martedì 8 dicembre 2015

L’opposizione antichavista vince le elezioni in Venezuela, Maduro sconfitto

La Stampa
emiliano guanella

Gli avversari conquistano 99 seggi su 167. Per il presidente sconfitta senza precedenti

Grande trionfo dell’opposizione in Venezuela, che ottiene la maggioranza assoluta mentre il chavismo soffre una sconfitta gravissima, oltre le peggiori previsioni. Secondi i dati diffusi dalla presidente della Corte elettorale Tibisay Lucena, dopo cinque ore lunghissime ore di attesa dalla chiusura dei seggi, la coalizione oppositrice ha conquistato 99 seggi, mentre al governo ne sono aggiudicati 46, quando mancano ancora 22 seggi da definire.

Se la tendenza venisse confermata anche con i seggi mancanti, l’opposizione potrebbe arrivare ai due terzi del Parlamento, lo scenario migliore perché gli permetterebbe di definire i giudici del tribunale elettorale, impostare grandi riforme e, addirittura, di modificare la Costituzione.

Nella nottata i portavoce della Mesa de Unidad parlavano di una quota di 113 seggi, un traguardo possibile considerando i dati mancanti. «Hanno diffuso – ha detto Chao Torrealba – un primo stitico bollettino, ma ci mancano ancora molti seggi. Il voto si è imposto democraticamente rispetto ad un governo che non è democratico. Grazie a chi ci ha accompagnato in questi anni e grazie a chi ci ha votato per la prima volta».

Menzione obbligata ai tantissimi delusi del chavismo, dai barrios popolari alla classe media che soffre la gravissima crisi economica, le code per trovare prodotti alimentari di fronte ad una scarsezza mai vista, l’iper inflazione al 200%, la criminalità dilagante. Per il chavismo questo può essere l’inizio della fine. A poco meno di tre anni dalla morte di Hugo Chavez, i venezuelani sembrano voler seppellire un sistema che dura da 17 anni e che ha ormai esaurito la sua spinta sociale iniziale per attorcigliarsi in un vortice di cattiva amministrazione, corruzione, controllo totale e totalitario di tutti i poteri e gli organismi dello Stato.

Il presidente Nicolas Maduro ha parlato a reti unificate subito dopo la diffusione dei risultati, ribadendo la teoria della “guerra economica” che il suo governo starebbe soffrendo rispetto agli interessi del capitalismo internazionale. Con un tono di voce molto più sommesso del solito, Maduro ha ricordato il caso di Salvador Allende e del golpe in Cile prendendolo ad esempio di un complotto non meglio specificato; l’ultimo tentativo per spiegare una sconfitta innegabile e inappellabile.

Il chavismo conserva il potere esecutivo, il mandato di Maduro scade fra tre anni, e ha ancora il controllo pieno sulla magistratura, ma con un’opposizione così forte in Parlamento la coabitazione fra i due blocchi sarà particolarmente difficile. Il Venezuela si apre ad una nuova fase e sarà strategica la posizione dei militari. Per questo dall’opposizione è stato rivolto un appello alle Forze Armate. 
«Ringraziamo profondamente i nostri militari per la garanzia che hanno dato a questo voto e speriamo di poter contare su di loro per questa nuova fase politica del nostro paese.

Il futuro – ha detto Torrealba - ci appartiene a tutti, il Venezuela è di tutti». A Caracas e in altre città del paese ci sono stati festeggiamenti e caroselli d’auto. Mai l’opposizione era arrivata a tanto ed ora si aprono nuove possibilità, tra cui l’ipotesi di chiedere nel 2016 referendum revocatorio per far cadere lo stesso Maduro. Uno scenario che pareva impossibile solo un anno fa e che ora, complice la disastrata gestione dell’economia da parte del governo, potrebbe delinearsi come la via per far crollare definitivamente la lunga esperienza bolivariana.

“Maduro affama il popolo venezuelano”
La Stampa
francesco semprini - 03/03/2015

L’ultima intervista con Antonio Ledezma, sindaco di Caracas, arrestato il 20 febbraio scorsoe oggi diventato un’icona delPaese che si ribella al proprio presidente



Venezuela, crisi sempre più profonda, crisi sempre meno raccontata. La situazione nel Paese è ormai drammatica secondo quanto trapela dalle testimonianze della gente, le proteste civili, iniziate oltre un anno fa, sono tanto dilaganti quanto represse con la violenza, mentre Caracas punta l’indice su Washington accusandola di lavorare dietro le quinte per causare la caduta del governo. Un ragazzo di 14 anni è stato ucciso giorni fa mentre manifestava contro il regime di Nicolas Maduro.
«Una vera esecuzione», hanno raccontato alcuni testimoni.

Una morte intollerabile, preceduta da un altro atto che sottolinea il clima rovente che si respira nel Paese, ovvero l’arresto con blitz da parte della polizia segreta, del sindaco di Caracas, Antonio Ledezma, uno dei simboli della lotta democratica e civile anti-chavista, fiero delle proprie origini italiane. Gli avevamo parlato diversi mesi fa, prima di sottoporsi a una doppia operazione, prima che nei suoi confronti scattasse l’accusa di essere tra i cospiratori di un colpo di Stato, e quindi imprigionato. Proponiamo oggi quella testimonianza inedita, un racconto in presa diretta, che fa capire come già mesi fa, la situazione si stava facendo drammatica e inascoltata.

Sindaco Ledezma, cosa sta accadendo in questi giorni in Venezuela?
«Il Venezuela e il suo popolo stanno protestando già da molto tempo. Questo occorre chiarirlo subito, per poter smentire la versione del governo secondo cui quello che succede nel Paese “è qualcosa di artificiale creato da un gruppetto di agitatori che vogliono destabilizzare la pace che regna in Venezuela”. Una bugia! L’anno scorso ci sono state almeno tremila manifestazioni in tutto il Paese».

Dove si protesta?
«All’ingresso degli ambulatori dove i cittadini cercano invano assistenza per le pessime condizioni in cui si trovano, o davanti alle farmacie dove le persone sono in fila per trovare una medicina, la penuria non è solo di alimenti, bensì anche di cure. Le proteste sono in strade, autostrade, nelle piazze, proteste contro l’esplosione della delinquenza, furti, sequestri, rapine e ogni tipo di crimine, con il governo che pensa solo a politicizzare la polizia. Le proteste sono nei mercati, nelle mille file che si fanno, senza rassegnazione, proteste contro la retorica menzognera di Maduro che ripete gli stessi argomenti, quando accusa “l’ impero” o “l’opposizione golpista”, e parla di “guerra economica” quale causa dell’inflazione e della mancanza di beni di prima necessità». 

E invece?
«Quello che succede, è conseguenza, prima di tutto, dell’incapacità di quanti non hanno saputo guidare l’economia del Paese, e hanno fatto i loro interessi, talvolta illeciti, con casi accertati di furti, ruberie e tangenti da parte dell’establishment e dei suoi affiliati».

Negli ultimi tempi tuttavia la protesta ha registrato un’accelerazione?
«Questo Paese e la sua gente hanno protestato pacificamente per anni, le proteste sono fondate, legali e uno dei pochi modi che restano ai cittadini per farsi sentire da uno Stato che non compie il proprio dovere, non li difende e non li protegge. Il governo ha cooptato tutte le istituzioni, che, come abbiamo già detto, sono state ridotte ad apparati della maggioranza che compiono abusi di potere contro le famiglie venezuelane. Si nega il diritto a protestare, si usa dispoticamente la polizia per reprimere, si attacca la libertà di espressione, si deteriora il diritto di proprietà, e davanti a cotanto autoritarismo i cittadini vanno in strada come legittima difesa, pronti a protestare in maniera sempre più forte». 

Tutto questo come si ripercuote dal punto di vista sociale?
«Vi è una crisi economica non meno grave, non si rispetta il diritto di proprietà, non esiste sicurezza giuridica e ciò causa un’instabilità che rende impossibile governare il paese. Guardando le cifre ottenute ufficiosamente dalla Polizia Giudiziaria, nei primi 60 giorni del 2014 ci sono stati 2841 omicidi in tutto il Paese. Queste cifre rappresentano una media di 48 omicidi al giorno. Da questi dati si apprende che è stata superata la cifra del 2013 di 2576 omicidi.

