lunedì 21 dicembre 2015

Vuoi una password sicura? Lancia un dado

La Stampa


Una ragazzina di New York vende password sicure generate tirando un dado. Usa un sistema tanto datato quanto sicuro, facile da capire anche per chi non s’intende di sicurezza informatica. Potete provarci anche voi

 

Mira Modi ha 11 anni, vive a New York, frequenta la prima media. Nel tempo libero genera password tirando un dado e le vende online a 2$ l’una. A dispetto di quel che si potrebbe pensare sono password sicure, probabilmente più della parole di 8 caratteri (magari con due segni speciali e una maiuscola) che avete scelto per l’ultimo servizio online cui vi siete iscritti.

Mira non è una ragazzina qualunque. E’ la figlia di Julia Angwin, giornalista del Wall Street Journal e autrice di Dragnet Nation, libro inchiesta su privacy e sorveglianza di massa. Durante le ricerche per il proprio libro Angwin ha coinvolto la figlia e ha giocato con lei a generare password sicure con il metodo Diceware (da dice, dado in inglese). L’idea di trasformare il gioco in un business online si deve tutto allo spirito imprenditoriale della ragazzina, che ha iniziato a vendere password durante gli eventi di promozione del libro tenuti dalla madre. Dalla vendita diretta alla vendita online il passo è stato breve. “Ho voluto renderla una cosa pubblica, perché non stavo facendo molti soldi,” ha spiegato Mira ad Ars Technica, senza troppi giri di parole. “Ho pensato che sarebbe stato divertente avere un mio sito personale”.  

Il potere di un dado
Il meccanismo usato da Mira è molto semplice: basta tirare un dado a sei facce per cinque volte e generare così un numero composto da 5 cifre. La chiave ottenuta va confrontata con una lista che comprende tutte le possibili combinazioni numeriche ed associa a ciascuna di essa una parola casuale di senso compiuto. L’operazione va ripetuta per cinque o sei volte (o più, se si abbisogna di una password estremamente sicura) per ottenere una frase di accesso.

Il metodo Diceware è noto da decenni e serve a creare frasi di accesso facili da ricordare ma allo stesso tempo difficili da violare. La forza del sistema sta tutta nella semplicità di esecuzione e nella totale casualità garantita dal lancio ripetuto del dado. Anche se la lista è pubblica e liberamente consultabile, è praticamente impossibile risalire ad una password generata in questo modo.

La sicurezza delle frasi di accesso varia a seconda del numero di parole che le compongono. Una frase di sei parole, il minimo perché la password sia considerabile crittograficamente sicura, garantisce una sicurezza ampiamente superiore ad una normale password da otto caratteri casuali, ed è molto più semplice da ricordare.

Chi non vuole correre alcun rischio può aggiungere ancora uno o due termini.
“[Una frase di] sette parole è inviolabile da qualsiasi tecnologia nota, ma potrebbe essere alla portata di grandi organizzazioni verso il 2030,” spiega Arnold G. Reinhold, autore del metodo, nella sezione FAQ del suo sito. “Otto parole dovrebbero essere totalmente sicure fino al 2050.”

Come generare una password  
Se volete provare a generare la vostra frase di accesso sicura procuratevi un dado a sei facce e scaricate la lista delle parole in PDF disponibile con licenza Open Source sul sito di Tarin Gamberini, un ingegnere informatico che cura e ospita sul proprio blog la pagina ufficiale italiana del metodo Diceware. Lanciate il dado per generare tante chiavi quante sono le parole che comporranno la vostra frase sicura, poi confrontatele con la lista. Ci impiegherete meno di 5 minuti e la frase ottenuta sarà, molto probabilmente, più facile da memorizzare dell’accozzaglia di caratteri senza senso che otterreste con un qualsiasi generatore di password.

La frase così ottenuta potrà essere utilizzata per l’accesso a a tutti i servizi che non pongono limiti al numero di caratteri della password. Un numero crescente di servizi online chiede di complicare la parola di accesso con caratteri speciali e almeno una maiuscola. In quel caso, per far sì che la frase rimanga facile da memorizzare, utilizzate caratteri maiuscoli per la prima lettera delle parole e mettete un segno di interpunzione alla fine.

Nonostante l’uso di una frase lunga e densa di parole sia già una misura sufficiente, per garantire una sicurezza totale dei propri account è buona norma attivare l’autenticazione a due passaggi su tutte le piattaforme che la prevedono (quasi tutti i maggiori servizi online). Il secondo fattore di autenticazione, in aggiunta alla password, può essere un SMS verso il vostro numero di telefono o un dispositivo fisico come la Yubikey, una chiavetta USB utilizzata anche da Edward Snowden per garantire la sicurezza delle email scambiate con i giornalisti del Guardian che nel 2013 hanno svelato i programmi di controllo di massa della NSA.


