mercoledì 18 novembre 2015

Quella volta che al mio campanello suonò Alì, da Molenbeek, spiegandomi che la mia 500 rubata stava nel suo garage da 15 giorni

La Stampa
stefano stefanini

Il racconto dell’ambasciatore Stefano Stefanini sull’incredibile aneddoto capitatogli in Belgio proprio nel quartiere dei terroristi



Più di una volta, domenica scorsa, il suono delle sirene ha rotto il silenzio autunnale di Bruxelles. Me lo fece notare mia moglie. La trovava inquietante. Sapevamo entrambi che la caccia all’uomo degli attentatori di Parigi si era estesa al Belgio e che Bruxelles è considerata un nido di cellule jihadiste. «Finalmente li prendono», fu la mia reazione, con l’eterna incoscienza che non capiti certo a me di trovarmi sulla linea di tiro, neppure a pochi isolati di distanza.

«Li cercano a Molenbeek», insistè. Il nome dell’ormai famigerato quartiere, a una mezza dozzina di km di distanza, mi lasciò lì per lì del tutto indifferente. Ma Stephanie ha una memoria migliore della mia. Era in un garage di Molenbeek che lo scorso marzo la polizia belga aveva ritrovato la nostra macchina, rubata un mese prima. Con targa francese, pure rubata.

Quando la polizia mi telefonò lo sapevo già. Un’ora prima si era presentato alla nostra porta un irato Alì. «Cosa ci fa la vostra macchina nel garage di casa mia? E’ lì da 15 giorni. Venite a portarla via». Sotto lo sguardo inorridito di Stephanie avevo fatto entrare il giovane e un po’ scapigliato Alì in casa. Gli avevo spiegato che la macchina era stata rubata. Non avevo più le chiavi, riconsegnate all’assicurazione con la denuncia. 

Non avevo comunque alcuna intenzione di andare con lui a Molenbeek. Avrei innanzitutto chiamato la polizia e avrei poi visto come regolarmi per recuperarla. Alì si calmò. Mi ripetè un paio di volte «sono anch’io una vittima», mi diede l’indirizzo di casa, ci scambiammo i numeri di cellulare e se ne andò.

A onor suo, più tardi, Alì mi telefonò per dirmi che la polizia aveva portato via la macchina. La sua voce era cortese e un po’ un rassegnata. Da allora la nostra FIAT 500 ha la sua nuova targa belga e ha traversato varie frontiere nel viaggio estivo in Italia. Ma non posso fare a meno di domandarmi cosa sarebbe successo se fosse rimasta, indisturbata nel garage di Molenbeek.

Forse dovrei domandare ad Alì. Ho ancora il suo numero di telefono nei contatti. 

Londra, 17 novembre 2011

Cento anni di Coca Cola: metamorfosi della bottiglietta

La Repubblica
Cento anni di Coca Cola: metamorfosi della bottiglietta

  • 1899. La prima bottiglia di Coca Cola viene prodotta a Chattanooga, Tennessee. Il presidente Asa Candler venderà i diritti a un dollaro. Si tratta di bottiglie modello ''Hutchinson'' con tappo in metallo

Cento anni di Coca Cola: metamorfosi della bottiglietta
  • 1906. Le prime bottiglie diffuse sono in vetro ambrato e hanno un'etichetta con logo in rilievo. Nel 1906 l'etichetta a forma di diamante viene introdotta momentaneamente per differenziare il prodotto dalle prime imitazioni

Cento anni di Coca Cola: metamorfosi della bottiglietta
  • 1915. L'enorme successo di Coca Cola spinge già la concorrenza a tentare di imitare la Coke, immettendo sul mercato bottiglie con differenze minime rispetto all'originale. Ma l'ormai nota bottiglietta di Coca-Cola diventa un brevetto registrato presso la Root Glass Company of Terre Haute, Indiana

Cattura
  • 1923. Con l'arrivo dei sistemi elettrici di refigerazione, la confezione da sei bottiglie di Coca Cola viene incrementata per incoraggiare i consumatori ad acquistare il prodotto da portare a casa

Cattura
  • 1941. Le immagini della Seconda Guerra mondiale segnano l'impatto del brand nel mondo: i soldati americani vengono spesso associati alla Coca Cola. Allora, il numero uno dell'azienda Robert Woodruff scoprì l'uovo di Colombo: ciascun militare poteva ottenere una bottiglietta per soli 5 centesimi. Dalla metà degli anni 1940 fino al 1960, raddoppia il numero di Paesi dove la bibita viene imbottigliata

Cento anni di Coca Cola: metamorfosi della bottiglietta
  • 1950. Coca Cola è il primo prodotto commerciale a celebrata dalla copertina del magazine Time. Un'immagine che sancisce il primato del brand sul mercato internazionale. La rivista aveva prima interpellato il leader dell'azienda Robert Woodruff, che rifiutò pur di dare spazio all'immagine del prodotto, già ampiamente identificata con il brand

Cento anni di Coca Cola: metamorfosi della bottiglietta
  • 1955. La Coca Cola amplia la gamma mettendo in vendita confezioni di vario formato per fare fronte alle richieste del mercato Usa

Cento anni di Coca Cola: metamorfosi della bottiglietta
  • 1957. La bottiglia viene disegnata con il doppio brand: Coca Cola and Coke
Cento anni di Coca Cola: metamorfosi della bottiglietta
  • 1960. La lattina da 12 once (0,35 L. circa) in alluminio viene introdotta negli Usa: l'etichetta contiene l'immagine della bottiglia, così da mostrare al consumatore che il contenuto è lo stesso

Cento anni di Coca Cola: metamorfosi della bottiglietta
  • 1977. La bottiglia di Coca Cola diventa un marchio registrato, una denominazione assegnata a pochi altri prodotti. Uno studio recente dimostra meno dell'1% degli americani non era in grado di risconoscere la bibita dalla confezione

Cento anni di Coca Cola: metamorfosi della bottiglietta
  • 1993. Nasce la bottiglia da 20 once (0,60 L. circa) in PET. Una novità che contraddistinguerà in modo definitivo la bibita, così come era già accaduto per la bottiglietta in vetro del 1915

Cento anni di Coca Cola: metamorfosi della bottiglietta
  • 2008. Coca Cola riceve il riconoscimento Design Grand Prix al Cannes Lionsin quanto brand che hanno saputo rinnovare la propria immagine attraverso il packaging

Cento anni di Coca Cola: metamorfosi della bottiglietta
2009. Coca Cola introduce la "plant bottle": riciclabile al 100% e fatta per oltre il 30% di materiale di origine vegetale

