lunedì 14 dicembre 2015

L’attacco della Leopolda alla libertà di stampa: si vota la prima pagina peggiore dei quotidiani

la stampa
francesco zaffarano

La gogna renziana per Giornale, Libero e Fatto. De Bortoli attacca: «I titoli li faccia lui»

 

La Leopolda sarà anche la “terra degli uomini”, ma di certo non è la terra dei giornali: durante la seconda giornata della kermesse renziana di Firenze, il presidente del Consiglio ha lanciato una consultazione online per scegliere la prima pagina peggiore dei quotidiani italiani. Non tutti i quotidiani, in realtà: ad essere attaccate sono tre testate in particolare, cioè Libero (che ha “vinto” la consultazione con il titolo «Immigrati in cattedra, lezioni porno all’asilo»), il Giornale e il Fatto Quotidiano.

Che la politica abbia un rapporto difficile con i giornali non è un mistero, ma fino a questo punto ci sono arrivati in pochi (ricordiamo per par condicio le liste di proscrizione grilline con il giornalista della settimana), con un attacco frontale ai titoli critici nei confronti del governo o del premier. Una lista nera delle prime pagine che, evidentemente, non sono piaciute al primo ministro, il quale non ha perso occasione di commentare dal palco della Leopolda: «Ciao, ciao Fatto Quotidiano», ha detto ironicamente mentre sullo schermo passava il titolo “Pd, panico Grillo”, pubblicato dal giornale diretto da Marco Travaglio a ridosso delle elezioni europee.

L’invasione di campo del premier, oltre a non riscuotere particolare successo tra i suoi sostenitori (le votazioni superano a malapena il migliaio nonostante sia possibile votare indiscriminatamente per tutte le prime pagine candidate), ha attirato critiche da più parti. Non ultima, quella dell’ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli («I titoli dei giornali li faccia direttamente lui, così facciamo prima», ha scritto su Twitter), mentre il blog Valigia Blu, che da anni si occupa di informazione e libertà di stampa, si pone una domanda interessante: cosa sarebbe successo se una votazione del genere l’avesse proposta Berlusconi?




Chronos, come trasformare ogni orologio in uno smartwatch

La Stampa
dario marchetti

Un dischetto metallico, spesso appena 3 millimetri, aggiunge funzionalità smart agli orologi classici. Sarà in vendita dalla primavera del 2016





Gli smartwatch sono uno dei gadget del momento, ma spesso il design proposto dai colossi dell’elettronica non incontra il favore degli utenti, in particolare di quelli che hanno fatto degli orologi una vera passione. La soluzione al problema arriva grazie a Chronos, un dischetto metallico spesso appena 3 millimetri che, una volta applicato sul retro della cassa, trasforma qualsiasi modello, Rolex compresi, in uno smartwatch di tutto rispetto.

Chronos si aggancia al retro dell’orologio grazie a una micro ventosa, che non lascia residui, ed è in grado, attraverso la vibrazione, di farci sapere quando una nuova notifica è in arrivo. Ma visto che non ha un display, attraverso l’app è possibile personalizzare i modelli di vibrazione, così da capire al volo se la notifica arriva da Facebook o Whatsapp, ad esempio.

Anche senza schermo però, Chronos prevede comunque degli strumenti di interazione touch: facendo due volte tap sul quadrante si possono «silenziare» le chiamate in arrivo, mentre con tre avviare la riproduzione musicale sullo smartphone.

E come ogni dispositivo smart in circolazione, Chronos dispone anche di un fitness tracker, per tenere sempre sott’occhio l’attività fisica quotidiana. Secondo i dati rilasciati dai produttori, la batteria, ricaricabile in modalità wireless, dovrebbe garantire circa 36 ore di utilizzo continuo. Il dischetto smart sarà disponibile a partire dalla primavera dell’anno prossimo, con un prezzo di partenza di circa 99 dollari.

Quando la Giustizia è’ giusta ?

