martedì 1 dicembre 2015

La Campania ritorna al nepotismo autorizzato

Corriere della sera

FARSAdi Marco Demarco

Se ne è accorto il Corriere del Mezzogiorno: hanno anche ritoccato i compensi del governatore, degli assessori, del presidente del Consiglio, dei vice, dei questori, dei segretari dell’ufficio di presidenza e dei capigruppo. Vincenzo De Luca tace.

È più biasimevole il familismo amorale che i consiglieri regionali campani hanno appena rispolverato con un oplà legislativo o lo è di più il facciatostismo con cui hanno tentato di giustificarsi? Il quadro è in ogni caso sconfortante, tanto più che è proprio dai Consigli regionali che dovrebbe gemmare il prossimo Senato della Repubblica. Un giorno, Benedetto Croce si domandò cosa fosse il regionalismo. Questa fu la risposta: «È una delle tante forme in cui si manifestano l’egoismo, l’avidità, la meschinità morale e intellettuale». Appunto.

Tre anni fa, quando Batman, al secolo Franco Fiorito, scandalizzava l’opinione pubblica con i suoi rimborsi facili, i consiglieri regionali campani, per farsi belli, votarono all’unanimità una legge «urgente». «Norme per una Regione equa, solidale e trasparente», scrissero. Dentro ci misero di tutto: via le auto blu, via le consulenze retribuite, mai la nomina di un parente in linea retta, e mai e poi mai distacchi comandi o contratti a familiari dei consiglieri regionali fino al terzo grado parentale.

L’altro giorno, però, l’improvviso ripensamento. Vada per il no a genitori, figli, suoceri, generi e nuore (parenti e affini di primo grado); e a nonni, fratelli, sorelle e cognati (di secondo grado); ma perché accanirsi contro zii e nipoti? Ecco dunque il via libera ai parenti di terzo grado. Ed ecco il facciatostismo di cui sopra. «Abbiamo solo applicato le norme del codice civile», hanno detto i controriformatori: demagoghi ieri, opportunisti oggi.

Ma i consiglieri non si sono limitati a questo. Se ne è accorto il Corriere del Mezzogiorno: hanno anche ritoccato i compensi del governatore, degli assessori, del presidente del Consiglio, dei vice, dei questori, dei segretari dell’ufficio di presidenza e dei capigruppo. Vincenzo De Luca tace. Non acconsente. Per eccesso, però. Per lui, assessori e consiglieri dovrebbero guadagnare di più: almeno quanto i ministri e i parlamentari.

1 dicembre 2015 (modifica il 1 dicembre 2015 | 08:58)

Sassari, scuola nega visita di Natale all’arcivescovo: «Inopportuna, non tutti sono cattolici»

Corriere della sera

di Alessandro Fulloni

La decisione approvata dal consiglio dei docenti della San Donato (122 bimbi non cattolici su 250) su richiesta della dirigente: l’incontro semmai si faccia in Chiesa

Un interno della scuola San Donato di Sassari

Su 250 bambini 122 non sono cattolici e il consiglio dei docenti di una scuola di Sassari decide di non ospitare la tradizionale benedizione natalizia del vescovo. «Non opportuno». Semmai si faccia in chiesa, coinvolgendo i genitori. Succede nella primaria di San Donato, centro storico basso della città, quartiere assai simile a un melting pot di gente che viene da Cina, India, Sri Lanka, Africa, paesi arabi.

Il consiglio dei docenti, guidato dalla dirigente Patrizia Mercuri, ha detto no alla visita dell’arcivescovo Paolo Atzei all’interno della scuola pubblica, preferendo concordare con la curia una visita dei bambini nella vicina chiesa di San Donato, coinvolgendo dai genitori. «Decisione pessima, qui siamo davanti ad autocensura preventiva», sbotta l’ex governatore sardo Cappellacci (Fi).

