giovedì 26 novembre 2015

15 euro per 5 secondi di chiamata», se il cellulare diventa un bancomat per truffatori

Corriere della sera

Un business da 600 milioni di euro l’anno - di Antonio Crispino /Corriere TV

1

VIDEO

In principio fu lo scandalo 144, le numerazioni a valore aggiunto che spennarono centinaia di clienti al punto da spingere l’Autorità garante per le Comunicazioni a sospenderle. Era maggio 2008. Un’era tecnologica fa. Appena qualche mese più tardi furono sostituite dalle numerazioni 899. Un business ancora oggi non esaurito e che alimenta un mercato da 600 milioni di euro l’anno, quello delle truffe telefoniche. A fine ottobre a Salerno si è celebrato il primo grado di giudizio per alcune società accusate di truffe milionarie, capaci di incassare 350 mila euro in appena sette mesi di attività. Grazie a un semplice messaggio: «Ti ho chiamato alle ore 8,10, è urgente. Chiama l’899…».

Se il malcapitato non riagganciava dopo cinque secondi gli venivano addebitati quindici euro. Secondo il giudice del primo grado “una truffa”. Che nel frattempo ha rimpinguato le casse di diversi soggetti, compresi gli operatori telefonici. Già, perché le numerazioni a valore aggiunto ( gli 899, appunto) sono concesse dal ministero delle Comunicazioni agli operatori telefonici che a loro volta le rivendono ai Centri Servizi i quali, però, sfruttano solo il diritto alla numerazione. I contenuti, cioè musica, audio o chiamate, sono confezionati dai cosiddetti Fornitori di contenuti. Ma quando l’utente paga, i soldi vanno agli operatori telefonici che poi provvedono a dividerli con i Centri servizi e a loro volta con i Fornitori di contenuti.

Tutto questo giro consente che quando viene bloccata una numerazione, perché magari si è registrata una frode, si blocca solo il numero, appunto. Non anche chi organizza il raggiro. E prima di risalire agli artefici della truffa, quest’ultimi avranno cambiato molte numerazioni e saranno trascorsi diversi mesi. Ma qual è il coinvolgimento degli operatori telefonici? In genere tutti gli operatori replicano con le stesse motivazioni: «Non siamo a conoscenza delle attività svolte da queste società sui nostri canali».

Una spiegazione che non convince l’Agcom visto che dal 2011 a oggi ha sanzionato le compagnie telefoniche per un totale di circa dieci milioni di euro, imputandogli una “culpa in vigilando”, ossia una responsabilità diretta nel mancato controllo di ciò che avviene sulle proprie reti. Nel caso che vi abbiamo decritto sopra, invece, emerge qualcosa di più di una omissione di controllo. «Telecom era perfettamente a conoscenza di quello che facevano i miei clienti - dice l’avvocato Francesco Giuseppe Catullo, difensore del centro servizi Gestel,

Era un’informazione che risultava nella dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà sottoscritta dal rappresentante legale del predetto Centro servizi che veniva allegato al contratto di fornitura sottoscritto tra Telecom e Gestel». E Severino Astore, il delegato della Gestel ai rapporti con Telecom, sembra fugare ogni dubbio: «Non solo Telecom sapeva ciò che facevamo e come lo facevamo ma quando c’era l’eventualità che una numerazione venisse bloccata, perché magari qualche utente aveva denunciato la frode, la stessa compagnia telefonica ci invitava a passare su altre numerazioni per evitare che le bloccassero i soldi». Di quanti soldi parliamo?

«Solo con la nostra società la Telecom ha guadagnato circa un milione di euro in due anni ma consideri che come la mia ce ne sono decina». Naturalmente la vicenda dovrà essere confermata nei successivi gradi di giudizio, anche perché la stessa Telecom ha denunciato le truffe e si è presentata come parte lesa. «Certo, le denunce sono agli atti - replica l’avvocato Marcello D’Aiuto - Ma è strano che da un lato Telecom denunciava queste società per comportamenti illeciti e dall’altra continuava ad avere con loro rapporti commerciali dai quali, scrive il giudice, traeva la maggiore utilità economica».

