venerdì 4 dicembre 2015

Terrorismo, il capo della cellula jihadista decapitata in Alto Adige era mantenuto dai servizi sociali

Il Fatto Quotidiano
di Lorenzo Galeazzi

Il comune di Merano pagava l'affitto del monolocale usato come base logistica dagli islamisti. E il loro leader, che viveva grazie all'assegno sociale, frequentava il corso da fabbro della provincia di Bolzano per “imparare a costruire ordigni artigianali”. Uno dei sui sodali, anche lui mantenuto coi denari pubblici, "li devolveva per finanziare attività terroristiche"

Terrorismo, il capo della cellula jihadista decapitata in Alto Adige era mantenuto dai servizi sociali

“Sto pensando di lasciare il Paese nel caso i servizi sociali taglino il mio sussidio”. Ci sarebbe da augurarselo, perché a proferire queste parole è Abdul Rahman Nauroz, cittadino curdo iracheno e “capo italiano” della presunta cellula jihadista, che aveva base in Alto Adige, disarticolata dall’inchiesta Jweb. L’operazione, nata da un’indagine del Ros dei Carabinieri del 2011, ha coinvolto le polizie di mezza Europa e lo scorso 12 novembre ha visto finire in galera 17 persone. Sei solo in Italia, anche se due verrano scarcerate qualche giorno dopo. Nauroz è l’esponente di punta, ma non è l’unico presunto guerrigliero a sbarcare il lunario grazie al welfare italiano.

L’organizzazione decapitata, dal nome evocativo Rawti Shax, letteralmente “ritorno alle montagne”, aveva diversi obiettivi: reclutare combattenti per la guerra santa di Daesh in Siria e Iraq, compiere attentati in Europa e rovesciare l’attuale governo del Kurdistan iracheno per sostituirlo con un regime teocratico del tutto simile allo Stato islamico del califfo al-Baghdadi.

Il gruppo, ai comandi del mullah Krekar (detenuto in Norvegia), aveva ramificazioni in tutta Europa, ma una delle sue sedi operative più importanti era sotto le Dolomiti, fra le città di Bolzano e Merano. E, leggendo le oltre 1200 pagine dell’ordinanza, emerge che a finanziare il jihad erano anche gli ignari contribuenti altoatesini.

Sì, perché l’appartamento usato da Nauroz come quartier generale della colonna italiana di Rawti Shax, era stato affittato dal comune di Merano e ceduto gratuitamente al presunto terrorista. Il motivo? L’uomo era un richiedente asilo: come risultava dalla documentazione presentata (poi rivelatasi falsa) era perseguitato, ironia della sorte, dagli estremisti islamici.

E’ in quel monolocale che si tengono le riunioni più importanti del gruppo e le attività di proselitismo. E’ sempre lì che trovano rifugio i complici di Nauroz. “Un crocevia strategico tra nord Europa e Medio Oriente, a quanti, elementi qualificati, in Italia abbiano bisogno di una base di appoggio”, scrivono gli investigatori che iniziano a mettere a fuoco la cellula italiana proprio grazie alle cimici piazzate nella socialhaus data in concessione all’iracheno.

Ed è fra quelle quattro mura che durante gli incontri notturni si possono ascoltare alcuni dei deliranti proclami jihadisti, frasi del tenore di “non avrò pace fino a quando non avrò ucciso qualche ebreo”, oppure “i militanti del Partito democratico del Kurdistan non sono persone innocenti e ucciderli è giusto” e così via.

Nauroz poi non gode solo dell’appartamento. Come riporta l’ordinanza dei Carabinieri, l’uomo “riceve un sussidio di sostentamento mensile”. E poi ci sono i corsi di aggiornamento professionale che la provincia autonoma di Bolzano organizza per i disoccupati: opportunità che l’uomo non si lascia scappare. Come rivela a tre connazionali mentre cerca di convincerli di andare a combattere in Siria, l’iracheno frequenta un corso da fabbro a Merano, ma, scrive il Ros, “precisa di aver aderito a tale iniziativa al solo fine di acquisire specifiche competenze meccaniche per costruire ordigni esplosivi artigianali”.

Nauroz non è il solo presunto jihadista a essere mantenuto dai servizi sociali. Almeno un altro membro del suo sodalizio usava il welfare italiano per finanziare il terrorismo. E’ Hasan Saman Jalal, anche lui iracheno, che, secondo le carte, “destina parte dei contributi pubblici ottenuti per finanziare le attività terroristiche di Rawti Shax”. Prima dell’arresto, il trentaseienne viveva a Bolzano con moglie e cinque figli. Una famiglia numerosa che ha sempre tirato avanti grazie all’assegno di sussidio elargito dalle istituzioni pubbliche.

