giovedì 3 dicembre 2015

Il video «magico» che nel 2006 ha convinto Google a comprare Youtube

Corriere della sera

di Elmar Burchia

Due ragazzi cinesi che cantano i Backstreet Boys: il filmato aveva talmente divertito i vertici di Mountain View da persuaderli a sborsare 1,65 miliardi per l'allora start up 



Altri tempi, altri video: oggi molti di quei filmati «virali» non raccoglierebbero più di un centinaio di clic. Eppure, un filmato di due ragazzi cinesi che rifanno a modo loro (in playback) un brano di successo dei Backstreet Boys ha conquistato a suo tempo la ex capo della divisione pubblicitaria di Google, Susan Wojcicki, a tal punto da convincere i piani alti di BigG a comprare Youtube (per ben 1,65 miliardi di dollari).
Il preferito di Wojcicki
Che Internet sarebbe oggi senza Youtube? Difficile da immaginare. Tuttavia, nel 2005, anno in cui fu fondato da Steve Chen, Chad Hurley e Jawed Karim, non era che una piccola start up della Silicon Valley - oltretutto in perdita. La 47enne Wojcicki, sorella maggiore di quella Anne Wojcicki ex moglie di Sergey Brin – che fa parte dei cosiddetti Google 20, ovvero i primi 20 dipendenti del gigante di Mountain View – nel 2006 era responsabile delle acquisizioni per il motore di ricerca.

Wojcicki aveva già puntato un occhio su Youtube; a convincere la manager (e successivamente i vertici del colosso californiano) a comprare la società è stato però un video di tre minuti e mezzo di due ragazzi cinesi in tuta che si riprendono dalla loro cameretta mentre cantano in lip-sync «As Long As You Love Me». A raccontare il curioso aneddoto è stata in questi giorni la stessa Wojcicki dal palco della seconda edizione del «Fortune Most Powerful Women Next Gen Summit» a San Francisco.
Acquisizione record
«Esattamente questo è stato il video che mi ha fatto dire: ‘wow, le persone in tutto il mondo possono creare contenuti, senza dover essere per forza dentro uno studio», ha spiegato Wojcicki, a capo di Youtube dal febbraio 2014. L’acquisizione record era avvenuta appena sei mesi dalla pubblicazione di quel video mentre dalla fondazione erano passati circa venti mesi. «L'équipe di YouTube ha messo insieme una potentissima piattaforma mediatica che completa la missione di Google di organizzare il mondo dell'informazione», aveva commentato allora Eric Schmidt, presidente e amministratore delegato di Google.

VIDEO : I due ragazzi cinesi che hanno convinto Google a comprare Youtube

@elmarburchia
3 dicembre 2015 (modifica il 3 dicembre 2015 | 15:17)

La Turchia nell’Unione? Buonanotte Europa

Corriere della sera
di Beppe Severgnini

Dall’autoradio è uscita una frase del ministro della Difesa Roberta Pinotti, e credevo d’aver sentito male: «Quando la Turchia era fortemente motivata a entrare nell’Unione Europea le fu dato lo stop dalla Francia di Sarkozy, oggi si riapre questa opportunità».
Mi sbagliavo. La frase è stata effettivamente pronunciata, durante un’intervista a Maria Latella su SkyTg24.

Una curiosa opportunità davvero. Breve riepilogo della recente cronaca turca. Pochi giorni fa l’abbattimento di un aereo russo Sukhoi sul confine turco-siriano; l’arresto di Can Dündar, direttore del quotidiano Cumhuriyet e di Erdem Gul , caporedattore ad Ankara del giornale antigovernativo; l’assassinio di Tahir Elci, il capo degli avvocati curdi, sabato a Diyarbakir. Martedì una bomba vicino alla stazione della metro di Bayrampasa. Ieri le gravissime accuse dei vertici militari russi al presidente turco Erdogan.

Secondo Mosca - non una fonte imparziale, certo - il presidente e la sua famiglia sono coinvolti nel traffico di petrolio con lo Stato Islamico.