Cento anni di Coca Cola: metamorfosi della bottiglietta
2015 La bottiglia compie 100 anni. "The perfect liquid wrapper." - Raymond Loewy

Cento anni di Coca Cola: metamorfosi della bottiglietta
2015. Parigi, la nuova linea di produzione si basa su materiali riciclabili e di origine vegetale (Getty Images)


Cento anni di Coca Cola: metamorfosi della bottiglietta
2015. La lattina di Coca Cola ''personalizzata'' per il mercato cinese (Getty Images)


Cento anni di Coca Cola: metamorfosi della bottiglietta
2015. La concorrenza non molla: a Toronto, in Canada, un distributore di Coca Cola deve competere con l'omologo che offre una Cola a prezzo molto inferiore (Getty Images)


Cento anni di Coca Cola: metamorfosi della bottiglietta
Un murale dedicato al brand conosciuto in tutto il mondo (Getty Images)

I califfi

La Stampa
massimo gramellini

C’è un terrorismo delle parole a cui siamo particolarmente esposti in questi giorni. Vorrebbe convincerci che un miliardo di islamici sogna la sottomissione dell’Occidente e si accinge a passeggiare sui ruderi morali di una civiltà esangue, la nostra, incapace di credere nei propri valori e indisponibile a difenderli con la stessa dedizione disumana. Le ricostruzioni che stimolano il nervo della paura possiedono una certa efficacia narrativa. Però questa risulta smentita da un semplice dato di realtà: l’Isis vede calare di continuo il numero delle proprie reclute.

Successe già ai tempi delle Brigate Rosse: un manipolo di estremisti che gode di protezioni ampie e inconfessabili nel campo avverso compie atti di guerriglia urbana, nella speranza di trasformarli in guerra civile attraverso il «risveglio delle masse». Ma le masse islamiche, al pari di quelle operaie degli Anni Settanta, non si sollevano. Se non contrarie, restano indifferenti al clima da crociata. Pur con tutti i suoi eccessi di materialismo, lo stile di vita occidentale improntato al piacere esercita sui giovani immigrati un potere attrattivo mille volte superiore a quello funereo dei terroristi.

Come tutte le astrazioni fanatiche della storia, l’Isis attira minoranze motivate ma esigue. Sbarazzarsene sarà un lavoro lento e dolente. Ma più che l’avamposto vittorioso di un esercito sterminato, i seguaci europei del califfo sembrano la retrovia sparuta e disperata di un mondo arcaico che non accetta di avere perso la partita con la modernità.

Hacker, ex Miss e ingegneri informatici, l’esercito invisibile che combatte Isis in rete

Corriere della sera
7 NOVEMBRE 2015 | di Marta Serafini | @martaserafini 



E’ un esercito invisibile quello che in queste ore sta combattendo Isis in rete.

Si creano i database per segnalare gli account jihadisti dai quali Isis diffonde i suoi deliranti messaggi. Si verifica l’attendibilità delle segnalazioni. Poi partono gli attacchi DDos per abbattere i siti o quelli per silenziare gli account. Una due, tre, centinaia di volte in un giorno. Si lavora di notte, di nascosto mentre si è al lavoro, nel tempo libero. Si agisce soprattutto contro i profili Twitter, più facili da bucare. Ma anche Tumblr, Google +, Instagram, YouTube, AskFm (il social network anonimo), JustPaste e Archive.org (le piattaforme usate per diffondere i comunicati).

Gli hashtag #opCharlieHebdo, #OpIsis, #OpIceIsis in poche ore sono riusciti a sconfiggere quello scelto dai jihadisti per festeggiare. Oltre 5.500, tanti sarebbero gli account dell’Isis tirati giù su Twitter da Anonymous.  E la macchina di comunicazione dello Stato Islamico vacilla, costretta a spostarsi su altre piattaforme meno conosciute, come Telegram (che in queste ore è usatissima dai jihadisti per postare immagini e disegni di Parigi in fiamme). La lotta al Califfato 2.0 parte dal basso. Non è coordinata da nessun servizio segreto, non è di tipo militare e non conosce leader. E ha soldati in tutto il mondo, dall’Australia, passando per il Giappone fino all’Italia.

Era già successo dopo Charlie Hebdo, chi ha un minimo di conoscenza informatica la mette al servizio della collettività per dire che, no, di qua non passerete. Anonymous, il collettivo di hacktivist attivo in tutto il mondo, l’altro giorno ha lanciato OpParis con un filmato diventato in poche ore virale. E anche GhostSecGroup, altro gruppo di hacker, ha continuato il suo lavoro di monitoraggio e di attacco agli account del Califfato.

Il lavoro è trasversale, si comunica su Irc, le chat anonime, per evitare di essere tracciati. Anche Isis infatti sembra avere a sua disposizione hacker esperti. Meglio allora rimanere coperti, non svelare la propria identità è più sicuro, dunque, quando si fa questo tipo di “lavoro”. Si usano anche i bot per essere più efficaci. In alcuni casi si lavora insieme ai giornalisti: “ Ti segnalo questo profilo, forse è un reclutatore”, guardalo. Il nemico è solo uno, Isis. O, meglio, quell’idea di invincibilità che i miliziani vogliono trasmettere al mondo terrorizzando.

Link, messaggi, url da combattere. Mentre Obama e Putin si incontrano al G20 e schierano droni ed eserciti, in rete la difesa la fanno anche i civili. A testa bassa.


Lara Abdallat

Tra loro ci sono anche personaggi come Lara Abdallat. Ex miss Giordania, paese dove è nata, ora imprenditrice che lavora tra Parigi, Londra, Milano Dubai e Valencia, dopo l’omicidio del pilota giordano, Lara si è unita a questo esercito silenzioso. “Credo nel karma, se tutti facciamo qualcosa per rendere il mondo un posto migliore in cui vivere, credo che questo ci torni indietro”, racconta via DM su Twitter. “Ho quattro diplomi, interior design, fashion design, business marketing. Conosco l’arabo, lo spagnolo, l’inglese. Faccio sport, amo lo shopping e hoi due cani e un gatto”, spiega ancora. L’idea insomma è che chiunque può mettersi al servizio della guerra al Califfato.

Delle operazioni cui sta prendendo parte Lara può dire poco. “In Ghost Sec lavorano 50 persone dopo gli attacchi di Parigi, colpiamo 720 obiettivi ogni ora, fai tu i conti”.  Ma a chi le chiede se sono tante le donne come lei nel gruppo, risponde che “un hacker non ha genere, l’importante è come usa le sue capacità”.

