mercoledì 11 novembre 2015

L'app che ruba i dati di Instagram Ecco come difendersi

Corriere della sera

di Alessio Lana

InstaAgent copiava username e password e li inviava al suo ideatore. Google e Apple sono già intervenute rimuovendola dai negozi digitali



Rubare dati su Instagram è facile come scaricare un'app. Apple e Google hanno appena bloccato Who Viewed Your Profile - InstaAgent, applicazione che permetteva di seguire la propria attività sul social fotografico ma riusciva anche a rubare username e password dei suoi utilizzatori. Uno sviluppatore indipendente, David L-R, si è reso conto della falla e ha segnalato il comportamento scorretto di InstaAgent. «Who Viewed Your Profile spedisce username e password di Instagram a un server sconosciuto!», scriveva su Twitter lanciando un allarme che si è confermato reale.

Cattura
Il server misterioso
Una volta inseriti i propri dati l'app li inviava al server instagram.zunamedia.com che, ovviamente, non ha niente a che fare con Instagram. Non solo, l'applicazione era anche in grado di caricare immagini sul profilo degli utenti senza essere autorizzata, scardinando di fatto il nostro controllo sul social.
500 mila download
Su Android l'app è stata scaricata fra le 100 mila e le 500 mila volte. A stupire, per quello che riguarda il sistema operativo della Mela, è invece il fatto che sia passata indenne ai rigidi controlli dell'App Store. Chi l'avesse scaricata deve, a questo punto, cancellarla immediatamente. Il secondo consiglio è di cambiare la password di Instagram: il fatto che l'app sia sparita dai due negozi digitali non mette al riparo i dati (già) rubati.

@AlessioLana
11 novembre 2015 (modifica il 11 novembre 2015 | 16:05)

L’app per passare da Android ad iPhone supera il milione di download

La Stampa
andrea nepori

Move to iOS è la prima app firmata Apple sul Play Store di Google: ha avuto un’accoglienza molto buona per i numeri, ma è stata spesso recensita malissimo. Perché?



Discutendo dei risultati dell’ultima trimestrale dell’anno fiscale 2015 di Apple, a fine ottobre, Tim Cook ha rimarcato che da luglio a settembre il 30% dei clienti che hanno acquistato un iPhone provenivano da una precedente esperienza Android.

“Quel numero è il più grande che abbiamo mai registrato da quando abbiamo iniziato a tenerne traccia, tre anni fa”, ha detto l’AD di Apple. “Ne siamo molto fieri.”
L’applicazione per la migrazione da Android ad iOS che Apple ha reso disponibile sul Play Store di Google nel settembre scorso riflette questa recente tendenza.

I download dell’app hanno già superato il milione di unità, ma potrebbero essere molti di più. Il PlayStore indica infatti con una forchetta il numero di scaricamenti di un’applicazione e Move to iOS si piazza fra il milione e i 5 milioni. La soglia è stata superata alla fine di ottobre, a poco più di un mese dal lancio dell’applicazione.

Ma come funziona Move to iOS? Ci vuole un telefono Android da cui scaricare i dati, naturalmente, e un nuovo iPhone alla prima accensione (o un iPhone usato, resettato e riportato alle condizioni di fabbrica). All’avvio, iOS chiede di scegliere la modalità di ripristino e offre fra le opzioni la possibilità di migrare da Android.

Nel caso l’opzione venga selezionata, l’iPhone fornisce un codice univoco da inserire nell’app sul telefono Android per avviare il trasferimento. Si possono migrare messaggi, foto e video (ma attenti alla capacità in GB dell’iPhone rispetto a quella del telefono Android) e i dati collegati a servizi Google come il calendario, che verranno automaticamente importati su iCal. La possibilità di trasferire le app gratuite presenti sia su App Store che su Play Store sarà implementata invece in una futura versione di Move to iOS.

Il lancio dell’app sullo Store di Google è stato vissuto come un affronto dagli Androidiani più sfegatati. Le recensione a 5 stelle sono tutte firmate da utenti che hanno trovato utile l’applicazione, mentre quelle da una stella sono per la maggior parte commenti di utenti arrabbiati che contestano l’app su basi di principio. Sfogliando le recensioni negative si scovano strali d’odio contro Apple come non se ne leggevano dagli anni ‘90 o dai primi anni 2000, quando il campanilismo fra utenti Mac e PC era all’apice ed entrambe le fazioni non se le mandavano a dire.

“Ritornate al vostro mondo di restrizioni e negazioni”, scrive un utente. “Appena l’ho scaricata ho perso 200 punti di QI”, dice un altro, chiaramente sarcastico, ignorando l’ironia più grande: per lasciare una recensione dell’applicazione, anche negativo, è necessario scaricarla sul proprio telefono, contribuendo almeno in parte ad alimentarne il successo.

YouPony, la Uber per spedire i pacchi

La Stampa
valerio mariani

La start up italiana è un’evoluzione del modello di sharing economy: tutti possono diventare corrieri, consegnando plichi e missive per conto terzi



YouPony non è una start up tradizionale: non ha usufruito, per ora, dei finanziamenti di un venture capitalist ma solo dei risparmi di Rodolfo Falletti, torinese fondatore di Subito.it, e degli altri sette soci che insieme a lui hanno creato la piattaforma. E non è neanche un esempio classico di sharing economy ma, piuttosto, un’evoluzione del modello. YouPony è un servizio che permette, tramite app, di mettere in contatto chi ha l’esigenza di inviare qualcosa con chi intende mettersi in viaggio verso la destinazione richiesta da chi spedisce. Può trattarsi di un caricabatteria, un paio di sci, una borsa con dei documenti dimenticati a casa, qualsiasi cosa che trasporterebbe chiunque con qualsiasi mezzo di trasporto, pubblico e privato, in Italia o all’estero.

Chi è disposto a fare da pony si iscrive al servizio, fornisce i suoi dati e si mette a disposizione della comunità di spedizionieri privati. La prima consegna è gratuita, ovvero non viene riconosciuto niente a YouPony, mentre per le successive si corrisponde alla start up un euro a giorno di lavorazione. Chi intende spedire, accede alla piattaforma e verifica la disponibilità di un pony privato disponibile a effettuare il trasporto. Dal momento in cui si accetta il contatto tra mittente e pony e si concorda il prezzo per la spedizione, la app genera un Qr Code che il pony dovrà leggere con il suo smartphone. A quel punto il pony, o il suo smartphone, sarà associato a quella spedizione e il mittente sarà in grado di tracciarne il percorso in ogni momento.