Giovanni Terzi

 

Le cronache di ieri ci riportano all’ennesima assoluzione dell’ex Presidente della Provincia di Milano Filippo Penati dall’accusa di corruzione e finanziamento illecito ai partiti . Dopo essere stato assolto nelle aule civili ieri con la dizione “perché il fatto non sussiste” l’ex Sindaco di Sesto è’ stato ritenuto estraneo ad ogni accusa penale: vale a dire “il sistema Sesto” non è mai esistito.

Quest’ultimo errore giudiziario non può non farci riflettere su come spesso l’arma della Giustizia venga utilizzata come un macete o per far fuori un avversario politico o per propaganda personale.
Ancora mi ricordo quando il 16 giugno del 2014 il Ministro Alfano, in Parlamento, annunciava ” le forze dell’ordine, d’intesa con la magistratura hanno individuato l’assassino di Yara Gambirasio ” .
Ad oggi il processo su Bossetti è’ ancora aperto e, almeno così appare,  dopo le molteplici eccezioni che la difesa del muratore bergamasco ha fatto alla Procura durante le udienze in Tribunale , per nulla scontato nel giudizio finale.

Pensiamo che ogni anno lo Stato deve “liquidare” a chi ha subito una ingiustizia circa trenta milioni di euro per ingiusta detenzione; oppure riflettiamo su come dei 3 delitto al giorno che vengono compiuti in Italia circa il 40 per cento rimanga irrisolto e di come per ogni delitto irrisolto ci sia stato un innocente in carcere.

Sono dati che fanno paura .

In una patria che è stata padre del diritto ci rendiamo sempre più conto che, anziché la presunzione di innocenza prevalga oggi la presunzione di colpevolezza.

La lunga serie nera Così l'Ingegnere colleziona solo guai

il giornale.it

Da quando ha incassato 500 milioni di euro da Fininvest è incappato in disavventure finanziarie e giudiziarie

 


Sarà un caso o forse no, ma è un periodo (abbastanza lungo) che all'ingegnere De Benedetti le cose girano male.

Da quando ha incassato tramite sentenza (non senza qualche dubbio sulla sentenza stessa) oltre 500 milioni da Fininvest, De Benedetti è andato incontro a una serie di disavventure. Parliamo di affari e di guai giudiziari che hanno seguito nell'ultimo periodo lo stesso percorso: tutto molto negativo per l'Ingegnere.Si comincia dal business e in particolare dalla storia non proprio limpida né economicamente vincente, anzi, di Sorgenia: il gruppo energetico controllato dalla Cir della famiglia De Benedetti dal 2003 al 20013 aveva accumulato debiti su debiti, fino a raggiungere la soglia da allarme rosso di 1,8 miliardi.

E lì aveva dovuto chiedere alle banche una moratoria e una ristrutturazione del debito. Il gruppo, fondato nel '99 dall'Ingegnere in vista della liberalizzazione del settore, non riusciva più a rispettare le scadenze. Le banche hanno tremato sul serio e molte avevano cominciato a innervosirsi. Tra queste, prima fra tutte c'era il Monte dei Paschi di Siena che, per non farsi mancare niente, era la maggiore sostenitrice creditizia del gruppo Sorgenia. Secondo voci di mercato Mps era esposta per circa 600 milioni. Il debito era distribuito tra le diverse società del gruppo, ma essenzialmente sta in capo alla holding per 800 milioni, a Sorgenia Power (650 milioni).

Solo nei soli primi 9 mesi del 2013 Sorgenia aveva annunciato una perdita di 434 milioni, in gran parte dovuta a svalutazioni.Una situazione difficilissima che si è risolta con un salvataggio molto discusso e discutibile da parte delle stesse banche che di fatto si sono comprate Sorgenia. Non una grande prova di capacità imprenditoriale dell'intero gruppo che fa capo all'ingegnere, ma in compenso una grande capacità nel trovare una soluzione che non danneggi lo stesso gruppo. Altro guaio è la vicenda giudiziaria della Olivetti per l'amianto che avrebbe causato la morte di quattordici persone a Ivrea.

