giovedì 12 novembre 2015

Morto uno dei gemelli separati da neonati che crebbero uno ebreo e l’altro nazista

La Stampa
elena masuelli

Nati a Trinidad nel gennaio del 1933, i fratelli Jack e Oskar presero strade diverse quando avevano appena sei mesi, dopo la separazione dei loro genitori



Gemelli separati da neonati, cresciuti uno ebreo e uno nazista. È l’incredibile storia dei fratelli Oskar Stohr e Jack Yufe, morto mercoledì a San Diego, all’età di 82 anni.

OSKAR E LA GIOVENTU’ HITLERIANA
Nati a Trinidad nel gennaio del 1933, i fratelli Jack e Oskar presero strade diverse quando avevano appena sei mesi, dopo la separazione dei loro genitori. Oskar andò in Germania con la madre cattolica, Elizabeth. Era bambino durante il regime nazista e fu istruito dalla nonna a non rivelare che suo padre fosse ebreo, per poter sopravvivere. Così fece, tanto che si unì anche alla Gioventù hitleriana.

JACK E IL LAVORO IN UN KIBBUTZ
Nel frattempo Jack non ebbe particolare consapevolezza dell’essere ebreo fino a quando non si trasferì da Trinidad al Venezuela per vivere con una zia che era stata a Dachau ed era l’unica parente europea sopravvissuta all’Olocausto. Fu lei a suggerire a Jack di trasferirsi nel neonato Israele, dove arrivò all’età di 16 anni, lavorò in un kibbutz e prestò anche servizio militare. Nel 1954 era diretto negli Usa ma decise di fermarsi in Germania per conoscere il fratello.

IL PRIMO FALLIMENTARE INCONTRO
I gemelli si incontrarono per la prima volta all’età di 21 anni all’aeroporto di Francoforte. Raccontarono che pur non essendosi mai frequentati, fu come guardarsi in uno specchio: la stessa camicia blu, la stessa cadenza nel parlare, seppure due lingue diverse. Proprio questa fu la prima barriera. Entrambi conoscevano l’yiddish, ma Oskar mise subito in chiaro che non voleva che nessuno sapesse che era ebreo.

Le loro somiglianze erano soprattutto caratteriali, ma questo non bastò a tenerli insieme. Non si rividero per 25 anni. Nel 1979, con il pretesto di uno studio che prendeva in esame parallelismi e differenze fra cresciuti divisi, ci fu un nuovo incontro ed entrarono a far parte della ricerca. Stessi baffi, stessa camicia, modelli di pensiero simili e stesse manie: la passione per il cibo piccante e l’abitudine di tirare lo sciacquone prima di andare in bagno

SU DI LORO UN DOCUMENTARIO
Il loro rapporto non è mai stato disteso. Della loro storia si sono occupati anche un documentario della Bbc e un libro. Stohr, che ha trascorso molti anni lavorando nelle miniere, è morto per cancro ai polmoni nel 1997. Yufe non ha partecipato ai funerali. Lui, a San Ysidro, si occupava di un business di successo: la vendita di jeans e stivali da lavoro ai contadini dal retro del suo furgone e poi in un negozio, El Progreso. Ha lavorato tutti i giorni fino all’età di 80 anni.

Ancora in fuga dalla Storia Ecco i cinque criminali nazisti più ricercati del mondo

La Stampa
maurizio molinari

13/10/2013

Di alcuni non si hanno notizie, altri sono protetti

Nel suo piccolo ufficio viennese al numero 9 di Saltzorgasse, poco lontano dal Danubio, Simon Wiesenthal riceveva ricercatori e studenti spiegando che l’obiettivo della caccia ai criminali nazisti era «fare giustizia, non vendetta» e la priorità non era «solo la cattura ma anche l’esposizione delle loro atrocità» affinché «vengano ricordate dalle nuove generazioni». Scomparso nel 2005, Wiesenthal ha lasciato tale missione a cacciatori di nazisti con cui ebbe occasione di lavorare assieme e - data la sua nota tempra - anche di avere vivaci alterchi.

L’erede più diretto è Efraim Zuroff, uno storico israeliano di origine americana che vive a Efrat e coordina la ricerca dei criminali nazisti «Most Wanted» - più ricercati - per il «Simon Wiesenthal Center», il cui quartier generale oggi è a Los Angeles. Zuroff iniziò a collaborare con Wiesenthal nel 1978 e dall’indomani della caduta del Muro di Berlino si è dedicato in particolare a identificare i responsabili di atrocità commesse da ex collaboratori dei nazisti residenti nei Paesi dell’Est. 

I maggiori successi sono arrivati nei Paesi Baltici e in Croazia. Ad esempio fu lui che trovò e fece arrestare in Argentina Dinko Sakic, ex comandante ustascia del campo di Jasenovac, poi condannato a venti anni di reclusione dalla giustizia di Zagabria. Zuroff cura la pubblicazione annuale del «Report» - creato da Simon Wiesenthal - con l’elenco dei criminali nazisti più ricercati. In cima alla lista, da molti anni, c’è Alois Brunner, l’ex collaboratore di Adolf Eichmann nella deportazione degli ebrei europei che dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale trovò rifugio in Siria, diventando uno stretto consigliere di Hafez Assad, padre dell’attuale presidente.

Il suo ultimo avvistamento in Siria risale al 2001 e anche le tracce del secondo «Most Wanted» portano nei Paesi arabi perché Aribert Heim, il dottore degli esperimenti sui prigionieri nel lager di Mauthausen, sarebbe morto al Cairo nel 1992. Ma se Zuroff lo include nella lista - ed è andato a cercarlo a casa della figlia in Brasile - è perché in Egitto non si è mai trovata nè la salma nè alcun campione del suo Dna. 

Il terzo «Most Wanted» riguarda invece l’Italia perché Gerhard Sommer è l’ex comandante delle SS condannato nel 2005 a La Spezia per la strage di Sant’Anna di Stazema - 560 vittime - che vive tranquillamente in Germania dove «nessuna accusa gli è stata ancora formalizzata» afferma Zuroff, che dedica gran parte del suo tempo a esercitare pressioni proprio su quei Paesi - come Germania, Canada, Lituania e Lettonia - dove la riconosciuta presenza di criminali nazisti e loro collaboratori non porta ancora a processarli in tribunale.