Nell’esercito invisibile degli hacktivist non conta dunque chi sei. Ma quello che fai e contro chi agisci. “Sappiamo chi siete, vi fermeremo”, recitava il messaggio di Anonymous di domenica diretto a Isis. Maschere che cercano di tirare giù passamontagna neri. Ma la chiave è anche l’ironia. E mentre Isis posta le sue immagini di miliziani neri che sventolano drappi neri, hacker e bimbiminkia li sbeffeggiano modificando quelle fotografie con personaggi manga intenti a tagliare meloni invece di teste o con messaggi ironici come i meme di “Isis minaccia“, diventati un tormentone sui social.

Alla faccia di crede che davvero Isis sia invincibile.

Morto Bruno Lonati, il partigiano che disse di aver ucciso Mussolini

La Stampa

Aveva 94 anni. Noto come comandante Giacomo. In un libro, uscito nel 1994, rivelò di essere stato lui l’esecutore materiale della condanna del duce e dell’amante Claretta



È morto a Brescia, dove sono stati già celebrati i funerali, il partigiano Bruno Giovanni Lonati, nome di battaglia “comandante Giacomo”. Aveva 94 anni. Lonati raccontava di essere stato lui l’esecutore materiale della sentenza di condanna del duce e della sua amante Claretta Petacci. Una versione che contrasta con quella ufficiale. 

Nato a Legnano il 3 giugno 1921, il partigiano ebbe un ruolo di rilievo nella resistenza, tra Valle Olona e Milano, e fu tra i comandanti della 101esima Brigata Garibaldi. Nel 1994 pubblicò per la casa editrice Mursia il libro dal titolo “Quel 28 aprile. Mussolini e Claretta: la verità ”, in cui raccontava di aver fucilato il duce su ordine di un ufficiale inglese, il misterioso «capitano John», nell’ambito di una missione segreta il cui obiettivo sarebbe stato quello di distruggere il carteggio tra Winston Churchill e Benito Mussolini, per impedirne la diffusione.

Il «carteggio Churchill-Mussolini» non poté essere recuperato, ma, dopo aver effettuato alcune foto ai cadaveri, l’agente inglese, avrebbe concordato il silenzio di Lonati e dei due partigiani superstiti per altri cinquant’anni. Per tale motivo Lonati avrebbe scritto il suo memoriale solo nel 1994. Nel 2002 il giornalista e storico Luciano Garibaldi confermò con nuovi particolari la versione di Lonati pubblicando il libro «La pista inglese. Chi uccise Mussolini e la Petacci» (Ares). 

Dopo la guerra, Lonati lavorò per la Franco Tosi, poi si trasferì a Torino, nel 1958, dove lavorò per la Fiat. Da pensionato stabilì la sua residenza a Brescia. Lonati si è spento domenica mattina nella sua casa, i funerali si sono tenuti questa mattina nella chiesa di Sant’Angela Merici.

E Claretta fece di Mussolini un magnifico cornuto

La Stampa
mirella serri

Nel ’37 il duce scoprì la tresca della sua amante con un ex miliziano dannunziano Uno storico ha trovato la documentazione tra le carte di Renzo De Felice



“Il mondo crolla su di me. Io muoio...”, annota Clara nel diario il 13 luglio 1937. Alle ore 19 è squillato il telefono di casa Petacci. Nel microfono ruggisce una voce possente nota a tutti gli italiani: “So tutto, di voi non ne voglio più sapere”. Claretta finge di cascare dalle nuvole. “Non so di che parlate”. Alla tempesta di improperi che la investe scoppia in un pianto dirotto, il Duce, è di Lui che si tratta, sempre urlando attacca. L’indignazione del dittatore non conosce limiti, ha appena saputo che è “stato fatto becco” dall’amante 25 enne, più giovane di lui di quasi 30 anni. Della liaison segreta di Claretta Petacci con Luciano Antonetti, latin lover ed ex miliziano dannunziano, sono state fino a oggi, cancellate accuratamente le tracce.

Una vicenda in cui si è imbattuto Giuseppe Pardini, professore di Storia contemporanea, lavorando sulle carte di Renzo De Felice. Lo studioso ha ritrovato i documenti, conservati in fotocopia, tra i materiali del biografo di Mussolini, il quale, come sostiene Pardini, probabilmente voleva utilizzarli per integrare la sua sterminata opera sul Duce. Si tratta di cinque relazioni redatte da un noto fiduciario della polizia politica, Ezio Attioli, che nei suoi rapporti racconta la ferita inferta al più desiderato e acclarato esponente della fallocrazia fascista (copy Carlo Emilio Gadda), all’uomo che del suo dominio sul gentil sesso ha fatto un simbolo e una bandiera. Ora questi inediti vedono la luce nel saggio del docente, “L’amante di Claretta.

Il duce, i confidenti, la gelosia, l’Ovra”, che uscirà nel numero della rivista “Nuova storia contemporanea” (gennaio-febbraio 2015) a giorni in edicola. A incaricare Attioli di sorvegliare Claretta, da poco separata dal marito, è il papà Francesco Saverio, medico personale del papa Pio XI. Ha visto la figliola “rincasare con gli occhi gonfi, e con segni evidenti di strapazzi subiti”. Già, proprio così. La fedifraga ha trascorso una nottata con il seduttore Antonetti. Nel timore che Clara si lasci irretire da quel “magnaccio”, il dottor Petacci si propone di affrontarlo per strada ma si trattiene per timore dello scandalo. Arruola lo spione Attioli in modo che pedini il corteggiatore e gli infligga al momento opportuno una bella lezione.

L’informatore ha mire nascoste: è un doppiogiochista, segue l’intrigo di amore e di gelosia e lo trascrive in rapporti che spedisce al capo della polizia, Arturo Bocchini. Attioli è convinto che Clara non abbia alcuna intenzione di liberarsi del Duce nonostante sia molto presa dal bel Luciano. “Il suo agire ostinato, lascia un po’ perplessi”, rileva lo spione, “da un lato non vuole perdere la benevolenza del Duce e nulla trascura per far credere che lo ama; dall’altro lato si abbandona spesso a nottate fuori di casa in compagnia dell’amico Antonetti e non si perita dal palesare tale sua debolezza anche a terzi, come, ad esempio, alla sarta Dolores Sereni e alla cameriera”. L’incosciente Claretta si confida con la sarta e con la domestica mentre i solerti genitori cercano di prendere provvedimenti.