La scuola, attiva da anni nei progetti di integrazione, è un laboratorio di etnie e religioni, spesso portata ad esempio dal Comune come efficace laboratorio di culture diverse, dove i bambini italiani convivono con gli stranieri, in particolare nordafricani e cinesi.
«Ci sono equilibri particolari e molto fragili»
«Non sono mai stata contattata direttamente con la Curia. Ho sempre interagito con persone che sono state inviate dai diversi parroci a parlare coi docenti», ha precisato Mercuri riferendosi alla visita dell’arcivescovo. «Abbiamo ritenuto opportuna quella decisione -ha aggiunto- visto che la nostra scuola è un mondo molto particolare riconosciuta per le sue attività multiculturali. Ci sono equilibri particolari e molto fragili. Chi si vuole interfacciare con la nostra scuola deve cercare di capire. Qui tutte le culture hanno spazio. Collaboriamo con tutte le agenzia del territorio che si occupano di multiculturalità, comprese quelle cattoliche».
Semmai in Chiesa, coinvolgendo i genitori
Al consiglio docenti, la dirigente scolastica Patrizia Mercuri ha proposto di valutare la possibilità che l’incontro con monsignor Atzei si svolgesse in chiesa e coinvolgesse solo i bambini cattolici o quelli che non appartengono dichiaratamente ad altre confessioni religiose. Alla fine gli insegnanti hanno deciso che l’incontro prenatalizio non si farà neanche fuori dalle mura scolastiche, se non con il coinvolgimento dei genitori.
La dirigente: «Rispettare modo di operare della nostra scuola»
«Trarremmo sicuramente un grosso vantaggio culturale nel dialogare con il vescovo e le associazioni cittadine sulla situazione in cui versa il quartiere e sulla necessità di costruire un progetto di pace e di convivenza civile - dice Patrizia Mercuri - ma occorre rispettare anche il modo di operare della nostra scuola».
L’ex governatore Fi Cappellacci: «Pessimo messaggio»
La decisione presa dal collegio docenti sta suscitando polemiche. «È un pessimo messaggio: non si può insegnare ai nostri figli che, in nome di un malinteso concetto di tolleranza, il rispetto di una religione passi attraverso l’autocensura preventiva delle nostre tradizioni e del credo di molti italiani» ha detto Ugo Cappellacci, coordinatore regionale di Forza Italia ed ex governatore sardo che ha chiesto «al ministro Giannini e all’assessore della Giunta Pigliaru, di intervenire per bloccare questa singolare emulazione del caso Rozzano e garantire quello che in Italia dovrebbe essere pacifico: la piena liberta’ di seguire le nostre tradizioni».

alefulloni
30 novembre 2015 (modifica il 30 novembre 2015 | 19:37)

 

Sassari, pace fatta tra preside e vescovo

nicola pinna

Il caso del “no” alla visita pastorale si è chiuso con una telefonata chiarificatrice:

Matteo Salvini non ha avuto il tempo di arrivare in Sardegna. Perché tra il vescovo di Sassari e la dirigente della scuola elementare San Donato hanno già fatto pace. Il caso del “no” alla visita pastorale si è chiuso con una telefonata “chiarificatrice”, fanno sapere dalla Curia e dalla scuola. La giornata era stata ricca di altre polemiche. Sulla scuola del centro storico si sono puntati i riflettori delle televisioni e il caso ha continuato ad alimentare la discussione sui sociale network. Davanti all’istituto, nel primo pomeriggio, c’è stato anche il sit-in (con volantinaggio) dei consiglieri comunali di Forza Italia. E qualcuno vociferava che anche il leader della lega stesse organizzando un blitz a Sassari, dopo essersi presentato con il presepe in mano nella scuola di Rozzano. 