In Francia sono Serge e Beate Klarsfeld, fondatori dell’Associazione dei figli e delle figlie della Shoà, ad aver contribuito alla cattura di tedeschi e francesi responsabili di atrocità commesse durante l’occupazione, dal «Boia di Lione» Klaus Barbie a Renè Bousquet, ex capo della polizia di Vichy.

L’esposizione delle responsabilità francesi è per i Klarsfeld parte fondamentale del loro lavoro. Ma il cacciatore di nazisti che può vantare maggiori risultati è Eli Rosenbaum che dal 1995 guida l’apposita task force del Dipartimento di Giustizia di Washington. In precedenza era stato lui, come capo dell’unità investigativa del Congresso mondiale ebraico, a svelare i trascorsi nazisti di Kurt Waldheim, e lavorando per il governo americano è riuscito a identificare almeno 30 ex nazisti, responsabili di reati di diversa natura e gravità, rifugiatisi negli Stati Uniti. 

Molti sono stati estradati o deportati, come l’ex guardia del lager di Sobibor Ivan Demjanjuk trasferito in Germania nel 2009 e deceduto nel 2012 o l’ex agente della Gestapo estone Mikhail Gorshow consegnato a Tallinn nel 2011. I risultati di Rosenbaum sono stati tali da spingere il Dipartimento di Giustizia ad affidargli le indagini anche sui responsabili di altri crimini - commessi in Bosnia, Ruanda o altri conflitti - rifugiatisi in America negli ultimi anni: ne ha trovati 80.

L’ex abate di Montecassino «Hotel di lusso ed ecstasy, i viaggi del vescovo con i soldi dell’8 per mille»

Corriere della sera
di Fiorenza Sarzanini

I pm: 500 mila euro dai depositi dello Ior a quelli di altri istituti di credito per occultare provviste illecite nei conti di Pietro Vittorelli accusato di appropriazione indebita

Pietro Vittorelli durante un’intervista al Corriere nel 2008 all’Abbazia di Montecassino (Jpeg)

Soldi provenienti dall’8 per mille rubati all’Abbazia di Montecassino e versati sui conti personali dall’ex vescovo della cittadina Pietro Vittorelli, per questo accusato di appropriazione indebita. Trasferimenti di denaro dai depositi dello Ior a quelli di altri istituti di credito per occultare provviste illecite per un totale di oltre 500mila euro con la complicità del fratello Massimo. Un nuovo scandalo finanziario scuote il Vaticano.

La procura di Roma ricostruisce la sparizione dei fondi destinati alla beneficenza e per questo dispone il sequestro dei beni dei due indagati. Si scopre così che Massimo Vittorelli ha quattro appartamenti a Roma e a San Vittore del Lazio e due magazzini, probabilmente provento dell’attività illecita e per questo è accusato anche di riciclaggio. Ma soprattutto dall’inchiesta emerge la passione sfrenata del vescovo per la bella vita con viaggi all’estero con preferenza per il Brasile, cene in ristoranti di lusso, soggiorni da migliaia di euro a Londra e Milano. E uso di ecstasy, tanto da essere segnalato al prefetto nel 2010.
Bonifici e contanti
Sono le indagini affidate al Nucleo valutario della Guardia di Finanza a scoprire il percorso dei soldi dopo una serie di segnalazioni sospette provenienti dagli istituti di credito. E accertano come la prima movimentazione risalga addirittura al 27 novembre 2008 quando vengono prelevati «dal conto Ior 16427-003 intestato all’Abbazia 141mila euro». Accade di nuovo 5 anni dopo, il 12 marzo 2013, ma questa volta il prelevamento è in contanti: 202mila euro. Passano due mesi e c’è un ulteriore trasferimento di denaro in due tranches dal conto corrente 1035923 intestato alla diocesi di Montecassino al conto di Vittorelli aperto presso la filiale di zona del Monte dei Paschi dal quale vengono poi prelevati.

Sono complessivamente 202mila e 500 euro. A scorrere la lista dei vari trasferimenti sembra evidente la volontà di svuotare la cassa della Diocesi. Il primo giugno 2013 il vescovo effettua infatti un nuovo prelevamento in contanti di 44mila 500 euro mentre pochi giorni dopo versa su un conto di Banca Sella, cointestato con il fratello, 164mila 900 euro. E lo fa, come sottolinea il giudice Virna Passamonti nel decreto di sequestro, «con l’aggravante di aver abusato del proprio ufficio e di aver cagionato un danno patrimoniale di rilevante entità sottraendo ingenti risorse finanziarie al loro impiego fisiologico di aiuto e l’assistenza ai bisognosi e realizzazione di opere e attività caritatevoli» .
I viaggi in Brasile
Comprava case il prelato, ma soprattutto si divertiva. L’elenco delle spese come emergono dalle carte di credito dimostrano che in un mese riusciva a spendere oltre 34mila euro. Andava a Rio de Janeiro, nel Regno Unito. Per un soggiorno in un hotel di Londra aveva speso 7mila euro, 2mila al Principe di Savoia di Milano. E poi cene nella capitale inglese da 700 euro, nottate trascorse con ostriche e champagne anche per soddisfare i desideri dei suoi amici. L’analisi dei documenti contabili non è ancora terminata, così come l’individuazione dei beneficiari. Anche perché bisogna stabilire se anche altri possano aver contributo al reimpiego dei fondi sottratti alla Santa Sede .
La cassetta nella filiale
Il prelato prendeva il denaro e poi lo affidava al fratello che - quando si trattava di contanti - «lo occultava all’interno della cassetta di sicurezza 236 aperta presso la filiale di Roma della Deutsche Bank». Gli specialisti guidati dal generale Giuseppe Bottillo sono riusciti a individuare tutti i metodi utilizzati per il reimpiego dei fondi e per questo è scattata l’accusa di riciclaggio nei confronti di Massimo Vittorelli. L’uomo seguiva un metodo tipico di chi vuole occultare la provenienza dei beni sfruttando pure il conto che aveva insieme alla moglie.

