venerdì 20 novembre 2015

Dario Fo, ex super-fascista pentito

Fonte : Link

di Carlo Alberto Del Debbio

Quando l'autore di "Mistero buffo", intellettuale della sinistra "illuminata" che strizza l'occhio ai grillini e dà del fascista a Berlusconi, era un fascista della Repubblica di Salò, militante addirittura nella Decima Mas. .Intervista chiarificatrice dell'attore-regista Giorgio Albertazzi al Corriere della Sera: "Sì, sono stato compagno d'armi del super-fascista Dario Fo.  Ma io, al contrario di lui, non mi pento di nulla, non rinnego nulla del mio passato e non faccio nulla per nasconderlo". 
 
L'attore-regista-scrittore Dario Fo, 87 anni, ex super-fascista della Repubblica di Salò, oggi politico e "giullare" della sinistra ed estrema sinistra "illuminate".

Era e restò fascista anche quandoi il regime di Mussolini decadde, il 25 luglio 1943, aderendo alla Repubblica di Salò e militando addirittura nella famigerata Decima Mas. Parliamo del giovane Dario Fo, futuro attore, regista e scrittore e premio Nobel per la Letteratura, oggi intellettuale della sinistra "illuminata" che strizza l'occhio ai grillini e dà del fascista a Berlusconi. E con il repubblichino Dario Fo erano l'attore Giorgio Albertazzi ed il giornalista Mauro De Mauro, assassinato dalla mafia, fratello dell'emerito linguista prof.

Tullio che è stato ministro della Pubblica Istruzione in due governi delle sinistre-Ulivo, il quale (è doveroso ricordarlo) dimenticò di spiegare nelle sue pubblicazioni che i cadaveri nelle foibe del Carso erano stati buttati giù ancora in vita dai comunisti di Tito con la nefasta collaborazione di quelli italiani. ”Non ho mai nascosto e non ho alcuna intenzione di nascondere il mio passato di fascista”, ha dichiarato l'ottantunenne ex "ragazzo di Salò" Giorgio Albertazzi al Corriere della Sera. “Sono sempre un uomo di destra, anche se ho avuto ed ho tanti amici di sinistra, dal regista Luchino Visconti, miocarissimo amico, ad Anna Proclemer, mia affettuosa compagna per tanti anni, in palcoscenico e nella vita".

 I grandi nemici di Albertazzi, oggi come ieri, sono quelli di Rifondazione comunista, che lo accusano di essere stato un “fucilatore fascista”, con Mauro De Mauro ed il "giullare delle sinistre" Dario Fo, autore anche di clamorose scivolate  verso i radicali (negli anni in cui la moglie  Franca Rame  accettò la candidatura a senatrice nella Rosa nel pugno, con Emma Bonino e Marco Pannella) ed oggi verso le truppe di Beppe Grillo, Roberto Casaleggio e Stefano Rodotò. Quella volta, per un omaggio ai radicali, i due ex “ragazzi di Salò”, pur essendo oggi ideologicamente e politicamente agli antipodi, si trovarono a votare insieme. “E’ stato  un doveroso riconoscimento che tutti dovevamo e dobbiamo a chi si batte per la difesa dei diritti civili”, la giustificazione dell’attore Giorgio Albertazzi per quel voto.

 Del premier Silvio Berlusconi, l'attore Abbertazzi diceva, allora: “Non lo amo per la sua pompa, ma riconosco che è un grande attore, oltre che un imprenditore di indubbie capacità”. E di Romano Prodi: “L’Italia non ha bisogno di professori, ma di maestri”. Di Gianfranco Fini ricordava che, per la stima che aveva in quegli anni per lui (“uomo dal grande futuro”, lo considerava), accettò nel 1994 la candidatura al Parlamento. “Mi mandarono a Tradate” e mi dissero che dovevo battere l’ex sindaco. Lo feci, ma vinse il candidato della Lega Nord”, spiegò. E ricordava anche che, molto prima di quella candidatura con Fini, ai tempi dei referendum sull’aborto e il divorzio, era stato eletto deputato nelle liste radicali ed aveva poi rinunciato al seggio.

 Della sua militanza nella Repubblica di Salò, l'attore Albertazzi , a differenza del super-fascista Dario Fo che ha sempre fatto di tutto per non far conoscere il suo passato politico di militante nella Decima Mas, assicurava che "non si è mai pentito e non si pentirà mai". Lui, con un nonno socialista, un padre fascista “tiepido” ed uno zio “fascista della prima ora” assassinato dai comunisti a Firenze nei 45 giorni del governo Badoglio, raccontava di essere cresciuto con le imprese di D’Annunzio, dei trasvolatori dell’Atlantico e dei calciatori campioni del mondo. “Il mio mito”, raccontava Giorgio, "non era tanto Benito Mussolini (del quale non apprezzava la retorica), ma l'Ettore Muti ucciso dai badogliani, l'Italo Balbo abbattuto nel cielo della Sirte, la Folgore con i suoi eroi disfatti a Birel Gobbi. La parte legale dell’Italia per me era quella; ed io, rispondendo al bando della Repubblica sociale italiana, ho combattuto per l’Italia”.

