giovedì 10 dicembre 2015

Bari, le cartoline della jihad al terrorista iracheno in carcere: "Chiedo la morte dei martiri"

Repubblica.it
di GIULIANO FOSCHINI

La Procura ha scoperto come Majid Muhamad, arrestato in Puglia con l’accusa di offrire sostegno ai foreign fighters,  continuava ad avere rapporti con componenti del suo vecchio gruppo

Bari, le cartoline della jihad al terrorista iracheno in carcere: "Chiedo la morte dei martiri"

Due tramonti, i faraglioni, una spiaggia bianca, il mare verde: ”Calabria!". Si nascondono in luoghi insospettabili i messaggi della jihad italiana: dietro ormai desuete cartoline spedite da tutte le parti d’Italia la Procura di Bari, grazie al lavoro degli uomini della Digos, ha scoperto come Majid Muhamad, l’iracheno arrestato a Bari con l’accusa, fra le altre, di offrire sostegno ai foreign fighters, durante la sua carcerazione per reati di terrorismo continuava ad avere rapporti con componenti del suo vecchio gruppo. «Fratello prediletto, sia lode a te Dio Onnipotente che ci guidi. Mi pento verso di lui e chiedo una vita felice, la morte dei martiri e la vittoria sui nemici», gli scriveva Abu Ibrahim sul retro di una cartolina che illustrava le bellezze marine della Calabria.

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Messaggi chiari, nascosti in cartoline apparentemente innocue con lunghi pensieri in arabo. Che ora il procuratore antimafia Roberto Rossi ha ordinato di tradurre. All’interno c’è la prova di come il gruppo fosse legato in maniera molto stretta. Per esempio è chiaro che Majid avesse contatti con i due belgi arrestati a Bari, condannati in primo grado e poi assolti in appello dall’accusa di terrorismo. Si tratta di Bassam Ayachi, l’imam ideologo di Molenbeek, il sobborgo di Bruxelles da dove arriva il commando del 13 novembre di Parigi. E di Rafael Gendron. Dopo circa due anni di arresti sono stati assolti e scarcerati: Gendron è morto pochi mesi dopo durante un combattimento in Siria, mentre Ayachi è ora nel territorio dell’Is, non potendo più tornare in Europa.

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In una delle cartoline si parla di loro: «Fratello carissimo tu come stai? E come sta il gruppo dei fratelli? Amato fratello, in realtà siamo molto tristi per il duro giudizio emesso contro il fratello Bassam e Abdourauf (il soprannome di Gendron)… il reato imputatogli è ingiusto e si basa su accuse fragili e su maldicenze che non sono affatto vere. Questo è ciò che viene considerato “politicizzato” attraverso meccanismi interni ti ho già inviato delle lettere e…un’altra lettera sulla storia del fratello Bassam…». Il tutto, sempre, sul retro delle bellezze della Calabria.

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Parte da Porto Rotondo, invece, un altro dei messaggi apparentemente innocui. «Chi ha timore in Dio, Dio lo proteggerà. E chi ha fiducia in Dio, Dio gli darà soddisfazione. Chi percorre la strada giusta, Dio lo renderà vincente e lo guiderà». E giù ancora deliri sulla bontà della guerra santa, oltre a varie indicazioni su altri componenti del gruppo, con saluti e messaggi che secondo gli inquirenti rispettano codice. «Non è un caso - dicono - che queste cartoline erano state ricevute in carcere da Majid e che gelosamente continuava a custodire anche una volta fuori dalla prigione insieme con il quaderno nel quale era riportato l’indirizzo parigino di Ayachi».

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Messaggi dello stesso tipo ci sono anche in cartoline con i fiori, inviate da mittenti apparentemente sconosciuti. Mentre sul retro di una cartolina con il lungomare di Reggio Calabria scrive a Majid un tale Yusuf, che secondo gli investigatori ritengono sia Yusuf Mohamed Ali - conosciuto anche con lo pseudonimo Mohamed Al Somali (Il somalo)- «pure quest’ultimo destinatario di ordinanza di custodia cautelare emessa dal tribunale di Milano per reati di terrorismo internazionale» In una Yusuf scrive:

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«Caro Fratello Abd Al Majid…la benedizione di Dio sia su di te…. ho ricevuto la tua lettera il 21 giugno e purtroppo ho saputo della notizia dell’Isis, Dio ci guidi. Bechir e Mehdi sono andati in tribunale e spero per la loro liberazione, così come per la nostra (il riferimento è ad altri due destinatari di ordinanze di custodia cautelare nel medesimo contesto investigativo, vale a dire Charaabi Tarek Ben Bechir e Ben Nasr Mehdi entrambi cittadini tunisini).

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Per quel che concerne “la notizia dell’Isis”». Che significa? Secondo la Procura «l’unico riferimento a una possibile notizia che riguardasse l’Isis nel giugno del 2011 (quando la cartolina fu inviata) è quello relativo all’inizio della rivolta armata in Siria, allorquando, il 4 giugno 2011, per la prima volta in una cittadina siriana ai confini con la Turchia, durante un’azione di protesta contro il governo di Assad, i dimostranti aggrediscono le forze di polizia uccidendo otto persone e prendendo il controllo della stazione di polizia».

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Arriva invece da Milano un messaggio di Cherif Said Ben Abdelhakim, cittadino tunisino,anch’egli arrestato nell’indagine milanese per fatti di terrorismo internazionale e successivamente, nel novembre 2013, espulso in Tunisia. Anche lui fa riferimento ad altre persone che facevano parte del vecchio gruppo, chiedendo recapiti e indirizzi. E infine mostra di sapere benissimo che Majid continui ad avere rapporti, seppur dal carcere. «Chiedo a Dio di proteggere te e tutta la famiglia in Iraq - gli scrive - Mando il mio augurio di libertà a tutti i fratelli». Sul retro la fontana del Castello sforzesco è tutta illuminata.

