in manifestazioni segnate dall'odio. Detto questo, vorrei fare i complimenti a questore e prefetto per la gestione dell'ordine pubblico, e piena solidarietà al funzionario di polizia ricoverato.

Credo che sia stata tenuta sotto controllo bene la situazione, Bologna ha dimostrato di essere una città civile". Figuriamoci cosa sarebbe successo se gli antagonisti non fossero stati civili. Dovevamo attenderi il morto? Sorprende davvero che Merola non abbia avuto alcuna parola di condanna. Ieri le violenze di chi gridava "Difendiamo Bologna dall'invasione leghista" hanno fatto segnare 6 agenti feriti di cui uno colpito da una bomba carta in pieno petto. La solidarietà ai feriti c'è stata, ma Merola ha pensato che non fosse doveroso spendere qualche parola anche per biasimare il comportamento dei centri sociali.

Sul successo della manifestazione del centrodestra, invece, Merola ha provato a minimizzare: "Una manifestazione nazionale guidata e egemonizzata da Salvini - afferma - non mi pare sia un buon inizio per la credibilità del centrodestra in Italia".

E il dubbio sui numeri dei partecipanti ("Sicuramente una manifestazione annunciata di 100 mila persone non c'è stata: sappiamo tutti moltiplicare il numero dei passeggeri con quello degli autobus arrivati"), al sindaco Pd pare non abbiano dato fastidio le bandiere verdi in piazza Maggiore, luogo simbolo della sinistra emiliana. "Piazza Maggiore - aggiunge - è una piazza dove si esprimono le libere opinioni dei cittadini, quindi anche la Lega esprime le sue opinioni.

L'importante è comprendere che questa è una città aperta e non ha alcuna voglia di farsi chiudere in sè stessa o di trovare nemici per forza". Ma dalle parole trasuda irritazione. La destra a Bologna è uno schiaffo evidente alla sinistra.


Le “leggi ad cogliones” che difendono gli antagonisti

Francesco Maria Del Vigo



Scusate se torno sull’argomento. Perdonatemi. Ma non riesco proprio a farne a meno. Ieri, lo sappiamo bene, quelli dei centri (a)sociali insieme ai loro amichetti antagonisti e a qualche altro cretinetti hanno cercato di mettere a ferro e a fuoco Bologna per protestare contro la manifestazione di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Sono i soliti “democratici” ma di questo ce ne siamo già occupati ieri. La novità di oggi è che i due antagonisti arrestati ieri sono già stati rilasciati: sono fuori, liberi.

E allora mi viene un dubbio, che è quasi una certezza: ma vuoi vedere che esistono delle leggi ad coglionem? E’ possibile che tutte le volte queste bande di delinquenti comuni – perché non basta mettersi sotto a una bandiera con la falce e il martello per potersi ammantare dell'”attenuante politica” – ribaltano e incendiano i cassonetti, imbrattano i muri e lanciano sassi e bombe carta contro la polizia, nessuno vada in galera? Se io domattina mi alzassi col piede sbagliato e sputassi in faccia al primo poliziotto che incontro – giustamente – mi tradurrebbero in commissariato e mi denuncerebbero.

Probabilmente in Italia deve esserci, da qualche parte, una legge “ad cogliones” (mi perdonino i latinisti) che dice che se la stessa cosa (e molto peggio) viene fatta da cento straccioni tutti insieme sotto l’insegna di qualche collettivo e con una kefiah al collo non gli si può torcere nemmeno un capello. La giustizia è diversa per tutti, ma è sempre un po’ più uguale per la sinistra. Mentre i cittadini normali sono vessati e trattati come dei sorvegliati speciali: spiati ossessivamente nei loro affari dagli stalker di Stato, schiacciati dalle tasse, vessati da canoni, bollette e multe (problemi che nei centri sociali, essendo tutti abusivi, ovviamente non hanno).

Perché se non appartieni a nessuna “parrocchia” e cricca, se non hai amici potenti, se non hai tessere e non stai dalla parte giusta, non ci sarà mai un Guccini che – come ha fatto oggi coi suoi amici black bloc – dice che in fondo hai fatto bene perché “ora e sempre resistenza”.  La resistenza vale solo per loro. Loro possono “resistere” ai poliziotti e cercare di tappare la bocca ai loro nemici politici. Noi cittadini disgraziati non possiamo resistere a nulla. Neppure ai delinquenti.