Salva banche – Caro Babbo Natale, hai troppa concorrenza: le richieste le inviano ai ‘babbi’ dei ministri

Il fatto quotidiano


Caro Babbo Natale, non ti offendere, ma quest’anno hai parecchia concorrenza: altri babbi – alla toscana – hanno conquistato la scena, anche loro vestiti di rosso (ma è solo moda, sotto trovi il bianco di Fanfani), anche loro destinatari in questi giorni di molte letterine. Se ti può consolare, a Babbo Boschi e Babbo Renzi scrivono soprattutto gli adulti, non i bimbi, gli raccontano di aver fatto i bravi quest’anno – chi più chi meno –, di aver tirato la cinghia, e chiedono semplicemente di ricevere in regalo la verità, e non qualche “pacco”.

maria elena boschi 675

Sai com’è, sono un po’ stanchi di prese in giro, conflitti d’interesse, favoritismi, fregature, e ora che alcuni di loro si trovano col conto in rosso, hanno perso tutto dopo aver lavorato una vita, vorrebbero almeno la consolazione di non passare per scemi. Taluni, ora che gli è crollato il mondo addosso, riprendono in mano le migliaia di carte incomprensibili che hanno firmato in banca e scrivono ad avvocati e a Babbo Boschi: “Hai fatto di tutto per salvare i miei soldi? Hai pensato a me, non a te stesso e ai tuoi amici: sei una persona perbene, giusto? Dimmi che non hai ricevuto lettere da Bankitalia in cui ti si diceva che l’Etruria era ‘travolta da un degrado irreversibile’ e non hai fatto niente per impedire vendite di titoli rischiosi a noi, piccoli risparmiatori ignari”.

Altri si rivolgono a Babbo Renzi: “Non eri in affari con l’ex presidente dell’Etruria Rosi, ora indagato; non hai mentito sulla tua situazione patrimoniale, vero?”.

Mentre attendono risposte, gli si dice profeticamente: “Le colpe dei padri non ricadano sui figli”. Giusto: i padri trasmettono educazione, soldi, beni (e raccomandazioni), le colpe no. Ma se, poniamo il caso, i figli fossero presidenti del Consiglio o ministri e intervenissero per tamponare le colpe dei babbi senza denunciarle? Non sarebbero anche loro responsabili?

Se ammettono di essere in conflitto d’interessi, uscendo dai Consigli dei ministri che approvano i decreti che riguardano (anche) gli affari paterni, possono davvero poi dire “Non siamo come Berlusconi” (che stava più fuori che dentro)? E se in passato hanno stigmatizzato, giustamente, altri ministri che “dovrebbero dimettersi per non dare l’immagine di un Paese in cui ci sono corsie preferenziali per gli amici degli amici”, poi non dovrebbero farlo pure loro, se c’è anche solo il dubbio di corsie preferenziali per i loro parenti? Babbo Lupi lo fece, la Boschi no.

Caro Babbo Natale, a dire il vero qualche scheletro nell’armadio ce l’hai pure tu: che mi dici degli affari con la Coca Cola? Delle emissioni della slitta? E delle frustate a quelle povere renne? Ma almeno non hai figli che depenalizzano l’evasione nel paradiso fiscale del Polo Nord o ti innalzano l’uso del contante a un milione di euro (e Dio solo sa quanto ne avresti bisogno).

Facciamo così, per quest’anno ti chiedo solo due regali: se incontri qualche Babbo concorrente, invitalo a chiarire subito tutto davanti agli italiani. E poi conservaci Babbo della Patria Cantone: non possiamo permetterci neanche un’influenza, altrimenti chi le tappa le falle?

Un cordiale saluto.

Il Fatto quotidiano, 20 dicembre 2015

Due ragazzi sul motorino, scontro con un’auto: salva da responsabilità la persona trasportata

La Stampa

Brutto scontro tra una vettura e un ciclomotore. Responsabili i conducenti dei veicoli. Salva da ogni addebito la persona trasportata illegittimamente sul ‘due ruote’ (Cassazione, sentenza 25345/15).



Nessun dubbio per i giudici di Appello. Una volta ricostruita la dinamica dell’incidente, emerge la maggiore «colpa» – 70 per cento – dell’automobilista. Non trascurabile, però, la condotta non corretta del giovane alla guida del ciclomotore. Ciò ha legittimato un ricalcolo, in secondo grado, della «somma risarcitoria» a favore del conducente del ‘due ruote’ e della ragazza da lui trasportata come passeggero e considerata esente da responsabilità. Proprio su quest’ultimo particolare, cioè l’assenza di colpe della persona trasportata sul ciclomotore, si sofferma la compagnia assicurativa.