«In cinque giorni sono avvenute più cose in Turchia che in cinquant’anni in un Paese scandinavo», dice un diplomatico europeo citato dal Sole 24 Ore . Sembra un buon riassunto.
Anni di negoziati non hanno portato a nulla, nonostante amici potenti a Roma e a Londra (Silvio Berlusconi, Tony Blair). C’è un motivo. La Turchia non è nell’Unione Europea perché non è pronta. La religione - 98% di musulmani (68% sunniti, 30% sciiti) - non conta. Contano i clamorosi ritardi strutturali. Contano le censure ai social media, le intimidazioni ai giornali, gli attacchi alla libertà di espressione, le brutalità poliziesche. E pesano le tragedie senza spiegazioni, come quella del 10 ottobre: strage alla marcia pacifista, 95 morti.

Dispiace per i molti turchi che ci hanno creduto, per quelli che l’Europa la meritano. Ma è un carico che l’Unione Europea non può assumersi: dobbiamo unirci, non dividerci; concentrarci, non diluirci.
La Turchia, oggi, non rispetta la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Che nessuno mai cita: ma è alla base di tutto.

Le alleanze militari e le opportunità economiche sono più importanti? Non è vero: contano i principi. Se svendiamo quelli, buonanotte Europa.

3 dicembre 2015 (modifica il 3 dicembre 2015 | 07:23)

Selfie d’accusa

La Stampa
massimo gramellini

Una settimana prima di essere uccisa a Perugia dal marito, l’avvocato Raffaella Presta si era fatta un selfie del proprio volto tumefatto e lo aveva spedito al fratello e all’amica più cara con il commento: «Ecco come mi ha ridotta» e la chiosa amara «Incidente domestico, diciamo». Oltre che uno sfogo, forse una richiesta di aiuto: io non ce la faccio a denunciarlo, pensateci voi.

Il tema è immenso e chiama in causa tutti: la bestialità gelosa di certi maschi che confondono l’amore con il senso del possesso e l’impossibilità per certe donne di abbandonare da sole un nido diventato mattatoio, persino quando ne avrebbero gli strumenti culturali e giuridici: Raffaella Presta era un’esperta di diritto di famiglia. Chiama però in causa anche gli amici di entrambi. Ma mentre esiste sempre l’ipotesi che il marito violento riuscisse a nascondere agli altri la propria natura e la scatenasse soltanto tra le mura domestiche, il selfie della vittima testimonia che qualcuno all’esterno della coppia era stato avvertito.

Le colleghe di Raffaella l’avevano vista arrivare a giugno in ufficio con un timpano rotto a furia di botte e l’avevano scongiurata affinché chiamasse i carabinieri. Ma perché non li avevano chiamati loro? Perché uno dei destinatari del selfie d’accusa non si è presentato in procura sventolando l’immagine impressa nel suo telefonino? Quel selfie era a tutti gli effetti una notizia di reato. Il proverbio dice: tra moglie e marito non mettere il dito. Ma se il marito comincia a usare i pugni, almeno un dito bisognerebbe mettercelo eccome.

L'ultima vergogna di Marino: ha graziato gli hooligans

Patricia Tagliaferri - Gio, 03/12/2015 - 08:47

Il Comune di Roma non si è costituito parte civile contro i tifosi olandesi che danneggiarono la Barcaccia di piazza di Spagna. E anche il Viminale si dimentica dei poliziotti feriti

Le immagini della Barcaccia ridotta a una discarica dai tifosi del Feyenoord avevano fatto il giro del mondo e i danni subiti dalla fontana di piazza di Spagna erano stati calcolati in oltre cinque milioni di euro.Eppure venerdì a Rotterdam alla prima udienza del processo ai 44 supporter della squadra olandese che, ubriachi prima della partita di Europa League contro la Roma dello scorso 19 febbraio, hanno danneggiato il marmo del capolavoro del Bernini gettandoci dentro centinaia di bottiglie di vetro e aggredito i poliziotti che cercavano di riportare l'ordine, si è aperto con un'assenza eccellente: quella del Comune di Roma.

Proprio così. Anche se suona strano, il Campidoglio all'epoca dei fatti ancora guidato dal sindaco Marino che aveva detto «chi rompe paga», non si è costituito parte civile e non comparendo tra le vittime dell'inciviltà degli hooligans non avrà diritto ad alcun risarcimento in caso di condanna nonostante gli ingenti danni inflitti alla fontana che era stata appena restaurata. Il fatto che il Comune, dopo tutto il clamore suscitato dalla vicenda non solo in Italia, non si sia presentato in udienza, ha stupito anche i giudici olandesi, come ammesso al Gr1 Rai dal portavoce della procura, Ernst Pols.