A ottobre scorso è arrivato il rinvio a giudizio per 17 persone, tra le quali c'è anche l'Ingegnere. Il caso ha fatto molto discutere e c'è da scommettere che anche per il processo sarà lo stesso. Come se non bastasse qualche mese fa è arrivata la causa persa contro Marco Tronchetti Provera, accusato da De Benedetti di diffamazione. Una vicenda che risale alla vendita di Telecom ma che si è conclusa adesso con un grandissima figuraccia dell'Ingegnere che aveva accusato ingiustamente il Tronchetti. Non lo stesso si può dire dell'altra figuraccia fatta da De Benedetti in quanto editore dell'Espresso sulla vicenda dell'inchiesta che ha infangato il governatore della Sicilia, Rosario Crocetta.

Marine Le Pen a bocca asciutta Ma per batterla devono unirsi tutti

Corriere della sera
di Aldo Cazzullo

Il voto non ha solo ridimensionato le aspirazioni del Front National, ma aperto interrogativi sul futuro di Hollande, Valls e Sarkozy

 Marine Le Pen, leader del Front National (Afp)

 Non soltanto oggi Marine Le Pen non potrebbe essere eletta presidente della Francia; non è stata eletta neppure presidente della Regione Nord-Pas de Calais-Picardie. Non ha vinto neanche sua nipote Marion in Provenza-Alpi-Costa Azzurra. Questo non cancella il risultato clamoroso di domenica scorsa: il Front National è il primo partito del Paese, e per batterlo si devono unire tutti gli altri. Questo crea una tensione che durerà almeno sino alle presidenziali del maggio 2017.

La mobilitazione chiesta non solo dalla sinistra, ma anche dall’associazione degli imprenditori e da una parte del mondo cattolico, c’è stata. Sono andati a votare quasi quattro milioni di francesi che domenica scorsa erano rimasti a casa. L’affluenza oltre il 58% annacqua le militanze e le radicalità. Il meccanismo del ballottaggio, in cui spesso si vota «contro» piuttosto che «per» qualcuno, penalizza le estreme. 

Marine Le Pen rivendica comunque una vittoria morale; e in effetti è un’ingiustizia che il suo partito abbia solo due deputati all’Assemblea Nazionale. Il sistema è impostato sul bipolarismo; ma i poli ora sono tre. Una larga parte dei francesi non è rappresentata dalla politica; e questo crea una stortura, un’esasperazione che Marine denuncerà e nel contempo tenterà di alimentare. 

Il presidente Hollande è rimasto in silenzio per tutta la settimana. Ha tentato di rappresentare l’uomo di Stato al di sopra delle parti. Al posto suo ha parlato – fin troppo - il primo ministro Valls, che è giunto a prevedere il rischio di una guerra civile. I socialisti governavano tutte le regioni; il passo indietro è netto. Valls esce ridimensionato. Il candidato alle presidenziali del maggio 2017 sarà quasi certamente Hollande. Il problema per lui sarà arrivare al ballottaggio. Potrebbe non farcela, a meno che non sia il candidato unico della sinistra: una chance possibile solo in un clima di drammatizzazione. I risultati dimostrano che al secondo turno Hollande potrebbe battere Marine Le Pen. 

Se invece il ballottaggio fosse tra Marine e un candidato della destra repubblicana, la sconfitta del Front National sarebbe certa. Ma chi sarà il prescelto? L’uomo che avrebbe maggiori possibilità è l’ex primo ministro di Chirac, Alain Juppé. Sarkozy ha ancora una certa presa sul partito. Stanotte ha colto un’apparente vittoria. Ma Sarkozy ha troppi guai giudiziari. E troppi nemici. Persino l’ex portavoce della sua campagna nel 2012, Nathalie Kosciusko-Morizet, lo sta abbandonando. 

I Repubblicani conquistano sette Regioni della Francia metropolitana compresa l'Ile-de-France (cioè Parigi e la sua cintura), ma a Lilla e a Marsiglia vincono grazie ai voti socialisti. Il programma con cui Sarkozy è rientrato in politica, tutto incentrato a destra, in una concorrenza difficilissima con il clan Le Pen, è messo in discussione. Le primarie dell’anno prossimo saranno una battaglia durissima. 

