mercoledì 16 dicembre 2015

Agenti immobiliari per trovare casa ai profughi: paga la prefettura

Perché noi sì e la Boschi no?"


Questo governo è un comitato d'affari

- Mer, 16/12/2015 - 15:33

Boldrini pontifica pure sul presepe


Il diktat all'ospedale friulano: "Togliere tutti i crocifissi"


La denuncia di un consigliere regionale azzurro: "All'ospedale di Udine è stato ordinato ai dipendenti di rimuovere il simbolo sacro da tutte le stanze e dai luoghi comuni"
 


Via tutti i crocifissi dai muri delle stanze e dai luoghi comuni dell'ospedale di Udine: lo avrebbe deciso il dirigente dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria, secondo quanto denuncia Roberto Novelli, consigliere regionale in Friuli Venezia Giulia per Forza Italia.

"Da alcune fonti interne all’Aou - rileva Novelli - è emerso che ai dipendenti della Struttura organizzativa complessiva formazione è stato ordinato di togliere i crocifissi da tutti i muri degli uffici, nonché dai luoghi comuni della palazzina "Ex Infermieri". Ordine. Pur essendo cristiano-cattolici, alcuni dipendenti non hanno manifestato la propria contrarietà a tale atto unilaterale, per non evitare contrasti con la propria dirigente, o eventuali ritorsioni.".

Si tratta, nelle parole dell'esponente azzurro, di un atto inaccettabile che va, "ancora una votla e senza motivo, a ledere uno dei simboli della nostra tradizione e della nostra cultura." Novelli ha inoltre annunciato un'interrogazione in Consiglio regionale in cui si dice pronto a chiedere eventuali procedimenti disciplinari "verso chi è venuto meno alla manifestazione di libertà religiosa dei propri collaboratori sancita dalla Costituzione."

Nel pomeriggio è arrivata la replica dell'Azienda ospedaliera: non c'è stata alcuna rimozione, i crocifissi sono stati tolti solo per consentire i lavori di ritinteggiatura. Una spiegazione che però non convince Novelli, che si domanda sospettoso perché, allora, non siano stati tolti anche i quadri. Resta da vedere se, al termine dei lavori, i crocifissi torneranno a far bella mostra di sé sui muri.

Banche-De Benedetti, vertice dei pm


Apple lavora a nuovi schermi per iPad e iPhone

La Stampa

Secondo Blooomberg la nuova generazione di display sarebbe allo studio in un laboratorio «segreto» a Taiwan

 

Apple sarebbe al lavoro su schermi di nuova generazione, più efficienti anche dal punto di vista energetico, per iPad e iPhone, in un laboratorio «segreto» a Taiwan. L’indiscrezione arriva dal sito di Bloomberg , secondo il quale l’impianto occupato dalla compagnia di Cupertino si trova a Longtan e ospita almeno 50 fra ingegneri e altri dipendenti alle prese con i nuovi schermi. I dipendenti sarebbero stati selezionati fra quelli dei produttori AU Optronics e Qualcomm.

Secondo i «rumors» Apple - che non ha commentato la notizia - avrebbe cominciato a lavorare in questo laboratorio quest’anno con lo scopo di sviluppare in proprio display sempre più sottili, leggeri, luminosi e più efficienti dal punto di vista energetico. Gli ingegneri starebbero lavorando a versioni più avanzate dei display a cristalli liquidi usati in iPhone, iPad e computer Mac. Apple punterebbe a passare a schermi Oled che sono più sottili e non richiedono retroilluminazione. Diverse sono le posizioni lavorative aperte da Apple - e pubblicizzate su LinkedIn - per un impianto a Taiwan.

Rendere iPhone e iPad più sottili ogni nuova generazione è sempre stato un obiettivo della compagnia californiana e lavorare direttamente allo sviluppo di nuove tecnologie per i display potrebbe aiutare Apple a ridurre la sua dipendenza da altri fornitori, in primis Samsung Electronics, LG Display e Sharp.