Anche perché l'autorità pubblica italiana è stata costantemente tenuta aggiornata sull'andamento dell'inchiesta e sull'avvio di un dibattimento il cui esito appare scontato. Tanta indignazione per il salotto della capitale messo a ferro e fuoco da centinaia di ultras che si erano dati appuntamento a Trinità dei Monti prima del match con i giallorossi e poi nessun seguito giudiziario per assicurarsi la condanna dei responsabili e il recupero di almeno parte dei soldi spesi per restaurare di nuovo la Barcaccia. Altra casella vuota al processo olandese è quella del ministero dell'Interno, che pure non si è costituito parte civile per tutti quei poliziotti vittime delle violenze dei tifosi olandesi.

Il modo in cui quel giorno nel prepartita è stato garantito l'ordine pubblico - già oggetto all'epoca di una polemica tra il sindaco Marino e il questore - è stato messo in dubbio durante il processo dalla difesa dei tifosi, che ha definito «amatoriale» l'operato della polizia italiana. Ma in aula non c'era nessuno a sostenere una tesi diversa perché né il Comune né il Viminale hanno ritenuto necessario esserci. Il perché di questa scelta, per la verità, non è chiaro. Forse c'entrano le vicissitudini politiche dell'ormai ex sindaco, forse una semplice dimenticanza.

Neanche l'avvocatura comunale sa dare una spiegazione: era stata avvertita che c'era la possibilità di costituirsi parte civile, ma poi non è arrivata nessuna disposizione dal gabinetto del sindaco e la cosa è passata in cavalleria. Eventuali azioni civili, fanno sapere, sono comunque possibili all'esito dell'accertamento penale. Anche alla sovrintendenza, che dopo i fatti aveva trasmesso al sindaco una relazione sui danni, cadono dalle nuvole. Alla fine la sorte della fontana sembra essere stata più a cuore agli olandesi, che hanno dato anche vita all'associazione «Salviamo la Barcaccia» per raccogliere fondi, che alle autorità italiane.

La barbarie dell’Arabia Saudita e il silenzio dell’Italia

La Stampa
roberto toscano



Siamo contro la pena di morte, ovunque. Per l’Europa l’abolizione della pena di morte non è soltanto un requisito per l’adesione all’Unione, ma addirittura un tratto identitario, una componente essenziale dei propri principi. E l’Italia, con una coerenza che ci fa onore, esercita da anni, soprattutto in ambito Nazioni Unite, una forte leadership nella battaglia per la moratoria delle esecuzioni in un’ottica esplicitamente abolizionista.

Si tratta di una lotta di civiltà paragonabile a quella condotta in passato contro la schiavitù, e proprio per questo siamo fiduciosi che la tendenza verso l’abolizione sia inarrestabile. In attesa del giorno in cui la pena di morte possa passare alla storia risulta tuttavia moralmente ineludibile non solo opporsi alla pena capitale per ragioni di principio, ma denunciare anche, con coerenza e coraggio politico, le offese ai diritti umani che derivano sia dalle modalità delle esecuzioni sia dai reati per cui la pena di morte viene decretata. Il caso più clamoroso è quello dell’Arabia Saudita, dove le esecuzioni vengono eseguite nella capitale mediante decapitazione sulla pubblica piazza (sinistramente nota come «chop chop square») in un osceno spettacolo popolare senza umanità, senza dignità, senza rispetto.

Quello che è ancora più osceno è l’elenco dei crimini punibili nel Regno saudita con la pena di morte. Come altri Paesi, l’Arabia Saudita prevede la condanna a morte dei colpevoli di omicidio o per traffico di droga, ma in questo caso l’elenco completo dei reati capitali è a dir poco raccapricciante: si va dall’adulterio all’omosessualità; dall’apostasia alla blasfemia; dall’idolatria alla stregoneria.
Negli ultimi tempi, alcuni casi hanno colpito particolarmente l’opinione pubblica mondiale: quello di un giovane saudita, Ali al-Nimer, condannato ad essere decapitato e successivamente messo in croce, e lì lasciato marcire, per avere partecipato nel 2012, quando aveva 17 anni, a manifestazioni di