La polemica era tutta legata alla decisione della scuola (122 alunni stranieri su 288) di non accogliere la visita pastorale che monsignor Paolo Atzei ha organizzato prima di Natale. La decisione l’aveva presa la preside Patrizia Mercuri ma con lei erano d’accordo tutti gli insegnanti. «La scuola è laica e io ho il dovere di tutelare questo principio, anche se sono una cattolica praticante – aveva detto la dirigente – La visita pastorale e la messa rischiavano di creare disagio ai bambini che professano altre religioni o di irritare i loro genitori. Avevo dato il consenso perché gli alunni cattolici andassero a incontrare il vescovo in chiesa, ma non avevamo gli insegnanti sufficienti per organizzare le uscite e le lezioni per gli altri». 

Nei giorni delle grandi polemiche sulle feste di Natale nelle scuole, anche a Sassari è scoppiato il caso. Ma nel luogo in cui nessuno se l’aspettava: all’interno della scuola considerata esempio a livello europeo per i progetti (ben riusciti) di integrazione tra alunni di nazionalità e religione diverse. Contestazioni via Facebook, botta e risposta tra politici e vivaci discussioni tra intellettuali. Il vescovo si è detto subito dispiaciuto, ma non ha fatto cadere nel vuoto l’invito della dirigente scolastica a organizzare un incontro su temi culturali e non sui dogmi religiosi. «Non c’è alcun problema, ho spiegato a monsignor Atzei le nostre motivazioni e ho ribadito il nostro interesse a confrontarci con lui – fa sapere Patrizia Mercuri dopo la telefonata chiarificatrice – Per questo abbiamo convenuto sull’opportunità di incontrarci e gettare insieme le basi per un comune progetto in favore della comunità». 

Quell’inutile otto per mille alla Chiesa

Nino Spirlì

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Gesù di Nazareth non era sacerdote. E’ un dato inconfutabile.
Gesù di Nazareth è stato fatto fuori non da “Cesare”, ma da Caifa, sacerdote, capo del Sinedrio, e dai suoi complici.
Gesù di Nazareth, in questi duemilaquindici anni, è stato crocifisso ogni giorno da chi, vestendo la tonaca, ne ha macchiato la Santità.
Gesù di Nazareth non la possedeva nemmeno, la tunica che indossava. Gliel’hanno pure sequestrata. E’ morto nudo.

I preti che conosco io vestono abiti griffati, indossano scarpe griffate, profumano come mignotte di antichi bordelli, sono ingioiellati più delle statue che portano in processione, guidano automobili fuoriserie, sempre nuove, sempre più lussuose. Non muoiono mai. E, se lo fanno, nella bara si portano il calice d’argento.

I preti che conosco io sono fidanzati. Ognuno come può. Ognuno come vuole.
I preti che conosco io hanno sempre il tetto della chiesa che deve essere risistemato, il cestino delle offerte sempre in azione, il conto in banca sempre più grasso.
I preti che conosco io non hanno pietà per i pensionati e per i poveri, dai quali pretendono l’offerta e ai quali, in caso di necessità, non danno che qualche consiglio. O, eccome se lo fanno!, il facsimile del proprio protetto alle elezioni.

Già! Lo danno assieme alla pasta e alle scarpe usate. Incollato alla cera della provola, che durante le elezioni si trova, e per il resto dell’anno, no.
I preti che conosco io non celebrano una messa in più, neanche se è il due novembre e sei al cimitero per la Giornata dedicata a Chi è passato nel Mondo a Fianco.

I preti che conosco io danno la comunione alle beghine divorziate, ma non alle divorziate. Ai mafiosi generosi, ai benefattori della parrocchia anche quelli che rubano e ammazzano, ma non a quell’omosessuale che (non) gliel’ha dato.
I preti che conosco io diventano anche vescovi e cardinali e papi.