Per Apple è tempo di aggiornamenti: arriva iOS 9.2 per iPhone e iPad, novità per Watch, Tv e Mac

La Stampa
andrea nepori

Correzione di bug e diverse novità per tutta la gamma di prodotti della Mela, compreso l’iPad Pro, che finalmente risolve un difetto di gioventù. Ecco cosa cambia


Apple Music, Safari, Mail. Il nuovo aggiornamento 9.2 di iOS, pubblicato ieri da Apple e disponibile per il download diretto su tutti gli iPhone e gli iPad compatibili con iOS 9, risolve bug, corregge problemi noti e, soprattutto, aggiunge funzionalità a queste ed altre aree del sistema operativo.
Nel caso di Music, dopo l’installazione di iOS 9.2 è possibile aggiungere un brano a una playlist creata al momento.

Nelle versioni precedenti era possibile aggiungere brani solo a playlist già esistenti. Le liste vengono ordinate a seconda delle modifiche più recenti e grazie ad una nuova icona è più facile capire se un brano è stato scaricato sul dispositivo oppure no. Effettuare il download dei brani o di interi album su iPhone e iPad dalla propria libreria iCloud ora è più semplice.

Novità interessanti anche per Mail: con iOS 9.2 è possibile utilizzare MailDrop anche su iOS e caricare nei messaggi allegati molto grandi (fino a 5GB). iBooks, l’app per la gestione e la lettura di libri digitali su iPhone e iPad, è stata aggiornata per supportare il 3D Touch su iPhone 6s e iPhone 6s Plus. 

Gli appassionati di fotografia e gli utenti di Instagram saranno contenti di sapere che ora il Camera Adapter di Apple funziona anche su iPhone (dal 5 in poi). Con iOS 9.2 è possibile importare foto sull’iPhone direttamente da una fotocamera o da una schedina SD, con la possibilità di salvare gli scatti e i video nel proprio rullino e condividerli velocemente sui social network. 

Novità anche per Safari. Non nell’applicazione, ma nella visualizzazione cui hanno accesso le applicazioni di terze parti. Con iOS 9.2 anche il browser interno alle app avrà accesso alle estensioni disponibili nella versione di sistema di Safari. 

iOS 9.2. risolve inoltre un bug specifico dell’iPad Pro, che a tratti potrebbe rimanere bloccato senza motivo apparente, rendendo necessario un riavvio forzato. L’aggiornamento, scrive Apple in un documento di supporto, dovrebbe evitare che il problema si ripresenti in futuro.

Come avviene sempre più spesso, anche in questa occasione Apple ha pubblicato contemporaneamente gli aggiornamenti per tutta la sua gamma di prodotti. C’è un aggiornamento per i Mac, OS X El Capitan 10.11.2, che punta principalmente a risolvere bug e migliorare la stabilità del wi-fi e di altri servizi. 

WatchOS 2.1 per l’Apple Watch risolve una lunga lista di problemi minori e introduce il supporto a nuove lingue.

L’aggiornamento 9.1 per TvOS, invece, oltre a sistemare i soliti bug e migliorare la stabilità e la compatibilità del dispositivo, introduce alcune funzionalità che Apple aveva lasciato fuori dalla prima versione del software, forse per mancanza di tempo. Ora si può chiedere a Siri di riprodurre brani e album di Apple Music, ma per farlo è ancora necessario parlare un buon inglese, tedesco, francese, giapponese o spagnolo. L’assistente virtuale, nella Apple TV, non è ancora in grado di capire l’italiano.

Con PowerApps di Microsoft tutti realizzano app

La Stampa
valerio mariani

In arrivo una serie di strumenti per trasformare il software di gestione aziendale in app per smartphone e tablet: per Redmond sarà questo il prossimo “business miliardario”.



Del miliardo e mezzo di utenti mensili di Facebook, circa il 47 per cento utilizza il servizio esclusivamente da app mobile su smartphone e tablet. È facile prevedere che tra pochi mesi il numero di utilizzatori della app supererà quelli che fruiscono di Facebook come web service da un pc.
Cambia la fruizione dei servizi web e dei software, dunque, e per questo gli sviluppatori hanno l’obbligo di trasformare un’interfaccia pensata per uno schermo da scrivania in una app studiata apposta per l’utilizzo mobile.

Per avere conferma del senso della rivoluzione, si pensi soltanto all’esperienza d’uso di Facebook accedendo al sito da un browser mobile in confronto all’utilizzo della app. Da questa considerazione parte Microsoft, con l’obiettivo di mantenere lo stesso ruolo da leader nel settore aziendale anche se la rivoluzione mobile può averla spiazzata. E se Microsoft non riuscirà a fare con smartphone e tablet lo stesso miracolo compiuto con l’XBox, l’intento potrebbe essere raggiunto da PowerApps.

Lo strumento, ora disponibile in fase di test a una ristretta cerchia di utilizzatori, permette a chiunque di realizzare una app personale che peschi in tempo reale ed elabori i dati aziendali nella modalità più comoda a chi ne fruisce.

PowerApps si rivolge al mercato aziendale e, nelle intenzioni di Microsoft, vuole risolvere l’ostacolo dell’uso dei software aziendali da remoto. Per fare un esempio: se un venditore non vuole solo accedere in tempo reale alle informazioni sul suo portafoglio clienti, le stesse che avrebbe a video sul suo pc aziendale, ma vuole elaborarle può creare, senza nessuna competenza specifica, una app personalizzata con PowerApp.

In questo modo, l’azienda non ha la necessità di commissionare una versione mobile del proprio gestionale, risparmiando soldi e infiniti grattacapi legati all’incompatibilità ai responsabili dei sistemi informativi. PowerApp è totalmente indipendente dal software o dal servizio web da cui attinge i dati, ha solo bisogno di creare un canale di comunicazione con gli stessi per renderli disponibili via rete mobile in una modalità comoda e fruibile da smartphone e tablet.

L’ultimo strumento di Microsoft è stato definito dai suoi ideatori come il prossimo business miliardario per il settore aziendale, e magari anche per la casa di Redmond.

La lunga corsa contro l’oblio dell’ultimo manoscritto di Sade

La Stampa
fabio sindici

Ciò che resta delle Giornate di Florbelle va all’asta domania Parigi. Per anni restò nel cassetto di una Prefettura


Il frontespizio del manoscritto di Sade Le giornate di Florbelle, risalente al 1806-1807

È un superstite, il manoscritto di trentatré fogli, fitti della grafia, a tratti chiara, a tratti assurdamente scivolosa, che reca l’impronta della penna sulfurea dell’anziano marchese Donatien-Alphonse-François de Sade. Valrose ou les écarts du libertinage (Valrose o gli errori del libertinaggio) si legge in alto sulla prima pagina, nel frontespizio. Ma è un primo tentativo di titolo, cancellato. Segue quello definitivo: Le giornate di Florbelle o la natura svelata, seguite dalle memorie dell’abate di Modose e dalle avventure d’Emilie de Volnange. Si tratta di un relitto letterario.

