domenica 31 gennaio 2016

Mondiali di ciclocross: scoperta una bici a motore, subito espulsa la giovane belga Van Den Driessche

La Stampa
giorgio viberti

Dopo i numerosi sospetti degli ultimi anni, è la prima volta che la Federazione ciclistica internazionale riesce ad accertare e smascherare un caso di “doping tecnologico”


La diciannovenne belga Femke Van Den Driessche è stata smascherata ai Mondiali 2016 di ciclocross

Il sospetto era nato già qualche anno fa, poi però la maggioranza degli addetti ai lavori aveva gettato acqua sul fuoco: «Macché bici a motore, nel ciclismo professionistico non esistono!». Ieri invece il dubbio è diventato certezza, perché nei Mondiali di ciclocross a Zolder, in Belgio, gli ispettori della Federciclismo Internazionale (Uci) hanno trovato un marchingegno irregolare nella bicicletta di una ragazza under 23. Subito la bici è stata sequestrata ed è scattata l’espulsione della diciannovenne belga Femke Van Den Driessche, tra l’altro laureatasi lo scorso novembre campionessa europea Women Youth e una delle favorite della gara di ieri. 

La scoperta del sofisticato sistema a motore è stata possibile grazie alle nuove tecnologie in possesso dell’Uci, che ha controllato le bici prima del via ed è poi riuscita nei box ad accertare il tentativo di truffa. La Van Den Driessche ora potrebbe essere accusata di «frode tecnologica» in base a una norma introdotta solo lo scorso anno nel regolamento Uci. Le sanzioni prevedono l’esclusione dall’ordine d’arrivo, la squalifica per un periodo minimo di 6 mesi, una multa dai 19 mila a 192 mila euro e sanzioni pecuniarie anche più pesanti per la squadra di appartenenza (fino a un milione di franchi svizzeri). Curiosamente la Van Den Driessche a Zolder è stata smascherata nonostante non sia riuscita a concludere la prova iridata. 

I sospetti sull’uso di biciclette a motore anche nel ciclismo di vertice erano cominciati a rimbalzare in gruppo dopo alcune prestazioni giudicate sospette nei primi Anni 2000. Secondo le testimonianze anonime di alcuni corridori, pare che in gruppo ne circolino appunto da almeno 15 anni. Ed è quanto sostiene anche chi queste bici a motore le costruisce, l’ingegnere ungherese Istvan Varjas. In effetti le performance dello svizzero Fabian Cancellara al Giro delle Fiandre e nella Parigi-Roubaix del 2010 e quella del canadese Ryder Hesjedal nella Vuelta di Spagna 2014, tanto per fare solo qualche esempio, avevano destato non pochi sospetti, così come i sempre più frequenti cambi di bici in gara, soprattutto nella grandi corse a tappe. 

Non a caso l’Uci di recente ha spesso provveduto alla fine delle corse più importanti al temporaneo sequestro, con successivo controllo, delle bici dei primi classificati. Fino a questo Mondiale di ciclocross non era mai stato accertato un caso di «positività», ma la bici truccata della Van Den Driessche apre ora scenari imprevedibili. Del resto questi famigerati e sempre più sofisticati motorini sono difficili da trovare: piccoli come una chiavetta usb, con autonomia di 30 minuti a 600 watt, sono anche leggeri (max 1 kg), silenziosi e poco costosi (100-150 euro). Pare che alcuni si possano addirittura collegare ai cardiofrequenzimetri dei corridori, attivandosi automaticamente se il battito cardiaco supera certi limiti. «Il problema è molto serio» ha confermato di recente Brian Cookson, presidente dell’Uci. E se lo dice lui....

Libia, misterioso cecchino semina il panico tra i jihadisti: tre leader del Califfato uccisi in 10 giorni

Il Messaggero
di Federica Macagnone



Non ha un nome, non ha un volto ma sta diffondendo speranza tra gli abitanti della flagellata città di Sirte, in Libia, in mano agli uomini del Califfato dalla scorsa estate. L'uomo dall'identità misteriosa, e sul quale sui social media si è scatenato un gran dibattito farcito di speculazioni e ipotesi, è un cecchino che pare stia seminando il panico tra i vertici dell'Isis: in soli 10 giorni, nella città natale di Muammar Gheddafi, sono stati uccisi tre uomini con ruoli di spicco all'interno dello Stato Islamico. Tutti uccisi dall'alto, tutti ammazzati con un solo proiettile mortale.

Il primo leader a perdere la vita è stato, come riporta Libya Prospect, Hamad Abdel Hady, conosciuto con il nome di Abu Anas Al-Muhajer, un cittadino sudanese ucciso il 13 gennaio appena fuori da un ospedale: era un funzionario del tribunale dello Stato Islamico che, attraverso l'imposizione della Sharia, aveva seminato terrore e morte.

Il secondo a essere ucciso è stato, il 19 gennaio, Abu Mohammed Dernawi, ammazzato anche lui dal cecchino vicino alla sua casa. L'ultima morte attribuita all'uomo misterioso risale al 23 gennaio: a cadere è stato Abdullah Hamad al Ansari, comandante nella città meridionale di Obari, ucciso mentre usciva da una moschea nel centro della città di Sirte.

Gli omicidi hanno seminato il panico tra le forze dell'Isis in città, che hanno effettuato una serie di arresti ed esecuzioni nel tentativo di rintracciare il colpevole. Un testimone oculare ha detto al sito al-Wasat: «La preoccupazione si è insinuata tra i terroristi dopo l'uccisione di Hady. Dopo la sua morte hanno iniziato a sparare in aria per spaventare gli abitanti durante la ricerca del cecchino».

L'operato di quello che è stato ribattezzato “Daesh hunter” non può essere considerato, però, l'inizio di una campagna contro i combattenti Isis in città che, dalla scorsa estate, impongono il regime del terrore con regole rigide, esecuzioni e decapitazioni in pubblico. Tuttavia, come riferisce Libya Herald, il cecchino sta infiammando i social che iniziano a vedere l'uomo misterioso come «un eroe per coloro che vivono sotto il controllo del gruppo terroristico».

E così, mentre i leader del Califfato iniziano a temere questa presenza, il web si infervora per dargli – sempre che si tratti di una sola persona - un'identità: c'è chi dice si tratti di un cecchino che abbia affinato le sue abilità durante la rivolta contro il colonnello Gheddafi, mentre c'è chi crede si tratti di un miliziano anti-Isis della vicina città di Misurata. C'è chi poi sogna l'intrigo internazionale, pensando al misterioso uomo come un soldato americano delle forze speciali che si trova nella regione per raccogliere informazioni. In mancanza di notizie certe, ciò che rimane è la speranza degli abitanti infelici di una città martoriata dai jihadisti.

Sabato 30 Gennaio 2016, 12:47 - Ultimo aggiornamento: 14:49

Quei gay in piazza al Family Day: “Se ci scoprono siamo fregati”

La Stampa
 francesco olivo

Sull’app di incontri per omosessuali decine di messaggi: «Sono venuto con la parrocchia»



«Mamma e papà, sennò è sbagliato» recitano gli striscioni del Family Day. «Il sesso non è un piacere», gridano al microfono. A 49 metri dal palco, però, l’utente Robin si connette su Grindr, la chat per gli incontri gay, e ci contatta: «Anche tu qui?». I comizi vanno avanti: «Noi non siamo una lobby come quegli altri». «Quegli altri» sarebbero gli omosessuali, evocati spesso in toni poco gentili da queste parti, i quali, però, hanno contribuito a riempire il Circo Massimo. Lo dimostrano le centinaia di utenti dell’applicazione per smartphone, che grazie alla geolocalizzazione mette in contatto gli iscritti, indicando la distanza tra loro.

La connessione, vista la folla, è difficile, ma appena torna il segnale, arrivano decine di notifiche. Alcuni nel profilo mettono la foto del volto, altri esibiscono i pettorali, altri preferiscono un’immagine stilizzata. L’anonimato è totale, ma l’indicatore della distanza non lascia dubbi: al Family Day gli iscritti a Grindr sono da tutti i lati, alcuni confessano di aver dimenticato di disattivare la chat, altri si connettono consapevolmente. Mentre gli slogan si levano al cielo, «A noi la battaglia, a Dio la gloria», Andrea Bmc ci manda un messaggio privato: «Sei nel lato destro del palco?» e poi: «Se ci beccano siamo fritti».

Il 39enne Biz, 86 metri da noi, scrive: «Sei da solo o in compagnia? Io sono venuto con il gruppo della parrocchia a Roma, difficile vedersi». L’utente Grindr Joy confessa qualche imbarazzo: «Non è il posto giusto per incontrarci». Alla fine della manifestazione i pullman invadono il Lungotevere, partono le canzoni con la chitarra dei gruppi che stanno per tornare a casa, l’atmosfera è allegra, anche da lì arriva un messaggio: «Ciao, sto salendo sul bus, se rifanno una manifestazione torno a Roma e ti scrivo». 

Kleve, la cittadina tedesca che dice basta alle monetine da 1 e 2 centesimi

La Stampa
alessandro alviani

Molti commercianti arrotonderanno i prezzi alle casse. L’obiettivo è risparmiare tempo e, soprattutto, denaro: gli spiccioli costano infatti troppo



Potrebbe essere l’inizio della fine per le monete da 1 e 2 cent: dal primo febbraio a Kleve, una città tedesca di 50.000 abitanti vicino al confine con l’Olanda, molti commercianti arrotonderanno i prezzi alle casse ai cinque centesimi più vicini. 2,52 euro diventeranno ad esempio 2,50 euro, da 14,23 si passerà a 14,25 euro. La novità non si applica ai pagamenti con bancomat e carte di credito.

