martedì 15 dicembre 2015

Parassita, venduto, traditore": gli islamici "linciano" Chaouki


Lutto nella politica, è morto Cossutta. Fondò Rifondazione comunista

Libero



Si è spento ieri pomeriggio, 14 dicembre, all'ospedale San Camillo di Roma Armando Cossutta, storico dirigente del Pci. Aveva 89 anni. Cossutta è stato il più filosovietico dei comunisti italiani, fondatore di Rifondazione comunista dopo la trasformazione del Pci e poi del partito dei comunisti italiani.

Se l'avesse fatto Berlusconi": l'urlo della sinistra anti-Renzi


La “mamma” del Drake: quando il Cavallino inseguiva il Biscione

La Stampa


L’Alfa Romeo vinse i primi due Mondiali di F1. Ferrari la battè e pianse: “È stata il primo amore”

 
 Enzo Ferrari al volante di un bolide Alfa Romeo

Quando Enzo Ferrari batté per la prima volta l’Alfetta 159, negli anni che la vita tornava a correre e vincere dopo le tragedie della seconda guerra mondiale, confessò di aver pianto di gioia, ma con «lacrime anche di dispiacere, perché quel giorno pensai: ho ucciso mia madre». In fondo è vero. Era nata con lui, nel 1929, la S. A. Scuderia Ferrari che correva con automobili fornite esclusivamente dall’Alfa Romeo, rappresentando il reparto corse del Biscione. Ma in quella storia, come in tutti i miti, c’erano leggende fatte di tanti volti e di una sola cosa più delle altre: il coraggio.

Si può raccontarlo in un mucchio di modi, il coraggio, però a volte non ne basta nessuno, perché c’è sempre un numero in più nel destino quando corre Nuvolari con la sua Alfa rossa, come cantava Lucio Dalla, e quando passa gli alberi della strada strisciano sulla piana e la polvere è spazzata via. È che le imprese sono come quelle corse: alle Milla Miglia, la sua prima gara con il biscione, il Nivola si mise dietro a Varzi a fari spenti, rischiando la vita nel buio e nel gran fumo di pietrisco che lo investiva, per non essere visto e superarlo prima del traguardo. 

E nel 1950 e nel ‘51, quando nacque il campionato mondiale di F1, l’Alfa Romeo era la casa più povera di tutte e aveva partecipato a quelle gare con fondi molto esigui, usando esclusivamente tecnologie e materiali prebellici, contro i grandi colossi automobilistici pieni di soldi e risorse inarrivabili. Il biscione, invece, finì per utilizzare solo 9 monoblocchi, tutti costruiti prima della seconda guerra mondiale. Eppure, nel ‘50 trionfò in 6 gare su 7 aggiudicandosi il titolo con Farina, e l’anno dopo dominò di nuovo con Manuel Fangio e la sua 159, battendo proprio la Ferrari di Ascari
 
LA SPINTA DEL CORAGGIO  
Il coraggio è questa cosa qui. La forza di vincere quando non si è i più potenti, la voglia di costruire una storia buttando il cuore oltre l’ostacolo. Quasi nessuno ce la fa. Ma chiunque ce la può fare. È questo il suo fascino. Tutta la leggenda dell’Alfa è fatta così, sotto al segno della velocità, da quando è nata, il 24 giugno 1910, l’Anonima Lombarda Fabbrica Automobili, nell’anno in cui Charles Rolls faceva il primo volo in aereo sulla Manica, fino al giorno in cui Enzo Ferrari cominciò a correre sulle macchine del biscione, nel 1920, piazzandoci sopra il cavallino rampante 3 anni appresso, dopo aver ricevuto il simbolo in dono dalla contessa Paolina Biancoli, madre di Francesco Baracca, eroe della

prima guerra mondiale, che gli disse di tenerlo sempre con sé: «Le porterà fortuna». È vero. Ma la fortuna è come il coraggio. Fino al ‘39 tra vicende alterne il Drake rimase col Biscione. Per questo, nel 1952, quando vinse il primo mondiale di F1, scrisse al direttore generale dell’Alfa una lettera quasi struggente: «Ho vissuto 20 anni con voi: quanti fatti, eventi, uomini sono passati. Ognuno e tutti li ho ricordati oggi. Nutro ancora per la nostra Alfa l’adolescente tenerezza del primo amore, l’immacolato affetto per la mamma».

TRA SPORT E LEGGENDA
Dal 1960 l’Alfa è entrata e uscita dalla F1, tornando alle corse come costruttore nel 1979 sotto la spinta di Carlo Chiti. Non è più tornata quella dei tempi andati. Ma la velocità è cambiata: corre più nel mare del web che nel cuore degli uomini. Chissà se adesso basterà ritrovare il coraggio di un tempo, quando Nuvolari dopo aver rotto la molla dell’acceleratore vinse il circuito delle 3 Province, nel 1932, con la sua Alfa 1750 6 cilindri controllando sterzo, freno e frizione mentre il meccanico regolava l’acceleratore con la cintura dei pantaloni che passava attraverso il cofano. Al giornalista che gli chiedeva se aveva avuto problemi con i freni, rispose con stupore togliendosi la polvere nera dal viso: «I freni? A che servono i freni?».

Ma Nuvolari era basso di statura, 50 chili d’ossa al di sotto del normale, e il coraggio a quei tempi uno poteva trovarlo anche solo dentro di sé. Oggi bisognerà cercarlo per altre strade, che non passano più tra filari di pioppi e nuvole di polvere sui contadini ai bordi dei campi. Oggi, come disse il Drake senza sorridere dietro ai suoi occhiali neri, «il segreto è il lavoro. Ricominciare quando gli altri finiscono». In fondo, dev’essere quello che fece l’Alfa nel 1950, quando batté i più ricchi. Beh, buona fortuna.