Dalla storia avventurosa.Gli appunti di questi fogli raccontano infatti il progetto e lo schema di un’opera monumentale, l’ultima del divino, terribile marchese. Completata in tredici mesi e venti giorni, tra il 1806 e il 1807, gli anni della detenzione - relativamente leggera - nell’ospizio per malati di mente di Charenton, e sequestrata dalla polizia con i fogli ancora freschi d’inchiostro. Pare che l’ispezione fosse stata richiesta dalla famiglia di Sade, in particolare dal figlio Donatien-Claude che stava iniziando una promettente carriera politica.

E che temeva i contraccolpi della reputazione infame dell’autore di Justine. Subito dopo la morte di Sade, i cento quaderni delle Journées de Florbelle vengono gettati nelle fiamme, alla presenza dei figli. Si salvano solo pochi fogli, che contengono il piano del romanzo, conservati come una curiosità dal segretario del prefetto di polizia, Du Plessis. Invece della cenere, conoscono la polvere dei cassetti degli schedari.

Ora quel che resta delle Giornate di Florbelle, gli appunti salvati dal fuoco, vanno all’asta domani a Parigi, nella vendita della biblioteca di Pierre Bergé, uomo d’affari e bibliofilo, noto per essere stato il compagno della vita dello stilista Yves Saint-Laurent. Gli esperti di Sotheby’s e della biblioteca - che curano insieme l’asta - hanno valutato i fogli autografi di Sade tra i 300 e i 400 mila euro. «E’ probabilmente l’ultimo manoscritto di Sade in mani private» dice Michel Scognamillo, della biblioteca Bergé. «Per la sua storia, si può considerare come un testamento letterario in bottiglia».

Il quaderno ha una vita carsica. A un certo punto, a metà dell’800, compare nella collezione dello storico Louis de Monmerqué, a cui il funzionario di polizia che lo aveva salvato decide di donarlo. Gilbert Lely, poeta surrealista e biografo di Sade, ne vede, un secolo dopo, una riproduzione fotografica. Fa intuire, scrive, una vasta opera in dieci volumi di «psicopatologia sessuale». Nelle intenzioni del marchese libertino, avrebbe dovuto sostituire Le 120 giornate di Sodoma. Che pensava fossero andate perdute durante la presa e il sacco della Bastiglia. Una perdita per cui aveva pianto «lacrime di sangue». Invece verranno ritrovate, anni dopo la sua morte. Saranno piuttosto Le giornate di Florbelle a subire la dannazione del fuoco e della storia.

Se le giornate di Sodoma sono uno dei testi più estremi di Sade, quelle che si svolgono nei dintorni dell’immaginario castello di Florbelle mescolano ragionamenti e atrocità, nello stile filosofico-erotico della Filosofia nel boudoir. Lo stile appare come quello di un racconto morale, rovesciato. Qualcosa sembra salvarsi, nel dissolversi di ogni principio.

«Valrose ha ucciso: suo padre, sua madre, la sua amante, il padre della sua amante, la sorella della sua amante (…) ma è sempre rimasto fedele all’amicizia e non ha mai intrapreso nulla contro le sue amiche Roxane e Mathilde, né contro François» si legge nella descrizione di uno dei personaggi principali. L’anti-eroina Emilie de Volnange è nata da un incesto brutale tra il padre e la sorella. Ma, nei panni di una nuova Juliette, sembra conservare un senso d’ironia ludica, tra i molteplici supplizi e le virtù sconfitte di spose infelici, eremiti sfortunati e adolescenti torturate.

Sade, che aveva previsto ben 200 incisioni a illustrare la sua opera monumento, muore prima del rogo. Il testo degli appunti sopravvissuti finirà, almeno in parte, nelle opere complete del Divin marchese. Uno spiraglio sulle ultime giornate di libertinaggio immaginate nella reclusione di Charenton. Non necessariamente l’ultimo: «Un altro romanzo di Sade è sparito dalla prefettura di polizia. La sottrazione è stata attribuita al capo ufficio Boucheseiche» si legge in una nota a margine di Monmerqué sul manoscritto. Forse altre pagine di sovversione erotica aspettano nella polvere dei cassetti.

Punto alla fine dei messaggi? Meglio di no: lo spiega una ricerca

Il Messaggero



Se siete di quelli attenti alla punteggiatura, cambiate subito atteggiamento. Una ricerca della Binghamton University di New York dimostra infatti che un punto alla fine dell'sms, del Whatsapp o altri metodi di comunicazione via smartphone potrebbe stranire il destinatario. Il quale, giurano i ricercatori, penserà che siate in malafede o, nella migliore delle ipotesi, che il vostro messaggino sia di una freddezza senza pari. Insomma, se volete farvi degli amici (o conservare gli attuali), evitate di terminare i messaggi con il punto.  

Lo studio della Bimghamton si è basato su un campione di 126 studenti, ai quali è stato chiesto di leggere una serie di messaggi con e senza punto finale. Risultato? Gli studenti, alla vista della punteggiatura, tendevano a percepire un messaggio poco sincero. 

La lunga caccia al Signor Bitcoin finisce in una villetta di Sydney

La Stampa
carola frediani

Inchiesta di Wired: l’inventore della moneta sarebbe un imprenditore australiano



Un imprenditore di Sidney dalle molteplici attività - non sempre di successo; un 44enne autodidatta ed eclettico; una personalità complessa, che per anni ha vissuto nell’ombra, in bilico fra desiderio di riservatezza e riconoscimento sociale. È questo l’identikit di Craig Wright, un programmatore di Sydney che, secondo la doppia indagine di due testate americane, sarebbe niente di meno che Satoshi Nakamoto, il misterioso inventore di bitcoin. I tentativi di individuare il creatore della nota moneta digitale ormai si sprecano. E ancora sono aperte le ferite del mancato scoop di Newsweek, quando il settimanale pensò di aver scovato Nakamoto nelle vesti di un modesto ricercatore americano, scatenando una bagarre mediatica che si risolse in un buco nell’acqua.

