domenica 20 dicembre 2015

Villaggio di Natale di Montecassino: l’abbazia, le proteste dei polacchi e il contratto per birrificio e ristoro

Corriere della sera
di Alessandro Capponi

Dopo le proteste di Varsavia - che ha perso 1.052 soldati nella battaglia per sfondare la linea Gustav nella II Guerra Mondiale - chiude il discusso mercato

Al centro, con il basco nero, il generale Anders, comandante dei polacchi

 Il contratto parla chiaro, articolo 9, «il canone d’affitto è così determinato»: all’abbazia vanno 15 centesimi per ogni litro di birra venduto, 2,5 euro per ogni pernottamento, un euro per ogni «coperto» e 20 centesimi per ogni biglietto d’ingresso; naturalmente, «per i monaci appartenenti all’abbazia di Montecassino l’ingresso sarà sempre libero». Per spiegare «l’affare» bastano forse le parole usate dalle associazioni che si sono battute per chiudere il «Villaggio di Natale» sorto su un’area che è un pezzo — valoroso e insanguinato — di storia europea: «È come se si mettessero bancarelle sulla sabbia di Omaha Beach, in Normandia». Dopo tante proteste il «Villaggio» chiuderà lunedì: per i successivi quindici anni, però, il progetto andrà avanti. Senza addobbi di Natale ma con birra, coperti e pernottamenti.

L’ambasciata polacca indignata dal mercatino all’Albaneta
Siamo a Montecassino, e l’abbazia è la stessa nella quale la Guardia di finanza, un mese fa, ha sequestrato all’ex abate Pietro Vittorelli la bellezza di mezzo milione, preso dall’8 per mille e speso, forse, in modo non caritatevole. Stavolta, certo, è tutto diverso. L’ambasciata polacca si è «indignata», e nella protesta inviata al ministero degli Esteri ha spiegato che è stata colpita «la dignità del più importante luogo di memoria polacco in Italia». Ma anche «la dignità della storia europea», dicono i ragazzi della zona che si sono battuti per chiudere il «villaggio di Natale» all’Albaneta, sorto dopo l’accordo tra l’abbazia e l’imprenditore Daniele Vittorio Miri. Il quale, dopo giorni passati in «trincea», annuncia che il Mercatino, «che ha rispettato tutte le regole e che dava incassi in beneficienza», chiuderà lunedì «in accordo con l’ambasciatore polacco Tomasz Orlowski». E dopo, cosa accadrà? «Tutto come previsto».
Da gennaio comunque parte l’azienda agricola con punto ristoro
L’Albaneta è territorio «sacro» per molti popoli: dai polacchi, che proprio qui hanno il cimitero dei caduti e i monumenti che ricordano il sacrificio dei loro 1.052 soldati, a tutti quelli che sono morti nei tentativi di sfondare la linea Gustav, sbarramento tedesco nell’Italia centrale. Ed è proprio qui che avevano allestito il Villaggio con la casa di Babbo Natale, animali finti, un cartello per trovare il «bosco incantato». Ma comunque sempre qui, da gennaio, partirà l’affare vero e proprio: con, da contratto, «produzione e commercio di birra artigianale, un’azienda agricola con fini di fattoria didattica, punto di ristoro e alloggio agrituristico».
La figlia del generale Anders si è detta «inorridita»
Il sindaco di Cassino, Giuseppe Petracone, non si dà pace: «Non abbiamo rilasciato alcuna autorizzazione. L’Albaneta è un’area di assoluto pregio storico e naturalistico, sottoposta a vincoli» Gli ettari interessati sono 260: sull’obelisco, alla quota «593», è inciso che i soldati «sono morti per la loro e la nostra libertà». L’altro giorno al cimitero polacco c’era anche la figlia del generale Wladyslaw Anders, Anna Maria, che uscendo si è detta «inorridita» dallo spettacolo circostante. «Ma l’area dedicata alla memoria del popolo polacco ricade, al massimo, per un 20 per cento sul nostro territorio — precisa Miri —. E il progetto futuro prevede la valorizzazione delle antiche masserie. L’accordo con l’abbazia è per 15 anni».
La difesa dell’abate Ogliari: «È solo un equivoco strumentalizzato»
L’abate di Montecassino, Donato Ogliari, ha detto qualche giorno fa che sorgerà un’«agrifarm, non un caseificio» e che le polemiche, per lui, erano frutto di «equivoci, strumentalizzazioni, invidiuzze». Fatto sta che ieri lo stesso abate e l’ambasciatore Tomasz Orlowski hanno deciso di chiudere il villaggio. «Nei prossimi incontri concorderemo con l’ambasciata polacca anche altri aspetti del progetto futuro», garantisce Miri. Quello che, con fattoria e birra, durerà quindici anni: proprio nello stesso territorio, vicino al cimitero polacco e su un pezzo di storia d’Europa, valorosa e insanguinata. 

