martedì 24 novembre 2015

Nato senza zampe anteriori, Tumbles può camminare grazie alla sua sedia a rotelle 3D

La Stampa
cristina insalaco



Ad Athens, in Ohio, l’incrocio tra un terrier e un beagle di sei settimane, chiamato Tumbles, è nato senza le zampe anteriori. Fin dalla nascita non poteva camminare, e neppure prendere il latte della mamma, perché non riusciva a «combattere» con i suoi fratelli per nutrirsi da solo. Provava a muoversi in autonomia, ma inciampava e cadeva sempre.

Così la sua famiglia ha deciso di portarlo al centro di tutela degli animali «Friends of the Shelter Dogs», in Ohio. «Lui è un cucciolo dolcissimo, e si comporta come se non avesse limitazioni - dice Angela Marx, la coordinatrice dei salvataggi al Friends of the Shelter Dogs -. Noi l’abbiamo subito affidato ad un volontario del centro che si è preso cura di Tumbles».



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Dopo aver postato diverse foto del cane sui social network, è arrivata la soluzione. Un tecnico esperto, ed amante degli animali, ha disegnato con la sua stampante 3D un modello della sedia a rotelle per il quattro zampe, e l’ha regalata al rifugio. Il centro d’innovazione dell’Università dell’Ohio ha aiutato il gruppo a crearla, e così i ricercatori in poche settimane hanno cambiato la vita al cucciolo. «Dall’Università ci aiuteranno anche in futuro, quando il cane avrà bisogno di una nuova sedia a rotelle, o di qualunque altro attrezzo che lo potrà aiutare nei movimenti», dice Angela Marx.



Nel frattempo il piccolo continua ad imparare ad usare le sue nuove gambe. Sta diventando sempre più forte, iniziando a superare i suoi periodi di sofferenza e instabilità. «Tumbles ha ancora una lunga strada davanti a sé, che comprende alcuni mesi di terapia - proseguono i volontari -. Ma dimostra di essere un felice e volenteroso paziente».

Con Fastweb arriva il Wi-fi gratuito nelle stazioni Fs di Roma, Milano, Napoli e Torino

La Stampa

La rete wireless realizzata da Fastweb si basa sull’infrastruttura di rete in fibra ottica ed è dotata di sistemi di protezione per garantire la navigazione e lo scambio dei dati senza pericolo di intrusione dall’esterno



Grandi Stazioni, la società del Gruppo FS Italiane partecipata da Eurostazioni che gestisce i più importanti complessi ferroviari in Italia, lancia il Wi-Fi gratuito nelle aree commerciali delle principali stazioni italiane. Il servizio, realizzato da Fastweb, è già disponibile a Roma Termini, Roma Tiburtina, Milano Centrale, Napoli Centrale e Torino Porta Nuova e si estenderà nei prossimi mesi anche alle altre stazioni del network. 

Gli oltre 750 milioni di passeggeri e visitatori che ogni anno transitano in una delle 14 stazioni di GS, oltre alla normale navigazione Internet, potranno inoltre accedere al portafoglio di servizi offerto da Grandi Stazioni. L’accesso alla rete Internet è completamente gratuito e chiunque potrà navigare, in modo sicuro, tramite smartphone, tablet o pc portatile. I frequentatori delle stazioni potranno navigare in internet accedendo in modo diretto al portale web di Grandi Stazioni, oppure tramite la app Around Station compatibile con Android e iOS, ottenendo così informazioni utili sui servizi, eventi o sul loro viaggio. 

La rete Wi-Fi realizzata da Fastweb è una piattaforma stabile e veloce, che garantisce l’accesso di molti utenti in contemporanea, grazie all’integrazione degli hotspot con l’infrastruttura di rete in fibra ottica. Inoltre Fastweb ha dotato la rete di sistemi di sicurezza per garantire la navigazione e lo scambio dei dati senza pericolo di intrusione dall’esterno. 

«Siamo molto soddisfatti di poter arricchire in questo modo la gamma dei servizi offerti ai nostri frequentatori. L’accordo con Fastweb ci consente, già oggi, di poter offrire il servizio a oltre il 60 per cento dei visitatori e passeggeri che transitano nelle nostre stazioni. A breve allargheremo il servizio anche al resto del nostro network, consentendo a tutti i nostri clienti di poter accedere a un servizio che oggi è fondamentale per il lavoro, la vita familiare e il tempo libero», ha dichiarato Paolo Gallo, Amministratore Delegato di Grandi Stazioni. «Abbiamo realizzato un servizio Wi-Fi con alte prestazioni, per qualità della connessione e sicurezza.

