lunedì 23 novembre 2015

La sinistra difende le piazze-flop e gli islamici che (non) c'erano

Giuseppe Marino - Lun, 23/11/2015 - 08:07

Dal maltempo alla paura, è un festival di giustificazioni e bugie sui numeri alle manifestazioni di Roma e Milano. E sui social network impazza l'ironia

Notinmyname, non nel mio nome. Lo slogan c'era, efficace pure, ma di gente per dargli corpo e anima mica tanta.

Il giorno dopo i magri cortei dei musulmani d'Italia contro il terrorismo, le piazze semivuote di Roma e Milano diventano un boomerang. E scatta il tentativo di coprire tutto con una verniciata di entusiasmo di maniera.Fa strano vedere il versante progressista della politica italiana, gente che della piazza piena ha fatto un culto, una professione costruita su dogmi indiscutibili, cercare di nascondere il senso di una piazza vuota. Gli stessi pronti a sostenere che se un milione di persone manifesta contro un governo, quel governo si deve dimettere, o che se un partito non riesce a radunare le folle vuol dire che non ha consenso, ieri erano pronti a rimproverare la grettezza di chi tira in ballo i numeri dei musulmani a Roma e Milano, un migliaio a dire tanto.

«Sconcerta vedere che la destra, la stessa che fomenta l'odio impedendo la realizzazione dei luoghi di culto, ignori l'importanza della giornata di oggi», tuona ad esempio, Pierfrancesco Majorino, assessore di Pisapia e tra i papabili candidati a sindaco di Milano per la sinistra.Ma anche al governo ieri il mood era lo stesso: parola d'ordine, celebrare la piazza e cercare giustificazioni per i numeri scarsi. Vedi il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che ha dato la colpa alla paura (di attentati? dell'islamofobia? Non si sa):

«Grazie ai nostri concittadini di religione islamica che ieri hanno manifestato contro il terrorismo. So che non era facile andare in piazza, nel clima che viviamo. Averlo fatto è stato importante». Molto diffusa l'interpretazione della paura che frena la piazza. Per il ministro Angelino Alfano (intervistato da Maria Latella su Skytg24) però è tutta colpa della carenza di ombrelli: «La variabile meteo ha influito sulla partecipazione dei musulmani». Piove, governo baro.Il fronte giustificazionista però non si scompone, non accetta critiche: è stato un successone. Ma non dicevano che si va in piazza per contarsi? Eppure mai come ieri i titoli dei giornali erano unanimi, anche i più inclini al dialogo con l'islam: pochi in piazza.

L'unica crepa viene proprio da uno dei promotori dell'iniziativa, il deputato del Pd Khalid Chaouki, che messo sotto pressione dalle critiche sui social network per l'insuccesso, si lascia andare su Twitter a un eccesso di ottimismo raccontando così i 500 (inclusi i politici e i numerosi giornalisti) di piazza Santi Apostoli: «Migliaia di persone in piazza a Roma». Perché gonfiare i numeri se non sono importanti? Il fatto è che la questione del rapporto tra Isis e masse musulmane è complessa, intraducibile in uno slogan, e chi ha provato a dimostrare il teorema semplificatorio dei «musulmani moderati» con una passeggiata in piazza ha finito col consegnare al partito avverso un argomento in più.

Tanto che ieri tra gli hashtag di tendenza, cioè la parole chiave più diffuse, insieme a «Notinmyname» c'era anche «Notinmyname flop». E purtroppo i social network ieri, molto più dei mini-cortei, mostravano le contraddizioni del mondo musulmano sulla condanna alle violenze di Parigi: molti utenti con nomi arabi hanno postato in Rete commenti con lo slogan «Notinmyname», ma gran parte, anziché cogliere l'occasione di condannare con forza l'Isis, sparavano su Israele. Qualche esempio del tono dei messaggi: «Isis significa Israel Secret Intelligence Service», «Distruggete Isis ma non i musulmani che ci vivono, non fate come Israele, il paese dei violatori di diritti umani», «Isis è una creazione di Israele». Detto sempre, ovviamente, not in my name.