Critiche alla decisione emessa in Appello. Richiamato dalla società il fatto che «il ciclomotore sia stato posto in circolazione con più persone a bordo». Obiezione inutile, però, secondo la Cassazione. Ciò perché la «circolazione» del ciclomotore con «più persone a bordo» non comporta «necessariamente la responsabilità del trasportato». Non regge, in sostanza, la tesi della accettazione dei «rischi della circolazione».

Per i giudici di terzo grado, difatti, questa forma di «abusiva circolazione» non può attribuire in automatico alla «persona trasportata» una «responsabilità» per l’incidente. Per dare solidità a questa prospettiva, difatti, è necessario «l’accertamento» – mancato in questa vicenda – del «contributo causale offerto dal trasportato». Non più discutibile, quindi, il fatto che la donna trasportata sul ciclomotore non sia da ritenere corresponsabile, assieme al conducente, per lo scontro coll’automobile.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Il paradosso delle regole (inesistenti) per i magistrati

Corriere della sera
di Sabino Cassese

 Prima un magistrato siciliano e uno napoletano, ora, per condotta ben diversa e persino autorizzata dal Consiglio superiore della magistratura (incarico non retribuito all’ufficio legislativo della presidenza del Consiglio dei ministri), uno aretino: nell’attesa di rapidi chiarimenti da parte degli inquirenti e del Consiglio superiore della magistratura, questi segni di crisi di alcune parti del sistema giudiziario, complessivamente sano, indicano che c’è un vuoto di regole di condotta. Un vuoto che potrebbe essere riempito da un forte spirito di corpo, da un’etica condivisa dalla maggioranza; o che potrebbe essere colmato da una coraggiosa reazione del Consiglio superiore della magistratura; oppure un vuoto al quale dovrà porre rimedio il legislatore. C’è carenza di regole morali e giuridiche e, dove presenti, sono elementari o rudimentali.

E non basta siglare protocolli di intesa con Cantone, invocando l’Autorità nazionale anticorruzione da mettere per ogni dove. Bisogna rendersi conto che più il sistema giudiziario si sposta verso il centro del potere e il cuore dello Stato, più diventa inaccettabile che i magistrati siano tanto legati ai luoghi dove si esercita il potere, sia la sanità, o l’amministrazione, o la politica, o gli uffici legislativi. Questo è un paradosso di cui il corpo dei magistrati dovrebbe rendersi conto: più essi parlano al popolo e all’opinione pubblica in nome della giustizia, più forte diventa il bisogno che la loro legittimazione discenda dalla loro indipendenza e imparzialità. 

Un altro paradosso è questo. Grazie a leggi che hanno affidato la loro attuazione all’Autorità garante della concorrenza e del mercato e all’Autorità nazionale anticorruzione, il personale politico e il personale amministrativo è ora stretto da norme talora eccessivamente severe in materia di incandidabilità, conflitti di interesse, incompatibilità, incarichi esterni, altre regole di condotta miranti ad assicurare l’imparzialità dello Stato. I magistrati, quelli ai quali spetta il potere ultimo, quelli che possono decidere della dignità e della libertà delle persone, quelli che possono mettere alla gogna e talora tenere alla gogna per anni indagati, sono invece immuni da queste norme di condotta. 

Conosco l’obiezione: anche i magistrati vivono in una società, hanno famiglia, fanno parte di gruppi, associazioni, comitati di volontari, sono depositari di saperi specialistici, non possono recidere tutti i legami con il mondo circostante. Ma a speciali poteri debbono corrispondere doveri particolari di astenersi, di isolarsi, di evitare rapporti. La Corte costituzionale l’ha detto a chiare lettere, sia in termini generali, sia quando si è trattato di salvaguardare stipendi e pensioni dei magistrati dai tagli disposti dal Parlamento. Per la loro posizione, i magistrati non debbono essere costretti a negoziare con il governo il loro trattamento economico. 

Ma proprio perché non debbono essere costretti ad agire come gruppo di pressione a difesa del loro trattamento economico, essi debbono astenersi da rapporti che possano stabilire legami, o dare il segno esterno di legami in conflitto con la loro funzione imparziale e indipendente. Per questi motivi sono urgenti interventi moralizzatori, non quelli sanzionatori, ma quelli preventivi, che fissino regole chiare sulla partecipazione, in generale, dei magistrati alla vita pubblica, sui conflitti di interesse, sulle incompatibilità, sugli obblighi di astenersi, sulle incandidabilità, sugli incarichi esterni. In una parola, c’è bisogno anche e soprattutto per i magistrati di quelle «regole dell’onestà» che essi fanno valere ogni giorno nei confronti di tanti cittadini. 

21 dicembre 2015 (modifica il 21 dicembre 2015 | 09:07)

Misericordia per il prete pedofilo?

