venerdì 11 dicembre 2015

Ecco perché ho segnalato Chaouki

  
Michele Groppi, il ricercatore spiega perché ha inserito il deputato dem nella sua analisi sul radicalismo islamico in Italia
 
"Ho fatto una ricerca sulla radicalizzazione della comunità islamica italiana quando ero all’Istituto internazionale dell’antiterrorismo. 


All’epoca io e la mia squadra di ricercatori abbiamo seguito delle indicazioni decise a tavolino e dovevamo inserire tutto quello che noi ritenevamo radicale sia a livello teorico sia retorico, dalle azioni vere e proprie ai discorsi". Michele Groppi, il ricercatore che ha approfondito una ricerca condotta nel 2011 dall'International institute for counter-terrorism (Ict) dal titolo Islamic Radicalization Processes in Italy, ha spiegato al Giornale.it le motivazioni che lo hanno portato a inserire Khalid Chaouki tra i presunti islamici radicali.

Chaouki è quindi un pericoloso islamico radicale?
Assolutamente no. Quando siamo giunti alla parte retorica ho aggiunto tanti esempi di persone radicali e il caso di Khalid Chaouki è molto ambiguo. Noi abbiamo inserito solo l’episodio controverso di cui lo stesso Khalid ha già dato spiegazioni. Conoscendo la persona, aveva già sollevato qualche dubbio al mio capo dell’epoca spiegando che Chaouki non è radicale. Lo seguo da un po’ e lo conosco ma siccome stavamo facendo un lavoro analitico il mio capo mi disse di inserire solo l’episodio specificando però il suo lavoro contro il radicalismo islamico.

Si è trattato di un errore?
Secondo me c’è stato un fraintendimento. Io non ho detto né pensato che fosse radicale, abbiamo messo dentro solo quell’episodio lì proprio perché l’avevamo fatto per gli altri. Di Khalid nutro un grandissimo rispetto per tutto quello che fa e contro la radicalizzazione e il terrorismo perciò è assolutamente falso. Lui non è un estremista e anzi è uno di quelli che lotta contro tutte queste cose. Siccome questa è una ricerca grossa e scientifica dove noi abbiamo messo dentro fatti e cose successe, ma non deve essere presa fuori contesto, soprattutto in questo momento. Onde evitare futuri equivoci invito le persone interessate a chiedere direttamente a me.

Ma in base a quali criteri è stata condotta la sua ricerca?
Dovevamo creare un indice di radicalizzazione, ovvero mettere dentro uno stesso calderone tutta l’attività di quelli che si pensava sostenessero l’odio, inneggiassero alla jihad basandoci su una ricerca da fonti aperte come gli articoli di giornali. Facendo ricerca è venuto fuori anche questo episodio e per par condicio lo abbiamo messo agli atti per ricordarlo e basta, come pura analisi. Nella mia ricerca, infatti, io ho cercato di includere tutto per filo e per segno ma quell’episodio è stato segnalato solo come postilla ma lungi da me considerare Chaouki un radicale.

Si è dispiaciuto nel sapere che il Ministero della Difesa ha tolto dal sito istituzionale la sua ricerca?
Ci tengo a precisare che il Ministero non ha commissionato la ricerca e che l'ha tolta dal sito solo per tutelare la figura di Chaouki e non per censurare me ma anzi per mantenere fede alla natura scientifica della ricerca.

Chaouki nel dossier della Difesa tra i "leader islamici radicali"

Giuseppe De Lorenzo - Ven, 11/12/2015 - 14:08

Il Centro di studi strategici inserisce il deputato del Pd fra gli estremisti: "Compare in un video che inneggia alla violenza contro gli italiani"



Khalid Chaouki, deputato Pd di origini marocchine, compare in un dossier del ministero della Difesa sul radicalismo islamico. Inserito anche lui, insieme con gli imam accusati di sostenere il jihadismo, tra i «leader e figure sociali radicali».

Lo studio è intitolato «Dossier sulla comunità islamica italiana: indice di radicalizzazione» ed è stato realizzato da Michele Groppi. Il ricercatore, incaricato dal Centro militare studi strategici (Cemiss), ha tradotto e ampliato una ricerca condotta nel 2011 dall'International institute for counter-terrorism (Ict) dal titolo Islamic Radicalization Processes in Italy. Dopo una attenta analisi sul jihadismo nostrano e sul ruolo delle moschee e dei centri islamici nel processo di radicalizzazione, il rapporto concentra l'attenzione sui personaggi pubblici musulmani considerati pericolosi a vario titolo.