Fin dal 2012 Saman mostra intenzione di voler diventare un foreign fighter: le sue mete preferite sono Iraq, Afghanistan e Cecenia. In una conversazione intercettata, chiede a Nauroz di organizzare il tutto: “Fallo visto che ho dei soldi, prima che li uso per l’affitto”. In un’altra occasione annotata dagli investigatori, l’uomo si dice pronto a finanziare chi fosse disponibile ad accompagnarlo e a comprare di tasca sua le armi perché è uno dei pochi che “non ha ancora preso parte ad azioni di combattimento”.

Vuole portare con sé tutta la famiglia, ma per motivi organizzativi, è costretto a rimandare il viaggio. Nel frattempo però procede con l’indottrinamento all’Islam radicale dei figli. Che porta avanti con la visione forzata di violenti video jihadisti e con metodi brutali. “Maltrattamenti peraltro anche evidenziati in un provvedimento di affidamento dei minori ai servizi sociali emesso dal Tribunale per i minorenni di Bolzano il 2 maggio 2012”, sottolineano i militari dell’Arma.

Shokhan è sua moglie e, prima di realizzare che “l’Isis uccide vittime innocenti”, si mostra completamente complice dei propositi di Saman. Vista l’impossibilità di portare tutta la famiglia al fronte – scrive il Ros – si offre di “attendere il rientro del marito continuando a percepire i soldi del contributo sociale della provincia di Bolzano”.

Eppure per finanziare la lotta armata di Rawti Shax non c’era nessun bisogno dei sussidi pubblici dell’Alto Adige perché, secondo le indagini, l’organizzazione comandata da Krekar disponeva di un fiume di denaro: 400mila euro con cui sono stati addestrati e mandati a combattere almeno 12 uomini.

Connessi al wi-fi anche fuori casa: la soluzione si chiama Wow Fi

La Stampa
stefano rizzato

Dopo un periodo di test in 19 città italiane, Fastweb ha lanciato anche a Milano il servizio che rende condivise le connessioni private dei suoi utenti. Entro marzo anche a Roma, Firenze e Torino



«Gentile Cliente, da oggi puoi navigare gratuitamente in internet in giro per la tua città e nelle altre città». Inizia così l’e-mail che Fastweb ha mandato, a inizio dicembre, ai propri clienti milanesi. Per loro a iniziare è una piccola rivoluzione, chiamata Wow Fi . È la possibilità di usare il wi-fi anche fuori casa, sfruttando le connessioni private e i modem di altri utenti Fastweb. Senza pagare, e senza nemmeno rubare la password a nessuno. Il merito è della nuova rete in fibra ottica. Che lascia spazio, sulla banda ultralarga, a un pezzetto di connessione indipendente e separata da quella domestica. Una parte di rete destinata all’uso condiviso e non privato. Per chi «ospita» altri utenti di passaggio non cambia nulla, a livello di prestazioni. E nemmeno c’è - spiega l’azienda - alcun rischio a livello di privacy e sicurezza.

A Milano Wow Fi è attivo dal 3 dicembre, e saranno 45 mila i modem attivi per il nuovo servizio. Non sono i primi in Italia: altri 150 mila sono già in azione in 19 città di medie dimensioni - da Pescara a Pisa - che hanno sperimentato la novità. Il test è andato bene, e così Fastweb ha dato il via libera a un piano nazionale. Dopo Milano seguiranno Roma a febbraio 2016, Firenze e Torino a marzo, Bologna e Genova ad aprile. Entro la fine del 2016 il servizio sarà attivo in tutte le altre città italiane raggiunte dalla rete dell’operatore parte del gruppo Swisscom. 

Il risultato è la nascita di una sorta di comunità, di cui - comunque - si può scegliere se fare parte oppure no. Chi non vuole aprire il proprio modem può segnalarlo sul suo pannello cliente, ma dovrà rinunciare al servizio anche come «ospite». Difficile però rifiutare la comodità di Wow Fi. Per due motivi in particolare. Il primo: il servizio non ha limiti di traffico, e si può usare per vedere video o fare altre operazioni che - a farle con la rete mobile - consumerebbero preziosi megabyte del piano telefonico.