Berlino, via i vini israeliani dagli scaffali

Noam Benjamin - Lun, 23/11/2015 - 08:13

Retromarcia del grande magazzino KaDeWe dopo le proteste

Berlino «Siamo contenti che il grande magazzino abbia corretto il proprio errore». Non spende altre parole la portavoce dell'ambasciata israeliana a Berlino nel commentare la notizia di domenica sera, secondo cui il KaDeWe ha rimesso in vendita i prodotti israeliani dopo averli ritirati venerdì scorso.
Il KaDeWe, per esteso Kaufhaus des Westens, ossia «il grande magazzino dell'Ovest», è un simbolo della capitale tedesca, così come Harrod's lo è di Londra e Galeries Lafayette di Parigi. Con i suoi 60 mila metri quadri di mercanzie di ogni sorta e un settimo piano panoramico dedicato alle prelibatezze dai cinque continenti, il KaDeWe è una tappa obbligata per i turisti che affollano Berlino in ogni stagione.

Inaugurato nel 1907 dall'ebreo Abraham Adolf Jandorf, il grande magazzino è a tutt'oggi il più grande d'Europa e la sua storia ripercorre quella della Germania del XX secolo. Nel 1935 fu sottratto dai nazisti ai legittimi proprietari. Distrutto e ricostruito dopo la guerra, il KaDeWe è passato di mano in mano: a giugno 2015 il 50,1% del KaDeWe è stato rilevato da Central Group, società thailandese che controlla anche la Rinascente.

A fare notizia, però, nel fine settimana appena concluso non è stato l'ennesimo passaggio di proprietà, ma la decisione del grande magazzino di ritirare i prodotti israeliani dai propri scaffali: via il riesling del Golan e via le creme ai sali del Mar Morto. Via tutto, allo scopo di rietichettare ogni prodotto secondo le linee guida volute dall'Unione Europea, distinguendo cioè fra il Made in Israel e quanto invece prodotto nei Territori occupati.

Una necessità di chiarezza che l'Ue ha sentito solo nei confronti dei prodotti israeliani e non di quelli provenienti da altri territori contesi, a cominciare, per esempio, dai prodotti turchi nonostante Ankara occupi militarmente la parte settentrionale di Cipro, che pure fa parte della stessa Ue. «Quando l'ho saputo sono rimasto molto sorpreso - ha commentato Sergey Lagodinsky, consigliere della Comunità ebraica berlinese - anche perché non avevano alcuna necessità di farlo.

Il lavoro di etichettatura spetta alle autorità statali, non certo ai rivenditori. Non è così che si aiuta la pace in Medio Oriente». Inaugurando la riunione settimanale del governo, il premier israeliano Netanyahu aveva annunciato una telefonata ai colleghi tedeschi perché intervenissero sul KaDeWe. «Non hanno ancora cominciato con le etichette e già tolgono i prodotti israeliani dagli scaffali: è un chiaro boicottaggio». Le proteste di Israele, assieme a quelle di alcuni politici tedeschi, devono avere sortito effetto.

Domenica sera sul sito del grande magazzino è apparsa una nota in cui si legge che «da oggi gli otto vini israeliani tornano nel nostro assortimento. In questa faccenda, legata a una raccomandazione Ue, abbiamo agito troppo in fretta. Siamo dispiaciuti e desideriamo scusarci del comportamento sbagliato. Siamo contro ogni forma di discriminazione e intolleranza». Non è chiaro tuttavia se il «comportamento sbagliato» menzionato dal grande magazzino sia l'aver ritirato i prodotti israeliani o la fretta con cui ciò è stato fatto. Come se anche per il KaDeWe il boicottaggio d'Israele fosse solo una questione di tempo.

La satira è sempre sacra Ma l'Italia non lo capisce»

Eleonora Barbieri - Lun, 23/11/2015 - 08:08

A (quasi) 85 anni il grande disegnatore mette all'asta le proprie opere. "La vignetta più contestata? Quella su D'Alema che 'sbianchetta'..."

 



Giorgio Forattini è a casa sua a Milano, in Porta Venezia, circondato dalle sue donne (la moglie Ilaria, l'assistente Michela) e da centinaia di ritratti sulle pareti.