La nuova alleanza ebraico-cristiana

La Stampa
lisa palmieri-billig*

Che significato ha per gli ebrei il nuovo, importante, documento del Vaticano?

 

“Riflessioni su questioni teologiche attinenti alle relazioni cattolico-ebraiche in occasione del 50° Anniversario di ’Nostra Aetate’ (n.4)” è il sottotitolo di questo nuovo, importante documento della Pontificia Commissione per le Relazioni Religiose con gli Ebrei. E di riflessioni si tratta, non “di un documento ufficiale del Magistero della Chiesa cattolica, ma di un documento di studio della nostra Commissione” come hanno voluto sottolineare sia il Cardinale Kurt Koch che il Reverendo Robert Hofmann, rispettivamente Presidente e Segretario della Commissione, in occasione della presentazione ufficiale del documento. Potrebbe darsi che abbiano voluto far notare questa distinzione per via del fatto che alcuni concetti teologici fondamentali relativi al dialogo ebraico-cattolico rimangono “misteri divini”.

Infatti, almeno tre “misteri divini” centrali emergono dal testo. In primo luogo, l’affermazione che le due Alleanze separate, quella con Abramo ed i suoi discendenti nella Bibbia ebraica (la Torah - il cosiddetto “Vecchio Testamento”) e quella con i cristiani nel Nuovo Testamento, non sono in contraddizione, ma sono entrambe paradossalmente valide in eterno, è un mistero teologico derivante dall’attributo “irrevocabili” dei “doni e della chiamata di Dio”, come si legge nel titolo che fa riferimento alla Lettera ai Romani di San Paolo.

In secondo luogo, anche se le direttive contrarie alle attività missionarie dirette agli ebrei sono implicite nei documenti precedenti, questa è la prima volta che un documento del Vaticano le proibisce esplicitamente, affermando che la Chiesa cattolica non conduce né incoraggia alcuna missione istituzionale rivolta specificamente agli ebrei. Dunque, ai cristiani viene insegnato che essi sono comunque “chiamati a rendere testimonianza della loro fede in Gesù Cristo anche davanti agli ebrei; devono farlo però con umiltà e sensibilità, riconoscendo che gli ebrei sono portatori della Parola di Dio e tenendo presente la grande tragedia della Shoah.”

In terzo luogo, la mancanza di fede ebraica nella divinità di Gesù non esclude gli ebrei dalla salvezza: “...non consegue, però, che gli ebrei sono esclusi dalla salvezza di Dio perché non credono in Gesù Cristo quale Messia di Israele e Figlio di Dio” e “che gli ebrei abbiano parte alla salvezza di Dio è teologicamente fuori discussione, ma come questo sia possibile senza una confessione esplicita di Cristo è e rimane un mistero divino insondabile.” (Il documento riconosce inoltre che la Torah è per gli ebrei ciò che Cristo è per i cristiani.)

Per l’interlocutore di fede ebraica, ancora segnato dal ricordo, nei secoli di storia della Chiesa, di conversioni forzate e dell’insegnamento del disprezzo’ (per usare la terminologia di Jules Isaac), queste sono probabilmente le dichiarazioni più significative, che aprono la strada ad una nuova fiducia e all’apertura al dialogo in corso tra le due fedi “fraterne’. Allo stesso tempo, queste stesse affermazioni avvolte nelle contraddizioni del “mistero divino”, aiutano a spiegare la riluttanza della Commissione di proclamarlo “documento ufficiale del Magistero”.

Il documento copre molta strada in sette sintetici e intensi capitoli: 1- Breve storia dell’impatto di ’Nostra Aetate’ (n.4) nel corso degli ultimi 50 anni; 2 - Lo statuto teologico speciale del dialogo ebraico-cattolico; 3 - La rivelazione nella storia come ’Parola di Dio’ nell’ebraismo e nel cristianesimo; 4 - La relazione tra Antico e Nuovo Testamento e tra Antica e Nuova Alleanza; 5 - L’universalità della salvezza in Gesù Cristo e l’alleanza mai revocata di Dio con Israele; 6 - Il mandato evangelizzatore della Chiesa in relazione all’ebraismo; 7 - Gli obiettivi del dialogo con l’ebraismo.

La presentazione di carattere interreligioso del documento presso la Sala Stampa Vaticana ha segnato un’ulteriore ’prima’ storica, come ha osservato il rabbino David Rosen (Direttore Internazionale degli Affari Interreligiosi, AJC - American Jewish Committee). Rosen, insieme al Dott. Edward Kessler, (Direttore e Fondatore del Woolf Institute di Cambridge) sono stati i due ospiti di fede ebraica invitati a presentare il documento vaticano. “La presenza qui di rappresentanti ebrei è di per sé una potente ed eloquente testimonianza della fraternità ritrovata tra cattolici ed ebrei”, ha detto il Rabbino Rosen. “E anche se il documento è destinato ai fedeli cattolici (...) la presenza ebraica in una conferenza stampa (...) è molto incoraggiante, e riflette un cambiamento veramente rivoluzionario nell’approccio della Chiesa verso gli ebrei e l’ebraismo”.

Oltre alle istruzioni per i fedeli cattolici di cui sopra per quanto riguarda il veto sulle attività missionarie; la salvezza per gli ebrei nonostante la loro mancanza di fede in Cristo; e la validità eterna sia della “Vecchia” Alleanza ebraica che la “Nuova” Alleanza cristiana, Rav. Rosen ha notato l’importante riconferma di un impegno comune per combattere l’antisemitismo. “Per lo stretto legame di amicizia che unisce ebrei e cattolici, la Chiesa cattolica si sente particolarmente in dovere di fare quanto è in suo potere, insieme ai nostri amici ebrei, per respingere le tendenze antisemite.