Questa volta però le due testate coinvolte - Wired e Gizmodo - hanno raccolto in modo indipendente una grande quantità di indizi. Manca, come sempre, la pistola fumante, la prova provata che Wright sia davvero Nakamoto. Ma gli indizi sono tanti e tali da dover considerare principalmente due ipotesi: che questa volta Nakamoto sia stato effettivamente trovato; oppure, che qualcuno abbia messo in piedi un elaborato inganno, fatto di documenti falsi, mail contraffatte, testimoni complici (o a loro volta ingannati). 

Tra gli indizi raccolti dai giornalisti ci sono ad esempio una serie di email di Wright, anche di anni fa - passate alla stampa da una fonte anonima, un hacker che le avrebbe sottratte allo stesso Wright - in cui l’australiano dice di essere Nakamoto o l’inventore di bitcoin. Ci sono mail che mostrano come l’australiano nel 2014 abbia usato un indirizzo - satoshi@vistomail.com - utilizzato in precedenza da Nakamoto. Ci sono post sul suo blog datati 2008 che alludono al paper fondativo di bitcoin pubblicato dopo.

Ma soprattutto c’è un documento che mostra come nel 2013 Wright abbia investito in una start-up l’equivalente di 23 milioni di dollari in bitcoin: all’epoca quella cifra rappresentava l’1,5 per cento della moneta digitale. E poi, ancora, Wright avrebbe costituito un fondo contenente 1,1 milioni di bitcoin, insieme a un amico e collaboratore, l’americano Dave Kleiman. Una cifra che si avvicina al “tesoretto” accumulato da Nakamoto.

A dire il vero è proprio la figura di Kleiman - genio dell’informatica, costretto su una sedia a rotelle e morto nel 2013 - che alla fine dell’indagine giornalistica emerge, anche psicologicamente, come un possibile Satoshi. Se i documenti sono autentici, lo pseudonimo di Nakamoto avrebbe dunque coperto lo sforzo congiunto di Kleiman, di Wright e forse anche di altri. Restano molti interrogativi: chi e perché avrebbe smascherato Wright? La comunità dei bitcoiner era ieri molto cauta, se non scettica. Interessante anche la reazione della polizia australiana, che ieri ha perquisito la casa di Wright, anche se ha negato un collegamento con le notizie uscite sui giornali. 

Del resto la tesi che bitcoin sia stato inventato da più di una persona è sempre stata la più accreditata. Ora, almeno due di quelle persone - Wright e Kleiman - sarebbero state individuate. Ma una appare quanto meno contraddittoria; e l’altra non può più parlare. 

Trenini e matematica La vita da recluso del Signor Bitcoin
La Stampa  07/03/2014
giuseppe bottero

Svelata l’identità del creatore della cyber-valuta



Schivo, così schivo da chiamare la polizia per allontanare il cronista che l’ha scovato dopo una caccia durata mesi. Con un carattere terribile, tanto che il fratello non si fa problemi nel definirlo uno «stronzo». Eppure, in qualche modo, geniale. Eccolo Satoshi Nakamoto, l’uomo che nel 2009 ha inventato il Bitcoin e poi si è dato alla macchia, conducendo una vita da recluso in California: barricato in casa con la madre adorata e una sterminata collezione di trenini in miniatura.

A svelare il segreto meglio custodito del Web sono stati necessari scambi di mail, inseguimento e il talento dei giornalisti di Newsweek, il settimanale statunitense che festeggia con uno scoop il ritorno in edicola. Un giubbino grigio da pensionato, gli occhiali da secchione, il cappello da baseball, una passionaccia per la matematica. L’uomo che ha inventato la moneta elettronica non ha l’aria del banchiere e neppure quella del pirata informatico. Ha 64 anni, è un ex fisico americano di origine giapponese che è emigrato negli Stati Uniti a 10 anni, discende dai Samurai e si è laureato al Politecnico della California.

Poi una misteriosa carriera passata a lavorare su dossier segreti per l’esercito americano e per imprese private. Neppure di fronte ai cronisti ha riconosciuto di essere il papà del bitcoin. Non è timidezza. È che non gli interessa. «Non lo ammetterà mai» dice il fratello Arthur Nakamoto, lo stesso che - nel descriverlo - non lesina in insulti. «Di bitcoin non parlo», spiega Satoshi a Newsweek. «E’ un tema che non mi appartiene più». Nessuno sapeva della sua invenzione: la moneta del futuro. Neppure la sua famiglia. 

Satoshi è un uomo riservato che comunica esclusivamente via mail. Un super-ricco (il suo patrimonio in cybermonete ammonta, al cambio attuale, a 400 milioni di dollari) che si sposta su una piccola utilitaria. Un patito delle formule che ha regalato il suo algoritmo al Web e non accetta di essere stritolato dagli ingranaggi della finanza tradizionale. «Abbiamo sempre e solo parlato di codici» dice Gavin Andresen, per anni suo braccio destro, che racconta di lunghe discussioni al computer, senza mai alzare la cornetta. Fino al 2011, quando il papà dei bitcoin si è volatilizzato.

Certo, un articolo, per quanto ben strutturato, non è sufficiente per diradare la coltre di nebbia dietro cui il signor Nakamoto è riuscito a nascondersi. Ieri, per tutta la giornata, su Twitter si sono mescolati lo sdegno di chi accusava Newsweek di un’operazione da sciacallo, e le speranze dei «duri e puri», convinti che l’uomo col cappellino non sia che un impostore. Meglio pensare che dietro l’algoritmo del momento ci sia un avventuroso hacker piuttosto che un placido californiano con la fissa per le locomotive elettriche. Satoshi. 

La miccia che ha acceso la corsa del bitcoin, il signor Nakamoto, l’ha innescata nel 2008: un documento di nove pagine postato in rete che proponeva la nascita di «una moneta elettronica» che «permettesse pagamenti tra privati senza la mediazione di un istituto finanziario». È andata bene: attualmente in circolazione ci sono monete virtuali per un valore di 1,3 miliardi di dollari. Pare che a dare il «La» all’operazione sia stato il pignoramento della casa da parte di una banca: la sfida, allora, è stata creare una valuta parallela, invisibile, senza commissioni. «Lavorava a tutte le ore. Il suo ufficio era sempre chiuso a chiave e chi vi entrava e toccava il suo computer era in pericolo. Ama la nuova e la vecchia tecnologia, costruisce i computer che usa e ne è molto orgoglioso» racconta la figlia, che ha interrotto da tempo i contatti col padre.