La confessione del marocchino: "Così ottengo benefit a cui non avrei diritto"

- Mar, 15/12/2015 - 14:19

Twitter avvisa alcuni attivisti: “Siete stati attaccati da uno Stato”

La Stampa


Un gruppo di utenti legati alla difesa della privacy hanno ricevuto una strana mail dal social network. Ma sono più le domande che le risposte

 

«Ti avvertiamo che il tuo account Twitter potrebbe essere stato oggetto di un attacco da parte di attori sponsorizzati da uno Stato». Se nel corso degli ultimi giorni avete ricevuto una mail di questo tipo da Twitter, fate parte di un club molto esclusivo: quello di attivisti e ricercatori che sono stati attenzionati da tentativi di attacco informatico da parte di un qualche Stato.

A comunicarlo - in modo inusuale e per la prima volta - è stata la stessa Twitter, quando nello scorso weekend ha inviato un messaggio di posta ad alcuni suoi utenti. «Pensiamo che questi attori (possibilmente associati a un governo) possano aver tentato di ottenere informazioni quali indirizzo email, IP e numero di telefono dei profili» interessati dall’attacco, specifica la mail, per altro scevra di dettagli. Il che significa - aggiunge il social dei cinguettii - che a stare particolarmente attenti devono essere coloro che usano Twitter con uno pseudonimo con l’obiettivo di proteggere la propria identità.

La lista dei profili in questione - messa insieme sui social dalle segnalazioni degli stessi iscritti - è finora molto ristretta: poco più di 20 persone. Tra queste ci sono in gran parte sviluppatori e altre figure associate al software per l’anonimato Tor - come la ricercatrice di sicurezza americana Runa Sandvik -, attivisti pro privacy e diritti digitali, organizzatori di eventi a favore della crittografia. E molti di questi, anche se usano uno pseudonimo, non sono affatto misteriosi, anzi sono ben noti nella loro comunità di riferimento. Tanto che online c’è già chi scherza e si lamenta di non far parte del club degli attivisti più interessanti, non avendo ricevuto la mail di avviso di Twitter.

Nella lista di chi ha subito un tentativo di attacco parastatale c’è anche un attivista e ricercatore italiano, che usa Twitter con uno pseudonimo, @ctrlpus_, ma non ha mai nascosto la sua identità online (anche se non ama sbandierarla, motivo per cui non facciamo il suo nome ora. Per trasparenza specifichiamo che per altro lo conosciamo da anni).

Curiosamente, anche lui ha legami col progetto Tor. «Non sono un ricercatore di sicurezza e non scrivo codice. Sono stato un attivista nei centri sociali in Italia, collaboro saltuariamente col manifesto, gestisco un paio di nodi Tor, e faccio un dottorato all’estero sull’anonimato online», dice @ctrlplus_ alla Stampa. «È vero che uso Tor per navigare e anche accedere a Twitter, quindi una delle ipotesi potrebbe essere che io sia stato oggetto di un tentativo di attacco MITM (che sta per “man in the middle”, ovvero un tipo di attacco che cerca di carpire informazioni inserendosi nella connessione di un utente) da parte di un nodo di uscita Tor compromesso.

Ma è solo una speculazione, visto che le informazioni che ci ha dato Twitter sono troppo poche». Se fosse così non si tratterebbe di un attacco mirato a specifici target ma di un assalto fatto a caso, di cosiddetta pesca a strascico dei dati degli utenti; e quindi - se fosse vera l’ipotesi - ciò che accomunerebbe i destinatari dell’allerta di Twitter sarebbe solo il fatto di aver usato il proprio profilo social attraverso Tor passando dallo stesso nodo compromesso.

La rete Tor permette di navigare in modo anonimo cifrando il traffico dei suoi utenti e facendolo rimbalzare attraverso vari nodi, finché a un certo punto esce da uno di questi (exit node) per dirigersi verso la destinazione finale. E proprio questi nodi di uscita sono considerati il punto più vulnerabile del sistema: se il nodo è controllato da un soggetto malevolo - ad esempio un’agenzia governativa - può essere usato per spiare il traffico in uscita.