Inoltre, mittente e pony potranno rimanere in contatto in ogni momento, per esempio via Whatsapp. «La sicurezza è stata la caratteristica su cui si è lavorato di più – afferma Falletti – e che abbiamo affinato nella nuova versione della app che stiamo per lanciare a breve». L’ultima versione del servizio, infatti, prevede non solo lo scambio del numero di telefono tra i due utenti, ma anche una registrazione più accurata che associa un Id non solo a un numero di telefono ma anche a una mail e previa presentazione di un documento di identità. La prima differenza tra YouPony e un sistema di sharing classico, riguarda il fatto che il rapporto tra i due interlocutori è diretto e si può sviluppare anche al di fuori della app, dunque non è controllato da YouPony. Anche il prezzo del servizio è totalmente libero e la fee non è una percentuale sullo stesso.

Infine, il carattere singolare del servizio si ritrova anche nel numero di persone coinvolte: un sender, un pony e un destinatario, tre persone, due controlli, uno in ingresso e uno in uscita, il che fornisce un ulteriore elemento rassicurante. Ancora, ci tiene a sottolineare Falletti: “abbiamo voluto realizzare una app che pesasse meno di 10 Mb proprio per garantirne il funzionamento anche in luoghi in cui il segnale può non essere ottimale”. “La nuova versione del servizio sarà più business oriented – prosegue Falletti -, ovvero, visto che sappiamo che le aziende sono le più interessate, intendiamo spingere ulteriormente su questo canale con forme di abbonamento specifiche”. Le aziende, dunque, per la prima volta possono concordare prezzo e modalità del servizio di spedizione, senza sottostare alle regole di mercato degli spedizionieri.

Certo, non si può garantire un’affidabilità totale, ma per rassicurare ulteriormente i fruitori, YouPony ha pensato a introdurre la possibilità di assicurare il carico e un call center di supporto. Attualmente 15 persone si occupano della piattaforma YouPony mentre per ora qualche migliaio di utenti ha usufruito del servizio per un totale di un centinaio di spedizioni. Falletti immagina di poter coinvolgere presto degli investitori per proseguire nello sviluppo della piattaforma e, soprattutto, di concludere qualche partnership con, perché no, altri protagonisti della sharing economy come Uber, o come Amazon. “Loro – osserva il manager – per noi rappresentano dei potenziali partner e non dei concorrenti”.

Mi sento morire». Sara, 16 anni, ricattata per le foto online I consigli per uscirne

Corriere della sera
di Marta Ghezzi

Testata

«Mi sento morire, mi sento morire, mi sento morire». Sara, 16 anni, all’operatore di Telefono Azzurro inizialmente non riesce a dire altro. Piange. A voce bassissima dice di essere in trappola, non vede vie d’uscita. La storia emerge poco per volta. L’ex fidanzato, una manciata di anni più di lei, la ricatta. Se non accetterà le condizioni di Luca, sul profilo Facebook di Sara saranno postate alcune immagini che i ragazzi si sono scambiati. Foto in cui lei è nuda. Sextortion, estorsione sessuale virtuale: l’Italia è uno degli ultimi Paesi europei a confrontarsi con l’inquietante fenomeno. Il campanello d’allarme è scattato all’inizio dell’anno, quando la linea gratuita 19696 di Telefono Azzurro ha registrato il primo caso. Da allora sono arrivate altre nove richieste d’aiuto. Gli operatori sono convinti che dietro a questo dato ci sia un sommerso di mancate denunce. La vergogna paralizza gli adolescenti.

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Un recente documento dell’Interpol parla di trend emergente. Dati ancora non ci sono, ma l’allerta è mondiale. The Canadian Centre for Child Protection ha appena dichiarato un aumento del 40% dei casi di sextortion negli ultimi sei mesi, evidenziando che più della metà delle vittime sono adolescenti di sesso maschile. A spaventare è soprattutto il report della linea d’aiuto olandese per minori HelpWanted: su 1400 sos ricevuti nel 2015, 327 riguardano estorsione sessuale. Vittime, anche in questo caso, sono soprattutto i maschi di età compresa fra i 16 e i 17 anni.

La sextortion non è un fenomeno fra pari. Dietro a molti ricatti fra giovani c’è la mano di bande criminali. Luca, come sta emergendo dai controlli della polizia postale, era a sua volta minacciato. Casi frequenti di sextortion avvengono sulle chat: adolescenti attirati da ragazze appariscenti, convinti a denudarsi e a compiere atti di masturbazione e filmati a loro insaputa. Il passo successivo è la richiesta di denaro per non diffondere in rete le immagini.

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La BBC racconta di una campagna investigativa della polizia della contea di Dorset: le indagini, scattate dopo diciotto denunce in soli due mesi, hanno portato all’arresto di una cinquantina di membri di una gang. L’operazione ha fatto emergere una realtà ramificata con bande operanti in diversi Paesi, dagli Stati Uniti all’Africa al sud est asiatico.

Il consiglio di Interpol e Polizia Postale è ovvio: denunciare.

Morta l’anziana massacrata in casa nel Ferrarese da due ladri

La Stampa

Due interventi chirurgici non sono serviti a salvare la vita a Cloe Govoni, 84 anni



È morta la scorsa notte Cloe Govoni, la donna di 84 anni massacrata in casa da due ladri la mattina del 6 novembre a Renazzo di Cento, nel Ferrarese. Due interventi chirurgici all’ospedale S.Anna di Cona per ridurre una gravissima emorragia cerebrale non sono serviti a salvarle la vita. 

Migliorano invece le condizioni della nuora della vittima, Maria Humeniuc, 53 anni, romena, con lei in casa al momento dell’irruzione dei banditi. La donna è ricoverata all’ospedale Maggiore di Bologna e per i sanitari è fuori pericolo. Era stata proprio lei, nonostante le ferite, a dare l’allarme con il cellulare dopo che i malviventi se ne erano andati.

Si aggrava ora la posizione di Constantin Grumeza, 22 anni, e Leonard Veissel, 26, arrestati dai carabinieri di Cento poche ore dopo l’aggressione e finora accusati di rapina aggravata (bottino 90 euro e alcuni gioielli) e tentato omicidio in concorso. «Non volevamo commettere tutto questo, abbiamo perso la testa davanti a tutto quel sangue, non lo faremo più e ci dispiace», hanno detto i due durante l’interrogatorio davanti al gip. 

Intanto i carabinieri hanno ritrovato i gioielli, rivenduti a un Compro Oro: avrebbero fruttato poco più di mille euro. Sono in corso accertamenti sulle modalità di acquisto. 