Nino Spirlì

 

 1

Eh, già! Deve proprio essersi preso la faccia a schiaffi, come si dice dalle mie parti, Papa Bergoglio, quando gli hanno dato la notizia dell’ennesimo arresto di un prete colto in flagrante atto di pedofilia nella diocesi di Oppido Mamertina Palmi. Si sarà detto “Mò la chiudo, sta baracca! Jè do foco e, poi, ne faccio una ex novo. Riparto da San Michele Arcangelo e dalla sua spada di fuoco”

E non farebbe male! Perché qui ci sta diventando difficile essere cattolici. Non cristiani, ma cattolici. Essere Cristiani è una virtù che condividiamo con qualche miliardata di altri abitanti del pianeta. Ma il battesimo cattolico comincia a diventare faticoso da indossare. Anche perché, il pesce – come definirlo, se non col primo simbolo? – puzza già dalle branchie… Grandi papi, negli ultimi cento anni, certo! Ma, già al primo livello sotto la papalina bianca, pessimi cardinali, e, a scendere, orridi vescovi, monsignori da dimenticare, preti da prendere a vergate mille volte al giorno, diaconi chiacchierati, chierichetti col cellulare in mano, fedeli alla carlona…

4

Sì, sì, già qualcuno mi sta scrivendo di Madre Teresa, Padre Pio, i missionari, i preti di trincea (quelli, poi…), le monache degli ultimi… E che, non lo so? Ma quella non è una vocazione speciale:

QUELLO LO DEVONO FARE, SE LA CHIAMATA L’HANNO SENTITA VERAMENTE!!!
Smettiamola di rendere santo chi santo non è! La chiamata è il primo passo verso la “dedicazione di sé” a Dio. Quasi come un tempio. Poi ci sono gli impegni, gli studi, le promesse, le regole! O la porta. Quella d’uscita!

Troppo semplice  fare i propri porci comodi, imbacuccati nella tonaca santa (quella sì)! Troppo facile svuotare il cestino delle offerte in tasca e volare al più vicino videopoker; accaparrarsi l’otto per mille e smignottare in giro per il mondo in compagnia di ragazzoni oliati o stragnocche tutte tacchi e mignotteria, mentre chi l’ha donato, quel maledetto otto per mille, pensava ai più poveri fra i poveri; usare le chiese, le sagrestie, i seminari, i conventi come stanze di bordello. Troppo comodo!

Troppo comodo anche barricarsi dietro al silenzio delle stanze del potere ecclesiastico e aspettare che passi l’ennesima buriana.

Troppo comodo far finta che i preti di paese non stiano usando l’ambone non per spiegare la Parola, ma per beceri comizi mafioelettorali.

Troppo comodo tacere sull’uso spregiudicato degli alimenti che si dovrebbero distribuire ai poveri, e che, invece, ingrassano le tavole dei distributori.

Troppo comodo peccare come indemoniati e sentirsi protetti perché il Papa è a Roma ed è imprigionato nelle sue stanze, mentre i suoi carcerieri sono “amici miei”.

Che cazzo di religione è questa?

Per questa fede sono morti milioni di martiri in questi 2016 anni?

Per questi infami s’è fatto crocifiggere Dio?

Per questa lascivia a bordo d’altare Maria deve stendere il dolce Manto della Misericordia?

1

La Misericordia è Virtù divina, e l’uomo non può nemmeno sfiorarla. All’uomo è dato pregare perché Dio sia misericordioso.

Ma, sinceramente, io non prego per i preti pedofili, perché penso ai bambini violati. Non prego per chi ruba ai poveri, perché penso ai poveri. Non prego per chi mangia il pane degli affamati, perché penso agli affamati.

Non prego nemmeno per me. Perché so di avere molta strada da percorrere.

Prego per mia Madre. Perché sia sempre felice di esserlo, Madre. Prego per mio Padre, perché sappia che lo tengo vivo, qui, con me. Prego per i miei Cari, perché la preghiera di un uomo in cammino vale mille e mille, dicono, rispetto a quella di un grasso monaco o di un ricco prete.
Prego anche per dire a Dio che credo in Lui. Qualunque Cosa sia. Ovunque sia. E se mai sia.
Nel dubbio, credo, fra me e me.

Prete accusato di pedofilia, il giudice: "Vescovo lo ha coperto"

La repubblica.it


Dall'indagine sull'arresto di don Antonello Tropea, parroco di una chiesa di Oppido Mamertina in provincia di Reggio Calabria, risulta che il suo superiore non ha preso provvedimenti e gli avrebbe consigliato di "evitare di parlare con i carabinieri"

 Prete accusato di pedofilia, il giudice: "Vescovo lo ha coperto"
 Il vescovo Francesco Milito (foto Adriana Sapone)

 Al SUO prete, accusato dai parrocchiani di omosessualità e pedofilia, il vescovo consigliava di "evitare di parlare con i carabinieri" perché loro avrebbero potuto redigere un promemoria con il rischio di "far degenerare le cose". E anche quando il sacerdote è stato formalmente indagato per adescamento di minorenni e pedopornografia, il presule non ha preso provvedimenti e avrebbe consigliato "di continuare a fare le cose che faceva prima".