È curioso che Satoshi Nakamoto abbia gettato la maschera - anzi, che gliela abbiano sfilata - proprio in questi giorni, i più delicati per la valuta virtuale. Dopo il collasso di Mt. Gox ha chiuso anche la piattaforma Flexcoin.

Bitcoin e i suoi fratelli: piccola guida al denaro virtuale
La Stampa  24/01/2014
claudio leonardi

Monete elettroniche per cani e gatti, Sexcoin per la pornografia. C’è chi si diverte e chi ci guadagna



È il fenomeno web del momento: i Bitcoin, le monete elettroniche che si stanno diffondendo in Rete, fanno discutere governi e banchieri, e la gente comune ancora non ha del tutto chiaro di cosa si tratti. Per non parlare del fatto che proliferano altre forme di denaro virtuale, con nomi e pretese più o meno serie.

È chiaro che non si tratta di divise monetarie a tutti gli effetti. Tecnicamente si parla di cryptocurrency, che sarebbe un po’ semplicistico tradurre come cripto-moneta. Si può ricorrere a un esempio già visto nella realtà fisica, non lontano da noi. La città di Napoli (e non fu l’unica) nel dicembre 2012 coniò i Napo, banconote di scambio che valevano in realtà quasi come buoni sconto nei supermercati. Ma il concetto è simile. Se si acquista un Bitcoin si acquisisce un valore spendibile online o esclusivamente nei luoghi e nei Paesi che lo riconoscono, ma quel valore può perfino fluttuare, esattamente come accade alle monete nazionali nello scambio di tutti i giorni.

È proprio questo il segno del successo dei Bitcoin nati nel 2009, che oggi varrebbero 1.000 dollari per ogni unità. E, come si è detto, altro segno di successo è l’improvvisa e diffusa emulazione. Secondo una inchiesta del Wall Street Journal si parlerebbe già di una ottantina di esperimenti in concorrenza tra loro, una stima probabilmente in difetto. Quasi tutte queste forme di denaro virtuale funzionano attraverso il peer to peer, lo stesso sistema che permette lo scambio di file, suscitando le ire dei detentori del diritto d’autore, mettendo i pc in diretto collegamento tra loro. Inoltre, lo scambio avviene coperto da metodi di crittografia, che dovrebbero tutelare da furti di hacker e costituire anche una sorta di “segreto bancario”. 

Roba seria, dunque, ma non sempre. L’anno scorso sono apparsi i Dogecoin , la cui radice “dog” ha lo stesso significato della parola inglese: cane. Può sembrare bizzarro chiamare cane una moneta e sperare che qualcuno ci investa, eppure... Sulla valuta (virtuale) spicca l’icona di uno Shiba Inu, razza canina nipponica la cui immagine è diventata un tormentone online, tanto da balzare prima in classifica nella graduatoria dei meme 2013 (messaggi di successo che si moltiplicano viralmente su Internet). 

L’idea è nata e cresciuta nell’ambito open source e secondo il co-fondatore Jackson Palmer deve il suo successo proprio al volto amichevole (cosa più amichevole dell’amico dell’uomo per eccellenza?) del cagnolone. Per di più, non sembra che i Dogecoin aspirino a diventare una forma vera di investimento, quanto uno strumento di scambio tra amici, sui social network e in ambito ludico. Fatto sta che da un valore di partenza di 0,00026 dollari sono presto saliti a 0,00099. Crescita di tutto rispetto per la finanza di questi tempi.

E se c’è una moneta per i cinofili non poteva non nascerne una per i “gattofili”. Così è nato il Catcoin , concorrente felino che aspira a diventare la valuta preferita da famiglie e ragazzini nei giochi online e in altri divertissement virtuali. Impossibile prevederne il futuro, ma gli esperti sul punto si dividono. È chiaro a tutti che la maggior parte di queste monete elettroniche avrà vita breve, ma quale sia la strategia per il successo, un’immagine seriosa e bancaria piuttosto che affettiva e giocosa, non è così scontato.

Sull’affettività e sul pop hanno puntato decisamente i creatori del Coinye West (per gli “amici” Coinye), dichiarato omaggio al cantante hip hop Kanye West. Gli avvocati della star non hanno esitato a farsi sentire per contestare l’uso del nome del loro cliente, ma per ora con scarsi risultati. 
Sull’immagine della moneta appare in effetti il volto del cantante, gonfio e con una curiosa pinna di pesce. Uno scherzo? Qualcosa di più, come qualcosa di più sono tutti questi tentativi di combattere sul terreno della goliardia i più seri e ambiziosi progetti di Bitcoin e dei suoi fratelli. 

È in corso, in pratica, una fronda al tentativo di creare una finanza virtuale vera, che erediterebbe tutte le odiose caratteristiche di speculazione (per di più in un contesto davvero senza regole) di quella che si pratica a Wall Street e nelle altre piazze internazionali. Se ne può sorridere, ma sono in molti a ritenere che il Dogecoin e i suoi emuli rappresentino bene un certo spirito anarcoide e libertario che da sempre alimenta la Rete: dallo scambio di file sul peer-to-peer alle scorribande degli hacker a fini propagandistici, fino alle soffiate di Wikileaks. 

L’esperto di questa materia, Ben Doernberg, ha spiegato al sito di Yahoo che “Bitcoin è stato avviato da esperti informatici come un tentativo incredibilmente serio di cambiare il panorama economico e politico, e ha attirato rapidamente un nucleo di libertari e appassionati di crittografia”. Insomma, diremmo dalle nostre parti, è stato scavalcato a sinistra. Sinistra? Ammesso che l’espressione serva ancora per l’orientamento politico, merita d’essere segnalato il RonPaulcoin . Porta il nome dell’omonimo esponente del partito Repubblicano statunitense (Ron Paul) che ha ispirato il Tea Party, movimento conservatore che si richiama al celebre sabotaggio del carico di tè destinato al mercato coloniale britannico. 

