giovedì 17 dicembre 2015

C'era anche la Boschi nel Cdm che ha votato legge salva-papà


Le risposte a tutti i tuoi perché (su Google)

La Stampa



Come tutti gli anni Google ha pubblicato l’elenco delle parole più cercate sul motore di ricerca. Tra le altre cose che segnala Big G, però, c’è una classifica particolare, quella delle ricerche che contengono la parola “perché”. Abbiamo provato a dare una risposta a tutte le cose che gli italiani hanno cercato di capire su internet.

10. PERCHÉ MARINO SI È DIMESSO?  
Ignazio Marino si è dimesso da sindaco di Roma il 12 ottobre, dopo un mese di polemiche legate al caso degli scontrini: a inizio ottobre la Procura di Roma aveva aperto un fascicolo sulle spese di rappresentanza del sindaco a seguito degli esposti presentati da M5S e Fratelli d’Italia e poche settimane dopo viene iscritto nel registro degli indagati. Si indaga per peculato e concorso in falso in atto pubblico. Le opposizioni chiedono le dimissioni del sindaco e il Pd scarica progressivamente l’ex chirurgo: «Se non ci garantisce più neanche la figura di sindaco onesto e integerrimo, allora per Marino siamo al game over». Il 30 ottobre, dopo che Marino era tornato sui suoi passi ritirando le dimissioni, lasciano l’incarico 26 consiglieri comunali (19 del Pd, 5 delle liste che appoggiano il sindaco e 2 dell’opposizione). Decade così il consiglio comunale: Marino non è più sindaco di Roma a tutti gli effetti.

9. PERCHÉ CRISTIAN E VIRGINIA SI SONO LASCIATI?  
Cristian Lo Presti e Virginia Tomarchio sono due concorrenti della quattordicesima edizione del talent Amici: i due erano fidanzati ma nel corso del programma si sono lasciati a seguito di un litigio legato a un avvicinamento tra la ragazza e un altro concorrente, il cantante Gabriele Tufi. Il tutto è stato trasmesso nel corso di una delle puntate del quotidiano di Amici, su Real Time, e per tempo ha tenuto banco sui blog di gossip perché non era chiara la dinamica della vicenda.

8. PERCHÉ SI CHIAMANO “LE DONATELLA”?  
Il gruppo musicale formato dalle gemelle Giulia e Silvia Provvedi (ex concorrenti di X Factor 2012 e vincitrici dell’edizione 2015 dell’Isola dei Famosi), si chiama “Le Donatella” in onore di Donatella Rettore, di cui le due cantanti sono grandi ammiratrici.

7. PERCHÉ LA LUNA È ROSSA?  
La domanda è legata alla cosiddetta eclissi di superluna, che ha avuto luogo nella notte tra il 27 e il 28 settembre. Si tratta di un fenomeno atmosferico che si verifica quando il Sole, la Terra e la Luna si trovano allineati. Il satellite entra nel cono d’ombra provocato dal nostro pianeta assumendo un colore sul rosso scuro, perché la luce del Sole la investe solo parzialmente grazie a un fenomeno di rifrazione sull’atmosfera terrestre. L’eclissi di superluna è stato un vero e proprio evento del 2015: l’ultima risaliva a quattro anni fa, la prossima è prevista per il 2033.

6. PERCHÉ LA GRECIA È IN CRISI  
La Grecia è in crisi dall’autunno del 2009, cioè da quando l’allora primo ministro George Papandreou ha rivelato che i conti pubblici erano stati truccati per permettere al Paese di rientrare nei parametri del Trattato di Maastricht. La crisi si è protratta negli anni e la domanda posta da tante persone a Google nel corso del 2015 è legata alle vicende legate al governo guidato da Alexis Tsipras, primo ministro dal 25 gennaio 2015.

La crisi greca cui fa riferimento la ricerca, quindi, riguarda i fatti che hanno seguito il rifiuto da parte di Tsipras delle condizioni imposte da BCE, FMI e UE per il pagamento del debito pubblico greco. Dopo lunghe trattative, a giugno del 2015 Tsipras ha indetto un referendum per accettare o rifiutare le proposte di ristrutturazione del debito presentate dai creditori. Il 5 luglio i greci si esprimono a favore del “NO” con circa il 62% dei voti. Tuttavia, la Grecia non esce dall’euro e, tra il 12 e il 13 luglio 2015, Tsipras e i creditori raggiungono finalmente un accordo, provocando la spaccatura del partito del primo ministro (Syriza). Il 20 agosto Tsipras si dimette e porta la Grecia alle elezioni, vincendo di nuovo.

5. PERCHÉ HAI DUE PAPÀ?
Se questa fosse una domanda, in alcuni Paesi la risposta sarebbe: perché anche i gay possono adottare un bambino. In Italia, invece, questo è il titolo di uno dei libri messi al bando dal sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, perché accusato di diffondere la cosiddetta teoria del gender. Perché hai due papà, scritto da Francesca Pardi e distribuito da Lo Stampatello, racocnta «la vera storia di una famiglia nata dall‘amore di due uomini, con l‘aiuto della gestazione di sostegno». È stato pubblicato grazie a un crowdfunding su internet.

4. PERCHÉ SI CHIAMA PATTO DEL NAZARENO?
Il patto del Nazareno, con cui si indica l’accordo tra il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il leader di Forza Italia SIlvio Berlusconi per attuare una serie di riforme istituzionali (riforma del titolo V della Costituzione, del Senato e della legge elettorale), prende il nome dal luogo in cui, ai tempi, si trovava la sede romana del Partito Democratico, cioè largo del Nazareno.

3. PERCHÉ 21 COLPI DI CANNONE?
La domanda si riferisce ai colpi di cannone esplosi a salve dal Gianicolo per salutare il Presidente della Repubblica Mattarella nel giorno del suo giuramento. Il rituale si ripete per celebrare le cariche istituzionali. L’usanza è stata introdotta con un Regio Decreto del 1862 (e quindi mutuata in seguito dall’Italia repubblicana), ma sarebbe di origine inglese quella di sparare colpi di cannone a salve in numeri dispari. Il numero di colpi dovrebbe essere legato al grado della carica celebrata.