«Fra qui, Parigi e Roma ne avrò mille e cinquecento...». Una fissa, quella dei ritratti, per lui che disegna volti da oltre quarant'anni: politici, soprattutto, e poi Papi e imprenditori. Ecco, ora che ha quasi 85 anni, il suo lavoro finisce in una raccolta, Il Forattone (Mondadori), e all'asta: 368 fra disegni e «sculture, gigantografie, installazioni, teatrini in 3D», quelle «vignette quasi animate create da Gherardo Frassa per le mie mostre».Ma perché quest'asta?«L'idea è che tutti possano avere qualcosa di mio. Si parte dai 50-60 euro».

Chi sono i personaggi all'asta?«Quelli storici, Prodi, Pertini, Napolitano, Berlinguer, Andreotti...»Il più amato?«Spadolini, si divertiva. E poi ci sono Occhetto, Agnelli, Fassino magro magro come uno scheletro, Berlusconi-Zio Paperone, Scalfari, De Mita».Perché faceva Spadolini sempre nudo?«Perché era grasso, mi piaceva. La satira deve sfruttare il fisico delle persone».La vignetta più contestata?«D'Alema che sbianchetta la lista Mitrokhin. Nel '99 mi chiese tre miliardi di lire. Vede quel tapiro sulla mensola? Me lo portarono a Parigi, dopo la querela».E dopo?«Mi fece andare via da Repubblica.

Ma io tratto tutti allo stesso modo. E, se uno mi attacca, lo faccio ancora più buffo. Niente di personale però: io prendo di mira solo i comportamenti politici».Ha iniziato tardi, a quarant'anni.«Però ho sempre disegnato. A scuola facevo le caricature dei prof. Poi ho fatto un po' di architettura e un po' di legge, ma c'era da studiare troppo. E l'Accademia di teatro a Roma, la Scharoff. C'era Sofia Loren».

Era bella?«Ammazza... Andavamo a teatro coi biglietti gratis, un figurone. E poi c'erano la Wertmüller, la Melato. Comunque, ho iniziato presto a lavorare».Che cosa faceva?«Mio padre era direttore dell'Agip e, quando Mattei lo fece fuori, aprì una azienda petrolifera a Napoli: giravo il Sud per vendere i prodotti petroliferi».Era bravo?«Sì. Poi continuai a fare il rappresentante: elettrodomestici, libri, dischi. E a quarant'anni entrai a Paese sera con un concorso».

Vignettista?«Impaginatore. Cominciai le vignette per Panorama nel '73, chiamato da Gian Luigi Melega. Nel '74 feci la prima su Paese sera, per il referendum sul divorzio: Fanfani-tappo che salta via».Era in piazza coi radicali?«Pannella è un grande uomo libero. Sì, qualche volta sono stato in piazza con lui, ma non ho mai fatto politica».Qualcuno le ha mai chiesto di candidarsi?«Pannella me lo chiese. Non ho mai frequentato i salotti, però facevo queste vignette a favore delle loro idee e del divorzio, così fui subito etichettato come anticattolico e anticomunista».Non lo è?«Non ho mai militato nei partiti.

Sono libero. Mi hanno anche dato il Premio Pannunzio, un uomo da cui ho imparato molto, insieme a Longanesi. Molti mi hanno considerato fascista, nichilista, qualunquista: il fatto è che l'Italia non è abituata alla satira. Ma la satira è sacra».Quando D'Alema la attaccò qualcuno la difese?«No, Repubblica non mi difese. E neanche l'Ordine. Solo alcuni colleghi come Vauro, Vincino. Però mi chiamò subito l'Avvocato alla Stampa».È vero che le offrì un miliardo l'anno?«Mi pare...»Quando gli faceva la caricatura si irritava?«Noo. Io faccio tutti caricaturali ed è facile perché, in genere, gli uomini sono piuttosto brutti.