«L’indagato - scrive il giudice - investiva 500mila euro nel conto deposito “Semprepiù” mediante cinque depositi vincolati a sei mesi del valore di centomila euro ciascuno e il 6 giugno 2014 lo riaccreditava su un conto acceso presso la Banca popolare di Vicenza per poi ulteriormente trasferire (con tre bonifici) 200mila euro sul deposito che aveva cointestato insieme al fratello vescovo». Scrive il giudice: «La sequenza delle operazioni fa risultare inequivoco l’intento di celare il tracciato delle somme prelevate dai conti dell’Abbazia e della Diocesi.

L’esame dei flussi finanziari documenta in modo diretto la predisposizione di accurati sistemi operativi», anche perché non veniva specificata la causale dei prelevamenti. Soltanto in seguito si è scoperto a che cosa servivano realmente .

12 novembre 2015 | 07:20

Pause caffè a ripetizione: gps e investigatori privati inchiodano il lavoratore

La Stampa

Con un ‘Gps’ installato sull’automobile aziendale sono monitorati costantemente i movimenti del lavoratore. E ‘certificate’, di conseguenza, le sue tante – troppe – ‘pause caffè’. Ciò – assieme a una corposa relazione di un’agenzia investigativa privata, operativa su incarico dell’azienda – rende legittimo il licenziamento del dipendente (Cassazione, sentenza 20440/15).

Tempistica strettissima, quella adottata dall’azienda: il 21 settembre gli «illeciti disciplinari» del dipendente; neanche un mese dopo la «lettera di contestazione»; infine, il 30 ottobre il «licenziamento». Provvedimento, quello aziendale, reso ancora più significativo dal ruolo occupato dal lavoratore, ossia «coordinatore dell’operato di altri dipendenti addetti alla nettezza urbana nel territorio» di diversi Comuni. La contestazione nei confronti dell’uomo è di «essersi allontanato dalla sede aziendale», in orario di lavoro, per «trattenersi in bar o ‘tavole calde’» – e comunque «fuori dalla zona di attività dell’impresa» – per «conversare, ridere e scherzare con i colleghi».

Risulta decisiva la ricostruzione dei «movimenti» dell’automobile aziendale, dotata di ‘global positioning system’, e la documentazione messa sul tavolo da una agenzia investigativa privata, che, su incarico dell’azienda, ha monitorato il lavoratore. A fronte di un quadro così delineato, per i giudici di merito non vi sono dubbi: è evidente la lesione del «nesso fiduciario» coll’azienda, ed è giustificato il «licenziamento». Ciò perché sì il dipendente «era dotato di autonomia operativa per il raggiungimento degli obiettivi», ma «gli abbandoni del lavoro erano risultati senza adeguata giustificazione», e di sicuro non può «giustificare la durata delle soste nei bar l’assunzione di farmaci diuretici».

La battaglia finisce in Cassazione, dove il dipendente ribadisce le proprie contestazioni in merito sia alla forma che alla sostanza del licenziamento. Sono tre i nodi proposti dal legale dell’uomo: la tempistica; gli strumenti utilizzati per monitorare i movimenti del dipendente; il ‘peso specifico’ della violazione compiuta dal lavoratore. Ma ogni obiezione si rivela inutile, poiché anche per i giudici della Cassazione la linea seguita dall’azienda è inattaccabile. Innanzitutto, viene evidenziato che «i fatti sono stati conosciuti dalla società non prima del 21 settembre», quindi «la contestazione del successivo 18 ottobre non è tardiva».

Allo stesso tempo, viene affermato che «il periodo più breve di un mese» non ha potuto «pregiudicare le possibilità di difesa del lavoratore», così come «non è credibile che un mese di silenzio possa avere ingenerato nel lavoratore l’affidamento in una rinunzia all’esercizio del potere disciplinare». Per quanto concerne, poi, l’utilizzazione, da parte dell’azienda, di «investigatori privati» e del «sistema satellitare ‘gps’» per il monitoraggio degli spostamenti del lavoratore, i giudici ritengono tale decisione corretta, poiché finalizzata a verificare eventuali «comportamenti lesivi del patrimonio e dell’immagine aziendale»

Tutto ciò consente ai giudici della Cassazione di confermare la legittimità del «licenziamento» del dipendente, provvedimento ritenuto proporzionale rispetto alla «gravità dei fatti» contestati all’uomo, ossia le ripetute «diserzioni dal lavoro», non giustificabili, di certo, con presunte «necessità fisiologiche».

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Su Android tre nuovi malware impossibili da eliminare

La Stampa
andrea nepori

Un’altra tegola per la sicurezza su Android. Tre malware di nuova generazione si nascondono in applicazioni che clonano servizi popolari e diffusi come Twitter e Facebook. Una volta infettato il telefono l’unica soluzione è comprarne uno nuovo



Si chiamano Shedun, Shuanet e ShiftyBug, ma i nomi graziosi non devono trarre in inganno: sono tre nuove famiglie di malware particolarmente pericolose che possono infettare i telefoni Android. Secondo i ricercatori che le hanno scoperte, segnano un nuovo capitolo nell’evoluzione degli adware, ovvero quei software che - nell’accezione negativa della definizione - hanno come scopo l’iniezione e il dirottamento di contenuti pubblicitari al fine di generare introiti per gli hacker che ne detengono il controllo remoto. A differenza degli altri malware di questa tipologia, Shedun, Shuanet e ShiftyBug sono in grado di accedere al livello più basso del telefono e prenderne il controllo, installando codice che non può più essere rimosso, nemmeno con un reset completo del dispositivo.

