sabato 12 dicembre 2015

Venti milioni ai vertici mentre le banche andavano a fondo

- Sab, 12/12/2015 - 17:34

 


Etruria, Banca Marche, CariFerrara, CariChieti. Quattro banche travolte da un insolito destino nel mare d'inverno in cui rischia di affondare il rapporto di fiducia fra clienti e sistema creditizio.Tutte rimaste ostaggio di interessi di bottega, inciuci immobiliari, crediti offerti con disinvoltura agli amici degli amici e di interferenze da parte dei potentati di campanile. Tutte fallite, se non fosse arrivato il paracadute del governo. E non per colpa della crisi.

Nel caso dell'Etruria le magagne vengono battezzate da Bankitalia come «carenze nei controlli interni, nel controllo del credito, violazioni in materia di trasparenza nonchè omesse e inesatte segnalazioni all'organismo di vigilanza». Che si traducono in finanziamenti senza ritorno: dal caso del finanziamento all'«Acquamarcia» di Caltagirone per il porto di Imperia mai rimborsato (almeno una ventina di milioni persi) agli altri prestiti di dubbia affidabilità.

Come quello al mega-Yacht tuttora in costruzione nel porto di Civitavecchia, o concessi ad aziende aretine in difficoltà: dal gruppo Mancini, a Cantarelli, dalla Del Tongo alla vecchia UnoAerre. Non solo. Più peggiorava la riscossione dei crediti e più la banca cercava di rimediare acquistando titoli di Stato. Il fatto è che tra il 2009 e il 2014 i consiglieri d'amministrazione e i sindaci si sono dati 14 milioni in emolumenti mentre la banca aveva perdite cumulate per 300, secondo i calcoli del sito Truenumbers.it. Due procure (Ancona e Roma) indagano su Banca Marche.

Quella che un tempo era il polmone finanziario di una regione industriosa. Negli anni Bankitalia ha più volte alzato il cartellino giallo contro i vertici dell'istituto, ottenendo però solo girandole di nomine e dimissioni. Il problema della banca era principalmente uno: la concentrazione degli impieghi sull'immobiliare, con progetti faraonici basati su valori di mercato stratosferici, in cui gli imprenditori non si assumevano alcun rischio, che cadeva invece interamente sull'istituto.

Il caso più clamoroso sarebbe quello di una compravendita di un immobile da sette milioni di euro tra una ditta riconducibile al gruppo Casale e un'azienda di familiari dell'ex direttore generale Massimo Bianconi, che passando tramite un finanziamento di banca Tercas (anch'essa finita sull'orlo del crac) e un precedente contratto di locazione, avrebbe fruttato al manager un incasso di 13mila euro al mese per 19 anni.

Eppure nel giugno 2011 il cda delibera di chiudere e riaprire il rapporto di lavoro con Bianconi con tanto di vivi rallegramenti finali. Un'interruzione di tre settimane che consente al manager di portarsi a casa 1,5 milioni di buonuscita. Bankitalia nel frattempo aveva emanato nuove norme sul Tfr dei dirigenti. Termine ultimo per l'applicazione: il primo di agosto.

Ovvero 24 ore dopo che venisse rescisso il contratto con Bianconi, che poi lascerà definitivamente l'istituto con in tasca altri 2,3 milioni di liquidazione. E le altre due piccole Casse di risparmio? Procura, guardia di finanza e carabinieri di Ferrara hanno acceso i riflettori sulla Carife: il filone principale verte sulla malagestione dal 2007 al 2013 e le procedure dell'aumento di capitale da 150 milioni varato nel 2011.

Quanto a Carichieti, i commissari hanno chiesto all'ex cda e top manager di risarcire 208 milioni per «la prolungata mala gestio». Si va da anomalie nei rapporti con l'ex Fondazione, all'apertura della filiale di Potenza che non sarebbe stata fatta nell'interesse aziendale.