2. PERCHÉ NO EXPO?  
Il movimento dei No Expo, cioè quello composto da chi si opponeva all’Esposizione universale di Milano, è convinto che «gli Expo siano residuati di un’epoca finita che, salvo eccezioni particolari (vedi Shangai), si risolvono in un flop economico-partecipativo, lasciando macerie sui territori (da Siviglia a Saragozza)». Il motivo delle proteste dei No Expo in vista e in occasione dell’inaugurazione dell’evento ospitato da Milano è legato al tema della nutrizione slegato, secondo il movimento, da quello dello sfruttamento delle risorse naturali del pianeta e delle politiche economiche delle grandi potenze; alla progressiva cementificazione del territorio di Milano, che ha dovuto realizzare per Expo un distretto espositivo nel comune limitrofo di Rho; all’assenza di una consultazione democratica sulla candidatura della città per ospitare l’Esposizione; all’insostenibilità economica dell’evento per la città e per il Paese; al rischio di infiltrazioni mafiose e speculazioni.

1. IO LEGGO PERCHÉ
Anche in questo caso non si tratta di una domanda. Io leggo perché è un’iniziativa organizzata lo scorso 23 aprile dall’Associazione italiana editori, con l’obiettivo di stimolare le persone a leggere più libri. L’iniziativa ha avuto un grosso seguito sui social network grazie all’hashtag #ioleggoperchè, col quale chiunque poteva condividere le ragioni del suo amore per la lettura per incuriosire chi non è solito leggere libri. A giudicare dalla classifica delle ricerche di Google, l’iniziativa ha avuto un discreto effetto.

La bufala di GrabMe, l’app che aiuta i ladri a entrarti in casa

La Stampa


La notizia è diventata virale sui social ma si tratta di una campagna pubblicitaria

 

Da alcuni giorni gira su internet la notizia di un’app che aiuta i ladri a svaligiare gli appartamenti. Si chiama GrabMe e funzionerebbe grazie a un sistema che incrocia i dati resi pubblici dalle persone sui social network.

La notizia è girata grazie a un video in cui un finto hacker racconta di aver inventato un sistema perfetto per individuare le case vuote sfruttando la scia di dati che quotidianamente ci lasciamo alle spalle, come quelli legati alla geolocalizzazione degli smartphone, le fotografie che pubblichiamo su Instagram e i post condivisi su Facebook. Secondo l’intervistato, tra l’altro, la metà dei download sarebbe avvenuta proprio in Italia.

Si dà il caso, però, che GrabMe non esista: l’app dei ladri è un’invenzione di Generali Italia, che ha lanciato un’ingegnosa campagna di sensibilizzazione per mettere in guardia gli utenti che condividono con troppa leggerezza informazioni sensibili. A rivelarlo è stata la stessa azienda con un comunicato stampa. A confermarlo il fatto che il sito www.grabme.name (dal quale era possibile scaricare l’app) non è più raggiungibile e reindirizza al portale dell’agenzia pubblicitaria Gpins.

Un’operazione un po’ ai limiti ma che solleva un problema importante di cui già in passato si era discusso: i dati che produciamo quando siamo su internet, specialmente attraverso i social network, possono ritorcersi contro di noi.

Quattro banche fallite: ecco tutti i perché

La Stampa


Le responsabilità degli amministratori, dei politici, della Consob e di Bankitalia. Centoquarantamila risparmiatori hanno perso in totale 430 milioni di euro

Quando e come è esploso il problema delle quattro banche fallite?
La fase acuta è esplosa il 22 novembre scorso quando, per la prima volta in Italia, i risparmiatori di quattro banche (Etruria, Marche, Chieti e Ferrara) hanno perso i loro soldi in conseguenza di un decreto del governo. Se invece si guarda alla genesi della storia, si deve andare indietro di un paio d’anni durante i quali i problemi sono montati per responsabilità degli amministratori di questi istituti senza che il governo italiano, l’Unione europea, la Banca d’Italia e la Consob intervenissero. Districare il rimpallo di responsabilità sarà compito della commissione parlamentare d’inchiesta, non solo per fare storia ma anche per evitare disastri futuri. 

Che cosa ha deciso il governo?  
Ha deciso di far rinascere le quattro banche, per salvaguardare i risparmi dei clienti e i posti di lavoro dei dipendenti ma soprattutto per evitare che l’onda d’urto di quattro crac senza controllo minasse la fiducia di tutto il sistema bancario italiano. Gli istituti sono stati fatti rinascere dalle loro ceneri salvando la parte sana, scissa da quella malata.

Ma perché molti risparmiatori ci hanno rimesso?  
Fino a qualche tempo fa sarebbe intervenuto lo Stato a salvare le banche e i risparmiatori. Ma questo non è più possibile, un po’ perché il debito pubblico italiano è già enorme e non può sopportare certi fardelli, e un po’ perché adesso i salvataggi a spese delle casse pubbliche sono esplicitamente vietati da una norma europea, secondo cui il costo deve pesare sui risparmiatori delle banche fallite (che poi possono rivalersi sugli amministratori incapaci o disonesti). Possono anche intervenire le altre banche, per salvaguardare la fiducia nel sistema finanziario, ma sempre e solo con soldi loro.

Chi pagherà e quanto?
Il costo del taglio della parte infetta delle 4 banche, 3,6 miliardi di euro, sarà sopportato dal resto del sistema bancario italiano. Ma altri 430 milioni sono a carico de i risparmiatori. Va detto però che i detentori di «obbligazioni subordinate», cioè di bond che sono in fondo alla lista di priorità quando si tratta di ripagare i debiti di una banca fallita, sarebbero stati penalizzati anche da un fallimento regolato dalle norme precedenti. Infatti le obbligazioni subordinate rendono più di quelle ordinarie proprio perché sono più rischiose.

Va aggiunto che nello specifico caso di queste quattro banche ai risparmiatori che acquistavano i titoli subordinati non è stato neanche concesso un granché come premio di rischio: i rendimenti erano praticamente uguali a quelli dei titoli ordinari. Già questo solo fatto indica che i sottoscrittori non erano speculatori che rischiavano sperando in guadagni extra ma risparmiatori comuni che si sono accollati un surplus di rischio senza remunerazione; in parole povere queste persone sono state imbrogliate.