L’obiettivo è risparmiare tempo e, soprattutto, denaro: gli spiccioli costano infatti troppo. Per versare o farsi rilasciare le monetine i negozianti devono corrispondere alle banche un’imposta in costante aumento: per un solo rotolo di monete da 1 e 2 cent pagano ad esempio dai 30 ai 50 centesimi. Kleve è il primo Comune in Germania che prova a mettere al bando le monete da 1 e 2 cent e segue in tal modo l’esempio dei Paesi Bassi, dove la pratica è in vigore dal 2004. Secondo alcune stime un terzo dei clienti nei negozi di Kleve arriva proprio da oltre confine.

L’esperienza dell’Olanda dimostra che, alla fine, gli arrotondamenti al rialzo e al ribasso si compensano, spiega l’associazione dei commercianti della città tedesca, che ha ideato il progetto. Niente aumenti ai danni dei consumatori, insomma – o almeno così si spera. 

L’iniziativa è del tutto volontaria – I commercianti contattati sono stati 800. Il numero di quelli che parteciperanno all’esperimento sin dall’inizio è per ora incerto. Da tempo in Europa si discute degli eccessivi costi di produzione degli spiccioli e della loro eventuale abolizione. Per realizzare una moneta da 1 centesimo ci vogliono ad esempio 1,65 cent, mentre per una moneta da 2 centesimi si arriva a circa 2 cent.

Il progetto di Kleve si inserisce in un vivace dibattito in corso in Germania da settimane sull’ipotesi di abolire i contanti. «Tra dieci anni il denaro contante non ci sarà più», ha pronosticato a Davos il nuovo numero uno di Deutsche Bank, John Cryan. «Non considero tale previsione realistica», ha ribattuto venerdì sulla FAZ il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, che ha provato a rassicurare così i tedeschi, tradizionalmente legati al contante. Anche a Kleve, comunque, chi vorrà potrà chiedere di ottenere il resto esatto alla cassa – comprese le monete da 1 e 2 centesimi. 

Fallisce il Corriere Laziale: riuscì a ottenere 10 milioni di euro in 6 anni

Corriere della sera

di Alessandro Fulloni

Chiude la storica pubblicazione sul calcio giovanile. Dal 2006 incassò milioni di contributi governativi. Il direttore si difende: «Non sono un furfante, nè un ladrone»

Una prima pagina del Corriere Laziale

Da una prospettiva che mescola stampa, sport e tifo, siamo davanti a un giornale precursore. In tante cose. Tipo l’intuizione che il calcio giovanile (Esordienti, Pulcini e campionati Primavera) rappresentasse un bacino di lettori affatto disprezzabile. Famiglie intere - papà e mamme ultrà, se non gli stessi giocatorini - pronte al lunedì a fiondarsi in edicola pur di leggere il nome del pargolo aspirante campioncino nel resoconto, bastavano anche poche righe, di epiche sfide disputate nei più improbabili campetti della periferia romana.

Ma il Corriere Laziale, pubblicazione dalla storia circa trentennale, vanta anche altri record. Di sicuro quello di avere incamerato in 6 anni la bellezza di dieci milioni 254.825 euro. Soldi pubblici. Quelli in arrivo dalle provvidenze previste dalle leggi per l’editoria che hanno finanziato tante testate: dai grandi organi di partito a sconosciuti fogli di provincia. Una cascata di danaro che pure non è servita a evitare il fallimento della pubblicazione edita da una cooperativa, la Edilazio ‘92.
Le cronache delle partitelle
Il tribunale fallimentare di Roma ne ha decretato la chiusura con una sentenza depositata in cancelleria il 15 gennaio. Una crisi inevitabile a partire dal 2012, dopo lo stop all’annuale mancia di Stato che irrorava l’attività del giornalino. Tanti saluti così alle cronache delle partitelle da Casalotti, Sezze, Cave, Montalto, Vitorchiano e da ogni borgo del Lazio sparso tra Agro e Appennini.
A scrivere quegli articoli - poco più delle formazioni, i gol, la descrizione di qualche azione e talvolta le pagelle dei calciatorini - inviati a tamburo battente dopo il fischio finale, c’erano reggimenti di autori. Giovanissimi aspiranti giornalisti pronti a narrare il derby tra i Pulcini della Pescatori Ostia e quelli dell’Ostiamare con lo stesso pathos di una finale di Champions League. Ma anche allenatori, dirigenti, accompagnatori, qualche tifoso di buona volontà. Animati tutti da null’altro che la passione.
560 iscritti all’Ordine del giornalisti pubblicisti
Eraclito Corbi

Il Corriere Laziale ha stabilito però anche un altro primato. La rivista diretta dal burbero Eraclito Corbi, oggi vigoroso ottantenne, vanta anche il record- lo aveva segnalato Sergio Rizzo sulle pagine del Corriere della Sera - delle tessere professionali sfornate: oltre 560 iscritti all’Ordine del giornalisti pubblicisti del Lazio. Come sia stato possibile, lo spiegava un esposto che la presidente dell’Ordine, Paola Spadari, presentò nel 2014 alla Procura della Repubblica. Con tanto di testimonianze e verbali. Il Corriere Laziale aveva messo in piedi una specie di fabbrica di pubblicisti, una catena di montaggio funzionante a pieno ritmo. Il giornale reclutava giovani aspiranti giornalisti da impiegare per le cronache. Ma a «zero compensi». Anzi: talvolta dichiarando di aver ricevuto inesistenti pagamenti, quelli necessari a dimostrare l’attività per l’iscrizione all’Ordine.
Quattro redattori licenziati
Non basta. I soldi incassati dal dipartimento per l’Editoria della presidenza del Consiglio non hanno evitato licenziamenti in redazione. Ne ha dato notizia dopo il fallimento l’Associazione Stampa Romana che, per bocca dell’avvocato Raffaele Nardoianni, ha raccontato dei quattro cronisti che nel 2013 persero l’impiego «senza che venisse loro corrisposta né l’indennità di mancato preavviso, né il trattamento di fine rapporto».

Niente tfr ai dipendenti, dunque, nonostante la generosità delle provvidenze al giornale che in certi periodi usciva con cadenza bisettimanale. Cifre cospicue: un milione 873.417,31 euro nel 2006, un milione 872.667,94 l’anno dopo, un milione 904.503,29 nel 2008 e così via sino ad arrivare al milione 047.868,56 euro del 2011, ultimo anno di elargizioni. Cessate nel 2012 , dopo un controllo dell’Inpgi (l’istitituto previdenziale dei giornalisti) che ha stabilito che la cooperativa non aveva più diritto agli aiuti. Da qui la crisi e la picchiata dei conti verso il fallimento.
Come sono stati spesi quei soldi?
A questo punto la domanda tra l’ovvio e l’inevitabile: come sono stati spesi quei soldi? Una risposta, naturalmente di parte, arriva dallo stesso direttore con una specie di recente lettera aperta pubblicata online. Corbi esordisce in questo modo: «Lo confesso: sono colpevole. È così. E ho sperperato generosità. Due parole, impresa e generosità, che non possono stare insieme». Poi precisa: «Non sono né un “furfante”, né un “ladrone”». Ammonisce: «Chi lo afferma ne risponderà davanti al giudice». «Non mi sono imbertato nulla» assicura parlando di 4 milioni finiti nella voce stipendi tra cui il suo, di 3.500 euro al mese, «che negli ultimi tempi neanche percepivo per dare la precedenza ai dipendenti».

Poi la tipografia (qui però non vengono chiarite cifre), «una redazione confortevole, aria condizionata d’estate e riscaldamento d’inverno», «sito internet e web-tv», «un giornale che ritenevo bello e interessante». «Avessi messo quei 10 milioni di euro in qualche conto in un paradiso fiscale caraibico col cavolo che ancora starei qui, a quasi 80 anni, a sputare il sangue». Infine la franca ammissione: semmai «sono stato un pessimo imprenditore».
30 gennaio 2016 (modifica il 30 gennaio 2016 | 15:19)


Dieci milioni al giornale che «fabbricava» pubblicisti
Corriere della sera
di SERGIO RIZZO




Dieci milioni 254.825 euro di soldi pubblici. Tanti ne ha incassati in sei anni, dal 2006 al 2011, un piccolo giornale sportivo romano che fa capo a una cooperativa, la Edilazio ‘92. Si chiama Corriere laziale , e in quanto vestito da coop è stato ammesso a godere delle laute provvidenze a carico dei contribuenti previste dalle leggi per l’editoria. Piccolo, ma dotato di una impressionante produttività di tessere professionali, considerando che ha sfornato da solo qualcosa come 560 (cinquecentosessanta!) pubblicisti.

Come sia stato possibile, è scritto in un esposto che la presidente dell’ordine dei giornalisti di Roma, Paola Spadari, ha presentato alla Procura della Repubblica. Con tanto di testimonianze e verbali. Nella denuncia si ricorda come l’ex direttore responsabile Eraclito Corbi, amministratore unico della cooperativa editrice del giornale nonché marito dell’attuale direttore Marcella Coccia, e per giunta già consigliere nazionale dell’ordine, sia stato sospeso per un anno dall’albo in seguito a un provvedimento disciplinare avviato dal predecessore di Paola Spadari, Bruno Tucci, decano del Corriere della Sera .

Decisione confermata la scorsa primavera in secondo grado. Con una sanzione che sarebbe stata ancora più pesante, si dice nelle carte, se non esistesse quella regola piuttosto singolare per cui le sentenze dei ricorsi contro i provvedimenti disciplinari dell’ordine dei giornalisti non possono risultare peggiorative. Quale l’accusa? Quella di aver messo in piedi una specie di fabbrica di pubblicisti, con una catena di montaggio funzionante a pieno ritmo. Ma a spese degli operai. La tesi fatta propria dal consiglio di disciplina dell’ordine è che il giornale reclutava giovani aspiranti giornalisti da impiegare per realizzare le cronache degli avvenimenti sportivi locali nel Lazio.