E’ malato e vive in un'auto. Il Comune: "Per te niente casa"

Giuliana De Vivo - Mar, 10/11/2015 - 08:00

Il signor Ruggiero, 72 anni, ha fatto domanda per un alloggio popolare. La risposta: "Non ha i requisiti"



Milano - Il signor Ruggiero Ilgrande ha 72 anni, soffre di una forma grave di diabete, non ha una pensione. Nel 2008, dopo che per l'età e gli acciacchi si è visto costretto a smettere di lavorare al mercato del pesce, è stato sfrattato dalla casa in cui abitava: senza lavoro né sussidi, non riusciva più a pagare l'affitto.

Avrebbe avuto un modo facile per assicurarsi un periodo di relativa calma: bastava trasferirsi in una casa occupata. A Milano, come in molte grandi città, c'è chi sopravvive anni sotto un tetto che non gli spetterebbe di diritto prima che arrivi davvero lo sgombero.

Invece questo 72enne ha deciso, pensate un po', di rispettare le regole. Semplicemente, ha compilato fiducioso la richiesta al Comune per mettersi in lista per un alloggio popolare. E nel frattempo, da sette anni, ha iniziato a vivere nella sua automobile. In attesa. Un po' di sacrificio, dev'essere stato il ragionamento, per poi avere finalmente dall'amministrazione comunale quell'aiuto che di certo, viste le sue condizioni di salute e di reddito, gli sarebbe spettato.

Così, con non poche difficoltà, è riuscito ad andare avanti, somministrandosi ogni giorno l'insulina per sopravvivere e mangiando, anche grazie all'aiuto di alcuni cittadini e comitati del quartiere che hanno deciso di dargli una mano.Fino a quando, il 2 luglio scorso, non è arrivata la beffa: una lettera recapitatagli dal Comune -

«Direzione centrale Casa e Demanio, Settore assegnazione alloggi di edilizia residenziale popolare», reca l'intestazione - in cui c'è scritto in burocratese che il signor Ruggiero non può avere un alloggio popolare. Anche se nella graduatoria attuale la sua domanda è «inserita alla posizione 99», che rispetto alle decine di migliaia di richieste in coda non è niente male. Il motivo: mancano i requisiti, la sua situazione di persona costretta a dormire in auto da sette anni, come emerso dai controlli effettuati, «rende incompatibili - è scritto nella missiva - alcune condizioni».

Segue l'elenco dei requisiti mancanti in questione: «Non sussiste la condizione di coabitazione», «non sussiste il sovraffollamento», «non sussiste la condizione di barriere architettoniche». Sì, siamo alla beffa: forse se Ruggiero non fosse stato un anziano solo, se avesse dormito in auto con altre persone, allora la «coabitazione» e il «sovraffollamento» sarebbero stati ravvisati. Così come il diabete non basta, perché si possa parlare di barriere architettoniche avrebbe dovuto, forse, stare su una sedia a rotelle.

Insomma, «la condizione abitativa impropria» del signor Ruggiero nella sua auto fa scivolare in basso la sua richiesta di casa popolare. «Miracoli» della burocrazia.Una storia, questa, che il consigliere di zona 7 in quota Forza Italia Raoul Bonomi ha preso a cuore, portandola alla luce e denunciandola con forza. Ora resta la possibilità di un ricorso al Tar della Lombardia contro il provvedimento e quella, già preannunciata, di una nuova richiesta davanti alla commissione che assegna gli alloggi popolari «in deroga» (che però per il 2015 ha già esaurito i posti disponibili).

Nell'attesa, Ruggiero continuerà a dormire in auto. «È già grave che il Comune non gli abbia dato un sussidio - commenta il consigliere di Forza Italia a Palazzo Marino Fabrizio De Pasquale, che assieme a Bonomi ha sollevato il caso -, ma la cosa ancora peggiore è che non vengono sgomberati coloro che occupano abusivamente le case sfitte e tolleriamo allo stesso tempo che una persona anziana e malata viva da anni nella sua automobile».

Twitter @giulianadevivo


Trovato un alloggio per Ruggiero. Ma ora è scontro sulle case popolari

Corriere della sera
di Paola D’Amico

Sistemazione provvisoria dalla Regione. Il Comune attacca: va rivisto il piano anti sfratti. L’assessore Benelli: da tempo chiediamo di alzare le assegnazioni in deroga



Avrà un tetto Ruggiero, il pensionato 72 enne che per sette anni ha abitato nella sua auto. Per qualche settimana starà in un alloggio temporaneo messo a disposizione dalla Regione in viale Romagna. Entro Natale potrà avvicinarsi al quartiere San Siro vecchia, tornare cioè nella zona che lo ha adottato. Il caso raccontato dal Corriere è stato risolto con un intervento lampo dall’assessore regionale alla Casa, Housing sociale, Expo 2015 e Internazionalizzazione delle imprese Fabrizio Sala che, ieri pomeriggio, ha ricevuto l’anziano al Pirellone. Si tratta, ha precisato l’assessore, di «ospitalità temporanea che non dovrà impedire all’uomo di conservare il diritto acquisito ad ottenere un alloggio popolare dal Comune e noi vigileremo».

Ma sul caso emblematico si apre uno scontro istituzionale. Da Palazzo Marino, infatti, precisano che «il pensionato è nella lista d’attesa per le assegnazioni in deroga», cioè i casi di emergenza. «Da tempo chiediamo alla Regione di poter alzare la soglia delle assegnazioni dal 25 al 50 per cento. Ma non ci è stato concesso». L’assessore alla Casa Daniela Benelli ha rinnovato anche ieri la richiesta a Sala.

La storia di Ruggiero è una «vicenda imbarazzante», spiegano in Comune. Fabrizio De Pasquale, che ha rilanciato la denuncia di Raoul Bonomi, il quale attraverso l’ Associazione Comitato Zona 7 segue il caso del senzatetto di San Siro, si dice sconcertato. «I conti non tornano. Se il Comune aveva 250 alloggi da assegnare in emergenza, è possibile che fossero tutti più gravi di quello di Ruggiero? O forse una delle concause di questo pasticcio non sarà lo strapotere dei sindacati nella commissione che esamina i casi?».