«Onestamente credo che Twitter dovrebbe dire qualcosa di più su questa faccenda», continua @ctrplus_. «In che modo ha rilevato tale attacco? Quali elementi fanno pensare ad un gruppo di hacker legati ad uno stato? Quali tecniche sono state utilizzate? Inoltre, Twitter ha intenzione di fare pace con se stessa? Intendo dire: un giorno ti bloccano l’account perché accedi via Tor, il giorno dopo ti suggeriscono che per ragioni di sicurezza sarebbe meglio usare proprio Tor per proteggere la tua identità online».

Il riferimento - come viene ricordato anche dalla stessa Runa Sandvik - è alla decisione di Twitter, qualche mese fa, di rendere più difficoltosa la registrazione alla propria piattaforma da parte di utenti anonimi: spesso a chi si iscriveva usando Tor veniva richiesto il numero di cellulare. Una scelta forse dettata dallo sforzo di arginare troll e molestatori; o forse collegata al giro di vite contro profili pro-Isis. Ma che evidentemente ha un impatto anche su chi cerca di proteggere la propria identità per molti altri motivi leciti, come ad esempio tutti quei dissidenti che vivono in Paesi a rischio. Senza contare che proprio nella mail di avviso inviata al gruppo di attenti attaccati da un soggetto parastatale Twitter ora consiglia di usare Tor.

Non è la prima volta che il social dei cinguettii, al di là delle polemiche sulle sue indecisioni, cerca di prendere le parti dei propri utenti rispetti a Stati e governi. Ad esempio negli Stati Uniti ha sfidato l’utilizzo della lettere di sicurezza nazionale da parte del governo federale: si tratta di lettere – non approvate da un giudice - che richiedono informazioni sugli utenti di piattaforme online e nello stesso tempo impediscono alle piattaforme di avvisare i propri clienti di quanto sta avvenendo. Nell’ottobre 2014 Twitter aveva intrapreso un’azione legale proprio contro la segretezza delle National Security Letters.

D’altro canto, il software e la rete Tor sono entrati anche nel mirino dei servizi di sicurezza francesi. Qualche giorno fa Le Monde ha scritto di un documento del ministero dell’Interno in cui si considerava l’idea di mettere al bando questo network nel Paese- oltre a proibire Wi-Fi aperti e pubblici durante lo stato di emergenza. Progetti che sono stati - per ora - smentiti dal premier Valls.

Il progetto Tor - pur essendo nato dalla ricerca della marina militare americana ed essendo ancora oggi finanziato in parte dal governo Usa, oltre che da università, organizzazioni per i diritti umani e donazioni volontarie - è da anni gestito da una organizzazione no profit. Proprio in questi giorni il gruppo si è dato un nuovo direttore esecutivo che arriva da un passato di attivismo nei diritti civili: si tratta di Shari Steel, definita una leggenda delle lotte per la privacy, alla guida per anni della Electronic Frontier Foundation. Sembra che Tor - di fronte alle crescenti pressioni dei governi per avere più controllo sulla Rete - stia cercando di consolidare la propria immagine di strumento in difesa della libertà. E di affrancarsi anche da ingombranti finanziamenti governativi, come mostra il lancio di una campagna di autofinanziamento.

Quarant'anni senza vederla e lei si racconta ancora così

Se la stampa è serva

Nino Spirlì



Quando chi scrive ha un padrone, il lettore se ne accorge.
 
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Anche il più disattento. Il più superficiale. Anche quello che legge a malapena i titoli e qualche parola sparsa qua e là lungo l’articolo. Si scandalizza – spesso si schifa – anche chi guarda solo le foto e butta un occhio alle didascalie. La stampa è serva quando serve come serva. E non è certo buona stampa: è scribacchinismo per indole. A volte, schiavo del denaro. O del potere. Ma solo a volte. E, che sia per propria natura o per becero compromesso, il lettore lo avverte e scappa.