Il loro compenso? Spiegano gli atti che consisteva solo nella documentazione necessaria per avere la sospirata iscrizione all’albo, che per i pubblicisti consiste in un certo numero di articoli pubblicati, a patto che siano regolarmente retribuiti. E questo è l’aspetto più delicato della faccenda, perché fra le testimonianze raccolte durante l’istruttoria sfociata nella sanzione inflitta a Corbi, c’è anche quella di chi ha dichiarato di aver dovuto firmare attestazioni di pagamenti mai avvenuti. Per il consiglio di disciplina il meccanismo sarebbe stato gestito da un’impresa familiare in piena regola, con l’ex direttore coadiuvato dai tre figli. Il tutto, con il corollario di quei generosi contributi pubblici incassati in sei anni.

La nuova presidente dell’Ordine di Roma ha ora ritenuto che ci fossero gli estremi per far uscire la vicenda dal recinto professionale, investendone i pm. In un clima di guerra totale con il Corriere laziale . Perché quel giornale specializzato nel seguire le serie calcistiche minori si sta impegnando a fondo da settimane in uno sport completamente diverso e del tutto inedito: il tiro all’Ordine. Ultimo capitolo, il titolone a tutta pagina del numero nel quale si riprende un articolo pubblicato una decina di giorni fa dal Fatto Quotidiano che dava conto di rilievi sollevati da uno dei sindaci revisori su certe voci di spesa: «Odg sotto accusa.

Quanti sprechi!». La battaglia infuria, senza esclusione di colpi. Non passa giorno senza bordate all’indirizzo tanto di Paola Spadari, quanto del precedessore Tucci. Bordate in certi casi talmente eleganti da aver indotto la presidente a querelare il giornale. Mentre Corbi, abruzzese di Avezzano, l’avverte a mezzo stampa che da «lupo marsicano» si è trasformato «in cinghiale» pronto a caricare. E «credetemi», aggiunge, «le furie di un cinghiale sono spaventose»...

21 marzo 2014 | 10:02

La mappa delle rovine di Detroit Una città da distruggere (per salvarla)

Corriere della sera

di Giosuè Boetto Cohen

Un esercito di fotografi gira nella città in bancarotta che ha un quarto del patrimonio immobiliare abbandonato. Obiettivo: quarantamila edifici da abbattere e da ricostruire

Detroit tra monumenti e rovine

È la Street View dei morti. Ma anche la prima mappa su cui provare a rinascere. È la più grande fotografia di città mai scattata, ma anche il ritratto, non facile da guardare, di tutto ciò che avvolge Detroit. E mentre la festa dell’auto è andata in scena con centomila visitatori al giorno dall’11 al 24 gennaio, la ex-metropoli, che ha perso negli anni il 60% della popolazione, ha digitalizzato il suo tessuto connettivo. Decine di fotografi motorizzati hanno ripreso e catalogato per mesi condomini, negozi, officine e soprattutto migliaia di villette, casucce, stamberghe cadenti o già abbandonate.

E ora, dopo aver raccolto, analizzato e presentato la diagnosi, hanno messo Detroit su uno sterminato tavolo operatorio, grande come una periferia, da cui i chirurghi estrarranno, tanto per cominciare, diecimila edifici. A medio termine il numero dei fabbricati da abbattere (già così incredibile) diventerà quattro volte maggiore. È la cura tremenda ma inevitabile al «cancro della ruggine», l’asportazione dei manufatti umani da ciò che è diventato un deserto metropolitano, per tentare di trarne (se non un giardino) almeno un paesaggio sostenibile.

Agli occhi e alle casse del Comune. Quasi un quarto dell’intero patrimonio immobiliare è negletto: non è il recupero dell’archeologia industriale o residenziale, quello con cui da noi Milano, Torino, Genova o Napoli hanno provato a fare i conti. Ma il tentativo di ripulire una corona di territorio povero e «nero», spessa venti e più chilometri, che separa i grattacieli in riva al fiume dai sobborghi ricchi e «bianchi» che ancora resistono, lontano dal centro.

Anche se l’agonia urbana e sociale della capitale dell’auto è stata ampiamente descritta nell’ultimo decennio, anche se la caduta di Detroit comincia con i moti razziali del ‘67 e il declino industriale degli anni 70, è difficile immaginare, per un europeo, lo spettacolo che si presenta anche solo spostandosi dall’aeroporto al Cobo Center, che ospita il salone dell’auto. E gli sforzi che saranno necessari per tentare di ridare a Detroit un futuro. Ma è quello che, nella tela del disastro, si sta iniziando a fare. E la Street View dei morti è il primo, strategico tassello.

Pur vantando alcuni gioielli dell’architettura déco, Detroit non è mai stata una bella città, nemmeno ai tempi d’oro, quando era la quarta metropoli d’America dopo New York, Chicago e Philadelphia. Della vicina «windy city» non ha né i grattacieli né la cultura, con New York non si discute e Philadelphia è una culla di storia. Nel cuore malato del Michigan, al posto delle magliette con «I Love...», si vendono quelle con «Detroit contro tutti», che non finiscono nella valigia del turista, ma spiegano perché la città è, da sempre, parte integrante del sogno americano, del suo vissuto profondo, emblematica dei trionfi e delle umiliazioni da cui l’America è convinta di poter sempre riscattarsi.

Detroit non assomiglierà mai più al suo passato, ma anche immaginare un rinascimento per un terzo di quelli che furono i suoi abitanti, (il centro direzionale GM si chiama proprio «Renaissance») dipende tutto dai numeri. L’industria dell’auto USA ha registrato, nel 2015, un anno record (pur perdendo, rispetto al 2000, quasi un terzo della quota di mercato) e per la sua vetrina al Cobo Center sono stati spesi, lo scorso anno, trecento milioni di dollari. Ma per seppellire degnamente la città-defunta ci vorranno miliardi. È la partita che spetta ad una nuova generazione di imprenditori, al loro coraggio di affrontare il rischio e alla genialità delle loro idee.

Cose di cui, girando oggi per Detroit, si percepiscono piccole, beneauguranti avvisaglie. Non sono solo i nuovi negozi e ristoranti di Cadillac Square e qualche altra via centrale. Sono i vecchi grand-hotel in restauro, i nuovi servizi offerti ai cittadini, gli acquisti (speculativi, certo, ma comunque forieri di novità) di interi isolati del downtown e forse anche la storica stazione ferroviaria — una delle più grandi del mondo, ma abbandonata da trent’anni — che qualche tempo fa rischiava l’abbattimento e a cui oggi hanno cambiato i vetri di mille finestre.

Ai bambini di una scuola elementare hanno chiesto come immaginano la Detroit di quando andranno al liceo. «Un cumulo di rovine» hanno risposto in parecchi «a meno che qualcosa cambi». Sul lungofiume, che la separa dal Canada, dove negli anni 30 si scaricava il whisky di contrabbando, c’è un poster di nove metri per tre: «America’s great Comeback City». Un recente editoriale del «New York Times» conclude così: «Se ce la faremo a ricostruire Detroit, ricostruiremo qualsiasi cosa». La città, dichiarata nel 2014 il più grande fallimento municipale della storia, muove opinioni divise, ma forti. E anche da lontano, non si può non fare il tifo.

30 gennaio 2016 (modifica il 30 gennaio 2016 | 13:26)

sabato 30 gennaio 2016

Benevento. Il prete del rifiuto alla De Girolamo: «Non può fare la madrina. È la legge, la madre lo ha capito»

Il Mattino
di Gigi Di Fiore



La «Madonna col bambino» dipinta da Francesco Capobianco sovrasta l'altare maggiore. È lì da più di due secoli e fissa, immobile come la fede cattolica e i canoni del codice della Chiesa, chi è seduto sulle panche e si prepara ad assistere alla celebrazione delle sei di sera. Qui, nella parrocchia di Santa Maria della Verità, domani sarà battezzata la nipote di Nunzia De Girolamo.

Distrutta da due terremoti, ricostruita nel 1779, non molto distante dal centro storico, la chiesa ha l'ingresso semplice e il sorriso gioviale del giovane parroco don Marco Capaldo, che è qui da appena undici mesi ma da cinque è segretario particolare dell'arcivescovo Andrea Mugione. Nel suo ufficio in sacrestia, il parroco all'inizio si schermisce: «No, non faccio commenti, anche perchè l'onorevole si è rivolta da chi è certamente molto più in alto di me».

L'accenno è all'iniziativa che ha fatto diventare pubblica una vicenda che appariva privata: il divieto per l'onorevole di Forza Italia, Nunzia De Girolamo, a fare da madrina alla figlia della sua ultima e più giovane sorella. La lettera aperta della parlamentare, rivolta a papa Francesco e pubblicata sul Mattino, esprimeva rammarico: «Il diniego mi ha fatto molto male, molto più di quando, qualche anno fa, sempre un parroco del beneventano, mi vietò di fare da madrina alla figlia di un mio collaboratore».

Il peccato originale per la Chiesa è il matrimonio non religioso, ma solo civile, della De Girolamo con Francesco Boccia, presidente del Pd alla commissione Bilancio. Matrimonio che suscito curiosità sul piano politico (lei esponente di Forza Italia, lui del Pd:un'unione «bipartisan») celebrato il 23 dicembre 2011 al Comune di Sassano, in provincia di Salerno, dinanzi al sindaco Tommaso Pellegrino, amico dei due sposi, che suggellò con il codice civile due anni e mezzo di amore e fidanzamento. Al matrimonio è seguita la nascita, sei mesi dopo, di Gea, la figlia della coppia.

Vicende private, terreno impervio per giornali di gossip. E di fatto il matrimonio fu scoop di Dagospia e oggi la De Girolamo, che è tornata a Benevento per il fine settimana, ricorda: «Volemmo evitare clamori e cerimonie, che sarebbero seguiti a una celebrazione in chiesa, così ci sposammo solo al Comune e in una cittadina piccola».Niente matrimonio in chiesa, niente possibilità di fare da madrina di battesimo: un canone su cui Nunzia De Girolamo incappò già tre anni fa, quando le fu chiesto di battezzare la figlia di Luigi Barone, suo collaboratore ed ex direttore di «Sannio quotidiano».