Non sono proprio disinteressati. “Vorrebbero che il Duce riconoscesse al loro casato un titolo nobiliare”, registra l’Attioli, mentre “donna Giuseppina si lascia scappare di bocca che vedrebbe volentieri il marito senatore”. In contemporanea, però, anche il capo del fascismo viene informato della tresca con colui che, sempre stando ai questurini, è “un cattivo arnese”, cerca di fare contrabbando di armi e si accompagna pure a una “prostituta ermafrodita”. Il leader in camicia nera di licenze amorose se ne intende, di amanti ne ha parecchie ma a Claretta non fa sconti. Tra le accuse e le offese, le ingiunge, sempre telefonicamente, di riprendersi i quadri che la fanciulla pittrice in erba ha portato a Palazzo Venezia, e di non farsi più vedere.

Poi, con stile da pochade, ci ripensa: “Il Duce ha telefonato; rispose la Clara”, riporta l’informatore, “ma Lui si limitò a dirle: ‘Ho bisogno di parlare con vostra madre. Fatela venire da me alle 8 di questa sera’ ”. Il despota interroga donna Giuseppina se sua figlia è “limpida”. “Sono solo voci malevole”, racconta Attioli che la mamma avrebbe detto a Mussolini. “E il Duce finì col dirmi ‘sorvegliate, sorvegliate, la affido a voi!’”. Perdonata dal capo del governo, Claretta non lo è dai genitori: “Se ora non fili dritta, ti dò un pugno in testa e ti ammazzo”, l’allerta il padre.

E la madre: “Ti ho salvata; ho fatto il mio dovere; ma d’ora in avanti se non lasci per sempre Luciano, ti metto io a posto!”. L’Antonetti verrà malmenato per strada da “estranei”, riferiscono i questurini che lo portano al gabbio senza motivo. Privo di lavoro, tallonato da un segugio, finirà la vita povero e malato. Nella dittatura anche il sesso è un affare di Stato e ogni violenza è permessa. L’onore del Duce-stallone d’Italia è salvo, il segreto de “Il magnifico cornuto” alla Tognazzi rimane inviolato e la fiducia degli italiani, secondo i parametri mussoliniani, non viene intaccata. Almeno per il momento. 

Neri e Gianna vittime del lato oscuro della Resistenza

La Stampa
marcello sorgi
11/04/2014

Nel libro di Mirella Serri la storia del comandante partigiano e della staffetta uccisi perché amanti e perché sapevano chi aveva preso l’oro di Dongo



Un amore partigiano, forte, disperato, come può esserlo una passione nata nei giorni più tragici della guerra. E un destino terribile, finire vittima della brutalità del fascismo morente, e della violenza irrazionale dei partigiani. La storia di «Neri» e «Gianna», nomi di battaglia del comandante partigiano Luigi Canali della Cinquantaduesima brigata che catturò Mussolini e Claretta Petacci, e della staffetta, «collegatrice», Giuseppina Tuissi, rivive in un saggio di Mirella Serri («Un amore partigiano», pagg. 215, Longanesi, 16,40), in cui lo spessore dei sentimenti e il rigore dell’analisi storica si fondono in un duro atto d’accusa delle responsabilità della classe dirigente, da Togliatti a Longo alla prima fila dei capi del Pci clandestino, che guidarono la lotta di Liberazione.

Siamo nell’inverno ’44-’45, ultimi mesi della seconda guerra mondiale, in quel fazzoletto di terra attorno a Como in cui Mussolini e la Repubblica di Salò vivono la loro agonia, circondati dalla stretta sorveglianza nazista delle SS e dalla Resistenza dei partigiani clandestini, in un clima di tensione, sospetti e doppi giochi che a un certo punto non consente davvero a nessuno di fidarsi di nessuno.

Luigi Canali, impiegato già a sedici anni della Società Funicolare Como-Brunate, è un campione atletico, collezionista di medaglie, alto, forte, attraente, gran lettore di Marx, Proudhon, Turati, figlio di un’operaia di una filanda, e presto sposato a un’impiegata della sua stessa ditta, Giovanna Martinelli, che se ne innamora, ma senza condividerne la passione politica e il gusto della clandestinità. Giuseppina Tuissi, una maschiaccia che faceva a botte con i fascistelli in erba, è nata in una famiglia antifascista e fa l’operaia alla Borletti. Ai primi scioperi è in prima linea.

Presto si fa strada nel movimento partigiano: Gianna, questo il suo nome di battaglia, va e viene in bicicletta dalle linee della guerriglia ai rifugi segreti, per portare ordini e informazioni. L’incontro con Neri, che sta per diventare comandante di una brigata partigiana, è scritto nel destino. Vanno a vivere insieme, continuando a svolgere ciascuno i suoi compiti e a correre rischi, cambiando continuamente nascondigli, dividendo spazi angusti e rari momenti di intimità, aggravati da stanchezza e disagi.

Il racconto dell’autrice si svolge su piani diversi. C’è, appunto, quello della guerra di Liberazione, sullo sfondo della quale Serri descrive, con acri e sapienti pennellate, la nascita di una burocrazia di partito conformista e stalinista, che ha in odio la coppia clandestina, il coraggio e il gusto dell’avventura, l’amore per i sogni e per la libertà sopra ogni cosa. E c’è, nelle stesse pagine, nell’area di pochi chilometri di Valtellina, fatta di frazioni come Grandola o Dongo, dove il Duce verrà catturato, una mirabile descrizione degli ultimi giorni di Mussolini, chiuso nella Villa Feltrinelli di Gargnano, raggiunto da un’estenuata Claretta Petacci.

Il Duce è nevrotico, pallido, tormentato dall’ulcera, insofferente alla stretta sorveglianza dei tedeschi, che manifestamente non si fidano più di lui. Eppure, nei momenti in cui è in compagnia dell’amante, non rinuncia alla sua intrinseca volgarità: la intrattiene sulle passioni sessuali delle donne francesi per gli uomini di colore, sulle differenze tra «l’uccello ben piantato» degli italiani, e quello inutilmente lungo e pendulo degli africani. Parlano, litigano, Claretta è gelosa e Benito inutilmente bulimico di tradimenti. Un giorno una segretaria si rivolge al Duce, dicendosi disciplinatamente «a disposizione», e quello ne approfitta possedendola prima che la malcapitata abbia modo di rendersene conto.

È nella stretta tra il fascismo decadente di Salò e il nuovo potere nascente dei partigiani che preparano l’insurrezione che i due «irregolari» protagonisti verranno stritolati. Arrestati dai repubblichini, vengono sottoposti a torture che Serri ricostruisce nelle pagine più crude del racconto: schiaffi, pugni, calci, frustate, ustioni, umiliazioni personali e violenze sessuali imposte a Gianna dai soldati, fino a un espediente di fronte al quale tutti i prigionieri prima o poi si arrendono: la reclusione in un armadio collegato a una cantina piena di topi e scarafaggi affamati, che non lasciano scampo.