Giornalisti a mezzo servizio, dunque? A volte, nemmeno mezzo. Se son servi, son servi sempre. H24, come si dice oggi. Come certa ciurma da nave pirata, schiava senza possibilità di sbarco. Come sguattera di cucina di ottocentesca e triste memoria, unta di grasso e morta di fame. La stampa asservita, infatti, ingrassa non certo per le stitiche concessioni del padrone, ma semplicemente delle proprie laide menzogne. Figlie, sì, di sibili di pretese viperine di padroni spesso arrogantemente analfabeti, di rutti di presuntuosi da strapotere, di peti mentali di satrapi maremonti, senza fissa dimora politica, ma pur sempre menzogne di chi firma volendo firmare.

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La stampa serva serve solo il padrone che si sceglie e a cui si consegna spontaneamente; peraltro, non serve a nessuno. Non certamente agli onesti. Non ai leali. A nessuno di noi, per dire. Spesso – e fortunatamente – la stampa serva non trova spazio vitale a casa della stampa, quella vera e libera. Allora si costruisce una vita virtuale indipendente, fatta di web accogliente come una troia di bordello… (Il piacere a pagamento, del resto, non si nega a nessuno)

Prova pietà, la Vecchia Checca, per certa stampaccia da bancarella virtuale, che ha il miraggio dell’approdo negli occhi ciechi e la burrasca mortifera nella mente confusa. Che non sa di carne, né di pesce. O, forse, di certo pesce, sì…

Di quel pesce putrido da vivo, che sguazza spavaldo nello stagno della malapolitica mafiosa e massona di questa mia Calabria, dove non esiste più la vergogna. Dove le tonache d’altare, sporche d’arroganza e contrabbando morale, si prestano alle più immonde campagne  solidali con la peggior politicazza inciuciona e approssimativa, fatta, essa stessa, di minestroni di ideali sbiaditi che impastano la destra con la sinistra, la demoNcrazia con la croce di un povero cristo che Cristo non è.  

Questa mia Calabria dove i mammasantissima della stramalapolitica sfilano per strade, palazzi e conventi come carri di carnevale bipedi, e, leggeri nella moralità e nella dignità, distribuiscono, manco fossero coriandoli di carta, promesse di finto impossibile lavoro e protezione. Questa Calabria delle ndrine, che parlano quando la Legge tace, e figliano voti marci nelle notti dei silenzi elettorali. Questa Calabria puttana che si vende nelle stanze del bisogno, ridendo spavalda al funerale dell’Onestà.

In questa lurida Calabria, troia per necessità, la massopolitica mafiosa ha sgravato, mettendo al mondo il figlio bastardo che, spesso, tenta di chiamare giornalista, ma che giornalista non è. Un pirla presuntuoso che dovrebbe costruire verginità che non esistono, santità improbabili, onestà impossibili. Uno sfrontato della penna virtuale che spera di essere letto e anche no. Uno sciocco.
Sì, uno sciocco.

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Il professore che ha venduto la galletta del Titanic per 21 mila euro

La Stampa


Si chiama Jim Fenwick, i suoi nonni viaggiavano sul Carpathia e sono stati fotoreporter per caso del naufragio del transatlantico della White Star. Un archivio unico messo all’asta, con un pizzico di rammarico: “Era qualcosa che la mia famiglia poteva dire di avere e che ora non avrà più. Ma potremo sempre dire di averla avuta”.

 

Mabel e James Fenwick ripongono il cracker in una busta per pellicole fotografiche trasparente. Un biscotto a base di farina ed acqua, denominato “pilot” dalla Spillers & Bakers, azienda britannica con fabbriche a Cardiff, Bristol, Londra, Newcastle e Birkenhead. Lo sistemano con cura. Be’, non è un cracker qualsiasi. Faceva parte del kit di sopravvivenza di una scialuppa del Titanic, il liner appena affondato nell’Atlantico.