Vatileaks, case del Vaticano per saune e alberghi

Corriere della sera
di Fiorenza Sarzanini

Tra le carte rubate c’è anche l’elenco degli immobili di Propaganda Fide. Interrogati quattro alti prelati. Affitti a prezzi di favore sarebbero stati concessi a personaggi amici della Curia

Piazza San Pietro (Imagoeconomica)

Case di lusso affittate a prezzi stracciati, alberghi e centri estetici gestiti da società private e divenuti luoghi di incontro segreti, operazioni di compravendita con plusvalenze occultate: c’è anche questo trai documenti trafugati dai «corvi» del Vaticano. Elenchi con migliaia di nomi e indirizzi raccolti in vista di una «revisione» dei criteri per l’amministrazione del patrimonio immobiliare, in particolare quello di proprietà di Propaganda Fide. Liste di «clienti» eccellenti che fanno aumentare la preoccupazione di chi indaga per l’utilizzo di questi atti riservati che potrebbero diventare strumento di minacce e ricatti.

Anche perché era stata proprio la Cosea, la commissione referente per lo studio dei problemi economici e amministrativi, a stilare l’elenco delle case di proprietà di ben 26 istituzioni. Sono almeno quattro gli alti prelati ascoltati negli ultimi giorni e la convinzione è che la resa dei conti all’interno della Santa Sede sia tuttora in corso. Ecco perché non si esclude che nuovi provvedimenti possano essere presi nei prossimi giorni. E che l’inchiesta possa coinvolgere altri religiosi dopo monsignor Lucio Angel Vallejo Balda - ancora in stato di arresto - e Francesca Chaouqui, rilasciata dopo aver iniziato a collaborare, entrambi accusati di aver «venduto» materiale che doveva invece rimanere riservato.
Saune e hotel
Sono state le inchieste giudiziarie a svelare come in alcuni palazzi nel centro storico di Roma fossero stati aperti centri di saune e massaggi, molto spesso frequentati da religiosi per incontri a luci rosse. Ma anche a far emergere l’identità di imprenditori che erano riusciti ad ottenere da Propaganda Fide interi stabili da adibire a hotel. Come nel caso di Maurizio Stornelli, fratello dell’ex dirigente di Finmeccanica Sabatino, che con la sua società «Burcardo» ha siglato nel 2013 un contratto per l’affitto di un intero edificio da centinaia di metri quadri dove sono state create lussuosissime suite, ma anche altri locali meno prestigiosi ma ugualmente adatti per essere aperti a un pubblico molto selezionato.

Di casi analoghi ce ne sono decine. Del resto - oltre alla lunga lista di privati che hanno ottenuto i contratti di locazione per un periodo di tempo lunghissimo e un canone basso - Propaganda Fide ha rapporti con decine di aziende, spesso copertura dei reali intestatari. Basti pensare che sono circa 800 gli appartamenti di proprietà per un totale di oltre 180 mila metri quadri. Le verifiche svolte dalla Gendarmeria hanno accertato che tra le carte rubate ci sono gli elenchi di tutti gli inquilini con accanto la cifra versata mensilmente.

E proprio su questo si stanno concentrando nuovi controlli, anche tenendo conto che un’altra istituzione religiosa finita «sotto osservazione» è il Pio sodalizio dei Piceni, anch’esso proprietario di numerosi immobili e diventato noto per la casa nel centro storico della capitale affittata all’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti.
I quattro cardinali
Negli ultimi giorni sono decine i testimoni interrogati e tra loro ci sono almeno quattro alti prelati che avrebbero avuto rapporti stretti con monsignor Vallejo Balda non giustificati da motivi legati agli incarichi all’interno della Santa Sede. E per questo sospettati di averlo aiutato a veicolare le carte segrete. Del resto non appare credibile che il religioso, sia pur aiutato da Chaouqui, abbia potuto fare tutto da solo. E il dubbio rimane quello che alla fine - proprio come accaduto tre anni e mezzo fa con il maggiordomo di Benedetto XVI, Paolo Gabriele - sia l’unico a pagare, almeno pubblicamente.

fsarzanini@corriere.it
10 novembre 2015 | 07:27


Vaticano, l’austerità e gli ultimi habitué dei catto-party

Corriere della sera
di Giovanna Cavalli

Mercoledì la festa per la Beata Vergine della Palestina organizzata dal cardinale americano O’Brien che riceverà un campione di sempiterno generone romano miscelato con aristocrazia: quanto basta per un cocktail rinforzato ai tempi di Bergoglio e di ristrettezze