Già testimone alle nozze di Barone, l'onorevole De Girolamo avrebbe dovuto presenziare a Ceppaloni anche al battesimo della figlia. Ma il parroco don Renato Trapani le disse no, opponendo l'ostacolo del matrimonio civile. E il battesimo si spostò in un'altra parrocchia di Ceppaloni: quella di San Giovanni Battista. I giornali parlarono di un'autocertificazione, che consentì a Nunzia De Girolamo di aggirare l'ostacolo. Ma l'indiscrezione scatenò l'ira del secondo parroco interessato, Jean Marie Robert Esposito Mazayino, che la smentì: «La piccola battezzata è mia parrocchiana, spettava a me la celebrazione e non ad altri. Sono parroco a San Giovanni Battista da 13 anni.

È falso che la signora De Girolamo mi abbia consegnato un certificato in cui dichiarava di essere nubile. La signora è invece arrivata con la famiglia in chiesa e ha seguito, accanto ai genitori e alla zia, la celebrazione». Seguirono piccole frizioni tra i due sacerdoti protagonisti della vicenda, riportate dai giornali: don Renato, autore del primo no, avrebbe avallato la versione dell'autocertificazione con strada spianata alla madrina; don Jean Marie Robert lo smentì. Tre anni dopo c'è il bis.

Stavolta in famiglia. La sorella di Nunzia De Girolamo, mamma della piccola da battezzare, non vuole fare commenti. L'onorevole invece se l'è presa e ne fa un caso di coscienza religiosa e di diritti violati alla vigilia del family day. Dice: «Mio marito ebbe il permesso a Bisceglie di fare da padrino di battesimo. Per me c'è il rifiuto, forse perchè non sono neanche cresimata. Penso, però, che la Chiesa si allontani dalla sua missione di essere Madre che perdona e accoglie. Per questo, mi sono rivolta a papa Francesco, che ha mostrato apertura verso le coppie che si sono risposate dopo il divorzio».

Don Marco Capaldo è stupito dell'iniziativa dell'onorevole De Girolamo. Ma, dopo l'iniziale ritrosia, ne parla tranquillo: «Tutto è avvenuto con serenità, con un colloquio in parrocchia dove la mamma della piccola ha riconosciuto la fondatezza canonica del no. Basta guardare il canone sul battesimo, per capire. Vedo la lettera come lo sfogo di una figlia verso la Madre Chiesa. Ma per la Chiesa una figlia resta figlia, nel rispetto delle regole. I genitori della piccola, che vivono fuori Benevento, hanno scelto questa parrocchia e naturalmente non può che farmi piacere».

Domani si terrà il battesimo della piccola nipote di Nunzia De Girolamo. Proprio nella chiesa settecentesca con i quadri di Capobianco. Un diacono indica i canoni contestati: 874 e 1255. Snocciola soprattutto una frase: il padrino o la madrina deve condurre «una vita conforme alla fede». Nelle indicazioni fornite dalla Curia è previsto anche il divieto a chi è sposato solo al Comune, considerato un «concubino». Piaccia o no, è il codice canonico.


De Girolamo, lettera al Papa: «Io, mia nipote e quel divieto di fare la madrina»
Il Mattino



«Mia sorella ha chiesto a me e a mio marito Francesco (Boccia, deputato del Pd, ndr) di essere rispettivamente madrina e padrino al battesimo di sua figlia. Un parroco di Benevento, nonché il vicario del Vescovo, al quale mia sorella si è rivolta ha risposto che io e mio marito non possiamo svolgere quel ruolo in quanto non sposati in chiesa e, seppur nessuno dei due sia mai stato precedentemente sposato, non abbiamo i titoli per adempiere alla funzione di assistere la bambina nella sua crescita cattolica».

Lo scrive Nunzia De Girolamo, deputata di Forza Italia, in una lettera indirizzata a Papa Francesco e pubblicata oggi dal nostro giornale in edicola. «Le devo confessare che il diniego mi ha fatto molto male. Credo che la mia situazione sia comune a migliaia e migliaia di persone alle quali oggi viene vietata la concessione dell'Eucarestia soprattutto se separate o divorziate, anche quando questa tragedia è stata subita e non cercata».

«Le devo confessare che il diniego mi ha fatto molto male. Credo che la mia situazione sia comune a migliaia e migliaia di persone alle quali oggi viene vietata la concessione dell'Eucarestia soprattutto se separate o divorziate, anche quando questa tragedia è stata subita e non cercata».

«Le chiedo perdono per il mio linguaggio - scrive l'azzurra - ma credo che la Chiesa così si allontani sempre più dalla sua missione e che da essere Madre, e una Madre perdona sempre a chi si avvicina a lei, sia diventata supremo giudice pur non essendolo. Non chiedo nessuna deroga per quanto mi riguarda, ci mancherebbe altro, andrò in chiesa e reciterò la mia preghiera per mia nipote (e anche per il parroco, pur non avendo il dono della santità)».

«Mi sembra di aver smarrito l'indirizzo di quella Chiesa come ospedale da campo, come sottolineato da una Sua straordinaria immagine. E sono talmente disorientata che non riesco a vedere la luce nemmeno nell'analizzare la legge sui diritti civili, che è un dovere assoluto disciplinare. Continuo a pensare che l'impianto generale sia sbagliato, ma mi chiedo se in alcuni momenti non serva quel colpo di rasoio che separi il passato dal futuro e che aiuti a guardare bene il presente.

Pur con il timore che le mie idee possano essere considerate sbagliate, chiedo la Sua paterna comprensione e Le chiedo di indicare a me o a quel parroco la strada da percorrere», conclude De Girolamo.

Venerdì 29 Gennaio 2016, 11:37

Io, omosessuale sereno. Grazie a Mamma e Papà.

Nino Spirlì



IL VENTAGLIO

Li ho talmente voluti, un Padre e una Madre, che mi sono incarnato in un essere umano, per averli. E li ho scelti dal Cielo, i miei Genitori, Mimmo e Concettina: proprio loro due. Un uomo di cultura e ingegno e una donna di talento e concretezza. Entrambi di una dolcezza ed umanità che, a pareggiarli, si sarebbe di miele. Anima libera, comoda nella comoda Akasha, ho scelto le catene della vita pur di appartenere a questa meravigliosa Famiglia.

Famiglia Spirlì
(Photo Alain Fonteray – 1992)

Spirlì, per parte di Padre. Amuso, come mia Madre. Non so quanto durerà questo mio passaggio terreno, né come sarà, ma sono così felice, che anche l’eventuale sofferenza mi sembrerà una carezza, immerso come sono in questo gel buono che è “l’aria di questa casa mia”.

Leggo e sento di famiglie alternative, famiglie moderne, reali, lgbti, civili, omogenitoriali, eterogenitoriali corrette alla sambuca, al latte, al cacao, con zucchero di canna, vaniglia, zenzero e cannella, con svirgolatura a destra o sbieco a sinistra. Una sorta di polverizzazione dell’ultima certezza che ci rimaneva, prima dell’individualismo spinto. Una porcheria pari alla liberalizzazione delle droghe, leggere, medie e pesanti. Un attacco kamikaze al cuore dell’Umanità, perpetrato dai peggiori nemici dell’onesta e della legalità: i cretini.

Cretini di ogni appartenenza. Politica, sociale, religiosa. Cretini che si travestono da omosessuali, ma, prima di tutto, sono cretini. Cretini che si mascherano da amici degli omosessuali, ma che sono, prima di tutto, cretini. Cretini che seminano dubbio, incertezza, squilibrio. Cretini che disegnano il futuro dell’uomo con lapis fino e sbiadito già mentre cammina sul foglio della vita.

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Cretini (e cretine).

Padri (e madri), sì, ma di ogni malafede, conscia e inconscia. La seconda, peggiore della prima. Sciocchi che tentano di convincere i saggi che “è meglio”. Cosa sia “meglio” non si sa, ma loro sanno che “è meglio”. Almeno per loro. Un po’ come l’eroina negli anni settanta. O la coca in discoteca.

Meglio, per esempio, avere due padri o due madri in giro per casa, con una sciagurata e anonima madre naturale  che si è fatta nido per necessità o avidità? Chissà in quale angolo sperduto e affamato del pianeta… Meglio, secondo l’esercito dei cretini, dover difendere, magari a tre, quattro, cinque anni, le scelte di adulti scriteriati che, pur di imporre le proprie (dis)umane necessità, sacrificano la serenità di piccoli esseri da proteggere e non da mandare in prima linea?

La famiglia è Famiglia. Ed ogni omosessuale ne ha una. Con un Padre e una Madre. Buoni o meno che siano. Belli o no, dentro e fuori. Gli piaccia o no. Non si può negare che la Famiglia sia quella. Né sperare di proporne una “fatta meglio” secondo le proprie esigenze, voglie o convinzioni del momento. Tutto il resto è fuffa da politicanti, o, peggio, da associazionismo ipocrita e, spesso, appunto, cretino. E non saranno piazze riempite ad hoc di militanti, o serate in discoteche più o meno scollacciate, a convincerci a rinunciare al Primo (e spesso Unico) Bene che ci regala la Vita alla nascita. Ai dimostranti vessilliferi senza cervello, rispondiamo con millenni di Cultura, Sapere, Arte e Umanità.

Fra me e me, in ricordo di Mimmo, Padre meraviglioso. E ringraziando Concettina, Madre eccellente.

Svizzera, spunta il volantino che spiega ai migranti come comportarsi

Monica Serra - Ven, 29/01/2016 - 09:51

Succede nel Canton Lucerna. Una ventina di vignette per "educare" i richiedenti asilo



Boom di domande d'asilo in Svizzera. L'aumento nel 2015, rispetto all'anno precedente, è stato del 66 per cento. Così i primi cantoni, temendo un Colonia bis, hanno iniziato a correre ai ripari. E, a pochi chilometri dai confini italiani, le autorità del Canton Lucerna hanno lanciato una criticatissima campagna di prevenzione destinata ai rifugiati a mezzo opuscoli che mostrano come devono comportarsi nei confronti delle donne svizzere.