Grandi Stazioni potrà non solo offrire un servizio gratuito di connettività, ma anche veicolare informazioni e offrire nuove opportunità di business per le realtà commerciali presenti», ha dichiarato Massimo Mancini, Direttore Enterprise di Fastweb.

Pc, email e rete informatica aziendali per uso personale: eccessivo il licenziamento

La Stampa

Salvo il posto di lavoro per il dipendente che ha approfittato degli strumenti messigli a disposizione dall’azienda. Evidente l’abuso compiuto dall’uomo, che ha utilizzato in modo improprio computer e posta elettronica, ma è eccessivo il licenziamento deciso dalla società (Cassazione, sentenza 22353/15).
Visione opposta, quella dei giudici di merito, rispetto all’ottica adottata dall’azienda italiana. Di conseguenza, viene annullato il licenziamento del lavoratore. Sia chiaro, nessun dubbio sulla condotta dell’uomo, il quale ha utilizzato «in modo improprio» gli «strumenti di lavoro aziendali», ossia «personal computer in dotazione, reti informatiche aziendali e casella di posta elettronica». Tali «addebiti», però, secondo i giudici, andavano puniti con una «sanzione conservativa», come da contratto. Anche perché, viene aggiunto, non è emerso che «l’utilizzo personale della posta elettronica e della navigazione in internet» abbiano determinato «una significativa sottrazione di tempo all’attività di lavoro, né il blocco del lavoro, con grave danno per l’attività produttiva».

Ora, nonostante le obiezioni mosse dai legali della società, viene ribadita l’eccessiva durezza della misura adottata nei confronti del lavoro. Irrilevante anche il richiamo fatto dall’azienda alle «informative» e ai «molteplici preavvisi» con cui veniva chiesto ai dipendenti «un uso più attento della strumentazione aziendale». Ciò perché «il riferimento alle disposizioni del datore di lavoro» non prospetta «una violazione di obblighi contrattuali, rilevando solo ai fini della valutazione della gravità dell’inadempimento». Complessivamente, anche per i Giudici della Cassazione è da escludere «la particolare gravità del comportamento addebitato» al lavoratore. E va confermato, di conseguenza, l’annullamento del licenziamento.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

8 siti su 10 vendono merce contraffatta: ecco come difendersi

La Stampa
lorenza castagneri

Secondo una ricerca di Confesercenti, il ocmmercio elettronico cresce, ma il Web è la nuova frontiera del «tarocco d’autore»



Qualche mese fa nel mirino era finito Alibaba: a maggio, il colosso cinese dell’e-commerce venne denunciato dal gruppo Kering, di Francois Pinault, a cui fanno capo marchi di lusso come Gucci e Yves Saint Laurent. L’accusa: «Il sito vende la nostra merce contraffatta». Finora è il caso che ha fatto più rumore, anche perché nel frattempo una ricerca ha confermato che i beni fuorilegge rappresentano oltre il 40 per cento delle vendite online in Cina nel 2014. Ma potrebbe non essere l’unico.

Secondo una ricerca di Confesercenti, 8 siti di vendite online su 10 contengono nei loro cataloghi prodotti non originali. Il Web è la nuova frontiera del “tarocco d’autore”. Ma non si può dire che la responsabilità sia tutta delle piattaforme. «Spesso nemmeno chi gestisce i siti di e-commerce si rende conto che c’è qualcosa che non va», dice Marco Bussoni, il segretario nazionale di Confesercenti. E spiega: «Purtroppo, quando le vendite passano sulla Rete, i controlli sono inferiori rispetto a quelli che avvengono in un negozio fisico. Anche le piattaforme più celebri non sono esenti da rischi». Così il falso prolifera.