In Italia scrive l'autore è crescente «il numero di leader sociali e religiosi (che) predica versioni wahhabite e salafite dell'islam, odio razziale, intolleranza religiosa e promozione della jihad». Il nome del deputato democratico appare in compagnia di altri noti esponenti del mondo musulmano, come Hazma Roberto Piccardo (ex segretario dell'Ucoii, l'Unione delle comunità islamiche italiane), Luigi Ammar De Martino (presidente dell'organizzazione sciita Ahl Al-Bait) e Abdur-Rahman Rosario Pasquini (vicepresidente del Centro islamico di Milano e Lombardia).



Choauki viene inserito tra i leader politici radicali solo nell'ultima versione del dossier, pubblicata quest'anno e aggiornata «al dicembre 2014». Quando il ministero della Difesa, per mezzo del Cemiss, ne richiede la versione italiana, Groppi ritiene infatti necessario nominare anche il deputato Pd. «Nonostante le sue numerose affermazioni contro il terrorismo e l'intolleranza religiosa si legge nel rapporto il signor Khalid Chaouki nel marzo del 2013 suscitò numerose polemiche per aver sponsorizzato, attraverso la sua pagina Facebook, la canzone di un rapper anche lui marocchino, Ius Music, inneggiante alla violenza e al terrorismo, anche contro gli italiani».

«Per di più continua il dossier il deputato sarebbe anche comparso nel video della canzone in veste di un preside severo che punisce, umiliandolo, un bambino italiano per aver scritto sul muro a scuola». Storie già note, considerato che come precisa l'autore «lo studio è stato condotto interamente sulla base di fonti pubbliche, prelevate da testate giornalistiche e siti web». Ma non può non stupire la presenza di Chaouki in quella lista. Soprattutto se si considera che la ricerca è stata di fatto finanziata dal governo. Il documento, una volta disponibile online sul sito della Difesa, risulta ora oscurato e per ottenerlo è necessario rivolgersi direttamente al Cemiss.

In via precauzionale, il ministero tiene a precisare che «quanto contenuto negli studi pubblicati riflette esclusivamente l'opinione del ricercatore e non quella del ministero della Difesa». Eppure, secondo lo statuto, è proprio il ministro Roberta Pinotti a nominare il direttore del centro studi e a presiederne il Comitato scientifico. Quello stesso comitato che ha finanziato questa ricerca con l'intento di aiutare le forze di sicurezza italiane, redigendo «un elenco dei leader pubblici e religiosi che, in maniera diretta o indiretta, sposano idee estremiste e sostengono il terrorismo». E che ha classificato Chaouki tra gli esponenti islamici radicali.

La videoscrittura come non l’avete mai vista: grazie al laser

Corriere della sera

di Massimiliano Del Barba

La tecnologia in una normalissima cover, la quale proietta su qualsiasi superficie un ologramma che si trasforma in una tastiera. La sfida su Kickstarter dal 18 dicembre

 

 Scrivere una mail su un tavolino di un bar. Oppure, in treno e in aereo, compilare una lunga nota sul piano a scomparsa del sedile. Farlo, soprattutto, da uno smartphone senza avere a disposizione una tastiera in modo da liberare più spazio possibile sullo schermo.

La sfida online
È la sfida che lanciano alla videoscrittura come finora l’abbiamo conosciuta quelli di ViKC, startup di Brescia che il prossimo 18 dicembre tenteranno il grande passo internazionale aprendo una campagna su Kickstarter con l’obiettivo di raccogliere 150 mila euro necessari a industrializzare la loro intuizione: cioè un raggio laser che, dalla cover del telefonino, punta dritto su un qualsiasi piano orizzontale proiettando l’immagine di una tastiera.
Un nuovo modello di scrittura
«Funziona» assicura Mario Bertucci, ingegnere industriale con una lunga esperienza nel mondo degli impianti siderurgici (niente di strano, dopotutto siamo sempre a Brescia, la patria del tondino). «Abbiamo realizzato un prototipo — prosegue Bertucci — che permette in qualsiasi luogo e su qualunque superficie di allargare la tastiera con una proiezione laser e rendere la digitazione molto più agevole e precisa».
Tutto in una cover
Lhardware di riproduzione olografica (tecnicamente è questo che produce il raggio laser) è racchiuso in una comunissima cover. «Attraverso un’applicazione presto scaricabile per dispositivi Android e iOs VicK riesce ad assegnare un carattere a ogni parte di superficie digitata. Il tutto con una mini batteria integrata nella cover ad alte prestazioni e a bassi consumi». Il prossimo passaggio? Bertucci sorride: «Vedere integrato il nostro dispositivo in ogni smartphone».