Ecco il "tesoretto" del padre della Boschi
- Sab, 12/12/2015 - 08:00 

Sedeva in 14 società. Avevano fidi aperti con l'istituto?

 


Vicepresidente della banca e azionista della banca stessa, una prassi normalissima se l'interessato non fosse anche il padre di un ministro e la banca in questione non fosse andata in rovina, mandando in fumo gli investimenti dei piccoli risparmiatori dopo il decreto del governo Renzi, dove siede la figlia.

Un piccolo groviglio di interessi famigliari, quello tra i Boschi e la Banca Etruria (ci lavorava anche il fratello Emanuele, dirigente del settore incagli, i prestiti in sofferenza), divenuto motivo di imbarazzo.Pier Luigi Boschi, il padre del ministro per i Rapporti con il Parlamento, così come gli altri parenti «entro il secondo grado» di Maria Elena Boschi, non hanno acconsentito nel 2014 alla pubblicazione della propria posizione patrimoniale, come previsto (senza obbligo per i famigliari) dalle norme sulla trasparenza dei membri del governo.

Per fare un po' di chiarezza sulla sua posizione, dunque, bisogna scartabellare le relazioni ufficiali della banca e i prospetti della Consob. Da una relazione all'assemblea dei soci del maggio 2014 veniamo a sapere che nel 2013 Boschi senior, ancora solo consigliere di amministrazione e membro del comitato esecutivo dell'Etruria (verrà promosso vicepresidente l'anno dopo) prende uno stipendio di 71.466 euro niente rispetto ai 638mila euro del direttore generale della banca, Luca Bronchi - e risulta proprietario di 9.563 azioni della banca. L'unico internal dealing (la compravendita di titoli da parte degli stessi amministratori di una società quotata) a cui si riesce a risalire è del giugno 2013, ma il documento della transazione è stranamente inaccessibile sul sito web di Banca Etruria.

Cosa sia successo a quelle azioni dal 2014 in poi, tra il clamoroso boom del titolo in Borsa dopo il decreto sulle popolari e il commissariamento, non emerge né dalla banca, né dalla Consob né tantomeno da casa Boschi che su questa vicenda ha preferito tenere il massimo riserbo. Quel che invece si ritrova nelle tabelle della Commissione è un prospetto che alimenta altri interrogativi. Si tratta di una serie di informazioni che una banca, in caso di emissione di obbligazioni, è tenuta a comunicare alla Consob, e riguarda tra l'altro anche gli incarichi degli amministratori dell'istituto in altre società esterne alla banca.

La lista delle «poltrone» occupate da papà Boschi contempla quattordici voci diverse: tre presidenze di cda (società agricole e coop), due vicepresidenze e poi incarichi da consigliere in altre sette società, dal Consorzio Vino Chianti alla Società Immobiliare Casa Bianca fino a Progetto Toscana Srl.

La domanda la pone l'economista Riccardo Puglisi, responsabile economico di Italia Unica: «Dalla Banca d'Italia sarebbe opportuno conoscere l'ammontare di fidi che l'Etruria ha concesso a queste società in cui Pier Luigi Boschi ha cariche amministrative». Anche perché secondo gli ispettori di Bankitalia, «13 amministratori e 5 sindaci hanno interessi in n. 198 posizioni di fido, per un importo totale accordato, al 30-09-2014, di circa 185 milioni di euro». Tradotto significa che in media ogni amministratore ha interessi in più di dieci finanziamenti concessi dalla banca. Papà Boschi, con i suoi quattordici cda, rientra in questa media?

Le Padrinarie

La Stampa


C’è ancora un potere che si sottopone a elezioni regolari, in Italia. La mafia. Le intercettazioni dei carabinieri hanno rivelato che nei mesi scorsi la cosca palermitana dal nome democristianissimo di Santa Maria di Gesù è andata alle urne per votare il nuovo Padrino. Esaurita la Seconda Repubblica bipolare di Totò Riina e Provenzano, si è tornati alla Prima anche lì. Non sono mancati gli slogan («Quando parliamo di Cosa Nostra, parliamo di Cosa Nostra») né i dibattiti, svolti per lo più in una barberia infestata di «cimici» che hanno registrato le discussioni tra i favorevoli al voto palese e i fautori di quello segreto, e la preoccupazione di tutti i candidati per il proliferare dei «franchi tiratori»: un’espressione che, trattandosi di picciotti, poteva venire presa alla lettera da qualcuno.

