venerdì 27 novembre 2015

Testi sacri: la mano di Dio e quella dell’uomo

Corriere della sera

Italians

Cari Italians, la violenza nei testi sacri, e l’imbarazzo dei cristiani, degli ebrei e dei musulmani. Non sanno come cavarsela, i musulmani, ma in realtà anche gli ebrei e anche i cristiani. Sia nel Corano, sia nell’Antico Testamento esistono versetti che incitano all’odio verso gli infedeli e alla loro uccisione.

I musulmani dicono che il Corano va letto nel suo insieme, i cristiani dicono che nell’Antico Testamento ci sono elementi “imperfetti e caduchi” (Concilio Vaticano II, Dei Verbum n. 15) che la pedagogia divina non poteva eliminare subito; il popolo viene raggiunto dalla rivelazione nello stato in cui si trova, per essere poi pian piano elevato al disegno di Dio, che trova il suo compimento in Gesù Cristo.

Sarebbe come dire che Dio come una buona mamma prima aspetta che i suoi figlioletti si cavino gli occhi, e poi li ammonisce e dice loro che cavarsi gli occhi non è cosa buona e giusta. Corrado Augias durante la trasmissione “Ballarò” ha detto che tutti i testi sacri contengono versetti che incitano alla violenza, e che anche nel Vangelo troviamo: “Non sono venuto a portare pace, ma la spada.
Sono venuto a separare l’uomo da suo padre, la figlia da sua madre…

“. E’ vero, e c’è anche dell’altro nel Vangelo: “E’ meglio per lui che gli sia legata al collo una mola asinaria e sia precipitato nel fondo del mare… “. Ma la differenza è che nel Corano e nell’Antico Testamento, la violenza è palesemente ingiusta, ottusa, irragionevole. Ad ogni modo, l’imbarazzo resta anche per i cristiani. Eppure basterebbe ammettere che non tutto ciò che è scritto nei testi sacri proviene da Dio, che in essi c’è la mano di Dio, e c’è la mano alle volte stupida, alle volte violenta, alle volte ridicola, dell’uomo.

Attilio Doni, attiliodoni@tiscali.it

L’unica fabbrica di cacao della Costa d’Avorio, primo produttore al mondo

Corriere della sera
di Michele Farina

Fonti: Banca Mondiale/Fao/Istat

Quante fabbriche di cioccolato ci sono in Costa d’Avorio, primo produttore di cacao al mondo? Una. Quando è stata fondata? Nel maggio 2015. Da chi? Dai francesi di Cemoi. Con 100 lavoratori, dovrebbe avere una produzione annuale di 10 mila tonnellate all’anno e soddisfare i modici consumi di 350 milioni di persone nell’Africa Occidentale. All’inaugurazione della fabbrica a Yopougon, area industriale della capitale economica Abidjan, c’erano il presidente della Repubblica e tanti ministri. Un evento epocale. Al secondo tentativo: ci aveva già provato nel 1978 la ditta Chocodi, liquidata pochi anni fa.

Un produttore di cacao di Yaokoka, a 300 chilometri da Abidjan, sparge i semi di cacao per farli asciugare (foto Reuters)
Un produttore di cacao di Yaokoka, a 300 chilometri da Abidjan, sparge i semi di cacao per farli asciugare (foto Reuters)
I piccoli giganti
Che paradosso: un po’ come se in Italia esportassimo tutte le olive e avessimo soltanto una fabbrica di olio. Questione di abitudini, cultura, soldi. Pur passandosela meglio di molti vicini, gli ivoriani campano su un prodotto interno lordo pro capite che si aggira sui 1.500 dollari annui. Le loro aspettative di vita si fermano a 52 anni. Il cioccolato non è una golosità per palati poveri. E non cresce come i manghi. I principali consumatori al mondo? Gli svizzeri (seguiti da irlandesi e britannici): ciascuno vive in media oltre 80 anni, ha un pil in tasca di 85 mila dollari e spende in tavolette 240 euro all’anno.

La coltivazione del cacao invece è nelle mani di piccoli coltivatori africani, generalmente poveri. Il 90% della produzione mondiale viene da fattorie di 2-5 ettari (solo il 5% da grandi imprese con almeno 40 ettari) e fa sopravvivere circa 50 milioni di agricoltori con le loro famiglie. La piccola Costa d’Avorio e il vicino Ghana da soli provvedono al 60% del raccolto globale (seguiti da Indonesia, Nigeria, Camerun, Brasile ed Ecuador). Secondo la International Cocoa Organization (Icco) nel 2015 il raccolto globale sarà pari a 4,158 milioni di tonnellate, circa il 5% in meno del 2014.