Papa Francesco ha più volte sottolineato che un cristiano non può mai essere un antisemita, soprattutto a motivo delle radici ebraiche del cristianesimo.” Rav. Rosen ha ricordato inoltre la “dichiarazione rivoluzionaria di Papa S. Giovanni Paolo II: ’l’antisemitismo è un peccato contro Dio e contro l’uomo’.” Si potrebbe notare che questo documento dimostra la grande capacità di trasformazione della coscienza della Chiesa. Appena mezzo secolo fa, Nostra Aetate No. 4 osava solo timidamente “deplorare” l’antisemitismo, trovando necessario precisare anche che questo non era “per ragioni politiche”. 

Un altro tema fondamentale affrontato dal documento, secondo entrambi i presentatori ebrei, è la posizione esplicita contro la “sostituzione” o la teologia della “sostituzione”. Il Professor Kessler ha accolto con favore l’affermazione del nuovo documento che “La Nuova Alleanza, per i cristiani, non è né l’annullamento né la sostituzione, ma il compimento delle promesse dell’Antica Alleanza.” Allo stesso tempo però, ha avvertito che ’compimento’ può facilmente diventare ’sostituzione’, e che la teoria della sostituzione è viva e vegeta tra i banchi delle chiese.

“In quanto partner ebreo nel dialogo”, ha detto il dottor Kessler, “accolgo con favore ulteriore riflessioni su ciò che significhi ’compimento’ nelle relazioni con l’ebraismo e come si possa garantire che questa trasformazione nei rapporti non si limiti alle élite, ma si estenda dalle mura del Vaticano ai banchi della chiese, agli uffici dei Rabbini capo, sin dentro le nostre sinagoghe”. Ha suggerito che potrebbe essere forse giunto il momento di scrivere una nuova ’Nostra Aetate’!

Il Professor Kessler ha ricordato che secondo le ’Linee Guida’ emesse dalla stessa Commissione nel 1975, “ebraismo e cristianesimo devono essere intese nei termini in cui si autodefiniscono...” e che “il nuovo documento ha ancora molta strada da fare prima che io possa riconoscermi nella sua rappresentazione dell’ebraismo. Ad esempio, si parla poco dell’ebraismo contemporaneo - l’attenzione è posta piuttosto sull’ebraismo biblico e rabbinico”.

Un’altra questione attinente, rilevata da Rav. Rosen, riguarda la mancanza di riferimento alla “centralità del ruolo della terra di Israele nella vita religiosa storica e contemporanea del popolo ebraico”. Ha ricordato che l’instaurazione di relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e lo Stato di Israele è stata una delle “pietre miliari” di “questo straordinario viaggio da Nostra Aetate”, che riflette il “ripudio” della Chiesa cattolica di una vecchia rappresentazione “del popolo ebraico come erranti condannati ad essere senza fissa dimora, fino all’avvento finale”.

Ha ricordato che il rapporto tra la religione, le persone e la terra era già stato esplorato in precedenza (nelle sue dimensioni religiose, non politiche) nelle riunioni del Comitato Internazionale per le Relazioni Cattolico-Ebraiche degli anni Settanta (ILC).

E’ stata inoltre apprezzata l’enfasi posta dal documento sulle responsabilità che gravano sugli istituti accademici a proposito dell’integrazione nei loro programmi sia di Nostra Aetate che dei successivi documenti emessi dalla Santa Sede per quanto riguarda l’attuazione della dichiarazione conciliare. La realizzazione di queste conquiste nella società civile “rimane in assoluto la sfida più importante”, ha detto il rabbino Rosen.

Ha osservato inoltre la presenza di differenze a livello geografico. Negli USA ad esempio, cattolici ed ebrei sono minoranze consistenti della popolazione e il dialogo è abbastanza avanzato. In America, Nostra Aetate è penetrata a tutti i livelli nelle scuole cattoliche, mentre in Asia e in Africa, dove vivono pochi ebrei, c’è poca conoscenza storica o religiosa delle relazioni tra cattolici ed ebrei. Allo stesso modo, molti ebrei israeliani hanno poca o nessuna conoscenza del cristianesimo contemporaneo. “Quando viaggiano, le persone che incontrano vengono viste come ’altri’, non necessariamente come ’cristiani’”, ha detto Rosen.

La collaborazione tra ebrei e cattolici “nell’impegno comune a favore della giustizia, della pace, della salvaguardia del creato e della riconciliazione in tutto il mondo” è un altro punto fondamentale del documento, da tempo sostenuto anche dall’ebraismo ortodosso. L’ortodossia ebraica, riluttante ad accettare il dialogo teologico, ha invece sempre sostenuto un’azione comune in questo settore.

E, infine, il rabbino Rosen ha presentato una “Dichiarazione del Rabbinato Ortodosso sul Cristianesimo”, emessa la settimana scorsa e firmata finora da 48 “rabbini ortodossi alla guida di comunità, istituzioni e seminari in Israele, negli Stati Uniti e in Europa”.

Tra le firme troviamo nomi illustri e molto autorevoli. Nell’elencare diverse dichiarazioni rabbiniche attraverso la storia riguardanti l’apprezzamento per gli insegnamenti di Gesù, si afferma che “ora che la Chiesa cattolica ha riconosciuto il patto eterno tra D-o e Israele, noi ebrei possiamo riconoscere la validità costante e costruttiva del cristianesimo come nostro partner nella redenzione del mondo, senza alcun timore che ciò possa essere sfruttato per scopi missionari.