Il secondo: l’autenticazione al servizio - con username e password ricevuti via sms - va fatta una sola volta per ogni dispositivo, con un limite di quattro dispositivi per utente. «La soluzione è semplice e pratica - conferma Alberto Calcagno, amministratore delegato di Fastweb - perché non richiede app o ripetuti login. Ed è estremamente sicura perché progettata per tutelare al massimo sicurezza e privacy dei clienti». 

Io me la cavo

La Stampa
massimo gramellini

C’era una volta, ed era appena due anni fa, una multinazionale portoghese che per le solite logiche finanziarie incomprensibili a noi umani chiuse il suo stabilimento napoletano di cavi d’acciaio, nonostante esportasse con profitto in tutto il mondo. Gli operai e gli ingegneri non capirono, si arrampicarono sui tetti, presidiarono giorno e notte i preziosi macchinari. Per un po’ si illusero che qualcuno venisse a salvarli.

Poi compresero che ciascuno si salva da solo. Purché non sia solo, e loro per fortuna erano tanti, uniti dallo stesso bisogno e dallo stesso sogno. Così decisero di investire i proventi della liquidazione, venticinquemila euro a testa, nell’acquisto dell’azienda. A dispetto dei luoghi comuni sul fatalismo meridionale, rinunciarono ai soldi con cui avrebbero potuto campare decorosamente almeno qualche mese per comprarsi la possibilità di tornare a lavorare. 

Lo stabilimento venne rimesso all’onore del mondo con l’aiuto di tutti: chi ridava il bianco, chi potava gli alberi, chi aggiustava i rubinetti dei bagni. Anche gli antichi clienti si rifecero sotto, un po’ per tenerezza e molto per convenienza, perché alla Wbo Italcables di Caivano sono davvero bravi. E con l’approssimarsi del Natale, come in ogni favola che si rispetti, arrivò il lieto fine. Ieri il primo carico di cavi d’acciaio diretto a Houston ha varcato i cancelli della fabbrica e negli occhi di quegli uomini rotti a tutte le intemperie è spuntata persino qualche lacrima. Li accompagni l’eco dei nostri applausi. Certe favole sono contagiose.

La storia della Chiesa attraverso le tombe dei Papi

La Repubblica
di ORAZIO LA ROCCA

Nella basilica di San Pietro e nelle Grotte vaticane andrà in scena un altro particolare evento giubilare. Il pellegrinaggio e l'omaggio dei fedeli alle spoglie dei pontefici

La storia della Chiesa attraverso le tombe dei Papi
La tomba di Giovanni Paolo II nel primo anniversario della sua morte

CITTA' DEL VATICANO - Attraversare la Porta Santa per ottenere l'indulgenza secondo le intenzioni di papa Francesco, all'ingresso della basilica di San Pietro, nelle altri grandi e piccole basiliche romane, come pure in tutte le altre chiese organizzate per vivere a livello locale il Giubileo della Misericordia. Ma non solo. A Roma, più precisamente all'interno della basilica vaticana, si darà vita e forma ad un "altro" grande evento giubilare, circoscritto al perimetro di San Pietro, che vedrà ugualmente la partecipazione di milioni di pellegrini e viandanti disciplinatamente incolonnati, in silenzio, ognuno con i propri pensieri, le proprie attese, le proprie personalissime preghiere. E' il pellegrinaggio che si svolgerà presso le tombe dei papi, sia in basilica che nelle Grotte vaticane.

La storia della Chiesa attraverso le tombe dei Papi

A partire dai sepolcri dove riposano i due pontefici santificati solennemente il 27 aprile dello scorso anno in piazza San  Pietro stracolma di oltre 300 mila pellegrini da papa Jorge Mario Bergoglio, San Giovanni XXIII e San Giovanni Paolo II, rispettivamente scomparsi nel 1963 e nel 2005, ma elevati immediatamente agli onori degli altari praticamente a furor di popolo. Un universale riconoscimento di santità popolare che esplose, ad esempio, sulla scia degli indimenticabili striscioni innalzati durante i funerali di papa Karol Wojtyla in piazza San Pietro con le scritte "Santo subito!".

La storia della Chiesa attraverso le tombe dei Papi

Ma anche attraverso la commozione che colpì il mondo intero quando seguì rapito in diretta radiofonica e televisiva (la prima del genere nella storia della Chiesa moderna) la lunga agonia e la morte di papa Angelo Giuseppe Roncalli, appena due mesi dopo la pubblicazione della Pacem in Terris (11 aprile 1963), la storica enciclica con cui il futuro papa santo scongiurò, tra l'altro, lo scoppio di un possibile terzo conflitto mondiale in piena guerra fredda.