Il voto francese cambia anche l’Europa. I populisti non sono ancora in grado di vincere un’elezione a doppio turno. Ma sono arrivati a un passo dal farcela. I partiti socialisti sono ovunque in grave crisi: domenica prossima si vota in Spagna, e i popolari di Rajoy sono favoriti; ma non avranno la maggioranza assoluta. Il centrodestra tradizionale non ha i voti per governare da solo: quel che è successo ieri in Francia – socialisti che sostengono la destra repubblicana – nella Germania della Grande Coalizione avviene da due anni. Marine Le Pen non ha vinto; ma continuerà a condizionare la Francia e l’Europa.

Fidi facili e poltrone a pioggia La bella vita della famiglia Boschi


L'attacco finale di Antonio Socci: "Che orrore il Giubileo-baracconata"

Libero

Spettacolo di luci a San Pietro


L’8 dicembre, in un brutto spettacolo, la Basilica di San Pietro e il Cupolone, cuore della cristianità, sono stati degradati a maxischermo (o meglio, “maxischerno”) su cui proiettare immagini relative a clima e ambiente, nuovi dogmi dell’ideologia dominante. «Uno spettacolo inconcepibile in piazza san Pietro, uno sfregio alla basilica simbolo della cattolicità», ha scritto Riccardo Cascioli, direttore del giornale cattolico online “Nuova Bussola quotidiana”.

Lo show era stato presentato, da parte vaticana, come una specie di lode al creato che richiamava l’enciclica «Laudato si’» e la Conferenza di Parigi sul clima e già così alimentava molti dubbi, visto che non c’entrava nulla con la Festa dell’Immacolata che si celebrava martedì, come pure con l’apertura del Giubileo e con l’imminenza del Natale. In realtà lo spettacolo poi è stato molto peggio di quanto si temeva. Nessun simbolo cristiano, casomai l’allusione a qualche moschea islamica che, proiettata sulla Basilica di San Pietro, fa un certo effetto inquietante. È stato uno scorrere noioso e a volte lugubre (per gli effetti sonori) di immagini di animali, tipiche di una certa divinizzazione gnostica e neopagana della Terra.

Così a San Pietro, nella festa dell’Immacolata Concezione, alla celebrazione della Madre di Dio è stata preferita la celebrazione della Madre Terra, per propagandare l’ideologia dominante, quella “religione climatista ed ecologista”, neopagana e neomalthusiana, che è sostenuta dai poteri forti del mondo. Una profanazione spirituale (anche perché quel luogo - ricordiamolo - è un luogo di martirio cristiano). E una profanazione culturale.

Infatti quella concentrazione di solennità cristiane (l’Immacolata, il Giubileo, il Natale), in uno scenario cattolico come la Basilica, il colonnato del Bernini e la cupola michelangiolesca, su un suolo sacro bagnato dal sangue di san Pietro e di tanti altri cristiani, avrebbe giustificato - casomai - una grande proiezione su maxischermo collocato in piazza (non sulla Basilica) delle bellissime immagini della nostra arte sacra, magari accompagnata dalla grande musica della tradizione cristiana. Non una sceneggiata gnostica e neopagana che aveva un preciso messaggio ideologico anticristiano.

Un messaggio sintetizzato nel titolo dello show, “Fiat lux”, che suona come beffarda sfida e come parodia della Sacra Scrittura nella quale l’espressione “Fiat lux” indica il gesto creatore di Dio e poi la Luce che è Cristo, venuto a illuminare le tenebre del mondo (come dice il Prologo del Vangelo di San Giovanni). E invece questo spettacolo rappresentava il contrario: il “mondo” che proietta luce sulla Chiesa immersa nelle tenebre. È la Chiesa che nello show riceve luce dal mondo. Quindi un simbolico e umiliante rovesciamento della fede cattolica.