L’allarme arriva dai ricercatori dell’agenzia di sicurezza informatica Lookout, che hanno scoperto più di 20.000 casi di applicazioni infette in tutto il mondo. Gli hacker prendono applicazioni popolari e famose del Google Play Store, ne copiano il codice per filo e per segno e aggiungono il malware.
Il risultato è un’applicazione che ricalca fedelmente i client di Twitter o Facebook, ad esempio, e che può funzionare come l’originale mentre infetta il dispositivo senza farsi scoprire. La distribuzione dei cloni avviene su app store di terze parti, non controllati da Google. A differenza di quanto accade su iOS e iPhone, infatti, Android non pone limiti alla possibilità di installare programmi che provengano da fonti non certificate. Una scelta di apertura che tuttavia contribuisce ad aumentare il rischio di sicurezza, soprattutto per i meno esperti. 

“Per gli utenti comuni, un’infezione di Shedun, Shuanet o ShiftyBug può tradursi in un viaggio al negozio per comprare un nuovo telefono,” avvertono da Lookout. “Dato che queste tipologie di adware fanno il root del dispsitivo e si installano come app di sistema, diventano quasi impossibile da rimuovere, costringendo di solito le vittime a sostituire il telefono per poter tornare ad un’esperienza d’uso normale”. Per poter definire meglio questo tipo di software malevolo i ricercatori hanno coniato la definizione di “trojanized adware”, vale a dire un adware che, per la prima volta, si comporta come un trojan, conquistando il controllo totale del dispositivo. Un passaggio in più solitamente assente nel malware finalizzato alla generazione di introiti pubblicitari.

Nonostante il rischio sia abbastanza alto, da Lookout spiegano che per adesso ShiftyBug, Shuanet e Shedun non fanno nulla di più di quanto non facciano altri adware: cercano di iniettare pubblicità da far visualizzare all’utente. E’ nell’interesse di chi li sviluppa, del resto, che l’utente non si accorga della loro presenza, per poter così continuare a generare visualizzazioni pubblicitarie quanto più a lungo possibile.

Le possibilità di un controllo ulteriore del dispositivo, però, rimangono un rischio reale e concreto. Come sempre in questi casi, è bene raccomandare prudenza senza lasciare spazio agli allarmismi. Shuanet, Shedun e ShiftyBug non sono stati individuati su applicazioni del Play Store e diventano un problema solamente per chi scarica e installa applicazioni da app store non ufficiali. Il rischio è più alto dunque in paesi come la Cina dove, nonostante l’enorme diffusione di Android, il Play Store di Google non è accessibile.

Nel caso non vogliate rinunciare alla possibilità di installare applicazioni esterne, scaricate da canali di distribuzione di terze parti, valutate sempre i pro e i contro. Ma soprattutto fatelo solo se siete davvero esperti e consapevoli di ciò che state facendo. Ed anche in quel caso controllate verificate sempre con estrema attenzione l’attendibilità dell’app che state scaricando. In alternativa i consigli per l’utente medio non possono che intaccare il mito della natura “open” dei dispositivi Android: per rimanere tranquilli, non uscire mai dal recinto del Google Play Store ed evitare, anche lì, le app la cui legittimità non sia facilmente verificabile.

Su Android quasi 900mila app clonate

La Stampa

Tra le prime 50 più diffuse, di autro su cinque c’è una copia, e spesso si tratta di malware. Lo svela una ricerca di Trend Micro


Uno dei siti alternativi al Play Store dove è possibile trovare app per Android

Il 77 per cento delle prime 50 app del Google Play sono state clonate, ricreate cioè da sviluppatori diversi da quelli originali, e spesso nascondono insidie come i malware. Ad affermarlo i laboratori Trend Micro. Secondo il rapporto in totale sono 890,482 le app clonate, e di queste 59.185 sono ritenute adware aggressivi, mentre 394.263 sono malware. 

La ricerca è stata condotta lo scorso aprile dall’azienda giapponese di software per la sicurezza «Le app clonate sono state trovate tutte in store di terze parti - spiega Trend Micro - e possono avere diversi effetti una volta installate sui dispositivi, dall’esaurimento del credito al furto dati, fino al controllo totale del dispositivo da parte di un estraneo».

La probabilità di imbattersi in una app clonata, sottolinea il rapporto, è altissima. In particolare quasi tutte le app nella categoria Widgets, Media & Video, and Finance è stato clonato, così come il 90 per cento delle app nella categoria Business, Music & Audio, il 70 per cento delle app nella categoria Giochi e Live Wallpapers e il 40 per cento delle app nella categoria medical.

Io jihadista, vi racconto la mia guerra santa contro gli infedeli”

La Stampa
domenico quirico

Il tunisino Abu Rahman si è arruolato con Al Qaeda prima in Iraq e ora in Siria: “Uccido nel nome di Dio per dovere e non per scelta. Così aiuto i fratelli musulmani”



Abu Rahman è un jihadista, un professionista della guerra santa. Sono gli uomini che nella violenza stanno scardinando un mondo, e che noi non conosciamo, riempiono i giornali le televisioni la Rete, e non li conosciamo. Ci prepariamo a combatterli, forse, e non li conosciamo. Abu Rahman mi ha portato la notizia della morte di un combattente che ho incontrato, Adel Ben Mabrouk, guardia del corpo di Bin Laden, otto anni a Guantanamo, ucciso accanto a lui in Siria.

Non lo sentivo da due anni. La morte è un destino che non perdona questi uomini. Abu Rahman si nasconde, rischia la prigione nel Paese dove è tornato. Ha un solo amore, il suo dio inflessibile sottratto ad ogni dubbio, che gli offre trasparenza e semplicità, molti odi, gli sciiti prima di tutto, gli eretici e poi gli americani. Vive in una memoria ossessiva dove predomina una guerra di tutto contro tutti, e il tradimento. È il ritratto più vero della Siria di oggi che io abbia mai ascoltato: Bashar, i russi, l’America, il califfato, gli altri gruppi islamisti, nessuno è alleato con qualcuno, tutti sono nemici oggi o domani. Ecco il racconto della sua vita.