L'ACCUSA DI COPRIRE IL SACERDOTE. L'ordinanza con la quale Antonio Scortecci, giudice per le indagini preliminari di Reggio Calabria, ha disposto l'arresto per don Antonello Tropea, 44 anni, parroco della piccola chiesa della frazione Messignadi di Oppido Mamertina, dedica un passaggio anche a monsignor Francesco Milito, che della diocesi di Oppido-Palmi è il vescovo, oltre che il vicepresidente della Conferenza episcopale calabra. 


Il prelato non è indagato, ma secondo quanto si legge nelle carte, pubblicate in anteprima dal sito Il Dispaccio, avrebbe coperto il suo prete senza adottare "provvedimenti cautelativi né di minima verifica delle accuse rivolte all'indagato". È per questo che il giudice non si fida del presule. E nel rigettare l'ipotesi degli arresti domiciliari per don Antonello, aggiunge che "neppure sarebbe tranquillizzante" se a trovare un altro luogo nel quale far scontare la detenzione fosse il vescovo che ha avuto "atteggiamenti particolarmente prudenti e conservativi dello status quo, dando pieno credito alla versione negatoria dello stesso accusato".

IL DIALOGO INTERCETTATO. Le venti pagine che ricostruiscono la doppia vita di Antonello Tropea  -  che di giorno faceva il parroco e di notte frequentava le chat per organizzare incontri omosessuali a pagamento con minorenni  -  si concludono proprio con un'intercettazione di una conversazione tra il prete e Milito, avvenuta il 7 agosto scorso. "Lascia perdere riguardo la lettera che hanno fatto sta storia che hanno fermato i bambini", dice il vescovo che aggiunge: "La cosa gravissima non è, è questo pettegolume di suore. Tu piomba subito e glielo puoi dire, io mi sono incontrato col vescovo, il vescovo c'è rimasto proprio...(incompr) quanto il fatto che le suore siano andate a riferire a M. la battuta del prete".

LE INDAGINI DEI CARABINIERI. Il riferimento era ad una donna, ritenuta da don Antonello l'autrice di una lettera anonima che denunciava alla curia di Oppido-Palmi gli incontri omosessuali del parroco: il sacerdote, infuriato, aveva parlato di lei durante una cena alla quale erano presenti alcune religiose. Le voci sulle torbide attività del parroco in realtà erano piuttosto diffuse, tanto che il sacerdote si era già trovato a discuterne con Milito durante un incontro nel mese di luglio. Era stato in quell'occasione che il vescovo gli aveva consigliato di non parlarne con i carabinieri. 


Ma la Squadra Mobile di Reggio Calabria stava già ricostruendo gli adescamenti del prete. Le indagini erano partite dopo che una pattuglia lo aveva trovato in auto con un minorenne in un luogo appartato. L'atteggiamento di don Antonello, che aveva dichiarato di essere un insegnante di educazione fisica, e alcuni oggetti ritrovati in uno zaino avevano insospettito gli agenti. Due mesi di intercettazioni, le testimonianze delle vittime e l'analisi dei dispositivi informatici sequestrati hanno permesso di accertare che non si era trattato di un episodio isolato. Di ragazzi, don Antonello ne aveva adescato altri. E, secondo il magistrato, era al corrente della loro età.

GLI ADESCAMENTI SU GRINDER. Lo strumento che il sacerdote usava per individuare i giovani con i quali consumare gli atti sessuali a pagamento era Grinder, un social network noto negli ambienti omosessuali. Don Antonello si presentava con il nome di Nicola, lo stesso del patrono della sua parrocchia, San Nicola di Mira. L'approccio era esplicito e gli incontri avvenivano in auto, anche se i poliziotti hanno documentato che persino la canonica era diventata alcova per il prete.

LA LINEA DURA DEL VATICANO. Una condotta sulla quale il vescovo non ha voluto indagare. Parlando con un amico, don Antonello sembrava quasi sorpreso che nemmeno dopo la perquisizione e l'avviso di garanzia monsignor Milito abbia ritenuto di sospenderlo. Proprio questa posizione della curia potrebbe però richiamare l'attenzione del Vaticano, dove Benedetto XVI ha fatto promuovere nel 2010 durissime linee guida contro la pedofilia applicate in modo ferreo anche da papa Francesco. 