Che proprio questa sia l’interpretazione da dare all’evento lo conferma un passo dell’intervista di papa Bergoglio ad Antonio Spadaro a proposito del Concilio, per il cui anniversario - che cadeva proprio l’8 dicembre - è stato indetto il Giubileo. Il pontefice infatti ha dichiarato: «Il Vaticano II è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea». Quindi per Bergoglio sarebbe il mondo (la cultura contemporanea) che illumina e giudica il Vangelo. Invece la Chiesa ha sempre affermato il contrario: è Cristo la vera luce che risplende sul volto della Chiesa e così illumina il mondo.

Non a caso uno dei fondamentali documenti del Concilio, la “Lumen Gentium”, inizia con queste precise parole: «Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura (cfr. Mc 16,15), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa». Nella metafora della luce c’è tutta una visione delle cose che evidenzia l’opposta direzione del pontificato bergogliano rispetto al Concilio Vaticano II e al magistero costante della Chiesa. D’altronde c’è anche un linguaggio dei segni che è molto eloquente. Infatti la sera dell’8 dicembre, oltre alla Basilica, anche il grande Presepio di Piazza San Pietro, per l’occasione, era spento: non sia mai che la luce del Bambino Gesù disturbi la rituale messinscena della nuova religione neopagana.

Ci sarebbe poi da osservare che - applicando i criteri di giudizio di Bergoglio - quello show dovrebbe essere considerato dalla Chiesa un inaccettabile spreco di soldi che potevano più opportunamente essere spesi per i poveri. E non significa nulla che il costo dello spettacolo sia stato pagato da società private esterne, perché la Santa Sede avrebbe dovuto rifiutare il “regalo” e chiedere di donare quella cifra ai poveri. Peraltro solleva molti dubbi pure l’identità di coloro che hanno offerto questo “pacchetto” alla Santa Sede, che poi ha acriticamente messo in scena il tutto mettendo a disposizione la Basilica e la piazza. Scrive Cascioli:

«È stato infatti un “regalo” della Banca Mondiale (e del suo programma Connect4Climate) e di alcune associazioni e fondazioni particolarmente interessate all’ecologismo, la Vulcan Inc. del co-fondatore di Microsoft Paul Allen e la Okeanos-Fondazione per il mare, istituzioni che non a caso portano il nome di due divinità pagane. A realizzare l’installazione è stato lo studio Obscura, un nome che è un programma. Scopo di “Fiat Lux”, come si legge in un comunicato stampa degli sponsor, è “educare e ispirare cambiamenti intorno alla crisi del clima attraverso le generazioni, le culture, le lingue, le religioni e le classi”».

Dunque «educare le religioni». Ecco perché hanno “illuminato” le tenebre di San Pietro: una conferma del carattere ideologico dello show. Cascioli osserva peraltro che «la Banca Mondiale è anche l’istituzione che dagli anni ’70 è tra le principali responsabili» di quelle politiche verso i Paesi poveri - (prestiti in cambio di programmi per il controllo delle nascite) - che pure papa Francesco ha più volte denunciato. E sulla stessa lunghezza d’onda sono le altre associazioni per cui ecologismo e controllo delle nascite sono due facce della stessa medaglia».

Purtroppo l’insistito e acritico sostegno bergogliano alla Conferenza di Parigi (che non compete a un papa) finisce per identificare il messaggio del Giubileo sulla misericordia con la battaglia sul “cambiamento climatico” per cause umane, la cui fondatezza scientifica peraltro è del tutto discutibile. Il maggior fisico dell’atmosfera, “climate scientist” nel 2007, Richard Lindzen, ha dichiarato: «Le generazioni future si chiederanno, con perplesso stupore, come mai il mondo sviluppato degli inizi del XXI secolo è caduto in un panico isterico a causa di un aumento della temperatura media globale di pochi decimi di grado.

Si chiederanno come, sulla base di grossolane esagerazioni di proiezioni altamente incerte di modelli matematici, combinate con improbabili catene di interferenze, è stata presa in considerazione la possibilità di ritornare all’era preindustriale». È incredibile che Bergoglio - sempre distaccato e critico verso la dottrina cattolica e i dogmi della Chiesa - poi vada a sposare acriticamente questi dogmi ecologisti che non hanno nemmeno fondamenti scientifici certi. Ed è sconcertante che un papa indichi come emergenza quella del clima. L’apostasia di interi popoli dalla fede nel vero Dio non è un dramma che meriterebbe gli appelli più accorati?