ATTENTI AGLI ACCESSORI E AI TOUR OPERATOR
Tra il 2012 e il 2013, il commercio elettronico di merce contraffatta è cresciuto del 60 per cento. La merce più copiata è sempre la solita: borse e portafogli dai loghi famosi, giubbotti firmati, cinture griffate, orologi di pregio. Chi questi prodotti li vende nelle boutique, originali ovvio, stima che l'acquisto di merce contraffatta abbia causato perdite sul fatturato anche del 20 per cento. Pure i titolari di agenzie di viaggio si lamentano. Ci sono tour operator fuorilegge che operano sul Web e organizzano pacchetti vacanze farlocchi: arrivi sul posto e non trovi nulla di quanto prospettato. E' successo più di una volta. Risultato: gli abusivi tolgono credibilità a chi abusivo non è e deve già fare i conti con la crisi che ha portato via tanti clienti.

TRE MILIONI DI ITALIANI TRUFFATI
Ma nessuno è rimasto a guardare. Con la crescita delle compravendite via Internet e, di conseguenza, delle frodi, le forze dell'ordine hanno intensificato i controlli. Nel 2013, l'Agcom e la Guardia di Finanza hanno chiuso 165 siti. E negli ultimi due anni i sequestri di merce contraffatta spedita via posta sono aumentati del 55 per cento. Sforzi imponenti. In parte vani, però. Confesercenti stima che almeno un consumatore online su quattro si sia portato a casa qualche imitazione: significa quasi tre milioni di italiani truffati su un totale di 11 milioni di persone che comprano online. Tante ne quantificano il Politecnico di Milano e il Consorzio Netcomm. 

LE 5 REGOLE PER DIFENDERSI DAI FALSI

E allora, come difendersi dai falsi? Ecco le cinque regole di base, suggerite da Marco Bussoni. 

1.    Occhio ai prezzi: se sono troppo bassi, non è detto che si tratti di un affare. Anzi, potrebbe essere il contrario;
2.    Diffidate dai portali poco conosciuti;
3.    Allarme rosso se non c’è nemmeno una fotografia del prodotto: non comprate nulla. 
4.    Evitate i siti che consentono pagamenti soltanto con un tipo di carta di credito;
5.    Tempi di spedizione troppo brevi o troppo lunghi possono rivelarsi una fregatura: lasciate perdere. 

Insomma, seguite il buon senso. Ma se nemmeno questo basta, una volta ricevuta la merce avete 14 giorni di tempo per esercitare il diritto di recesso. E se il venditore non comunica al cliente questa informazione, allora i tempi si allungano fino a 12 mesi dalla consegna del bene. 

E la medaglia del Papa diventa una rarità

La Stampa
redazione (vatican insider) 29/05/2014

Un refuso nell’incisione di una lettera porta al ritiro dell’oggetto d’oro simbolo del primo anno del Pontificato. Ma alcune si sono “salvate”, una presto all’asta da Bolaffi



Potrebbe diventare un caso paragonabile al Gronchi rosa, il celebre francobollo sbagliato e ritirato dalla distribuzione, oppure al 500 lire Caravelle con le bandiere rovesciate o ancora al più recente Centesimo Mole. L'oggetto della svista che rimarrà negli annali del collezionismo è, questa volta, la medaglia d'oro del primo anno di pontificato di Papa Francesco. Gli esperti ritengono che quelle sfuggite al ritiro siano meno di una decina e una di queste per la prima volta arriva in vendita all'incanto, da Bolaffi, nell'appuntamento del 5 e 6 giugno con l'asta numismatica.

Il segreto della sua rarità è contenuto in un refuso: una `L´ incisa al posto di una `J´ nella scritta `Jesus´, sul rovescio della medaglia, dove compare il motto di Bergoglio. La frase originaria, che riprende la vocazione di Francesco avvenuta nel 1953, è «Vidit ergo Jesus publicanum et quia miserando atque eligendo vidit, ait illi sequere me».

Sul fronte della medaglia, firmata dall'artista Mariangela Crisciotti, il pontefice è raffigurato in posa benedicente, con zucchetto e stola, sovrastato dall'incisione «Franciscus Pont. Max. An. I», mentre sul bordo compare la dicitura «E Civitate vaticana» accompagnata dal numero progressivo.

Coniata in oro, argento e bronzo l'8 ottobre 2013 dall'Istituto Poligrafico e dalla Zecca di Stato, viene inspiegabilmente messa in circolazione, per essere ritirata poco più tardi, non appena viene segnalato il refuso. Mai prima d'ora una medaglia papale era stata coniata con un errore e quella del pontificato di Bergoglio si appresta a essere contesa dai collezionisti.