Tutto ciò che è legato a questa nave, si sa, ha un fascino particolare. Anche in tema di memorabilia: un menù di bordo del Lusitania, altro transatlantico sfortunato, silurato nel 1915 da un U-boot tedesco al largo dell’Irlanda, può valere circa 1.360 sterline, mentre uno del Titanic può superare le 50 mila, stima Andrew Aldridge, della casa d’aste britannica Henry Aldridge & Son. L’uomo che di recente ha venduto all’incanto proprio il cracker dei Fenwick.

Il diario di James Fenwick (Henry Aldridge & Son) 

Sul Carpathia  
James ha 38 anni, è canadese, lavora nel settore immobiliare, la sua famiglia è radicata nel commercio nel Quebec; Mabel, di 33, è figlia di un agricoltore di successo del Kentucky, Strother Sanford. Si sono appena sposati, sono in luna di miele. Salpati sul Carpathia, il transatlantico della Cunard, l’11 aprile 1912 da New York, sono diretti a Fiume e dovrebbero trascorrere tre mesi in Europa. Hanno occupato la cabina A21, in prima classe, e si sono subito ambientati. Buon cibo, giochi di società, pubbliche relazioni - e pazienza se il freddo tiene lontani dai ponti esterni. Mabel si diletta inoltre a fotografare con la sua Kodak i membri d’equipaggio al lavoro, gli altri passeggeri. Insomma, una normale traversata. Fino alla notte tra il 14 e il 15 aprile, quando il comandante Arthur Rostron traccia la nuova rotta per raggiungere - arriverà un’ora dopo il naufragio - l’ultimo punto nave del Titanic.

Mrs. Fenwick si trova suo malgrado al centro della Storia, e scatta. Documenta le fasi dell’operazioni di salvataggio dei passeggeri del liner della White Star, cristallizza nel tempo volti, corpi, azioni che oggi, a 103 anni di distanza da quelle ore, costituiscono il più completo foto-reportage dei soccorsi: le prime scialuppe, l’imbarco dei sopravvissuti (705), il loro sbarco a New York e l’arrivo (discusso) sul luogo della tragedia del Californian. Il marito, invece, tiene un’altrettanto preziosa cronaca scritta. “Ore 5.00. Mi sono svegliato perché ho sentito la voce di un uomo gridare che il Titanic era affondato…” comincia il suo racconto, raccolto in un diario dalla copertina in pelle con la scritta “My trip abroad”.


La galletta della scialuppa del Titanic custodita dalla famiglia Fenwick (Henry Aldridge & Son) 

L’archivio
I negativi, il diario, i telegrammi e le lettere successive, i bagagli degli sposini - testimoni involontari ma non inconsapevoli - sono sopravvissuti ad essi. Custoditi e tramandati dai loro familiari. Fino a quest’anno, quando i loro nipoti hanno deciso di venderli. Una collezione unica, andata all’asta per oltre 40 mila sterline. Il cracker, “il biscotto più caro del mondo” l’ha definito il battitore, Andrew Aldridge, è stato aggiudicato per 15 mila sterline, quasi 21 mila euro. “A un collezionista greco pieno di soldi”, rivela Jim Fenwick, un professore del Nazareth College, istituto privato cattolico di Pittsford, nello stato di New York, con un pizzico di rimpianto. “Era qualcosa che la mia famiglia poteva dire di avere e che ora non avrà più. Ma potremo sempre dire di averla avuta”.

(fonti: Encyclopedia Titanica, Irish News, Rochester Sun Times)

Putin di vista

La Stampa


Non avendo di meglio da fare, una équipe di neurologi europei ha studiato per anni la postura del capobranco russo Vladimir Putin e ora ha pubblicato gli esiti della ricerca su una rivista scientifica inglese. A catturare l’attenzione dei medici è stata la camminata sbilenca dell’idolo di Salvini, con il braccio destro incollato sul fianco e il sinistro oscillante come un pendolo o un passo di danza di Jovanotti.

Si pensava, e in qualche cancelleria si sperava, che fossero le avvisaglie del Parkinson. Invece la spiegazione è meno drammatica, ma altrettanto seria. Putin cammina come un John Wayne con la sciatica a causa degli addestramenti giovanili presso la premiata università del Kgb. Il braccio bloccato serviva all’agente dei servizi segreti per tenere sempre a portata di mano la pistola.