Come ha dichiarato la Commissione Bilaterale del Gran Rabbinato di Israele con la Santa Sede, guidata del rabbino Shear Yashuv Cohen, ’noi non siamo più nemici, ma partner nell’articolare i valori morali essenziali per la sopravvivenza e il benessere dell’umanità’. Nessuno di noi può realizzare la missione di D-o in questo mondo da solo.”

“Ci aspettiamo che molti altri rabbini ortodossi aggiungeranno le loro firme”, ha detto Rav. Rosen, rimarcando che le barriere all’impegno al dialogo da parte di molti ebrei sono dovute più alla storia che a motivazioni teologiche. Ma si aspetta anche una opposizione vigorosa a causa delle differenti posizioni personali. Rosen ha ricordato che già nel 2000 un documento relativo ai nuovi rapporti tra cristianesimo ed ebraismo, “Dabru Emet” (”Speak Truth”), fu firmato da oltre 220 rabbini e intellettuali provenienti da tutti i rami dell’ebraismo. Tuttavia, dato che le voci dell’ortodossia sono sempre state in minoranza, questo nuovo documento è ben significativo.

*Lisa Palmieri-Billig è Rappresentante in Italia e di Collegamento presso la Santa Sede dell’AJC – American Jewish Committee








La Stampa
 lisa palmieri-billig*

 I leader del mondo ebraico vedono passi da gigante nei rapporti fra la Chiesa cattolica e l'ebraismo e una nuova apertura al mondo intero



Si festeggia oggi il 50mo anniversario di «Nostra Aetate» («Nel nostro tempo»), documento fondamentale del Concilio Vaticano II, anniversario che verrà celebrato a Roma questa settimana con due grandi eventi: un simposio presso la Pontificia Università Gregoriana dal 26 al 28 ottobre a cui parteciperanno leader ebrei, musulmani, hindu, buddisti e cattolici, e che culminerà con una udienza papale per tutti i partecipanti, e un Forum, il 29 ottobre, sul tema «L’importanza del continuo impegno interreligioso nella lotta contro l’intolleranza» organizzato dall’Ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa Sede e dalla John Cabot University, in cui prenderanno parola rappresentanti cattolici, ebrei e musulmani. A margine delle celebrazioni, si terrà a Castel Gandolfo dal 28 ottobre all’1 novembre l’assemblea europea di «Religioni per la Pace» dal titolo «Accogliere l’altro: dalla paura alla fiducia».

Nostra Aetate ha rivoluzionato in primo luogo le relazioni della Chiesa cattolica con gli ebrei, ma anche rispetto a tutte le altre grandi religioni del mondo. Istituzionalizzando un nuovo rispetto per la fede ebraica nel cattolicesimo, ha contribuito in maniera efficace a creare un'immagine più positiva e fiduciosa del cristianesimo (e delle altre religioni) nella psiche ebraica, dopo secoli di sofferenza e di persecuzioni.

Il documento nacque dalla necessità sentita da un papa visionario, san Giovanni XXIII, a seguito delle sue esperienze personali vissute durante la seconda guerra mondiale e l’Olocausto, di correggere i torti commessi dalla cristianità attraverso i secoli, nel predicare con insistenza l’idea che gli ebrei fossero un popolo reietto da Dio e condannato a vagare in eterno a causa del cosiddetto crimine di «deicidio» (Jules Isaac, storico di fede ebraica sopravvissuto all’Olocausto, che per primo portò il tema all’attenzione di Papa Roncalli durante il loro storico incontro nel 1960, fu il primo a definirlo «insegnamento del disprezzo»). Il «documento sugli ebrei» del Concilio Vaticano II divenne poi una dichiarazione in cinque punti che ha rivalutato il valore intrinseco dell’ebraismo e delle altre fedi non cristiane.

Come espressione concreta del programma di papa Giovanni XXIII di «aggiornamento» della Chiesa cattolica e di apertura al mondo, esso contiene il seme di una nuova consapevolezza e rispetto per «la comunità di tutti i popoli» e le grandi religioni del mondo che, afferma, «spesso riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini». Nel documento è contenuta l'importante affermazione che «la Chiesa cattolica non rifiuta nulla di quanto è vero e santo in queste religioni».

Il quarto comma, che tratta dei rapporti con il popolo e la religione ebraica, è l'embrione da cui si è sviluppato il documento.

Oggi, a distanza di cinquant’anni, come vengono valutati i cambiamenti portati da Nostra Aetate nelle relazioni tra ebrei e cattolici nel mondo ebraico? Si potrebbe ben dire che su questo tema c'è un accordo generale tra i principali rappresentanti di tutti i rami dell’ebraismo. Abbiamo raccolto i commenti di due eccezionali rabbini, da molti anni impegnati nel dialogo interreligioso. Entrambi saranno tra i relatori nelle celebrazioni di questa settimana.

David Rosen è un rabbino ortodosso, ex-rabbino capo d'Irlanda, attualmente direttore internazionale degli affari interreligiosi dell’Ajc (American Jewish Committee) e direttore dell’Istituto Heilbrunn for International Interreligious Understanding. Fa parte del consiglio direttivo di vari organismi interreligiosi internazionali tra cui la Commissione per le Relazioni Interreligiose del Gran Rabbinato di Israele. È uno dei Presidenti internazionali di Religioni per la Pace, ed è stato membro della Commissione bilaterale permanente dello Stato d'Israele e la Santa Sede che ha negoziato l'instaurazione di relazioni diplomatiche tra i due Stati.