 Nessun pentimento, dunque, da parte sua. No, l'ex “ragazzo di Fiesole”, che si esaltava alla imprese di D’Annunzio, non ritiene di dover rinnegare nulla, prprio nulla, del suo passato del suo passato respinge decisamente ogni accusa: “No, voltare gabbana, mai. Le cose che mi avevano spinto a Salò, l’anti-clericalismo, l’idea sociale della Carta del lavoro e della partecipazione dei lavoratori agli utili delle aziende, per me sono valide anche oggi, e poco importa che a sostenerle oggi siano i Vendola, i Bertinotti, i Diliberto, e fino all’altro giorno D’Alema e Fassino. Di che cosa dovrei pentirmi? Ciascuno fa nella vita quello che ritiene giusto di fare, giusto o sbagliato che sia. Non amo i pentiti. Il pentimento è un sentimento cattolico che ho sempre disprezzato e continuo a disprezzare”.

………tutti fascisti , camaleonti e no

Feltri: "Il titolo Bastardi islamici? Bisogna forse dire discoli?"

Sergio Rame - Gio, 19/11/2015 - 18:23

"Non credo sia esagerato definire bastardi i terroristi che hanno compiuto una strage come quella di Parigi"

Il titolo di Libero Bastardi islamici? "E come vogliamo chiamarli, discoli o birichini? Non credo sia esagerato definire bastardi i terroristi che hanno compiuto una strage come quella di Parigi".

La pensa così Vittorio Feltri, intervenuto oggi al programma di Rai Radio2 Un Giorno da Pecora, condotto da Geppi Cucciari e Giorgio Lauro.

"Bisogna legger oltre il significato delle parole - spiega Feltri - bastardi è un termine che si riferiva a tutti i terroristi, non a tutti gli islamici. Il titolo si riferiva al fatto che i terroristi che hanno colpito in Francia non sono dei frati trappisti o degli scout ma degli islamici".

Quindi Geppi Cucciari ha chiesto se, nel caso in cui terroristi italiani dovessero fare un attentato, farebbe il titolo Bastardi cristiani. E Feltri ha risposto: "Se ci fossero dei terroristi cristiani che vanno in un Paese a compiere degli attentati, perchè non definirli cristiani? Se lo facessero si potrebbe fare, ma non lo fanno, quindi non possiamo definire i cristiani terroristi. Mentre quelli a Parigi, guarda caso, sono islamici, o islamisti".

Un terrorista piccolo piccolo

La Stampa
massimo gramellini



Più dei cattivi e dei fessi, il male sembra attrarre irresistibilmente gli sfigati. Abaaoud, il giovane belga che ha coordinato gli attentati del 13 novembre, era anzitutto questo. Uno sfigato. La lettura a ritroso del suo telefonino non offre dubbi al proposito. Le prime immagini, postate qualche anno fa, ritraggono auto di lusso e donne nude a cavalcioni di una moto. Desideri identici a quelli di un frequentatore del Billionaire, ma lontanissimi dalla realtà di un ragazzotto senza né arte né parte, che gli amici di allora definiscono «un piccolo coglione», in cerca di qualcuno che lo guardi e gli dia importanza. L’Isis è quel qualcuno.

Lo attira in Siria, gli mette a disposizione i soldi, un mitra e un’idea basica di mondo - noi siamo i fighi, gli altri le zecche – che è quella di cui ha bisogno per sentirsi vivo. Il contrario dell’arachide di Superpippo. Abaaoud prende la nocciolina del male e diventa una Superpippa. Le immagini sul telefonino cambiano: eccolo sorridere tronfio, finalmente a bordo di un macchinone, mentre scarica in un fosso i cadaveri di dieci «infedeli» e inneggia alla guerra santa contro «laicità e democrazia». Concetti astratti, di cui forse non capisce il senso, ma capisce benissimo che odiarli dà un senso a lui.

Mi torna alla mente una vecchia serie tv, i Visitors, dove gli extraterrestri malefici in cerca di quinte colonne sulla Terra ingaggiavano «un piccolo coglione». Gli davano la divisa, un mitra, un’idea di sé, e ne facevano una spietata macchina da guerra. Gli sfigati fanno più danni dei cattivi. Per fortuna alla fine perdono sempre. Altrimenti che sfigati sarebbero?