Con le donne è più difficile. La Iotti si offendeva...».Chi altro si arrabbiava?«Craxi. Berlinguer no, si arrabbiavano gli altri, quelli del partito. E De Mita. Andreotti invece diceva: Forattini m'ha inventato».I suoi maestri?«Guareschi, il più grande. Mi piaceva Wolinski, di Charlie Hebdo. Il francese Plantu, che è un amico».Altri amici?«Renzo Piano. Giancarlo Giannini e Salvatore Accardo, miei testimoni di nozze a Parigi. Lo scultore Ivan Theimer».Chi le piace dei colleghi?«Altan, Bucchi tanto, Vincino».Senta, ma non le dispiace che tutte queste opere vadano all'asta?«In effetti un po' sì. Mi dispiace. Però a 85 anni se può pure fa'».

L’erezione eterna del jihad

Alessia Di Giovanni



Ma come? Le donne in Medio Oriente si fanno esplodere fin dal 1985 e qui in Europa niente?, si chiedevano infastidite le patite delle quote rosa. Be’, questa settimana son state accontentate. Hasna Ait Boulahcen, 26 anni, è la prima shahida — una jihadista donna — kamikaze europea. I pezzettini del suo corpo sono ancora disseminati nel centro di Saint Denis, dopo il raid delle teste di cuoio dei giorni scorsi a Parigi.

alta def

In questa foto Hasna sfoggia il perfetto jihad style total black con velo  abbinato alle scarpe, make up tono finto sbattuto e posa da rapper di Brooklyn. Manca il must have di questa stagione: cintura esplosiva, ma datele tempo e soddisferà le esigenze delle fashion victim più oltranziste. Di Hasna esistono due versioni on line e nella vita, come mostrano i selfie del suo profilo Facebook. Prima e dopo la cura a base di jihad.

stetson

Fino a pochi mesi fa il suo nickname era “Cowgirl” — a causa dello Stetson che amava sfoggiare — andava alle feste e non aveva ancora sviluppato un’allergia al fondotinta. Aveva fondato un’impresa edile, poi chiusa con la crisi. E si sa come succede quando ci si ritrova con un sacco di tempo libero e un cugino terrorista. Soprattutto se il cugino è il famoso Abdelhamid Abaaoud, da molti considerato la mente dietro attentati di Parigi. Pare che il salto dal cappello da cowboy al velo sia stato inaspettato come un bombardamento aereo. Per alcuni amici è stato uno shock, per altri “ha solo cambiato la marca di imperialismo”.

Dopo il venerdì 13 più sfigato della storia francese, da alcuni giorni la polizia teneva sotto controllo il suo Iphone e lei del suo Iphone non poteva fare a meno. “Era sempre su Facebook e WhatsApp!” spiega il fratello Youssouf Ait Boulahcen. “E fumava anche come un turco. E dire che era di origine marocchina…” ha aggiunto.

Era lei il tramite tra i terroristi della strage di Parigi e il califfato in Siria e, dopo l’ennesimo messaggino di urrà per il Bataclan che “modestamente lo abbiamo firmato noi”, la notte di mercoledì le teste di cuoio hanno deciso di entrare in azione e sono saliti sul tetto del palazzo di fronte allo squat di Rue du Corbillon 8 dove la nostra Hasna si nascondeva insieme al cugino e un altro amichetto suo.

“Alzate le mani e avvicinatevi alle finestre” ha gridato la police tenendoli sotto tiro.
Me la immagino Hasna nella stanza vuota, smettere improvvisamente di chattare, indossare la cintura tutta fili ed esplosivo e avvicinarsi passo dopo passo alla finestra. “Aiuto, quello non è mio cugino. Non li conosco sti due ceffi! Aiutatemi!” avrebbe detto non si sa bene se alla polizia, ai vicini o ad Allah.

vasca

Nessuno dei tre, comunque, ha risposto. Con la polizia non si sono mai trovati, con i vicini c’era quella storia di quando aveva allagato il piano di sotto per farsi un selfie nella vasca da bagno (nella foto a destra) e neanche con Allah aveva mia legato molto.