Abu Miao

La Stampa
massimo gramellini



C’è stato un momento, domenica, in cui le operazioni della polizia belga hanno rischiato di essere messe a repentaglio sui social network da messaggi del tipo: «Stanno circondando il mio condominio» che finivano inconsapevolmente per fornire informazioni utili ai terroristi. Allora a qualcuno è venuta l’idea di confondere quelle altrui, mettendo in circolo immagini di gattini. In breve la Rete è stata intasata di caricature e fotomontaggi comici o patetici, comunque funzionali all’obiettivo, tanto da meritarsi a operazioni concluse il pubblico e ironico ringraziamento della polizia, che ha postato la foto di una ciotola di crocchette. 

Non che basti essere dei cazzoni per sconfiggere i terroristi. Però obiettivamente aiuta. «Il Nome della Rosa» ci ha insegnato che il riso è nemico di ogni ideologia cupa. La libertà di ridere è qualcosa che l’Isis non può nemmeno concepire. Perciò ne sottovaluta il potere. Entrambi gli schieramenti hanno un’arma che l’avversario non possiede: loro la voluttà della propria morte, noi quella dei futili sghignazzi.

Saper prendere e prendersi in giro, persino al culmine di una tragedia, rimane l’antidoto più efficace contro la paura.

Ecco i segnali per capire se un soggetto è a rischio jihadismo

Raffaello Binelli - Mar, 24/11/2015 - 09:01

Il governo francese lancia un nuovo sito per combattere il terrorismo islamico. Per comprendere il fenomeno, prevenirlo e distruggerlo


La Francia risponde al terrorismo islamico non solo bombardando l'Isis in Siria, ma anche con una grande mobilitazione su Internet.

Perché ormai è certo che i miliziani dell'Isis si servono della Rete per reclutare le nuove forze e propagandare le loro "gesta" con video e minacce farfneticanti. Il governo francese ha lanciato un nuovo sito internet (stop-djihadisme.gouv.fr) che punta prima di tutto a informare i cittadini, per potersi meglio difendere e, al contempo, aiutare le forze dell'ordine a individuare e colpire i terroristi. Oltre a Facebook e Twitter il sito mette a disposizione anche un call center, per fornire ogni tipo di riposta o raccogliere segnalazione.

Il sito è strutturato su quattro grandi filoni tematici:

1) comprendere la minaccia terroristica;
2) agire (l'azione dello Stato);
3) decriptare la propaganda jihadista; 4) la mobilitazione.

L'analisi dei mezzi di propaganda dell'Isis, soprattutto sui social network, le "false promesse" fatte ai giovani, la menzogna umanitaria, le tecniche di manipolazione. Il sito messo in piedi dal governo francese è una vera e propria bussola che permette di addentrarsi nei meccanismi mentali sui cui fanno leva i terroristi per fare proseliti. In nove punti, inoltre, si fornisce una sorta di vademecum per cercare di capire se un proprio familiare o amico rischia una deriva jihadista.

I segnali preoccupanti (ovviamente da analizzare nel loro complesso) che possono nascondere un potenziale jihadista sono questi:

1) il soggetto prende le distanze e non si fida più dei vecchi amici, considerati "impuri";
2) disconosce o si allontana dai membri della propria famiglia;
3) smette di mangiare certi cibi, cambiando drasticamente le proprie abitudini alimentari;
4) lascia la scuola perché l’insegnamento cui è sottoposto farebbe parte del "complotto";
5) non ascolta più la musica perché lo distrae da una missione molto più importante;
6) non guarda più la tv e non va più al cinema per evitare di vedere immagini "proibite";
7) non pratica più sport perché le attività sono promiscue (maschi e femmine);
8) cambia abbigliamento in modo drastico. Le ragazze tendono a nascondere il corpo;
9) trascorre diverso tempo su siti o social network considerati a forte contenuto estremistico.