protesta per l’arresto del padre, un clerico sciita anche lui condannato a morte; la condanna alla lapidazione di una donna per adulterio, commesso con un uomo che invece è stato condannato soltanto a cento frustate; la condanna a morte per apostasia nei confronti di un poeta palestinese, Ashraf Fayadh, per avere, nei suoi versi, «insultato Allah e il Profeta» e avere «diffuso l’ateismo».
Ma ad essere clamorosi non sono solamente questi veri e propri eccessi di barbarie retrograda, ma anche i nostri silenzi. Nostri dell’Europa, nostri dell’Italia, pur di solito così attiva nell’opporsi per principio alla pena di morte.

Certo, l’Arabia Saudita è un Paese importante, un partner economico di grande rilievo, soprattutto in materia energetica. Ma il nostro silenzio minaccia non solo di essere in contrasto con il nostro impegno per l’abolizione della pena di morte, ma di farci perdere credibilità. I grandi Paesi, come aspiriamo ad essere, non hanno solo grandi interessi, ma anche grandi valori, e quanto meno fra interessi e valori dovrebbe esserci una tensione. Rinunciare ai secondi, ce lo dicono il realismo e la storia, non garantisce di certo i primi.

E poi, come è possibile opporsi alla decapitazioni di «infedeli» da parte dello Stato Islamico e passare sotto silenzio le esecuzioni di «apostati» da parte dell’Arabia Saudita? Entrambi citano fra l’altro, come fonte, la stessa interpretazione radicale, wahabita, della Sharia. 

Infine il nostro silenzio significa che diamo per scontato che il Paese debba rimanere fermo negli aspetti più retrogradi di antiche tradizioni. In questo modo non rendiamo di certo giustizia a una popolazione, soprattutto giovane, in cui comincia ad affiorare l’aspirazione a una modernità che non si limiti alla sfera dei consumi e della tecnologia ma comprenda un’evoluzione della società basata sul rispetto delle tradizioni ma non dalla loro feroce ed autoritaria imposizione da parte di regimi prima o poi destinati - dovremmo ormai saperlo - ad essere sovvertiti, proprio per il loro rifiuto di cambiare, da violenti sommovimenti.

Mano leggera con i jihadisti L'Italia "preferisce" espellerli

Fausto Biloslavo - Gio, 03/12/2015 - 08:06

Finora ne sono stati mandati via 62, l'ultimo il capo di una rete bresciana. Una soluzione adottata quando i giudici (spesso) rifiutano la carcerazione

l capo della rete jihadista sgominata due giorni fa a Brescia è stato arrestato in Kosovo, dopo che un gip aveva respinto la richiesta di custodia cautelare in Italia.

Il 23 novembre il Viminale ha espulso quattro marocchini residenti nel Bolognese perché nei mesi precedenti un altro gip aveva fermato il pubblico ministero che voleva metterli dentro. Per non parlare dei casi di espulsione che riportano in auge all'estero gli elementi considerati pericolosi in Italia.Le 62 espulsioni di jihadisti annidati nel nostro Paese fino al 26 novembre sono in gran parte un palliativo quando la magistratura non sbatte in galera i presunti terroristi. Cavilli, interpretazioni discutibili di norme, lacune legislative, una certa propensione «politicamente corretta» a non usare la mano pesante con gli islamici aiutano tanti jihadisiti a farla franca.«La custodia cautelare è più sicura dal punto di vista della prevenzione, ma si utilizza l'espulsione come seconda battuta quando risulta impossibile ottenere un provvedimento giudiziario», ammettono gli addetti ai lavori.

Gli esponenti della rete appena scoperta a Brescia che inneggiavano online alla strage di Parigi e minacciavano il Papa non sarebbero mai rimasti a lungo in carcere se accusati di terrorismo. Per questo motivo qualcuno è stato espulso e altri sottoposti a sorveglianza speciale. Una nuova misura, applicata per la prima volta, quando i sospetti sono ad un passo da compiere un attentato, ma non l'hanno ancora fatto. Il caso più eclatante, però, riguarda il capo della rete kosovara, Samet Imishti. Nei mesi scorsi il gip del tribunale di Brescia aveva respinto l'arresto chiesto dalla procura «perché dopo aver lasciato il nostro Paese non era più tornato». Per fortuna ci hanno pensato i kosovari a mettergli le manette per «apologia di terrorismo e istigazione all'odio razziale».