Un mercato da 100 miliardi
Cala l’offerta, ma non la domanda. È vero che nei Paesi occidentali il consumo di cioccolato secondo i dati di Euromonitor International ristagna o decresce (-2% dal 2010 al 2015 in Nord America). Ma aumenta la spesa complessiva (in Europa del 2%, negli Usa del 4%): ne mangiamo meno, ma più costoso. Senza contare il mercato quasi vergine dell’Asia: in Cina nell’ultimo decennio consumi più che raddoppiati (anche se lontani da quelli occidentali: 100 grammi all’anno i cinesi, 8 chili gli inglesi). Secondo Lawrence Allen, autore del libro Chocolate Fortunes, 200 milioni di cinesi l’hanno assaggiato. E in 400 milioni si possono permettere di comprarlo. In tutto, secondo Euromonitor, nel 2015 gli esseri umani spenderanno in cacao e derivati almeno 100 miliardi, quasi 27 soltanto in tavolette o barrette di cioccolato (in maggioranza al latte).
Un contadino sparge i semi di cacao in una fattoria fuori dal villaggio di Fangolo, Costa d’Avorio (foto AP)Un contadino sparge i semi di cacao in una fattoria fuori dal villaggio di Fangolo, Costa d’Avorio (foto AP)
Penuria fondente
Eppure la produzione è in calo del 5%. Da qui al 2020 l’Icco prevede un deficit di 100mila tonnellate di cacao. Secondo alcune stime mancherà addirittura un milione di tonnellate all’appello dei consumatori. E queste incertezze rimbalzano sui mercati internazionali. Da marzo a settembre 2015 il prezzo del cacao alla Borsa merci di New York è salito del 20% toccando 3.350 dollari alla tonnellata. A metà novembre, secondo l’indice Icco, superava i 3.400. Sul nuovo «oro nero» si specula e si scommette. In circolazione ci sono almeno 10 milioni di contratti futures che lo riguardano (in sostanza, si scommette sul prezzo futuro), segno dell’interesse (e delle paure) che aleggiano intorno ai frutti gialli dell’albero del cacao.
Il consumo in Italia
Nei supermercati americani continua il boom dei cereali al cioccolato (almeno 23 varietà diverse), mentre ogni italiano continua a consumare in media 4 chilogrammi di tavolette all’anno (la metà rispetto alla dieta dei Paesi europei) preferendo il fondente (40%) a quello al latte e a quello bianco. Nel nostro Paese è un mercato da 3 miliardi di dollari, che si restringe. A crescere negli ultimi anni sono state le nostre esportazioni di cioccolato, che hanno raggiunto un valore complessivo di 665 milioni di euro (siamo i primi sul mercato cinese).
Alcuni contadini aprono le fave di cacao in una piantagione di Niable, a 200 chilometri da Abidjan (foto Reuters)
Alcuni contadini aprono le fave di cacao in una piantagione di Niable, a 200 chilometri da Abidjan (foto Reuters)
Il rischio clima
I cambiamenti climatici e il riscaldamento globale sono un ulteriore elemento critico. Secondo il Grantham Research Institute on Climate Change negli ultimi 40 anni i terreni dove è possibile coltivare il cacao sono diminuiti del 40%. Se nei prossimi 40 anni la temperatura in Ghana e Costa D’Avorio dovesse salire (come sembra) di 2 gradi, l’ambiente diventerebbe troppo secco e troppo caldo per la materia prima da cui si produce il cioccolato.
Per un pugno di fave
L’albero fiorisce tutto l’anno, ha bisogno di clima caldo e piovoso (e vegetazione folta per fornire ombra alle piante). La stagione maggiore va da ottobre a marzo. Una volta raccolti, i frutti (piccoli palloni da rugby o zucche) vengono aperti con il machete per ricavare da ciascuno 20-30 preziose fave. Non maturano tutti allo stesso tempo, i frutti, dunque gli alberi vanno costantemente monitorati. Ognuno impiega un anno a produrre mezzo chilo di fave di cacao. Dalle piccole fattorie i sacchi passano ai commercianti. Le fave di cacao vengono fermentate, seccate, ripulite, quindi insaccate e spedite all’estero per la lavorazione. I semi vengono frantumati, privati del guscio, lavorati fino a ottenere il cocoa liquor che serve per produrre il cioccolato, la polvere o il burro di cacao etc.
Nel villaggio di Fangongo, due operai raccolgono nelle sacche i semi di cacao (foto AP)
Nel villaggio di Fangongo, due operai raccolgono nelle sacche i semi di cacao (foto AP)
Dai Maya all’Africa
I primi a «scoprire» il cacao furono i Maya. Le popolazioni dell’America Centrale usavano i semi anche come moneta di scambio. Secondo le leggende atzeche si trattava di un tesoro arrivato dal paradiso, fonte di saggezza e potenza. In Europa viene conosciuto dopo Cristoforo Colombo, e in Africa viene portato secoli dopo, nel 1822, dai portoghesi. Il clima equatoriale e l’umidità si addicono alla sua crescita. Dal Ghana la coltivazione delle piante di cacao si è allargata alle zone circostanti dell’Africa occidentale.
Ex colonia francese
La Costa d’Avorio dovrebbe essere ribattezzata Costa del Cacao, considerando la principale fonte delle proprie esportazioni. Un Paese grande un settimo dell’Italia, ex colonia francese e dal 1960 repubblica presidenziale passata sotto pochissime, autoritarie mani, con il 10% di terre arabili e 8 milioni di abitanti (il 40% vive sotto la soglia di povertà di 2 dollari al giorno). Il principale tesoro locale sta dentro quei frutti da 20 semi l’uno: ne esporta per 3,9 miliardi di dollari all’anno (su un Pil di 31 miliardi), con i prodotti petroliferi «seconda voce» dell’economia a 3,7 miliardi, e molto staccati il legname (300 milioni), il caffè (200 milioni) e la gomma (100 milioni).
Un contadino raccoglie le fave di cacao in una piantagione di Issia, Costa d’Avorio (foto EPA)
Un contadino raccoglie le fave di cacao in una piantagione di Issia, Costa d’Avorio (foto EPA)
Il risveglio dopo la guerra
Il Paese dal 2002 al 2011 è passato in un tunnel di conflitti armati che hanno visto combattersi i fedeli del presidente Laurent Gbagbo, forti soprattutto nel Sud (in maggioranza cristiano), e i ribelli del Nord (in prevalenza musulmano). Le contestate elezioni del 2010 hanno innescato la fiammata della seconda guerra civile ivoriana: 3 mila morti, centinaia di migliaia di sfollati, fino alla vittoria (riconosciuta alle urne) del nordista Alasane Ouattara, appoggiato dai reparti francesi e dalla comunità internazionale. Ouattara ha trionfato anche alle ultime elezioni del 2015.