Neri riuscirà a fuggire; Gianna, ridotta allo stremo, qualcosa dovrà dire. Alla fine entrambi riconquisteranno la libertà - e Neri anche il suo posto di comando della brigata -, ma non la fiducia dei loro compagni, che anzi li terranno a distanza, imprigionandoli in una rete di maldicenze, e arrivando a pronunciare contro di loro, alla fine di un processo staliniano, una condanna a morte come «traditori».

L’epilogo grottesco della vicenda, a cavallo dei giorni della cattura e dell’esecuzione di Mussolini e della Petacci, e della selvaggia esposizione dei cadaveri a Piazzale Loreto, vedrà Neri e Gianna – scampati ai fascisti, perfino riabilitati al punto da poter prendere parte alla cattura del Duce e della sua amante –, giustiziati, uno dopo l’altro, dagli stessi comunisti, in forza della condanna precedentemente subita, e solo formalmente annullata dopo il 25 aprile, la Liberazione e la conclusione della guerra.

Pagano così, non solo la palese ingiustizia dei sospetti che avevano subìto, mentre, sopportavano le torture del regime. Ma anche il dissenso espresso sulla procedura sommaria che ha portato alla fucilazione della Petacci, oltre che di Mussolini, senza uno straccio di processo, né alcuna considerazione dell’evidente divario di responsabilità tra l’una e l’altro. Su Gianna, pesa anche la scomoda coincidenza che l’ha portata ad essere testimone della razzìa dell’oro di Dongo, il tesoro che il Duce e i suoi ufficiali in fuga portavano con sé, di cui i dirigenti comunisti di Como decisero inopinatamente di appropriarsi.

Nel silenzio colpevole di Togliatti, Longo e di tutti i leader del Pci della storia della Prima Repubblica, ci vorranno più di sessant’anni prima che il Presidente Ciampi, su spinta di Veltroni, restituisca l’onore di combattenti al comandante Luigi Canali e alla staffetta Giuseppina Tuissi, i partigiani innamorati, torturati dai fascisti e uccisi dai loro compagni.

L’ultimo bunker di Mussolini

La Stampa
mattia feltri
19/03/2013

Scoperto sotto Palazzo Venezia: nove stanze che potevano ospitare il Duce con Claretta Petacci



Il buco del muro portante era destinato all’impianto fognario mentre altri fori lungo tutte le pareti dovevano ospitare l’impianto elettrico. Al momento però non è ancora chiaro come funzionasse il sistema di aerazione del bunker (Foto di Luca Boggio )

In un giorno imprecisato fra la fine del 2010 e l’inizio del 2011, la soprintendente Anna Imponente e l’architetto Carlo Serafini - intanto che procedevano i lavori di ripulitura di uno stracolmo e polveroso deposito di sgombro sotto Palazzo Venezia - videro una botola di legno di un metro per un metro. La soprintendente rimase pensierosa a guardare la botola mentre gli operai lavoravano senza farci caso. 

«Ricordavo quel rumore di fondo che percorre il palazzo da sempre, quel brusio di ricordi e dicerie diffuse dagli operai più anziani, e sentite da chi venne prima di loro», dice Anna Imponente. Le voci volevano che in quella zona del palazzo (siamo sotto Palazzetto San Marco) negli ultimi anni del regime di Benito Mussolini si tenessero opere febbrili a cui pochi avevano accesso.

La soprintendente fece aprire la botola e vi si calò insieme con un operaio e l’architetto armati di torce elettriche. Il terzetto dovette prodursi in un piccolo salto e si trovò su una scala di mattoni in fondo alla quale imboccò un breve passaggio con pareti di epoca romana e, dopo il passaggio, entrò in una strano ambiente quadrato, ogni lato costituito da un corridoio diviso da tramezzi per un totale di nove ambienti. «Quando abbiamo visto il cemento armato, è stato tutto chiaro», dice l’architetto Serafini. È il dodicesimo bunker di Roma. L’ultimo bunker di Benito Mussolini. Da allora, la notizia non è mai stata diffusa.

Il 13 luglio del 1943, il comandante in capo della Royal Air Force (Raf) chiese al primo ministro Winston Churchill il permesso di eliminare il Duce. Il piano era di bombardare simultaneamente Palazzo Venezia e villa Torlonia, la residenza privata di Mussolini. Il ministro degli Esteri, Anthony Eden, diede parere negativo dubitando che l’azione avesse molte possibilità di successo e temendo i danni collaterali sui civili e, nel cuore della Città Eterna, sul Colosseo, sui Fori, sul Palatino: la culla d’Europa. In calce Churchill scrisse «I agree», concordo. Evidentemente il Duce sapeva benissimo a quali rischi era esposto: la costruzione del bunker comincia presumibilmente alla fine del 1942 e prosegue fino alla mattina dell’arresto, undici giorni dopo il no di Churchill al piano. 

Il bunker che abbiamo visitato ieri mattina è palesemente incompleto. La struttura è finita, il sistema di aerazione funziona perfettamente anche se non si è ancora capito da dove attinga. Nelle pareti grezze ci sono buchi dedicati a un sistema fognario appena abbozzato. L’impianto elettrico è al medesimo stadio. Non c’è pavimentazione. Non c’è traccia di mobilia e, quando venne scoperto, il bunker conteneva scatoloni, gessi appartenuti allo scalone d’accesso, cianfrusaglie accumulate lì nell’immediato dopoguerra, e lì dimenticate come l’esistenza stessa del bunker. Non c’è archivio che ne parli. 

«La struttura è solida, probabilmente avrebbe retto, anche se molto dipende dalla potenza di fuoco. Di certo è ben isolato e non c’è umidità», dice l’architetto Serafini. Siamo 15/20 metri sotto il livello del suolo. Le pareti, che poggiano sulle fondamenta di una vecchia torre, in certi punti sono spesse due metri. Lo spazio calpestabile è di 80 metri quadrati, pensati dunque per il solo Duce, al massimo due persone (Claretta Petacci?). Lui non ci ha mai albergato, ma senz’altro ci andò per seguire i lavori.

Non si fece in tempo nemmeno a realizzare le vie di fuga: se ne intuiscono due, se tali sono, una diretta al giardino di Palazzetto San Marco e la seconda, purissima ipotesi, diretta all’Altare della Patria (dove c’era un ulteriore bunker) e al cui punto di partenza è stato trovato un mosaico romano.
Si tratta di un antico pavimento che sta a un livello appena superiore e si riesce a toccare alzandosi sulle punte: anche il mosaico andrà studiato per decidere che farne.