Ma alla fine la riforma elettorale (il Mafiosum?) è passata senza colpo ferire e si è votato per alzata di mano. Hanno prevalso Giuseppe Greco e il suo vice, Salvatore Profeta. Gli sconfitti hanno accettato il verdetto baciando i vincitori. E tutti insieme, per festeggiare, hanno organizzato subito un omicidio, che ha portato sei di loro a essere arrestati ieri.

Al di là delle note di colore, la restaurazione inesorabile della vecchia mafia di Buscetta ci ricorda che non è così vera la celebre massima del Gattopardo: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». In Italia basta avere un po’ di pazienza e poi tutto ritorna com’era senza neanche il fastidio di doverlo cambiare. 

I Boschi, una famiglia in banca. E il paese difende il loro silenzio

La Stampa
ilario lombardo, francesco maesano

 Una leggina salva gli amministratori degli istituti dissestati



Il sorriso è quello di famiglia. Emanuele Boschi? «Sì sono io. E lei?». Giornalista. Anche la gentilezza del diniego è la stessa della sorella Maria Elena. Sempre sorridendo: «Conosciamo entrambi le conseguenze da qui in poi». «Qui» è la linea del cancello che demarca la proprietà privata. A Laterina si è fatto buio da poco. Il Natale viene annunciato dagli addobbi. Il villino della famiglia Boschi lo conoscono tutti.

Si trova in una ex zona industriale. Poche case, tutti vicini e molto amici. Se chiedi, tutti sono molto disponibili a mostrartela. Basta però pronunciare le parole “Banca” ed “Etruria” e tutti rispondono: «Non so nulla». Laterina conta tremila e passa abitanti. Il più famoso ad avere avuto qui i suoi natali è sempre stato Enzo Ghinazzi, in arte Pupo. Fino a un paio di anni fa. Fino a quando Maria Elena Boschi, la figlia di Pier Luigi, ha compiuto la sua ascesa al governo. Nei giorni del grande falò dei risparmi in Etruria, il ministro difende il papà con i denti: «È una persona perbene, finito sulle cronache solo perché è mio padre».

È così. Pier Luigi Boschi è stato vicepresidente di Banca Etruria dal maggio 2014, tre mesi dopo l’ingresso a Palazzo Chigi della figlia. Una tempistica che ha scatenato le opposizioni per il possibile conflitto di interessi, dopo la travagliata vicenda dell’istituto, appena salvato da quello stesso governo di cui è membro Maria Elena. Un intreccio che, alla luce del suicidio del pensionato che ha visto volatilizzarsi 100 mila euro, ha portato anche lo scrittore Roberto Saviano a chiedere le dimissioni del ministro: «Sulle banche c’è un abnorme conflitto di interessi. Per molto meno abbiamo raccolto firme e siamo scesi in piazza». Il fratello e il papà sostano di fronte alla casa su tre piani. Il signor Boschi non vuole parlare.

«No guardi, non rilasciamo interviste» interviene Emanuele. Anche lui, come molti da queste parti, lavorava in Banca Etruria fino a qualche mese fa. L’insistenza non scalfisce padre e figlio. Entrano in casa, poi escono, salgono in auto e vanno via. Papà Boschi ritorna con la moglie, Stefania Agresti, già vicesindaco di Laterina. L’amore per la politica trasmessa alla figlia. Signor Boschi, solo una domanda…? Niente. L’amico e vicino, Martino, concede la solita risposta: «Non so nulla di queste cose, io curo le mie vigne». Poi aggiunge: «A me non mi hanno mica fregato».