Il politico, secondo la Cnn, si è già espresso a favore del Bitcoin e del suo potenziale “eversivo” nei confronti del dollaro. Fatto sta, attualmente la moneta elettronica con il suo nome vale circa 28 dollari e, nella graduatoria delle “cryptocurrencies”, occupa il posto numero 47, con buone possibilità di crescita. Ma la concorrenza è numerosa e agguerrita: Worldcoin, Namecoin e Hobonickels sono divise storiche, a cui alla fine del 2013 si sono aggiunte Gridcoin, Fireflycoin, Zeuscoin e Anoncoin. 

Storia a sé, prevediamo, farà la valuta virtuale battezzata Sexcoin , nata, come il nome già racconta, per fornire moneta di scambio nel variegato mondo della pornografia. Sulla pagina ufficiale della cripto-moneta si spiega che ha lo “scopo di fornire a consumatori, produttori e attori di contenuti per adulti un sistema veloce e sicuro per compiere piccole transazioni, proteggere la privacy dei clienti, potenziare i servizi a luci rosse”. L’ecosistema è ben delimitato, ma anche tra i più prosperi del web. I professionisti del settore ricordano che ogni giorno 68 milioni di ricerche sul web riguardano la pornografia, e il 25% dei download online è di materiale pornografico. 

La natura, diciamo così, frivola di quest’ultima creatura non deve distogliere dal progetto complessivo delle valute virtuali, presa sul serio da governi e istituzioni bancarie. L’idea è quella di fondare economie digitali alternative, non soggette alle stesse leggi di quella (già molto virtuale per certi aspetti) della finanza e del mercato reale. Dietro i Bitcoin c’è il manifesto di un collettivo nascosto sotto lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, che promette “scambio di denaro online da un utente all’altro senza passare attraverso un’istituzione finanziaria”, senza intermediari ad appesantire tempi e spese del processo. 

Ricordate la polemica attuale sull’impossibilità, per le banche nazionali europee, di battere moneta? Ebbene, nell’economia digitale sono i singoli utenti a battere moneta, in modo indipendente e incontrollato, purché non si valichi il limite massimo, stabilito a priori, di 21 milioni di dollari. Basta scaricare specifici software, aprire un portafoglio virtuale, quindi si può cominciare a inviare e ricevere soldi, acquistati grazie a precise piattaforme online. In alternativa all’acquisto li si può trovare come farebbe un minatore, scavando e sondando la Rete. L’estrazione non comporta rischi di silicosi: è puramente virtuale e avviene attraverso “un’operazione casuale” basata su un’infrastruttura p2p, dove ogni nodo della Rete è un minatore, quindi possibile possessore di bitcoin.

Tutto ciò lascia pensare che il fratello virtuale della finanza ne conservi almeno un pericoloso elemento di fascino, per non dire di illusione: la speranza di produrre o moltiplicare denaro dal nulla, senza fatica e senza riscontri reali. E il viso sorridente di un gattino o di un cane potrebbero rendere solo più amaro l’improvviso crollo di questa illusione.

La muffa, i suoi pericoli e la sua grande utilità

La Stampa
claudia carucci

E’ un microrganismo che fa parte della famiglia dei funghi. Acqua, zuccheri e proteine ne incentivano la crescita. A volte ci salva la vita. Ci racconta tutto la biologa Sabina Rubini

Quante volte vi è capitato di scoprire che qualche alimento conservato nel frigorifero o sistemato nella dispensa della vostra cucina aveva «fatto la muffa»? Eravate convinti di averlo acquistato freschissimo, di averne tenuto in conto la scadenza, di averlo protetto a dovere in involucri o contenitori. Eppure eccola là, la chiazzetta di colore grigio/blu, un po’ spugnosa e con strane ramificazioni simili a ragnatele, irrimediabilmente appiccicata alla forma di pane comprata due giorni prima, o infilata nel barattolo della marmellata tra la confettura e il vetro che la contiene. 

Ma com’è potuto accadere? Perché si forma la muffa e come dobbiamo comportarci per evitare questa degenerazione dei cibi? È pericolosa per la nostra salute se la ingeriamo? A quest’ultima domanda verrebbe subito da rispondere di no, visto che alcune muffe sono addirittura utili e in certi casi vengono fatte crescere appositamente per «impreziosire» un dato alimento.
L’argomento è dunque complesso. Vediamo di chiarirci le idee con l’aiuto della dottoressa Sabina Rubini, biologa ed esperta in Sicurezza degli Alimenti, nonché divulgatrice scientifica.

DOTTORESSA RUBINI, CHE COS’È LA MUFFA?
«Quando parliamo di muffe (chiamate anche miceti) ci riferiamo ai microrganismi appartenenti alla famiglia dei funghi. Presenti nell’ambiente circostante sono capaci di svilupparsi su differenti substrati, ognuna con caratteristiche e colori differenti. Le muffe che possono prodursi nelle bevande di natura mucillaginosa, appaiono differenti da quelle che possono prodursi a livello del burro, di colore giallo-arancio rossastre, o da quelle che possono svilupparsi su altri tipi di alimenti in cui assumono la caratteristica struttura compatta e vellutata. Possiamo infine distinguere le muffe in pericolose, alteranti ed utili».

SU QUALI ALIMENTI SI FORMA E SU QUALI NON LA VEDREMO MAI?
«Si forma su tutti quegli alimenti particolarmente ricchi di acqua, zuccheri e proteine che presentano un pH con valori compresi tra 4 e 8 (poco acido), soprattutto se gli stessi si trovano in presenza di temperature che variano tra i 15 ed i 30°C. Quindi sicuramente la muffa tenderà a proliferare su frutta soprattutto la più succosa come le pere, l’uva, le pesche, mandarini. Gli ortaggi come spinaci, zucca, barbabietole, ma anche formaggi (ricchi dello zucchero lattosio), la carne ed il pesce perché ricchi in proteine. Per contro la muffa avrà difficoltà a svilupparsi su prodotti poveri di acqua (meno del 20%), di cui un esempio possono essere le fette biscottate».

LE MUFFE SONO COMMESTIBILI?
«No! Se consideriamo le muffe alteranti, perché in presenza di queste un alimento viene alterato nelle sue caratteristiche di base più profonde che per istinto ce lo fa scartare automaticamente. Diverso è il caso invece delle muffe utili perché da queste muffe si trae un vantaggio nel gusto».