Ruggiero non ha accolto l’invito di chi, pragmaticamente, gli suggeriva di occupare una casa, in un quartiere popolare dove occupare è la prassi. Ma nessuno, prima che Bonomi lo avvicinasse nel parcheggio di piazza Segesta, dove tornava tra un ricovero e l’altro, aveva sposato la sua pratica. L’assessore Benelli aggiunge:

«Il caso emblematico del signor Ruggiero ci consente di scoprire che ci sono delle soluzioni per le emergenze abitative di cui il Comune di Milano non è al corrente. Bene. Ora mi aspetto che la Regione convochi Comune e Aler per condividere queste soluzioni per le deroghe e per gli sfrattati. Perché, stando alle attuali deroghe, il Comune non ha più alloggi da tempo e ad oggi può contare solo sugli alberghi e sui Servizi sociali».

Sala non si tira indietro. Ma alza il tiro. «Il Comune ha fatto ricorso al Tar contro il blocco delle assegnazioni in deroga e l’ha perso. Ora siamo in Consiglio di Stato. Il fatto è che la Regione è pronta a dare deroghe se presentano un progetto dove entrano in gioco le ‘agenzie educative’, per esempio la Caritas, che seguono questi casi con un percorso. Non siamo disponibili a deroghe indifferenziate e, appena sarà varata la nuova legge faremo verifiche sulle passate assegnazioni. Con la nuova legge sui servizi abitativi, il signor Ruggiero avrebbe già avuto accesso a una soluzione abitativa temporanea. Sussistono le condizioni di disagio estremo che, con la riforma di legge, danno accesso immediato a soluzioni abitative transitorie».

11 novembre 2015 | 08:10

Giuliano Soria, il papà del Premio Grinzane: "Soldi in nero, tartufi, cene , viaggi e sbronze. Così pagavo i moralisti di sinistra"

Libero

Giuliano Soria, il papà del Premio Grinzane:

Giuliano Soria quando parla ama tenere le mani appoggiate dietro la testa. Quasi a stringere i ricordi. Buoni per molti, ma non per tutti. Langarolo doc, 64 anni, a marzo è stato condannato in Appello a 8 anni e tre mesi per la gestione del Premio Grinzane Cavour di cui è stato per quasi un trentennio il dominus assoluto. È accusato di aver sperperato 4 milioni di fondi pubblici. Soldi che lui sostiene di aver in gran parte utilizzato correttamente e in parte dovuto versare nella greppia che ingrassava il caravanserraglio degli habitué del castello. In particolare quella fetta di mondo progressista che camuffa l’ingordigia con pose pensose e sopraccigli corrucciati .

E così il “conto” di Cavour ha rimpinzato politici, intellettuali, giornalisti, attori, per lo più girotondini del pensiero debole e della tasca robusta. Oggi Soria è ritornato in pista con mille progetti, dirigendo due collane di libri e riprendendo le sue lezioni di Letteratura spagnola all’Università di Roma Tre. Ma soprattutto ha pronti un romanzo e un pamphlet sulla sua vicenda giudiziaria che dovrebbe uscire dopo la sentenza della Cassazione. Ora con le mani a sorreggere la nuca affronta anche questa intervista. Soria che cosa sta succedendo nel mondo della cultura torinese?

Prima hanno condannato lei e adesso indagano pure sulla conduzione del Salone del libro da parte del presidente Rolando Picchioni, accusato di peculato. «A Torino la pentola ha perso il coperchio. Non c’è solo il salone del libro in crisi, ma un sacco di altri enti, dal museo del cinema, alla film commission al teatro stabile. Chiuso il vivaio Fiat che aveva collocato i suoi in mille incarichi, la città è nuda in mano alla solita cricca comunista che blocca tutto, guardando al passato e non al futuro. Usa la cultura per piazzare personaggi scomodi o peggio. Per esempio Picchioni, lo hanno nominato al Salone perché in politica “rompeva”, “sapeva troppo”, “era un rompicoglioni”».

In appello ha ottenuto un’importante riduzione della condanna che le aveva inflitto il tribunale e ora è in attesa della Cassazione. Nel frattempo sta preparando un pepatissimo pamphlet su chi si è rimpinguato grazie al premio Grinzane.  «Sì, ma sarà anche un libro-denuncia sul linciaggio morale che ho subìto. Pensate che un giornale torinese ha dedicato una pagina intera a mia madre inventandosi che era stata in carcere. Sono stati querelati ed hanno pagato fior di quattrini! Per fortuna mia mamma non si è persa d’animo e anzi, a 90 anni suonati, ha inaugurato un blog di cucina e ha scritto il suo romanzo d’esordio, intitolato La littorina di Nosserio».

Alcuni suoi stretti collaboratori sostengono che il suo pamphlet contenga nomi eccellenti. Dicono che varie pagine siano dedicate a importanti magistrati…  «Dicono il vero, del resto basta andare a controllare i verbali di approvazione dei bilanci del Grinzane per trovare personaggi interessanti. Comunque su questi argomenti ho l’assoluto divieto da parte del mio difensore Luca Gastini a proferire anche una sola parola. Si aspetta un grande risultato dalla Cassazione e non vuole che qualche mia uscita possa interferire negativamente. Ma questo mi sento di dirlo comunque: pensate che avrei chiesto a un autorevolissimo magistrato torinese di far parte del consiglio del premio se avessi avuto qualcosa da nascondere nei conti? In ogni caso nel mio libro denuncia non parlerò solo di giudici». 

Non ha paura delle querele?  «Se vuole saperlo io ho accusato decine di persone del mondo della politica e dello spettacolo, ma nessuno, dico nes-su-no, mi ha querelato. Come mai?».

Allora passiamo al piatto forte: gli scrocconi della politica, del mondo dell’arte, del giornalismo e del cinema. Da chi cominciamo?  «Dai giornalisti. Ho dovuto pagare in nero un’enormità di servizi direttamente a chi li realizzava. Nella vostra categoria Corrado Augias era ed è il più sfacciato di tutti. Lui lavora solo in nero. Lo sanno tutti. Fa il moralizzatore in pubblico e poi in privato è indecente. Sarà venuto 15-20 volte a presentare il premio e mi diceva se mi paghi in nero mi devi dare 5-7 mila euro, se no il doppio. Me li ha chiesti persino quando abbiamo presentato un suo libro al Grinzane Noir di Orta (Novara ndr)».

Sono accuse gravi. Mi vuole dire che neppure Augias l’ha denunciata?  «Assolutamente no. E su di lui non ho finito. Veniva spessissimo a Parigi a pranzo da me con la moglie e mi diceva sempre: “Bisogna che una volta ti inviti io”. Ebbene una sera lo ha fatto, nella sua casa in Montparnasse. L’appartamento era molto piccolo ed erano attesi otto invitati. Allora io gli chiesi: “Ma dove ci metti?”. Lui mi guardò e disse: “Hai ragione, allora andiamo al ristorante”. Scelse il prestigioso La Coupole, a tavola eravamo tre uomini e cinque donne. Alla fine sentenziò che il conto andava diviso tra i soli cavalieri. In pratica mi ha fatto offrire a due sue ospiti la cena che si sarebbe dovuta tenere a casa sua».