Dal giugno 2011 le schede sim che hanno svolto traffico dati, cioè quelle che hanno navigato su internet, sono passate dal 26% al 49%. Parallelamente sono cresciute le truffe che inducono l’utente non più a effettuare una chiamata ma a collegarsi a un link. «Oggi la maggiore preoccupazione è data dagli acquisti tramite internet - spiega Mario Staderini, direttore dell’ufficio Tutela dei consumatori dell’Agcom -. Si pone un problema che riguarda sia la modalità con la quale viene acquisito il consenso ma anche l’ingannevolezza delle informazioni fornite».

Nel primo caso si parla di “enrichment”. È la procedura attraverso la quale gli operatori telefonici forniscono automaticamente il vostro numero di telefono al CSP (Content Service Provider) per consentire l’addebito del servizio richiesto. Attualmente vi è una consultazione pubblica che mira a cambiare questo meccanismo perché autorizza gli operatori ad addebitare costi anche «in caso di digitazione involontaria o inconsapevole». Una questione non da poco se si considera che la truffa più remunerativa oggi è legata al click jacking.

Cos’è ce lo spiega Giorgio Fedon, cofondatore della Minded Securety, una società che si occupa di sicurezza software e che è stata appena selezionata tra le migliori società di cyber secrety nel Regno Unito: “E’ una tecnica di attacco molto avanzata che può colpire qualunque smartphone durante la navigazione - spiega Fedon -. In determinati casi si aprono sullo schermo più finestre sovrapposte. La più esterna, cioè quella più prossima al dito dell’utente, nasconde il vero contenuto, che sta nelle finestre sottostanti. Perciò quando l’utente clicca un pulsante, credendo magari di chiudere la finestra, in realtà sta inconsapevolmente sottoscrivendo un abbonamento”.

L’Agcom ha recentemente proposto che sia l’utente a inserire il proprio numero di telefono per confermare la volontà di acquisto (un po’ come avviene per gli acquisti su iTunes) ma l’idea non pare aver riscontrato il gradimento degli operatori. Secondo l’Assotelecomunicazioni, l’associazione di Confindustria che rappresenta le imprese della filiera delle telecomunicazioni, sarebbe una soluzione che «rischia di danneggiare un mercato con gravi conseguenze». In alternativa ha proposto l’inserimento del doppio click di conferma (anziché uno) su una pagina informativa creata e controllata dall’operatore telefonico.

Ma la stessa associazione specifica che «questo set di strumenti vale nella misura in cui il servizio è offerto da un player con sede nel territorio nazionale». Dunque non è chiaro cosa succede se (come già avviene oggi) i centri servizi che offrono il servizio premium hanno sede all’estero. Le associazioni dei consumatori, intanto, denunciano costantemente addebiti per servizi mai richiesti e accusano i fornitori di omettere informazioni contrattuali essenziali come i costi dei servizi. Inoltre mentre per abbonarsi basta un click non è altrettanto semplice disdire o recedere da un abbonamento.

E’ il caso, ad esempio, del Txpict, un servizio offerto da Edizioni Torinesi. Si tratta di contenuti adatti per un pubblico adulto. Il messaggio che arriva è il seguente: «Abbonamento attivato! Scarica subito tutto le immagini senza limiti! 5 euro/Sett. Info e disattivazione: 066229…». Peccato che nessuno abbia mai richiesto nessun servizio, almeno non in modo consapevole. Risalendo ai Termini e condizioni del contratto, ci accorgiamo di una beffa ulteriore: «La richiesta di disattivazione del servizio Txpict e la successiva disattivazione non comporterà, in ogni caso, alcun diritto alla restituzione di eventuali corrispettivi già addebitati al momento del ricevimento della richiesta di disattivazione».