Il rabbino liberale e riformato Jack Bemporad, nato in Italia, è fuggito dal regime fascista prima della seconda guerra mondiale, emigrando con la famiglia negli Stati Uniti all’età di cinque anni. Come risultato della sua personale sofferenza causata dalla persecuzione e dal pregiudizio, ha dedicato la sua carriera a migliorare le relazioni tra cristiani, musulmani ed ebrei in tutto il mondo. È Direttore del Centro Giovanni Paolo II e Professore di Studi Interreligiosi presso l'Angelicum (Pontificia Università San Tommaso D’Acquino), oltre a essere fondatore e direttore del Center for Interreligious Understanding nel New Jersey (Usa). Ha accompagnato gruppi di imam e di insegnanti religiosi musulmani del Medio Oriente a Dachau e a Auschwitz.

«Nostra Aetate ha affrontato la maggior parte dei problemi che Jules Isaac ha portato all'attenzione di san Giovanni XXIII”» dice il rabbino Bemporad. «Papa Roncalli, avendo vissuto e agito durante la seconda guerra mondiale, è stato testimone dell'Olocausto, ed è stato onorato come uno dei "Giusti "allo Yad Vashem di Gerusalemme, in quanto intervenne personalmente per aiutare a salvare migliaia di ebrei, quando era delegato apostolico in Turchia e in Grecia. Era sinceramente addolorato a causa del diffuso “insegnamento del disprezzo” da parte della Chiesa cattolica, che aveva prodotto una forma di apatia che contribuì a una certa riluttanza ad agire da parte di molti cristiani di fronte alle persecuzioni naziste degli ebrei».

«Prima del Concilio Vaticano II, la teologia della sostituzione, nota con il nome di “supercessione”, evocava l’immagine del Dio ebraico come un Dio etnico, vendicativo e iracondo, proprio di una religione dominata dal giustizialismo. Poi venne Gesù, che sostituì il Dio dell'Antico Testamento con il Dio dell'Amore. Tale insegnamento aveva lo scopo di mettere in evidenza le virtù del cristianesimo e di sostituire la “Vecchia” religione ebraica con il messaggio “Nuovo” del cristianesimo. Questo atteggiamento rendeva impossibile riconoscere il grande debito del cristianesimo verso l’ebraismo, cosa che poi Nostra Aetate ha affrontato e risolto».

Dice il rabbino Rosen: «Questo diffuso insegnamento precedente al Concilio Vaticano II rappresentava, erroneamente, l’ebraismo come una religione fatta solo di leggi, in contrasto col messaggio d'amore del cristianesimo. Eppure, l'insegnamento centrale di Gesù si basa sull’importanza data proprio dall'ebraismo al primato dell'amore per Dio e per il prossimo. L'amore per Dio è per la Bibbia ebraica un imperativo fondamentale, molto più del timore di Dio. L’insegnamento centrale della fede ebraica è contenuto nel Deut. 6: 4-9, lo “Shemà Israel” o “Ascolta Israele”, che viene recitato ogni mattina e sera dagli ebrei osservanti.

Il versetto 5 inizia con "Amerai il Signore tuo Dio con tutta l'anima e tutta la tua forza...". Con la dichiarazione di Rabbi Akiva di 2mila anni fa, l’ebraismo insegna che il principio più importante della Torah è in Levitico 19:18: “ama il tuo prossimo come te stesso”. Perciò Gesù ha fatto suo un insegnamento fondamentale dell’ebraismo, e cioè che i principi che ci guidano sono l'amore per Dio e per il prossimo. Nei “Dialoghi d’Amore”, opera di Yehuda Abravanel, il grande studioso ebreo italiano del XVI secolo, noto come “Leon l’Ebreo2, si sintetizza l'essenza della religione ebraica in tre conversazioni - Sull’Amore e Desiderio, sull'Universalità dell'Amore, e sull'Origine dell’Amore».

Tuttavia, il travisamento dell’ebraismo da parte del cristianesimo è stato così persistente e diffuso che il documento del vaticano «Orientamenti e suggerimenti per l'applicazione della dichiarazione conciliare Nostra Aetate n.4», pubblicato nel 1974, torna esplicitamente sulla questione, mettendo in guardia contro lo stereotipo errato «di un Dio di amore opposto a un Dio di vendetta», continua il rabbino Rosen. «Di tanto in tanto, perfino Papa Francesco vi fa ricorso in qualche sua omelia - osserva - anche se ovviamente lo fa senza alcuna intenzione discriminatoria».

Il rabbino Rosen ci spiega che Francesco «è riconosciuto in tutto il mondo ebraico come un vero amico degli ebrei. E soprattutto, è proprio così che egli vede se stesso. Non c'è mai stato un altro papa che avesse così tanti intimi amici ebrei, e Francesco ne ha parlato e scritto in maniera commovente. Mai prima nella storia (sin dai tempi di Pietro!) abbiamo avuto un pontefice che abbia apprezzato e conosciuto così bene la vita e la spiritualità ebraica contemporanee».

Anche il rabbino Bemporad ritiene che sono stati creati forti legami tra Francesco e il popolo ebraico. Proprio di recente ha pubblicato un manifesto firmato da 420 rabbini per dare il benvenuto a Francesco negli Stati Uniti.