Veniamo alla politica. Lei ha raccontato di aver elargito all’attuale governatore del Piemonte Sergio Chiamparino un sostanzioso finanziamento in nero.
«Confermo di avergli consegnato un bel gruzzolo in contanti: 20.000 euro glieli ho dati in un bar in piazza Vittorio a Torino e ho i testimoni. Glieli ho messi in una busta nascosta dentro a un giornale. Lui era imbarazzato dalla presenza della scorta, ma ha preso la busta. Eccome se l’ha presa! Altri 5.000 glieli ho portati in casa dell’ex assessore alla Cultura Fiorenzo Alfieri, uno che mi scroccava spesso casa a Parigi e che faceva il ”raccoglitore” dei fondi pro Chiamparino».

Si prende la responsabilità di quel che dice?  «Certo che sì».

Una delle ospiti più assidue della sua corte è stata Mercedes Bresso, l’ex governatrice del Piemonte. Lei nella sua memoria difensiva ha scritto che aveva imposto il marito Claude Raffestin in tutti i viaggi e persino dentro a una giuria. Ha pure detto che «Bresso esigeva che si invitassero i suoi amici a spese nostre».

«La Bresso ha avuto molto dal Grinzane, soprattutto in termini d’immagine. Poi sul piano personale anche una grandiosa festa per il suo compleanno nel teatro d’opera dell’ex ambasciata prussiana a San Pietroburgo, dove mi aveva chiesto di organizzare un’edizione del premio. Fu un ricevimento per duecento ospiti, da vera zarina! Anche il marito ci deve molto. In alcune occasioni hanno utilizzato gli eventi del Grinzane per ritagliarsi i loro personali vantaggi».

Lei asserisce di essere intervenuto per far pubblicare il noir della Bresso Il profilo del tartufo?  «Certo. Era una cosa che non stava in piedi da sola. Io me ne occupai pagando di tasca mia anche un pesante lavoro di editing. Quando uscì, la signora nelle prime pagine si sperticava in lodi nei miei confronti. Poi, dopo che mi indagarono, fece fare in fretta e furia una nuova edizione. È tutta da ridere!».

A proposito di tartufi, è vero che gli scrocconi del suo seguito ne andavano matti?  «Il più ghiotto era il “compagno” Gianni Oliva, ex assessore regionale del Pd, un gran mangiatore di trifola. Dovevo rifornirlo spesso, ovviamente gratis: pare che il tartufo sia un afrodisiaco e, parola di Oliva, con lui sortiva quell’effetto».

Nel suo libro nero ci sono altri politici?  «Sì, per esempio c’è un onorevole romano: era insistente ed insaziabile, in particolare ai tempi in cui era sottosegretario. Lui veniva a prendere i soldi qui nel mio ufficio torinese al primo piano e mi chiedeva di chiudere le tende perché non ci vedessero dal palazzo di fronte. Avrà ritirato 30-40 mila euro e gli amici della sua corrente, che conosco personalmente, sospettavano che non li avesse portati al partito, ma se li fosse tenuti per sé».

Non ha elargito solo buste, ma anche lussuosi soggiorni. Ci indichi qualche bon vivant a spese dei contribuenti…  «A parte i nomi che ho già fatto e che sono quindi noti c’è un famoso storico dell’arte, Salvatore Settis».

Settis? Ma è appena stato adottato dal blog del Movimento5stelle. Sarà un brutto colpo per gli attivisti…  «Su Settis posso dire che ha fatto modificare lo Statuto della Scuola Normale di Pisa pur di essere rieletto la terza volta direttore. Giudicate voi!». 

Ha detto di aver ricompensato in nero star come Stefania Sandrelli, Isabella Ferrari, Charlotte Rampling, Michele Placido, Giancarlo Giannini, Franco Nero, Vincenzo Cerami. Chi era il più avido?
«Il più ingordo era Giannini. Finita la cerimonia voleva essere pagato subito, ovviamente cash. Mi ricordo che una volta mi chiese insistentemente i soldi in un corridoio, altrimenti non sarebbe entrato nella sala dove si teneva la cena di gala. L’ho dovuto saldare sull’unghia, credo nell’anticamera di un bagno. Cose da matti. In realtà pochi attori italiani e stranieri sono immuni dal sistema del nero. Pensi che ho dovuto retribuire in contanti Eleonora Giorgi persino per farla venire alla festa della Vendemmia nell’ottobre del 2008…».

Sono affermazioni gravi...  «Me ne assumo la responsabilità».

Ha scritto che il grande romanziere statunitense Philippe Roth è costato 30.000 euro in forma non ufficiale. Ci spieghi meglio.  «Quando premiavamo uno scrittore all’estero, lo facevamo cash e senza fattura. L’ho rimunerato personalmente all’Italian Academy della Columbia university. Ricordo che era irritato perché i giornalisti italiani non parlavano in inglese e nemmeno il direttore editoriale dell’Einaudi». 

Chi altro è stato pagato sottobanco?  «Quasi tutti. Da José Saramago a Osvaldo Soriano, da Paulo Coelho, ad Adolfo Bioy Casares a Sepulveda. Non è andata diversamente con i cubani. Pensi che Tahar Ben Jelloun, da presidente della giuria, mi disse che non voleva la ricevuta, ma essere liquidato in contanti. Una cosa impossibile per i giurati, che venivano ricompensati in modo ufficiale. Ben Jelloun ha un rapporto particolare con il denaro. Ricordo che voleva divorziare dalla moglie e quando scoprì quanto gli sarebbe costato iniziò a sussurarle “j’e t’aime”. L’ho pure dovuto salvare da una grana giudiziaria, visto che per cupidigia aveva venduto i diritti di un suo libro a due diversi editori».

Col Grinzane lei ha anticipato diversi premi Nobel, come quello al nigeriano Wole Soyinka. «Uno snob. Mi scrisse che non trovava giusto che dei ragazzi di liceo giudicassero uno scrittore del suo livello, visto che era un principe dell’antico popolo Yoruba. C’è da dire che dopo che lo abbiamo premiato alcuni protestarono facendoci notare che l’opera con cui aveva vinto era un rimaneggiamento di quella del leggendario Amos Tutuola, un nomade che trasmette i suoi racconti per via orale».