L’Osservatorio Venezuelano sulla Conflittualità Sociale (Ovcs) ha calcolato a febbraio del 2014, almeno 2248 proteste, il 400,5% in più dal mese di gennaio quando furono 445. Almeno 90 cadaveri si sono contati all’obitorio di Bello Monte a Caracas nei primi sette giorni di marzo. Le lamentele dei cittadini verificate il mese scorso, sono le più alte registrate in un solo mese negli ultimi 10 anni. Le proteste e gli scontri in Venezuela sono aumentati in maniera incessante dalla seconda metà del 2013».

Sta dicendo che la popolazione è ridotta allo stremo?
«C’è scarsezza di beni di prima necessità, ogni giorno più grave, di alimenti e medicine. E la rabbia della gente aumenta quando si accorgono, per esempio, che l’anno scorso sono andate buttate 50 tonnellate di medicine ottenute col Trattato tra Cuba e Venezuela. L’opinione pubblica si rende conto, quindi, che quello che interessava era solamente fare un “business” non sanare il deficit di medicine e materiale medico-chirurgico di Cuba. Abbiamo un debito esorbitante che ipoteca il futuro delle nuove generazioni. La Banca per lo sviluppo cinese ha già concesso un fondo di diversi miliardi di dollari. A ciò si aggiunge quanto dato dalla Russia: solo da ultimo, due miliardi di dollari.

Questo denaro è già è svanito. Ne deriva un grande stress per la nazione che deve impegnare il proprio petrolio per il futuro. Il Governo inoltre sta per concludere un accordo per il finanziamento di Rosneft a Pdvsa per due miliardi di dollari, che saranno destinati “al sostegno della produzione nella faglia petrolifera dell’Orinoco, la maggiore fonte di riserve di idrocarburi del mondo”. Si annuncia pure l’amento del prezzo della benzina, secondo quanto fatto sapere dallo stesso Maduro. Ma la gente si chiede dove sono e dove andranno i benefici di queste operazioni?”».

Cosa è cambiato dopo la morte di Hugo Chavez?
«Maduro ha ereditato tutto questo panorama, ma a differenza del suo predecessore non ha autorità per affrontare una crisi multipla, per questo sopravvive politicamente a forza di repressione e con i mezzi di cui dispone senza dar conto, perché questo governo non è trasparente giacché non vi sono istituzioni di controllo che ne limitino le azioni. Usa la forza della polizia e dei militari senza limiti, oltre a gruppi armati chiamati “Collettivi”, che non sono altro che fazioni paramilitari al servizio del governo, i cui crimini, per ora, restano impuniti».

Prima ha parlato di crisi economica senza precedenti, ce ne parla?
«L’economia sta crollando, oggi più che mai dipendiamo dagli introiti del petrolio, anche se produciamo un milione di barili meno di quando Chavez prese il potere nel 1999. All’epoca, il barile di petrolio valeva 7 o 8 dollari e oggi, sta, in media, a 100 dollari, e tuttavia ciò non è sufficiente per finanziare le spese correnti che sono fuori controllo, più la corruzione, per questo il debito con l’estero è cresciuto di 32 milioni di dollari nel 1999 a oltre 240 milioni di dollari oggi. Abbiamo l’inflazione più alta nel mondo, la moneta si è svalutata, la scarsezza di alimenti e di medicine è un problema che colpisce ogni famiglia in generale. E intanto, il governo di Maduro, continuando la politica di Chavez, continua a regalare il nostro petrolio a Cuba, ed altre nazioni che beneficiano di una politica ripudiata dalla maggioranza del Paese».

Come vive questa situazione la comunità italiana?
«Soffre il clima di insicurezza e terrore. I loro figli e nipoti si vedono costretti a emigrare per non perdere la vita o perché semplicemente, non intravedono opportunità per la loro istruzione o un futuro professionale».

Chi appoggia Maduro?
«Maduro è tutelato dai fratelli Castro; lo appoggiano governi compromessi con questo schema denominato “socialismo del XXI secolo”, oltre a governi che attuano spregiudicate politiche dei petrol-dollari a danno del nostro popolo, perché il petrolio si utilizza sfacciatamente come strumento di colonizzazione».

Venezuela, sfida a Maduro dal carcere: il capo dell’opposizione in sciopero della fame
La Stampa
filippo fiorini - 25/05/2015

Lopez registra un video di nascosto e invoca la piazza: “Basta censura”



Tre minuti e quaranta registrati nel segreto di una cella di un metro per due. Un video diffuso su Twitter poco dopo le 21 di sabato e condiviso 16 mila volte in 10 ore. Così Leopoldo Lopez, il radicale dell’opposizione venezuelana, è tornato a far sentire la sua voce dal carcere militare in cui è recluso da 15 mesi per aver guidato le proteste che dall’anno scorso chiedono la fine del governo socialista di Nicolas Maduro.

Le richieste
«Primo, la liberazione dei prigionieri politici. Secondo, la fine delle persecuzioni e della censura. Terzo, che sia fissata la data delle elezioni legislative e che si svolgano in presenza di osservatori internazionali». Queste le richieste per cui Lopez e Daniel Ceballos, un ex sindaco come lui, a sua volta destituito e arrestato, hanno iniziato uno sciopero della fame, convocato le piazze ad esprimere pacificamente il loro dissenso e subìto immediati provvedimenti disciplinari.

Il suo è un gesto coraggioso e disperato. Domenica, la coalizione che aggruppa l’opposizione ha celebrato le primarie. Il partito di Lopez è arrivato secondo ed è stata riconfermata la leadership del moderato di centrosinistra Enrique Capriles. Capriles punta a conquistare il parlamento e smantellare il sistema che Maduro ha chiamato ieri «l’avanguardia del mondo», ma che in realtà primeggia per il tasso di inflazione, che ha visto aumentare del 500% la criminalità e che obbliga i cittadini a lunghe code per comprare cibo e medicine.

La repressione
Lopez teme invece che il governo non abbia programmato le elezioni perché non intende farle o che, se rispetterà la data limite del dicembre 2015, voglia pilotarle. Giocando la partita in piazza, però, permette a Maduro di continuare ad accusarlo di voler fare un colpo di Stato e sfida una repressione durissima. Dall’inizio delle proteste sono morte 43 persone, 3400 sono state fermate, 31 sono ancora in carcere e 271 detenuti attendono lo status di «prigioniero politico». Tra loro ci sono studenti, professionisti e militari. Ines Gonzalez Arraga, ingegnere, è dentro per aver ingiuriato su Twitter un parlamentare morto.

Il dottor Angel Sarmiento è fuggito all’estero dopo aver riconosciuto il decesso di 8 pazienti a causa di una variante della malaria ed essere stato accusato di seminare il panico. Almeno tre direttori di altrettanti quotidiani nazionali non possono lasciare il Paese. Il 20 aprile, dopo 230 giorni in una cella sotterranea della polizia politica, il dirigente della destra studentesca, Lorent Saleh, ha tentato il suicidio. Nella sua stessa situazione, Rodolfo Gonzalez, ex militare e attivista, ci è riuscito il 13 marzo.

Camera, ferie record ora 10 giorni di stop e a Natale tutti a casa. Opposizioni all'attacco

Repubblica.it
di GIOVANNA CASADIO

L'aula di Montecitorio si ferma per la legge di Stabilità La maggioranza: è prassi. Ma M5S, Sel e FdI insorgono

Camera, ferie record ora 10 giorni di stop e a Natale tutti a casa. Opposizioni all'attacco

A parte Fabio Rampelli - uno dei pochi ad ammettere che le ferie d'aula gli hanno permesso di portare la moglie per 48 ore a Praga a festeggiare l'anniversario di nozze - i deputati dicono che "è consuetudine". Dieci giorni di pausa nel bel mezzo del mese di dicembre, un numero di sedute saltate che - al netto dell'Immacolata, dei sabati e delle domeniche - ammonta a cinque, pari a qualche centinaio d'ore di riposo.