19 dicembre 2015 | 07:35

La pesca di Pietro

La Stampa
Massimo Gramellini

Ci vorrebbe una sonda capace di entrare nella crapa giuliva dei tanti italiani che sui social network stanno criticando il gesto di Pietro, quel ragazzino di Pavia che ha deciso di rinunciare a una canna da pesca del valore di 150 euro per devolvere la cifra del suo regalo di Natale a un’associazione che si occupa di bimbi africani. Non pago, questo bullo del bene - come tale viene impalato sulla Rete - sta promuovendo una colletta in classe per fornire matite e pennarelli a un compagno appena arrivato dal Camerun che non si può permettere di comprarli.

Ora, uno è liberissimo di infischiarsene dei bimbi africani e dell’album da disegno di un alunno camerunense. È liberissimo persino di non sentirsi toccato dallo slancio di generosità di un ragazzino di seconda media. Ma perché adombrare secondi fini, accusarlo di cercare pubblicità (non è stato lui a divulgare la notizia, tra l’altro) o addirittura di disprezzare gli italiani? Quanto deve essere triste la vita delle persone che reagiscono in questo modo a un gesto spontaneo ed eloquente di condivisione?

Magari sono gli stessi che si lamentano perché il Natale è diventata una festa consumistica, gli stessi che si ergono a fieri custodi della tradizione cristiana. Ma la comparsa del bene - un bene silenzioso che non commenta e non giudica, semplicemente fa - li irrita e li confonde. Come talpe da tastiera intrise di rabbia e paura, che a furia di muoversi al buio considerano un affronto ogni spiraglio di luce. 

Ci vorrebbe una sonda capace di entrare nella crapa giuliva dei tanti italiani che sui social network stanno criticando il gesto di Pietro, quel ragazzino di Pavia che ha deciso di rinunciare a una canna da pesca del valore di 150 euro per devolvere la cifra del suo regalo di Natale a un’associazione che si occupa di bimbi africani. Non pago, questo bullo del bene - come tale viene impalato sulla Rete - sta promuovendo una colletta in classe per fornire matite e pennarelli a un compagno appena arrivato dal Camerun che non si può permettere di comprarli.

Ora, uno è liberissimo di infischiarsene dei bimbi africani e dell’album da disegno di un alunno camerunense. È liberissimo persino di non sentirsi toccato dallo slancio di generosità di un ragazzino di seconda media. Ma perché adombrare secondi fini, accusarlo di cercare pubblicità (non è stato lui a divulgare la notizia, tra l’altro) o addirittura di disprezzare gli italiani? Quanto deve essere triste la vita delle persone che reagiscono in questo modo a un gesto spontaneo ed eloquente di condivisione? Magari sono gli stessi che si lamentano perché il Natale è diventata una festa consumistica, gli stessi che si ergono a fieri custodi della tradizione cristiana. Ma la comparsa del bene - un bene silenzioso che non commenta e non giudica, semplicemente fa - li irrita e li confonde. Come talpe da tastiera intrise di rabbia e paura, che a furia di muoversi al buio considerano un affronto ogni spiraglio di luce.