Tutuola chi?  «Amos Tutuola. Si presentò a un appuntamento con me in Africa con la sua tribù e i suoi cammelli, annunciato da una nuvola di polvere. Quando lo invitammo in Italia, si fermava per strada ad abbracciare i copertoni delle ruote». 

Come sono questi premi Nobel visti da vicino?  «Umanissimi. Mi ricordo che il polacco Czeslaw Milosz, ormai ottantenne, venne al premio e si ubriacò di Barolo. Gli chiedemmo perché a fine serata si stesse scolando tutto il vino che era rimasto sulla tavola e lui ci spiegò che quello era l’unico modo “to fuck” la giovane e splendida moglie che lo attendeva in stanza. A| contrario, Soynka non aveva certo bisogno dell’alcol per soddisfare le donne, quel monumentale africano era un grande amatore. Almeno così mi assicurò una mia collaboratrice. Con Sepulveda, invece, ricordo tremende ciucche di grappa».

Ha conosciuto anche il grande Jorge Luis Borges.  «Parlavamo di tutto e sul conflitto delle Falkland mi regalò un aforisma fulminante: la definì la guerra tra due calvi per un pettine. Quando gli domandai quale fosse il più grande errore della sua vita mi mise una mano sulla spalla, quasi accarezzandomi, e disse: “Caro Soria, mi sono dimenticato di essere felice”». 

Torniamo al suo j’accuse. Lei sembra particolarmente divertito dalla voracità di Alain Elkann, padre di John, il presidente della Fiat Chrysler Automobiles…  «È un flagello per le lettere italiane: vacuo e spendaccione con i soldi degli altri. Al grande evento del Grinzane a New York superò sé stesso: pretese la first class per sé e la moglie, allora era Rosi Greco, e l’alloggio all’Hotel Carslyle, un 5 stelle lusso. Mi ricordo quanto mi disse l’avvocato Gianni Agnelli di lui: “Possibile che mia figlia Margherita tra tutti gli ebrei geniali abbia finito per sposare l’unico c…”». 

In questi mesi qualcuno l’ha chiamata per chiederle di essere cancellato dal suo mémoire?  «Moltissimi mi hanno contattato per essere risparmiati. Esponenti della politica e della Rai. Ma qui non vale il noto proverbio africano: “Dove c’è un desiderio si trova sempre un cammino”. Qui non ci sarà cammino».

di Giacomo Amadori

Trovare i defunti al cimitero, una fatica "mortale". E a Milano risultano “salme” anche i vivi

Corriere della sera
di Gianfranco Giardina - 10/11/2015 01:07

Nella grandi città spesso trovare la tomba di qualche conoscente è una vera e propria avventura: non esiste un'anagrafe nazionale, i database comunali con i dati delle sepolture consultabili via Web ancora scarseggiano. A Milano debutta un'app a questo scopo, ma il risultato è più da Halloween: anche i vivi sono dati per morti.



È appena passata la ricorrenza dei defunti: chi ha voluto in questi giorni “allargare” il giro ai parenti meno stretti ha avuto i suoi problemi nel trovare, soprattutto nei grandi cimiteri metropolitani, il campo e la sepoltura cercata. L’Amministrazione Pubblica, che fatica a digitalizzare i fatti dei sempre più indaffarati vivi, si dimostra spesso incapace anche di gestire un database dei più placidi morti. E quando lo fa, non tutto va sempre liscio.
La app di Milano “seppellisce” anche i vivi
La più recente notizia sul fronte dei sistemi di ricerca dei defunti, riguarda Milano: da qualche giorno il Comune ha infatti lanciato una App dal nome non proprio felice, Not 2 4Get, disponibile per iOs e Android, che consente di scoprire il luogo di “ultima residenza” di un defunto tumulato in un cimitero milanese. Ovviamente poco conta che nessuno capisca il gioco di parole (Not 2 4Get è la versione in lettere e numeri della formula inglese “Not to Forget”, non dimenticare); ma la sostanza è che, se lo si scopre (sul sito del Comune non ve n’è traccia né menzione), si tratta di un servizio decisamente utile, che inspiegabilmente non è erogato anche via Web.



Ma nella innovativa app del Comune di Milano c’è ancora qualcosa a cavallo tra il grave e il grottesco da mettere a punto: nella lista dei sepolti nei cimiteri milanesi compaiono infatti anche molti cittadini perfettamente vivi e vegeti. Come infatti abbiamo potuto verificare, sono diverse le persone che compaiono nelle liste, con tanto di cimitero di “residenza” e riferimenti della sepoltura, e che invece, almeno per adesso e per loro fortuna, sono ancora a “piede libero” in giro per la città.



Si tratta presumibilmente – secondo la nostra ricostruzione - dei concessionari delle tombe (tipicamente coniugi o figli dei defunti), che non necessariamente ancora vi risiedono, ma le cui schede anagrafiche sono finite per un macabro errore nel calderone del grande database cimiteriale. Un bello spavento per chi, cercando un parente, si ritrova in lista con la dizione “stato: salma”. O comunque – volendo vedere il bicchiere mezzo pieno – un buon auspicio di lunga vita.
Le grandi città spesso non sono eccellenti
Milano a parte, che è la prima grande città con un’app di questo tipo, le metropoli italiane non sembrano voler semplificare la vita ai visitatori cimiteriali. La necessità di un database delle sepolture si fa ovviamente più sentire nei grandi centri urbani, in cui i cimiteri sono spesso sconfinati. E se è lecito presumere che tutti i dati dei defunti siano ormai digitalizzati sui server dei grandi comuni, non è altrettanto vero che queste liste siano liberamente accessibili ai poveri cittadini in cerca di qualche vecchio amico o di un lontano parente. La Capitale, per esempio, non offre nessuna strada “telematica” alla ricerca dei propri defunti: il sito del Comune di Roma offre come possibilità per ottenere informazioni sui defunti cercati solo la via telefonica o l’email; o peggio ancora, invita a recarsi di persona presso l’Ufficio Relazioni con il Pubblico.


Tra le grandi città, sicuramente spicca Torino: il sito web del Comune offre l’intero database facilmente consultabile, con tanto di mappa dettagliata del cimitero interessato.



L’unico limite è che i database dei defunti inumati e di quelli cremati è disgiunto: se non si conosce quale sia stata la modalità scelta per il defunto ricercato, tocca fare due ricerche.