PERCHÉ CI FANNO TANTO RIBREZZO?
«A volte per la colorazione (nerastra, blue-verdastra, giallo-rossastra) e per la tipologia di sviluppo (mucillaginosa, filamentosa, compatta, punteggiata), ma soprattutto perché n el caso delle muffe alteranti queste creano variazioni organolettiche al prodotto (variazione dell’odore, del colore e del sapore), che portano questi cibi ad uno stadio di inacidimento tale da renderli difficilmente commestibili».

INVECE PER CERTI CIBI LA MUFFA È UN VALORE AGGIUNTO: COME MAI?
«Sì perché in essi grazie alle muffe utilizzate si sviluppa un tipico sapore acre e vagamente piccante. Questo accade in prodotti quali i formaggi erborinati (dal lombardo erborin = prezzemolo) quali il gorgonzola, ma anche il blu di capra o il roquefort in cui le muffe definite starter vengono appositamente inoculate durante la stagionatura. L’inserimento e lo sviluppo della muffa del genere Penicillium glaucum conferirà così a questo tipico erborinato anche la caratteristica colorazione grigio-blu-verdastra».

SE UN MANDARINO SI AMMUFFISCE, SI AMMUFFISCONO ANCHE QUELLI CON CUI È STATO IN CONTATTO: LA MUFFA È «CONTAGIOSA»?
«Le muffe si riproducono sotto forma di spore, microscopiche e volatili, che si propagano un po’ ovunque trasportate dal vento, dalla pioggia o anche mediante gli insetti, per adagiarsi e poi crescere negli ambienti a loro più idonei. In questo caso specifico, le spore volando dal mandarino contaminato si andranno ad adagiare sulla frutta che gli si trova attorno compromettendola in tempi successivi. Un consiglio allora è quello di consumare la frutta in tempi brevi, ciò eviterà di dover buttare gli alimenti!»

LA MUFFA NON RIGUARDA SOLTANTO GLI ALIMENTI, SI FORMA ANCHE SU BIANCHERIA E INDUMENTI E GENERA CATTIVI ODORI. CHE FARE?
«Sicuramente un primo consiglio è quello, ove possibile, di stendere gli indumenti all’aria e quindi al sole, evitando come accade in alcune realtà di stendere il bucato in lavanderie sotterranee dove la circolazione dell’aria è limitata. Inoltre stando molto attenti a ritirare gli indumenti stesi, solo quando siamo assolutamente certi che siano asciutti e non ancora impregnati con residui di umidità essendo quest’ultima una delle cause della crescita micetica».

MUFFA NEGLI ELETTRODOMESTICI: PER EVITARLA DOBBIAMO USARE I PRODOTTI PULENTI PUBBLICIZZATI IN TV?
«Sicuramente tali prodotti sono studiati e testati per eliminare questo specifico tipo di microrganismo, ma si tratta pur sempre di sostanze chimiche che se non ben utilizzate possono risultare dei contaminanti chimici, pericolosi per la nostra salute. Inoltre si consiglia sempre di leggere le istruzioni del produttore e ove richiesto, effettuare le giuste diluizioni, per ottenere la migliore efficacia dal prodotto utilizzato.

Per gli amanti del fai da te invece si possono preparare delle miscela di acqua e prodotti a base di cloro come la candeggina (ricordando di non utilizzare acqua calda che creerebbe fumi tossici rischiosi da inalare, oltre che avere la controindicazione di disperdere il potere sanificante del prodotto nell’aria), oppure miscele di acqua e aceto (a potere sanificante blando), una soluzione di acqua e borace (un importante composto del boro che si dissolve facilmente nell’acqua) utilizzato anch’esso per uccidere o prevenire la crescita delle muffe». 

LA MUFFA PUÒ ESSERE A VOLTE MORTALE SE INGERITA O TOCCATA?
«Se parliamo di muffe del genere Aspergillus, Penicillium e Fusarium che risultano pericolose non in quanto tali, ma a causa dei loro prodotti secondari le cosiddette micotossine (connubio della parola greca mikes = fungo e quella latina toxicum = veleno) allora possiamo affermare che sì, possono risultare anche molto pericolose.

Diversi studi hanno dimostrato come le aflatossine potenzialmente presenti in cereali, frutta secca e latte (prodotte da alcune specie del gen. Aspergillus) o le ocratossine (prodotte da alcune specie del gen. Penicillium) potenzialmente presenti nei cereali ed ancora le fumonisine (prodotte da alcune specie del gen. Fusarium) potenzialmente presenti soprattutto nel mais, se consumate frequentemente e per lunghi periodi possono accumularsi nell’organismo portando a problemi nefrotossici, epatotossici e neoplastici, sia nell’uomo che degli animali, tanto da inserirle nell’elenco delle sostanze pericolose dell’OMS.

Toccare una muffa invece può risultare pericoloso per quei soggetti che risultano più «suscettibili» a tali microrganismi, nei quali potrebbero scatenarsi forme allergiche tipiche delle prime vie respiratorie quali riniti, raffreddori da fieno e asma. A tali soggetti naturalmente si consiglia di stare attenti anche al consumo di alimenti quali gli erborinati» . 

IN QUALI CASI LA MUFFA È INVECE CURATIVA?
«Nel caso della Penicellina, scoperta per la prima volta da Flemyng nel 1928 a seguito della crescita casuale del Penicillium Notatum Chrysogenum su delle piastre di Petri su cui lo scienziato stava svolgendo ricerche sul presunto agente patogeno dell’influenza (che solo in seguito si scoprì essere di natura virale e non batterica). Fleming intuì subito l’importanza della sua osservazione grazie alla quale sono stati prodotti i primi antibiotici che tante vite hanno salvato, sconfiggendo svariate malattie senza mettere a rischio l’organismo umano».