“Non era religiosa, mai una volta che l’abbia vista leggere il Corano” racconta il fratello. “Non so perché volesse tanto fare la guerra santa… insomma, si chiama santa per un motivo, no? Io gliel’ho detto di lasciar perdere, ma lei mi ha risposto non ero né suo padre né suo marito. ‘Ti dico qualcosa io che vai a calcetto? No! Allora rispetta i mie interessi!’ Era fatta così mia sorella…”

Braccata, Hasna fa un altro passo verso la finestra e i poliziotti, pronta ad azionare il detonatore della cintura esplosiva. Poi, però, all’ultimo ci ripensa. “Ehi, Abdelhamid…”  dice al cuginetto terrorista a breve distanza, anche lui sotto tiro. “Io farmi esplodere lo posso anche fare, ma mi confermi che c’è il Paradiso dopo?”

“Va’ tranqui’” le risponde lui, immobile nel buio.
“Ummm… Non so… Questa cintura neanche mi dona… E se poi mi scattano delle foto e mi taggano?”
“Pensa a tutte le cose che hai letto che ti godrai nel Paradiso” le dice Abdelhamid paziente.
Lei zitta.

Hasna, lo hai letto il Corano che ti ho prestato, vero?
Lei zitta.
“Che kamikaze della ceppa!” sbuffa l’altro terrorista più in là. “Sempre detto che il jihad è ‘na roba da uomini!”
“Eddai, lo sapete che mi annoia leggere” fa Hasna. “Almeno fosse stato un audiolibro… lo avrei ascoltato mentre scrivevo qualche post di propaganda.”

Il cugino fa un verso con la bocca così forte che tra un po’ Hasna si fa esplodere per sbaglio.
“Senti, visto che tra poco ci vado… in Paradiso… almeno, dammi una preview. Ho sentito che per ogni martire sono pronte 70 vergini poppute che vengono rottamate e sostituite ogni 70 anni, ma per me che ci scappa? Che poi, ragazzi, non ve lo volevo dire, ma siete sicuri che voi ve le sapete gestire 70 vergini vogliose?”.

“Nel paradiso ci aspetta l’erezione eterna. Allah è un dio misericordioso…” le spiega il terzo, feliciotto.

Lei ci resta un attimo. “Ah… quindi voi vi beccate l’erezione eterna. E io? Come minimo voglio 70 Ryan Gosling solo per me. L’ho visto in ‘Solo Dio Perdona’ e non era male come… ehm… recitava. Ecco 70 come lui mi van benissimo. Ma non vergini. Altrimenti sai che noia… allora? Si può fare?”
“Venite avanti piano e aprite gli scuri!” grida la polizia dall’altra parte della strada.

I tre fanno un altro passo verso le finestre.
Il cugino, cintura esplosiva anche lui, sfoglia il suo Corano tascabile. “No, qui non si parla di nessun Ryan Gosling, mi dispiace. Ma, se ti interessa, nel Paradiso le donne non avranno mai più le mestruazioni.”
Lei lo guarda come a dire “esticazzi…”
“Pensa, potrai dire basta agli assorbenti” continua Abdelhamid.
“E niente soldi per pillole o succo di mirtilli…” aggiunge il terzo stranamente informato sui rimedi per la sindrome premestruale.

“Sì, ma poi non avrei più scuse perché sono isterica” fa Hasna. “Dovrei inventare qualcos’altro. Umm… Non so…” dice perplessa, intravedendo i poliziotti dall’altra parte della strada. “Perché ho la netta sensazione che l’erezione eterna non sia paragonabile al ciclo bloccato? Non è che stai cercando di fregarmi? Perché se stai cercando di freg…”

BOOOOOMMMMM!
Il piano crolla e volano arti dappertutto.

Ma non è stata Hasna a farsi esplodere, come scoprirà la polizia più tardi, dopo aver ricomposto il puzzle di resti organici. E’ stato Abdelhamid che, non sapendo bene come uscirne e ammettere di fronte alla cugina che… sì, in effetti sulla versione femminile del Paradiso bisogna ancora lavorarci, ha fatto la prima cosa che gli è venuta in mente: farsi esplodere con tutto il palazzo.