I preti che conosco io li leggo sui giornali coi nomi occultati. Li legge il mio amico Andrea, che, lui sì ci va sulle chat gay. Li leggiamo tutti sulle bocche di tutti, che sanno e dicono, ma non denunciano.
A questi preti c’è ancora chi regala l’otto per mille. Per consentire loro il vizio e l’arroganza.
I preti che conosco io non sono buoni come quelli degli spot pubblicitari sull’otto per mille, che curano i malati, educano i bambini, convertono i mafiosi, accompagnano i bisognosi, gli affamati, i derelitti.

No. Quelli, i belli e buoni, sono attori. O mosche rare.
Ce la raccontano, la favoletta del prete buonissimo e santissimo, solo in prossimità della scadenza del modello Unico. Poi, più!
I preti che conosco io votano PD. Parlano male del proprio vescovo. Parlano male del Papa, se predica la povertà e la castità. Parlano male dei santi, tranne che durante le gite ai santuari. Per le quali non pagano la quota d’iscrizione.

Parlano male.
E razzolano peggio.
Sono “al caldo” del ventre di santa madre chiesa. Non conoscono la fame e il bisogno. Sono preti. Mica Unti.

Ha voglia, Bergoglio, a frustarli. Non li piega. Non li convince. Salgono sul primo treno per tornare a casa e si lasciano sfuggire anche un deprecabile “Questo deve fare la fine dell’altro”. Più o meno.
Eppure, ancora c’è chi regala l’otto per mille a questa orrenda banda di lestofanti.
Una banda organizzata, che possiede nel mondo migliaia di milioni di dollari in beni immobili, più milioni di opere d’arte di valore inestimabile, più miliardi di euro in lingotti d’oro e argento…

2

Che sciocco, Gesù! Morì povero! L’avesse saputo, che da lì a poco sarebbe diventato così ricco, si sarebbe fermato a 33?
E, ora che lo sa, che oltre a quello che ha già in tasca, ogni anno incassa milioni di euro anche con l’otto per mille per stupidi, perché non risuscita?
Che Dio strano, il mio Dio!
Mi fa quasi tenerezza. Come dire, più Figlio che Padre. Mi viene, addirittura, da difenderlo. Dai preti arricchiti.
Così, fra me e me. Cristiano. In preghiera.

#boycottottopermillechiesacattolica

Presepe, ci mancava solo il martire anticlericale

Sabrina Cottone



Già l’idea che ci sia un preside che vuole cancellare i festeggiamenti di Natale a scuola per non urtare i fedeli di altre religioni sembra follìa. Qui non è in gioco solo il Presepe, che è bello, buono e artistico, ma tutta la nostra cultura. E non voglio parlare delle radici cristiane dell’Europa, che pure sono un’innegabile realtà.

Dopo avere eliminato il Natale perché religiosamente scorretto, che cosa faremo? Per non urtare i fedeli islamici decideremo di nascondere nel ripostiglio la Venere di Milo, distruggere le statue di Apollo perché mostrano le pudenda, bandire dai musei e dai libri di storia dell’arte i kouroi greci, rinnegare tutta la storia, la cultura, l’arte da cui arriviamo e di cui siamo fatti? Qualcuno un giorno deciderà che la Venere del Botticelli non è sufficientemente coperta per essere onorata da una visita degli studenti: la bellezza della dea seminuda potrebbe urtare sensibilità religiose. Mentre ci sono, potrebbero vietarla ai minori.

Ma in tutto questo delirio il problema è che non sono i musulmani a chiedere questo, perché molti di loro non disdegnano di festeggiare il Natale con gli amici cristiani, a casa come a scuola. E quelli di loro che conoscono la propria fede considerano Gesù un profeta e venerano la Madonna come la Vergine che lo ha partorito.

Tolti fanatici, estremisti ed esibizionisti in cerca di popolarità in qualche talk show pronto ad abboccare, non sono le persone di fede islamica a lanciare folli idee come quella di abolire il Presepe e il Natale. E neppure intellettuali innamorati della laicità alla francese (anche se, visti i frutti di sangue, forse qualche dubbio potrebbe venire anche a loro).