Certo il «decennio perduto» agli inizi del Duemila pesa ancora sull’economia, compreso il settore cacao: incuria, mancanza di infrastrutture, rese stagnanti dovute anche alla relativa vecchiaia degli alberi di cacao (che hanno in media 25 anni). Il mercato non brilla per trasparenza, con il figliastro del presidente, Loic Folloroux, che ha le mani sull’oro nero ivoriano e cerca di controllare quote sempre più consistenti del business alla faccia della concorrenza. Sul fronte opposto, tra la maggioranza dei piccoli produttori che vivono intorno alla soglia di povertà, la crescita dei prezzi all’ingrosso non ha portato negli ultimi anni un aumento dei redditi.

Una crisi che pulsa nelle parole di Adou Leon, 35 anni, di Abengourou (una dei centri principali della «cintura del cacao») intervistato dal Guardian: «Le difficoltà sono immani, troppa fatica e troppo pochi soldi. Perciò già da sette anni ho abbandonato l’attività dei miei genitori e sono passato alla gomma. Come me stanno facendo tutte le giovani generazioni». E Armaud Kakou, 40 anni: «La gente con le cravatte (il governo, ndr) non si interessa agli agricoltori. E noi continuiamo a vivere una vita miserabile».
I bambini con il machete
Cresce il prezzo del cacao alle Borse di Londra e New York, cresce in Costa d’Avorio il numero di minori impiegati nella raccolta. Lo denuncia un rapporto della Tulane University pubblicato a fine luglio 2015. Mentre nel vicino Ghana il lavoro minorile (che secondo l’Onu riguarda le persone sotto i 12 anni) è calato del 7% (scendendo a 960 mila unità), tra gli ivoriani è salito del 51% nel biennio 2013/2014 rispetto al 2008/2009.

Sono ben un milione e mezzo i minori che dovrebbero lasciare il machete e i sacchi di fave di cacao. L’industria del cioccolato ha sponsorizzato alcuni progetti per la costruzione di scuole nelle regioni di produzione. Secondo l’Icco nell’ultimo decennio i loro programmi hanno aiutato centinaia di migliaia di famiglie e un milione di bambini. Ma è molto difficile certificare la provenienza del cacao in modo da escludere che a romperne i frutti a colpi di machete non siano i bambini.

I player internazionali hanno firmato un impegno per tagliare del 70% — entro il 2020 — il numero di bambini che lavorano in condizioni pericolose nelle piantagioni di cacao. Il rapporto della Tulane University ha riscontrato che tra il 2001 e il 2009 meno del 4% dei coltivatori di cacao in Costa D’Avorio (e soltanto 33mila bambini) hanno ricevuto un aiuto dai programmi dei giganti del cioccolato. Così non va. Una maggiore attenzione ai bisogni e al benessere dei coltivatori è necessaria e deve essere richiesta, ai signori con le cravatte e a quelli che si arricchiscono con il cocoa liquor, per questioni di etica e di mercato. Se non vogliamo che ci vada di traverso la prossima tavoletta.