Ma i fallimenti sono stati un fulmine a ciel sereno?  
No. Tutte e quattro le banche erano già commissariate: la Banca d’Italia aveva destituito i loro amministratori mettendo al loro posto commissari straordinari. La Cassa di risparmio di Ferrara lo era dal maggio 2013, la Banca delle Marche dall’ottobre 2013, la Cassa di risparmio di Chieti dal settembre 2014, la Banca popolare dell’Etruria e del Lazio dal febbraio del 2015. Molti piccoli risparmiatori avevano già visto una parte del loro gruzzolo trasformarsi gradualmente in carta straccia. Il valore di Borsa delle obbligazioni scendeva a mano a mano che venivano alla luce le malefatte degli amministratori revocati. Per quelle trattate in Borsa le quotazioni erano precipitate. La più grossa emissione di Banca Marche al momento del decreto governativo aveva perso tre quarti del valore nominale e anzi si era già dimezzata un anno fa, dopo che i magistrati di Ancona avevano definito «gruppo criminale» gli ex amministratori.


Il decreto del governo ha fatto abbastanza per salvare i risparmiatori?
Se non ci fosse stato il decreto salva-banche il fallimento avrebbe comportato anche la tosatura dei depositi sopra i 100.000 euro, perché la garanzia sui depositi c’è solo fino a quella cifra. Inoltre, dal 1° gennaio 2016 entrerà in vigore la nuova normativa che prevede di accollare una parte delle perdite non solo ai possessori di obbligazioni ma anche ai titolari di depositi sopra i 100 mila euro. È la conseguenza di una direttiva europea, a cui l’Italia si era opposta ma restando isolata.

Prima ancora, è stato fatto abbastanza per evitare il disastro nella sua lunga genesi?
L’impressione generale è che gli amministratori delle banche fallite abbiano avuto la possibilità di agire male per anni e anni anche perché la politica, a livello locale e nazionale, non ha mostrato interesse a smascherare le malefatte; a livello politico si è preferito aspettare e sperare che i problemi si risolvessero da sé, e in silenzio. Ma anche le autorità di controllo (la Consob, la Banca d’Italia) escono male da questa vicenda. Ognuna si preoccupa di segnalare di aver fatto la sua parte, di aver svolto scrupolosamente il suo dovere, ma la somma di questi doveri scrupolosamente svolti dalla Consob e dalla Banca d’Italia ha prodotto l’inazione e il disastro, con la complicità della politica.

Per esempio: il 26 maggio scorso il governatore della Banca d’Italia aveva suggerito di riservare la vendita di obbligazioni subordinate agli investitori professionali. Governo e Parlamento non hanno ascoltato. Ma davvero la Banca d’Italia non poteva fare di più? Rispondere che no, non si poteva fare di più, esime le persone dalle responsabilità ma mette in dubbio l’utilità dell’istituzione. Discorsi analoghi si possono fare per la Consob e altre istituzioni coinvolte.

Quante persone sono state colpite dal tracollo delle banche?
I 130 mila azionisti hanno perso tutto il valore dei loro titoli, così come circa 10 mila possessori di obbligazioni subordinate. Ma questo non vuol dire che ci siano 140 mila persone finite sul lastrico. Per i più la perdita riguarda solo una piccola parte del capitale. Le persone coinvolte in modo grave, cioè quelle che hanno visto volatilizzare gran parte dei loro risparmi (come il pensionato suicida) sono circa un migliaio. Questo perché sono state vittima di consigli due volte sbagliati: sul tipo di titoli da acquistare e sulla mancanza di diversificazione dell’investimento. 

La Cina chiede il diritto di censurare il Web

La Stampa


Il Summit Mondiale di Internet in Cina si apre con un discorso del presidente Xi: “La sovranità sul cyberspazio è garanzia di stabilità”. Presenti Microsoft, Facebook e gli altri giganti, escluso il NYTimes: “Abbiamo il diritto di scegliere i nostri amici”

 

Aperto in Cina il Summit di Wuzhen, il secondo Summit Mondiale su Internet in Cina e che quest’anno si occuperà principalmente di sicurezza. Come tutti i summit che riguardano i media che si tengono in un Paese che censura a tappeto ogni tipo di supporto informativo, ma dove si trovano pur sempre 670 milioni di utilizzatori web, anche questa volta le contraddizioni non mancano.

SOVRANITA’ NAZIONALE SUL WEB  
Il Presidente cinese (e Segretario Generale di Partito) Xi Jinping ha pronunciato questa mattina un discorso di apertura del summit, in cui ha ribadito alcuni dei concetti-chiave con cui la Cina vuole affrontare il web per il presente e per gli anni a venire: fra questi, è centrale quello di sovranità nazionale – ovvero, la Cina vuole il riconoscimento mondiale del diritto nazionale a censurare il web in qualunque modo, cambiando il “world wide web” (quel www che precede i link online) in un web con chiari confini nazionali. La sovranità cyberspaziale dovrebbe, secondo Xi, contribuire a “mantenere la stabilità” - ovvero, il controllo.

E sovranità nel cyberspazio, per Pechino, significa dunque non essere più criticati per il suo Grande Muro di Fuoco che rende inaccessibili, fra le altre cose, molti media internazionali, e siti di condivisione online quali Facebook, Twitter, YouTube, Instagram, gmail, wikipedia, e via dicendo. In pratica, un web con “caratteristiche cinesi”. Malgrado ciò, si trovano a Wuzhen rappresentanti di Facebook e Linkedin - l’unico gigante dei social media che ha accettato a livello mondiale i principi guida di censura voluti dalla Cina. Fra i grandi esclusi, il New York Times, che non è stato invitato malgrado gestisca un portale di notizie fra i più grandi e frequentati del mondo (il NYT è inaccessibile in Cina senza l’utilizzo di VPN).