Il cardinale Edwin O’Brien (Ap)

Difficile sgusciare furtivi in 700 e più in un portone a due passi da via della Conciliazione, perciò tanto vale godersi la ricorrenza con moderata contrizione, che tra corvi e spioni, non è il momento di dare nell’occhio in Vaticano. E ritrovarsi in un amen tra quegli «scribi dalle lunghe vesti che amano i primi posti nei banchetti», appena redarguiti da papa Francesco. Buon per loro che novembre non è stagione di terrazze, e quindi domani alla festa per la Beata Vergine Maria Regina della Palestina, patrona dell’ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, il tintinnare di forchette e cristalli verrà attutito dai soffitti a cassettone del palazzo cinquecentesco di Borgo Santo Spirito, al civico 23.
Il cocktail rinforzato
Dove il Gran Maestro, il cardinale Edwin Frederick O’Brien, americano del Bronx, riceverà un campione assortito di sempiterno generone romano miscelato con aristocrazia quanto basta (dai principi Ruspoli, Giovanelli e Rospigliosi e via fino al nobiluomo Mercuri da Cepparello) per un cocktail rinforzato da tutto esaurito. Anche perché, sotto il pontificato di Bergoglio, le mondanità religiose sono ridotte all’osso. «C’è una fifa boia», sintetizza un frequentatore di catto-party che di colpo si ritrova il carnet sguarnito.
Prima la Messa, poi lo spuntino con porchetta
Sembrano lontani i giorni in cui il cardinale Franco Camaldo, decano dei cerimonieri papali, danzava e brindava a Palazzo Ferrajoli, finestre su piazza Colonna, in estrosa compagnia. E quando un posto fisso al tavolo di Maria Angiolillo in piazza di Spagna era del cardinale Giovanni Battista Re, lo stesso che celebrò messa sotto i faggi al santuario di Campagnano e poi scese alla villa di Mario D’Urso a mangiare la porchetta. L’unica tonaca che si incrocia spesso nei salotti è quella di monsignor Luigi Casolini, diocesi di Tivoli, che alle croci di ferro continua a preferire quelle d’oro, arruolato dalla platinata Daniela del Secco d’Aragona, marchesa ed ex concorrente di Pechino Express, come precettore di bon ton ecclesiastico.

Non ci sono più i porporati di una volta. «Eh, ormai fanno tutto di nascosto», sospira Umberto Pizzi, fotografo di ogni Grande Bellezza e Bruttezza romana. «Un tempo non c’era festa, pure ai circoli del tennis, a cui non beccavi almeno un monsignore».

10 novembre 2015 | 09:06

Bologna, immigrato violenta un'antagonista anti-Salvini

Claudio Cartaldo - Lun, 09/11/2015 - 14:48



Era andata a Bologna per protestare contro la manifestazione del centrodestra.

Lei, una ragazza di 30 anni, era scesa da Parma fino al capoluogo emiliano per marciare contro "l'invasione leghista".

Era arrivata a Bologna la notte tra sabato e domenica, dormendo ai giardini pubblici. All'alba, come riporta il Resto del Carlino, è stata svegliata da un pakistano di 33 anni che ha tentato un approccio. Dopo il rifiuto, l'uomo è tornato alla carica. Intorno alle 11, quindi poco prima che iniziasse il corteo antagonista, l'immigrato si è nuovamente avvicinato alla ragazza palpeggiandola nelle parti intime. Dopo la violenza sessuale subita, la ragazza ha reagito con un calcio. Ad assistere alla scena le due amiche della vittima.

Subito dopo, la polizia che presente in massa nell'adiacente piazza XX Settembre, grazie alle descrizioni della ragazza e delle sue amiche è riuscita ad trovare il pakistano. L'arresto, dopo una tentata fuga, è avvenuto sempre nel parco della Montagnola. Ora l'immigrato si trova in stato di fermo. L'uomo è irregolare in Italia, visto che ha il permesso di soggiorno scaduto.