In pratica, scordatevi pure qualunque tipo di rimborso. Ma c’è di più. Oltre a pagare per un servizio mai richiesto si paga anche per disattivarlo. Nel tentativo di capire in che modo sia stato possibile abbonarsi, troviamo la risposta sul sito, alla voce “Attivazione”: «L’attivazione può avvenire tramite un’inserzione pubblicitaria collegata al servizio Txpict (banner, link testuali)… semplicemente con un click». E qui la filiera dell’inganno si arricchisce di un altro elemento, ossia le società che offrono banner pubblicitari. Che nella pratica diventano strumento per reindirizzare l’utente sui servizi premium a pagamento e acquisirne il consenso. In che modo?

«Non in modo lecito - risponde il colonnello Giovanni Parascandalo del Nucleo Speciale Frodi Tecnologiche della Guardia di Finanza a cui mostriamo lo screen shot del messaggio -.
La tutela del consumatore sottolinea che non si può accettare un tipo di servizio del genere con un semplice click senza avere un’informazione dettagliata e più specifica». Intanto nessuno rimborserà mai il costo pagato per attivazione/disattivazione. E anche le persone che decidono di denunciare sono poche perché il costo di un avvocato non vale il rimborso. Quindi in attesa che venga approvata la “Bolletta 2.0”, un provvedimento Agcom che dovrebbe chiarire meglio le responsabilità degli operatori telefonici e le modalità di acquisizione del consenso, gli unici strumenti di contrasto sono le sanzioni. Che tuttavia colpiscono le compagnie solo per un 1,6% rispetto agli introiti garantiti da questo tipo di business.

La donna del lunedì

La Stampa
massimo gramellini

Sarebbe facile ridacchiare dei dati Inps sulla tendenza dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici ad ammalarsi di lunedì. Facile, ma fallace. Si tratta infatti di una mera questione di percentuali: il lunedì raccoglie anche i caduti del week-end e quindi vale per tre. Allo stesso modo è naturale che le donne siano più cagionevoli degli uomini nella pubblica amministrazione, dove sono molto più numerose. Eppure mi piace pensare che questi numeri freddi e in fondo scontati aprano comunque uno squarcio sulla vita delle famiglie italiane durante il fine settimana. Allorché il maschio tenta con alterno successo di mimetizzarsi con la tappezzeria del salotto o fa perdere le sue tracce all’ora delle commissioni per ripresentarsi all’inizio del posticipo di campionato.

Naturalmente è un luogo comune anche questo, però non del tutto. Gli uomini che si prendono cura delle faccende domestiche e dei figli sono in vertiginoso aumento rispetto agli anni della mia giovinezza, quando il massimo contributo del capofamiglia al ménage familiare consisteva nello scendere in cantina a prendere il vino. Ma la parità completa non è stata ancora raggiunta e, tra il sabato e la domenica, la lavoratrice accumula un vasto catalogo di lavoretti part time: cuoca, sarta, fachiro da supermercato, accompagnatrice di anziani, intrattenitrice di bambini urlanti, recuperatrice di adolescenti dispersi a una festa. È comprensibile che la malattia sia l’unica via di fuga che le resta.

Per riposarsi finalmente un po’.

Vi spiego come l’Isis recluta su internet i giovani europei”

Luca Steinmann - Mer, 25/11/2015 - 17:19

Dipak Gupta, professore presso il dipartimento di scienze politiche dell’università di San Diego: "Il web è pieno di blog, pagine internet e account di facebook che inneggiano allo Stato islamico"

“Che diversi jihadisti vivessero già da tempo in Europa lo si sapeva già da ben prima delle stragi di quest’anno. Quello che i servizi segreti dei Paesi occidentali si sono mostrati incapaci di fare, però, è di prevedere le loro mosse e la loro pianificazione delle azioni violente.