mdelbarba@corriere.it
9 dicembre 2015 | 16:40

Il pensionato suicida, il racconto della moglie: «È tardi, lei ha firmato

Corriere della sera

di Fabrizio Roncone

Chi era Ex dipendente dell’Enel, per anni iscritto alla Cgil, era sempre stato un uomo di sinistra. La moglie: «Tanti sono i responsabili della sua morte»

 

CIVITAVECCHIA Prima conviene fare un passaggio in banca. Anche per vedere che facce hanno.
La filiale della Banca dell’Etruria è al numero civico 5 di corso Centocelle. Le pareti verdine, un arredamento sobrio, la stanza del direttore in fondo, dopo la sala degli sportelli.
Arriva una segretaria imbronciata: «No, mi spiace: il direttore non può riceverla. Se vuole, telefoni ad Arezzo, alla sede principale». 

Dicevano la stessa cosa a Luigino D’Angelo di anni 68 anni, ex dipendente dell’Enel in pensione.
Non possiamo riceverla, torni domani, anzi non torni per niente, tanto purtroppo c’è poco da fare: i suoi centodiecimila euro non li rivedrà.E lui immobile, paralizzato in un miscuglio di stupore e rabbia davanti a questa porta (se lo ricorda bene un impiegato: «Poveraccio, per una settimana intera s’è presentato qui, ogni mattina, e da qui non si muoveva»). 

I risparmi di una vita, un pezzo di liquidazione, azioni e obbligazioni che funzionari abili lo avevano convinto a sottoscrivere con un profilo a «rischio elevato»: tutto bruciato nel rogo previsto dall’operazione Salvabanche.

Per consolarlo: «Vabbè, signor D’Angelo, in fondo le resta pur sempre l’accredito della pensione, no?».
Certe storie le leggi solo sul giornale, pensava.
Certe storie non possono capitare proprio a te.
Certe storie sono incubi, però poi ti svegli sudato e ti resta solo un po’ d’ansia addosso.
Invece tornava a casa e capiva che non era un incubo. 

La casa è in via Ugo La Malfa, zona Faro, nella parte alta della città. Villini a due piani sul dorso sbagliato della collina, il mare non si vede. 

Il giardino della famiglia D’Angelo è tra i più curati. C’è un pino largo e basso, ci sono rose bellissime, ci sono fiori fuori stagione. Sulla rampa del garage, un Suv giapponese coperto con un telo. Sul vialetto, un grosso scooter. Le biciclette sono nel retro. Le biciclette erano la vera passione del signor Luigino. 

Un uomo mite, una persona perbene, un pensionato senza figli che vorrebbe godersi gli anni della pensione in santa pace, un signore distinto - come si diceva un tempo - che sembra perfetto per vivere in un villino così. Solo che poi tornava dalla banca e si ritrovava dentro lo stesso incubo.
Hai perso tutti i soldi. 

Ti hanno ingannato.
E non puoi farci niente. 

La moglie Lidia aveva intercettato brutti pensieri. Quando vivi insieme da cinquant’anni, ti basta mezzo sospiro. Da una settimana evitava di lasciarlo solo in casa. Ma lui s’era ingegnato di nascosto: scelto il tipo di corda (robusta: era alto un metro e 87) e il tipo di nodo; stabilito pure dove legare la corda (alla balaustra delle scalette che portano giù in sala hobby). 

Non gli restava che decidere il giorno.
È impossibile capire con quali criteri si possa decidere un giorno così.
Il signor Luigino scelse un sabato: lo scorso 28 novembre. 

Alle 16.20, rilesse per l’ultima volta sul computer la lettera di congedo dalla moglie, dalla banca (con accuse tremende) e dalla vita; aspettò che la suocera Anna salisse al piano superiore e che la moglie Lidia uscisse ad annaffiare le rose. 

Quanto puoi metterci ad annaffiare una pianta di rose?
A lui bastò. 

Adesso siamo tutti qui fuori dal cancello - solito pattuglione di cronisti, cameraman, fotografi - ad immaginarci la scena che può essersi trovata davanti la moglie Lidia. È una donna esile, indossa un maglioncino giallo, ha i capelli a caschetto; colpisce il tono della sua voce: che ha perduto il tremore del dolore e ha assunto la freddezza di chi vuole e pretende giustizia (intanto, poco fa, la Procura di Civitavecchia ha annunciato l’apertura di un fascicolo: reato ipotizzato, «istigazione al suicidio»). 