La morale di questa notizia futile solo in apparenza è che gli anni e i ruoli ci cambiano, ma quasi mai modificano certi comportamenti scritti con inchiostro indelebile nel nostro cervello dalle abitudini assunte, o inflitte, in tenera età. La conferma più ovvia viene da quei ministri di Putin, usciti anch’essi dal Kgb, che camminano come lui. La più inquietante dal premier matrioska Medvedev, che cammina come Putin senza mai neanche esserci stato, al Kgb.

Polonia, smentito ritrovamento del treno carico d’oro dei nazisti

Corriere della sera
di Annalisa Grandi

Ad agosto l’annuncio del ritrovamento del convoglio carico d’oro e di oggetti preziosi scomparso alla fine della Seconda guerra mondiale. Adesso, la smentita: «C’è un tunnel, ma nessun treno». E il mistero resta

 (Afp)

Un mistero che dura da oltre 70 anni. E che resta, senza risposte. Non c’è nessuna traccia del leggendario treno nazista carico d’oro sparito nel nulla nel 1945, e il cui ritrovamento era stato annunciato ad agosto in Polonia.

Ad agosto due «cacciatori di tesori», un polacco e un tedesco, avevano annunciato di aver trovato il leggendario convoglio, carico d’oro e opere d’arte. Un treno che sarebbe partito da Breslavia e diretto a Berlino, pieno di oggetti preziosi che i soldati della Wehrmacht avrebbero tentato di salvare dall’avanzata dell’Armata Rossa. E poi «scomparso» nel nulla. Piotr Koper e Andreas Richter avevano comunicato alle autorità di Walbrzych, in Polonia, di aver individuato il convoglio, in una galleria sotterranea della zona. Lo stesso viceministro della cultura polacco Piotr Zuchowski aveva spiegato che le immagini dei radar sembravano mostrare al 99% la presenza del treno. Da allora erano partite nuove ricerche nella zona, mobilitato anche l’esercito. E invece, niente.

L’immagine radar mostrata dai due «cacciatori di tesori» ad agosto   (Epa)
L’immagine radar mostrata dai due «cacciatori di tesori» ad agosto (Epa)
Janus Madej, dell’università di Cracovia, ha spiegato che il lavoro del suo team di ricerca non ha portato ad alcun risultato. O meglio, nel punto indicato, ha spiegato: «Potrebbe esserci un tunnel, ma non c’è nessun treno». Insomma, il mistero resta. Anche perché i due «cacciatori di tesori» continuano a dirsi convinti che il treno carico d’oro si trovi proprio lì. Nella zona di Walbrzych, che all’epoca si chiamava Waldenburg, si trovano effettivamente numerosi tunnel, gallerie sotterranee e linee ferroviarie costruite dai nazisti. Adolf Hitler in persona aveva soggiornato nel castello

15 dicembre 2015 (modifica il 16 dicembre 2015 | 10:02)

Da Topolino a King Kong: Hitler drogato di cinema

Non dimenticatevi di noi”…




«Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio, dei primi fanti il ventiquattro maggio; l’esercito marciava per raggiunger la frontiera, per far contro il nemico una barriera…» 
Chi non conosce La canzone del Piave? Questi versi, tra quelli dedicati alla Prima Guerra Mondiale, ci sono rimasti impressi nella memoria, sin da piccoli, insieme a quelli di Giuseppe Ungaretti.

Ecco, mentre si visita la mostra dello Stato Maggiore dell’ Esercito Italiano, “La Grande Guerra. Fede e Valore”, queste parole fanno idealmente da sottofondo all’allestimento, composto da numerosi tasselli che creano un puzzle sempre più ampio e completo.

Il materiale è raccolto in una grande sala e la visita all’intera esposizione non richiede un tempo molto lungo. Se poi avete avuto modo di assistere allo spettacolo La grande guerra di Mario, diretto da Edoardo Sylos Labini, con cui si è aperta la stagione 2015-2016 del Teatro Manzoni di Milano, sarebbe come chiudere un cerchio.