L'islamica alla giornalista: "Spero che i musulmani ti stuprino"

Andrea Riva - Gio, 26/11/2015 - 13:00

Bahar Mustafa a Pamela Geller: "Meriti di essere violentata in ogni buco da orde di musulmani, schiaffeggiata e soffocata, mentre ti sputano in bocca e ti pisciano in faccia"


Londra, l'islamica Bahar Mustafa contro la giornalista: "I musulmani ti devono stuprare in ogni buco"

Mentre non si placano le polemiche su Fatima Salvi - la convertita all'islam italiana che ha detto "La donna italiana non dico si voglia fare violentare, ma esce con minigonne e tacchi a spillo per far vedere cosa? Per essere sensuale? Sinceramente sembra quasi un invito" - ecco che arriva un'altra provocazione da parte di una islamica.

Stiamo parlando di Bahar Mustafa, una ragazza islamica che si occupa di Pari opportunità tra le minoranze etniche nel sindacato studentesco dell'università Goldsmiths a Londra.

In passato Mustafa aveva già lanciato l'hasthag #killallwhitemen, il cui significato appare abbastanza chiaro a tutti: uccidete tutti gli uomini bianchi. Ieri, però, giorno in cui si celebrava la lotta alla violenza contro le donne, Mustafa ne ha combinata un'altra, prendendosela con una commentatrice telefonica e avversaria dell'islam, Pamela Geller.

Come riporta Libero, "Mustafa ha inviato alla Geller una mail infarcita di insulti: 'Meriti di essere violentata in ogni buco da orde di musulmani, schiaffeggiata e soffocata, mentre ti sputano in bocca e ti pisciano in faccia'. La Geller si è detta ormai abituata a ricevere minacce del genere, 'certo che', ha precisato, 'ricevere questo messaggio da una che una donna che dovrebbe rappresentare le diversità è stato scioccante'".

Ritardo nel pagamento della diaria e i profughi si ribellano

Adriano Palazzolo - Gio, 26/11/2015 - 14:35

Sono state diverse le violente manifestazioni, soprattutto di chi chiede di poter lasciare i luoghi isolati per raggiungere i parenti in Francia, Germania e nei paesi scandinavi

Nuova rivolta dei migranti ospitati in una struttura di accoglienza a Cargeghe, comune di 629 abitanti nell'hinterland di Sassari.Stamattina i 143 ospiti extracomunitari di varie etnie hanno preso possesso della struttura impedendo ai dipendenti della cooperativa che la gestisce di svolgere il proprio lavoro.

I migranti protestano per il mancato pagamento - dovuto ad un ritardo - dei 2 euro e 50 cent del pocket money, il bonus giornaliero (una sorta di diaria) dato direttamente ai rifugiati e richiedenti asilo ospitati nelle strutture di accoglienza, per le piccole spese quotidiane. Sul posto è stato necessario l'intervento della Digos, dei carabinieri e dei funzionari della Prefettura di Sassari per riportare la situazione alla normalità.

Ieri c'è stata un' identica rivolta, per lo stesso motivo, ad Ilbono, nel Nuorese, dove uno dei migranti è rimasto ferito ad una spalla, in circostanze ancora da chiarire. Quella di Cargheghe non è la prima protesta degli extracomunitari arrivati in Sardegna con la nave Siem Pilot. Sono state diverse le violente manifestazioni, soprattutto di chi chiede di poter lasciare i luoghi isolati per raggiungere i parenti in Francia, Germania e nei paesi scandinavi.

I sindaci francesi si rivoltano contro il divieto di esporre il presepe in municipio

Ivan Francese - Gio, 26/11/2015 - 10:52

Tre primi cittadini del Front National rifiutano di rimuovere la Natività dai propri Comuni: "Non è censurando le nostre radici che si difende la laicità"



Il fondamentalismo religioso e il terrorismo si combattono davvero censurando la propria identità e le proprie radici? Secondo una certa tradizione francese, apparentemente sì.

Nella Francia ancora scossa dagli attentati del 13 novembre scorso, fa discutere il gesto di tre sindaci del Front National che si sono opposti al diktat dell'Associazione nazionale dei sindaci (l'equivalente della nostra Anci) che voleva imporre loro la rimozione del presepe da tutti i municipi del Paese.

I tre primi cittadini, che per amor di cronaca governano i Comuni di Cogolin, Fréjus e Luc-en-Provence, hanno preso carta e penna e scritto una lettera di protesta con cui annunciano le proprie dimissioni dall'associazione: "Protestiamo contro l'abbandono di tutte le nostre tradizioni e delle nostre radici culturali - scrivono gli amministratori locali - Non desideriamo più prendere parte a un'associazione che, con il pretesto di difendere la laicità, calpesta cultura e tradizioni del nostro Paese."

Il divieto all'esposizione del Presepe nei municipi scaturisce dalla pubblicazione di un "vademecum sulla laicità" promosso dall'Associazione nazionale dei sindaci francesi, che spiega di rifarsi alla famosa legge del 1905 sulla separazione tra le confessioni religiose e lo Stato. "Non si tratta di un diktat, ma di un vademecum - spiega la vicepresidente dell'associazione, Anès Lebrun - La stessa giurisprudenza francese è contraddittoria in materia, divisa tra chi ritiene che il presepe rappresenti una manifestazione del culto e chi lo intende come fenomeno esclusivamente culturale."