La signora Lidia parla a rate, un po’ al citofono, un po’ al telefono, un po’ dal vivo e il primo a parlarci personalmente e a convincerla a raccontare tutto è stato Paolo Gianlorenzo, il direttore di EtruriaNews . 

Il riassunto delle dichiarazioni di Lidia D’Angelo è questo: «Tutto è cominciato a giugno, quando la banca convocò mio marito, spiegandogli che il suo profilo non era più adeguato al suo investimento: non so come, lo convinsero a passare da un profilo a «basso rischio» ad un profilo ad «alto rischio». Gli hanno fatto mettere un sacco di firme su un sacco di fogli. Lui, ad un certo punto, è stato assalito dal sospetto di essere stato incauto: ma quelli gli risposero che ormai aveva firmato e non poteva più tornare indietro. 

Abbiamo trascorso un’estate infernale. L’idea di ritrovarsi tutti i risparmi in una posizione di pericolo lo tormentava. Il decreto del governo è stata la mazzata finale. Luigino ha scoperto di aver perso tutto in un pomeriggio. È difficile dire se si sia tolto la vita o se, piuttosto, sia stato ucciso. I responsabili della sua morte sono in tanti. Non perdono chi ha scritto quel decreto, chi l’ha approvato, chi l’ha applicato. Qualcuno deve pagare». 

Luigino D’Angelo è sempre stato un uomo di sinistra. «Per anni è stato iscritto alla Cgil», ricorda con passo struggente Alberto Leopardo, che fu suo segretario sindacale e che è padre di Enrico, il responsabile del Pd locale. «Le ragioni del suicidio di Luigino le conoscevamo tutti da giorni in città... Ma sono state rese note solo dopo due settimane. Curioso, no?». 

Il nipote preferito del signor Luigino si chiama Adriano Renzi (cognome qui a Civitavecchia assai diffuso: un po’ meno il nome che Adriano ha dato a suo figlio, Matteo). «Mio zio, questa è la pura verità, è stato rovinato e moralmente traumatizzato da quel decreto voluto proprio da un governo in cui lui credeva tanto, tantissimo...». 

Le telecamere dei tigì si spengono.
Passa un marinaio, ha i gradi da ufficiale e, giunto innanzi al cancello, si fa il segno della croce.
Da qui il mare non si vede. Ma, come diceva il signor Luigino quand’era un pensionato felice, si vedono i gabbiani che partono in picchiata per andarci a pesca.
11 dicembre 2015 | 08:22

 

Le banche e l’ipocrisia dei moduli

Corriere della sera
di Sergio Rizzo

Il funzionario di Banca Etruria che disse al pensionato suicida: «Le pare che se fosse una truffa le farei tenere tutti questi soldi lì?»

 C’è una frase, nei resoconti del tragico suicidio del pensionato di Civitavecchia, che dice tutto a proposito del dramma di chi ha perso i risparmi investendo nelle obbligazioni subordinate. È attribuita a quel funzionario di Banca Etruria a cui Luigi D’Angelo si era rivolto per sentirsi rassicurare dopo aver ricevuto la lettera con la quale gli comunicavano che il «profilo di rischio» del suo investimento era peggiorato assai. «Le pare che se fosse una truffa le farei tenere tutti questi soldi lì?», gli dice il funzionario. E vogliamo credere che fosse in buona fede, almeno se è vero che anche i suoi genitori, come si premura di precisare, avrebbero comprato gli stessi titoli.

Ma le sue parole rivelano quanto sia profonda l’ipocrisia occultata dietro certi formalismi. Chiunque oggi voglia investire i risparmi subisce in banca un lungo interrogatorio teso ad accertare la sua propensione al rischio, e deve poi sottoscrivere un questionario chilometrico spesso incomprensibile se non agli investitori professionisti. E siccome costoro non hanno alcun bisogno di compilare questionari, va da sé che la procedura riguarda esclusivamente i semplici risparmiatori, anche quelli che mettono da parte poche migliaia di euro. 

L a firma sotto quel documento serve ad ammettere la propria ignoranza in materia di investimenti finanziari e a liberare quindi la banca da ogni responsabilità. Se il questionario dice che puoi al massimo acquistare dei Bot avendo precisa consapevolezza di ciò che stai acquistando, e invece poi compri delle obbligazioni subordinate, sono fatti tuoi. Eri stato avvertito. 