Bemporad rivolge la sua attenzione anche su altri passi importanti di Nostra Aetate, tra cui l'affermazione attribuita a Paolo, nella Lettera ai Romani, che «Dio ha grande considerazione per gli Ebrei per il bene dei loro padri; Non si pente dei doni che gli fa o delle parole che gli dice». Il rabbino Bemporad ci fa notare che «questa dichiarazione era del tutto sconosciuta o ignorata nell’insegnamento cattolico precedente al Concilio Vaticano II, così come l'affermazione che “gli Apostoli - e la maggior parte dei discepoli - erano membri del popolo ebraico” (come lo era anche, ovviamente, Gesù stesso). Erano concetti del tutto nuovi per la maggior parte dei cattolici, allora. E così, improvvisamente, anche gli ebrei cominciarono a essere chiamati “Popolo di Dio”».

Secondo il rabbino Rosen, «il cambiamento più importante causato da Nostra Aetate è quello di vedere l'esistenza del popolo ebraico in una luce positiva, con una integrità e uno scopo positivo a se stanti. L’insegnamento più significativo è di “non descrivere gli ebrei come rifiutati o maledetti da Dio”, ma di riconoscere che la Chiesa “nasce” (nel presente) “dall’ulivo coltivato su cui (ella) è stata innestata”, e l’appello a “favorire e promuovere la comprensione reciproca e il rispetto”. Questa affermazione è una vera e propria rivoluzione nel modo in cui viene visto il popolo ebraico, che è culminata nella dichiarazione contenuta nell’enciclica di Papa Francesco, dove si legge che i cristiani devono considerare il rapporto tra la Chiesa con il popolo ebraico in maniera complementare».

Quali sono le sfide principali che dobbiamo affrontare insieme, oggi?

Risponde il rabbino Rosen: «Dobbiamo ribadire il significato, lo scopo, e il valore intrinseco della vita. Questo ha conseguenze importanti per gli individui, per le famiglie, per le comunità, per le nazioni, per l'ambiente e per l’universo intero. Un'altra sfida è quella di far conoscere i documenti post-conciliari alle popolazioni in quelle aree del mondo cristiano occidentale e in altri luoghi dove non ci sono comunità ebraiche e dove “la nuova teologia” spesso non si fa sentire a livello locale. C’è quindi una grande sfida a livello educativo al fine di garantire che la rivoluzione sul monte Olimpo giunga fino alla gente comune».

Il rabbino Bemporad ritiene che «mentre negli Stati Uniti e in molti altri paesi le scuole cattoliche e, soprattutto, i college e le università insegnano la nuova teologia, ci sono molti luoghi in cui questo insegnamento è trascurato, dove il Secondo Concilio Vaticano viene ignorato o messo in disparte, e dove lo studio della nuova teologia non è popolare. Questo è un peccato, soprattutto perché ci sono alcuni studi teologici, storici e biblici molto interessanti in corso, che stanno contribuendo a portare a una migliore comprensione, e questo grazie anche al Vaticano II».

Il rabbino Bemporad sottolinea inoltre la necessità di una maggiore azione. «Non possiamo continuare a tenere conferenze dove ribadiamo il nostro amore reciproco senza creare anche altri gruppi di lavoro congiunti sul dialogo interreligioso che si concentrino su “come posso rimanere fedele al mio credo, mentre tu rimani fedele al tuo”. Il punto non è di costruire “apologie” della nostra religione, mettendo a confronto il meglio della mia con il peggio della tua, ma piuttosto di lavorare per eliminare il peggio nella nostra propria religione, e preservarne il meglio».

«Negli Anni ’60 e fino all’11 settembre, la religione era vista generalmente come una forza irrilevante rispetto ai fattori economici e politici», dice il rabbino Bemporad. «Adesso abbiamo capito che la religione ha un enorme potere e miliardi di seguaci. L'Islam radicale è una ideologia totalitaria, che non affonda le sue radici in questioni di economia o di politica. L’Isis è già diventato uno stato islamico fanatico con una sua economia e un suo popolo. Dobbiamo affrontare questa pericolosissima minaccia insieme, uniti. Un intervento immediato da intraprendere è quello di sostenere e rafforzare le opportunità di dialogo con i tanti esponenti dell'Islam moderato in tutto il mondo».

*Rappresentante dell’Ajc - American Jewish Committee in Italia e di collegamento presso la Santa Sede

Cala sempre più la differenza di prezzo tra SSD e Hard Disk tradizionali

La Stampa


Proibitive agli esordi, oggi le memorie a stato solido non costano molto più dei vecchi dischi rigidi. Ma conviene sceglierle perché sono molto più veloci e performanti





Chiunque abbia mai provato un disco SSD sul proprio computer, fisso o laptop, è consapevole del vantaggio delle memorie a stato solido sugli hard disk tradizionali in termini di prestazioni generali della macchina. Il problema rimane ancora quello del prezzo, più alto rispetto alle soluzioni di archiviazione tradizionali.

La tendenza del mercato, però, è chiara ormai da tempo. Da tre anni a questa parte i prezzi degli SSD scendono in maniera costante, mentre il prezzo degli hard disk tradizionali, per quanto basso, non si è mosso. Le previsioni per il 2016 parlano di un ulteriore calo e nel 2017 ci si avvicinerà ancora di più alla parità nel prezzo, con una differenza media che si attesterà sugli 11 centesimi di dollaro per gigabyte, un terzo del divario attuale.

È quanto emerge da una ricerca di DRAMexChange, una divisione dell’agenzia di analisi di mercato TrendForce. Se nel 2012 il costo di un SSD ammontava a circa 99 centesimi per ogni gigabyte, nel 2015 il prezzo medio è sceso a 0,39 dollari, mentre nel caso degli hard disk tradizionali è rimasto di circa 6 centesimi per gigabyte.

In altre parole il costo medio di un SSD da 1Terabyte, oggi, è di circa 390$ (più o meno la stessa cifra in euro) mentre un hard disk tradizionale che offre lo stesso spazio di archiviazione si può acquistare a prezzi che si aggirano sui 60$. Nel 2017 il prezzo di un SSD da 1TB potrebbe arrivare a costare in media 170$, ovvero 17 centesimi per ogni GB.