Mentre c’è chi piange per la prima kamikaze europea mancata, i nostri inviati raccontano di averla vista alle porte del Paradiso attaccata al suo Iphone. Stava parlando con Allah, voleva sapere se per caso poteva scaricare l’ultima versione del Corano. Quella con l’opzione Ryan Gosling…

Le vecchie lire ancora in giro valgono 1,4 miliardi di euro

La Stampa
marco menduni

La Consulta ha riaperto i termini, però il cambio non è scontato



Quante lire ci sono ancora in circolazione? Si può solo tentare una stima. Ma la cifra oscilla tra l’1,2 e l’1,4 miliardi di euro. Una cifra enorme. Banconote finite in qualche cassetto, con buona pace di chi dava ormai per scontato di aver perso un tesoro più o meno grande. Invece una recente sentenza della Corte costituzionale ha riaperto la partita.

I giudici, infatti, lo scorso 5 novembre hanno accolto il ricorso di un gruppo di risparmiatori. E hanno impallinato una norma del decreto Salva Italia del governo Monti. Anticipava al 6 dicembre 2011 il termine entro il quale le lire potevano essere convertite in euro. Un blitz, perché la legge del 2002 stabiliva che la data ultima fosse quella del 28 febbraio. Anticipando di tre mesi il funerale della lira, in pratica il governo requisì quei soldi agli italiani. La differenza infatti fu versata dalla Banca d’Italia nelle casse dello Stato. 

La Consulta, nei giorni scorsi, ha detto niet. A sollevare la questione i giudici del tribunale di Milano, che si erano trovati ad affrontare il caso di un risparmiatore che non era riuscito a incassare i suoi soldi: lire pari a 27.543 euro. Ancora una volta, come nei mesi scorsi per gli assegni previdenziali, ha bocciato una misura anticrisi varata dal governo dei professori. Ha riaperto i termini per convertire le lire in euro, almeno per chi aveva fatto domanda entro il 28 febbraio 2012. 

Via libera per chi ha ancora banconote nei cassetti? In Italia ce ne dovrebbero essere ancora molte. Nel 2012, considerata chiusa la partita, fu proprio Bankitalia a fare i conti e a comunicare quanti bigliettoni non erano tornati alla base: 196 milioni di pezzi da mille lire, 12 milioni da 100 mila lire, 300 mila da 500 mila lire, 7,4 milioni da 50 mila lire, 40,6 milioni da 10 mila lire, 30,9 milioni da 5 mila e 21,6 milioni da 2 mila lire. Per quanto riguarda gli spiccioli, nessuno ha mai fatto i conti: senza numero di serie, è impossibile capire quanti fossero rimasti nei borsellini. 

In Italia, però, nulla è mai semplice. Così Bankitalia si è affrettata a pubblicare sul suo sito un lungo comunicato che, però, alla fin fine poco spiega se non l’imbarazzo determinato dalla sentenza. Si conclude con queste parole: «Sono stati avviati con il Mef gli approfondimenti necessari». Ancora: «Le richieste di conversione saranno esaminate non appena esauriti questi approfondimenti».

La situazione è cambiata nei giorni? Assolutamente no, visto che contattando Via Nazionale si viene (stavolta sì, automaticamente) rimbalzati allo stesso comunicato, un po’ nascosto nella categoria “media” sotto la voce “approfondimenti”. Anzi, in un’altra sezione rimane intatta la frase: «Pertanto dal 7 dicembre 2011 tutte le banconote e monete in lire non possono più essere cambiate». 

Risultato? Chi si presentasse oggi agli sportelli, nell’ingenua speranza che una sentenza sia subito operativa, verrebbe respinto al mittente. Il ginepraio va risolto con l’intervento del ministero dell’Economia, anche perché Bankitalia ha già versato quel non indifferente gruzzolo allo Stato. Non è escluso che, come per gli assegni previdenziali (il famoso “bonus” di Renzi), occorra una legge. 
Nel frattempo? L’Aduc (consumatori) consiglia a chi fosse interessato di mettersi al sicuro: «Presentare per iscritto domanda di cambio delle lire entro il 28 gennaio 2016». I tre mesi che, secondo l’Aduc, la sentenza della Consulta ha ripristinato.