I quattro marocchini del Bolognese espulsi in novembre, (Abdelali Bouirki, Abdelkrim Kaimoussi, Mourad El Hachlafi e Said Razek) non sono finiti in carcere, perché l'accusa di «addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale» non era più «attuale» ed il materiale jihadista è stato scaricato da internet.Il 2 ottobre l'imam «fai-da-te», Sofiane Mezzereg, è stato espulso da Schio, in provincia di Vicenza. Ai bambini islamici insegnava che «la musica è peccato» aizzandoli all'ostilità contro il mondo occidentale e a compiere «gesti eclatanti» da grandi. Di fatto non esistono norme adatte per arrestarlo e per questo motivo l'abbiamo solo sbattuto fuori.La stessa efficacia delle espulsioni è discutibile.

Il 4 ottobre è rientrato in Italia su un barcone, Mohammed Ben Sar sostenendo di essere un perseguitato politico. Peccato che nel nostro paese aveva scontato una condanna per terrorismo di 6 anni ridotta a 4 con relativa espulsione. A Lampedusa è stato riconosciuto ed espulso per la seconda volta.Il 19 gennaio era stato scortato in Kosovo, Rezim Kastrati, per aver abbracciato «l'ideologia jihadista e manifestato l'intenzione di compiere atti estremi per difendere l'onore del Profeta». Ben presto ha seguito il flusso dei migranti nei Balcani ed è rispuntato in Germania, da dove continua a pontificare sull'Islam in rete.Khalid Smina, indagato due volte per terrorismo senza finire in galera, è un marocchino espulso da Imola il 2 aprile.

Sull'aereo decollato da Fiumicino si era fatto un selfie scrivendo una frase che suona come uno sberleffo: «Aeroporto di Roma. Pronto per il decollo».In Marocco è tornato di sua volontà Anass Abu Jaffar per evitare guai. Nel bellunese guidava la preghiera di Ismar Mesinovic e Munifer Karamaleski andati a combattere in Siria con il Califfato. Dopo aver lasciato l'Italia si è beccato un decreto di espulsione che gli vieta di tornare nel nostro paese per dieci anni. Dal Marocco professa la sua innocenza, mentre i Ros dei carabinieri di Padova hanno chiuso una corposa inchiesta su di lui e altri per reclutamento di terroristi, in attesa che la procura di Venezia decida cosa fare.www.gliocchidellaguerra.it

L’Arabia mette a morte il poeta dei versetti “blasfemi”

La Stampa
 maurizio molinari

Fayadh, artista palestinese di 32 anni, è stato accusato di “apostasia” da una corte saudita. Appelli di grazia dagli Usa alla Cisgiordani



«Ha scritto poesie blasfeme»: con questa motivazione il tribunale saudita di Abha ha condannato a morte lo scrittore palestinese Ashraf Fayadh innescando proteste e appelli di grazia, da Ramallah a New York, destinati al sovrano wahabita Salman.

CHI È
Fayadh ha 32 anni, è nato in Arabia da una famiglia palestinese originaria della Striscia di Gaza, ed è una figura di spicco dell’arte saudita non solo per le sue poesie ma anche per essere stato protagonista del gruppo «Edge of Arabia» che ha curato una propria esposizione alla Biennale di Venezia del 2013. Proprio in quell’anno è stato arrestato a seguito di un vivace alterco, in un caffè di Abha, con uno degli avventori che affermava di non gradire le sue strofe considerate in contrasto con i dettami dell’Islam. 

FOTO DI DONNE SUL TELEFONO
Nel processo che seguì, il procuratore lo accusò di «relazioni sessuali improprie con persone del sesso opposto» - sulla base della scoperta di foto di donne sul suo cellulare - con una conseguente sentenza a quattro anni di detenzione e 800 frustate. Le foto divennero un capo di accusa sebbene, per il poeta, fossero di «donne vestite».