Nel frattempo la soprintendente del Lazio, Anna Imponente, ha deciso che fare del bunker, renderlo visitabile: «Metteremo un impianto di illuminazione adeguato (ora pendono lampadine, ndr) e lo bonificheremo dai chiodi e dai tubi che spuntano. In uno dei locali vorrei uno schermo che proiettasse immagini dell’Istituto Luce, un paio di touch screen.

Mi piacerebbe riprodurre il suono delle sirene d’allarme. Il resto resterà così com’è». Se tutto va bene, il bunker sarà vostro dall’autunno.

Churchill-Mussolini la moltiplicazione delle bufale

La Stampa
mimmo franzinelli
20/05/2015

La leggenda del carteggio segreto tra i due statisti, smascherata fin dagli Anni 50, si propaga sul web Un monumento alla credulità e alla disinformazione



Mimmo Franzinelli, 61 anni, è autore di una vasta produzione storiografica incentrata sul periodo fascista (tra i titoli più recenti Autopsia di un falso: i diari di Mussolini e la manipolazione della storia, Bollati Boringhieri, 2011). Sul tema «La vera storia del carteggio Churchill-Mussolini» Franzinelli si confronterà con Georg Meyr, storico delle relazioni internazionali,venerdì a Gorizia (ore 18, Palazzo De Bassa) nell’ambito di «èStoria», XI festival internazionale della storia, in corso da domani a domenica.
Programma completo su www.estoria.it Sopra, Winston Churchill (1874-1965)


La leggenda dei rapporti segreti intercorsi durante il secondo conflitto mondiale tra Mussolini e Churchill, mentre Italia e Regno Unito si combattevano aspramente, è tra le più clamorose e fortunate invenzioni del dopoguerra. Un mito funzionale al trasferimento delle responsabilità dell’intervento italiano - deciso dal duce nella convinzione dell’imminente vittoria tedesca - sulla «perfida Albione», in chiave rigorosamente controfattuale e con l’ausilio di clamorose falsificazioni di documenti.
Decenni di tambureggiamento, con un’alluvione di articoli all’insegna dello scoop, hanno tramutato in senso comune una tesi bizzarra, che nessun studioso straniero prende sul serio, ma cui molti italiani credono.

L’operazione propagandistica, impostata per fini politico-ideologici negli anni della ricostruzione postbellica, ha arricchito i suoi artefici. Nella prima metà degli Anni Cinquanta, falsari e custodi del «tesoretto» - in primis il falsario milanese Aldo Camnasio e il faccendiere triestino Enrico De Toma - intascarono diversi milioni da Mondadori e Rizzoli, desiderosi di assicurarsi i documenti che riscrivevano la storia della recente guerra. I due maggiori editori italiani, accortisi poi della natura truffaldina di quel materiale, ne sospesero la pubblicazione.

Negli Anni Cinquanta e Sessanta sul fiabesco carteggio hanno ricamato i settimanali popolari Oggi, Gente, Domenica del Corriere, oltre a quotidiani ad ampia diffusione come La Notte. Ai servizi giornalistici si sono affiancati volumi dal taglio sensazionalista, sulla madre dei misteri italiani, con le più inverosimili (e ripetitive) teorie. Il testo-base per rilanciare il carteggio, accreditandolo agli occhi di molti lettori, è Dear Benito, caro Winston, scritto nel 1985 da Arrigo Petacco per Mondadori.

Una monografia che nella sostanza (e a tratti persino nella forma) attinge a un raro libro del 1956: Storia di un fatto di cronaca, di Aldo Camnasio, ovvero dal falsario che per quell’imbroglio venne condannato in tribunale. Quel suo libro è ampiamente utilizzato da Petacco, ma - per una curiosa omissione - non è citato tra le sue fonti. Il punto, comunque, non consiste nella ricopiatura di parti della Storia di un fatto di cronaca, bensì nella veicolazione dell’impostura camnasiana da parte di un celebrato divulgatore di storia contemporanea. 

La pagina di Wikipedia
Il più significativo riscontro sul persistente radicamento del mito lo fornisce la pagina di Wikipedia «Carteggio Churchill-Mussolini» (in cui è indicato, quale ultima modifica, il 27 marzo 2015). L’esistenza di un collaudato canale segreto tra i due statisti ufficialmente nemici è affermata come realtà incontrovertibile, con sofismi che coniugano la disinformazione con il bluff. Esemplare, a questo riguardo, l’incipit: «Nell’immediato dopoguerra, Churchill e i servizi segreti britannici si mossero con successo per recuperare gli originali e gran parte delle copie del carteggio. Pertanto, poiché tale documentazione è ancora inaccessibile agli storici o è andata distrutta, è azzardato definirne il contenuto, pur essendone state formulate numerose ipotesi e ricostruzioni». 

Segue l’acritica sintesi dei teoremi escogitati dai «creduloni del carteggio», in prevalenza fantasiosi giornalisti o storici dilettanti i cui testi sono elencati in calce al lemma (Andriola, Campini, Festorazzi, Garibaldi, Giuliani Balestrino, Zanella...). Non viene prospettato alcun dubbio sull’esistenza dei «documenti segreti», con straordinaria prova di faziosità e di credulità. Si sostiene che quegli importantissimi documenti passarono per le mani di familiari del duce, di ministri, di ambasciatori, di banchieri, di prefetti, di agenti segreti, di partigiani comunisti e non... appartenenti a varie nazionalità (italiana, svizzera, inglese, giapponese...). Nessuno, di quella folta compagnia, riuscì a salvare anche solo una lettera, poiché una perfida congiura fece sparire ogni reperto.

Un mantra dietrologico 
Chi ha creato e modificato una voce così faziosa e irrispettosa della realtà, in stridente contrasto con l’affidabilità del sito? La risposta è suggerita dalle argomentazioni a senso unico: qualche volonteroso affiliato alla compagnia di giro che usa quei documenti fasulli come cavallo di battaglia. È un reperto disinformativo che non fa onore a Wikipedia, poiché prosegue e moltiplica la manipolazione avviata con metodi artigianali nell’immediato dopoguerra da agguerriti manipoli filomussoliniani.

Oltre a utilizzare strumentalmente Wikipedia come autorevole pulpito per le loro menzogne, gli assertori del carteggio gestiscono un imponente numero di siti. Digitando «Carteggio Churchill-Mussolini» su di un qualsiasi motore di ricerca, si evidenziano migliaia di schede che, in stragrande prevalenza, sciorinano la storia delle borse di Mussolini e delle astute trame churchilliane per riprendersi gli epistolari. Google fornisce ben 18.600 siti sul carteggio segreto, con le versioni più strampalate e inaffidabili. È un monumento alla credulità, che dimostra la straordinaria capacità del web di moltiplicare il falso, legittimandolo.