È vero che quando in commissione Bilancio si discute la legge di Stabilità, l'aula a Montecitorio viene sospesa. Per prassi. Però quest'anno c'è un'emergenza: le 29 fumate nere per eleggere i tre giudici della Corte Costituzionale e l'impegno a votare a oltranza, partito proprio dai presidenti delle Camere, Laura Boldrini e Pietro Grasso. I 5Stelle, Sel e Fratelli d'Italia in conferenza dei capigruppo la settimana scorsa hanno aperto lo scontro: no a incrociare le braccia in questo momento. Questione di opportunità, lasciamo perdere le vacanze. Sono stati battuti.

"Ad oltranza, sì... la prossima volta, c'è sempre una prossima volta. Questa è una pausa ferie che si doveva evitare". Attacca Davide Crippa, grillino piemontese, classe 1979, che da domani, sulla base del meccanismo della rotazione, sarà il capogruppo dei deputati 5Stelle. "Gli interessi dei partiti fanno premio su tutto e si scatenano. Io credo che a favorire queste ferie sia stato il fatto che, poiché non riescono a uscire dallo stallo sui candidati improbabili per la Consulta, aspettano di accordarsi". Legittimo? Proprio no, per i grillini, che denunciano lo scambio, gli aggiustamenti, i favori sulla manovra. "Così riallineano i dissidenti della maggioranza", denuncia Crippa.

Nel fronte di chi contesta, le sensibilità sono tuttavia diverse. Ciccio Ferrara, Sinistra Italiana, in pausa a Napoli - "Ma torno mercoledì perché il Copasir si riunisce" - precisa che non ci sta a seguire la "deriva demagogica grillina sulle ferie", però neppure a vedere "tutto 'sto film sulla legge di Stabilità, per poi mettere la fiducia".

D'altra parte però il capogruppo di SI, Arturo Scotto rivendica il merito di avere aperto il contenzioso-ferie nella riunione dei presidenti dei gruppi. "Bisognava continuare con il voto a oltranza sulla Consulta, quindi convocarsi post sedute della commissione Bilancio. L'abbiamo chiesto e richiesto e ci siamo trovati contro un muro". Ora la fine delle ferie d'aula coinciderà con la ripresa del voto per i giudici costituzionali lunedì 14 dicembre, alle 15. Il 23, anti vigilia di Natale, le vacanze.

Rampelli appunto, capogruppo di Fratelli d'Italia, spiega la sua proposta, che era "avanti no stop". "Sulla tiritera demagogica della ferie, non ci sto perché tra commissioni e aula lavoriamo a pieno ritmo. Però io ho detto: "Proseguiamo con la Consulta, fatele le brutte figure, mostrate i disaccordi, solo se ci si mette sulla graticola si riesce a trovare una soluzione". Al Senato ha funzionato un po' diversamente in coincidenza con la manovra. "Eravamo comunque convocati - osserva la Pd Laura Puppato - Penso a quando ci sarà solo Montecitorio, immagino che il Regolamento cambierà radicalmente, ora è davvero dispersivo e poco efficace". I 48 deputati della commissione Bilancio comunque lavorano a pieno regime.

Stefano Fassina, ex dem adesso SI, ricorda che in Bilancio si lavora anche i festivi, ma "si poteva decidere qualche voto per la Consulta". Dario Stefano, senatore Sel: "La maggioranza ha la necessità di giustificare l'intesa che non c'è sulla Consulta".

Il vinile non si ferma più e a Londra si vende anche al supermercato

La Stampa
luca castelli

Per la prima volta, in pieno secolo digitale, la catena Tesco apre i suoi scaffali al formato musicale analogico per antonomasia. Per ora si comincia con i classici (più i Coldplay)



Dall’inizio di dicembre – per la prima volta nella sua storia – la catena britannica di supermercati Tesco propone ai suoi clienti una selezione di dischi in vinile. L’iniziativa, al momento limitata a una quarantina di punti vendita nel Regno Unito e strategicamente collocata in piena stagione di regali natalizi, rappresenta un’ulteriore certificazione commerciale del ritorno in auge del vecchio formato musicale.

La Gran Bretagna è uno dei paesi in cui i numeri sorridono maggiormente al revival del disco nero. Nel 2014 sono stati venduti 1,3 milioni di lp: non accadeva dal 1995 e quest’anno le stime più ottimiste indicano un possibile balzo oltre i due milioni di unità. I vinili sono tornati a riempire gli scaffali di grandi venditori specializzati come HMV e ad aprile è stata lanciata una classifica ufficiale dedicata al formato (in questo momento guidata dall’ubiqua Adele).

Ma il vinile va forte praticamente ovunque e lo fa ormai da quasi un decennio. In Italia i dati Fimi parlano di un +74% nei primi nove mesi del 2015, mentre negli Stati Uniti i 9 milioni di copie vendute nei primi sei mesi dell’anno lasciano prevedere una nuova forte crescita (nel 2014 se ne vendettero complessivamente 14 milioni). Sebbene il formato rappresenti ancora una fetta limitata del mercato musicale (in Italia il 4%), si moltiplicano le operazioni che lo riguardano, sempre più spesso tornando a coinvolgere la grande distribuzione: vedi il «vinyl day» organizzato il 21 novembre da Barnes & Noble, la più grande catena di librerie degli USA.

L’operazione dei supermercati Tesco segue un primo esperimento condotto in estate con la versione in vinile di The Book of Souls, l’ultimo album degli Iron Maiden. Tutte le copie sono andate esaurite, convincendo i responsabili della catena a rilanciare in grande stile. Grande, ma non enorme. E con un occhio di riguardo per i classici. Per questa stagione natalizia è stato selezionato un campione di venti titoli: tranne una manciata di eccezioni, sono tutti album storici.

1. Coldplay – A Head Full Of Dreams
2. ELO – Alone In The Universe
3. David Gilmour – Rattle That Lock
4. George Ezra – Wanted On Voyage
5. Elvis Presley – 30 Number 1 Hits
6. The Beatles – Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band
7. The Rolling Stones – Sticky Fingers
8. Stones Roses – Stone Roses
9. Autori Vari – Guardians Of The Galaxy Soundtrack
10. Nirvana – Nevermind
11. Bob Marley – Legend
12. Guns’n’Roses – Appetite For Destruction
13. Led Zeppelin – Led Zeppelin II
14. Foo Fighters – Greatest Hits
15. Bruce Springsteen – Born In The USA
16. Fleetwood Mac – Greatest Hits
17. The Eagles – Hotel California
18. Prince – Purple Rain
19. Radiohead – The Bends
20. The Specials – The Specials

Antonio Socci: la censura di Papa Francesco, così processa la libertà di stampa

Libero
27 Novembre 2015

Antonio Socci e Papa Francesco

Il processo iniziato in Vaticano contro i giornalisti Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi, a quanto pare, lascia indifferenti i (solitamente fervorosi) paladini della libertà di stampa, i cantori dello stato di diritto e soprattutto i tanti vati della laicità.

Intellettuali, giornalisti e politici appaiono perlopiù distratti e muti: niente obiezioni, tanto meno appelli e proteste. Evidentemente trovano che sia tutto normale. Ma siamo proprio sicuri che lo sia?
Nei confronti di Nuzzi e Fittipaldi ognuno può nutrire simpatia o antipatia, ciascuno può avere il giudizio che crede sui loro libri relativi alle finanze vaticane. Ma è davvero normale che due giornalisti italiani vengano processati, in uno Stato straniero (qual è il Vaticano), per aver fatto, in Italia, il loro lavoro, in osservanza alle leggi italiane?

Il fatto è che papa Bergoglio è il vero protagonista e dominus di questo processo. E allora viene il sospetto che sia scattata una sorta di tacita autocensura che il Giornalista Collettivo e l' Intellettuale Collettivo - come li chiama Giuliano Ferrara - si sono imposti perché oggi, nel coro conformista dei media, è bandita ogni minima osservazione critica su papa Bergoglio.

Questo è solo l' ultimo episodio. Sono mesi e mesi che - io, cattolico - cerco inutilmente, sulla stampa italiana, tracce di residua laicità, di pensiero critico, di obiettività, a volte almeno di buon senso. Niente da fare, l' informazione relativa al Vaticano di papa Bergoglio è avvolta da una fitta nebbia d' incenso.Si arriva ad accenti adulatori da culto della personalità e questo non fa bene nemmeno al papa e alla Chiesa che avrebbero tutto da guadagnare dal confronto con una stampa veramente libera.