Valentino adesso lasciali

Giuseppe De Bellis - Lun, 09/11/2015 - 08:07

Fino all'altro ieri il ritiro di Valentino Rossi dalle corse avrebbe dovuto essere con un titolo tra le mani, il decimo, l'undicesimo non importa, un altro ancora almeno. Lui, una coppa, il sorriso, la storia. Da ieri il suo ritiro dovrebbe essere silenzioso e sdegnato



Lasciali Valentino. Lasciali andare a 350 all’oracontrolaloroinfamia. Dove vuoi che vadano? Lascia Lorenzo, Marquez, lascia la Moto Gp, l’organizzazione spagnola, i giudici.

Lascia tutti al loro destino da vigliacchi. Fino all'altro ieri il ritiro di Valentino Rossi dalle corse avrebbe dovuto essere con un titolo tra le mani, il decimo, l'undicesimo non importa, un altro ancora almeno. Lui, una coppa, il sorriso, la storia. Da ieri il suo ritiro dovrebbe essere silenzioso e sdegnato: dovrebbe voltare le spalle a chi ha tradito lo sport. Perché fino all'altro ieri era sport: anche il duello in Malesia, anche il volere la sconfitta di un avversario prima che la vittoria propria (come ha fatto Marquez nelle scorse settimane). Faceva tutto parte di qualcosa di accettabile, scorretto ma nei limiti, perché nello sport può valere anche il giocare contro. Cioè: io gioco contro di te, più che a favore di me stesso, anche se questo avvantaggia un terzo.

Ma da ieri, dalla gara che avrebbe dovuto stabilire se Marc Marquez e Jorge Lorenzo fossero uomini, caporali o pagliacci s'è scoperto che aveva ragione Valentino a dire che c'era davvero qualcosa di sporco, di organizzato, di precostituito: non era l'orgoglio di Marquez di mettere la sua ruota davanti a quella del suo ex idolo, ma un disegno preciso, uno sport singolo diventato sport di squadra ma trasversale, perché qui le Honda fanno la gara per la Yamaha, che è come dire che la Juve gioca per l'Inter, solo perché tutti i piloti sono spagnoli.

Rossi derubato, anzi rapinato. Dovrebbe chiudere le valigie, portarsi dentro i suoi nove titoli e lasciarli. Correte da soli, tra di voi: dove volete andare? Senza Valentino oggi non esiste la MotoGp. Senza Vale, non esistono Lorenzo, Marquez e Pedrosa (che è sembrato il più pulito ma che ieri Lorenzo ha coinvolto almeno a parole nel biscottone). Senza Vale, il Motomondiale è il campionato della penisola iberica: corrono spagnoli, su circuiti spagnoli, con organizzazione spagnola e giudici spagnoli. Risultato: in due anni uno spettacolo globale diventa bega di condominio, sfida di quartiere. Adios sponsor, adios euro, adios visibilità. Chi sono questi presunti atleti?

Chi sono questi presunti campioni? Valentino che sorride amaro a fine gara è stato gli ultimi vent'anni di questo sport: Lorenzo e Marquez insieme sono il nulla da ieri. Con queste regole, con questa organizzazione l'anno prossimo sarà lo stesso. Tanto vale decidere chi vince il Mondiale all'inizio della stagione. Vince uno spagnolo, tanto. Valentino volta le spalle, cammina, si porta dietro centinaia di migliaia di persone che vanno a vedere le gare solo per lui, anche in Spagna dove c'erano più fan suoi che della coppia Lorenzo-Marquez. Si porta dietro milioni di persone che seguono la tv, nel mondo. Ciao ragazzi, se lui se ne va, si porta il suo sport con sé.Giuseppe De Bellis

I rom brindano ai funerali di Ermes

Nino Materi - Mar, 10/11/2015 - 07:56

L'ultimo schiaffo al robivecchi vicentino stroncato dal crepacuore per le troppe ingiustizie dello Stato

La rabbia della gente: "Carnefici trasformati in vittime"

Il duomo di San Michele Arcangelo ad Arsiero (Vicenza), semidistrutta durante la Prima guerra mondiale, conserva la grandiosa pala de «L'Apparizione».

Sotto, incorniciata dai fiori, c'è la bara di Ermes Mattielli. Dolore composto nel tempio, ma rabbia palpitante nei cuori. Sul sagrato i «duri» della Liga Vente accusano i parlamentari leghisti di essere dei «mollaccioni». I parroco ordina: «Via le bandiere politiche». Poi comincia la messa.Commozione. Funerali «di» Stato? No, questo è il funerali «dello» Stato. E la differenza è sostanziale.