Il calo del prezzo degli SSD ha favorito l’adozione della tecnologia, anche se la crescita del mercato nell’ultimo anno è stata inferiore alle aspettative dei produttori. Il motivo è da ricercare nel rallentamento delle vendite dei PC portatili, che ha spinto i grandi marchi dell’informatica a limitare l’acquisto di unità SSD da installare sui propri prodotti. Ciò nonostante i numeri rimangono in territorio positivo e le aspettative rosee. Circa il 25% dei nuovi portatili acquistati nel 2015 monta un disco SSD. Nel 2016, secondo le stime di DRAMexChange, la quota salirà al 31%. Arriverà al 41% nel 2017.

Nel caso siate intenzionati a comprare un nuovo PC nei prossimi mesi, il consiglio è di prendere seriamente in considerazione l’acquisto di un modello dotato di SSD. Nel caso il prezzo di un laptop con queste caratteristiche fosse troppo alto non escludete l’ipotesi di acquistare un modello di fascia inferiore e di procedere subito all’installazione di un nuovo disco a stato solido, comprato a parte. Per risparmiare si può ricorrere a un SSD di capacità inferiore (256GB, ad esempio) su cui installare sistema operativo e programmi, da utilizzare in accoppiata con un disco esterno tradizionale per archiviare foto, musica, video e tutti i file più voluminosi. 

Il vantaggio di un SSD in termini di prestazioni sul breve e medio-lungo termine è ormai tale da giustificare l’ulteriore spesa, anche nel caso utilizziate il computer solo per le normali attività d’ufficio e di navigazione Internet.

Hoverboard «rischiosi»: Amazon rimuove alcuni modelli dai suoi listini

Corriere della sera

Dopo una serie di incidenti legati al malfunzionamento delle batterie, il colosso del commercio on line ha deciso di non vendere più alcuni modelli di skateboard elettrico

Una foto generica di hoverboard

 Niente hoverboard sotto l’albero di Natale? Certo è che l’acquisto on line dei monopattini elettrici (sempre più popolari soprattutto Oltreoceano) sarà un po’ più difficile (e probabilmente costosa) del previsto dato che Amazon ha deciso di rimuovere alcuni modelli dai suoi listini. La decisione del colosso del commercio on line arriva dopo almeno 10 incidenti verificatosi negli Usa nelle ultime settimane. Incidenti tutti legati a problemi con le batterie di alcuni modelli low cost: da più parte sono arrivate segnalazioni sul fatto che tendano a surriscaldarsi e anche a prendere fuoco.

La scelta di Amazon
Un problema non da poco che ha portato anche alla clamorosa decisione di tre grosse compagnie aeree Usa (American Airlines Group Inc, United Continental Holdings Inc, Delta Air Lines Inc) a vietare la spedizione di questi skateboard high tech tramite i loro voli. Per quanto riguarda Amazon, il sito di e-commerce ha inviato un avviso ai tutti i rivenditori di hoverboard per chiedere di fornire le certificazioni sulla sicurezza, in particolare per batterie e carica batterie. Su Amazon rimangono comunque in vendita le marche più famose che producono hoverboard. E alcune della case produttrici hanno anche apprezzato l’iniziativa del colosso Usa. 

14 dicembre 2015 (modifica il 14 dicembre 2015 | 20:01)

La vita bara

La Stampa


 

Pare che la Corea del Sud abbia trovato un antidepressivo contro lo stress, che in quelle contrade di sgobboni ossessivi e suicidi potenziali miete quaranta vittime al giorno. Chiudere il dipendente in una bara. Prima gli fanno indossare un kimono da eterno riposo sopra la giacca o il tailleur, poi lo invitano a celebrare le proprie esequie e infine lo aiutano a distendersi nel sarcofago. Secondo i datori di lavoro gli effetti sarebbero mirabolanti. Il contesto funereo stimola nel lavoratore depresso una produzione insolita di risatine isteriche. E la posizione orizzontale lo induce a rivalutare gli affanni della sua vita, che per quanto scandita dai ritmi di una piantagione di cotone dell’Ottocento resta comunque preferibile alla morte.

Mah. Già il fatto che per riuscire a ridere i sudcoreani abbiano bisogno di infilarsi in una bara non depone a favore del loro modello di sviluppo. Se la passano meglio dei cugini del Nord, che al primo accenno di protesta in una bara ci finiscono per davvero e per sempre. Eppure resto convinto che lo stress si superi meglio stendendosi in una vasca con l’idromassaggio. La macabra pantomima fa parte di una tecnica di persuasione assai diffusa anche da noi: per fare digerire al dipendente condizioni di lavoro orribili basta mostrargliene di peggiori. 

L’errore del fronte anti Le Pen

Corriere della sera
di Paolo Mieli

D opo una notte di brindisi e di euforia per la sconfitta del Front National al secondo turno delle elezioni regionali francesi, arriva il giorno delle fredde analisi e di qualche dubbio. Forse non è stato saggio da parte dei socialisti francesi evocare contro il partito della Le Pen schemi da fronte antifascista e scomodare addirittura il rischio di «guerra civile». Quando una formazione politica raggiunge le dimensioni del Front National, il buon senso dovrebbe imporre di continuare sì a contrapporsi politicamente senza tentennamenti ma anche di non ostinarsi a contrastarlo appellandosi all’emergenza repubblicana. 