Il Paese, insomma, si stringe intorno ai Boschi. Ma la pressione sulla ministra è destinata a crescere. Il cosiddetto “decreto-salvabanche” infatti non prevede la decadenza o la sospensione dei requisiti di onorabilità per gli organi amministrativi e di controllo delle banche in risoluzione, dal momento che la disciplina vigente sull’onorabilità degli amministratori non contempla la procedura di risoluzione. Dunque, allo stato dei fatti, un amministratore o un membro del collegio dei revisori dei conti di Banca Marche, Banca Etruria, Carife e Carichieti, se anche dovesse essere ritenuto responsabile del dissesto del suo istituto, potrà comunque andare a ricoprire ruoli di vertice altrove.

Non solo. Nella legge di stabilità in esame alla Camera manca la previsione di meccanismi che consentano effettivamente a soci e creditori l’esercizio dell’azione di responsabilità, ma è piena di riferimenti al decreto legislativo 180 del 16 novembre 2015. Un testo che costituisce la “cornice normativa” nel quale si inserisce il cosiddetto “salva banche” varato dal Governo. All’articolo 35 del decreto si legge: «L’esercizio dell’azione sociale di responsabilità e di quella dei creditori sociali contro i membri degli organi amministrativi e di controllo e il direttore generale (...), spetta ai commissari speciali sentito il comitato di sorveglianza, previa autorizzazione della Banca d’Italia».

Dunque, senza il benestare dei commissari, del comitato di sorveglianza e di palazzo Koch non si potrà esercitare l’azione di responsabilità.

Ho Luigi sulla coscienza, ma l'ordine di mentire ci arrivava dalla banca"

Repubblica.it


L'ex funzionario che vendette i bond al pensionato suicida di Civitavecchia: "Dicevano che se non li avessimo piazzati saremmo stati licenziati"

 "Ho Luigi sulla coscienza, ma l'ordine di mentire ci arrivava dalla banca"

 TARQUINIA - "Io Luigino me lo sento sulla coscienza perché mi sono comportato da impiegato di banca e se fossi stato una persona che rispettava le regole non gli avrei fatto fare quel tipo di investimento". Marcello Benedetti è un ex impiegato della banca Etruria di Civitavecchia. Licenziato un anno fa da quella filiale per un procedimento penale che ha in corso, Marcello ora monta caldaie in giro per la sua città. Il contratto delle obbligazioni acquistate da Luigino D'Angelo, il pensionato che si è tolto la vita per aver perso 110mila euro, porta la sua firma. Benedetti accetta di rilasciare l'intervista a patto che non si sfiori l'inchiesta che lo ha travolto, e che non riguarda i bond subordinati: su questo non può rilasciare dichiarazioni.

Fu lei a "convincere" Luigino ad investire i suoi risparmi in obbligazioni subordinate?
"Sì, Luigino fu uno dei primi clienti della banca a cui proposi questo investimento".


Lo mise al corrente dei reali rischi che correva in questo tipo di operazione?
Gli occhi si inumidiscono. "Firmò il questionario che sottoponevamo a tutti, nel quale c'era scritto che il rischio era minimo per questo tipo di operazione (...). Nelle successive carte che il cliente firmava, era presente la dicitura "alto rischio", ma quasi nessuno ci faceva caso. Era un carteggio di 60 fogli".


E voi impiegati non mettevate al corrente i clienti?
"Avevamo l'ordine di convincere più clienti possibili ad acquistare i prodotti della banca, settimanalmente eravamo obbligati a presentare dei report con dei budget che ogni filiale doveva raggiungere. L'ultimo della lista veniva richiamato pesantemente dal direttore".


 Che rapporto aveva lei con Luigino?
"Lo conoscevo benissimo, sia lui che la moglie Lidia. Era uno dei clienti più diffidenti e convincerlo a fare proprio quel tipo di investimento non fu facile (...)