«Sai, la sura dice: “recita, nel nome del tuo Signore, che ha creato, che ha creato l’uomo da un grumo di sangue”. Un grumo di sangue: hai capito? E allora perché avrei dovuto provar paura quando sono partito per la Siria? Bisogna andare ad aiutare i fratelli musulmani, la religione del vero, che patiscono di fronte a quei cani di sciiti infedeli... E poi avevo già combattuto in Iraq contro gli americani, le armi le so maneggiare. Dicono che noi guerrieri di dio siamo degli affamati, gente che cerca denaro e belle case… Beh, io sono commerciante, ho soldi, quando non tornerò più dalla guerra santa la mia famiglia, mia moglie e due figli piccoli, avrà di che vivere. Rimarrà di me un buon figlio che invocherà la misericordia per suo padre. Di che altro c’è bisogno?

Andarci... Non è difficile andare, ho preso l’aereo, Istanbul, poi Antalya, eravamo in tre o quattro, tunisini come me. Tutto è pronto sulla via che porta a Dio. C’era già il passeur, per entrare in Siria. Ma i poliziotti turchi ci hanno fermato. Dodici ore poi ci hanno lasciato andare, con tante scuse e sorrisi. Vedi? È Dio... All’inizio ero con un reggimento del gruppo Al Mouhajiroun, gli immigrati, turchi e arabi.

Ci hanno dato le armi, ci hanno portato a combattere nella città di Selma, sulle montagne sopra Latakia. È un punto strategico quello, i soldati di Bashar non mollavano, stavano a duecento metri, non di più, da noi, ci si ammazzava guardandosi negli occhi. È un posto dove sunniti e alawiti vivevano insieme. Vivevano… Già. adesso non ci sono più alawiti, conoscevamo ad una ad una le case: qui un sunnita, qui un cane.. Qualcuno è scappato, gli altri…

IL RICORDO DEL PRIMO UOMO UCCISO
Che cosa provo ad uccidere? Vuoi sapere se ricordo chi ho ucciso per primo? In Iraq ho ammazzato il mio primo uomo, al tempo degli americani. Ho detto: grazie Dio, ti ringrazio perché hai guidato la mia mano. Continuo a ripeterlo.

Dopo quattro mesi in Siria sono passato alle “katibe” di jabhat Al Nusra, gli uomini di Al Qaeda. Perchè? Che domanda stupida! Quelli sono veri combattenti, i loro emiri sono grandi uomini, ecco perché! Guerrieri puri, i migliori, e dotti nell’Islam. In Siria è pieno di gruppi di banditi, gente che dice di essere musulmano e in realtà cerca denaro e traffici. Non ci sono pensieri impuri in quelli di Al Nusra. 

DA MANGIARE SOLO ERBA
La jihad: è dura la jihad! Non c’era nulla da mangiare, spesso per giorni, eravamo assediati lì, abbiamo mangiato l’erba come le bestie e i frutti verdi degli alberi. Uno di noi era un contadino, ha piantato un piccolo orto. Per bere raccoglievamo l’acqua piovana. Fa freddo su quelle montagne, le montagne dei curdi dannati, freddo da morire e non avevamo vestiti pesanti. C’era una televisione in tutto il villaggio e quando non cadevano bombe si andava a vedere Al Jazeera. E i mortai… Come erano grandi i mortai dei soldati: bestie da 120 millimetri, sparavano tutto il giorno, ci facevano vedere la morte e noi non avevamo nulla da opporgli, una mitragliera da 23 millimetri che si inceppava sempre! E poi gli elicotteri e gli aerei che sganciavano i bidoni pieni di esplosivo… 

IL TRADIMENTO CHE UCCIDE
Ma questo è niente, resistevamo. Quello che è terribile è il tradimento. I nostri emiri si riunivano in una casa, dopo pochi minuti arrivava una bomba precisa precisa! Si usciva di notte per una operazione, i soldati erano già lì che ci aspettavano! Tra noi c’erano spie, gente che i servizi di sicurezza, i Mukhabarat, del regime avevano lasciato prima di ritirarsi o infiltrato come falsi combattenti.

La zona di al Karrata... Lì sapevi che non potevi uscire vivo. Bombe bombe bombe. Quanti dei miei compagni sono morti! Nel loro cuore portavano una moschea splendente di Dio. Ali il Magrebino… lo amavano tutti, una granata gli ha portato via una gamba, così, di netto, mentre sparava stando in piedi, dritto, e il dolore gli ha spento il grido Allah akbar sulle labbra. È morto dissanguato, non avevamo garze, bende, nulla per tamponare la ferita. Usavamo erbe e rimedi tradizionali perché non c’erano medicine. 

E lì che è morto Adel Ben Mabrouk, il sopravvissuto di Guantanamo, accanto a me, a Durin, un villaggio che ci è costato tanti, troppi martiri, un posto maledetto, un pugno di case. Per niente, adesso l’hanno ripreso i soldati. Adel, lui che aveva baciato la mano allo sceicco Osama sulle montagne afgane, che aveva resistito otto anni a Guantanamo alle torture degli americani, lo ha preso un cecchino, in testa, in prima linea. Aveva appena annunciato che stava per sposarsi con una donna siriana, come molti di noi... Era felice. 

Seppellivamo i morti di notte a Durin, per sfuggire alle bombe, non potevamo nemmeno recitare la “fatiha’’ sulle tombe, sì la puoi recitare ovunque, lo so, ma sulle tombe assume un significato particolare… Abbiamo chiesto aiuto a quelli del gruppo di Ahrar el Cham, tutti siriani quelli, e hanno armi moderne, non vecchi kalashnikov. Ci hanno risposto no, ci hanno lasciato crepare, noi che siamo loro fratelli. Grazie a Dio ci siamo salvati.… Io so bene cosa è il tradimento…

Quando sono andato in Iraq per battermi contro gli americani c’era ancora Saddam che comandava, volevano mettermi in una brigata che si chiamava «i martiri di Saddam». Noi sunniti siamo stati spediti a sud, a Karbala; gli americani avanzavano non c’era acqua né cibo, per Saddam dovevamo controllare gli sciti di cui non si fidava… quando tutto è crollato, in piccoli gruppi otto, dieci siamo scappati a Baghdad, ci hanno messi in un albergo, l’hotel Cedir, non si fidavano, tutto attorno crollava, ma attraverso le zone sunnite, Ramadi, Samara, Mosul, siamo riusciti ad arrivare in Siria. Chi vuole restare è libero, hanno detto i siriani e invece ci hanno spedito in Tunisia dove ci hanno arrestati. Mi ha liberato la rivoluzione contro Ben Ali. 