GUERRA APERTA AGLI HACKER  
Sul tema della sicurezza, Xi si è espresso con un appello al mondo affinché si unisca contro “l’hacking, gli abusi della tecnologia dell’informazione e per combattere contro la guerra all’armamento del cyberspazio”. Un commento che alcuni trovano curioso, dato che la Cina è ai primi posti fra i Paesi accusati di hacking e cyberspionaggio regolari. Lu Wei, chiamato “lo zar dell’Internet cinese”, in un discorso tenuto ieri, alla vigilia dell’apertura del summit di Wuzhen, ha detto che la Cina “terrà sempre aperte le porte della sua industria web al mondo intero, pur difendendo la sicurezza del cyberspazio secondo quanto previsto dalla legge cinese”. Rispetto all’esclusione di rappresentanti del New York Times, però, Lu Wei, negando che il web cinese sia censurato ha detto che “la Cina ha il diritto di scegliere chi sono i suoi amici”. 
 
LA LISTA DEGLI INVITATI  
Fra i partecipanti al summit, oltre a Microsoft, Facebook, Linkedin, Apple, IBM, e altri, ci sono anche i giganti del web cinese – come Alibaba, Tencent, Huawei e Xiaomi. Pochi i leader internazionali, fra cui spiccano però il Primo Ministro russo Dimitri Medvedev e quello del Kazakhstan, Karim Massimov, e Nawaz Sharif dal Pakistan. Il summit si tiene A Wuhzen, una delle città più pittoresche della Cina, ricca di canali e vie d’acqua nella regione del Zhejiang, oggi frequentatissima meta turistica.

Per i tre giorni di summit, però, e in via straordinaria, sono stati sbloccati i siti internazionali di social media all’interno dell’area del summit, e così l’agenzia di stampa cinese organo del Partito, la Nuova Cina (o Xinhua) trasmette il summit tramite YouTube – per quanto la stessa Xinhua, come la maggior parte degli altri organi governativi di stampa, goda anche di un account Twitter che utilizza regolarmente per “influenzare l’opinione pubblica internazionale”.

ALLARME DIRITTI UMANI  
Diversi gruppi di difesa dei diritti umani hanno pubblicato, in concomitanza con l’apertura del summit, lettere aperte alla Cina affinché smetta di censurare il web e i media. Amnesty International ha lanciato un appello a tutte le aziende web del mondo affinché non si rendano “complici della censura cinese”. 

Il giorno dell'attentato al Papa": la verità degli 007 israeliani

Libero


Che Papa Francesco sia un obiettivo dell'Isis non è certo una novità. La novità, semmai, sta nel fatto che l'allarme questa volta arrivi anche dall'intelligence israeliana, dal Mossad insomma. Il Pontefice nel mirino dell'Isis, due giornate critiche: Natale e Capodanno. I tagliagole sarebbero pronti a tutto pur di colpirlo nei due giorni, forse, più impensabile, poiché i più "ovvi", quelli dall'altissimo valore simbolico. Gli 007 di Tel Aviv hanno comunicato all'intelligence italiana di aver raccolto informazioni "realistiche" sul rischio di attentati in Italia, in particolare al Pontefice.

Si tratta di un rapporto "top secret", del quale però sono trapelate informazioni di cui dà conto il quotidiano Il Tempo. Come detto, il Belpaese sarebbe il prossimo obiettivo dello Stato islamico, e più fonti, inoltre, sottolineano come in particolare il Papa sarebbe al centro di alcuni piani terroristici che vorrebbero essere concretizzati il 25 dicembre e a capodanno. Nel documento fornito dall'intelligence isreliana all'Italia ci sarebbero indicati anche alcuni elementi radicalizzati sul nostro territorio, da tenere sotto strettissima osservazione.

Banca Etruria spennava i risparmiatori e strapagava le grandi firme: tutti i giornalisti a libro paga per il giornale dell'istituto

Libero


Aldo Cazzullo e Aldo Grasso

C’era chi, come il socio Attilio Brilli, si complimentava perfino in assemblea per un’attività meno conosciuta di Banca Etruria: quella editoriale. Applausi per «la pubblicazione da oltre 25 anni della collana di libri dedicata alle singole sedi dell’Istituto». E soprattutto per «la qualità della rivista Etruria Oggi, impreziosita da prestigiose firme a livello nazionale ed internazionale». Era il 4 maggio 2014, l’ultima assemblea dell’Etruria di cui esista il verbale stenografico. Fu quel giorno che i soci impalmarono Lorenzo Rosi alla presidenza e Pier Luigi Boschi alla vicepresidenza, per il vertice che avrebbe terminato assai velocemente l’avventura finendo nelle maglie del commissariamento.

Certo, con tutto l’arrosto a tema quel drammatico giorno in cui l’assemblea della banca aretina doveva prendere atto dei pesanti rilievi della Banca d’Italia, di una perdita di 81,2 milioni di euro, della necessità di spendere nuovi soldi in consulenze per cercare di fare sposare l’istituto di credito con qualcuno più forte in grado di assorbirlo, quel riferimento alla rivista aziendale è sembrato curioso fumo. Eppure non fu l’unico intervento, altri soci misero nel mirino quella rivista, chiedendo ragione di spese inappropriate in un momento così grave. Vibrante l’intervento di Piero Lega, socio che si presentò proveniente «dalla lontana parrocchia di Anghiari». E altri ancora.

Fino a quel giorno sembrava che nessuno si fosse occupato della rivista, che pure esisteva da 32 anni. Difficile oggi capirne il motivo: la rivista è ufficialmente sparita anche dal sito internet dell’Etruria. Tutti i numeri in pdf che erano stati caricati sopra sono stati tolti. Un solo numero è ancora rintracciabile e sfogliabile solo on line attraverso la macchina del tempo di internet: quello del dicembre 2014, numero 90. La fotografia di molte copertine dal 2008 in poi è ancora rintracciabile sull’account Pinterest della Banca, che deve essere sfuggito ai censori.

Siccome sulla prima pagina della rivista (che era accompagnata da un inserto a parte, Etruria Oggi Informa) di carta patinata si esponevano in calce con orgoglio i collaboratori del numero, è facile scoprire come dovesse esserci la fila di molte firme di punta del giornalismo italiano per apparire lì. Chissà se per la generosa tiratura della rivista (non meno di 20 mila copie a numero, e una mailing selezionata a cui inviarla, che comprendeva la classe dirigente politico-economica italiana) o se per i generosi borderò che preoccupavano i piccoli soci della banca.