Smartphone, internet delle cose e app. La sicurezza informatica è made in Italy

Repubblica.it


Cys4, Minded Security, Inverse Path e Hacktive: sono le società che si occupano di cyber security nel nostro paese. Ecco come raccontano la loro esperienza

Smartphone, internet delle cose e app. La sicurezza informatica è made in Italy

 LA DEFINIZIONE di startup gli sta stretta. Non solo perché non tutti si identificano anagraficamente con quei giovani che rincorrono un sogno dagli esiti incerti, non avendo spesso nulla da perdere. Né molta esperienza alle spalle. Ma soprattutto perché credono che le competenze, ormai accumulate nel corso degli anni trascorsi sul campo, siano abbastanza per chiedere di essere descritti usando altri termini. Perciò quando devono raccontarsi, preferiscono tirar fuori dal cassetto la cara e vecchia parola impresa. Anche se il loro settore è uno dei più innovativi e importanti del momento: la sicurezza cibernetica.

"Viviamo in un momento storico complicato, dove gli attacchi informatici possono davvero mettere in ginocchio un sistema", avverte Andrea Stroppa, 21 anni, direttore dell'area ricerca e sviluppo di Cys4: società operativa da qualche mese che si occupa di cercare soluzioni, e quindi potenziali prodotti, per rendere i dispositivi mobili iOS, Android e Windows phone a prova di intrusioni. "Perciò è importante che le aziende private così come gli enti pubblici, e le istituzioni, abbiano una cultura in tal senso". Per comprendere la realtà del pericolo basti pensare che, facendo fede ai dati dell'azienda Check Point, l'Italia sarebbe il quarto paese d'Europa più colpito dai malware dopo Lussemburgo, Polonia e Grecia. 


Eppure fino ad ora è mancata una seria consapevolezza riguardo al problema. "Nel mondo imprenditoriale e in quello della politica, per non parlare del vasto pubblico, la presa di coscienza dell'importanza della cyber security è quasi completamente inesistente persino a livello dei manager", denuncia un report pubblicato dal Consorzio interuniversitario nazionale per l'informatica. Vero, il nostro Governo ha appena annunciato un investimento da 150 milioni di euro per la cyber sicurezza nazionale. Una decisione seguita ai recenti attentati terroristici di Parigi, ma sono bruscolini in confronto alle misure adottate dagli altri paesi. Un esempio? Nel 2016 il Regno Unito, considerato il più virtuoso del Vecchio continente, ha stanziato ben 860 milioni di sterline per istituire un programma nazionale.

Andrea Barisani, co-fondatore di Inverse Path, conferma: "Il 90 per cento dei nostri clienti si trova all'estero, dove c'è un interesse maggiore. Qui, invece, ci confrontiamo sia con un mercato poco maturo, sia con una burocrazia che scoraggia". La differenza lui l'ha vissuta sulla propria pelle. "Prima ho creato una società in Inghilterra, e nel momento in cui abbiamo aperto quella italiana, è stata evidente la diversità burocratica tra i due paesi". Persino in termini di peso: "Possiamo misurarla a chilo, valutando la quantità di carte prodotte nei due casi", scherza. Ma ciò non lo ha fermato. E con i soci, Andrej Rosano e Daniele Bianco, laureati in fisica a Trieste, nel 2010 ha avviato Inverse Path. 


"Non ci occupiamo solo di sicurezza software, ma anche di quella hardware, cioè del modo in cui le componenti fisiche che costituiscono i dispositivi integrano ed espongono il sistema operativo". Un affare non di poco conto se si pensa che l'Internet delle cose  è un mercato destinato a crescere di 30 volte nei prossimi 11 anni. Così, presto, ogni oggetto intorno a noi potrebbe essere connesso, esponendosi a dei rischi. Al momento, però, Barisani e soci sono concentrati sulle strutture che hanno un impatto sulla tutela delle persone. 