Le cose oggi in Francia sono molto diverse dall’analogo scontro alle presidenziali del 2002 allorché Jacques Chirac ottenne al primo turno cinque milioni e 665 mila voti (contro i quattro e 800 mila di Jean-Marie Le Pen) e stravinse al secondo conquistandone venticinque milioni e 537 mila (contro i cinque e 525 mila del Front). Adesso Marine Le Pen ha «perso» al Nord con il 42 per cento e sua nipote Marion al Sud (contro il potentissimo sindaco sarkozista di Nizza, Christian Estrosi) con oltre il 45. Tredici anni fa sì che era giustificato l’appello alla resistenza anche perché davvero il partito dell’estrema destra francese si presentava come erede di Vichy e nostalgico dell’Oas. Nel 2002, dal primo al secondo turno Chirac quintuplicò i suffragi, Le Pen li aumentò di poco. 

Oggi quel che è uscito dalle urne è stato di proporzioni ben diverse, anche in virtù del fatto che quello di Marine Le Pen non è più il partito di suo padre: conserva ancora tratti odiosi di insofferenza verso gli immigrati, ma si distingue per una legittima (ancorché non condivisibile) avversione nei confronti delle élite dominanti, dei poteri finanziari e dell’Europa. In ciò che rappresenta e per lo spirito diffuso nel suo elettorato, appare assai più simile al Movimento Cinque Stelle che alla Lega. Ancor più se si considera l’indisponibilità (che li fa diversi dai seguaci di Salvini) ad allearsi con il partito più prossimo: quello di Sarkozy in Francia, quello di Berlusconi in Italia . 

È dunque il movimento di Casaleggio ad essere destinato a raccogliere il testimone di questa staffetta europea dei partiti anti-sistema. Con un notevole vantaggio per gli adepti di Grillo che al secondo turno possono pescare elettoralmente nella maggioranza e nell’opposizione tradizionali, anche con un «concorso attivo» delle forze presentatesi alla prima prova ed escluse al secondo passaggio. In particolare, come già si può intravedere, quelle della sinistra più radicale. Per questo chi ha a cuore un buon funzionamento delle istituzioni (soprattutto in un momento come l’attuale di fortissime tensioni internazionali) dovrebbe sì continuare a tifare per la squadra politica del proprio cuore ma altresì evitare ogni eccesso di esorcismo nei confronti degli anti-sistema. 

E non nella speranza che, conquistato il diritto di amministrare qualche importante città, mostrino (come è accaduto a Parma, Livorno, Venaria, Assemini, Quarto, Porto Torres, Augusta, Bagheria, Gela, Pomezia, Ragusa e Civitavecchia) una qualche difficoltà a tradurre in realtà le ricette miracolistiche della campagna elettorale. Ma perché è incauto lasciare un partito di quelle proporzioni fuori dal recinto delle responsabilità, consentendogli di crescere senza doversi mai misurare con i concreti problemi di governo. 

A convalida di questa tesi ci si può rifare ad un precedente. Fu indiscutibilmente saggio da parte della Democrazia cristiana «arrendersi» nel 1970 alla decisione di istituire le Regioni a statuto ordinario. Era quella una delle stagioni più difficili della storia d’Italia, a ridosso della seconda scissione socialista, dell’autunno caldo, della strage di Piazza Fontana. A dire il vero, che le Regioni avessero una vita a sé era previsto dall’ottava disposizione transitoria della Costituzione. Quella disposizione, però, prescriveva che il tutto fosse realizzato nel giro di dodici mesi dall’approvazione della Carta stessa, cioè entro il 1948; poi erano passati ventidue anni senza che se ne facesse niente, cosicché avrebbero potuto trascorrerne altrettanti prima che si procedesse all’attuazione di quella norma. 

Si sarebbe potuto, insomma, soprassedere ancora per decenni, anche in considerazione del fatto che fino a quel momento i partiti anticomunisti avevano deciso di lasciar perdere non perché distratti, bensì per il fatto che non volevano, in piena Guerra fredda, consegnare al Partito comunista italiano l’Italia centrosettentrionale. 

Erano cioè consapevoli, Dc e partiti centristi, che istituendo le Regioni avrebbero assegnato quell’area (Toscana, Emilia-Romagna e Umbria) ad un Pci ancora legato a quell’Unione sovietica che appena due anni prima aveva invaso la Cecoslovacchia; allo stesso modo sapevano che, con quell’operazione, avrebbero messo in tensione il Partito socialista italiano, partner di governo nella instabile compagine guidata da Mariano Rumor dal momento che, inevitabilmente, in quelle regioni il Psi avrebbe dovuto «scegliere» di tornare all’intesa con i comunisti. 

Ma procedettero ugualmente. Sicché il Pci, partito di opposizione, e il Psi, partito di governo, conquistarono la Toscana (di cui divenne presidente il socialista Lelio Lagorio), l’Emilia (presidente fu il comunista Guido Fanti) e l’Umbria (con presidente il comunista Pietro Conti). 

Risultato? Da quel passaggio il sistema uscì nel complesso più forte. Il Psi, come previsto, pagò un qualche prezzo al proprio interno, si ebbero disordini imprevisti per la scelta di qualche capoluogo, ma, in compenso, il Pci ebbe poi atteggiamenti responsabili a fronte delle gravi fibrillazioni che negli anni Settanta avrebbero portato l’Italia sull’orlo di un infarto. Dopodiché la Dc rimase in sala di comando per un altro ventennio: la consegna all’opposizione di responsabilità amministrative si rivelò, quantomeno per i democristiani, una mossa oltremodo azzeccata. E, quel che qui più ci interessa, lo fu soprattutto per il Paese. 

15 dicembre 2015 (modifica il 15 dicembre 2015 | 07:27)