Fatto sta che su Etruria Oggi collaboravano penne di primissimo piano, con una certa predilezione per la squadra del Corriere della Sera con sui sembrava quasi esserci una intesa editoriale. Si possono trovare profondi articoli di Aldo Cazzullo, lo specialista in grandi interviste nel quotidiano rizzoliano. Ma anche copertine firmate dal vaticanista Luigi Accattoli, profonde riflessioni sulla comunicazione del critico tv del Corriere, Aldo Grasso. Interventi planetari del principale commentatore di politica estera, Franco Venturini. Articoli sul costume e la psiche della firma specializzata di Corriere e Io Donna, Silvia Vegetti Finzi. E ancora, Salvatore Bragantini, ex commissario Consob ed editorialista del Corriere della Sera.

Ha attraversato tre giornali collaborando a Etruria Oggi anche Stefano Folli, all’inizio Corriere della Sera, poi Sole 24 Ore e infine Repubblica. Da quest’ultimo giornale proviene Andrea Tarquini (corrispondente di Repubblica per la Germania), che firma la cover del numero 90 della rivista nel dicembre 2014 raccontando la storia della Lego. Sullo stesso numero, con bel richiamo in copertina Leonardo Maisano, corrispondente da Londra del Sole 24 Ore racconta la voglia di secessione scozzese. Andrea Gennai del Sole 24 Ore, autore anche del fortunato blog Meteo Borsa, si esibisce invece in due pagine su «Un distretto d’oro», raccontando ovviamente la storia degli orafi aretini che hanno saputo difendersi dalla crisi puntando sul made in Italy.

Processo - scriveva Gennai - «che ha interessato anche la banca di riferimento del territorio, Banca Etruria (…)», istituto «che ha dovuto ripensarsi a fronte di un mercato che stava mutando velocemente e in presenza di volumi che di anno in anno scendevano». In altri numeri della rivista si sono espressi firme de La Stampa come Aldo Rizzo, della Rai, o economisti di punta come Giacomo Vaciago (anche lui editorialista del Sole 24 Ore) e Loretta Napoleoni (videoblogger per il Fatto Quotidiano, ex collaboratrice de l’Unità e rubrichista del Venerdì di Repubblica). C’era la fila di grandi firme dunque a Banca Etruria.

Ma più che quelle collaborazioni, nell’ultimo anno prima del crac, a Banca Etruria avevano pesato ben altre consulenze. Lo si capisce dall’unico rapporto lasciato in eredità dalla gestione commissariale che riassume la situazione finanziaria al 31 dicembre 2014 (un disastro con una perdita di 526 milioni di euro) e gli avvenimenti successivi del 2015. Fra i tanti costi amministrativi che salgono decisamente con la gestione dell’ultimo presidente, Rosi, e di papà Boschi, si spiegano i 9,5 milioni del capitolo sulle consulenze «legate alle varie fasi della tentata operazione di aggregazione, nella quale la banca è stata impegnata nel corso di esercizio».

Costi che debbono essere divisi fra quelli per gli advisor veri e propri cui era stato dato mandato per trovare una banca con cui sposarsi (Rotschild, Lazard e Kpmg advisory) e gli advisor legali che dovevano valutare il contratto matrimoniale, con in testa lo studio di Franzo Grande Stevens, il legale di fiducia del gruppo Fiat per decenni. Consulenze peraltro inutili, perché la sposa fu pure trovata: la Banca Popolare di Vicenza, che offrì un euro per azione come dote (più del doppio del valore delle azioni Etruria in quel momento), ma fu respinta con perdite da Rosi e Boschi.

di Franco Bechis

Le dieci peggiori ferrovie italiane secondo Legambiente: in testa c’è la Roma-Lido

La Stampa

Ecco le linee da incubo nel rapporto «Pendolaria 2015». Al secondo posto ci sono l’Alifana e e la Circumvesuviana. La situazione è critica a Nord così come a Sud

 
 Immagine della Roma-Lido tratta da Wikipedia

 La peggiore è la Roma-Lido, seguita da Alifana e Circumvesuviana, Chiasso-Rho, Verona-Rovigo, Reggio Calabria-Taranto, Messina-Catania-Siracusa, Taranto-Potenza-Salerno, Novara-Varallo, Orte-Foligno-Fabriano, Genova-Acqui Terme: sono le dieci «linee da incubo» per i pendolari italiani, censite da Legambiente che lanci la campagna «Pendolaria 2015» presentando un’anticipazione, con analisi della situazione di maggiore disagio sulle ferrovie italiane, del Rapporto annuale che verrà diffuso a gennaio.



L’associazione ambientalista denuncia una situazione del trasporto ferroviario italiano caratterizzata da treni vecchi, lenti, su linee che vedono troppo spesso tagli e accumulano ritardi, sempre più divisa in due tra una Alta Velocità con servizi più veloci e moderni e un servizio locale con diffuse condizioni di degrado che spinge i cittadini all’uso dell’auto privata, con aggravio dei costi, del traffico veicolare, dell’inquinamento, anche se sono circa 3 milioni le persone che ogni giorno utilizzano i treni per raggiungere i luoghi di lavoro o studio.

In Italia attualmente ci sono circa 3.300 treni in servizio nelle regioni,con convogli di età media pari a 18,6 anni. Nel periodo 2010-2015 i servizi ferroviari hanno subito tagli continui a fronte di un aumento del costo dei biglietti. Insomma, «manca totalmente una regia nazionale rispetto a un tema che non può essere delegato alle Regioni senza controlli», denuncia Legambiente, ricordando che «rispetto al 2009 le risorse da parte dello Stato per il trasporto pubblico su ferro e su gomma sono diminuite del 25%».