Il Front National però, che pure è famoso per la propria difesa della laicità repubblicana, rigetta queste tesi come pretestuose: "A quanto il divieto delle processioni votive? - domanda polemico il movimento di Marine Le Pen - I rappresentanti del Front National difendono con fermezza il principio di laicità, ma non ignorano la storia. È incontestabile che il Cristianesimo sia un'espressione della cultura francese."

Gay stupidi, come gli etero

Alessandro Bertirotti



È tutta questione di… stupidità.

Nel leggere del gran can can sorto intorno alla non-notizia di una nota marca di panettoni tacciata di omofobia, mi è nato uno spontaneo sorriso, assieme ad una piccola dose di stupore. Il sorriso perché evidentemente i pubblicitari hanno compreso molto bene il livello “intellettuale” di una gran fetta di pubblico. Lo stupore, invece, deriva dai commenti espressi da parte di molti esponenti della società civile rispetto alla suddetta provocazione pubblicitaria.

Avete presente i nostri computer? Bene, sapete tutti che sono soggetti a virus di vario genere. E tutti sapete anche che la produzione e vendita di antivirus immette ed inventa i virus che possono essere eliminati dagli antivirus commercializzati. In sostanza, tutto è commercialmente strumentalizzato affinché possa continuare la circolazione di denaro, e, nello stesso tempo, di paure ed ossessioni. Tutti elementi, questi ultimi, profondamente utili all’economia virtuale.

Nel caso della pubblicità che tanto scalpore ha destato tra la comunità gay ed etero, è la stessa cosa: tutto è stato organizzato per creare quella discussione, completamente inutile, che permette tanto ai cosiddetti “normali” quanto ai cosiddetti “anormali” di occuparsi di stupidità dirigendo la propria attenzione verso, udite udite, dei dolci prodotti industrialmente che molto probabilmente sono più nocivi alla salute della frase incriminata.

Insomma, come possiamo non capire che la risposta del pubblico è deliberatamente architettata e che i cosiddetti “opinion leader” (mai a mio avviso è stata coniata espressione più ridicola) non sapendo occuparsi di cose serie, si occupano di veri e propri tranelli comunicativi?

Personalmente  credo che le diversità, anche quelle sessuali, siano un valore, non un disvalore, ma per questo partecipo ad eventi seri, non ad idiozie tipiche di una stupidità culturale dilagante.

Le (vere) colpe di Bruxelles


 I senza patria
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L’attenzione dei media mondiali negli ultimi giorni si è focalizzata su Bruxelles e sull’operazione di polizia, ancora in corso, alla ricerca di una cellula jihadista che aveva programmato una serie di attacchi simili a quelli del 13 novembre a Parigi. Proprio il governo belga è stato il bersaglio, negli ultimi giorni, sia del Primo Ministro Francese Manuel Valls che di molti osservatori neutrali, che hanno accusato Bruxelles (intesa come capitale del Belgio) di non aver esercitato sufficienti controlli sui cittadini belgi che hanno scatenato l’inferno di Parigi.

Per chi ci vive, è innegabile che il Belgio, uno stato federale totalmente disfunzionale e profondamente disorganizzato, abbia trattato la questione “Molenbeek” – il quartiere di Bruxelles ormai noto in tutta Europa come la casa dell’organizzatore degli attentati del 13 novembre – in modo superficiale, voltandosi dall’altra parte rispetto ai problemi enormi che una comunità musulmana di anno in anno sempre più radicalizzata avrebbe potuto creare.

Ci sono state accuse profonde alla gestione socialista del comune di Molenbeek, e soprattutto verso Philippe Moureaux, il “sovrano” socialista di “1080”  – il CAP del comune, uno dei diciannove che compone la galassia di Bruxelles-Capitale, con sei diverse polizie (prima erano diciannove anche le forze di polizia…) – che per vent’anni (1992-2012) ha governato quello che è poi diventato il suo feudo attraverso un mix di assistenzialismo paternalista e giustificazionismo pauperista, utilizzando la comunità islamica come serbatoio di voti proprio come un volgare ras politico dell’Italia meridionale utilizza le clientele.

Moureaux per anni ha fatto finta di non vedere, mentre la seconda generazione di una comunità inizialmente quieta e tollerante è stata infiammata dalle prediche di imam wahhabiti inviati dall’Arabia Saudita in cambio di soldi utili a fare da ammortizzatori sociali in una delle zone piu’ depresse della capitale. Ancora il Belgio, incredibilmente, fino a pochi anni fa, consentiva ai comuni di gestire la distribuzione dei passaporti, diventando il paese europeo preferito da chi voleva comprarsi un’identità comunitaria (bastava entrare nella masion communale per rubare passaporti vergini, et voilà).