E hanno lavorato molto in ambito automobilistico, industriale, finanziario, e avionico, cioè facendo test sugli aerei e sui componenti che si trovano al loro interno. Non solo. Pur essendo prevalentemente una società di consulenza, hanno anche sviluppato un prodotto. Si tratta di un computer open source, dotato di specifiche applicazioni, e grande quanto una chiave usb: uno dei più piccoli nel suo genere. Tutto made in Italy, persino i chip. Ora la società è a un giro di boa: deve decidere se mantenere le dimensioni attuali o allagarsi. "Il momento della scelta è adesso", conclude Barisani.

Chi ha già deciso di espandersi è Minded Security. Partorita nel 2007 da un'idea di Matteo Meucci, Stefano Di Paola e Giorgio Fedon, ha poi inglobato altro personale. Fino all'apertura, nel 2014, di Minded Security Uk: startup londinese. "L'abbiamo creata per fare rete e per rivendere la tecnologia sul mercato statunitense e britannico, avere una ltd (forma societaria del Regno Unito) agevola", dice Meucci. Il loro obiettivo è garantire la totale sicurezza di servizi e utenti online, grazie a nuove tecniche che permettono di verificare la presenza di malware sconosciuti nei browser. Il prossimo passo? Creare delle startup ad hoc per la gestione dei prodotti innovativi. E se l'apertura di una succursale londinese è stata dettata dalla necessità, il cuore dell'azienda vuole continuare a pulsare in Italia, assicura Meucci: "Abbiamo ricevuto molte proposte, ma non vogliamo trasferirci. 


Da noi ci sono piccole aziende che possono fare la differenza. Ma spesso non hanno la spinta per diventare grandi a livello internazionale, a mancare sono finanziamenti e networking. Queste sono le sfide che ora ci aspettano". Stessa situazione, stessa necessità per Hacktive Security. A metterla in piedi due ragazzi che lavorano nel campo della cyber sicurezza fin dall'età di 16 anni: Francesco Mormile e Carlo Pelliccioni. "Siamo partiti da zero, con nessuno alle spalle, e zero investimenti. Per passione", racconta Pelliccioni. Età media? 33 anni. Punti di forza? I servizi di ethical hacking, cioè tutte quelle attività dirette a scovare le potenziali vulnerabilità di una rete e dei sistemi che la compongono. "Ora vogliamo spingerci oltre la consulenza, nello sviluppo di vere soluzioni. E affermarci come un'eccellenza italiana e internazionale".

@rositarijtano

Con un metal detector trova il tesoro dei Vichinghi

La Stampa

Parlamento Ue: commissione acceleri ed estenda inchiesta Antitrust su Google

Repubblica.it

Ha invitato formalmente la Commissione ad accelerare ed estendere l'indagine dell'Autorità per la concorrenza contro il gigante californiano, accusato di offrire il suo sistema operativo Android solo in connessione con altri servizi

 Parlamento Ue: commissione acceleri ed estenda inchiesta Antitrust su Google

 BRUXELLES - Il Parlamento europeo vuole che il Vecchio continente stringa i tempi nella sua inchiesta contro Google. E per questo invita formalmente la Commissione ad accelerare ed estendere l'indagine Antitrust contro il gigante californiano, accusato di offrire il suo sistema operativo Android solo in connessione con altri servizi. L'Antitrust, indicano i deputati, deve verificare perché i produttori non possono pre-installare prodotti concorrenti. 

E' questa la richiesta della commissione affari economici e monetari. Lo scorso aprile la commissione aveva aperto un'indagine formale sul comportamento di Google relativo al sistema operativo mobile Android. Obiettivo: verificare se Google ha concluso accordi anticoncorrenziali o se ha abusato di un'eventuale posizione dominante nel campo dei servizi operativi, applicazioni e servizi per i dispositivi mobili intelligenti.