Sul caso Nuzzi-Fittipaldi, nei media, si arriva qua e là a sollevare un' obiezione, a mezza voce, sull' assurdità giuridica di tale «processo per scoop» a due giornalisti, ma senza mai discutere il ruolo del Papa argentino che, in questo caso, è - e si comporta di fatto - come sovrano di uno stato teocratico che non riconosce né il diritto della libera stampa, né le garanzie processuali tipiche del diritto internazionale.

Ieri Luigi La Spina, sulla Stampa, ha alzato una timida voce, peraltro isolata, per far notare che è inaccettabile che due cittadini italiani vengano sottoposti da uno Stato estero a un processo dove - in via di principio - rischiano fino a 8 anni per aver pubblicato in Italia «notizie, fatti, dati» documentati, di rilevanza pubblica e «la cui pubblicazione è consentita dalla Costituzione italiana all' articolo 21».

La Spina fa notare che soprattutto «le modalità» di questo processo sono sconcertanti: i due giornalisti sono imputati di «un crimine non ben delineato» ed è stato impedito loro «di poter essere assistiti dai loro legali di fiducia», essendo stati sbrigativamente assegnati ad avvocati d' ufficio.
A questo si potrebbero aggiungere altri aspetti inauditi: i due imputati non hanno potuto disporre degli atti del processo, che hanno potuto solo consultare ed è stato rifiutato loro di avere più tempo a disposizione per lo studio degli atti.

Tuttavia al dunque La Spina non riesce a chiamare in causa papa Francesco. Arriva casomai a far notare sommessamente il «drammatico boomerang comunicativo» che questo «discutibile processo» avrà sulla proclamata volontà di trasparenza di papa Bergoglio. Ma nessuno che metta il dito sulla piaga chiedendosi direttamente come si spiega che il papa progressista, moderno e tollerante poi faccia allestire un tale processo alla libertà di stampa. Gratta il gesuita, trovi l' inquisitore?

C' è imbarazzo perché, comunque la si giri, di questo processo, che ricorda (sia pure come caricatura) i vecchi assolutismi, non si può far ricadere la responsabilità sui soliti capri espiatori, i «cattivi conservatori» della Curia, perché è Bergoglio che comanda e decide. Solo lui. Ieri Carlo Tecce sul Fatto scriveva: «Va specificato che la Santa Sede ha agito dopo l' ordine di Bergoglio».

È stato sempre lo stesso Bergoglio a formulare il capo d' imputazione, addirittura durante l' Angelus dell' 8 novembre: «Rubare quei documenti è un reato». Sennonché Nuzzi oggi, a processo iniziato, può ribattere: «Il Papa parla di documenti rubati, ma a nessuno è stato contestato il furto o la rapina».
Effettivamente la posizione di papa Bergoglio, come capo dello Stato vaticano e del sistema giudiziario che ha voluto e allestito questo assurdo processo, è imbarazzante.

Possiamo discuterne? La questione si fa ancor più interessante se confrontiamo il comportamento di Bergoglio con quello che fu tenuto da Benedetto XVI al tempo di Vatileaks 1. Al contrario di quanto ha fatto il «papa progressista», Ratzinger, che doveva essere il «papa conservatore», non fece chiamare alla sbarra il giornalista (sempre Nuzzi) e verso il colpevole Paolo Gabriele fu un esempio di umanità, di paternità e misericordia.

Ovviamente questa confronto fra i due papi, per la nostra stampa, è scomodissimo e fa saltare tutti gli schemi. Allora si preferisce far finta di nulla. Ma immaginiamo cosa sarebbe accaduto a parti invertite, se cioè fosse stato Benedetto a far processare i giornalisti e la «libertà di stampa». Un' onda di indignazione internazionale avrebbe sommerso la Santa Sede. Si sarebbe parlato di teocrazia, si sarebbero fatti paralleli con l' Iran degli Ayatollah o con l' Arabia Saudita.

Trattandosi invece di un papa ritenuto progressista, nessuno fiata. È emblematico il silenzio dei grandi media e dei «grandi direttori» ed è particolarmente interessante il silenzio sulla questione di Eugenio Scalfari che ogni settimana magnifica ed esalta le gesta di papa Bergoglio.
Domenica scorsa per esempio Scalfari è arrivato a scrivere: «non c' è mai stato un Papa come lui. Dico di più: un Pastore, un Profeta, un rivoluzionario».

Speriamo che prima o poi non dica di averlo visto camminare sulle acque. Nel frattempo il giornalista laico Scalfari non vede il processo alla libertà di stampa che il «pastore, profeta e rivoluzionario» Bergoglio ha fatto imbastire in Vaticano. Per ora questo processo ha un solo effetto: aver riportato all' attenzione delle cronache i libri di Nuzzi e Fittipaldi i cui temi erano stati travolti e sommersi dalle cronache dell' Isis.

È un effetto involontario da parte del Vaticano? O qualcuno oltretevere cercava proprio questo? A pensar male - dice l' adagio - si fa peccato, ma di solito ci si azzecca. Di fatto oltretevere si comportano come i migliori promotori dei due libri sotto accusa. Realizzarono un clamoroso lancio planetario dei due volumi facendo quegli arresti tre giorni prima della loro uscita e oggi li riportano d' attualità. Anche sulla regia del processo si può fare un' ipotesi.

Perché tanta fretta di concludere prima dell' 8 dicembre, al punto da non concedere alla difesa nemmeno i tempi per studiare gli atti? Perché l' 8 dicembre inizia il «Giubileo della misericordia», secondo la singolare formulazione bergogliana.

Allora appare ovvio che il papa argentino abbia dato istruzioni di non volere processi e imputati in Vaticano durante l' Anno Santo che dovrebbe celebrare il perdono. Non solo. Riprendo una previsione che ieri mattina è stata acutamente fatta, su Radio radicale, da Massimo Bordin: il processo dovrebbe finire prima dell' 8 dicembre per permettere così a papa Bergoglio di fare il beau geste del perdono generale ed essere celebrato dunque come il grande papa misericordioso.

Così tutti felici e contenti. Questo però fa somigliare il processo a una sceneggiata, che non ha nulla a che fare con il diritto e la giustizia ed ha molto a che fare con la commedia. Ecco, questo è il problema: di questi tempi - oltretevere - si esagera con le sceneggiate e le commedie. Anche sulle cose sacre, dove non dovrebbero essere permesse.

di Antonio Socci

Sulle tracce dei nostri cani e gatti, localizzatori e App ci dicono sempre dove sono

Repubblica.it
di PIERA MATTEUCCI

Al posto della classica targhetta, apparecchi piccoli e superleggeri da applicare sui collari. E sullo smartphone si controlla in tempo reale la posizione dei nostri amici a quattro zampe

Sulle tracce dei nostri cani e gatti, localizzatori e App ci dicono sempre dove sono

“È stata smarrita ieri, vicino alla fermata del bus 36, questa cucciola di jack russel: si chiama Lola, ha una targhetta con il nome e il numero di telefono. Si offre ricompensa a chi la trova”… “Si cerca disperatamente Sirio, gatto maschio persiano di 10 anni. Si è perso nella zona della stazione. Ha un collarino con i dati. Aiutateci a trovarlo”. Centinaia e centinaia sono i messaggi che, ogni giorno, invadono le bacheche dei veterinari, i pali della luce e delle fermate dei bus, ma soprattutto la Rete con accorate richieste di collaborazione per trovare l’amico a quattro zampe che si è allontanato da casa e non è stato capace di tornare indietro.

Il ‘vecchio’ metodo della targhetta al collo, con nome dell’animale e i recapiti del proprietario, sebbene utilissimo, a volte non basta per fare individuare il ‘fuggitivo’, soprattutto se ha percorso tanta strada o è stato portato lontano da chi lo ha trovato.

Meglio, allora, chiedere una mano alla tecnologia. Basta, infatti, scegliere uno dei tanti sistemi di localizzazione pensati proprio per gli animali domestici, applicare l’apparecchio sul collare e, attraverso apposite App, tenere costantemente sotto controllo gli spostamenti dei nostri amici. Sul mercato la scelta è vastissima.