Sembra uno scherzo ma non lo è. Tra gli xenofobi fogli illustrativi, che raccolgono una ventina di vignette in tutto, ce n'è per esempio uno che spiega esplicitamente che il palpeggiamento non è un comportamento tollerato nel Paese: "Il contatto fisico tra due persone - si legge nella didascalia - si verifica solo quando le persone si conoscono e sono entrambe consenzienti. La violenza sessuale è vietata". Ancora: "gli atti sessuali sui minori di 16 anni sono vietati per legge". E poi "le donne e gli uomini possono muoversi liberamente nello spazio pubblico. Se qualcuno vuole essere lasciato in pace, dobbiamo rispettarlo”.

Nei fogli sono elencate le regole fondamentali di un corretto stile di vita da tenere nella società elvetica. Come spiega il sito Valtellinanews.it, il Canton Lucerna si è ispirato all’Austria per la creazione dei suoi volantini. Ma anche altri cantoni svizzeri avrebbero espresso interesse per il lancio di una campagna simile. In questi giorni sono state già stampate 4mila copie del materiale informativo, già distribuito in tutti i centri che ospitano richiedenti asilo.

Calenda greca

La Stampa
massimo gramellini

In una lettera anticipata dall’Huffington Post, duecentotrenta giovani diplomatici esprimono a Renzi il loro «disorientamento» (traduzione: incazzatura, ma sono pur sempre diplomatici) per la nomina ad ambasciatore presso l’Unione Europea di un politico amico suo, il viceministro Calenda. Il presidente del Consiglio potrebbe liquidare la sollevazione come un rigurgito di casta e probabilmente i sondaggi gli farebbero la ola: nel luogo comune, che contiene sempre un pizzico di verità, gli inquilini della Farnesina vengono vissuti come un sinedrio di privilegiati.

Oppure potrebbe chiedersi se quella lettera non gli stia ricordando qualcosa che, nell’impetuosa cavalcata attraverso le praterie del potere di un Paese sfibrato, sembra avere rimosso. Che la sua avventura politica si giustifica in nome della meritocrazia. Perché poi questo significava la fin troppo abusata epica della rottamazione: sostituire gli inamovibili, i raccomandati, gli incompetenti e qualche corrotto (tutti è impresa impossibile, specie in Italia) con i più bravi. A prescindere da conoscenze, tessere e date di nascita.

Magari i contestatori hanno preso il caso sbagliato, perché adesso a Bruxelles serve più un politico che un diplomatico di carriera. Ma Renzi dà troppo spesso l’impressione di scegliere le persone in base all’amicizia e alla fedeltà. Come i suoi predecessori, sia chiaro. Solo che lui, a differenza loro, è salito al potere sull’onda di un’aspettativa prepolitica, quasi di un moto dell’animo. Se la delude, perderà il referendum decisivo. Quello con il sogno che egli stesso ha agitato. 

Cremonini acquista la Manzotin

repubblica.it

Il gruppo leader in Europa nella produzione di carni bovine ha rilevato lo storico marchio da Conserve Italia

Cremonini acquista la Manzotin

Il gruppo Cremonini si mangia la Manzotin. Generale Conserve, azienda italiana specializzata in conserve alimentari, e Inalca, società del Gruppo Cremonini leader in Europa nella produzione di carni bovine, hanno siglato un accordo che regola la cessione a Inalca dello storico marchio di carni in scatola.

Manzotin è un marchio con oltre 50 anni di storia nelle carni in scatola italiane, lanciato negli anni '60. "Grazie alla decisione delle due aziende - si legge nel comunicato - l'acquisizione garantisce che il marchio Manzotin continui ad essere un brand Made In Italy a tutti gli effetti. Infatti, da un punto di vista produttivo, le due aziende confermano che il passaggio rappresenta la valorizzazione e l'ottimizzazione della concentrazione delle rispettive filiere verticali".

L'esecuzione finale dell'accordo, che non ha richiesto approfondimenti da parte dell'Antitrust, è prevista entro il mese di marzo. Inalca è la società del gruppo Cremonini leader europeo nella produzione di carni bovine: nel 2014 ha realizzato ricavi per 1,49 miliardi di euro, di cui il 50% realizzato all'estero. Generale Conserve è la seconda azienda del mercato tonno olio con quasi il 17% di quota in valore e ha chiuso il 2015 con un fatturato netto di 187 milioni.

Siqra, la sicurezza sotto casa è social: furti e rapine segnalate con un’app fai-da-te

repubblica.it
di SIMONE COSIMI

Ispirato al fenomeno dell’autotutela con i gruppi WhatsApp, arriva un vero e proprio social dedicato alla microcriminalità locale: selezioni una zona, ricevi le notifiche sullo smartphone e invii i tuoi avvisi con foto e mappe

I GRUPPI su WhatsApp contro i ladri sono ormai una prassi consolidata. Specialmente fra commercianti della stessa zona o nei centri più piccoli. L'idea non è evidentemente quella di sostituirsi alle forze dell'ordine ma segnalare in tempo reale movimenti sospetti, furti subiti, personaggi che stazionano con insistenza in certi luoghi. Oppure, condividendo scatti o video, tentare a posteriori di identificare i responsabili di un episodio di violenza o di truffa. È per esempio accaduto di recente a Saronno, dove i negozianti del centro hanno fatto circolare tramite la chat controllata da Facebook la foto di tre presunti malviventi responsabili di un furto in una libreria.

Sono a volte gli stessi comuni a proporre spesso soluzioni del genere, sorta di ronde 3.0: dalla provincia di Varese a quella di Bergamo passando per Reggio Emilia o Firenze sono infatti parecchi i casi di chat di gruppo in qualche modo promosse o tollerate dalle istituzioni. Quando il servizio gode di un minimo di riconoscimento, come a Bitonto ma per questioni di mero decoro urbano e di circolazione, le segnalazioni vengono inoltrate alle polizie locali e verificate. Altrimenti rimangono a disposizione dei partecipanti. Con tutti i rischi del caso in termini di giustizia fai-da-te.

Ora un impiegato tecnico 29enne di Ravenna, Ares Braghittoni, ha deciso di dare a questo fenomeno una sorta di sverniciatura social lanciando Siqra. Si tratta di un'applicazione - disponibile per iOS e a breve per Android - effettivamente ben programmata attraverso la quale i cittadini possono ricevere le segnalazioni inserite rispetto a una specifica zona (battezzata "zona di ascolto") oppure inviarne di proprie in diverse categorie. Dal furto in abitazione ai danni o furto di beni passando per un episodio violento o una rapina per concludere con una situazione sospetta o una truffa.

Si da un titolo alla segnalazione, si fornisce una breve descrizione, si indica sulla mappa il luogo dell'accaduto, si inseriscono data e ora e si allegano fino a tre immagini. In pratica, una sorta di denuncia online - evidentemente priva di alcun valore legale - a beneficio dei cittadini interessati a quella stessa zona che riceveranno, se le hanno autorizzate, le notifiche push. Avete presente Waze, il navigatore social di Google per conoscere il traffico in tempo reale? Il principio è quello, solo che invece della circolazione arrivano notizie sul furto in macelleria o sulla manomissione del garage

Le persone devono usare l'applicazione in modo responsabile - racconta lo sviluppatore a Repubblica - in primo luogo è fondamentale rivolgersi sempre alle forze dell'ordine. Successivamente si può ricorrere a Siqra per raccogliere le informazioni, tornare sui fatti, accumulare elementi, acquisire consapevolezza". Va detto che l'applicazione è gratuita ma che prevede acquisti interni. Tuttavia si può tranquillamente utilizzare senza farvi ricorso visto che una serie di azioni iniziali - per esempio la definizione di una zona d'interesse che può variare da un raggio da 200 metri a due chilometri - sono gratuite.

Molte altre ne fioccheranno. Come detto, quando arriva una segnalazione rispetto all'area selezionata, scatta una notifica sullo smartphone che può a sua volta dare vita a una conversazione fra gli utenti. Senza contare la possibilità di mettere in contatto vittime e potenziali testimoni di uno specifico episodio. "Il punto di partenza sono stati i gruppi di WhatsApp e Facebook - aggiunge Braghittoni - che usano però a questo scopo strumenti pensati per altri obiettivi. Lo snodo è dunque facilitare le reciproche segnalazioni raccogliendo tutte le funzioni in un'app dedicata"

Qualcosa di simile, riservato però a zone molto ristrette e ai singoli quartieri, si era già visto: è il caso di Noruba (disponibile per iOS e Android) o di Shelly (iOS) allargate tuttavia a diversi altri generi di segnalazioni, dai favori col vicinato agli eventi atmosferici. Siqra rimane invece più orientata sul lato poliziesco, come testimonia anche il logo (un segnaposto come quelli di Google Maps con un distintivo): partita da Ravenna l'applicazione - lanciata da pochissimi giorni - sembra essere stata molto gradita anche altrove, specialmente al Centro-Nord: "Il tasso di crescita dei primi giorni non è mai andato sotto il 120%" spiega Braghittoni, programmatore autodidatta.

Rimangono alcuni dubbi sulla verifica delle segnalazioni: quelle ritenute inaffidabili possono essere inoltrare allo staff che si occuperà di verificarle. Anche se ciascun utente - in ossequio alla logica del rating - riceve una sorta di punteggio in base a modo e alla frequenza in cui utilizza l'applicazione: la sua affidabilità è infatti legata al numero di segnalazioni effettuate, ai commenti, agli accessi. D'altra parte, se risulterà essersi reso responsabile di segnalazioni poco credibili o ingiuriose potrà essere sanzionato con un abbassamento del punteggio o l'esclusione dalla piattaforma. "Se l'applicazione crescerà e troverà finanziatori dovremo ovviamente pensare a come gestire la mole di segnalazioni ritenute inaffidabili - conclude l'autore - intanto disponiamo anche di sistemi semiautomatizzati che ci aiutano a filtrare i contenuti".