Dal 2005 lo sviluppo del sistema operativo mobile Android è controllato da Google. È un sistema open-source, il che significa che può essere liberamente usato e sviluppato da chiunque. Dato che la maggior parte dei produttori di smartphone e di tablet usano questa piattaforma in combinazione con una serie di applicazioni e servizi proprietari di Google, essi stipulano così accordi con il gruppo statunitense per ottenere il diritto di installarne le applicazioni sui loro dispositivi Android. E' su questo che interviene l'inchiesta Antitrust.

In generale gli eurodeputati sostengono che la Commissione debba definire nuovi criteri per valutare la dimensione di mercato nel settore digitale ritenendo che "l'attuale riferimento al giro d'affari non sia sufficiente per valutare se fusioni o acquisizioni portano a posizioni di mercato troppo dominanti nell'economia digitale". Il ragionamento tiene conto del fatto che "business con giro d'affari limitato e perdite sostanziali da parte delle start-up possono avere una larga base di clienti e quindi disporre di grandi database e forti posizioni di mercato". 


Un esempio classico è costituito dall'acquisizione di WhatsApp da parte di Facebook. Inoltre, le regole esistenti sulle multe imposte alle persone legali per la violazione delle regole Antitrust, secondo il parlamento, dovrebbero essere sostenute da sanzioni contro le persone fisiche responsabili sufficientemente alte da costituire un deterrente.

E' nel contesto della verifica delle politiche di concorrenza e della loro applicazione da parte della commissione europea, che gli eurodeputati hanno chiesto che "siano chiarite le regole e le procedure in base alle quali possono essere autorizzati gli aiuti al settore bancario". E' il problema sollevato dall'Italia (in particolare con un emendamento del deputato Socialists & Democrats Renato Soru che raccolto l'opinione favorevole della commissione). Gli eurodeputati ritengono in ogni caso che "gli aiuti di stato per il settore bancario debbano essere ridimensionati al massimo quando l'unione bancaria sarà completata".

Quanto all'azione comunitaria sui Tax rulings (gli accordi fiscali preventivi tra gli Stati e le multinazionali), gli eurodeputati sostengono l'Antitrust nella sua azione di contrasto degli abusi (ci sono già state due conclusioni negative per Olanda/Starbucks e Lussemburgo/Fiat). La Commissione Affari economici e monetari chiede che il denaro recuperato in seguito a bocciature Ue dei Tax rulings non dovrebbe essere trasferito nelle casse dello stato membro interessato, ma in quelle degli altri stati membri che "hanno sofferto dell'erosione delle loro basi fiscali".

Chaouqui: “Molti in Vaticano vogliono Papa Francesco morto”

La Stampa
giacomo galeazzi, ilario lombardo

 Attacco alla Curia e al prelato Balda: sono finita nei guai per uno squallido gioco di potere tra cardinali




«Sono nei guai per uno squallido gioco di potere di cardinali. Chi ha armato la mano contro di me è un nemico del Papa, ho fornito le prove alla Gendarmeria». Per Francesca Immacolata Chaouqui, imputata col prelato Vallejo Balda nel processo Vatileaks «molti in Vaticano vogliono morto Francesco. Me lo ha detto un cardinale: Il Santo Padre passa, la Curia resta».

Il suo ruolo nel processo?
«Mi vengono contestati l’associazione a delinquere e la diffusione di documenti riservati. Ma la mia vicinanza a Balda era dovuta al lavoro in comune nella commissione Cosea. Mai dato carte a nessuno».

Cosa sta accadendo in Curia?  
«È una fase decisiva nella riforma. La segreteria per l’economia è operativa ma è inammissibile che l’australiano Danny Casey, il braccio destro del cardinale George Pell, guadagni 5 volte più del capo della Gendarmeria che comanda 200 persone. Nel nuovo dicastero ci sono stipendi mai visti prima in Vaticano».

Come mai una giovane pr in una commissione finanziaria?
«Ho curato le relazioni esterne dei principali studi legali. Mai sentita inadeguata, so analizzare i bilanci di banche e imprese, dalle Srl alle quotate. Sono stata io ad individuare la McKinsey per unificare in Curia gli enti di comunicazione, mentre altri 5 membri della commissione si preoccupavano di ricollocarsi in Curia. Io non ho fatto assumere figli o fratelli alla McKinsey. De Franssu è andato a presiedere lo Ior e ha piazzato il figlio a Promontory, che controlla i conti della banca».