L’ultimo nato si chiama Kippy the Pet Finder, localizzatore sul quale punta Vodafone (che nell'Internet of Things vanta un un +76% di oggetti connessi in Italia nel 2015 rispetto al 2014) ha costruito una soluzione Internet composta da piattaforma M2M, GDSP (Global Data Services Platform) e un’App scaricabile da Google Play, dall’App Store e da Windows Phone Store. Kippy è stato pensato per cani e gatti e animali domestici sopra i 5 chili di peso: è resistente all’acqua e facile da agganciare al collare.

Attraverso l’applicazione, è possibile seguire gli spostamenti direttamente su smartphone, tablet e pc. Ma è anche possibile attivare una mappa per individuare dove si trova l’animale in tempo reale, trovare la direzione migliore per raggiungerlo. Come tutti i sistemi che utilizzano il sistema Gps, il raggio d’azione è illimitato, ma in assenza di segnale, il localizzatore triangola la posizione appoggiandosi alle celle telefoniche nelle vicinanze.

Sempre sul sistema Gps è stato realizzato Tractive pet, un tracker presentato a Ifa 2015 e dedicato agli animali domestici: anche in questo caso, un apparecchio di piccole dimensioni va attaccato al collare. Poi, passando attraverso il server di Tractive, si può tracciare l’itinerario percorso. C’è anche la versione che ha un sensore di temperatura e quella che conta quanti passi ha fatto l’animale: l’applicazione collegata fornisce informazioni su quanto l’amico a quattro zampe è attivo o sedentario.

C’è anche UbiSafe Pet, altro localizzatore a misura di pet, che segue passo passo gli spostamenti di Fido e Fuffy e mette tranquilli i proprietari ansiosi. Grazie a una App per smartphone gratuita e compatibile con Android e iPhone, c’è un occhio sempre puntato sul nostro amico. Se, poi, non si possiede uno smartphone, non c’è problema: a servizio dei clienti c’è un call center sempre attivo che individua la posizione dell’animale e la comunica al proprietario.

È prodotto in Svizzera e può essere usato in 220 Paesi: Petpointer si fissa su qualsiasi tipo di collare e la batteria da ricaricare si rimuove rapidamente, senza dover togliere il collare. I percorsi di cani e gatti si possono seguire sia attraverso una App, utilizzata su tutti i pc, Mac e dispositivi mobili, sia attraverso il sito web.

Misure ridotte per Trax, (5,5 x 3,8 x 1 centimetro), il piccolo localizzatore ottimo per cani e gatti, ma anche per tenere sotto controllo i bambini. Con la connessione GPRS funziona anche in luoghi chiusi, il ricevitore GPS, tramite l’apposita APP dedicata, invia la posizione di Trax in soli 3 secondi.

Camera vista monti

La Stampa
massimo gramellini

(Il corsivo di oggi è un gol a porta vuota, ma la colpa è di chi quella porta non la chiude mai).
Nella Roma che accoglie i pellegrini del Giubileo con ingorghi festosi, per trovare silenzio e spazi vuoti bisogna andare a Montecitorio. Un’oasi di pace nel cuore della Capitale. Le banche scricchiolano, l’Isis incombe, Salvini si crede Marine Le Pen che si crede Napoleone, ma i deputati della Repubblica non accettano di darla vinta agli strateghi del terrore cambiando le proprie abitudini. E con sprezzo del pericolo, ma non del ridicolo, hanno confermato e addirittura ampliato l’usanza di mettersi in ferie. Dal 4 al 14 dicembre. Il Ponte tornato in auge nei giorni scorsi non si riferiva dunque allo Stretto, ma alla larghissima vacanza che consentirà agli onorevoli di testare l’efficienza delle strutture turistiche italiane e di acquisire informazioni di prima mano su quelle estere. 

A questo punto avrebbero potuto darsi appuntamento direttamente alla seconda settimana di gennaio - si pensi alla sfida ingegneristica e al significato culturale di un ponte gettato tra l’Immacolata e la Befana - ma il senso di responsabilità che è da sempre il loro tratto costitutivo li indurrà a interrompere brevemente la villeggiatura verso la metà del mese per votare a comando la legge di Stabilità, azzoppare ancora una volta i candidati alla Corte Costituzionale e soprattutto scambiarsi gli auguri di Natale. A conferma dei legami d’affetto tra persone in apparenza tanto divise e lontane, in realtà tenute insieme da una comunanza di valori rigorosamente quotati in Borsa. 

Pausa pranzo, c’era una volta la mensa

La Stampa
marco belpoliti

Istituita all’inizio del ’900 in seguito all’aumento dei ritmi produttivi, ha cambiato le abitudini alimentari. Ora è soppiantata dal forno a microonde



Sta consumando il pasto seduto per terra, lo sguardo chino sul piatto, il filone di pane appoggiato di fianco su un ripiano di legno. La foto scattata da Odoardo Fontanella è degli Anni Cinquanta e ritrae il pranzo di mezzogiorno di un operaio, o più facilmente un muratore (la tuta è sporca di bianco, forse calcina). Con questa immagine si apre Pausa pranzo. Cibo e lavoro nelle fabbriche, il libro che illustra una recente mostra a Sesto San Giovanni, curata da Giorgio Bigatti e Sara Zanisi e organizzata dall’Isec, Istituto per lo studio della storia contemporanea.

In una serie di scatti provenienti da vari archivi aziendali è raccontata la storia delle mense italiane. Ci sono immagini della mensa operaia della Breda tra gli Anni Venti e Trenta, la prima azienda ad aver realizzato un servizio del genere, ma anche istantanee dei tavoli su cui i lavoratori consumano il loro pasto a Dalmine negli Anni Quaranta: spezzatino, pane e bottiglia di vino.

L’istituzione del refettorio – questo il nome iniziale di origine monastica, indica il luogo in cui ci si «ristora» – è piuttosto recente. Sono i primi decenni del Novecento quando l’aumento dei ritmi lavorativi, subito dopo la Prima guerra mondiale che ha portato alla «mobilitazione totale» dell’industria, produce la riduzione progressiva della sosta del pranzo a mezzogiorno.

Si razionalizzano le consuetudini alimentari d’origine contadina che comprendevano soste più lunghe a seconda delle stagioni o del lavoro all’aperto. Il sistema americano sperimentato nelle fabbriche della Ford viene esportato nella vecchia Europa; i ritmi tayloristici impongono un lunch breve e semplificato rispetto all’alimentazione contadina fondata sulle minestre e le verdure.

In Italia per ancora un paio di decenni, o forse più, l’operaio delle grandi fabbriche sarà l’erede degli usi della società tradizionale, dove le pause per nutrirsi e il riposo dopo il pasto erano consueti e necessari. Nel regime alimentare americano domina invece una robusta colazione mattutina che supplisce al pasto di mezzodì più rapido e meno impegnativo. Ma prima di arrivare alle mense, documentate nel piccolo catalogo da straordinarie foto d’epoca, c’è la gamella, di memoria militare o, come si chiama in Lombardia, la schiscêtta: contenitore metallico dove il cibo preparato a casa dalle donne è «schiacciato». In un’altra foto si vedono gli operai di un’azienda di Treviso in lotta per ottenere la mensa, che nel 1977 mangiano su un tavolo all’aperto con gamelle, bottiglioni di vino, Coca-Cola e tovaglie.

DAL PANE AI PRECOTTI
Il pane è l’alimento più presente, sino al giro di boa degli Anni Ottanta, in una continuità alimentare che Piero Camporesi ha descritto in La terra e la luna (Garzanti). Secondo lo studioso romagnolo lo stesso self service deriverebbe dalla fabbrica, e dalla invenzione delle mense aziendali, almeno in Italia. Nascono allora i cibi precotti figli della struttura industriale: riscaldati, refrigerati o surgelati. Appaiono negli Anni Settanta le vaschette di plastica e alluminio, confezioni di polistirolo, contro cui si scaglia Camporesi, che portano alla scomparsa del paese del pane e del vino, l’Italia divisa tra polenta e spaghetti, a favore invece di una cucina della «leggerezza» che ha nelle mozzarelle confezionate nella plastica il suo tripudio.