Qualcuno piange di rabbia. Poi applaude all'arrivo deol feretro. Altri, nell'accampamento rom di Schio dove vivono i due rom-ladri feriti da Ermes, brindano: «Quello lì ha fatto la fine che meritava...». Una storiaccia cominciata male e finita peggio. Paradossi che si accavallano gli uni agli altri. Ermes che si becca 5 anni e 4 mesi di carcere per essersi difeso la sera del 13 giugno 2006 dall'ennesima irruzione dei ladri (loro condannati invece a solo 4 mesi). Ermes chiamato a risarcire 135 mila euro a chi lo hanno derubato per 20 volte in dieci anni.

Due rom che, probabilmente, andranno a vivere nella casa di Ermes: quella stessa casa dove i nomadi avevano preso l'abitudine di entrare, rubare e andarsene via. Impuniti. Sempre. Questo è il dramma di un uomo che non aveva nulla, ma a cui i suoi carnefici (che qualcuno ha trasformato in «vittime») hanno rubato tutto. Compreso un'eredità consistente in una catapecchia e un magazzino pieno di rottami. Poca roba. Nulla a che fare con la ben più ricca eredità - morale - di Ermes.

E c'è mancato poco che i due rom-ladri, di cui sopra, si impossessassero anche dell'assegno con cui ieri sono stati pagati i funerali del 54enne robivecchi di Arsiero (Vicenza) stroncato da un infarto cinque giorni fa. Un assegno di 2mila euro che porta la firma particolare: Graziano Stacchio. Stacchio (ieri presente ai funerali) è il benzinaio di Ponte di Nato (Vicenza) «collega di sventura» di Mattielli. Ad accomunali non solo l'origine vicentina, ma soprattutto l'assurdità del groviglio giudiziario che ha soffocato entrambi. Mattielli ci ha rimesso al pelle; Stacchio è vivo, ma in un grave stato di prostrazione fisico-mentale.

Le loro vicende sono ormai note. Graziano Stacchio la sera del 3 febbraio scorso, sparò ad un gruppo di banditi (uno di loro morirà poi in ospedale) mentre stavano compiendo una rapina nella gioielleria accanto al suo esercizio commerciale. Il benzinaio per questa vicenda dovrà' affrontare un processo per eccesso colposo di legittima difesa. Mattielli, invece, era già stato condannato a 5 anni e 4 mesi per aver ferito due ladri che, per la ventesima volta in dieci anni, avevano tentato di portargli via le sue misere cose.

Non solo. Mattielli avrebbe dovuto anche risarcire i due ladri con 135 mila euro. Una storia che fini sulle prime pagine di tutti i giornali. Partirono le collette a sostegno di Ermes. Anche Stacchio offrì un assegno, inviandolo al comitato pro-Mattielli. Con questi soldi ieri sono stati pagati i funerali di Ermes, morto in miseria. La sua eredità (una catapecchia e un magazzino pieno di rottami) finirà nelle mani dello Stato, che poi la «girerà» ai due rom in qualità di «beneficiari del risarcimento disposto dal l'autorità giudiziaria» (ma un gruppo di sindaci vicentini sta già lavorando per una soluzione alternativa, destinare gli immobili ai senzatetto della zona).

L'assegno di Stacchio si è miracolosamente salvato grazie al fatto di essere finito in un fondo a sostegno di Mattielli, ma non intestato direttamente al lui. Nel vergognoso ribaltamento di ruoli vanno segnalate anche le parole di Sonia Caris, la madre di uno dei malviventi feriti da Ermes in quella maretta sera del 13 giugno 2006: «Se dicessi che la sua morte mi dispiace, direi una bugia. Nessun perdono (dice così, «perdono») per l'uomo che ha tentato di uccidere mio figlio, ma non ho augurato il male a nessuno (notare la magnanimità ndr). Mio figlio merita giustizia (dice proprio così: «merita giustizia»), ha sbagliato, certo, ma questo non significa che dovesse morire.

Con 9 pallottole in corpo è un miracolo che sia sopravvissuto». Fin qui il «miracolo». Quanto all'incubo, quello lo ha subìto solo Ermes: la vittima che l' (in)giustizia ha trasformato in carnefice. Anche per questo Mattielli è morto. I medici dicono per «infarto»; gli amici per «crepacuore».