La storia dell’indifferenza ipocrita degli stati europei davanti al fondamentalismo islamico non è nuova e non è tipica solo al Belgio: gli attentatori dell’11 settembre, per esempio, si erano conosciuti e radicalizzati ad Amburgo, in Germania, in parte grazie al disinteresse della polizia tedesca che, storicamente (e per motivi ben immaginabili) contraria alla limitazione della libertà personale, non li aveva mai attenzionati. Uno di loro, Ramzi-binalshib, che non ottenne il visto per gli Stati Uniti solo per motivi economici (gli americani ritenevano potesse approfittarne per rimanere negli Stati Uniti illegalmente per trovare lavoro), era addirittura un richiedente asilo di cui il governo tedesco non si era mai premurato di accertare l’identità.

Abbastanza avulsa da colpe, almeno in via diretta, è invece l’Unione , almeno intesa come centro decisionale: di certo non è uno stato, ma un’entità astratta, almeno su questioni che non sono di sua competenza. Gli stati membri sono infatti gelosi dell’indipendenza delle loro forze di polizia e della loro intelligence, e la condividono in genere – con altri stati membri – solo dopo che fatti come quelli di Parigi accadono.

L’Unione europea non è responsabile della schedatura dei terroristi, né di altri aspetti riguardanti la sicurezza. Tutte le decisioni di politica estera comune sono prese all’unanimità dagli stati membri, e Bruxelles in sostanza ha solo un ruolo organizzativo e di coordinamento: la decisione sulle quote di migranti è stata presa a maggioranza perché c’era una questione di emergenza umanitaria, ma e’ stata un’eccezione. Proprio la Commissione, oltre a vigilare in materia fiscale e di politica di concorrenza, in realtà, non fa altro che proporre legislazione (e anche lì, secondo le priorità degli stati membri). E’ il Consiglio (che raggruppa i governi nazionali) che approva.

Indirettamente, invece, c’è una questione su cui indignarsi sul serio (e non c’entrano i cetrioli né le bistecche, su cui peraltro ha deciso l’OMS e non l’Unione), per chi vive qui: i funzionari comunitari e gli europarlamentari pagano le tasse (poche, sotto il 20%) al budget dell’Unione, pur vivendo a Bruxelles e utilizzando strade, trasporti e uffici pubblici pagate dalle tasse dei residenti.

Questo è uno dei motivi – non l’unico, certo – per i quali Bruxelles-Capitale (la terza entità federale che compone lo stato belga, insieme con Vallonia e Fiandre) non ha i soldi per combattere socialmente, oltre che dal punto di vista della sicurezza, il problema del radicalismo islamico: la città fornisce servizi ai funzionari comunitari, “portoghesi” che non contribuiscono al budget della città, ma ne utilizzano le strutture.

Ma la disfunzionalità dell’Unione non finisce qui. Per ironico che possa sembrare, i funzionari e gli euro-parlamentari, che sono per parte loro ben contenti di non dover sottostare all’onerosissimo prelievo fiscale belga (lo scaglione sopra i 33000 viene tassato al 56%) se anche volessero pagare, non potrebbero: gli altri stati membri dell’Unione si opporrebbero. Quindi i residenti di Bruxelles che lavorano per istituzioni comunitarie finiscono per pagare solo la tassa sulla residenza, che è una specie di IMU: e in un paese federale, non è certo abbastanza da finanziarne i servizi fondamentali di competenza della comunità.

Certo, si può obiettare che lo stesso problema non esiste a Francoforte, dove si trova la BCE (Strasburgo invece non e’ sede di istituzioni e non ci sono “eurocrati,” ci si riunisce solo il Parlamento europeo una volta al mese): ma Francoforte è un hub bancario e finanziario importante, mentre Bruxelles è una città sostanzialmente povera, che non ha un tessuto produttivo solido, con l’eccezione dei burocrati europei e nazionali (la politica, come a Roma, e’ una vera e propria industria).

Se si aggiunge che i ricchi belgi per la maggior parte vivono fuori dai confini della capitale, nei comuni delle confinanti Fiandre (dove ricevono servizi migliori – soprattutto le scuole) e in città ci vanno solo per lavorare, il quadro e’ completo.

Le timidezze dei magistrati nella lotta al terrorismo internazionale

Corriere della sera

di Angelo Panebianco

Se non si abbandona la linea morbida il rischio è rendere troppo poco efficace il contrasto ai militanti della jihad

Risorsa o anello debole? La magistratura aiuterà il Paese applicando con energia i propri strumenti repressivi nella guerra di difesa dal terrorismo islamico in cui siamo stati trascinati al pari degli altri occidentali? O si rivelerà la parte più debole della diga che si cerca di erigere contro i violenti?

Alcuni dei presunti jihadisti arrestati a Merano dai carabinieri in un blitz contro l’estremismo islamico pochi giorni prima della strage di Parigi, sono già in libertà. Il gip non ha rilevato sufficienti indizi per convalidare l’arresto. Il giudice conosce le carte e noi no. Forse ha ragione. I precedenti però non sono incoraggianti.