Ed è questo che tento di fare io”. A raccontarlo è Dipak Gupta, professore presso il dipartimento di scienze politiche dell’università di San Diego, in occasione di una conferenza presso il Franklin College, università americana con sede a Lugano che lo ha invitato come relatore. Nato in India, è stato il presidente dell’ISCOR (Intenational Security and Conflict Resolution) e ha incentrato i suoi studi e il suo lavoro sull’analisi dei conflitti etnici e religiosi.

Focalizzandosi negli ultimi anni sulle modalità in cui l’Isis utilizza internet i social network per fare proseliti tra le nuove generazioni di arabi cresciuti in Europa. Riconosciuto come una delle massime autorità in materia, in questi mesi sta girando il mondo per spiegare in cosa consista il suo lavoro e soprattutto per fornire delle valide chiavi di lettura a proposito della guerra che lo Stato islamico ha dichiarato all’Occidente.

Professor Gupta, le stragi di Parigi avvenute nel 2015 mostrano come l’Isis possa vantare di cellule altamente organizzate in territorio europeo. Come avviene la loro creazione?
Essa è il risultato principalmente di due fenomeni: prima di tutto delle difficoltà che l’Occidente incontra nell’integrare alcuni gruppi di persone, cosa che crea l’humus ideale per le organizzazioni che vogliono fare crescere delle nuove leve di terroristi. Non dimentichiamo che gli attentatori delle ultime stragi erano tutti giovanissimi.

In secondo luogo dobbiamo riconoscere una grandissima capacità da parte dell’Isis di pianificare meticolosamente ogni cosa, che sia questa un attentato o l’indottrinamento del futuro attentatore. Il che mostra un fatto inequivocabile: l’Isis conosce il territorio, è presente all’interno delle comunità musulmane europee e sa che tasti toccare nelle nuove generazioni che sono alla ricerca di identità che non trovano nel Paese in cui vivono.

L’Isis offre dunque ai giovani musulmani un’identità alla quale attaccarsi?
Certamente. Ogni uomo attraversa nella propria vita una fase in cui è alla ricerca della propria identità. E in questa fase, da sempre, le persone cercano inconsciamente un gruppo di cui sentirsi parte. Il processo che porta un giovane arabo delle banlieu parigine ad aderire all’Isis non è diverso da quello del suo coetaneo europeo che aderisce e movimenti politici nazionalisti, a gruppi di hooligans o a compagnie di amici che passano il proprio tempo in discoteca. E’ un desiderio interiore che c’è e sempre ci sarà per tutti.

Nei gruppi etnici in cui l’identità è più marcata e che vivono al di fuori dei confini del proprio mondo, però, è probabile che ciò avvenga in maniera maggiore. Tra i giovani arabi europei il potenziale interesse per i gruppi terroristici di matrice islamica risulta essere potentissimo. Non dobbiamo sottovalutare che questi ultimi offrono ai ragazzi qualcosa che l’Occidente non offre più: l’avventura. Qualcosa che molti adolescenti, soprattutto se maschi, cercano insistentemente. E l’Isis si sta mostrando estremamente abile nel porsi come risposta a questa ricerca di trasgressione.


Come si fa ad arruolarsi nell’Isis? Come avviene, nei fatti, il reclutamento?
Esso avviene generalmente tramite contatti e legami di amicizia e famigliari. In occasione degli attentati vediamo sempre più spesso come gli autori siano imparentati tra di loro. I legami di sangue sono quelli più forti che esistano e per questo il reclutamento avviene rapidamente e in maniera spontanea all’interno di nuclei famigliari in cui vi sia inizialmente anche solo una persona che simpatizza per i terroristi. E’ più difficile tradire qualcuno se questo è tuo padre o tuo fratello. Le compagini terroristiche in cui le famiglie sono più coese e quindi meno volte al tradimento sono le più pericolose. Esattamente come avviene nelle organizzazioni mafiose.