Poliziotti senza internet Il Viminale blocca i pc e i terroristi ringraziano

Luca Fazzo - Mar, 24/11/2015 - 09:54

Mentre le forze dell'ordine europee indagano anche sul web in Italia una norma assurda vieta l'accesso ai social network

T utto il mondo - dai giornalisti, ai servizi segreti, ai semplici curiosi, ai simpatizzanti - si informa su quanto accade nel mondo dell'integralismo islamico frugando su internet e in particolare nei social network, a partire da Facebook.

Ma quelli che dovrebbero farlo per primi e per mestiere, cioè i poliziotti, si imbattono in un ostacolo quasi surreale: il messaggio «attenzione accesso negato». E a impedire l'accesso sono i computer del ministero degli Interni. Che nell'epoca del cyberterrore impediscono agli investigatori di utilizzare il più fondamentale e banale degli strumenti di conoscenza di quel che accade.A denunciare il blocco dei computer è ieri un comunicato del Silp di Trieste, il sindacato dei poliziotti legato alla Cgil.

È una denuncia che arriva all'indomani delle polemiche sui buchi nella sicurezza nazionale, alle quali ieri il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, risponde con durezza, sostenendo che «ci sono i professionisti dell'ansia, cioè quelli che non dicono solo state attenti, che è giusto, ma vogliono mettere ansia come se il nostro Paese non fosse in grado di affrontare un grande evento o garantire la sicurezza».Ma nelle stesse ore in cui Alfano cerca di tranquillizzare l'opinione pubblica, dalla questura del capoluogo giuliano parte il comunicato sindacale che dice esattamente il contrario:

«Ancora oggi se dagli uffici di polizia si cerca di individuare un sospetto, o l'autore di un crimine (non necessariamente grave) eventualmente presente sui social network cercando di accedere al suo profilo, oppure si cerca di acquisire un filmato dal quale rilevare elementi utili alle indagini, oppure si cerca di salvare una vita, eccolo lì, comparire l'intimidatorio messaggio: Attenzione, accesso negato».Come se la polizia fosse un ufficio qualunque, insomma, i vertici aziendali - ovvero il Viminale - avrebbero piazzato una serie di blocchi informatici per ostacolare l'accesso a internet dei dipendenti, probabilmente per impedire che perdano troppo tempo a farsi i fatti propri sul web invece di lavorare.

Peccato che si tratti di dipendenti particolari, e che per loro navigare sui social sia uno strumento di lavoro spesso più efficace che un pedinamento o di qualche ora di appostamento. Possibile che davvero al ministero non se ne rendano conto? L'affermazione del sindacato è talmente clamorosa da rendere legittimo dubitare della sua fondatezza. Ma basta fare qualche verifica per avere la conferma: sì, le cose stanno esattamente in questo modo. E non solo a Trieste ma in tutte le questure d'Italia. E non solo nei commissariati, ma anche (con l'eccezione della polizia postale) negli uffici più esposti, Digos compresa.

Per essere esatti, stanno anche peggio di quanto spiega la Cgil: a essere inaccessibili ai poliziotti non sono solo Facebook e gli altri social, ma praticamente tutta internet. Con l'eccezione di un ristretto numero di siti, espressamente autorizzati dal Viminale (come per esempio Google Maps) i computer in uso ai poliziotti non possono navigare sul web. Gli unici pc abilitati sono quelli dei funzionari: i quali, però, come è noto non conducono le indagini in prima persona. Gli investigatori devono arrangiarsi: «In caso di accertamenti urgenti - scrive la Cgil - i colleghi sono costretti ad utilizzare i loro strumenti personali per poter compiere il loro dovere».

Usano, cioè, il proprio smartphone o il computer di casa: come se dovessero fare i pedinamenti con la propria auto, con in più i rischi inevitabili di una connessione non protetta. Mentre il ministro annuncia che «il futuro è il riconoscimento facciale attraverso sistemi tecnologici», i suoi poliziotti non hanno internet.

Allarme nelle questure italiane: "6 milioni di pallottole difettose"

Angelo Scarano - Mar, 24/11/2015 - 09:25

Non bastavano i tagli e i mezzi carenti. Adesso, ci mancavano solo le pallottole difettose



Non bastavano i tagli e i mezzi carenti. Adesso, ci mancavano solo le pallottole difettose.
È l'ultimo affronto nei confronti della polizia. Come racconta Il Fatto quotidiano, una partita di cartucce, acquistata dalla ditta Fiocchi nel 2013 e già diffusa, è difettosa e non va assolutamente usata in servizio. I proiettili, si legge in due circolare del Viminale, vanno usati soltanto al poligono. Parliamo di sei milioni e 400mila cartucce. Il rischio di incidenti è molto alto perché le munizioni sono fallate.