Hong Kong, spazio ai grattacieli: demolito villaggio del 1354

repubblica.it

Hong Kong, spazio ai grattacieli: demolito villaggio del 1354

Cemento e acciaio contro la Storia. Nga Tsin Wai, un antico villaggio rurale nel cuore di Hong Kong, l'ultimo del suo genere, verrà demolito per fare spazio alla costruzione di nuovi appartamenti. Il villaggio, costruito nel 1354, conserva ancora molte delle caratteristiche risalenti a circa 650 anni fa, come il tempio e la chiesa. Le autorità locali sostengono che il villaggio, oltre ad essere in condizioni fatiscenti, a causa delle scarse condizioni igieniche, risulta essere un ricettacolo di malattie e che deve far posto ad abitazioni più moderne.

Ma i circa venti residenti, che saranno trasferiti in alloggi temporanei in attesa di una nuova sistemazione, non vogliono abbandonare quel luogo in cui hanno vissuto per molti anni: "Ho sempre considerato questo villaggio come la mia sola ed unica casa" - racconta un residente - "Stanno distruggendo un luogo a noi sacro, in cui le tradizioni del nostro popolo e i ricordi familiari sono gli unici valori di vita. Viviamo in un'epoca dove si pensa solo ai soldi e non alla cultura". In attesa di una nuova sistemazione, saranno trasferiti in alloggi temporanei: "Il nostro futuro è incerto, ci sentiamo frustrati"

E Mercedes 130 anni fa inventa l'auto, che emozione guidarla

repubblica.it
di VINCENZO BORGOMEO

Il 29 gennaio 1886 Carl Benz presenta la domanda di brevetto per il suo veicolo con motore a ciclo Otto. Nasce l'epopea dei motori
 
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La data è ufficiale: 29 gennaio 1886, quando Carl Benz presenta la domanda di brevetto per il suo veicolo con motore a ciclo Otto. Nasce l'automobile e l’Ufficio Brevetti dell’Impero Germanico di Berlino certifica la cosa. Quella "macchina" nata dal genio di Carl Benz ha già un motore a quattro tempi - soluzione poi divenuta quella vincente - con un cilindro orizzontale (954 cm³ di cilindrata a 400 giri/min per 0,55 kW/0,75 CV di potenza) messo un telaio fatto in casa.

Ma è l'originalità tecnica che consacra la "Patent-Motorwagen" come prima auto, nonostante la "macchina" abbia solo tre ruote e non quattro. Diversamente da altri inventori, Benz infatti non ha semplicemente "impiantato" un motore a combustione interna nel telaio di una carrozza già esistente, in modo da renderla semovente (dal greco antico/latino: auto/mobile). Ma ha fatto di più: ha inventato un veicolo ex novo, conscio del fatto che un autoveicolo con motore a combustione interna avrebbe dovuto seguire altre leggi tecniche rispetto ad una carrozza a cavalli.

Applicando infatti i classici metodi di ingegneria, Benz crea una serie di tecnologie innovative: un motore monocilindrico a quattro tempi compatto e veloce, alimentato a benzina, l'accensione elettrica, il carburatore, il radiatore ad acqua, lo sterzo e il telaio tubolare in acciaio. Con questi equipaggiamenti, la prima Motorwagen entra in circolazione nel 1886.

È il progetto nel suo complesso a rendere la Motorwagen degna di brevetto. Con questa concezione, il veicolo rappresenta un originale assoluto: da questo momento in poi, tutte le auto si ispireranno alla tradizione della Patent-Motorwagen, ricollegandosi alla sua originalità.

Anni fa riuscimmo a provare l'unico esemplare di Motorwagen presente in Italia. Non quello originale, ovvio, ma una replica fedelissima costruita con gli stessi metodi e gli stessi materiali giusto 30 anni fa dalla Mercedes per i 100 anni dell'auto. Un'emozione grande perché la "macchina" era identica in tutto e per tutto alla Motorwagen di Benz, realizzata in 100 esemplari e venduta a laboratori scientifici di mezzo mondo.

E Mercedes 130 anni fa inventa l'auto, che emozione guidarla -   Foto

Il primo impatto fu con le tre ruote. gigantesche. E quando ci mettemmo alla guida della Motorwagen capimmo perché si dice (ancora oggi) "salire in auto": ci si doveva letteralmente arrampicare su una specie di palco. Per fortuna c'è un piccolo gradino che aiuta nell'operazione.

In cima alla Motorwagen la prima sensazione è quella di essere seduti sul tetto di una Smart. Ma non facemmo in tempo a familiarizzare con questa stranezza che dovemmo subito digerirne un'altra. Ancora più "tosta": il volante non c'è. Al suo posto c'è una specie di pomello da girare a destra e sinistra per dare la direzione. Pochi gradi per una svolta completa. Da brivido.

Per onore di cronaca diciamo però che l'operazione più difficile da fare prima di salire in auto è quella di accenderla. Per far partire la Motorwagen occorre infatti mettere in sincronia carburatore, cilindro, valvole. Poi attaccarsi alla maxi puleggia e tirare con forza. Facendo attenzione a dove si mette la mano: la biella gira a vista e la stessa puleggia si può trasformare in una mannaia. Insomma un inferno.

In tutti i modi riuscimmo a partire. Ma senza accelerare. Perché? Qui non esiste acceleratore: il motore (un monocilindrico di 1660 cc da 2,5 Cv, ossia grande come quello di una Golf e potente come quello di un Ciao) non ce l'ha. Gira a regime fisso. E per avanzare occorre agire su una puleggia che trasmette il moto alle ruote. Occorre farla pattinare per partire e poi lasciar andare man mano per aumentare la velocità.

Lasciammo andare così la maxi leva alla sinistra, ma di poco: meglio provare prima il sistema di rallentamento (i freni non esistono). Così dopo la partenza tirammo indietro la leva, che così stacca la trasmissione e aziona un piccolissimo materiale di attrito che spinge sulla puleggia per rallentare la macchina.  Insomma ce n'è abbastanza per ammazzarsi. Ma considerando il fatto che la moglie di Benz in queste condizioni percorse qualcosa come 180 km per dimostrare la validità della Motorwagen, azzarddammo i primi giri di pista.

Dopo la partenza, a parte la gestione del motore, c'è il problema dello sterzo che dà un'indicazione molto vaga di dove finirà la ruota (unica) anteriore, per cui occorre "timonare" più che guidare. Però dopo un paio di giri avviene il miracolo. E si familiarizza con la macchina. Tutto diventa facile e ci si trova perfino ad osare traiettorie veloci. Ma non si tratta di una battuta: là sopra, con tutto quel vento e quel rumore, sembra di andare davvero forte. L'impegno, d'altra parte è massimo: sulla Motorwagen le distrazioni non sono ammesse e non puoi né sterzare né accelerare né fare nulla di nulla quando lo vuoi tu. Devi essere sicuro che anche la macchina lo possa fare.

Per sterzare devi aspettare infatti che la velocità si riduca abbastanza (le ruote sono tre e il cappottamento altrimenti è assicurato). Per accelerare devi aspettare che il motore ce la faccia, altrimenti si spegne. E per frenare devi... pregare. E' l'unica. Da allora di strada ne è stata fatta e la Mercedes non ha mai mollato il suo percorso finalizzato a dare sempre nuovo impulso al progresso automobilistico. Uno sguardo attuale alla gamma (dalla Classe A, le berline di lusso come la Classe S, da veicoli commerciali come lo Sprinter a autobus come il Citaro fino ai "bestioni" come l'Actros) vale più di mille discorsi...

Land Rover, ciao ciao Defender, il mito dei 4x4 va in pensione dopo 68 anni

repubblica.it

Land Rover, ciao ciao Defender, il mito dei 4x4 va in pensione dopo 68 anni

Addio al mito inglese: esce di scena il Defender uno dei 4x4 più famosi del globo. Il saluto è stato dato dai  700 dipendenti attuali ed ex dipendenti di Land Rover che hanno partecipato alla cerimonia che ha celebrato l’addio all’attuale Defender.

Le Serie Land Rover e Defender sono rimaste in produzione a Solihull per 68 anni. Ma i nostangici possono comunque festeggiare: Land Rover ha annunciato il nuovo programma Heritage Restoration che provvederà al restauro delle vetture classiche Serie Land Rover e Defender. L'hub online “Defender Journeys” raccoglierà molte delle indimenticabili avventure vissute in tutto il mondo a bordo dell'iconico veicolo

Stop alle chiamate moleste a ogni ora del giorno: arriva il codice etico per l’attività dei call center

La Stampa
lorenza castagneri

Da oggi è in vigore il regolamento delle associazioni di categoria. Ma finora ogni paletto imposto per evitare l’assalto dei promotori telefonici è stato facilmente aggirato



Pronto? No. Nessuno lo è mai davvero quando dall’altra parte del telefono c’è un operatore di call center. Che magari ha già chiamato altre dieci volte, sempre nel momento meno opportuno e sempre da un “numero sconosciuto” che ci ha spinto comunque a rispondere, perché altrimenti come si riesce a risalire a chi ci ha contattato? Ma la fine delle telefonate moleste da parte del servizio clienti di qualche azienda potrebbe essere finalmente arrivata. È , infatti, appena entrato in vigore il Codice etico per l’autodisciplina nelle attività di call center: stop alle chiamate a ogni ora del giorno, più rispetto per i clienti, contratti ben spiegati. 

«Tutto nasce perché vogliamo garantire qualità del servizio e ragionevolezza nel rapporto con gli utenti, siano cittadini o aziende», spiega Roberto Boggio, presidente di Assocontact, l’associazione che rappresenta i call center di outsourcing in Italia e che ha messo a punto il regolamento con le associazioni di categoria. I suoi pilastri sono: evitare le telefonate la sera, vietarle tassativamente nei fine settimana, monitorare i casi in cui vengano segnalati contatti insistenti. 