Il carteggio segreto Churchill-Mussolini è una leggenda metropolitana all’insegna del «verosimile», un mantra dietrologico e autoconsolatorio che pretende di trasformare la tragedia bellica in un giallo nel quale il duce è vittima delle macchinazioni britanniche.

Ex jihadista rientrato in Francia si confessa: "In Siria non è religione, è barbarie"

Libero
28 Luglio 2015

Ex jihadista rientrato in Francia si confessa: "In Siria non è religione, è barbarie"

Ci sono numerose ombre che dovranno essere dissipate sul racconto di un ex jihadista rientrato in Francia dopo sei mesi fra le fila dell'Isis in Siria. La confessione, pubblicata sulle pagine del quotidiano francese Le parisien, ritrae nel dettaglio l'esperienza dell'uomo che si era unito al Califfato convinto di poter vivere in armonia con i precetti dell'Islam nella capitale dell'autoproclamato stato islamico Raqqa, ma che si è ritrovato circondato solo da barbarie.

I dubbi - Ombre, si diceva, perché è ancora da chiarire come l'uomo sia riuscito ad espatriare senza lasciarci le penne, chiedendo semplicemente l'autorizzazione per abbandonare Raqqa. Solo una lunga trattativa lo avrebbe separato dalla richiesta al lasciapassare; addirittura al confine gli hanno donato 500 dollari per acquistare il biglietto aereo di ritorno. Un caso più unico che raro, visto che solitamente i pentiti del Califatto vengono trucidati senza esitazione alcuna.

Il training - In ogni caso la testimonianza dell'ex jihadista è da pelle d'oca. Viene conquistato dal fascino dell'islam radicale mentre è in un carcere vicino a Parigi, dove è detenuto per reati minori. Esce di prigione, va in Egitto, poi in Tunisia e ancora il carcere per droga. Torna a Parigi ma è insoddisfatto, trova la luce nella voce dell'Isis.

Parte per la Siria nel settembre 2014, e qui comincia il suo viaggio nelle terre delle bandiere nere. Contatta con facilità gli esponenti del Califfato, che gli danno il benvenuto e lo conducono a Raqqa. Dopo il sequestro del passaporto e due giorni di interrogatorio per verificare che non sia un infiltrato occidentale, accede alla fase due: l'indottrinamento. In quello che l'uomo ha definito come un campo scout jihadista, insieme a reclute da ogni parte del mondo, è stato sottoposto ad allenamenti sportivi e lezioni di cultura religiosa. In branda alle 22, e la sveglia a suon di kalashnikov.

Nove giorni così, poi il giuramento all'Isis davanti a un santone: "prestare fedeltà al solo vero califfo dei musulmani". Fase tre: addestramento militare, per imparare a maneggiare pistole, mitragliatrici e lanciarazzi. Ma il nostro protagonista è un po' pavido, rifiuta il martirio e viene assegnato alla polizia, per fare multe e sedare risse. "Le cure sono gratuite. Mi hanno dato 300mila dollari per acquistare auto e casa, oltre a un salario mensile di 90 dollari" afferma l'ex-Isis.

Le atrocità - Cosa gli ha fatto cambiare idea? Il disgusto nei confronti delle barbarie compiute dagli uomini del Califfo. Un quattordicenne sgozzato perché non aveva finito di recitare la preghiera, gli omosessuali buttati giù dal tetto di un palazzo, cadaveri ovunque con addosso l'etichetta esplicativa del reato per cui si sono meritati l'esecuzione: l'ex jihadista sarebbe stato spettatore di ognuna di queste atrocità. Un mondo di morte quello raccontato dal francese pentito, lontano dall'idea che si era fatto in Europa dello Stato islamico. "Quello che ho visto in Siria non è religione, è barbarie. Non ho ucciso, ora voglio solo una vita normale, voglio dimenticare". E mentre lui vuole dimenticare, il resto del mondo continua a inorridire.

Parla un reclutatore dell'Isis: "Tutti i numeri del terrore"

Libero
17 Novembre 2015

Parla un reclutatore dell'Isis

Un reclutatore pentito (dice lui) racconta i segreti dell'Isis da dentro.  Dopo aver militato nei ranghi dei rivoluzionari siriani ha aderito all'Isis lavorando per Amn al-Dwala, i servizi di sicurezza dello Stato Islamico, con il compito di addestrare i volontari stranieri, ora dice di aver lasciato l'associazione terrorista e di vivere nascosto con la paura di essere ucciso per tradimento.

Abu Khaled (il nome di fantasia) è rimasto però in Siria. Il Daily Beast lo ha raggiunto via Skype e intervistato.   "Al centro dell' ideologia dell'Isis c'è l'idea che le frontiere sono obsolete. L'Isis può bombardare Ankara, combattere in Siria, occupare città irachene, organizzare attentati in Libia", dice l'ex terrorista, secondo una ricostruzione de Il Fatto Quotidiano. "I servizi controllano tutte le frontiere. Io ho personalmente addestrato molti di loro che quindi mi conoscono benissimo. Non posso lasciare la Siria. Ormai per loro sono un kafir, un infedele. Non sono più un musulmano. Posso solo nascondermi".

Abu dice di aver deciso di entrare tra le fila dell'Isis "il 19 ottobre 2014, un mese dopo che la coalizione guidata dagli Stati Uniti aveva avviato una campagna di bombardamenti su Raqqa, la provincia orientale dove si trovava la cosiddetta capitale dell' Isis".

L'uomo si era convinto che gli Stati Uniti fossero complici di una congiura internazionale capitanata  dalla Russia di Vladimir Putin e dall'Iran il cui scopo era quello di fare in modo che il tiranno Bashar al -Assad rimanesse al potere in Siria. Abu non si pente della sua scelta, convinto di sapere, ora, chi siano. "Ho frequentato il tribunale della Sharia per due mesi. Mi hanno insegnato a odiare e a ritenere come autentica solo la loro interpretazione dell' Islam secondo cui è nostro dovere uccidere tutti coloro che non sono musulmani".

Nei primi mesi Khaled conobbe olandesi, francesi, tedeschi,venezuelani, inglesi, americani e russi. Era insomma una sorta di "internazionale jihadista". "Nel momento di massima popolarità del Califfato arrivavano ogni giorno 3.000 stranieri desiderosi di entrare a far parte dell' Isis - prosegue l'ex reclutatore, "oggi ne arrivano al massimo 50 o 60 al giorno".