La maggior parte delle immagini del libro riguardano il periodo precedente, quando ancora l’Italia è il «paese della fame», per dirla con lo studioso romagnolo, uscito da una guerra disastrosa e deciso a guadagnare rapidamente il progresso delle altre nazioni europee. La grande trasformazione alle porte è documentata nell’immagine del refettorio Fiat a Mirafiori e dallo stabilimento Pirelli-Bicocca, con l’interno della modernissima mensa progettata da Giulio Minoletti nel 1957, purtroppo demolita per far posto a una nuova struttura postmoderna, la stecca di Vittorio Gregotti, entro cui si muove oggi la popolazione studentesca della Università, erede non solo virtuale di quei ritmi di vita e di alimentazione: l’epoca del panino.

LA FINE DEL PASTO IN COMUNE
Un altro scatto ritrae la mensa degli impiegati, sempre al Lingotto, nel 1927, con tovaglie, posate, piatti, saliere e oliere, sopra tavoli lunghissimi e ben allineati che coprono l’intera superficie del capannone. La divisione tra colletti bianchi e colletti blu, tra impiegati e operai, è netta. Andrà smarrendosi man mano che si entra negli Anni Ottanta, quando i processi di deindustrializzazione modificheranno anche le mense operaie con l’introduzione dei coupon che verranno spesi in tavole calde, tavole fredde, piccoli ristoranti e bar nei pressi dell’azienda.

L’Italia si fonda sul terziario avanzato e il popolo delle mezze maniche domina nelle fabbriche sopravvissute. Sarà allora la volta di un nuovo elettrodomestico che modellerà di sé i pasti dei lavoratori scampati alla delocalizzazione e alle trasformazioni tecnologiche degli Anni Novanta e Duemila: il forno a microonde. Inventato alla fine degli Anni Quaranta negli Stati Uniti, verrà introdotto in Italia tardi, e il passaggio dal pasto comune al pasto solitario davanti al microonde segnerà di sé la nuova epoca. L’età del nascente narcisismo di massa descritto da Christopher Lasch è definita da questo nuovo strumento. Ciascuno è solo davanti al forno a microonde, ed è subito sera.

Socci: "Presepi via dalle scuole? Ignoranti, aboliamo anche il calendario"

Libero
08 Dicembre 2015

Antonio Socci

Nei giorni scorsi è scoppiata una guerra sul Natale nelle scuole. Ma il problema non è il presepe, è l' ignoranza e il dominio del «secondo me». Carlo Giovanardi ha giustamente ricordato un fatto dimenticato da tutti: «Il 25 dicembre, Natale, è una festività cattolica di precetto come tale riconosciuta dallo Stato anche agli effetti civili sin dal tempo dell' Unità d' Italia (decreto 17 ottobre 1860, n. 5342)».

Faccio presente che il governo del Regno d' Italia a quel tempo era fatto di politici che erano in guerra con la Chiesa e una guerra molto dura, dopo le leggi Siccardi e quelle sulla soppressione degli ordini religiosi: uno scontro che portò anche alle scomuniche. Eppure quella legge riconosceva la festa del Natale, la nascita dell' Uomo-Dio, come festa dello stato laico risorgimentale.

Dopo il Regno d' Italia arriva la Repubblica e il Natale (che per la Chiesa è «la Gloria del Cielo che si manifesta nella debolezza di un bambino»), viene riconosciuto come festa: in base alla legge della Repubblica 27 maggio 1949 n. 260, il 25 dicembre è «giorno festivo con l' osservanza del completo orario festivo e del divieto di compiere determinati atti giuridici». Cioè - spiega Giovanardi - lo Stato laico riconosce la festività cattolica del Natale come sua festa civile.

Esattamente come istituì la festa nazionale del 4 novembre (oggi soppressa), la festa della Repubblica il 2 giugno o il 25 aprile come festa della Liberazione e il 1° Maggio come festa dei lavoratori. Quest' ultima - com' è noto - è una festa nata nell' alveo del movimento socialista, ma è stata riconosciuta come festa civile e oggi è festa di tutti. È ovvio che una scuola che fa fare vacanza ai ragazzi per il 1° Maggio o per il 25 aprile debba spiegare loro perché fanno vacanza e cosa si celebra. Così come è ovvio che, dando quindici giorni di festa ai ragazzi, per il Natale, si spieghi chi e cosa si festeggia: non «l' inverno» o altre corbellerie, ma la nascita di Gesù Cristo. E a Pasqua non si celebra la pace, ma la Resurrezione di Gesù.

Questo taglia la testa al toro, spazzando via tutte le chiacchiere sulla «scuola laica» che non dovrebbe parlare del Natale cristiano o della Pasqua. Tanto più dovrà spiegarlo agli studenti immigrati e di altre religioni: proprio a scuola questi giovani possono imparare un fatto fondamentale della nostra cultura, quel fatto in base al quale si dice che oggi siamo nel 2015 (perché si computano gli anni a partire dalla nascita di Gesù), quel fatto per cui abbiamo la settimana e la domenica facciamo festa.

Il fatto cristiano, che è rappresentato in gran parte del nostro patrimonio artistico, ha «inventato» le Cattedrali, gli ospedali e le università. Anche la nostra lingua ha lì la sua origine, perché l' italiano è una lingua istituita avendo come paradigma il Poema sacro, la Divina Commedia, ed ha il Cantico delle creature come sua prima opera poetica (Cantico scritto dallo stesso san Francesco che ha «inventato» il presepio).

Se volessimo scavare nella nostra storia scopriremmo che pure Europa è stata forgiata dalla storia cristiana e così il diritto internazionale (vedi la Scuola teologica di Salamanca), così le banche (prima c' erano perlopiù usurai) e il sistema economico moderno. Ma perfino le nostre delizie gastronomiche - dal parmigiano, al prosciutto allo spumante - ci portano nelle abbazie medievali che insegnarono l' agricoltura a un' Europa barbarica e trasmisero la cultura classica e quella ebraica e inventarono la notazione musicale. Pure le origini della nostra tecnologia e della nostra scienza vanno cercate lì.

Don Lorenzo Milani, che la Sinistra ritiene da decenni un prete dei suoi (ma lui se ne faceva beffe), scrisse, con i ragazzi della scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, un libro che veniva sbandierato dai Sessantottini come il loro testo di riferimento per la contestazione della «scuola borghese». Bene, credo che lo abbiano letto poco. Infatti, in quel libro, Don Milani, contestando il tempo che la scuola dedica ai classici, prosegue: «Neanche un minuto solo sul Vangelo. Non dite che il Vangelo tocca ai preti. Anche levando il problema religioso restava il libro da studiare in ogni scuola e in ogni classe.

A letteratura il capitolo più lungo toccava al libro che più ha lasciato il segno, quello che ha varcato le frontiere. A geografia il capitolo più particolareggiato doveva essere la Palestina. A storia i fatti che hanno preceduto, accompagnato e seguito la vita del Signore. In più occorreva una materia apposta: scorsa sull' Antico Testamento, lettura del Vangelo su una sinossi, critica del testo, questioni linguistiche e archeologiche. Come mai non ci avete pensato? Forse chi v' ha costruito la scuola Gesù l' aveva un po' in sospetto: troppo amico dei poveri e troppo poco amico della roba».

Altro che presepio a scuola: don Milani voleva il Vangelo come programma di studio fondamentale in tutte le materie. Ma - si dirà - per quanto considerato di sinistra lui era pur sempre un prete. Eppure anche Immanuel Kant, vate della cultura laica europea, affermava: «Il Vangelo è la fonte da cui è scaturita la nostra cultura».

Un paio di aneddoti illuminanti. Attorno al 1978 frequentavo la Facoltà di Lettere e filosofia, a Siena, e seguivo in particolare i corsi di Critica letteraria tenuti da Franco Fortini. Era un professore straordinario, da cui ho imparato tantissimo. Un intellettuale affascinante. Fortini stava fuori dagli schemi: era marxista, ma antistalinista, era ebreo (lui e suo padre subirono la persecuzione delle leggi razziali), ma critico con lo Stato d' Israele. Noi facevamo discussioni accesissime, furono scontri epici. Ma fecondissimi.