L’accusa voleva la condanna a morte ma il giudice la negò, affermando che il poeta palestinese si era «pentito» riconoscendo gli errori commessi. Più organizzazioni per i diritti umani, come «Human Rights Watch», chiesero in quel caso la liberazione del poeta ma l’effetto è stato opposto: a metà novembre è stato assegnato al caso un nuovo giudice che ha ritenuto «non sufficiente» il pentimento di Fayadh in quanto i «versetti apostati» avrebbero richiesto «un comportamento e un linguaggio assai più convinto».

Fra i versetti di Ashraf Fayadh tradotti in Occidente vi sono quelli in cui definisce il petrolio «incapace di fare del male a eccezione delle tracce di povertà che si lascia alle spalle», descrive l’anziano nonno «come una persona a cui piaceva stare in piedi, completamente nudo» e parla di «danzatrici seducenti» per affermare anche che «i profeti si sono ritirati e aspettarli è oramai inutile». Per il giudice del tribunale saudita si tratta di strofe «malefiche» e ha così dato luce verde alla pena di morte, senza tuttavia indicare la data dell’esecuzione. 

Alla genesi dell’intera vicenda, secondo la sorella Raeda Fayadh che vive a Gaza, vi sarebbe una «colossale incomprensione» perché l’alterco originale «avvenne in un bar mentre stavano guardando una partita di calcio in tv e sono volate parole grosse» fino a quando uno dei presenti ha chiamato la polizia religiosa del regno accusando il poeta di aver «insultato Maometto e l’Islam nel suo libro di poesie» determinandone l’arresto.

ONG IN CAMPO
A Ramallah sono molti i poster di Ashraf Fayadh esposti in pubblico, i media palestinesi lo descrivono come un «caso di libertà di coscienza» e sul web è iniziata la campagna #freeAshraf a cui hanno aderito anche il poeta siriano Adonis e quella britannica Carol Ann Duffy, co-firmatari di una lettera aperta al re Salman nella quale affermano di essere «sotto choc» a causa di una «sentenza da rivedere» perché «avere delle idee non significa commettere crimini» in quanto «ognuno ha il diritto a esprimere le proprie opinioni».

Amnesty International ha raccolto oltre 22 mila firme per una campagna tesa a obbligare Riad a rivedere la condanna. «La sentenza di morte dopo un processo farsa ai danni di Ashraf Fayadh - afferma Sevag Kechichian, ricercatore sull’Arabia di Amnesty - è un’ulteriore dimostrazione di come le autorità del regno intendono piegare i diritti umani ai loro bisogni privati». 

Da qui l’appello di «Human Rights Watch», con Sarah Leah Whitson direttrice per il Medio Oriente, a re Salman affinché conceda la grazia perché «non è accettabile che l’Arabia Saudita decida di mettere in prigione una persona solo in quanto afferma ciò che pensa». A far crescere l’ondata di proteste verso la casa reale wahabita c’è la prospettiva che «un poeta di trent’anni venga decapitato in pubblico», aggiunge Whitson.

Nemmeno il grande imam condanna l'Isis

Fausto Biloslavo - Gio, 03/12/2015 - 08:2

"Non è vero che i terroristi non sono musulmani. Anche se sbagliano..."

La foglia di fico sapientemente utilizzata da imam e islamici «moderati» in Italia è che i terroristi delle bandiere nere «non sono musulmani».I nostri ministri su suggerimento di quello degli Esteri, Paolo Gentiloni, utilizzano l'acronimo Daesh, quando parlano di Califfato «per evitare di chiamarlo Stato islamico perché a fronteggiarsi sono anche due visioni dell'Islam e noi dobbiamo evitare di mettere tutti nello stesso sacco, spiega il responsabile della Farnesina.Peccato che ieri sia arrivata la doccia fredda del grande imam dell'università islamica di Al Azhar a il Cairo, tempio della dottrina musulmana sunnita nel mondo.

Ahmed al Tayeb ha candidamente spiegato che i tagliagole del Califfo «non sono miscredenti». Al quotidiano egiziano, al Masry al Youm, ha dichiarato che «non può lanciare anatemi di miscredenza su nessuno, nemmeno su Daesh (lo Stato islamico)». Questo significa che i terroristi, anche se sbagliano, sono e rimangono musulmani a differenza della litania ripetuta in Italia. Il teologo ha ulteriormente spiegato che «è in corso un dibattito tra le scuole giuridiche islamiche circa la possibilità di dare del miscredente a chi compie peccati gravi. Noi non possiamo dire che sono usciti dalla fede».