Licio Gelli, quando il capo della P2 mi disse: ‘Condanneranno Dell’Utri a sette anni’

Il Fatto Quotidiano
di | 16 dicembre 2015


“Guardi in questo Paese c’è solo un personaggio carismatico che lo possa davvero guidare: Silvio Berlusconi”.
“Ne è proprio sicuro, commendatore? Davvero non vede nessun altro?”.
“Beh, uno ci sarebbe: Dell’Utri, ma lui ha il problema del processo di Palermo…”.
“Ma intanto si sa come vanno queste cose: finirà che verrà assolto”.
“No, guardi, gli daranno sette anni…”.

Quel colloquio con Licio Gelli me lo ricordo ancora bene. E sempre quando ripenso alla condanna definitiva a 7 anni poi inflitta a Dell’Utri (ne aveva presi nove in primo grado) mi gela il sangue.

 Licio Gelli a Odeon Tv

Ero arrivato a Villa Wanda poco prima delle elezioni del 2009 per il rinnovo dei vertici del Goi (Grande Oriente d’Italia), che avrebbero riconfermato alla guida della massoneria italiana l’avvocato Gustavo Raffi. L’Espresso, il giornale per cui allora lavoravo mi aveva incaricato di preparare un pezzo sui fratelli maledetti che si accingevano, tra mille veleni e manovre di palazzo, ad andare alle urne. E anche se alla fine di quello che Gelli mi disse scrissi poco o nulla – l’articolo sulla massoneria fu prima rinviato e poi cancellato perché Gianni Barbacetto ne aveva pubblicato uno analogo su Il Venerdì di Repubblica – conservo ancora gli appunti e una registrazione parziale del nostro incontro.

Vivida è pure l’impressione che il Venerabile e pluri-condannato maestro mi fece. Lui stava per compiere novant’anni, ma ne dimostrava almeno 15 di meno. La sua villa sui colli d’Arezzo era ancora frequentatissima: prima di incontrarlo attesi parecchio e dopo di me arrivarono altre persone. Forse anche per questo l’uomo sembrava al corrente nei minimi particolari di ogni avvenimento politico e sociale. La sorpresa (e per certi versi la paura) mi colse però quando cercai di capire che cosa fosse per lui la massoneria.

“La massoneria è ordine e gerarchia”, disse tutto di un fiato Gelli prima di lanciarsi non in un semplice elogio della destra, come mi sarei aspettato, ma del fascismo. La sala lunga e stretta dove venni ricevuto assieme al mio accompagnatore – un massone toscano iscritto al Pd, presentatomi da un collega – era piena zeppa di immagini sacre, madonne, cristi in croce, che mi fecero dubitare sulla veridicità della scomunica mossa dalla Chiesa nei confronti dei figli della vedova.

Gelli pareva saper tutto del Vaticano e di quello che accadeva nelle forze dell’ordine. E anche se ebbi la sensazione che volesse impressionarmi condendo i suoi discorsi con decine di nomi accanto ai quali puntualmente citava gli indirizzi delle abitazioni e persone e persino il piano degli edifici dove esse abitavano, alla fine mi convinsi che era ancora molto potente. Del resto stiamo parlando di un uomo scarcerato negli anni 80 perché considerato dai tribunali malato di cuore, in attesa di interventi urgenti alle coronarie, e che invece nei 30 anni successivi ha goduto di un’ottima salute.

Ovviamente discutemmo molto di Berlusconi – mi sono ripromesso di pubblicare prima o poi il tutto in un libro galleria di ritratti – e fu allora, come ho già scritto sulle pagine de Il Fatto Quotidiano, che lui affermò sorridente: “Lo conosco bene, l’ho avuto sette anni in loggia” prima di rivendicare per l’ennesima volta il copyright sul famigerato Piano di Rinascita Democratica che per Gelli il Cavaliere stava tentando con successo di attuare.Terminato l’incontro mi resi conto che qualcosa però non tornava. Berlusconi, stando alle dichiarazioni e i documenti ufficiali, si iscrisse alla P2 nel 1978.

Ma Gelli con me retrodatava di fatto il suo ingresso al 1974: l’anno in cui nascono la Fininvest Ltd Grand Cayman (una strana off shore finanziata dal comparto estero del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi), Telemilano via cavo e in cui anche il boss Vittorio Mangano arriva, poco dopo Dell’Utri, a Villa San Martino ad Arcore. Per questo le sue parole mi sembrarono allora un messaggio calcolato. Una sorta di: “Caro premier (in quel momento Berlusconi era al governo), ricordati che io so e ho le prove”. Una specie di una dimostrazione di forza basata sulla raccolta di informazioni.

Perché in fondo a rileggere la storia della Loggia il potere di Gelli è stato sempre quello della memoria. Grazie ai vertici dei servizi segreti, delle forze dell’ordine, dei maggiori istituti di credito e di buona parte della politica affiliati alla sua organizzazione, il capo della P2 archiviava documenti e notizie. Collezionava dossier la cui esistenza era da sola capace di riportare all’ordine i recalcitranti. Il resto lo facevano i soldi (Gelli come il suo vice Ortolani era diventato grazie all’Ambrosiano, e non solo, un uomo ricchissimo), le relazioni e la sua fama sinistra. Un’aura torbida che nel corso degli anni il Burattinaio ha provveduto personalmente ad alimentare. Anche con tecniche di persuasione inconscia.

Me ne resi conto al momento dei saluti. Gelli abbracciò l’uomo che mi aveva portato da lui (e che non vedeva da 30 anni) e gli chiese dove abitava. Poi ripeté ad alta voce l’indirizzo. Sembrava volerlo memorizzare per poi usarlo in qualche altra conversazione. Dando così l’impressione agli interlocutori di frequentare abitualmente chi, magari, non vedeva da una vita. Un magliaro insomma. Ma potente e, in un Paese di magliari come il nostro, molto pericoloso.

Il presidente Renzi, il babbo e i giudici

Repubblica.it


Ricordo un'intervista a Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, sull'Huffington Post . Era del 2013 e riguardava una bufera piccola perché periferica, piccola perché marginale rispetto a ciò che riguarda il governo centrale. Il sindaco di Napoli Luigi De Magistris voleva che suo fratello Claudio, che aveva costruito la campagna elettorale (è attribuibile a lui lo slogan "scassiamo tutto", versione napoletana della rottamazione renziana) e gli aveva fatto da consulente praticamente gratis, avesse un incarico retribuito e lo voleva alla direzione del Forum delle culture. 