Ecco la risposta che il sistema ha dato agli scandali Cirio e Parmalat, nonché alle vergognose scorribande dei tanti titoli spazzatura che hanno massacrato per anni, a cominciare dai famosi bond argentini, i risparmiatori italiani. Peccato che tale risposta abbia il solo scopo di mettere le banche al riparo dalle conseguenze giudiziarie senza tutelare concretamente la generalità dei risparmiatori. 

Quanti di loro, dopo aver firmato l’ammissione di assoluta ignoranza, hanno poi fatto investimenti rischiosissimi, convinti allo sportello da argomentazioni come quelle usate, magari in buonafede, con Luigi D’Angelo? E quanti sono stati invece vittime di una strategia in piena regola, che non prevedeva nemmeno la buonafede? Il fatto è che i formalismi introdotti a salvaguardia delle banche non hanno onorato il compito che ci si doveva aspettare, ovvero garantire l’assoluta trasparenza su ciò che viene venduto ai risparmiatori, assolvendo perfino certe discutibili modalità con cui determinati prodotti vengono piazzati ai più fragili e incauti. 

Il commissario europeo ai servizi finanziari Jonathan Hill ieri si è spinto a dire che le quattro banche hanno venduto «prodotti non adatti a persone che forse non sapevano cosa stessero comprando», proprio come ai tempi dei bond Cirio e Parmalat. E non è una coincidenza, sostengono gli osservatori più esperti, se il fenomeno è andato diffondendosi negli ultimi tempi più nei piccoli centri e negli istituti di provincia. Che il mancato salvataggio delle quattro banche avrebbe avuto conseguenze ancora più gravi, come afferma il governo, può forse essere vero. Ed è inaccettabile che l’Unione Europea, dopo che la Germania ha impiegato 270 miliardi di risorse pubbliche per evitare (e in certi casi a più riprese) il crac delle proprie banche, opponga ora questioni di lana caprina a questo intervento. 

Ma è altrettanto palese che non ci si può illudere di risolvere così il problema, facendo pagare il conto più grosso ai risparmiatori e ad azionisti nella grande maggioranza, riteniamo, alquanto ignari. Soprattutto perché sarebbe socialmente insopportabile il ripetersi di fatti simili, su scala simile. E qui è innanzitutto il sistema bancario a doversi far carico delle proprie responsabilità: le ipocrisie formali non servono a nulla se il rapporto con la clientela non è limpido. Quanto al governo e alla Banca d’Italia grava su di loro il compito di garantire ai risparmiatori che la trasparenza sia un dogma irrinunciabile per chiunque venda loro un qualsiasi prodotto finanziario. Con pene esemplari, e applicate veramente, in caso contrario. Soltanto così, dopo questo ennesimo scandalo, si potrà ristabilire davvero la piena fiducia nel mercato.

11 dicembre 2015 (modifica il 11 dicembre 2015 | 08:04)

Lo sbancato

La Stampa


Di fronte ai miasmi della finanza tossica che spingono i risparmiatori più fragili al suicidio, il presidente dell’Abi non può continuare a dire: chi si sente danneggiato vada dai carabinieri. Uno va dai carabinieri per difendersi dai ciarlatani, non dai banchieri, e si spera che le due categorie non siano sinonimi, almeno per il presidente dell’Abi. Nell’immaginario collettivo le banche conservano una dimensione umana che sfugge ai ragionamenti algidi di una classe dirigente sganciata dal mondo reale. Il mondo reale è composto da persone semplici che assomigliano al signor Luigino. Persone che entrano in banca come in ospedale: con la speranza e la necessità di fidarsi. I soldi e la salute sono i loro pensieri fissi e li consegnano a professionisti che ritengono in grado di prendersene cura.

In un rapporto così sbilanciato il medico dei soldi ha il dovere di mettersi nei panni del paziente e consigliargli una terapia adeguata. Non basta trincerarsi dietro le formulette burocratiche e i contratti scritti in lillipuziano per lavarsene le mani, dal momento che «il cliente sapeva». Certo che il cliente Luigino sapeva di correre dei rischi. Ma poiché non aveva gli strumenti per valutarli e forse neanche per rendersene conto, andava indirizzato diversamente. Invece gli hanno fatto firmare delle carte in cui sgravava la banca da ogni responsabilità. E lui le ha firmate, perché a un certo punto sprofondi dentro un meccanismo infernale da cui non sai come uscire se non immergendoti sempre di più. Eppure il compito di una banca resta difendere i soldi degli altri. Altrimenti non è più una banca, ma una banda.