Elisabetta II sotto accusa: "Ci ha rubato un diamante da 139 milioni di euro"

Michele Ardengo - Lun, 09/11/2015 - 18:44

L'accusa alla regina: "Il Koh-i-noor non è solo una pietra di 105 carati, ma fa parte della nostra storia e della nostra cultura e deve essere restituita senza dubbio"



La regina Elisabetta II ha un nuovo nemico che viene dall'India.

Si tratta di un gruppo che si è dato il nome di "Montagna di Luce" e che ha deciso di battersi per un diamante da 139 milioni di euro che attualmente fa parte dei gioielli della corona britannica.L'India adesso lo rivuole indietro. Molte stelle di Bollywood e molti uomini d'affari si sono coalizzanti e hanno incaricato una squadra di avvocati di intentare una causa alla Corte di Londra per rientrare in possesso del diamante Koh-i-Noor.

Il gruppo sostiene che il diamante di 105 carati è stato rubato dalla sua vera casa che si trova in India e chiede al governo britannico la restituzione. La pietra è "uno dei numerosi reperti prelevati dall'India in circostanze dubbie", ha detto un membro.La tesi è che la colonizzazione britannica dell'India ha "rubato la ricchezza e distrutto la psiche del Paese".

Il diamante si trova incastonato nella corona indossata dalla Regina Madre per l'incoronazione di suo marito re Giorgio VI nel 1937 e di nuovo per l'incoronazione della regina Elisabetta nel 1953. La pietra, Un tempo conosciuta come il diamante più grande del mondo era stato dato alla regina regnante del tempo dall'ultimo sovrano dei sikh, Duleep Singh, a seguito dell'annessione del Punjab ai territori della Corona inglese.

Bhumicka Singh, una star di Bollywood che fa parte del gruppo, ha dichiarato: "Il Koh-i-noor non è solo una pietra di 105 carati, ma fa parte della nostra storia e della nostra cultura e deve essere restituita senza dubbio". L'espediente utlizzato dai legali di Montagna di Luce sarebbe lo Shoah Act, che dà alle istituzioni nazionali nel Regno Unito il potere di far rientrare le opere d'arte rubate.

Lo storico Andrew Roberts ha detto al Daily Mail: "Coloro che sono coinvolti in questo caso ridicolo dovrebbero riconoscere che i gioielli della Corona britannica sono proprio il posto giusto per il diamante Koh-i-Noor, il giusto riconoscimento e la giusta gratitudine nei confronti dell'apporto che la Gran Bretagna ha portato in India in termini di modernizzazione, sviluppo, tutela, unificazione linguistica e in ultima analisi, democratizzazione del sub-continente".

Ottantasei proiettili

La Stampa
massimo gramellini

Persino nel Paese più familista del mondo la difesa accorata di un figlio indifendibile dovrebbe conoscere un limite nel senso del ridicolo. Invece il padre di quel Romeo della mutua che ad Ancona ha accoppato i genitori della sua Giulietta ha abbondantemente superato quel confine. Mio figlio non è un mostro, ha detto il signor Tagliata. Semmai un bravo ragazzo, tanto che nel quartiere tutti lo chiamano Gigante Buono. Il bravo ragazzo era andato a trovare il papà della sua fidanzata - un militare, un bruto ossessionato dalla disciplina che segregava la piccola in casa - per avere con lui un cordiale chiarimento.

Parrebbe di capire che nella fretta, anziché un sacchetto di cioccolatini, il bravo ragazzo si fosse messo in tasca una calibro 9 con il numero di matricola cancellato e tre caricatori, per un totale di ottantasei proiettili. Ma siamo sinceri, a chi di noi non è successo di farlo almeno una volta nella vita? Ormai non c’è suocero potenziale che non abbia installato un impianto di metal detector sul pianerottolo. Infatti il simpatico convivio si sarebbe concluso a pacche sulle spalle, se la ragazzina, figlia di cotanto bruto, non avesse plagiato il Gigante Buono e non gli avesse messo in mano la pistola, intimandogli: adesso basta, spara, ammazzali. Gigante, pensaci tu.

Questo il senso delle dichiarazioni rilasciate dal papà del bravo ragazzo. Sulle due vittime non ha ritenuto di spendere neppure una parola di pietà. Solo un discreto carico di infamie da cui non possono più difendersi.