Le munizioni, infatti, in parte sono fallate. Questo comporta che le cartucce possono essere utilizzate nei poligoni di tiro, dove l'agente è protetto dagli occhiali. Oltre il danno la beffa. Perché già nel 2011 era successo un caso simile con cartucce contenenti polvere da sparo di bassa qualità.

Trema la procura di Palermo: alterati i nastri di Napolitano

Mariateresa Conti - Mar, 24/11/2015 - 08:26

Stato-mafia, gli 007 di via Arenula in campo per tutelare la privacy di Re Giorgio: "Verificare l'effettiva documentazione e la corretta custodia delle intercettazioni". Ma su Berlusconi nessuno si è mai mosso

Le ultimissime, imbarazzanti ma tecnicamente di competenza di un'altra procura, sono state quelle di Silvana Saguto, la giudice indagata a Caltanissetta e che il Csm ha sospeso da funzioni e stipendio .
Quindi, sempre quest'estate, c'è stato il caso Espresso, l'intercettazione fantasma del presidente della Regione Rosario Crocetta pubblicata e confermata dal settimanale ma smentita dalla procura.

Ma le intercettazioni delle intercettazioni, quelle più azzardate e che più guai hanno procurato alla procura di Palermo, sono quelle fatte nell'ambito del processo sulla trattativa Stato-mafia: da un lato Nicola Mancino, futuro imputato per falsa testimonianza (quando era spiato non era neppure indagato) al processo che vede alla sbarra esponenti delle istituzioni e boss; al microfono dall'altra parte, ignaro dell'intercettazione, Giorgio Napolitano, all'epoca presidente della Repubblica in carica.

Ed è proprio su queste ultime intercettazioni che starebbero indagando gli ispettori del ministero di Giustizia. Per verificare, fa sapere via Arenula tramite l'agenzia Ansa, «l'effettiva documentazione e corretta custodia delle intercettazioni».Una bomba. Che rischia di incrinare ulteriormente la credibilità di una procura di prima linea che appunto sul processo sulla trattativa Stato-mafia si sta giocando tutto. L'inchiesta di via Arenula apre anche qualche interrogativo, non ultimo quello dell'anomalia che si intervenga adesso per una vicenda ormai chiusa - quella di Napolitano - e non si sia invece mai intervenuti per altri intercettati eccellenti la cui privacy è stata violata dalle fughe di notizie, come l'ex premier Berlusconi.

La storia delle telefonate Mancino-Napolitano che la Consulta ha deciso di distruggere è nota. La notizia delle quattro telefonate intercettate nel periodo tra il 7 novembre 2012 e il 9 maggio 2012 - due, di Mancino a Napolitano, il 24 e il 31 dicembre del 2011 - venne fuori all'inizio dell'estate del 2012. Risale a giugno il primo articolo, pubblicato dal Fatto Quotidiano, cui seguirono a catena, su altre testate - da Repubblica a Panorama - altri boatos e conferme. Lo scontro col Quirinale fu durissimo. Il Colle chiese alla procura - all'epoca era ancora procuratore aggiunto e deus ex machina dell'inchiesta Antonio Ingroia - di distruggerle (non erano agli atti perché irrilevanti a detta degli stessi pm), i pm si impuntarono e dissero di no, partì il conflitto di attribuzione.

Risolto il 4 dicembre del 2012 dalla Consulta, che stabilì che dovevano essere distrutte. Napolitano pagò il conto a posteriori, obbligato da capo dello Stato a deporre come testimone al processo sulla trattativa Stato-mafia. Ma quei colloqui spiati furono comunque distrutti perché la Corte costituzionale li ritenne «illegittimi» perché violavano la «prerogativa di riservatezza assoluta delle comunicazioni».Con la distruzione il caso sembrava chiuso. E invece a sorpresa l'inchiesta di via Arenula lo riapre. Guarda caso a pochi giorni da un altro strano revival sul tema. Di quelle intercettazioni ha infatti parlato proprio uno dei pochi che le conosce davvero: l'ex pm Antonio Ingroia. In un'intervista, a una domanda sul contenuto di quelle intercettazioni, Ingroia ha risposto sibillino:

«Non è ancora arrivato il momento, anche se, probabilmente, un giorno lo racconterò... Magari attraverso un romanzo, un mezzo che mi permetterebbe di usare certi filtri per raccontare una realtà che va ben al di là della più fervida immaginazione».