Le nuove linee guida funzioneranno? Si spera. Finora ogni paletto imposto per evitare l’assalto dei promotori telefonici è stato facilmente aggirato. Il Garante della privacy ha provato a porre limiti alle telefonate mute in partenza dai centralini, ma i consumatori hanno continuato a riceverne e si lamentano. Fino all’anno scorso, nell’ufficio guidato da Antonello Soro erano state aperte più di 10mila istruttorie per abusi da parte di aziende di telemarketing. Ma in Italia ci sono circa 80mila operatori di call center per circa 160 aziende di outsourcing (Cerved Databank), spesso pronti a tutto pur di strappare un nuovo cliente. 

Boggio, tuttavia, è ottimista. «Le regole vanno rispettate. Chi contravviene sarà sanzionato dall’associazione. Naturalmente poi spetterà all’Autorità per la privacy, se necessario, fare il suo dovere», spiega. «Quel che ci preme - prosegue il presidente - è dipingere l’operatore non come un disturbatore ma come un amico, che ci può dare una mano a risolvere un problema o far risparmiare, proponendoci un’offerta conveniente».

Chi vuole risolvere il problema alla radice e non essere più contattato dai call center può iscriversi al Registro pubblico delle Opposizioni. Già quasi un milione e mezzo di italiani lo hanno fatto. Il servizio è riservato a chi ha il proprio numero sull’elenco telefonico. Da Assocontact promettono: «Vigileremo affinché chi ha negato il proprio consenso effettivamente non venga più disturbato». 

venerdì 29 gennaio 2016

La DeLorean “ritorna al futuro” grazie a una nuova legge: potrebbe essere prodotta in piccola serie

ilfattoquotidiano.it
di Claire Bal | 28 gennaio 2016

In America ora è permesso produrre repliche di auto di almeno 25 anni di età, ma con motori moderni. La DeLorean Motor Company scrive sul suo sito che sta pensando di tornare a costruire, e la notizia fa il giro del mondo
La DeLorean “ritorna al futuro” grazie a una nuova legge: potrebbe essere prodotta in piccola serie

Non che la DeLorean sia mai stata prodotta in grande serie: della DMC-12 furono assemblati meno di diecimila esemplari. Ma ora nuova legge americana sui “piccoli volumi” dà un nuovo futuro alla ricercatissima auto divenuta celebre nel mondo proprio grazie alla trilogia Ritorno al futuro. “Per circa cinquant’anni l’ente per la sicurezza stradale americano Nhtsa non ha fatto distinzioni fra le aziende che producono milioni di auto e quelle che assemblano poche auto personalizzate” – si legge sul sito della DeLorean Motor Company – così che i piccoli costruttori erano sottoposti alle stesse regolamentazioni e agli stessi adempimenti burocratici dei produttori di massa. A dicembre 2015, dice la DMC, il “Low Volume Motor Vehicle Manufacturers Act” ha creato un regolamento “ragionevole” che permette alle piccole Case di produrre un numero limitato di repliche di veicoli prodotti almeno 25 anni fa.

I piccoli costruttori dovranno comunque essere accreditati dall’Nhtsa e dell’Epa, l’ente federale per l’ambiente, e compilare report annuali. Le repliche saranno soggette ai regolamenti sugli equipaggiamenti standard e sui richiami, e soprattutto dovranno rispettare i regolamenti sulle emissioni dell’anno in cui sono prodotte: per questo, la nuova legge permette ai piccoli costruttori di utilizzare motori costruiti dalle grandi Case. “In vista di questa legge, la DeLorean ha lavorato a lungo per identificare un fornitore per i motori e altre parti. Ci sono ancora diversi ostacoli ed è ancora presto per determinare la fattibilità del progetto”, dice l’azienda.

Che però con questa dichiarazione, a pochi mesi dal “Back to the future day”, ha già scatenato i fan di tutto il mondo. La DMC-12, anche conosciuta semplicemente come DeLorean,  fu assemblata a Belfast nei primi anni 80 in poco più di novemila esemplari. Era un’auto eccezionale: aveva la carrozzeria di acciaio inossidabile spazzolato, le portiere ad ala di gabbiano e, sotto il cofano, un V6 di 2.8 litri PRV (Peugeot-Renault-Volvo). La DeLorean Motor Company fallì alla fine dell’82 quando il fondatore John DeLorean fu arrestato con accuse di traffico di droga, poi rivelatisi infondate. Tutte le scocche non ultimate e i componenti furono trasportare in Ohio e messe in vendita da una ditta chiamata Kapac.

Nel 1997, una nuova azienda chiamata DeLorean Motor Company of Texas acquisì l’invenduto: è la stessa che oggi ha ipotizzato di approfittare della nuova legge americana per tornare alla produzione. L’amministratore delegato Stephen Winne ha detto a WTKR che vorrebbe realizzare 300 repliche entro il 2016, a un prezzo che dovrebbe aggirarsi intorno ai 100.000 dollari e che potrebbe variare a seconda del motore scelto.

Apple richiama adattatori difettosi «Rischio di choc elettrico se toccati»

Corriere della sera

di FEDERICO CELLA

Si tratta di dispositivi elettrici a muro forniti dal 2003 al 2015 con i Mac e con alcuni device iOS. Da Cupertino fanno sapere di 12 casi di incidenti accaduti nel mondo



Apple ha annunciato oggi il richiamo volontario degli adattatori per la presa a muro CA destinati all’uso in Argentina, Australia, Brasile, Corea del Sud, Europa continentale e Nuova Zelanda. In rari casi, fanno sapere da Cupertino, gli adattatori a due poli interessati potrebbero rompersi, dando origine a un potenziale rischio di choc elettrico se toccati. Questi adattatori a muro sono stati forniti dal 2003 al 2015 con i Mac e con alcuni dispositivi iOS, ed erano inclusi anche nel cosiddetto Kit adattatore internazionale. Apple comunica di essere a conoscenza di 12 casi di incidenti accaduti nel mondo. Abbastanza per convincere l’azienda a intervenire. Il richiamo non riguarda gli adattatori destinati all’uso in Canada, Cina, Giappone, Hong Kong, Regno Unito e Stati Uniti né gli alimentatori USB.
«Non continuate a usarli»
«La sicurezza dei clienti è un’assoluta priorità», comunica l’azienda, che invita perciò gli utenti a non continuare a usare gli adattatori a muro interessati. E a sostituirli con componenti riprogettati. Per informazioni è stata messa online una pagina dedicata. Dove si legge come gli adattatori a due poli interessati alla campagna di richiamo sono quelli che riportano 4 o 5 caratteri, o nessun carattere, nello slot interno dove l’adattatore si collega all’alimentatore principale (vedi l’immagine sopra).

28 gennaio 2016 (modifica il 28 gennaio 2016 | 17:13)

A cosa serve il buco ​sul tappo delle penne Bic

Ivan Francese - Gio, 28/01/2016 - 16:11

Un dettaglio che tutti abbiamo bene in mente ma di cui pochi conoscono la funzione: serve ad evitare il soffocamento dei bimbi che dovessero ingerire il tappo


Piccoli dettagli su cui a volte non ci soffermiamo ma che subito ci appaiono come familiari non appena vengono richiamati alla mente. Uno di questi è il caratteristico forellino presente sul tappo delle biro Bic.

Proprio come il taschino dei jeans Levis, anche il buco sul tappo delle Bic non è lì per caso. Chi lo ha progettato lo ha fatto per un motivo ben preciso. Che quasi nessuno conosce.

Come si può leggere sullo stesso sito dell'azienda, il foro è stato pensato per evitare il soffocamento dei bambini (o degli adulti) che mai dovessero ingoiare inavvertitamente il tappo. Inoltre, per un motivo più "tecnico" e legato al funzionamento della penna, il foro serve ad evitare perdite d'inchiostro.

Condannato a 8 mesi Luigi Bobbio, il giudice che offese Carlo Giuliani

Luca Romano - Gio, 28/01/2016 - 15:53

Secondo il tribunale che lo ha giudicato è colpevole. Già uomo di An, aveva chiamato "feccia" il ragazzo morto a Genova



È "feccia", un "teppista". Così il magistrato Luigi Bobbio aveva descritto su facebook Carlo Giuliani, il 23enne rimasto ucciso a Genova negli scontri del 20 luglio 2011, durante la manifestazione contro il G8. Il magistrato - scrive Repubblica - è stato ritenuto colpevole di diffamazione aggravata e condannato di conseguenza a otto mesi di reclusione (con pena sospesa) e una provvisionale che dovrà essere stabilita dal giudice per la parte danneggiata.

La sentenza è arrivata dal tribunale di Torre Annunziata. Il giudice Procolo Ascolese ha accolto la richiesta del pm Mariangela Magariello e delle parti civili. Bobbio, che è giudice civile al tribunale di Nocera, è stato esponente di Alleanza Nazionale e senatore, nonché capo di gabinetto della Meloni, all'epoca ministro. La parentesi politica del magistrato si era conclusa con compiti da consigliere comunale a San Giuseppe Vesuviano e da sindaco a Castellamare di Stabbia. È poi tornato alla magistratura.

Compra Google.com per 1 minuto, riacquistato per 12.000 dollari

La Stampa

Lo riporta il New York Post. L’ex dipendente di Mountain View ha dato la somma in beneficenza

È stato titolare per un minuto del dominio Google.com. E per venderlo a Mountain View ha incassato 12.021,26 dollari. Lo riporta il New York Post. Ad acquistare per caso il dominio è stato l’ex dipendente di Google, Sanmay Ved lo scorso autunno. L’acquisto è avvenuto da Google Domains: Ved ha pagato 12 dollari. Una volta finalizzato ha ricevuto nel giro di un minuto una comunicazione di cancellazione dell’ordine. Ved contattato da Google si è accordato per 6.006,13 dollari, cifra che Google ha raddoppiato quando ha saputo che Ved l’avrebbe data in beneficenza.