Il pontefice argentino ha pure istituito un tribunale specifico e introdotto il reato di abuso d'ufficio episcopale, arrivando a rimuovere i presuli per i quali sia riconosciuto che non hanno dato adeguato seguito alle denunce di abusi. E in una lettera del febbraio scorso, affidava ai vescovi e ai superiori degli ordini religiosi "il compito di verificare che nelle parrocchie e nelle altre istituzioni della Chiesa venga garantita la sicurezza dei minori e degli adulti vulnerabili", affermando che non potrà "venire accordata priorità ad altro tipo di considerazioni, di qualunque natura esse siano, come ad esempio il desiderio di evitare lo scandalo, poiché non c'è assolutamente posto nel ministero per coloro che abusano dei minori".

Vaticano: a proposito della finta donazione del cardinal Bertone

Il Fatto quotidiano


- Sacerdote
Sig. cardinale Tarcisio Pietro Evasio Bertone,

che lei sia inadeguato ai ruoli e compiti che ha svolto è davanti agli occhi di tutti: a Genova dove non lasciò alcuna traccia significativa, ma scelse come plenipotenziario del Galliera, il prof. Giuseppe Profiti, al centro di ogni ben di Dio; da segretario di Stato dove ha distrutto la credibilità della Chiesa universale con la sua incapacità di governo, privo di qualsiasi discernimento, ma dedito a costruire una rete di fedelissimi per perpetuare il suo potere anche da pensionato e da morto; infine da cardinale in pensione con il miserevole attico di 296 mq dove vive con tre suore e magari si rilassa, giocando a golf negli appropriati corridoi.

tarcisio bertone 675.jpg

Leggo sui giornali che lei ha deciso «ex abundantia cordis» di donare all’ospedale Bambin Gesù un contributo di 150mila euro, attinti come da lei dichiarato, dai «miei risparmi e dai vari contributi di beneficenza ricevuti negli anni per finalità caritative». Mi faccia capire perché c’è qualcosa che non quadra. Non sto a questionare sul fatto che la ristrutturazione è costata € 300mila, di cui 200mila pagati dalla fondazione Bambin Gesù.

Mi lascia esterrefatto la notizia che lei ha preso questi soldi «dai vari contributi di beneficenza ricevuti negli anni per finalità caritative», cioè non per lei, ma perché lei li desse per gli scopi per cui li ha ricevuti o, genericamente, per opere di carità. Invece lei dice che attinge da questi «vari contributi di beneficenza ricevuti negli anni» per pagare il suo appartamento. Non solo, ma lei parla di «vari anni», lasciando intendere un solo senso: lei ha trattenuto per anni contributi ricevuti per beneficenza. Mi perdoni, quando pensava di darli in beneficenza, alla sua morte per testamento?

Il buco che lei vuol coprire risulta più grande della toppa che cerca disperatamente di metterci su senza riuscirci perché la sua maldestra difesa aggrava ancora di più la sua posizione che l’espone, per le sue stesse parole, al ludibrio della gente perbene che vede nei suoi comportamenti una miserabile attitudine alla superficialità che è colpa ancora più grande della delinquenza di persone come lei che dicono di volere rappresentare quel Dio che accusa chi veste di porpora di essere soci della casta del potere. Non solo lei ha trattenuto nel suo conto personale denari ricevuti per beneficenza, ma li ha anche trattenuti per «vari anni», lucrando magari sugli interessi che dalle parti dello Ior, gestito da suoi uomini e da lei stesso, potrebbero essere stati più che generosi.

Lei ha rubato due volte ai poveri: la prima volta trattenendo questi denari non suoi e la seconda volta facendosi bello con l’ospedale «Bambin Gesù» dando soldi non suoi, ma quelli della beneficenza che non ha donato negli anni passati. In ultima analisi, poiché è il totale che fa la somma (copyright Totò), lei non sborsa nulla di tasca sua, ma paga tutto sempre con denaro di beneficenza. Complimenti, esimio cardinale!

La rovina dei preti sono sempre i soldi. Per questo sproloquiate di celibato perché così siete più liberi di amare «mammona iniquitatis», fornicando giorno e notte senza essere visti da alcuno. Se il tempo che dedicate a difendere il celibato dei preti, che solo pochi rispettano (e lei lo sa perfettamente!) o a condannare i gay laici – visto che preti, vescovi, monsignori e cardinali lo sono ad abundantiam – o a sproloquiare di separati e divorziati, di cui non sapete nulla, lo dedicaste a proibire ai preti di gestire denaro, fareste una cosa preziosa per il mondo e per la Chiesa. Sicuramente due terzi del clero lascerebbe la Chiesa, ma con il terzo che resta e con l’aiuto dei preti ridotti allo stato laicale perché sposati, ripresi in servizio, saremmo capaci di rivoluzionare il mondo, oltre che il Vaticano, covo di malaffare e di depravazione senza misura.