Asti, processo troppo lungo. Lo Stato restituisce un milione

La Stampa
massimo coppero

Sinti condannati per associazione a delinquere ma la ricettazione è prescritta

Nel gran calderone della Giustizia, può succedere come è successo ad Asti che una banda di sinti condannati per associazione a delinquere si veda restituire con tante scuse il frutto delle loro malefatte - un milione di euro! -, solo perché i meccanismi dei processi si inceppano in rivoli e ritardi che noi umani non possiamo capire, fino alla prescrizione. Albert Einstein diceva che «il mondo è quel disastro che vedete non tanto per i guai combinati dai delinquenti, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare».

Se Einstein pensava al mondo, noi possiamo più prosaicamente guardare inorriditi a questo magma incomprensibile in cui si disperde la nostra Giustizia, fra cavilli, leggi e leggine che si sommano crudelmente ai suoi ritardi endemici. La storia di Asti è il riassunto di tutto questo. Alla banda di sinti hanno restituito conti correnti bancari e postali, polizze assicurative, terreni, gioielli, camper di lusso e auto sportive. Denaro e beni sequestrati nel marzo 2006 e ora tornati ai legittimi proprietari causa prescrizione. Nei giorni scorsi il giudice Federico Belli ha firmato il decreto: il processo per ricettazione non è mai giunto a sentenza.

LA VICENDA
Nel 2006 la banda era da tempo sotto osservazione da parte dei carabinieri che avevano pedinato per mesi con microspie e gps le loro scorribande dall'Astigiano alle case violate forzando porte e finestre o raggirando gli anziani proprietari con mille scuse. Tra le zone più colpite l'Alessandrino, la città di Genova e i paesini dell'Appennino Tosco-Emiliano. Nel bottino finivano contanti e oggetti preziosi, ma anche forme di Parmigiano trovate in frigo. Razziatori di professione. Il gip di Asti Aldo Tirone, applicando una legge speciale del 1992 aveva approvato le richieste del pm Luciano Tarditi di sottoporre a sequestro preventivo i beni dei presunti ricettatori e dei loro familiari.

Si riteneva che si trattasse di «provento di attività criminale». Ma poi il fascicolo della maxi inchiesta dei carabinieri si è disperso in decine di rivoli, letteralmente spezzettato dall'astuzia di un pool di avvocati specializzati da anni nella difesa dei sinti piemontesi. All'udienza preliminare nell'autunno 2007 il giudice Cesare Proto, ora in Cassazione, accogliendo le tesi della difesa aveva suddiviso l'inchiesta: il processo per l'accusa di associazione per delinquere era stato affidato al tribunale di Asti, i casi singoli di furto erano stati spediti ad una miriade di uffici giudiziari competenti per territorio e la ricettazione era stata rimandata al pm Tarditi per la «citazione diretta» come previsto per i reati precedentemente gestiti dalle vecchie preture.

LE SENTENZE
Il guaio è che i sequestri erano basati sull'accusa di ricettazione, l'unico tra i reati contestati per i quali è prevista l'applicazione della norma su sequestri e confische. Se il processo per associazione per delinquere è giunto nel 2010 a pesanti condanne in primo grado (oltre 25 anni complessivi per i 12 imputati, con pene che arrivavano fino 5 anni di reclusione), esito diverso hanno avuto le altre accuse. Dei furti non si sa più nulla, sparpagliati tra una decina di tribunali di città della pianura Padana. Sulla ricettazione i movimenti del fascicolo sono incerti.

Assente per malattia il pm Tarditi, ieri in procura e in tribunale nessuno ha voluto rilasciare dichiarazioni. Pare che il faldone abbia sonnecchiato per un po' di anni sulla scrivania del pm, che poi ha proceduto alla citazione diretta davanti al giudice onorario Massimo Martinelli. Il quale è stato sommerso di eccezioni formali da parte dei difensori dei circa 30 imputati delle famiglie di sinti, trovandosi costretto a fissare numerose udienze solo per dirimere gli aspetti procedurali. Così si è arrivati al 2015, quando Martinelli ha dovuto prosciogliere tutti per «intervenuta prescrizione». Proprio quanto volevano gli avvocati, che avevano cercato in tutti i modi di far perdere tempo.