Giovanni Bianconi, in diversi articoli apparsi sul Corriere, ha documentato quanto fossero pericolosi i quattro estremisti islamici residenti a Bologna e espulsi dal ministero dell’Interno dopo che il gip non aveva convalidato gli arresti disposti dalla Procura. Nel computer di uno di loro ( Corriere di mercoledì) c’era, insieme a predicazioni jihadiste, un manuale con istruzioni per la guerriglia urbana.

Il Foglio della settimana scorsa ha evocato un’inquietante connessione fra la strage di Parigi e l’Italia. L’indottrinatore dei terroristi di Parigi, Bassam Ayachi, arrestato nel 2008 a Bari per organizzazione di immigrazione clandestina, poi accusato di terrorismo per via di una telefonata in carcere in cui si progettava un attentato, e condannato a otto anni, venne dapprima inspiegabilmente rilasciato e poi assolto in Appello. I giudici lasciarono libero di andarsene in giro un black mamba , un serpente velenosissimo e mortale.

Nel settembre del 2014 il settimanale L’Espresso fece un’inchiesta sugli ormai troppi casi di jihadisti, accusati di terrorismo internazionale, passati per le mani della giustizia italiana e assolti o comunque lasciati liberi di continuare altrove la loro mortale attività. Per esempio, accadeva che certi giudici fossero disposti a riconoscere come «opinioni», libere manifestazione del pensiero, non perseguibili, i proclami jihadisti (sgozziamo tutti gli infedeli, e simili).

Ma il punto è che quei proclami non erano «opinioni», erano atti di guerra, anelli di una catena di azioni che portavano (e portano) all’assassinio di persone inermi. L’avvocato ha il diritto di dire che un proclama jihadista è una libera opinione. Ma c’è un problema se il giudice ci crede. Il proclama jihadista non è un’opinione e il jihadista non è un qualunque cittadino: è il soldato di una guerra santa globale, parte di una comunità di combattenti che pensa di agire in nome di Dio.

Chi crede che sia «illiberale» perseguire un jihadista che promette morte e distruzione non sa nulla di liberalismo. Non è per niente liberale dire che non abbiamo il diritto di difenderci da chi dichiara di volerci colpire, essendo la libertà dall’assassinio la prima libertà, senza la quale nessun’altra libertà è possibile. Magari, le inchieste di stampa hanno registrato solo una serie (piuttosto lunga) di «infortuni». Magari, un’analisi più sistematica potrebbe mostrare un quadro diverso. L’impressione però è che non sia (ancora?) così.

Ci sono due possibili obiezioni a quanto qui sostenuto. La prima è debole, la seconda è vera solo a metà. L’obiezione debole è quella secondo cui, così come la magistratura fece la sua parte all’epoca delle Brigate Rosse (anni Settanta), non c’è motivo di credere che - sbandamenti iniziali a parte - non la farà contro il terrorismo islamico.

Le situazioni sono diverse. Non c’è solo la differenza fra terrorismo nazionale e terrorismo transazionale, molto più sfuggente. C’è, soprattutto, il diverso ruolo della magistratura. All’epoca del terrorismo italico, essa accettava il primato della politica o, se si preferisce, era al guinzaglio dei partiti.

La parte meno raccontata della vicenda del terrorismo brigatista riguardò la sotterranea competizione fra il Pci e la Dc. Il Pci che aveva assunto posizioni dure (per via dell’«album di famiglia») contro i brigatisti, sostenne con forza l’azione antiterrorismo della magistratura riuscendo così a scalzare la Dc come suo principale «partito di riferimento». In ogni caso, c’erano partiti forti e i magistrati ne seguivano le indicazioni.

I partiti di allora non ci sono più e la magistratura non riconosce più il primato alla politica. Si considera al servizio della sola Costituzione. Tradotto, significa che le indicazioni che vengono dalla politica saranno accettate solo se i magistrati le condividono. Il governo può benissimo varare misure dure contro il terrorismo, rafforzare polizia e intelligence , eccetera, ma se poi certi magistrati non le approvano possono vanificarne il lavoro. Il rischio è che si continui come oggi, con i magistrati in ordine sparso: alcuni scelgono il rigore, altri l’opposto. Con l’effetto finale di rendere inefficace l’azione di contrasto.

Come sempre, il confine è sottile: dove comincia l’ingerenza che attenta alla libertà del magistrato e dove finisce la legittima aspettativa che la magistratura remi nella stessa direzione di chi cerca di bloccare una minaccia mortale? La seconda obiezione è solo una mezza verità. C’è chi dice: tutto dipende dalle leggi, se sono sbagliate l’azione dei magistrati ne risente. È vero ma solo fino a un certo punto. Possono esserci certamente leggi inadeguate. Ma le leggi non sono tutto. Contano anche le prassi giudiziarie, le quali possono piegare le leggi in una direzione o nell’altra a seconda degli orientamenti della magistratura.