La storia della Chiesa attraverso le tombe dei Papi

Non è quindi azzardato immaginare che tra le tappe più significative del Giubileo della Misericordia 2015-2016 vanno inserite anche le tombe di Roncalli e Wojtyla destinate ad essere prese d'assalto da eserciti di pellegrini, penitenti, turisti e curiosi provenienti da tutto il mondo, per i quali "sarà indispensabile predisporre dei percorsi obbligati all'interno della basilica vaticana per evitare assembramenti e problemi di circolazione", avverte il cardinale Josè Saraiva Martins, prefetto emerito della Congregazione per le Cause dei Santi, il porporato che ha firmato i decreti di canonizzazione per la conclusione del processo di santificazione dei due papi.

Il primo, San Giovanni XXIII, collocato ai piedi di un altare nella parte centrale della navata di destra, esposto con i sacri paramenti pontifici e col volto a vista dopo un accurato trattamento fatto dai tecnici della Santa Sede. Il secondo, San Giovanni Paolo II, sistemato sotto l'altare della cappella di S. Sebastiano, la terza a destra dopo la Pietà di Michelangelo (altra tappa imperdibile per chi entra in basilica, non solo nell'Anno Santo). Il sepolcro di papa Wojtyla è interamente di marmo bianco finemente decorato con semplici fregi ai lati e con una sola scritta su due righe, "Sanctus, Ioannes Paulus PP. II", il cui corpo però non può essere ancora esposto in pubblico.

La storia della Chiesa attraverso le tombe dei Papi

Conclusa la doppia visita presso le tombe dei due grandi pontefici del Ventesimo e del Ventunesimo secolo, il Giubileo presso i sepolcri papali può continuare nelle sottostanti Grotte Vaticane, poste a tre metri sotto l'attuale pavimento della Basilica, e realizzate, nel corso dei secoli, in maniera tale da creare un corollario di cappelle e nicchie votive con al centro la tomba del Principe degli Apostoli, San Pietro, ubicata al livello dell'antica basilica costantiniana del IV secolo d. C. I resti del sepolcro petrino furono rinvenuti durante la campagna di scavi fatta avviare da Pio XII a partire dal 1940, l'anno dopo la sua elezione pontificia, e condotta negli anni successivi in particolare dall'archeologa Margherita

Guarducci, alla quale si deve il ritrovamento di una scritta "Qui è Pietro", considerata la prova regina dell'individuazione del luogo della sepoltura di S. Pietro. In questo luogo si trovano le memorie storico-archeologiche di 20 papi, tra lapidi funerarie recuperate  -  tra cui la splendida scultura fatta da Arnolfo di Cambio per la tomba di Bonifacio VIII, il papa ideatore del primo Giubileo del 1300, e la statua realizzata da Antonio Canova di papa Pio VI Braschi, morto prigioniero dei francesi nel 1799  -  e tombe vere e proprie, a partire da quelle dei pontefici più recenti come Giovanni Paolo I, Paolo VI, Pio XII, Pio XI, Benedetto XV.

La storia della Chiesa attraverso le tombe dei Papi

Tra le tombe più antiche preservate nella Grotte Vaticane, quelle di papa Gregorio V (996-999), di papa Urbano VI (Bartolomeo Prignano nato nel 1318 a Itri, nell'attuale provincia di Latina) pontefice dello Scisma d'Oriente, dopo essere stato tra i fautori del ritorno a Roma della sede papale da Avignone; di Adriano IV (1154-1159). Ma anche sepolture di grandi cardinali come Rafael Merry Del Vall, strettissimo ed influente collaboratore di Pio X, e Josef Beran, accanto alle quali sono state collocate nel corso dei secoli anche sepolture di re e regine "devotissimi" a Santa Romana Chiesa, come la regina Cristina di Svezia (1626-1689), Carlotta I di Cipro, il re Giacomo Francesco Eduardo Stuart e i suoi figli.

La storia della Chiesa attraverso le tombe dei Papi

Prima di essere sistemate nella basilica vaticana, anche le tombe di San Giovanni XXIII e di San Giovanni Paolo II erano state collocate momentaneamente nelle Grotte. Ma, dalla proclamazione della loro santità, su decisione sia di papa Benedetto XVI che di papa Francesco è possibile venerarle nella solennità di S. Pietro. Inevitabile, quindi, che tra le più significative nuove tappe dei pellegrinaggi del Giubileo della Misericordia ci siano proprio gli altari dove riposano i due papi forse più amati nel corso degli ultimi 50 anni.