Il sito del Comune di Napoli, invece, addirittura invita ad “avanzare la richiesta all’ufficio ‘Archivi
cimiteriali’” (la cui sede – forse non a caso - è in via Santa Maria del Pianto).



Il Comune di Palermo non riporta alcuna indicazione su come trovare l’ubicazione del proprio caro, né sotto forma di database né come riferimenti telefonici o email, e questo malgrado ci sia un intero sottosito dedicato ai servizi cimiteriali.

La mancata digitalizzazione del database dei defunti (o comunque la mancanza di un servizio di consultazione) non è un fatto che riguarda solo il Centro-Sud: nel sito del Comune di Genova, per esempio, si trovano tante informazioni dettagliate sui servizi cimiteriali, ma nessuna indicazione per rintracciare l’ultima dimora dei propri conoscenti; a Bologna, almeno apparentemente, siamo ancora fermi alla carta: l’unico riferimento che siamo stati in condizione di trovare sul sito del Comune è a un fantomatico “registro in duplice copia vidimato dal Sindaco”.



Nulla di utile neppure nel caso di Firenze (non andiamo oltre le mappe dei cimiteri, ma senza riferimenti precisi), Venezia, Bari e Catania. Per avere un buon servizio di ricerca online dei cari estinti bisogna scendere fino a capoluoghi un po’ più piccoli: a Verona il sito web ha un buon strumento di ricerca (ma bisogna sapere anche il nome preciso del defunto o l’anno del decesso); database presente ma condizioni ancora più stringenti a Padova: senza nome e cognome esatti e la data di decesso precisa il sistema non mostra i risultati. Ottimi i sistemi di Messina e di Ferrara (utilizzano il medesimo software).



Altrettanto validi quelli di Monza, Bergamo e Brescia.


Ma i morti hanno una privacy?
Il fatto che la lista dei defunti e il loro “indirizzo” sia liberamente pubblicato su Internet ha fatto discutere negli anni scorsi e ha anche coinvolto il Garante per la Privacy che, in passato, si è espresso contro questi servizi al cittadino. Addirittura pare che a Roma il servizio di localizzazione dei defunti via Web fosse attivo fino al 2010 e che poi fosse stato sospeso proprio per i timori che potesse configurarsi un violazione della privacy.

Infatti il Comune di Roma (a quel tempo con Gianni Alemanno sindaco) aveva comunicato che “onde evitare la violazione delle norme sulla riservatezza e sulla tutela dei dati personali, non è possibile pubblicare, se non su esplicita e formale richiesta degli aventi diritto, il luogo di riposo del defunto, qualora da questo possano essere desunte indicazioni relative a dati personali sensibili del defunto stesso, quali, ad esempio, la confessione religiosa da questi professata”.

E in effetti il garante della privacy avrebbe in passato ingiunto ad alcuni comuni di chiudere i propri servizi di “geolocalizzazione funebre”, come nel caso del comune di Thiene (VI) sul cui sito compare ancora la laconica scritta: “ATTENZIONE: Il servizio di ricerca del defunto è momentaneamente sospeso”.

E allora come fanno i Comuni che pubblicano le liste a farlo senza incorrere nelle ire del Garante? In molti riportano un breve disclaimer in cui richiamano la normativa sulla privacy:
Ai fini della privacy si informa che i dati personali  consultabili attraverso il Ricerca Defunto on line rientrano nella casistica dell’art. 24 del D.lgs. 196/2003 –  Casi nei quali può essere effettuato il trattamento senza consenso, lettera C “dati provenienti da pubblici registri, elenchi, atti o documenti conoscibili da chiunque”
Questo sembrerebbe bastare per mettere i sindaci al riparo da infrazioni della privacy, cosa che ci appare decisamente ragionevole.

Malgrado ciò non mancano alcune “contrindicazioni”: il caso che ha fatto più scalpore riguarda il comune di Torino, che come dicevamo ha uno dei servizi migliori. Una società terza (sulla quale il Garante della Privacy avrebbe aperto un’istruttoria nel 2013) ha infatti creato un sito dedicato al culto dei defunti e, secondo le ricostruzioni, avrebbe scaricato con una serie massiva di query la lista di tutti i defunti di Torino, creando una specie di cimitero virtuale parallelo, chiedendo addirittura soldi per l’accensione, sempre virtuale, di lumini e simili e ricreando lapidi in computer grafica assolutamente realistiche.



Forse si tratta di un consiglio per chi non riesce a trovare i propri cari nei cimiteri fisici per la mancanza dei database consultabili: non resta che ripiegare sui sepolcri virtuali?

E' più sicuro iPhone o Android?

La Stampa
andrea nepori

Secondo un’associazione americana per la tutela dei diritti civili, chi ha un iPhone, costoso e sempre criptato, è tutelato più di chi possiede un dispositivo Android, economico ma poco sicuro. È davvero così?



L’iPhone cripta di default tutti i dati contenuti nel telefono e non permette a nessuno di decifrarli se non viene sbloccato dal proprietario. Apple ha fatto di questo aspetto un punto di forza delle proprie campagne di marketing, suscitando le ire di FBI, NSA e agenzie governative che, con la scusa di poter combattere meglio terrorismo e crimine, vorrebbero libero accesso ai dati di tutti. Gli smartphone Android, per contro, non prevedono alcun criptaggio predefinito. Con Lollipop Google offre qualcosa di simile, ma soltanto per gli smartphone “flagship” della serie Nexus e per alcuni top di gamma. Quelli che, in altre parole, costano poco meno di un iPhone.

ACLU: UN PROBLEMA DI DIRITTI UMANI
Un divario nell’approccio alla sicurezza dell’utente difficile da colmare e che trascende le semplici dinamiche del marketing. Chris Soghoian, Chief Technologist della ACLU (American Civil Liberties Union) ci va giù pesante: è il momento di parlare del problema in termini di diritti umani.

“Ci troviamo di fronte non solo a un digital divide, ma anche a un digital security divide,” ha detto Soghoian durante la EmTech Conference organizzata dalla MIT Technology Review a Cambridge, Massachusetts. “Il telefono utilizzato dai ricchi è sicuro e criptato di serie, mentre il telefono usato dalla maggior parte delle persone nel Sud del mondo e dai poveri e dagli svantaggiati in America può essere sorvegliato”.

In altre parole, il telefono usato dagli ultimi del mondo è anche quello che facilità di più il controllo da parte delle autorità. E poiché i movimenti di protesta partono più facilmente dal basso, dice Soghoian, il divario fra i due sistemi rischia di facilitare il compito di chi quei movimenti vuole sorvegliarli ed emarginarli.