Tanti anni fa, quando era potente, io la ripudiai pubblicamente insieme al suo amico e sodale Berlusconi, da cui lei – o lui da lei? – «prese lo bello stile che le ha fatto (dis)onore» e oggi sono contento di avere visto lungo e giusto. Lei mente dicendo di essere salesiano; se lo fosse veramente, avrebbe agito come il cardinale Carlo Maria Martini, il quale, date le dimissioni, si è ritirato in una casa di gesuiti abitando in una stanza 6×4 con letto, tavolo, armadio, servizi e un assistente personale perché malato, partecipando alla vita comunitaria da cui proveniva.

Scegliendo di accorpare due appartamenti con i soldi della beneficenza, lei ha dimostrato non solo di non credere in Dio, ma di dare un pugno nello stomaco a Papa Francesco che sta provando a dire ai cardinali, ai vescovi e ai preti che c’è anche un piccolo libretto che si chiama Vangelo. A lei, di sicuro non interessa, perché come i fatti dimostrano, lei legge solo «Gli Attici degli Apostoli».
Con profonda disistima perché la conosco dai tempi di Genova, senza rimpianti.

Porte chiuse agli immigrati: la solidarietà flop delle parrocchie

Repubblica.it


A tre mesi dall'appello di Papa Francesco solo poche centinaia di letti per i profughi

 PARMA. Viene subito in mente - sarà colpa delle luminarie - la poesia di Guido Gozzano. "La neve. Ecco una stalla. Un po' ci scalderanno quell'asino e quel bue...". Difficile, per Giuseppe e Maria, trovare un rifugio per la nascita di Gesù. Difficile - anche in questi giorni di nenie e presepi - per le famiglie di migranti trovare quell'ospitalità chiesta con forza - più di cento giorni fa, il 6 settembre - da Papa Francesco. "Ogni parrocchia - disse il pontefice all'Angelus - accolga una famiglia". Non esiste un censimento ufficiale ma bastano pochi numeri per raccontare come sia stato e sia difficile, nelle 25.000 parrocchie italiane, rispondere all'appello. 

A Roma città (334 parrocchie) entro la fine di gennaio saranno accolti 170 migranti. A Milano (1.000 parrocchie perché la diocesi comprende anche Brianza, Lecco e Varese) sono a disposizione - o lo saranno presto - 400 posti letto. A Bologna su 416 parrocchie soltanto quattro hanno dichiarato la loro disponibilità. Assieme a cinque privati, due comunità religiose e due altri enti, nell'arcidiocesi bolognese sono offerti in tutto 30 posti letto. E nella quasi totalità dei casi l'accoglienza viene finanziata con i contributi delle prefetture.

Maria Cecilia Scaffardi, direttrice della Caritas di Parma, ammette le difficoltà ma ringrazia comunque il Papa. "Francesco ci ha obbligati a riflettere e ha messo in moto un grande processo di apertura. Anche noi ci siamo impegnati: una decina di parrocchie su 350 (che sono state accorpate in 56 "nuove parrocchie") ci hanno detto che possono ospitare una famiglia di immigrati. Due di queste parrocchie comunque hanno deciso di accogliere famiglie italiane che erano state sfrattate. Per accogliere bene - questo il motivo del ritardo - non basta il buon cuore: serve professionalità. Non si tratta solo di trovare un appartamento o una canonica. Servono persone capaci di guardare negli occhi le altre persone. Se pensi solo a un tetto e a un letto, rischi di trasformare l'accoglienza in un concentrato di esclusione".


Quando zio Raimondo è morto la televisione si accendeva da sola"


Quella smania di pubblicare i libri ripudiati dagli autori


Il paradosso della “Coalizione sunnita” contro il terrorismo

Giovanni Giacalone

 

L’Arabia Saudita crea una “Coalizione anti-terrorismo” tutta sunnita, composta da trentaquattro paesi, con l’obiettivo di combattere il terrorismo jihadista in Iraq, Siria, Libia, Egitto, Afghanistan e Nigeria. Sono esclusi dal “patto” i paesi sciiti e non è certo una casualità, visto che l’alleanza sembra più che altro avere l’obiettivo di contrastare l’ “asse sciita” (Iran-Iraq-Siria e Hizbullah) alleato di Mosca e i curdi, attivi nell’ area siriana e irachena.

Una situazione paradossale visto e considerato che sono stati proprio gli sciiti e i curdi ad aver fatto di più nella lotta contro gruppi jihadisti di matrice sunnita-wahhabita come Isis e Jabhat al-Nusra.
Vale la pena mettere in evidenza che il Regno Saudita, più volte accusato di finanziare gruppi jihadisti non soltanto in Siria e Iraq, ma anche a livello globale, è da sempre estremamente attivo nell’ “esportazione” dell’ideologia wahhabita, con particolare attenzione a Balcani, Caucaso e Asia centrale. Quell’ideologia wahhabita che pone le fondamenta per le azioni di gruppi come l’Emirato del Caucaso e Jabhat al-Nusra.