Il nuovo corso non funziona?  
«Il Vaticano non è quella fogna che si pensava di dover ripulire. C’è tanta gente onesta che fa il suo lavoro: non accetta che un comitato di polizia australiano vada in casa a dire che sono tutti ladri e poi guadagni stipendi esorbitanti».

Chi l’ha voluta in Curia?  
«Non lo so e neppure il Papa lo sa. Mi telefonò l’assessore della Segreteria di Stato, Peter Wells. Ho fatto un errore ad accettare. Credevo di svolgere un servizio al Papa e mi sono ritrovata in gravi guai».

Quanto conta adesso lo Ior?
«Resta un ente fondamentale: garantisce la libertà di mandare soldi alle missioni e di gestire il patrimonio. È la banca centrale del Vaticano e per il 90% lì le cose sono pulite, sane. La nomina al vertice di Gianfranco Mammì fa ben sperare. La questione di conti dei laici si risolverà, i controllori di Moneyval hanno dato parere positivo. Sotto la direzione dei cardinali Abril, Parolin Tauran lo Ior che esisteva prima non esisterà più».

Rapporti con Luigi Bisignani?  
«Lo conosco da un anno e mezzo, ma non abbiamo mai parlato di Vaticano, solo di politica, Generali, attualità. E’ associato al Vaticano come tanti, ma ciò non lo rende impresentabile. Mai lavorato con lui. Non gli ho chiesto favori e lui non ne ha chiesti a me. Una persona piacevole».

Bisignani conosce la contessa Marisa Pinto, la sua mentore?
«Sono amici. La contessa il marito gli diedero il primo lavoro quando aveva 18 anni».

Tauran è legato alla contessa?
«Sono dietrologie. È una menzogna di Balda che il cardinale Tauran mi abbia segnalato in Vaticano. Alla contessa voglio bene ma non c’entra nulla con incarichi di lavoro o in Curia».

E la Ernst & Young dove lei era?
«Nel natale 2012 all’ambasciata di Spagna presso la Santa Sede ha patrocinato un concerto della fondazione “Messaggeri della pace” presieduta dalla Pinto».

Perché a Balda assegnò lo stesso autista della contessa?  
«Conoscevo Pietro Grillo: fa questo mestiere per vari personaggi. Lo indicai a Balda quando le sue frequentazioni diventarono poco raccomandabili. In Curia erano già arrivate voci di suoi strani viaggi e di un pernottamento a Torino in un hotel di lusso. Vedevo sfumare l’investimento professionale e relazione che avevo fatto su di lui».

Il maggiordomo Paolo Gabriele non fu il corvo? Chi lo fu allora?  
«Ho le prove. Fu usato per lotte di potere tra cardinali. Vatileaks 1 non c’entra con le dimissioni di Benedetto. Oggi, attraverso veline ai giornali, i miei nemici sono gli stessi che hanno attaccato il prelato dello Ior, Battista Ricca. I giornalisti sono strumenti, dietro ci sono mandanti che non perdonano a Francesco di aver fatto nomine prescindendo dalle gerarchie della Segreteria di Stato. Sono gli stessi interni che sperano che papa Bergoglio muoia da un giorno all’altro».

C’è dietro un cardinale?
«Ne ho riferito a Francesco e ho consegnato le prove alla Gendarmeria. Ho agito solo per amore del Papa. In Vaticano ho lavorato gratis e non mai fatto da intermediaria con la politica. Conoscevo già tutti».

Ha fatto sesso con Balda?
«Non mi è mai passato per la mente. Gli serviva un episodio scatenante per giustificare un ricatto e per inventarsi un motivo che lo avrebbe indotto a consegnare i documenti segreti».