Si levarono scudi contro questa candidatura e a Cantone fu chiesto se si trattava di sciacallaggio o di legittima critica. Rispose che "(gli sciacalli ndr) ci sono, ma non mi permetto assolutamente di annoverare tra questi i media, che registrano fatti e opinioni, favorendo così l'indispensabile controllo da parte dell'opinione pubblica".

Perché ho ricordato questa vicenda? L'ho fatto perché il potere, sempre, deve sottostare a delle regole auree e una di queste, in democrazie avanzate, è costituita dalla accettazione della funzione di controllo svolta dai media. Non è sciacallaggio, non è remare contro, ma è svolgere un'azione fondamentale e doverosa di controllo sulla cosa pubblica; per fare ciò bisogna porre delle domande, magari trovare le risposte per offrirle ai cittadini, perché possano giudicare il governo in maniera consapevole. Non era sciacallaggio parlare del fratello di De Magistris e non lo è chiedere chiarezza sul padre del ministro Boschi.

Lo sciacallaggio lo fa chi come Salvini dà dell'infame a Renzi e gli addossa la colpa del suicidio del pensionato che ha perso i suoi investimenti. Lo fa chi inquina la politica irresponsabilmente con una demagogia violenta e incivile. Lo fa chi crede che porre domande a un esecutivo equivalga a volerlo mandare a casa.

Ieri il premier è tornato ad attaccare i giornali. Sembra non capire che il confronto serve a crescere, a misurarsi, che è il sale della democrazia. Sembra non capire che non bastano i simulacri di confronto quali sono state le imbarazzanti domande concordate della Leopolda. Mentre ascoltavo il lungo discorso del premier che ha chiuso la manifestazione, la mia attenzione è stata catturata da una frase detta con leggerezza, quasi con disattenzione "Quindici mesi fa il mio babbo - ha detto Renzi - è stato indagato e gli è crollato il mondo addosso. La procura ha chiesto l'archiviazione del suo caso, ma lui passerà il suo secondo Natale da indagato. 


Io gli ho detto "zitto e aspetta". Ma lui mi dice che dovremmo passare al contrattacco, io, però, non dirò mezza parola, perché ho fiducia nella giustizia". Non so se ho capito bene - anche se è tutto piuttosto chiaro - ma il premier riferisce che suo padre, per una vicenda giudiziaria personale, avrebbe detto "dovremmo passare al contrattacco". "Dovremmo" chi? Viene da chiedersi. Perché il premier si sente coinvolto nella strategia difensiva di suo padre? A che titolo dovrebbe eventualmente dire quella "mezza parola"? 

E a chi? Nel ruolo di figlio o di presidente del Consiglio? (Ma è poi possibile smettere di essere il presidente del Consiglio per occuparsi, in forma privata, di questioni giudiziarie che riguardano familiari?). E ancora, "passare al contrattacco": contro chi? Non gli viene in mente che nel suo ruolo non può neanche permettersi di scegliere o meno se passare al contrattacco, in risposta a una vicenda privata?

Che cosa può significare questa frase? Che la linea del governo in materia di giustizia la detterebbe Renzi padre? Cos'è questo: un avvertimento o semplici parole in libertà? Sembra che il presidente del Consiglio, desideroso di rispondere con il sorriso, non sia stato in grado di misurare le proprie parole. Oggi, a bocce ferme, ha il dovere di chiarire cosa intendesse e quanto le vicende familiari influiscono sull'azione del suo governo.


SfraGelli d’Italia

La Stampa


Di Licio Gelli ho sempre trovato sconvolgente il divario tra l’enormità della sua influenza e la pochezza della sua cultura. Quando uno immagina il Potere tende a raffigurarsi luoghi inaccessibili solcati da creature eteree e raffinate che decidono le sorti degli altri mettendo intelligenza e competenza al servizio di cinismo e crudeltà. Licio Gelli parlava un italiano da terza elementare, trafficava in affari dozzinali e tesseva trame da operetta in una stanza d’albergo di via Veneto dove riceveva cialtroni e spioni, generali e sensali, complottisti e fancazzisti.

Era un trapezista del nulla, capace di saltare con una capriola dal fascismo all’antifascismo e di infilarsi in tutti i posti dove ci fosse odore di chiuso e non per aprire le finestre, ma per abbassare le serrande. Non esiste mistero italiano da cui non spunti la sua faccia di italiano qualunque, più furbo che intelligente. E questo la dice lunga sulla qualità mediocre che da noi hanno persino i misteri.

Mi sono sempre chiesto come mai il Gotha della politica, dell’amministrazione, del giornalismo e dell’imprenditoria si sia servito o messo al servizio di questo misirizzi di provincia, privo di carisma e capace di mettere insieme un cardinale con un generale, ma non tre frasi di senso compiuto. L’unica risposta possibile è che la nostra classe dirigente di intrallazzoni raccomandati senza spessore vale anche meno di Gelli. Allora come oggi, chi ha talento e passione non ha tempo per tramare e millantare, cioè per acquisire potere. È troppo impegnato a lavorare. 

Berlusconi: "Renzi illegittimo Non siamo in democrazia"


I legami tra Banca Etruria e la famiglia Boschi

La Stampa
gianluca paolucci

 L’ascesa del padre, il decreto del governo e il conflitto d’interessi: domande & risposte

 

Perché e come Maria Elena Boschi è coinvolta nella vicenda del cosiddetto “decreto salva banche”?
 
Il padre del ministro, Pierluigi, faceva parte del consiglio di amministrazione di Banca Etruria. Entrato in consiglio nel 2011, da 2014 era vicepresidente dell’istituto. L’11 febbraio del 2015 l’istituto è stato commissariato dal ministero dell’economia su proposta di Bankitalia e il consiglio è quindi decaduto. Il 22 novembre scorso il consiglio dei ministri ha varato il decreto salva banche, che ha comportato la creazione di una “nuova” Banca Etruria liberata dal peso dei crediti “cattivi”, finiti in sofferenza. Nell’istituto ha lavorato in passato anche il fratello del ministro, Emanuele. Mentre lavora tuttora la moglie dello stesso Emanuele.