Riavvolgendo un anno di YouTube: il 2015 è stato quello della musica

La Stampa
stefano rizzato

Il consueto rapporto di fine anno - Rewind - mostra quanto canzoni e videoclip siano l’ossessione globale del popolo di YouTube. In Italia vincono J-Ax e il CIle, nel mondo Wiz Khalifa



Wiz Khalifa e i Maroon 5. J-Ax e i Foo Fighters. E una valanga di altri cantanti e cantautori, band e rapper. La lista dei video più popolari del 2015 su YouTube somiglia molto ad una hit-parade dei tempi moderni. Il gradimento si calcola in clic, ma poco cambia. Le note sono le vere padrone di YouTube, tanto a livello globale quanto in Italia. Anche questa volta la classifica di fine anno - chiamata YouTube Rewind - è forzatamente divisa in due: da una parte i video musicali e dall’altra quelli non musicali.

Ma di parole e note - tra programmi tv e parodie virali - sono pure molti dei filmati più popolari inseriti nella seconda categoria. Vale anche e soprattutto per l’Italia. Dove al primo posto, nei video «non musicali» più visti e condivisi, ci sono i Rockin1000 e la loro incredibile interpretazione collettiva di “Learn to Fly” dei Foo Fighters. Quella che ha convinto Dave Grohl e soci a visitare Cesena per un concerto dal vivo.

Le classifiche italiane
Detto dei Rockin1000 e dei Foo Fighters, anche nel resto della classifica italiana dei video «non musicali» c’è molta musica. Ma si notano anche altre cose interessanti. Per esempio il successo delle pubblicità virali, con Air France e Cornetto sul podio dei video dell’anno. In top ten sono entrate anche due parodie a sfondo canoro: quella di iPantellas & Leonardo Decarli su Nicky Jam e Enrique Iglesias (4° posto, mentre l’originale è 3° tra i video musicali) e quella di PanPers e Diana Del Bufalo su Hozier (6° posto). Funziona alla grande anche il solito connubio tra tv e web (e musica, ovviamente), con X Factor e gli Urban Strangers settimi e Sanremo e Il Volo ottavi

Ci sono però tre video che vanno messi in una categoria diversa. Sono fatti da youtuber, girati e concepiti appositamente per YouTube e enormi comunità di follower nate proprio lì. Ecco perché al quinto posto c’è Favij con il suo video blog da Los Angeles: segno che la popolarità dello youtuber italiano (e torinese) più popolare è ben lontana dal tramonto. Al numero 9 troviamo theShow e il loro esperimento sociale sulla scia delle polemiche su Miss Italia. E al numero 10 Greta Menchi e il video fatto per celebrare i 300 mila iscritti. Che oggi sono già oltre 550 mila. 

Le classifiche globali
A livello globale, i primi 10 video musicali del 2015 hanno messo insieme 6,5 miliardi di clic e un mostruoso totale di 37 mila anni in tempo di riproduzione. Il 60 per cento in più rispetto al 2014. La top ten dei video non musicali sta nettamente sotto, con 550 milioni di visualizzazioni complessive. Il divario si nota anche tra i primi della lista. Il vincitore della classifica musicale è Wiz Khalifa - See You Again ft. Charlie Puth e vanta da solo oltre 1,2 miliardi di clic. Il primo della lista non musicale è la coreografia di “Watch Me” di Silentos ballata per le strade di New York, ma non ha racimolato più di 116 milioni di visualizzazioni. 

Nella lista musicale i tormentoni del pop globale ci sono quasi tutti. E c’è persino Adele con la sua “Hello”, nonostante il video sia uscito solo poco fa, il 22 ottobre. Nella lista non musicale spicca il rapporto strettissimo tra YouTube e la tv. Al secondo posto c’è uno spot del Superbowl, tre dei 10 video più popolari vengono da show americani di seconda serata, un altro viene dalle audizioni di Britain’s Got Talent 2015

YouTube Trending tab: tutto il virale, in tempo reale
Il metodo usato da Google per stilare YouTube Rewind incrocia i dati sulle visite a quelli su condivisioni, commenti e altri indicatori di viralità. «Presto l’applicheremo non più solo a fine anno, ma su base giornaliera, con un nuovo servizio chiamato YouTube Trending tab», annuncia Kevin Allocca, il capo dell’unità di YouTube che segue l’evolversi di temi e generi. Il nuovo pannello sarà disponibile sia via web che sull’app. E sarà una scorciatoia verso i video emergenti e più virali del momento.

Una sorta di risposta alla massiccia avanzata di Facebook nel campo dei video. Facebook ha sottratto parte del potere virale di YouTube, che però sembra poter rimanere egemone sui video. «Non credo sia interamente così - replica Allocca - e a livello nazionale vediamo trend e contenuti virali più localizzati, che hanno grande successo. A livello globale resta difficile battere l’universalità della musica e delle star internazionali. Potremmo davvero dire che sia questo, la musica, il linguaggio globale della cultura contemporanea»

L’antistalker

La Stampa
massimo gramellini

Oggi vi racconterò una storia d’amore e di povera gente che secondo me arriva alla polpa delle cose. Ruggero è un muratore di Montebelluna. Si innamora di Mariarosa e ci fa un figlio, poi il filo si allenta e nel 1990 la coppia divorzia. Venticinque anni dopo Mariarosa è una signora sola e cardiopatica che dorme dentro una catapecchia in compagnia dei topi e trascina la vita con una pensione di invalidità da 270 euro al mese. Viene visitata da un tumore che senza l’intervento del chirurgo la porterebbe via in pochi mesi.

Ma ora le servono i soldi per le medicine e per un giaciglio decente. Arriva a fare un appello in chiesa, durante la messa della domenica. Dalla nebbia dei ricordi riappare Ruggero ed è come se venticinque anni si dissolvessero in un istante. Ci penso io, le dice, avrò cura di te. La accoglie in casa propria, un alloggio popolare. Ma le regole - le regole! - non consentono di concedere la residenza negli alloggi popolari a persone estranee al nucleo familiare. Ruggero non fa una piega: se è solo questo il problema e Mariarosa è d’accordo, io la risposo. 

Non capita così spesso di essere orgogliosi di un rappresentante del proprio sesso. Questo è un uomo che ha sofferto quando la moglie lo ha lasciato, ma ha accettato la sua decisione e l’ha lasciata andare senza tormentarla, perché chi ama veramente è sempre dalla parte della libertà. Poi il destino ha compiuto i soliti giri apparentemente tortuosi e dopo un quarto di secolo gli ha offerto una seconda possibilità. E lui ha scoperto di amarla ancora, forse di averla amata sempre. Nell’unico modo in cui si ama davvero. Senza condizioni.