LA JIHAD PRIMA DEI FIGLI
La jihad, la jihad sai per me è un dovere, non c’è scelta: la terra musulmana è in mano ai senza Dio, agli sciiti infami, la jihad viene prima dei figli del mangiare della casa del paese, devi combatterli con la parola i soldi le armi le leggi. Morire vivere... Parole, ci sono mujaheddin che combattono da 30 anni e sono ancora vivi altri che sono morti dopo un’ora… Decide Dio. Quello che voi occidentali non potete capire: avete perso la voglia di combattere per la fede, la religione per voi funziona come per me il commercio, ma quello che è importante per me, per noi, è essere puri nel momento in cui ci si separa da questo mondo, avere una fine felice.

Tu saresti capace di avere una fine felice, rispondi? Io non sono sempre stato così pronto a Dio, ogni tanto la mia fede mi lascia, ma poi torna. E allora mi sento vivo e non più schiavo dell’occidente. Si combatte si uccide si muore. Voi occidentali siete più forti: per il denaro, i mezzi, le armi che avete. Ma proprio per questo avete paura di morire e volete vivere a tutti i costi. Noi no. Vedi la saggezza di Dio? Attraverso la debolezza lui ci rende più forti di voi. Nel giorno della resurrezione l’Onnipotente mi chiamerà a se: “Abu, hai assolto i tuoi doveri?”. “Mio dio, mi sono impegnato - gli risponderò - ho accettato di morire per te: tu sarai clemente allora...”.

Perché sono venuto via, perché non sono rimasto là a morire come Adel e gli altri? Perché è arrivato Isis. Ed è entrato l’odio tra noi. I loro capi non sono veri musulmani come noi, sono ex funzionari del Baath iracheno, ex ufficiali dell’esercito di Saddam. Non vogliono concorrenti, è impossibile cambiare idea, lasciarli: ti uccidono. Vicino ad Aleppo noi di Al Nusra abbiamo ceduto loro ventun villaggi che controllavamo: loro li hanno lasciati a Bashar. I loro emiri non sanno nulla del Corano, sono ignoranti e anche i combattenti sono giovani ignoranti affascinati dalla loro propaganda.

Abbiamo litigato con loro, poi abbiamo anche combattuto. Ecco perché sono venuto via dalla Siria, non posso stare in un posto, morire, dove i sunniti, la gente di Dio, combatte non contro gli sciiti e gli americani ma tra di loro. Non so se tornerò, forse da un’altra parte. Voglio combattere perché nasca un governo islamico in Siria e dopo andremo a liberare la Palestina dai giudei. Nascono nuovi gruppi, si uniranno a noi, Jaich al Fatah, per esempio, si battono bene, c’è speranza, ma occorre essere uniti. I russi dici? Bombardano? Che importa. Noi combattiamo per una fede, loro no, perderanno». 

Monte Scassino

La aStampa
massimo gramellini

L’ex abate di Montecassino, dicesi l’ex abate di Montecassino, è accusato di avere dirottato almeno cinquecentomila euro dalle tasche dei fedeli alle proprie. I soldi della carità si disperdevano nei conti correnti di suo fratello per poi convergere miracolosamente in un fondo a disposizione del sant’uomo. Una gigantesca presa per il culto. Sarà pure vero che l’abito non fa il monaco, però qui non fa più neanche l’abate. Si è travolti da un senso di smarrimento nell’accorgersi che a fare sparire le galline dal pollaio non sono più le volpi ma i guardiani. 

Succede nella macchina dello Stato e adesso persino nei luoghi in cui Benedetto da Norcia dettò la regola «ora et labora» (che l’abate Vittorelli ha liberamente tradotto «ora si lavora per me») e dove un tempo ad assediare l’abbazia erano gli Alleati contro i nazisti mentre oggi sono i credenti, turlupinati al punto da passare per creduloni. Nel 2013 l’abate manolesta fu indotto alle dimissioni da un provvidenziale problema di cuore e al suo successore vennero sfilati i poteri sulle finanze del monastero. Segno che qualcuno dentro la Chiesa sapeva, ma che come al solito preferì soffocare lo scandalo nella speranza che non scoppiasse.

Ci lamentiamo da anni di una classe politica impresentabile. Però tra pedofili, ladri, crapuloni e venditori di indulgenze, non è che quella ecclesiastica se la passi molto meglio. Con buona pace dei tanti preti perbene che ogni giorno mandano avanti la baracca, questa Chiesa, che papa Francesco vorrebbe inquieta, ai piani alti si sta rivelando inquietante. 

Made nei territori occupati» Via libera Ue alle nuove etichette

Corriere della sera

La Commissione europea approva la nuova etichettatura per i prodotti originati negli insediamenti ebrei dei territorio palestinesi occupati dal 1967. La rabbia di Netanyahu: «Un’ingiustizia, non permette progressi al negoziato di pace»

«Made in ... insediamenti dei coloni israeliani nei territori palestinesi». La Commissione europea ha approvato la cosiddetta «nota interpretativa» alle linee guida pubblicate ad aprile 2013 per l’etichettatura dei prodotti nei territori occupati da Israele fin dal 1967. La decisione, alla quale si è sempre opposta Israele, era stata sollecitata ad aprile da 16 governi Ue, compresa l’Italia. È prevista l’indicazione di provenienza da «insediamenti». In una prima fase, il provvedimento riguarderà il settore alimentare e altre industrie.
Netanyahu: «Un’ingiustizia, misure discriminanti»
Durissima la reazione di Israele. «Questo è ingiusto. L’Unione europea dovrebbe vergognarsi. È una semplice distorsione della giustizia e della logica e credo che arrechi danno anche alla pace, non permette progressi al negoziato - ha dichiarato il premier israeliano Benjamin Netanyahu - La radice del conflitto non è nei territori né negli insediamenti. Abbiamo una memoria storica di cosa accadde quando l’Europa etichettò i prodotti ebraici». «Queste misure sono discriminanti per natura - ha aggiunto in una nota Netanyahu - è intollerabile che Israele sia l’unico Paese preso di mira da questa politica, nonostante il fatto che esistono oltre 200 territori contesi nel mondo».