Una diminuzione degli adepti che ha convinto i leader del Califfato a cambiare strategia incoraggiando la formazione di "cellule dormienti" in tutto il mondo. "L' Isis ha chiesto ai suoi seguaci di rimanere nei loro Paesi d' origine e di organizzare sul posto attentati, uccisioni, disordini", conclude Abu.

L'Italia scarcerò Bassam Ayachi, il predicatore dei futuri kamikaze

Adriano Palazzolo - Mar, 17/11/2015 - 10:14

Nel 2008 venne arrestato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, ma ben due volte i giudici italiani lo hanno assolto dalla più pesante accusa di terrorismo internazionale

Nei giorni seguenti alle stragi di Parigi, con le indagini in corso per scovare i terroristi e capire la loro provenienza, spunta un pesante retroscena che chiama in causa il nostro Paese, coinvolgendolo direttamente nello scacchiere internazionale in cui gli attentatori hanno fatto le loro mosse, silenziosamente, negli anni scorsi fino a venerdì scorso.



Così, riavvolgendo indietro il nastro della follia dell'islam radicale andata in scena nella capitale francese, Repubblica, scopre che il predicatore che ha indottrinato quelli che poi sarebbero diventati i futuri kamikaze che hanno messo in atto il massacro di Parigi, era passato dall'Italia, era stato arrestato e inspiegabilmente scarcerato e rimesso in libertà.

Bassam Ayachi - questo il nome dell'imam ultrà di Molenbeek - viene arrestato a Bari nel 2008 con la "semplice" accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Gli investigatori però scoprono che è un pezzo grosso dell'islam radicale, in possesso di testi dei predicatori di Al Quaeda e del testamento di un 24enne pronto al martirio.

Nel carcere viene intercettato mentre fa riferimento a possibili futuri attentati all'aeroporto parigino di Charles De Gaulle, elemento sufficiente a trasformare l'accusa in terrorismo internazionale. Tre anni dopo arriva la condanna: otto anni di reclusione per aver organizzato una cellula terroristica pronta ad entrare in azione in Italia, Francia, Belgio e Regno Unito.

In appello però, nel 2012, arriva - improvvisa - la scarcerazione, motivata da una sorta di quesitone territoriale. Secondo i giudici non esistevano prove certe che il gruppo di attentatori avrebbe agito in Italia. Cioè, se sono terroristi all'estero, non è un problema nostro. La Cassazione infatti interviene e annulla la sentenza di appello, rimandando il processo al secondo grado, dove - di nuovo - arriva un'assoluzione.

È il 2013 e Ayachi non è in aula. Si trova in Siria, mentre, 70enne, imbraccia ancora kalashnikov, combattendo tra le fila del terrorismo. Nel giugno scorso, le autorità belghe gli hanno negato il permesso di rientrare sul terriorio nazionale perché soggetto pericoloso per la pubblica sicurezza.

In Belgio però ci era già stato nel 2012, subito dopo la scarcerazione avvenuta in Italia. Era tornato a Bruxelles, nel quartiere di Malembeek. Lì ha predicato la jihad e ha indottrinato i giovani pronti al martirio. E ora l'intelligence belga cerca di capire il suo ruolo con la cellula di Abdelhamid Abaaoud, la mente del massacro del 13 novembre.

Cercasi bambini per lanciare bombe sul volto di Gesù"

Giuseppe De Lorenzo - Mar, 17/11/2015 - 16:56

Il "Sardegna Teatro" di Cagliari l'annuncio per reclutare comparse per il controverso spettacolo di Castellucci, condannato dal Vaticano

L'opera, più che controversa, di Romeo Castellucci torna a far discutere.
E lo fa a pochi giorni dagli attentati di Parigi, dall'attacco che una parte dell'Islam ha dichiarato all'Occidente e dopo le immagini del "Cristo immerso nell'urina" in una rassegna patrocinata dal Pd. Ma, soprattutto, arriva dopo la decisione di una scuola di non mandare una classe ad una mostra perché ospitava raffigurazioni del crocifisso che - a loro dire - avrebbero dato fastidio ai "non cristiani".

Anche in questo caso si parla di Gesù. Del volto di Gesù. Che durante la rappresentazione teatrale di Castellucci viene preso a bombe in faccia da alcuni ragazzi. Ed ora sul sito del Sardegna Teatro è apparso l'annuncio di selezione dei giovani attori.

Si cercano, specificano sul sito del teatro, "8 – 10 ragazzi (70% maschi e 30% femmine) di età compresa tra gli 8 e i 12 anni". Cosa dovranno fare? "Tutti i ragazzi - si legge nella descrizione - entrano nello spazio a piccoli gruppi. Dagli zaini e da alcune borse (oggetti della Compagnia) estraggono delle false bombe a mano (circa 20 a testa ) di allumino". "’L'azione - precisa l'autore - consiste nel percuotere un grande ritratto di Gesù di Antonello da Messina con delle false bombe a mano. Ciascun ragazzo dovrebbe lanciare una ventina di granate in alluminio".

Esatto: bombe a mano sul volto di Gesù. L'opera di Castellucci aveva già sollevato molte polemiche, soprattutto Oltretevere. Tre anni fa papa Ratzinger aveva risposto alla lettera di padre Giovanni Cavalcoli, il frate del convento bolognese di San Domenico che aveva definito "indegno e blasfemo" lo spettacolo di Castellucci. In quella missiva il Sommo Pontefice auspicava "che ogni mancanza di rispetto verso Dio, i santi e i simboli religiosi incontri la reazione ferma e composta della comunità cristiana".

Per questo, probabilmente, sul sito del teatro sardo è apparsa anche una nota dell'autore. Il quale mette le mani avante e dice: "Ripeto ancora una volta: non ho nessuna intenzione di dissacrare il volto di Gesù. Per me, al contrario, si tratta di una forma di preghiera, che passa attraverso l’innocenza del gesto di un ragazzo (le armi sono evidentemente giocattoli) che percuote quel volto proprio per risvegliarlo e riscattarlo in una forma di nuova e necessaria passione".

E mentre in Italia tutti si fasciano la testa per le ragioni di musulmani, buddisti, animisti, atei e altro; mentre il Natale ha perso il suo vero significato; mentre fare presepi a scuola è diventato ormai un atto rivoluzionario, ci chiediamo perché la sensibilità dei cristiani - che in quel volto riconoscono l'incarnazione del Figlio di Dio - non è mai considerata né rispettata.

Senza contare che non vorremmo mai vedere, nemmeno in un'opera teatrale, bambini lanciare bombe. Figuriamoci contro Gesù.