La differenza fra i due sistemi, secondo l’esperto, ha basi strategiche, più che tecniche, radicate nei diversi modelli di business delle due aziende: “Google ha di gran lunga il miglior team di sicurezza di ogni azienda della Silicon Valley, e gli esperti di sicurezza che conosco all’interno di Google si vergognano di Android. Ma Apple vende beni di lusso, mentre Google distribuisce servizi gratuiti in cambio dell’accesso ai dati dell’utente”.

SERVIZI, FRAMMENTAZIONE, VULNERABILITÀ
Una visione radicale, in parte condivisibile, che ignora però alcuni fattori importanti. Intanto, la possibilità di criptare i dati sul telefono garantisce la sicurezza dei dati in caso il telefono venga smarrito, rubato o sequestrato, è vero. Ma se l’utente iPhone condivide volontariamente gran parte di quei dati tramite l’app di Facebook, invia messaggi con Messenger o utilizza i servizi Docs o Maps, salvando i propri dati sui server di Google, accetta gli stessi compromessi di sicurezza di qualsiasi altro utente Android.

A minare la sicurezza degli utenti, poi, sono soprattutto le vulnerabilità ancora aperte e le falle che spie, governi e agenzie come Hacking Team possono utilizzare per sorvegliare con successo anche chi usa un iPhone. Su Android il problema è aggravato dalla frammentazione di un ecosistema che include decine e decine di produttori, con differenti versioni e personalizzazioni del software. Una piattaforma eterogenea tanto aperta quanto difficile da controllare, che rende impossibile la diffusione capillare degli aggiornamenti di sicurezza e ritarda il passaggio alle distribuzioni più recenti del firmware.

CHI PAGA TANTO PER UN ANDROID È AL SICURO?
Il criptaggio predefinito dei contenuti dello smartphone su telefoni Android di fascia alta, infine, non è affatto garanzia di sicurezza, come vorrebbe la tesi della ACLU.

A dimostrarlo è Google stessa. Il team del Project Zero, un gruppo interno all’azienda che ha il compito di individuare falle e vulnerabilità di Android, ha scoperto che il Galaxy S6 Edge soffre di 11 vulnerabilità gravi, molte delle quali nascoste nel codice del client email di Samsung e nell’app delle gallerie fotografiche. La personalizzazione Android del produttore, in altre parole, ha aggiunto un ulteriore livello di insicurezza.

La buona notizia è che le falle trovate dal team sono state risolte prima della divulgazione e non pongono più alcun rischio sui telefoni aggiornati all’ultima versione del software. Quella cattiva è che un team di 10 esperti ha dovuto lavorare una settimana per mettere in sicurezza un singolo dispositivo di un singolo produttore. Un approccio impossibile da scalare.

COME PROTEGGERSI DAVVERO?
Se è vero che l’iPhone, di serie, protegge i dati dell’utente meglio di un generico dispositivo Android, l’utente che tiene alla propria privacy deve comunque sviluppare una consapevolezza più ampia del problema per rimanere davvero al sicuro.

Il criptaggio del dispositivo, ovviamente, rimane il primo passo. Se per iPhone e dispositivi Nexus l’operazione è automatica dalla prima accensione, gli altri telefoni Android si possono criptare tramite apposita opzione nelle impostazioni. L’operazione però peggiora le prestazioni del dispositivo e spesso riduce la durata della batteria, due aspetti sufficienti a scoraggiare la maggior parte degli utenti. Su iPhone il problema non si pone, perché il dispositivo è dotato di un coprocessore che gestisce il criptaggio a livello hardware.

Stop anche ai messaggi importanti e privati su Facebook Messenger, magari in favore di alternative sempre criptate e sicure come Signal (App Store, Play Store), app di messaggistica disponibile per iOS e Android, consigliata anche da Edward Snowden.

Per le email il discorso si complica, perché Gmail (il servizio) e Apple Mail su iPhone non supportano automaticamente la cifratura PGP, troppo complessa da gestire per l’utente, mentre i più esperti possono impostare una certificazione S/MIME. Protocolli e procedure che rimangono ancora troppo complicate perché si possa contare su una loro significativa diffusione sugli smartphone di tutti.

Da oggi con Google Maps navighi anche offline

La Stampa

D’ora in avanti è possibile scaricare un’area geografica sul vostro telefono e, anche quando non c’è copertura Internet, l’applicazione continuerà a funzionare senza interruzioni.



Nel 60% del mondo oggi internet non è disponibile e, anche dove è possibile accedere al web, non è detto che la copertura sia uniforme. Per la maggior parte della popolazione dunque non è ancora possibile, o per lo meno non è semplice, accedere alle informazioni in modo rapido e agevole. Si tratta di un problema enorme, soprattutto quando si visitano luoghi sconosciuti.

In questo senso Google Maps sta facendo nuovi passi in avanti con l’obiettivo di aiutare le persone a trovare le indicazioni di cui hanno bisogno per arrivare a destinazione, anche senza connessione internet.

D’ora in avanti è possibile scaricare un’area geografica sul vostro telefono e, quando non c’è copertura Internet - che vi troviate su una strada di campagna o in un parcheggio sotterraneo - Google Maps continuerà a funzionare senza interruzioni. Se in passato si poteva semplicemente consultare un’area della mappa offline, ora si possono ricevere indicazioni stradali passo-passo, cercare destinazioni specifiche e trovare informazioni utili sui luoghi d’interesse, come ad esempio orari d’apertura, dati di contatto o recensioni.

Per scaricare un’area, è sufficiente cercare una città, una regione o una nazione, ad esempio, e cliccare poi su “Download” nella relativa scheda, oppure andare su “Aree offline” nel menù di Google Maps e premere il pulsante “+”.

Una volta scaricata la mappa, nel momento in cui Google Maps rileverà una connettività limitata o assente, passerà automaticamente alla modalità offline, mentre tornerà a quella online quando la connessione verrà ripristinata, così da garantire l’accesso alla versione completa di Maps, che comprende il traffico in tempo reale. Per impostazione predefinita, l’applicazione scaricherà le mappe sul vostro dispositivo solo quando sarete collegati a una rete Wi-Fi, in modo da evitare addebiti elevati per il consumo di dati.

Queste nuovi funzioni sono state mostrate in anteprima in occasione di Google I/O a maggio. Ora questa prima serie di miglioramenti è gradualmente disponibile con l’ultima versione di Google Maps per Android (a breve anche su iOS). Presto verranno introdotte ancora più funzionalità offline per aiutare a trovare sempre la direzione, anche in assenza di una connessione.