La guerra alla famiglia e alla vita? La dimenticanza di Cristo e la persecuzione e il massacro delle comunità cristiane? Non era il caso di dedicare a loro la prima enciclica scritta di suo pugno? Perché ha preferito occuparsi di rettili e spazzatura differenziata? Bergoglio è un enigma. Dice di non credere nell’esistenza di un “Dio cattolico”, ma crede ai dogmi del politically correct. Alain Finkielkraut l’ha definito «Sommo Pontefice dell’ideologia giornalistica mondiale».

di Antonio Socci

I leopoldi e il Marchese del Grullo


Bimbi in mimetica e minacce. Nel villaggio dei neonazisti che sognano un mini-Reich

La Stampa


A Jamel resiste soltanto una coppia di artisti: “Non vinceranno”

 

Un cancro si sta mangiando la campagna tedesca, sta diffondendo le sue metastasi tra i minuscoli villaggi del Meclemburgo e le pianure ventose della Pomerania. Il cancro più oscuro dei tedeschi, quello del nazionalsocialismo, si sta reincarnando nei contadini «eco-nazi» e neo-artamani, skinhead e «nipster» (nazi hipster), ammogliati e con figli che colonizzano scientificamente aree sempre più ampie della Germania dimenticata. Lontano dalle città, nelle campagne sperdute del Nord o dell’Est svuotate dalla caduta del Muro, la feccia bruna tende ad aggregarsi, a comprare terreni e case negli stessi villaggi, nelle stesse campagne. Sono pochi, ormai, a resistere a quest’invasione. I Lohmeyers, ad esempio. Ma la loro oasi di democrazia in un villaggio ormai del tutto «nazificato», Jamel, è sempre più a rischio.

IL CULTO DI ADOLF
Jamel è entrato nel radar dei nazi una quindicina di anni fa. In questo tranquillo villaggio di quaranta anime a sud di Schwerin è nato e cresciuto un noto naziskin tedesco, Sven Krueger. Esponente degli Hammerskin, pregiudicato, eletto consigliere comunale a Wismar nel partito di estrema destra Npd, ha cominciato a comprare le fattorie intorno alla sua, a invitare i sodali neonazisti a prendere quelle che si liberavano, a cacciare da Jamel chiunque non abbia il culto di Adolf. All’ingresso del villaggio, un cartello indica la distanza da Braunau am Inn, il paese natale di Hitler. Di fronte, un enorme murale copre il lato intero di una casa: rappresenta una famiglia bionda, sorridente, i nazionalsocialisti avrebbero detto «ariana». La scritta è in caratteri gotici: «Comunità di Jamel, libera, sociale, nazionale».

Dall’altro lato della strada, la fattoria di Krueger. Quando proviamo a fotografare la scritta all’ingresso - «meglio morti che schiavi» - il naziskin esce come una furia dalla porta di casa urlando di smetterla. Eccitati dalle urla, una mezza dozzina di cani cominciano a sbattere contro i recinti delle case vicine abbaiando come ossessi. Krueger non vuole parlare con noi - «non parlo con la stampa» - ma ci intima di allontanarci, più o meno a venti centimetri dalla nostra faccia. Nell’aria, la puzza tremenda dell’immondizia incendiata in alcuni cortili, all’aperto. I neonazisti non riconoscono la Repubblica federale, quindi rifiutano la raccolta dei rifiuti. Preferiscono vivere come barbari che mettere un bidone all’ingresso.