Inoltre, ha sottolineato il premier, «l’economia israeliana è forte e può gestirlo, quelli che verranno colpiti saranno i palestinesi che lavorano nelle fabbriche israeliane». L’etichettatura «potrebbe anche avere implicazioni per le relazioni Israele-Unione europea», ha avvertito il ministero degli Esteri israeliano Emmanuel Nahshon (che ha convocato l’ambasciatore dell’Unione europea a Tel Aviv, Lars Faaborg-Andersen, per chiedere spiegazioni ), «e non fa avanzare alcun processo di pace tra Israele e palestinesi»; anzi, «rafforzerà gli elementi radicali che negano il diritto di esistere d’Israele». E il ministro della Giustizia israeliano, Ayelet Shaked, ha puntato il dito contro «l’ipocrisia degli europei» per la loro mossa «anti-israeliana e anti-ebraica».
«Una questione tecnica, non politica»
Si tratta di «una questione tecnica e non politica», ha spiegato il commissario europeo per l’Euro, Valdis Dombrovskis, «l’Ue non sostiene in alcun modo boicottaggi o sanzioni verso Israele». La decisione della Commissione europea si inquadra nel principio di armonizzazione normativa europea, ha spiegato Dombrovskis, sottolineando che le regole esistenti prevedono l’obbligo di indicazione d’origine per il cibo. A dimostrazione che non si tratta di un’istigazione al boicottaggio, ha proseguito il commissario, vi è il non mutato trattamento delle merci «made in Israel» che continueranno a godere di tariffe agevolate in base all’accordo di associazione.
Olp: «Contenti ma passo non sufficiente»
«Un passo nella giusta direzione ma non sufficiente», è invece il commento dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina . «I prodotti di un crimine di guerra devono essere banditi, non semplicemente etichettati», ha scritto su Twitter il dipartimento per gli Affari negoziali dell’Olp. Va detto che già Gran Bretagna, Belgio e Danimarca hanno adottato un’etichettatura ad hoc per i prodotti delle colonie. Quanto all’impatto economico per gli insediamenti ebraici, si stima che sia intorno ai 50 milioni di dollari l’anno, mentre esportazioni di beni e servizi da Israele verso l’Unione Europea valgono circa 30 miliardi annuali.

11 novembre 2015 (modifica il 11 novembre 2015 | 17:05)

Montecassino, sigilli al tesoro dell’ex abate: bloccati 500 mila euro

Corriere della sera

di Lavinia Di Gianvito

Pietro Vittorelli, con il fratello Massimo, si sarebbe impossessato del denaro dell’abbazia destinato a opere caritatevoli. I recenti contatti con Forza Italia

(Jpeg)

Quel denaro era destinato alla Caritas diocesana. Invece, sostiene la procura di Roma, è finito nelle tasche dell’ex abate di Montecassino Pietro Vittorelli. Per questo il Nucleo valutario della Finanza gli ha sequestrato più di 500 mila euro, la somma di cui il prelato si sarebbe impossessato tra il 2007 e il 2013 prelevandola dai conti dell’abbazia. Ai quali - secondo l’accusa - aveva accesso illimitato. Lontani i tempi in cui Vittorelli, oggi abate emerito, aveva dichiarato al Corriere: «Noi non siamo proprietari dei beni che possediamo, ne siamo soltanto gli amministratori».
L’ispezione
Il sequestro «per equivalente» è stato disposto dal gip Vilma Passamonti su richiesta del pm Francesco Marinaro. Secondo il sostituto l’ex abate, indagato, una volta che si è impossessato del denaro lo ha riciclato in più tranche attraverso i conti correnti gestiti dal fratello Massimo, intermediario finanziario. Alla fine gli importi sono tornati nella disponibilità del prelato, finito al centro dell’inchiesta dopo che, con l’arrivo di Papa Francesco, Montecassino ha subìto una sorta di ispezione interna scaturita proprio dal sospetto di ammanchi.
Con Forza Italia
Vittorelli, classe ‘62, una laurea in medicina, si è dimesso dal suo incarico a giugno 2013 per motivi di salute.Proprio come Ratzinger, il Papa che l’aveva nominato 191° abate di Montecassino sei anni prima. Il passo indietro sembra averlo condotto a un’altra vita. Nello scorso mese di settembre il prelato ha partecipato alla convention di Forza Italia a Fiuggi, mentre il 29 ottobre 2014 il sito laici.forumcommunity.net ne ha registrato la presenza a un convegno organizzato nella sede del Parlamento europeo a Roma: in una foto postata su Facebook l’ex abate appariva in abiti civili accanto al consigliere regionale Mario Abbruzzese e al vicepresidente della Commissione europea Antonio Tajani. È stato in quel periodo che è spuntata una sua possibile candidatura nel Ppe.
La stima di Zingaretti
A spingere Vittorelli alle dimissioni era stata una crisi cardiaca con conseguenze neurologiche che lo avevano costretto a un lungo ricovero al Gemelli e poi alla riabilitazione in una clinica svizzera. Quando era tornato «a casa», il 30 novembre 2012, Vittorelli era stato salutato con grande entusiasmo, ma in poco tempo gli impegni si erano rivelati troppo gravosi e si era risolto al passo indietro. In quell’occasione aveva ricevuto molti attestati di stima: fra gli altri il presidente della Regione, Nicola Zingaretti, lo aveva ringraziato «per la costante attenzione e dedizione nei confronti delle condizioni sociali e morali del territorio di Cassino e del Lazio».
Da Ratzinger a Marrazzo
L’abbazia di Montecassino è una delle più famose d’Italia, ma ancora più lustro aveva acquistato quando, il 24 maggio 2009, aveva ricevuto la visita di Benedetto XVI. E pochi mesi dopo il monastero era stato scelto come rifugio dall’ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, travolto dallo scandalo trans. «La scelta di andare in un convento è tesa anche a proteggerlo, per permettergli di recuperare un po’ di serenità e di equilibrio», aveva spiegato il suo avvocato Luca Petrucci. L’abbazia aveva smentito con una secca nota - «Non è attualmente nostro ospite» - ma in seguito il giornalista aveva raccontato di aver trascorso lì un mese.
L’incredulità del sindaco
Allibito il sindaco di Cassino: «Sono basito - commenta Giuseppe Golini Patrarcone - È impensabile che un sacerdote del monastero più importante d’Europa, se non del mondo, possa aver sottratto mezzo milione di euro destinati ai meno abbienti. Nel nostro Comune seguiamo non senza difficoltà 700 poveri al mese».