Restava da compiere, per i sinti, il passo finale. Riavere soldi, gioielli e macchinoni. Gli avvocati Ferruccio Rattazzi, Davide Gatti e Marco Calosso hanno sollecitato un «incidente di esecuzione» davanti ad un altro giudice, Federico Belli. Il quale, lette le carte. ha convenuto sul fatto che gli ex imputati prescritti avessero ragione. Ha dissequestrato tutto. Con un'ulteriore beffa: le spese del deposito dove sono stati custoditi caravan e auto sono a carico del Ministero della Giustizia.

Occhio alle vecchie lire, a volte valgono oro. Ecco come riconoscerle

La Stampa
luigi grassia

Una sentenza della Consulta potrebbe aver riaperto i termini per cambiarle in euro. Ma certi tagli e certe serie hanno un valore numismatico molto più alto di quello facciale



Nei giorni scorsi una sentenza della Corte Costituzionale potrebbe aver riaperto i termini per cambiare le vecchie lire in euro (cosa vietata dal 2011). Non è sicuro, è un fatto di interpretazione giuridica, staremo a vedere.

Ma non è della questione generale che vogliamo parlare adesso, invece ci focalizziamo su un aspetto molto specifico: siamo sicuri che cambiare quelle banconote sia conveniente? Chi avrà la possibilità di cambiarle otterrà dalla Banca d’Italia solo il valore facciale. Cioè, poniamo, per 50.000 lire incasserà circa 25 euro. Ma ci sono alcune banconote che hanno un valore numismatico ben superiore, dovuto alla loro rarità. Interessano ai collezionisti.

Per fare un esempio: una serie limitata della vecchia banconota da 50.000 lire con la faccia di Bernini «vale da 300 a 1000 euro» dice Gabriele Tonello, esperto di numismatica della Bolaffi. Anzi, qualche anno fa in un’asta un singolo pezzo fu battuto a 2500 euro. 

Però attenzione: non tutti quei cinquantamila hanno un tale valore. La rarità riguarda, come specifica Tonello, «la serie XE del 50 mila di Bernini», stampata in soli 40.000 esemplari. Ma ci sono anche altre banconote che hanno interesse numismatico, con altri valori facciali e di specifiche serie; non stiamo a elencarle, sono tante ed è una cosa molto specialistica. Quindi se avete da parte della vecchia cartamoneta fareste bene a verificare sui siti online (ce ne sono diversi che espongono le quotazioni) per scoprire se per caso vi trovate in casa un tesoretto. Chi tiene i soldi sotto il materasso, o nel salvadanaio, può essere premiato a lunga scadenza.

A questo punto serve un’altra avvertenza: «Le banconote denominate in lire che risultano rare si trovano solo fra quelle che erano già fuori corso al momento del concambio», dice ancora Tonello. Invece, «le lire che si potranno (eventualmente) cambiare sono solo quelle che erano in circolazione quando la lira è morta. E non hanno valore numismatico, né si può prevedere che ne abbiano mai in futuro, perché le loro tirature sono altissime».

Quindi potremmo azzardare: in realtà il dilemma posto all’inizio, se cambiare allo sportello le banconote in lire o provare a venderle come rarità numismatiche, non si pone davvero, perché la cartamoneta comune non ha un valore più alto di quello facciale, mentre quella che ne ha non si potrà cambiare comunque. essendo già fuori corso quando la lira sparì. 

Eh già, ma fra noi non specialisti chi distingue le lire più vecchie (e magari rare) dalle altre? Chi si ricorda, per esempio, se le ultime mille lire, al momento della scomparsa della vecchia moneta, erano quelle con Giuseppe Verdi, quelle con Maria Montessori o quelle con Marco Polo? Alcune di queste vecchie mille lire, in certe serie specifiche, hanno valore numismatico, altre no. Date retta: se avete della cartamoneta d’antan in casa, fate almeno un controllo su Internet.