C’è un conflitto d’interessi nel governo?
In linea di principio, ci sono ragioni di opportunità politica che rendono quantomeno scivoloso il profilo della vicenda per la Boschi, per la presenza di suoi familiari tra consiglieri e dipendenti della banca. E’ vero peraltro che il commissariamento di febbraio, arrivato a sorpresa, è stato di fatto deciso dal ministero dell’economia e dunque dal governo. Decisione che sicuramente non ha né agevolato né favorito Pierluigi Boschi.

La famiglia Boschi ci ha guadagnato?
Dal punto di vista politico sicuramente no. Dal punto di vista economico, il ministro risultava titolare di un pacchetto di 1500 azioni della banca, il cui valore di circa mille euro è stato azzerato dal decreto. Gli altri familiari, compresi il padre e il fratello, non hanno autorizzato la pubblicazione della propria dichiarazione dei redditi e non è dunque possibile sapere se abbiamo tuttora o avessero in passato azioni o obbligazioni Etruria.

Il padre della Boschi o altri suoi familiari sono direttamente coinvolti nelle indagini?
Al momento né il padre né tantomeno altri familiari risultano indagati nell’inchiesta della procura di Arezzo che coinvolge direttamente invece due ex presidenti e un ex direttore generale. Il padre è destinatario di una sanzione Bankitalia, emessa come esito dell’ispezione conclusa nel 2013. Anche nel filone sui conflitti d’interesse dei consiglieri, che si sarebbero concessi prestiti violando di fatto le previsioni del Testo unico bancario, non risultano a oggi addebiti a carico di Pierluigi Boschi.


I Boschi, una famiglia in banca. E il paese difende il loro silenzio 

La Stampa 

ilario lombardo, francesco maesano

 Una leggina salva gli amministratori degli istituti dissestati



Il sorriso è quello di famiglia. Emanuele Boschi? «Sì sono io. E lei?». Giornalista. Anche la gentilezza del diniego è la stessa della sorella Maria Elena. Sempre sorridendo: «Conosciamo entrambi le conseguenze da qui in poi». «Qui» è la linea del cancello che demarca la proprietà privata.
 
A Laterina si è fatto buio da poco. Il Natale viene annunciato dagli addobbi. Il villino della famiglia Boschi lo conoscono tutti. Si trova in una ex zona industriale. Poche case, tutti vicini e molto amici. Se chiedi, tutti sono molto disponibili a mostrartela. Basta però pronunciare le parole “Banca” ed “Etruria” e tutti rispondono: «Non so nulla». Laterina conta tremila e passa abitanti. Il più famoso ad avere avuto qui i suoi natali è sempre stato Enzo Ghinazzi, in arte Pupo. Fino a un paio di anni fa. Fino a quando Maria Elena Boschi, la figlia di Pier Luigi, ha compiuto la sua ascesa al governo. Nei giorni del grande falò dei risparmi in Etruria, il ministro difende il papà con i denti:

«È una persona perbene, finito sulle cronache solo perché è mio padre». È così. Pier Luigi Boschi è stato vicepresidente di Banca Etruria dal maggio 2014, tre mesi dopo l’ingresso a Palazzo Chigi della figlia. Una tempistica che ha scatenato le opposizioni per il possibile conflitto di interessi, dopo la travagliata vicenda dell’istituto, appena salvato da quello stesso governo di cui è membro Maria Elena. Un intreccio che, alla luce del suicidio del pensionato che ha visto volatilizzarsi 100 mila euro, ha portato anche lo scrittore Roberto Saviano a chiedere le dimissioni del ministro: «Sulle banche c’è un abnorme conflitto di interessi.

Per molto meno abbiamo raccolto firme e siamo scesi in piazza». Il fratello e il papà sostano di fronte alla casa su tre piani. Il signor Boschi non vuole parlare. «No guardi, non rilasciamo interviste» interviene Emanuele. Anche lui, come molti da queste parti, lavorava in Banca Etruria fino a qualche mese fa. L’insistenza non scalfisce padre e figlio. Entrano in casa, poi escono, salgono in auto e vanno via. Papà Boschi ritorna con la moglie, Stefania Agresti, già vicesindaco di Laterina. L’amore per la politica trasmessa alla figlia. Signor Boschi, solo una domanda…? Niente. L’amico e vicino, Martino, concede la solita risposta: «Non so nulla di queste cose, io curo le mie vigne». Poi aggiunge: «A me non mi hanno mica fregato».

Il Paese, insomma, si stringe intorno ai Boschi. Ma la pressione sulla ministra è destinata a crescere. Il cosiddetto “decreto-salvabanche” infatti non prevede la decadenza o la sospensione dei requisiti di onorabilità per gli organi amministrativi e di controllo delle banche in risoluzione, dal momento che la disciplina vigente sull’onorabilità degli amministratori non contempla la procedura di risoluzione. Dunque, allo stato dei fatti, un amministratore o un membro del collegio dei revisori dei conti di Banca Marche, Banca Etruria, Carife e Carichieti, se anche dovesse essere ritenuto responsabile del dissesto del suo istituto, potrà comunque andare a ricoprire ruoli di vertice altrove.

Non solo. Nella legge di stabilità in esame alla Camera manca la previsione di meccanismi che consentano effettivamente a soci e creditori l’esercizio dell’azione di responsabilità, ma è piena di riferimenti al decreto legislativo 180 del 16 novembre 2015. Un testo che costituisce la “cornice normativa” nel quale si inserisce il cosiddetto “salva banche” varato dal Governo. All’articolo 35 del decreto si legge: «L’esercizio dell’azione sociale di responsabilità e di quella dei creditori sociali contro i membri degli organi amministrativi e di controllo e il direttore generale (...), spetta ai commissari speciali sentito il comitato di sorveglianza, previa autorizzazione della Banca d’Italia».

Dunque, senza il benestare dei commissari, del comitato di sorveglianza e di palazzo Koch non si potrà esercitare l’azione di responsabilità.