Sono gli anticlericali più noiosi e perfettini, quelli che usano la scusa della fede per rompere le scatole a chi vuole festeggiare in santa pace Natale. A loro, questi che un tempo si chiamavano radical chic e oggi sono in cerca di nuova identità, a loro che, mentre il mondo va in fiamme e i terroristi minacciano la pace e la convivenza civile, pensano che il problema siano i festeggiamenti di Natale perché urtano la sensibilità dei bambini di altre fedi, a questi perdigiorno senza arte né parte che si inventano conflitti che non esistono e anzi si divertono a scatenarne di nuovi, a questi radical choc vanno le preghiere (un po’ arrabbiate) di questo piccolo blog.

P.S. Che il preside ritiri le dimissioni: ci manca solo il martire del Presepe negato. E poi a Natale siamo tutti più buoni. Semmai, dopo i festeggiamenti, provvederà quel che un tempo si chiamava Provveditorato.

Ladri di tradizioni

Enrico Galletti



Ha il sapore della disintegrazione, più che dell’integrazione. Sono episodi che arrivano puntuali, ogni anno, alla stessa ora e nello stesso periodo. Cambia di poco la trama, cambiano le reazioni e, quando capita, anche le ‘controreazioni’. Ogni anno il ladro di turno tenta di rubare le nostre tradizioni. Ma non delle tradizioni qualsiasi, quelle per eccellenza. Quelle che coinvolgono i bambini, i genitori, le famiglie, quelle che contribuiscono, con tutti gli annessi e connessi, alla magia del Natale.

Quest’anno, a Rozzano, nel milanese, i bambini di un istituto comprensivo dovranno rinunciare alla recita scolastica dei canti natalizi, posticipata a fine gennaio. Il motivo? Gli attentati di Parigi. L’obiettivo? Una maggiore integrazione. L’artefice del provvedimento? Un dirigente scolastico. Il commento? Neanche a dirlo.

(Foto TeleclubItalia)

Una notizia che la dice lunga sull’incredibile perdita di valori alla quale stiamo assistendo. Resto convinto che la convivenza implichi il rispetto di ogni credo. Integrazione significa anche e soprattutto riconoscere i nostri simboli e le nostre tradizioni. Mi chiedo a chi possa dare fastidio un gruppo di bambini che canta Tu scendi dalle stelle davanti a genitori orgogliosi dei propri figli. Credo a nessuno. Ne hanno avuto prova proprio in queste ore alcuni giornalisti, che parlando con genitori di studenti musulmani di Rozzano si sono sentiti dire:

«Ma a chi dà fastidio la festa di Natale? Forse al preside, di certo non alla comunità musulmana. I miei figli hanno sempre partecipato alle feste di Natale a scuola, hanno cantato “Tu scendi dalle stelle” e gli altri canti tradizionali cattolici. Perché si vuole creare un problema che non esiste?». Suo marito, Mahmoud El Kheir, 67 anni: «Chi siamo noi musulmani per dire che cosa si può fare nella scuola italiana? Noi siamo ospiti in questo Paese. Mi auguro che l’opinione pubblica capisca che la decisione non arriva da una richiesta dei genitori musulmani». (Corriere.it)
Nel frattempo, il preside del paese milanese ha dato le dimissioni. Perché mai lo avrà fatto? Non sarà mica che qualche bambino, fra i corridoi della scuola, gli abbia chiesto spiegazioni o, peggio, abbia preteso il crocifisso in classe (cosa che in quell’istituto è del tutto inesistente)? Suggerisco agli insegnanti che accolgono favorevolmente questo provvedimento, come quello di vietare il presepe nelle scuole, di rinunciare spontaneamente alle due settimane di ferie natalizie. Sarebbe coerente e in linea con il vostro pensiero, ammesso che la ‘settimana bianca’ non prenda il sopravvento sui vostri valori.