Non esiste dunque una propaganda apertamente pro Isis che venga fatta per le strade?
Può esistere, ma è esposta a più rischi. All’esterno delle mura famigliari essa avviene più che altro tra amici. Giovani musulmani che odiano il Paese in cui vivono e cercano un’alternativa ad esso sognando la terra d’origine in cui generalmente non sono neanche mai stati. E per questo sviluppano in desiderio di andare in Siria o Iraq, per conoscere lo Stato islamico e combattere per esso.


Lei sta parlando di potenziali terroristi che però sono ancora ben lontani dall’esserlo. Come avviene poi il salto di qualità?
Esso avviene tramite internet. Un settore in cui l’Isis si sta mostrando essere abilissima, molto di più di ogni altro gruppo terroristico islamista. Il web è pieno di blog, pagine internet e account di facebook che inneggiano allo Stato islamico. Attraverso alcuni di essi è possibile mettersi in contatto direttamente con i capi jihadisti che vivono in Iraq e Siria. Per un giovane ispirante jihadista che vive in Europa non è difficile mettersi in comunicazione con loro e la loro propaganda, che lo incentiva a andare nei territori controllati dallo Stato islamico per conoscere di persona i propri interlocutori.

Una volta tornato in Europa, poi, comunicherà con loro costantemente e potrà organizzare una cellula terroristica su loro indicazione, facendo leva sulle sue conoscenze tra i tanti coetanei arabi delusi dal mondo occidentale. Gli attentatori di Parigi hanno mostrato di avere una profonda conoscenza del territorio, dove hanno vissuto per anni, ma anche una cieca convinzione ideologica e una preparazione militare e logistica che non possono avere appreso in Francia.

Com’è possibile che le forze di intelligence francesi non si siano accorte di tutti questi contatti virtuali?
Il web è un terreno ancora altamente inesplorato, che chi conosce sa come poter nascondere ciò che vuole. Gli investigatori occidentali non si sono accorti dell’esistenza di una rete virtuale di persone che si coordinavano tra la Francia e la Siria tramite semplici programmi che quasi ognuno di noi ha usato almeno una volta: whatsapp, dropbox o semplici applicazioni sugli smartphone, che per esempio non sono intercettabili. O anche tramite i videogiochi online. E’ così che si coordinano le cellule terroristiche europee con le teste che sono in Siria. Ed è così che vengono organizzati i viaggi degli aspiranti jihadisti che vanno nello Stato islamico a imparare a combattere.

Attraverso i suoi studi e tramite le sue conoscenze informatiche Lei cerca di intuire come e quando avverranno episodi terroristici o di violenza etnica o religiosa. Pensa che ciò sia possibile anche nel caso dell’Isis?
Con l’Isis è più difficile, nella maggior parte dei casi invece è assolutamente possibile. Io per esempio predissi con largo anticipo la rivoluzione ucraina dell’Euromaidan. Nessuna rivoluzione o movimento di massa nasce spontaneamente. Quando, come nel caso ucraino, ad essere mobilitate sono migliaia se non milioni di persone c’è sempre un’organizzazione dietro che ci lavora da tempo. Osservando il lavoro di propaganda di questo organizzatori occulti si riescono ad anticipare le tempistiche e ciò che avverrà.

Con l’Isis, però, è molto più complicato, perché non si tratta di un movimento di popolo su larga scala, ma di tante piccole cellule composte da una decina di persone che agiscono in maniera semi-autonoma. Non esiste al suo interno una scala gerarchica estremamente stabile. A differenza di Al Quaeda, per esempio, è un’organizzazione estremamente decentralizzata in cui ad essere i più temibili sono i giovani europei alla ricerca di un’identità. Cresciuti nel mondo occidentale, spesso neo-convertiti e per questo maggiormente esaltati e disposti a tutto pur di cercare l’avventura. E per questo più imprevedibili.