Esattamente il contrario della facile tesi propagandata nelle manifestazioni, poco numerose, della comunità islamica italiana contro il terrorismo. Il Daesh non è Islam e ancora "il terrorismo non rappresenta l'Islam. Si sta strumentalizzando questa religione per scopi politici veniva ribadito in piazza a Roma e Milano. Alla domanda specifica se i terroristi sono musulmani la risposta era univoca: Assolutamente no. Adesso il faro spirituale dell'Islam sunnita li smentisce, ma passerà non a caso sotto silenzio.

La comunità musulmana ed i grandi media preferiscono lanciare il rassicurante messaggio non sono musulmani e quindi non hanno a che fare in alcun caso con gli islamici d'Italia, che vivono nella porta accanto.Il grande imam del Cairo ha aggiunto comunque una condanna riferendosi ai miliziani del Califfo: Possiamo certamente dire che stanno portando la corruzione sulla Terra e che pagheranno nell' aldilà per i peccati che commettono, ma io non posso definirli miscredenti.A questo punto bisognerebbe spiegarlo ai ministri del nostro governo ed agli imam e musulmani di casa nostra che sostengono:

Non lo chiamate Stato Islamico. Sono delinquenti.In tv ha fatto scalpore la letterina in italiano scritta a mano di una ragazzina bosniaca, che citando il Corano sosteneva senza dubbi sono terroristi non musulmani.Pochi hanno sostenuto il contrario. Uno di questi è Shadi Hamid, ricercatore del Centro per la politica mediorientale della Brookings Institution negli Usa. Sul Washington Post ha scritto: "Un'enorme maggioranza dei musulmani si oppone all'Isis e alla sua ideologia. Ma questo non significa che l'Isis non abbia nulla a che fare con l'islam, quando è invece evidente che l'islam ha in effetti qualcosa a che fare con l'Isis".

Dal Cairo è caduta la maschera nonostante lo stesso premier inglese David Cameron, dopo lo sgozzamento di un cittadino britannico in Siria avesse sostenuto che i tagliagole "non sono musulmani ma mostri". Nessuno, però, ha ridotto in piazza a coriandoli la bandiera nera dello Stato islamico, che riporta la professione di fede di ogni musulmano ovvero che Allah è il solo Dio e Maometto il suo Profeta.F.Bil.

Pedofilia online, sacerdote patteggia condanna a due anni e sei mesi

Corriere della sera

Il salesiano, accusato di detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico, si fingeva manager americano. le altre tre persone convolte sono a processo

Ha patteggiato la pena di 2 anni e mezzo di carcere un prete piemontese, don Giorgio Porcellana, arrestato nel maggio scorso nell’ambito di un’inchiesta su un giro di pedopornografia online coordinata dal pm di Milano Giovanni Polizzi. Il sacerdote, un salesiano, attualmente ai domiciliari nella casa dei genitori a Torino, è accusato di detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico. Tra il materiale scambiato sul web dalle persone coinvolte nell’indagine c’erano foto e video con bambini di pochi anni. I bambini, nella maggior parte dei casi provenienti dall’Estremo Oriente, nei filmati e nelle foto erano oggetto di violenze e anche costretti ad avere rapporti sessuali tra loro o con animali.

Secondo le accuse, il religioso aveva acquisito in particolare scatti di preadolescenti. Nelle conversazioni sul web con gli altri indagati, don Giorgio Porcellana aveva celato la sua vera identità. Si fingeva infatti un manager statunitense, spesso in Italia per motivi di lavoro. Il prete aveva vissuto per diversi anni a Oulx, località della Val di Susa, in provincia di Torino, e recentemente era stato trasferito ad Alassio, in Liguria, dove è stato arrestato. Il Tribunale di Milano mercoledì ha accolto quindi la sua richiesta di patteggiamento, che aveva già ottenuto il parere favorevole del pm Polizzi.
Gli altri arresti
L’inchiesta condotta dalla polizia postale aveva portato all’arresto di altre tre persone, anche loro accusate di detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico aggravato dalla minore età delle vittime, attualmente sotto processo con rito abbreviato davanti al gup di Milano Anna Magelli. Nei giorni scorsi il pm ha chiesto la loro condanna a pene da 2 anni e 8 mesi fino a 2 anni e 10 mesi di carcere. La sentenza è prevista per il prossimo 11 dicembre. Altre persone sono invece indagate a piede libero. I presunti pedofili, provenienti da diversi Paesi, si incontravano sul social network russo Imgsrc.ru, utilizzato dagli iscritti per pubblicare immagini di vario genere.