11 novembre 2015 | 10:20

Corona ai giudici: «Sono un uomo nuovo e ve lo dimostrerò, fidatevi»

Corriere della sera

Il Tribunale di Sorveglianza deve scegliere se confermare o meno per lui l’affidamento in prova alla comunità di don Mazzi che gli è stato concesso lo scorso 18 giugno



«Mi è stata data un’opportunità e vi ringrazio molto, datemene un’altra, sono un uomo nuovo e ve lo dimostrerò, fidatevi di me». Così Fabrizio Corona, in un’udienza a porte chiuse, si è rivolto ai giudici del tribunale di Sorveglianza di Milano per chiedere che confermino l’affidamento in prova ai servizi sociali che gli è stato concesso lo scorso 18 giugno. Il sostituto pg Antonio Lamanna ha dato parere favorevole alla prosecuzione dell’affidamento nella comunità Exodus di don Antonio Mazzi. Il Tribunale si è riservato: la decisione arriverà nel giro di una settimana.
L’arrivo in tribunale
Corona si è presentato in tribunale accompagnato dagli avvocati Ivano Chiesa e Antonella Calcaterra, impeccabile in giacca e cravatta e con occhiali da vista. Mentre saliva le scale, aggiustandosi il ciuffo sulla fronte, ha perso di vista i gradini ed è inciampato per un attimo, ma si è rialzato subito e ha salutato alcuni suoi fan, ripreso dalle telecamere. Qualcuno gli ha gridato: «Sei un grande».
I permessi
«Il Fabrizio Corona che conoscevate voi prima non c’è più», ha spiegato l’avvocato Ivano Chiesa, che difende l’ex fotografo dei vip assieme al legale Antonella Calcaterra. Il difensore ha spiegato, tra l’altro, che «le relazioni scritte dal Sert (il servizio per le tossicodipendenze, ndr) e dall’Uepe (l’Ufficio esecuzione penale) sono tutte favorevoli e dicono addirittura che potrebbe uscire dalla comunità e proseguire nell’affidamento sul territorio, senza essere legato alla comunità». Se la decisione del tribunale fosse negativa, Corona tornerebbe in carcere ad Opera, dove è stato detenuto fino al 18 giugno scorso e per circa due anni e mezzo.                               ( 22 ottobre 2015 | 16:41 )

 
Monza, Corona litiga con la giornalista: lei finisce all’ospedale
Corriere della sera
(testo di Federico Berni/ foto: Daniele Bennati)

Serata movimentata mercoledì, in centro a Monza, con Fabrizio Corona ospite per l’inaugurazione di un negozio di abbigliamento, e con l’arrivo di carabinieri e polizia nel finale. A lanciare l’accusa nei confronti dell’ex fotografo dei vip è una giornalista freelance, Francesca Di Matteo. Secondo la reporter, Corona, attualmente affidato in prova ai servizi sociali, e impossibilitato a concedere interviste in virtù delle prescrizioni impostegli dall’autorità giudiziaria, le avrebbe tolto con la forza il registratore che teneva in mano e non glielo avrebbe più restituito. La questione è nata durante la festa per l’apertura della boutique di via Vittorio Emanuele, a Monza, gestita da Alessio Lo Passo ex tronista nelle trasmissioni di Maria De Filippi.

«La presenza di Corona era stata annunciata in vari social network- ha riferito la giornalista mentre si recava al pronto soccorso dell’ospedale San Raffaele per farsi refertare- sono andata e sono entrata col registratore ben visibile nella mia mano». Tra i due l’approccio iniziale sarebbe stato amichevole. «Lo conoscevo sin dai tempi in cui lavoravo per Mediaset, lo avevo già intervistato, mi ha chiesto se facevo ancora servizi per la tv o solo per la carta stampata; io gli avevo chiesto se, dopo l’esperienza del carcere, si sentiva cambiato o meno, poiché lo vedevo un po’ provato»

L’atteggiamento di Corona sarebbe cambiato radicalmente alla vista del piccolo apparecchio nella mano della free lance. «Si è irrigidito improvvisamente, mi ha trascinato- racconta la Di Matteo- in una stanza del retro del negozio, mi ha strappato di mano il registratore, lo ha dato ad una terza persona e non me la ha più restituito».

Sempre secondo il racconto della giornalista, Corona si sarebbe allontanato dalla scena, dopo aver chiamato il suo avvocato: «Ho insistito per riavere il mio registratore, e la mia giacca, ma mi sono stati negati, fino a che un addetto della sicurezza mi ha preso di peso e portata con la forza all’esterno del locale, sono rimasta fuori con un forte dolore alla spalla». Sul posto è giunta una pattuglia dei carabinieri e una della polizia, ma a quel punto Corona si era già allontanato.

L’ex paparazzo, al centro di note vicende giudiziarie sfociate nella condanna per estorsione per la vicenda delle foto ai vip, ha negato qualsiasi comportamento violento. Lo ha fatto tramite il suo difensore, l’avvocato Ivano Chiesa: «È l’ennesimo tentativo di speculare sul personaggio- ha dichiarato il legale il vecchio Fabrizio Corona non esiste più». Attualmente, dopo anni di carcere, Corona sta scontando la sua pena in regime di affido ai servizi sociali.

È dunque autorizzato a presenziare ad eventi mondani, poiché rappresenta la sua attività lavorativa, ma, durante I giorni feriali, non può rientrare oltre le 23. Ora, però, Francesca Di Matteo si riserva di sporgere denuncia