Militant Islamist fighters wave flags as they take part in a military parade along the streets of Syria's northern Raqqa province

Diversi estremisti filo-Isis collegati a casi italiani hanno avuto rapporti stretti con l’Arabia Saudita, come Mariglen Dervishllari, cognato del marito di Maria Giulia Sergio. Dervishllari, morto in Siria mentre combatteva nelle file dei jihadisti, aveva studiato all’Università Islamica di Medina e aveva messo in contatto la Sergio e Aldo Kobuzi con una delle principali reti di reclutamento in Albania, quella guidata da Genci Balla e Bujar Hysa, attualmente sotto processo a Tirana.

C’è poi il caso di Bushra Haik, propagandista dell’Isis legata a Maria Giulia Sergio, che teneva “corsi di Islam” su Skype e attualmente latitante in Arabia Saudita. Secondo il King’s College London’s International Centre for the Study of Radicalisation, l’Arabia Saudita è il secondo paese, dopo la Tunisia, in quanto a foreign fighters, con stime che vanno dai 1500 ai 2500 .

C’è poi il Qatar, principale sponsor dei Fratelli Musulmani assieme alla Turchia di Erdogan, quest’ultima a sua volta più volte presa in castagna mentre inviava carichi di armi ai jihadisti in Siria. Paradossalmente però i Fratelli Musulmani sono stati inseriti nella lista delle organizzazioni terroriste nel 2014 proprio da Arabia Saudita, oltre che da Egitto ed Emirati Arabi (anche questi ultimi due sono membri dell’ “alleanza” guidata dai sauditi). Cosa ancor più curiosa, i Fratelli Musulmani vennero bollati come terroristi ben prima del 2014 da Russia e Siria alawita, paesi esclusi dal “Patto sunnita-saudita” e con interessi non proprio convergenti col mondo sunnita.

E’ evidente che la nuova “Alleanza” ha ben poco a che vedere con la lotta al terrorismo; l’obiettivo è chiaro: contrastare l’intervento russo in appoggio ad Assad e l’influenza militare iraniana in Siria e nel sud dell’Iraq. Mettendo da parte il discorso sul fatto che non esiste una definizione universalmente condivisa per quanto riguarda il termine “terrorismo” (nemmeno tra americani e israeliani), come ci si può aspettare un’efficace lotta al terrorismo da parte di una coalizione così controversa, non in grado di definire quali sono i gruppi terroristi da combattere all’interno del loro stesso mondo sunnita?

Ladri nel locale, i carabinieri: "Niente auto, non interveniamo"





Hanno subito tre furti in pochi mesi, nella loro trattoria a Mirasole di San Benedetto Po.
L'ultimo caso, ieri sera, i ladri si sono portati via tutti i viveri che i proprietari avrebbero usato per i cenoni di Natale e San Silvestro.

La cosa assurda, però, come racconta la Gazzetta di Mantova, è un'altra. Ovvero la risposta che i carabinieri hanno dato al proprietario del locale quando ha alzato la cornetta per chiamare il 112: "Quando è scattato di notte l’allarme, ho chiamato il 112 – ha spiegato –. Loro mi hanno detto che non avevano auto a disposizione e che, in pratica, dovevo arrangiarmi prima da solo per capire se c’erano ladri nel locale. Ma perché avrei dovuto rischiare io la vita?".

Quando alle 3 di notte è scattato l'allarme del locale, l'uomo si veste e raggiunge da casa il ristorante in macchina. "Ho illuminato con i fari il locale – dice alla Gazzetta – ed ho chiamato il 112 perché l’allarme scatta solo in caso di intrusione. La risposta, che mi immagino sia registrata, mi ha deluso come cittadino. Perché paghiamo le forze dell’ordine se poi dobbiamo rischiare la vita noi? Cosa facevo io da solo, di notte, disarmato, se incontravo dei malviventi che perdevano la testa?

Chiamerò il prefetto per raccontare la mia esperienza, sperando di ricevere perlomeno solidarietà".
Quando poi la mattina successiva è tornato al ristorante ha trovato il frigorifero depredato. Ben 4mila euro di danni. E l'amara conclusione: "Ho dovuto chiamare i clienti e disdire – conclude con rammarico il proprietario –. Al momento non me la sento. Certo sono assicurato, ma è la terza volta da luglio e questo lascia il segno".

Non dimentichiamo la lezione delle invasioni barbariche


Boschi, bugia e omissioni