C'è la guerra del tartufo. E i "caduti" sono i cani



Oscar Grazioli - Gio, 26/11/2015 - 08:31

Il pregiato tubero quest'anno scarseggia e i cacciatori senza scrupoli avvelenano i quattrozampe dei "colleghi" per non avere concorrenza

C'è una piccola battaglia che si combatte all'ombra di faggi e querce secolari, in un ambiente bucolico, quello dei boschi di Toscana, Umbria e Marche.


È una battaglia, a suo modo senza esclusione di colpi, dove non si fanno prigionieri e dove non esiste alcuna convenzione di salvaguardia per chi combatte. Anche perché chi muore, in questo caso è del tutto innocente. Muoiono cani, cani preziosi, addestrati per anni a scovare un tubero che, se non vale quanto l'oro, ci si avvicina, specie in certe annate. Questa è proprio una di quelle, perché il tartufo quest'anno non si fa vedere. Come è noto, L'Italia è uno dei maggiori produttori mondiali ed esportatori di tartufi. Nell'intera Penisola è possibile raccogliere tutte le specie di tartufo impiegate in gastronomia. In certe annate di particolare scarsità, come questa, il Tuber magnatum, il bianco più pregiato, può arrivare a costare attorno ai 5.000 euro per chilogrammo.

Da qui si desume che si tratta di un business molto redditizio e quando si tratta di soldi si contano i cadaveri che questa volta risultano le spoglie dei cani addestrati per anni a scovare il tubero e avvelenati dagli spietati concorrenti nell'affare economico. È proprio nelle annate di carenza che il cane migliore fa valere la sua importanza, perché, ancora oggi, è proprio lui l'artefice del guadagno. L'addestramento è lungo e viene considerato una vera e propria arte che si tramanda di padre in figlio e, proprio per questo, un cane da tartufo bene addestrato ha un valore quasi inestimabile. Impossibile che un tartufaio venda un eccellente cane da tartufo.

Ma se non lo vende, si può trovare il modo di renderlo inoffensivo e con due soldi. Basta un po' di pazienza e di «arte» nella preparazione della classica polpetta avvelenata e il gioco è fatto. È quanto sta accadendo in Umbria e Marche. Nella zona di Avezzano la situazione è diventata allarmante nelle ultime settimane. Diverse segnalazioni sono arrivate dalla zona di Carrito, frazione di Ortona dei Marsi. I bocconi avvelenati sono stati piazzati in luoghi strategici frequentati dai cercatori di tartufi, quindi è assai probabile che si tratti di una vera

e propria guerra tra differenti gruppi di cercatori i quali non hanno il minimo scrupolo a sopprimere la «concorrenza» con metodi barbari e crudeli che presuppongono l'ingestione di vecchi veleni ben noti, quali la stricnina e di nuovi, più moderni e subdoli (di cui non faremo i nomi per ovvi motivi) che hanno lo stesso tasso di mortalità, se non superiore, e le stesse scarsissime possibilità di sopravvivenza per i cani innocenti.

La morte arriva in pochissimo tempo tra dolori atroci e ogni tentativo di salvataggio diventa, quasi sempre, inutile. Decine di cani sono morti nelle ultime settimane ad Avezzano, come a Castellafiume come a Ortona dei Marsi e qualcuno si è divertito, con macabra fantasia, a confezionare polpette di carne con dentro pezzetti di vetro. Lasciamo immaginare cosa succede, una volta ingerite e a quale orribile morte vadano incontro i cani.

Purtroppo queste faide avvengono ogni anno e si fanno più frequenti quando il tartufo scarseggia, facilitate dal fatto che veleni di altissima potenza possono essere acquistati in un supermarket come al locale consorzio agrario in latte da un litro capaci di uccidere centinaia di cani e gatti. Prima o poi ci cascherà il bambino e allora assisteremo allo sport italico più gettonato: lo scaricabarile.