Si lanciavano segnali attraverso commenti in codice a fotografie non pedopornografiche di bambini, spostando poi le conversazioni, quasi sempre in lingua inglese, su altre piattaforme web, dove avveniva lo scambio di migliaia di immagini e video da parte della rete internazionale. Scambio che nella maggior parte dei casi non richiedeva una contropartita economica, ma piuttosto la fornitura di altre immagini con il sistema del “peer to peer”. Le indagini sono state effettuate da agenti della polizia postale sotto copertura, che sono riusciti a infiltrarsi nella rete fingendosi pedofili.

2 dicembre 2015 | 16:43

Le 10 cose che non sapevate su Pablo Escobar

La Stampa
filippo femia



Era figlio di un’umile famiglia contadina, ma a 35 anni era già diventato uno degli uomini più ricchi del mondo. Pablo Escobar diventò il padrone dell’80% del traffico globale di cocaina, arrivando a guadagnare 420 milioni di dollari a settimana. A 22 anni dalla morte la sua storia continua a ispirare film, libri e serie tv. Ecco 10 cose che (forse) non sapevate. 

1 - FURTO DI LAPIDI
La sua carriera criminale iniziò quando era adolescente. Si dedicava al furto di lapidi, poi passò a quello di automobili e al contrabbando di elettrodomestici. Prima del grande salto nel mondo del narcotraffico.

2 - 2500 DOLLARI DI ELASTICI
Spendeva 2500 dollari al mese per acquistare elastici con cui avvolgere le pile di contanti.


Foto: l’attore Andres Parra, protagonista della serie “El patron del mal”

3 - IL GIORNO IN CUI BRUCIO’ DUE MILIONI
Si racconta che quando era latitante nelle montagne colombiane bruciò due milioni di dollari di banconote per riscaldare la figlia dal freddo della notte.

4 - NELLA CLASSIFICA FORBES
Nel 1998 Forbes lo inserì al sesto posto nella classifica degli uomini più ricchi del mondo, con un patrimonio di 25 miliardi di dollari. 


FOTOSEDE

5 - IL DENARO MANGIATO DAI TOPI
Il denaro del cartello di Medellin era conservato in fattorie e cantine. Si calcola che un miliardo all’anno venisse perso a causa dei topi e dell’umidità che danneggiavano le banconote.

6 - ESCOBAR IL “BENEFATTORE”
Si offrì di pagare il debito estero colombiano - stimato in 10 miliardi di dollari - per evitare l’estradizione negli Stati Uniti d’America.



7 - UNA FORTUNA INCALCOLABILE
Nonostante un calcolo ufficiale sia impossibile, si ritiene che in tutta la vita accumulò un patrimonio di oltre 30 miliardi di dollari. Arrivò a trafficare 15 tonnellate di cocaina al giorno: 8 dei 10 chili che arrivavano negli Usa erano suoi.

8 - L’EDEN CON IPPOPOTAMI E LEONI
Uno zoo privato con ippopotami, giraffe, leoni e elefanti e altre 1500 specie. L’“Hacienda Napoles”, costruita nella località di Puerto Triunfo, era un paradiso di 5mila ettari dove Escobar andava “in vacanza”. All’ingresso c’era il velivolo utilizzato per la prima consegna di droga negli Usa.



9 - LA LUNGA SCIA DI SANGUE
Secondo i calcoli ufficiali, in vent’anni di carriera criminale, fece uccidere oltre 4mila persone. Fra loro un candidato presidente, più di 200 giudici, migliaia di poliziotti e decine di giornalisti.

10 - LA PASSIONE PER I MOTORI
Amava il mondo dei motori e si mise al volante in più di un’occasione. Quando era giovane partecipò a diverse competizioni automobilistiche.


Foto: l’attore brasiliano Wagner Moura interpreta Escobar nella serie “Narcos”