Una mattina iniziò la lezione leggendo (meravigliosamente) dei versi. In pochi riconoscemmo che era il «Mercoledì delle ceneri» di Eliot: «Perch' i' non spero più di ritornare/ Perch' i' non spero...». Quel giorno era appunto il Mercoledì delle ceneri e lui si mise a chiedere se sapevamo cosa significava. La maggior parte non ne sapeva niente. Così Fortini fece lezione per spiegarci che non era possibile studiare letteratura, filosofia, storia dell' arte o storia in Italia senza sapere tutto del cattolicesimo.

Tanto più disse se uno si professa marxista. Le stesse identiche considerazioni poi mi furono fatte, qualche anno dopo, da Massimo Cacciari, quando lavoravo al Sabato, durante un' intervista. Cacciari, originariamente marxista, si occupa da sempre di teologia ed era inorridito dall' ignoranza in materia religiosa che riscontrava nei suoi studenti. È una questione centrale della formazione e la scuola non l' ha ancora compreso. Non è una questione confessionale, ma culturale e educativa.

Ho già ricordato - su queste colonne - cos' hanno scritto in proposito i campioni della nostra cultura laica. Nella sua Storia dell' idea d' Europa, Federico Chabod dice: «Il Cristianesimo ha modellato il nostro modo di sentire e di pensare in guisa incancellabile; e la diversità profonda che c' è fra noi e gli Antichi (…) è proprio dovuta a questo gran fatto, il maggior fatto senza dubbio della storia universale, cioè il verbo cristiano. Anche i cosiddetti "liberi pensatori", anche gli "anticlericali" non possono sfuggire a questa sorte comune dello spirito europeo». E il papa laico, Benedetto Croce, il maestro della cultura liberale, nel saggio del 1942

Perché non possiamo non dirci cristiani, spiegava: «Il Cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l' umanità abbia mai compiuta (…). Tutte le altre rivoluzioni, tutte le maggiori scoperte che segnano epoche nella storia umana, non sostengono il suo confronto, parendo rispetto a lei particolari e limitate (…). E le rivoluzioni e le scoperte che seguirono nei tempi moderni (…) non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana (…) perché l' impulso originario fu e perdura il suo». Ripeto: il problema della scuola italiana non è il presepio, ma l' ignoranza.

Antonio Socci

Telefonia e pay-tv, i contratti saranno al massimo di 2 anni. Retromarcia del Garante: stop alla doppia fatturazione

Repubblica.it
di ALDO FONTANAROSA

L'AgCom ha introdotto un regolamento che fissava in 2 anni la durata massima dei contratti, ma ne autorizzava un secondo (più lungo) per le eventuali rate dello smartphone. Le lamentele degli operatori e i lavori del Parlamento, dove si sta introducendo il tetto a due anni, smartphone incluso, generano il passo indietro del Garante

Telefonia e pay-tv, i contratti saranno al massimo di 2 anni. Retromarcia del Garante: stop alla doppia fatturazione

Sarà il Parlamento a fissare (in 24 mesi, a meno di sorprese) la durata massima dei contratti con le pay-tv, oppure con le società che ci vendono un abbonamento telefonico, smartphone incluso. Le regole sono quelle che stanno prendendo forma al Senato nel disegno di legge in favore della Concorrenza. Fa un passo indietro, invece, il Garante per le Comunicazioni (l'AgCom) che congela una sua regola in materia. Una regola contestata dalle società perché macchinosa.

Il disegno di legge sulla Concorrenza - già votato dalla Camera ed ora all'esame dei senatori - si concentra sulle offerte promozionali. Sono le esche che Sky, Mediaset Premium e le società della telefonia lanciano in mare con un doppio obiettivo. Pescare nuovi clienti e trattenerli per il massimo tempo possibile dentro la loro rete.

Ecco, il disegno di legge sulla Concorrenza teme proprio questo. Che un'offetta - per quanto vantaggiosa - finisca con il legare il cliente troppo a lungo limitando la possibilità che altre società conquistino quel consumatore. Per questo l'articolo 18 (comma 3-ter) stabilisce che un contratto avrà una durata massima di 24 mesi quando contiene una offerta promozionale. Il principo - già votato dalla Camera - diventerà definitivo se approvato anche dal Senato e di nuovo dalla Camera nella terza e definitiva lettura del disegno di legge.

Nell'attesa del voto definitivo del Senato, la durata dei contratti è stata già regolata dal Garante per le Comunicazioni con la delibera 519 del 2015. Ma questa delibera è stata subito contestata da Fastweb e da H3g, perché ha introdotto la doppia fatturazione. Il Garante ha deciso che il contratto base tra la società telefonica e il cliente possa durare al massimo 24 mesi (con una prima fattura). Quando però il cliente riceve anche uno smartphone o un decoder, il pagamento rateale di questo macchinario può durare anche oltre i 24 mesi (seconda fattura).

Fastweb ed H3g hanno fatto notare che questo meccanismo complica la vita ai consumatori. E genera dei costi per le società telefoniche o della pay-tv, costrette ad aggiornare i loro sistemi informatici per gestire la doppia fatturazione. Dubbi anche sul piano legale, perché queste società avrebbero venduto il servizio telefonico o televisivo per massimo 24 mesi e il bene fisico (lo smartphone, il decoder) con una rateizzazione più lunga di 24 mesi.

Venerdì scorso, la retromarcia improvvisa del Garante che - con una nuova delibera, la numero 630 - congela questa sua regola della doppia fatturazione. Il Garante non riconosce di aver creato una soluzione pasticciata. Motiva il suo ripensamento con la sovranità del Parlamento. In pratica, il Garante si rimette al disegno di legge in favore della Concorrenza ormai vicino alla sua definitiva approvazione.

Poiché questa legge è norma primaria, appena votata avrà comunque il sopravvento sul regolamento del Garante. E dunque non ha senso tenere in vita il regolamento del Garante (articolo 5 sulla durata dei contratti) mentre prende corpo una soluzione diversa alle Camere. E così ci siamo salvati dal pasticcio della doppia fatturazione.

La cena segreta del Führer Follie, banalità e razzismo di chi disprezzava il mondo

Massimiliano Scafi - Mar, 08/12/2015 - 08:01

In "Così parlò Hitler" il resoconto completo di un soliloquio del dittatore con i generali nel 1942. Quando ancora credeva di vincere



Era il 23 gennaio del 1942 e a Berlino faceva piuttosto freddo. Adolf Hitler, come al solito, aveva invitato a cena qualche generale e i vecchi camerati: menu rigorosamente vegetariano, niente alcol, quattro chiacchiere in libertà.

«Gli ebrei debbono andarsene dall'Europa. E se rifiutano di farlo spontaneamente, allora non vedo altra soluzione che lo sterminio». Infatti, sappiamo tutti quello che è successo. Ma, senza arrivare all'odio totale per «i giudei», erano davvero in tanti nella lista nera del Fuhrer. Gli svizzeri, ad esempio: «Non si può più permettere che esista uno Stato come quello, un ascesso nel corpo dell'Europa. Potremmo, tutt'al più utilizzarli come albergatori». I russi, da ridurre in schiavitù: «Che idea ridicola vaccinarli... e niente sapone per loro. Il loro principale apporto alla civiltà è la vodka». Gli ucraini: «Gli faremo avere fazzoletti di seta, chincaglieria e tutto ciò che piace ai popoli coloniali».

Tanti bei progetti pure per i sudtirolesi, da trasferire in Crimea attraverso il Danubio: «Troveranno un posto latte e miele». Per la Norvegia, «che sarà la centrale elettrica dell'Europa del Nord». Per il Vaticano. «Tireremo fuori quel branco di porci. Poi ci scuseremo». Quanto a noi, stravedeva per Mussolini, «il genio che oggi si trova alla testa del popolo italiano ha il profilo di Cesare». Un po' meno per i Savoia: «Bisognerebbe catturarli tutti, infilarli su un aereo e portarli il Germania». Non voleva una pace definitiva con la Francia per non mettere in difficoltà il governo di Roma, altrimenti «per battere l'Italia basterebbe la polizia di Parigi».