All’ingresso, si viene subito “accolti” dalle giacche degli eserciti, una austriaca e l’altra italiana (ce ne sono diverse, anche di altri Stati). Alle spalle campeggia la nostra bandiera, utilizzata dal 1910 al 1945, con lo stemma dei Savoia e la corona. Il primo pannello didattico (bilingue, italiano e inglese) introduce lo spettatore a ciò che la Prima Guerra Mondiale ha significato, fornendo dei numeri, in particolare, dal punto di vista del nostro Paese che vide, in quei 41 mesi, oltre 5.000.000 di italiani prestare servizio per la patria.  

Un concetto difficile da comprendere fino in fondo, soprattutto per le giovani generazioni. Quegli uomini comuni hanno provato sulla propria pelle la guerra: «reticolo, gas, rombo dell’artiglieria, fango delle trincee, l’attesa angosciante dell’assalto e dello scontro corpo a corpo, la presenza continua e quasi familiare della morte, l’esultanza liberatrice della vittoria e della fine dei combattimenti». 

È come se quei cimeli, così gelosamente custoditi nelle vetrine, rendano vere e tangibili quelle parole, quei gesti, quel dolore, che rese tutti uguali di fronte alla morte. La scelta di mettere accanto al berretto da volontario ciclista/automobilista del Cappellificio Monzese anche l’Elmo da ulano della Germania imperiale o il Képi austriaco, e quello francese, ne è testimonianza. 

I pannelli illustrativi vanno letti seguendo un percorso quasi a ferro di cavallo; tra questi, quelli dal contenuto più cronachistico ed altri che offrono uno spaccato più dettagliato delle fasi del conflitto. Qui impressi, tra manifesti o rare immagini, nomi che già conosciamo, come quello del generale Cadorna o dei futuristi Boccioni, Balla, Marinetti. 

I contributi descritti sono stati elaborati con minuzia dall’Esercito Italiano mentre la documentazione originale appartiene agli archivi di istituzioni pubbliche e private milanesi: Civica Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli”, Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio di Milano e Archivio di Stato di Milano – Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e Società Storica Lombarda.

Poi i documenti e le stampe, posti in modo ordinato, nella parte centrale e per tutta la lunghezza della sala; tra queste le venti incisioni del marchigiano Anselmo Bucci, cronista della Grande Guerra, tratteggiano quel periodo in maniera differente dall’eccentricità futurista. L’artista, usando per lo più la tecnica della “punta secca”, mette a tema vari momenti, da quelli propri dello scontro bellico a quelli di svago, come una partita a carte tra soldati. Il fatto che nell’ultimo lavoro, Ritorno ai campi, arrivi il colore è sintomatico anche dello stato d’animo con cui Bucci viveva la sua arte e quegli anni.

Dall’Archivio di Stato di Milano, invece, arrivano dei documenti, disposti in modo cronologico e divisi in quattro sezioni. Nel contesto della mostra, inoltre, numerose testimonianze cartacee ci ricordano come, nonostante il drammatico periodo, si fosse prestata grande attenzione alla tutela del patrimonio artistico e culturale italiano, messo in salvo dai rischi della guerra (come per il Cenacolo o ancora il ciborio della Basilica di Sant’Ambrogio).

Tutto quello che viene raccontato con le parole, i documenti autografi, gli abiti, gli oggetti del tempo ci fa ripensare a quel “Fede e Valore” che campeggia nel titolo della mostra. Uomini celebri, comuni e militi ignoti hanno fatto la storia insieme.
“Fede e Valore”. Valori, appunto, da riconoscere, che hanno unito gli italiani provenienti da ogni angolo della nostra terra, tra le trincee di quel primo conflitto mondiale.

La mostra rimarrà a Milano fino al 17 gennaio 2016, ma continuerà in tutte le provincie lombarde, concludendosi a Bergamo nel settembre 2016 .