I SERVIZI IN ALLARME  
Ci incamminiamo sull’unica stradina di Jamel, dove incontriamo due bambini in mimetica che stanno portando a spasso un pitbull. Sono abbastanza indottrinati da non voler scambiare mezza parola con noi. Ripetono solo, meccanicamente, «non fotografate le nostre case». Se il fenomeno strisciante, ma esplicito delle «voelkische Siedlungen», allarma da tempo i servizi segreti e le organizzazioni antinaziste come la fondazione Antonio Amadeu è anche per il destino dei bambini. Isolati e cresciuti secondo l’ideologia nazionalsocialista, passano le vacanze nei campeggi modello gioventù hitleriana e il tempo libero alle feste di paese nazi, come racconta nei suoi libri un’attenta studiosa del fenomeno, Andrea Roepke. Persino in molte scuole di queste lande bellissime, ma finite in un cono d’ombra, dopo la caduta del Muro, si fa finta di nulla.

Birgit Lohmeyer ne sa qualcosa. Abita in fondo al villaggio, insieme al compagno Horst e undici gatti. «Abbiamo provato a donare soldi alle scuole dei paesi qui intorno, perché promuovessero corsi sull’estremismo di destra: nessuno li ha voluti», ci racconta. Nel 2003 i due amburghesi sono venuti ad abitare a Jamel, ma il loro sogno di una vita in campagna si è trasformato in un incubo, man mano che i vecchi contadini morivano o, disgustati dal vicinato, si trasferivano. Adesso la coppia di artisti è circondata da «coloni hitleriani» che non si limitano a guardarli male. «Per anni ci hanno insultati per strada, inseguiti in macchina, hanno tentato di farci andare fuori strada, hanno bucato le ruote delle nostre macchine. Tentano continuamente di terrorizzarci, di farci andare via», racconta Horst.

«ABBIAMO PAURA»  
I Lohmeyer resistono. Hanno vinto vari premi per il loro coraggio civile. Horst si stringe nelle spalle: «Se ho paura? Certo! Sarei un idiota, se non avessi paura». Dal 2007 organizzano un concerto antinazista nell’enorme giardino. All’ultimo sono venuti anche i Toten Hosen, un leggendario gruppo punkrock, dopo che una notizia inquietante era uscita sui giornali. Una notte dell’estate scorsa, qualcuno ha dato fuoco al fienile dei Lohmeyer. Dista pochi metri loro dalla casa. Poteva finire in una tragedia, e loro lo sanno. «Da allora non riesco più a scrivere i miei romanzi polizieschi», ammette Birgit. Poi aggiunge, tutto d’un fiato, «abbiamo paura, ma non ce ne andiamo, non l’avranno vinta». Un gatto salta in grembo a Horst. Il rumore ipnotico delle sue fusa è coperto dal latrato furioso dei cani che penetra dalle finestre. E col buio, arrivano i brividi. 

In tv c’è l’inchiesta di Report su Eni, ma l’azienda risponde su Twitter con un contro-dossier

La Stampa
 Francesco Zaffarano



È domenica sera e, come di consueto, su Rai3 va in onda la puntata di Report. In tv scorrono le immagini de «La Trattativa», il servizio che cerca di ricostruire l’affare da un miliardo di dollari dell’Eni per l’acquisto della licenza per sondare i fondali marini del blocco petrolifero denominato Opl245 in Nigeria. Ma su un altro schermo, quello dello smartphone, c’è una contro-trasmissione che va in onda: per la prima volta un’azienda (l’Eni, per l’appunto) risponde in diretta alla redazione di Milena Gabanelli pubblicando documenti, infografiche e smentite.

Il flusso di tweet tocca molte delle questioni sollevate dalla trasmissione, dai rapporti dell’azienda con realtà non governative ai pagamenti alla Malabu Oil and Gas Ltd, con rimandi ad approfondimenti sull’attività svolta dall’Eni in Nigeria.


A intervenire in prima persona è anche il responsabile della comunicazione dell’azienda, Marco Bardazzi, che su Twitter sminuisce quella che a suo avviso è «solo una fiction». A prescindere dal giudizio su azienda e programma, sicuramente una dimostrazione di quello che può fare un social network quando si parla di informazione.


Il vizio italiano di condannare chi è stato assolto


Così il tuo smartphone sa tutto di te, e del tuo futuro

La Stampa