Gli atteggiamenti «morbidi» documentati dalla stampa sono cosa del passato? Il salto di qualità fatto dal terrorismo obbligherà anche certi magistrati a rimodulare orientamenti e pratiche? I «machiavellici» (che non hanno mai letto Machiavelli) pensano che sia un bene se quella rimodulazione non ci sarà, se gli atteggiamenti «morbidi» non verranno abbandonati.

Magari è questa la ragione per cui, pensano i machiavellici, nessun attentato serio ha ancora colpito il nostro Paese. A parte il rischio che altri governi europei giungano alle stesse conclusioni accusandoci così di doppio gioco, per quanto tempo una simile immunità potrebbe durare?

Risorsa o anello debole. Al momento, è difficile stabilire che cosa sarà la magistratura, nel suo complesso, nelle prossime fasi di questa guerra difensiva.

27 novembre 2015 (modifica il 27 novembre 2015 | 07:11)

Lei è morta, non posso curarla» L’incubo burocratico di Gaetana

Corriere della sera
di Paolo Di Stefano

Una 44enne combatte contro l’anagrafe: scambiata per una novantenne scomparsa nel 2012, da tre anni non può più fare niente. Ma ora per lo Stato sarebbe «risorta»

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Si chiama Gaetana Simoni, è nata a Comacchio il 16 dicembre 1972, ma il 13 agosto 2012, quando è morta un’altra Gaetana Simoni, sua omonima quasi novantenne, è morta pure lei (sulla carta): nel senso che la burocrazia è impazzita, ha confuso le identità e l’ha registrata tra i defunti. Eppure Gaetana era viva e ha continuato a vivere all’insaputa del Comune, dell’Agenzia delle Entrate, dell’Asl e di tutti gli enti pubblici.
La scoperta: «Sei morta, non posso curarti»
Un mese dopo, in settembre, è andata dal suo medico per i soliti problemi di sinusite e ha scoperto di essere morta: «Dunque, essendo morta – le ha detto il medico – io non posso né visitarla né prescriverle delle medicine». Gaetana fa le corna, si accerta di essere se stessa, forse si tocca il polso con le dita, forse si guarda allo specchio, forse si pizzica un braccio, va in Comune sulle sue gambe per comunicare di essere in vita. L’Ufficio anagrafe ne prende atto e risolve lo spiacevole equivoco con tante scuse.

Ma quando Gaetana torna dal medico, si accorge di essere ancora morta: eppure le sembra di essere viva, ha un bambino di sette anni, un marito, nessuno direbbe che è defunta. Ha lavorato come operaia agricola in un vivaio, poi in un’industria di frutta surgelata, in un supermercato, nella cucina di una rosticceria. E a vederla muoversi, parlare, camminare, gesticolare, neanche i suoi datori di lavoro e i suoi colleghi sospetterebbero di avere a che fare con una persona defunta. La burocrazia nazionale, invece, si ostina a confonderla con la povera omonima e compaesana morta, lei sì, davvero.
Tre anni di limbo
In casa, i genitori la chiamano da sempre Natalina, quasi a dichiarare l’evidenza del lieto evento a scanso di equivoci e a futura memoria. Ma non c’è nulla da fare. Se è vero che il Comune l’ha fatta rinascere dopo la prima contestazione, al di fuori di Comacchio Natalina resta la fu Gaetana Simoni. E ogni volta che presenta la sua carta sanitaria, al medico o in farmacia, le ricordano che è morta: «Ho dovuto persino farmi prescrivere degli antibiotici con il nome di mio marito, e la richiesta di una gastroscopia mi è stata respinta. Per fortuna in questi anni non ho mai dovuto rinnovare la carta d’identità, il passaporto o la patente, altrimenti sarei rimasta senza documenti».
Morta anche per il fisco
Tre anni di limbo, senza mai dimenticare i documenti di riconoscimento e il certificato di morte dell’omonima, da esibire nel caso qualcuno le contestasse di non essere in vita. Qualche giorno fa, sperando di uscirne definitivamente, è andata all’Agenzia delle Entrate chiedendo una nuova tessera sanitaria, visto che la vecchia era in scadenza, ma la richiesta è stata respinta. Anche per il fisco era deceduta, visto che erano in possesso di un atto di successione ricevuto dagli eredi.
La «resurrezione»
Il miracolo si è compiuto solo ieri, quando la fu Gaetana Simoni ha raccontato la sua morte amministrativa alla Nuova Ferrara: l’articolo di Annarita Bova ha sollevato il polverone e così, nel giro di un’oretta, Natalina è tornata in vita, pare, definitivamente, o meglio fino a nuovo avviso. Ha dovuto mettere in piazza la sua morte presunta per essere presa sul serio: e ora si augura che i suoi contributi non siano stati inviati in Paradiso, all’indirizzo della defunta realmente defunta. Per fortuna non ha perso il buon umore: «Che cosa dovevo fare? Ogni volta che mi dicevano che ero morta, mi sembrava una barzelletta, li guardavo e ridevo».

26 novembre 2015 (modifica il 26 novembre 2015 | 19:42)