Detestava Churchill, «prostituta politica», e Roosevelt, «azzeccagarbugli giudeo con una moglie negroide». E stimava Stalin: «Una delle figure più straordinarie della storia, una personalità eccezionale».Sfoghi, insulti, deliri, grandi orrori e stupide banalità, discorsi cruciali e farsi a vanvera. Virgolettati in parte inediti e in parte dimenticati dalla storia, seppelliti per decenni negli archivi del Kgb, raccolti adesso da Fabrizio Dragosei, da vent'anni corrispondente da Mosca del Corriere della Sera, in Così parlò Hitler, edito da Mursia. «Parlava molto e ci teneva a non essere equivocato. La sera a cena, che spesso cominciava tardissimo, lui teneva banco e intratteneva i suoi interlocutori per ore.

E il fedele segretario Martin Borman aveva messo in piedi un servizio di stenografi che registravano ogni parola del Fuhrer».Dalle trascrizioni viene fuori come Hitler volesse occupare tutta l'Europa per poi allargarsi anche oltre. Dopo l'Inghilterra, pensava di aggredire pure l'America. Chiedeva ai suoi ingegneri aeronautici di progettare un bombardiere Heikel con motori accoppiati. Obbiettivo, i grattacieli di New York. «Un raid come quelli su Londra avrebbe un effetto devastante. Sarebbe fisicamente impossibile portare via le macerie e lì non è possibile costruire dei rifugi antiaerei».

La coerenza? Non importa. «Con simili collaboratori posso permettermi giravolte di 180 gradi senza che nessuno muova un muscolo», questo il suo primo commento dopo l'attacco alla Russia del 22 giugno 1941. L'Operazione Barbarossa violava il patto con il suo amato Stalin? Chi se ne frega, «un Stato che dispone di un stampa ispirata e ha in pugno i giornalisti dispone del più grande potere». Il popolo capirà.Il disegno generale era chiaro. «Chi approfitterà veramente di questa guerra saremo noi. Ne usciremo bene in carne, prenderemo qualsiasi cosa ci possa esser utile e non restituiremo un bel niente.

Che protestino, non mi importa. Per il bene del popolo tedesco ci vuole un conflitto ogni 15 o 20 anni». Berlino doveva diventare capitale mondiale, sede perenne dei giochi olimpici. «Avremo le più ricche colonie del mondo». Progetti grandiosi pure per la Germania: un milione e mezzo di Volkswagen da produrre ogni anno, autostrade larghe 11 metri a carreggiata per arrivare comodamente fino ai confini dell'impero, in Crimea, aerei tanto grandi «da poterci installare una sala da bagno».Odiava le mogli, «meglio un'amante», le donne spagnole, «tutte oche, vanno sempre a messa», e i cuochi, «idioti ridicoli».

Voleva rifare Berlino e sosteneva che a bruciare Roma non fosse stato Nerone ma «i cristiano-bolscevici». Rimorsi? Nessuno. «Sono stato troppo buono e la bontà si rimpiange dopo». Pentimenti? Solo uno: «Non ho regolato abbastanza i conti e, se non lo si fa subito, si diventa compassionevoli». Dopo la morte si vedeva in un Olimpo. «Sarò in compagnia degli spiriti più illuminati di tutti i tempi». E un cruccio, che la dice lunga sui suoi complessi: «Uno scozzese può essere ricevuto a Londra con il kilt ma a Berlino, chiunque indossi i Lederhose tirolesi darebbe l'impressione di andare a una festa di Carnevale».

Vatileaks 2: libertà di stampa, password e presunte pressioni

La Stampa
andrea tornielli

Le motivazioni del rinvio a giudizio dei due giornalisti autori dei libri contenenti i documenti della commissione Cosea. Il processo vaticano attenta alla libertà di stampa?



Si è discusso molto nelle ultime settimane del processo vaticano per il cosiddetto «Vatileaks 2», che ha portato all’individuazione e all’arresto dei due presunti «corvi», il monsignore spagnolo Lucio Angel Vallejo Balda e la pr Francesca Immacolata Chaouqui, ancora prima che venissero divulgate le carte che essi avevano passato ai giornalisti. Al di là della ovvia distinzione tra gli imputati del trafugamento delle carte e della loro diffusione, e i due giornalisti che le hanno pubblicate, ci si è interrogati sulla libertà di stampa, su come questa venga riconosciuta Oltretevere, sulla nuova norma creata ad hoc dopo «Vatileaks 1».

A questo proposito il professor Cesare Mirabelli, già giudice della Corte Costituzionale italiana per diversi anni e Presidente della stessa Corte, e ora Consigliere generale dello Stato della Città del Vaticano, ai microfoni di Radio Vaticana ha negato che quello in corso sia un processo alla libertà di stampa: «Non mi pare proprio - ha detto - La libertà di stampa è comunque garantita. Il giudizio che deve essere dato è se questi documenti siano stati acquisiti in maniera corretta; se sono cose provenienti da reato, se vi è una partecipazione dei giornalisti alla sottrazione illegale – starei per dire “delittuosa” – di questi documenti».

Dunque, secondo questa interpretazione, non si contesta la pubblicazione delle notizie ma il modo in cui i documenti sono stati acquisiti. «Se questo costituisce reato - spiega Mirabelli - è questo reato che può essere punito. Questo non significa che vi sia un divieto o una limitazione al giornalismo di inchiesta, che ha anche una positività perché mette in luce delle criticità che ci sono e informa sotto questo aspetto l’opinione pubblica. Tuttavia, il giornalismo d’inchiesta non significa una acquisizione di documenti con atti o commissione di reati per procedere a pubblicare informazioni».

Premesso che qui si sta parlando per il momento soltanto di ipotesi di reato e che spetterà al processo stabilire quali prove esistano per confermare o meno l’ipotesi accusatoria, vale la pena forse di sottolineare due elementi in proposito.

Il primo riguarda l’acquisizione delle carte. In aula oggi è stato specificato, seppure en passant, che questa sarebbe avvenuta sia «brevi manu», cioè con una consegna diretta da parte della fonte al giornalista, sia attraverso la consegna di password grazie alle quali, sembra di capire, sarebbe stato possibile acquisire direttamente i documenti. Questo aspetto non appare affatto secondario. Una cosa è infatti, per il giornalista, ricevere dalla fonte delle informazioni notizie e documenti in formato cartaceo o elettronico che sono stati reperiti dalla fonte stessa, e sul modo in cui questi vengono reperiti o eventualmente «rubati», è innanzitutto la fonte a doverne rispondere.

Tutt’altra cosa è se la fonte mette a disposizione del giornalista codici di accesso e password che gli permettano di scaricare direttamente i documenti. Premesso che ancora non sappiamo ciò che è effettivamente avvenuto, le due azioni - ricevere documenti e pubblicarli spiegandone il contesto con un adeguato lavoro giornalistico, oppure ricevere delle password e usarle per accedere direttamente all’archivio dei documenti - hanno una diversa rilevanza. Nel primo caso il giornalista non sottrae un bel nulla. Nell’altro sì.

Un secondo aspetto sul quale ci si è soffermati ancora poco riguarda le cosiddette presunte «pressioni» che, secondo quanto si legge nel dispositivo del rinvio a giudizio, sarebbero state esercitate dai giornalisti sulle loro fonti al fine di ottenere i documenti. Un’accusa che gli autori dei due libri sulle finanze vaticane hanno respinto al mittente fin dal primo giorno. È chiaro che una persona nelle condizioni psicologiche di monsignor Vallejo Balda, che si sentiva accerchiato, minacciato, spiato, può avere interpretato a modo suo parole o atteggiamenti delle persone con cui era in contatto.

E dunque può aver considerato pressioni indebite o persino ricatti frasi che in realtà non lo erano. Ha colpito l’attenzione la notizia di oggi: l’esistenza di una perizia psichiatrica alla quale lo stesso Vallejo si è sottoposto prima di essere arrestato. P er quale motivo ha fatto questa mossa preventiva? Sull’esistenza o meno di prove relative a queste presunte «pressioni» citate dall’accusa si gioca un aspetto importante del processo per quanto riguarda l’accertamento di eventuali responsabilità degli autori dei due libri.