Metterci la faccia

La Stampa
massimo gramellini



Sul lungomare di Genova, all’altezza della Lanterna, tute e divise si fronteggiano da ore in cagnesco. Gli operai dell’Ilva vogliono raggiungere la prefettura, i poliziotti hanno l’ordine di impedirglielo. Volti contratti, camionette schierate, agenti vestiti da robocop. In questi casi si dice che un gesto sbagliato farebbe precipitare la situazione. Non si pensa nemmeno che possa esisterne uno giusto. Invece quel gesto c’è e lo compie la vicequestore Canessa. Si sfila il casco, mettendoci la faccia.
La faccia spavalda di una donna, unica in mezzo a tanti uomini.

L’effetto è contagioso. I colleghi maschi si tolgono le maschere e l’operaio più vicino tende una mano, che lei subito gli stringe. Parlano di figli e di bollette da pagare. La tensione si scioglie e, per una di quelle superiori armonie che troviamo più comodo derubricare a coincidenze, un attimo dopo arriva la notizia che il governo ha accettato di mediare il conflitto sindacale e che il corteo potrà sfilare fino alla prefettura.

Un gesto d’impulso ha violato il regolamento di polizia ma ha cambiato le regole del gioco, rompendo lo schema scontato della contrapposizione per inserire una variabile intuitiva. È emblematico che sia successo a Genova, la città del G8. Sorprende meno che a compierlo sia stata una donna.

Cos’è il Safe Harbor e perché ti riguarda da vicino

La Stampa
lorenza castagneri

L’accordo che permette il libero trasferimento dei dati personali dei cittadini europei negli Stati Uniti, dichiarato illegittimo dalla Corte di Giustizia dell’Unione europea, scadrà il 31 gennaio. E non c’è ancora una nuova intesa



1. Cos’è il Safe Harbor?
È il principio che permette alle aziende americane di spostare i dati personali dei cittadini dell’Unione europea negli Stati Uniti: un “approdo sicuro”, questa la sua traduzione letterale, per le imprese americane che fino a oggi potevano considerarsi automaticamente in regola nel trattamento della privacy dei cittadini europei. La norma è entrata in vigore nel 2000, quando la Commissione europea ha stabilito che questo regime di garantiva una adeguata protezione dei dati personali trasferiti dall’Europa.

2. Perché se ne parla?
Perché questo accordo sta per saltare. Il 6 ottobre 2015, una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea ha stabilito che l’automatismo che permette di trasferire i dati di chi vive nella Ue negli Usa va modificato e deve diventare più stringente.

3. Fino a quando resterà valido il Safe Harbor?
L’accordo è valido fino al 31 gennaio. Le Autorità garanti per la privacy europee hanno preso atto della decisione della Corte di Giustizia e dato tempo fino alla fine di questo mese alla Commissione europea per arrivare a un “Safe Harbour 2” che tuteli davvero la privacy dei cittadini europei dall’altra parte dell’Atlantico. 

4. Quanto è importante questo accordo?
È strategico. D’ora in poi aziende come Facebook, Microsoft e Google che immagazzinano i dati relativi ai loro milioni di utenti nei loro server americani potrebbero essere costretti a seguire regole più ferree. Ma non ci sono soltanto i giganti dell’hi-tech. Il sito Business Insider stima che almeno 4.500 imprese abbiano beneficiato di Safe Harbor fino a oggi. 

5. Quindi che cosa succederebbe se non si arrivasse a una nuova intesa?
Le imprese sarebbero bloccate: non potrebbero più trasferire i dati raccolti in Europa verso gli Usa. 

6. A che punto è la discussione per trovare un nuovo accordo sull’ “approdo sicuro”?
Per usare la stessa metafora, potremmo dire che la nave è ancora lontano dalla terra ferma. Le trattative sono a un punto quasi morto. Tanto che, il 22 gennaio, il Garante per la privacy, Antonello Soro ha scritto una lettera-appello al premier Matteo Renzi perché la questione venga risolta in tempi stretti. «Purtroppo - scrive Soro - non sono maturate ad oggi le condizioni per conseguire un utile risultato entro la scadenza indicata dalle Autorità, in ragione della persistenza di nodi politici che, di fatto, rendono al momento difficile un’intesa tra la Commissione e gli Stati Uniti d’America». 

7. Qual è il prossimo passo?
Della questione del Safe Harbor si è parlato nei giorni scorsi durante il Word Economic Forum di Davos. Andrus Ansip, il Commissario europeo per il mercato unico digitale, ha detto di essere fiducioso: «Saremo in grado di raggiungere un accordo per tempo». Ma quello che arriverà, sempre se arriverà, potrebbe essere soltanto un accordo di massima, una prima intesa. 

8. E se non si arriverà a un accordo entro il 31 gennaio?
Il 2 febbraio è già stata fissata una riunione delle Autorità garanti per i dati personali europee, le quali, come ha stabilito la sentenza della magistratura Ue, potranno sospendere i trasferimenti di dati verso quei paesi che non garantiscono un livello di protezione sufficiente. 

9. Quali sono le conseguenze se non si giunge a un’intesa?
Sono soprattutto economiche. I dati personali collezionati da Google, Facebook e Microsoft servono per alimentare il settore milionario della pubblicità online. 

10. Ma non esistono normative alternative al Safe Harbor?
Sì, esistono le clausole contrattuali standard o le regole di condotta tra società facenti parti dello stesso gruppo d’impresa. I due strumenti sono previsti dal codice della privacy. Però non è detto che le imprese, confidando in un rapido intervento della Ue, abbiano deciso di mettere in pratica simili alternative. 

Truffato al bancomat: responsabile la banca, non il cliente

La Stampa



«Carta illeggibile, sportello fuori servizio» e il bancomat non viene restituito, eppure il giorno dopo vengono prelevati dal conto del correntista 7000 euro. Questo quanto accaduto ad un uomo che, non riuscendo a prelevare, si fa aiutare da un passante – mostrandogli inavvertitamente il pin – e segnala l’inconveniente al vicepresidente dell’Istituto di credito che si trovava presso la filiale. L’uomo denunciava l’accaduto anche alle autorità giudiziarie e conveniva in giudizio la banca, che, invece, deduceva la tardività della segnalazione e della denuncia del fatto.

Condotta imprudente del correntista. I giudici di merito rigettavano la domanda del correntista, ritenendo che l’indebito prelievo fosse ascrivibile in via esclusiva alla sua responsabilità: la condotta tenuta dal cliente della banca era stata del tutto imprudente, dal momento che aveva digitato il pin sotto gli occhi del truffatore, senza aver tempestivamente attivato il blocco, mediante numero verde, come indicato dal funzionario della banca e limitandosi a segnalare la mancata restituzione della carta, omettendo di far menzione della presenza di un terzo.

E la condotta della Banca? La vittima della truffa ricorreva allora in Cassazione, lamentando che i precedenti Giudici avevano individuato nell’esclusiva sua responsabilità la causa del danno patrimoniale, da lui subita, ed inoltre, non avevano preso in considerazione il grave difetto di diligenza dell’istituto bancario che, all’esito della segnalazione da parte dell’uomo, non aveva posto in essere alcuna cautela.

La diligenza professionale. Per la Cassazione il motivo è fondato,  «la Corte di Appello nel riconoscere l’esclusiva responsabilità del ricorrente per aver consentito l’individuazione del pin ad un terzo e non aver provveduto all’immediato blocco della carta, non ha svolto uno scrutinio effettivo del comportamento contrattuale della banca secondo il parametro della diligenza professionale ex art. 1176, comma 2, c.c.».

La Banca avrebbe dovuto quindi indagare sulla condotta del funzionario che aveva avuto immediata notizia del malfunzionamento del bancomat, che aveva demandato al giorno successivo alla denuncia i controlli; inoltre, aveva anche omesso ogni tipo di controllo e verifica mediante il sistema di telecamere dell’avvenuta manomissione del medesimo da parte di terzi.

Concludendo. Secondo la Corte di Cassazione «ai fini della valutazione della responsabilità contrattuale della banca per il caso di utilizzazione illecita da parte di terzi di carta bancomat trattenuta dalla sportello automatico, non può essere omessa, a fronte di un’esplicita richiesta della parte, la verifica dell’adozione da parte dell’istituto bancario delle misure idonee a garantire la sicurezza del servizio da eventuali manomissioni, nonostante l’intempestività della denuncia dell’avvenuta sottrazione da parte del cliente» (Cass., n. 13777/2007).

Sulla base di tali argomenti la Cassazione, con la sentenza n. 806 del 19 gennaio scorso, ha accolto il ricorso dell’uomo.

Fonte: www.ridare.it

I soldi in banca? Non ci fidiamo più. Li teniamo in casa dentro un muro”

La Stampa
federico genta, massimiliano peggio

Dopo il caso Etruria, i carabinieri di Torino: “Troppi anziani non portano più i risparmi in banca”



«Non ci fidiamo più delle banche». Claudio e Franca tenevano i risparmi in cantina.

Centocinquantamila euro infilati in un’intercapedine del muro. Lì li hanno trovati i truffatori, finti addetti dell’acquedotto, che con la scusa di un’esplosione imminente sono entrati nella loro villa, alle porte di Torino. Ecco che cosa ha prodotto lo tsunami delle banche, scatenato dal caso Etruria. Dopo dieci giorni di titoli in picchiata, con titoli crollati anche del 40 per cento in un mese, i risparmiatori rischiano di fare la fine della coppia di pensionati torinesi. Che per paura di perdere il proprio capitale, si è affidata a un nascondiglio fai da te. Il surrogato del vecchio materasso.

LE DENUNCE
È lo scenario che emerge dalle denunce raccolte lo scorso anno dalle forze dell’ordine torinesi: 3200, duecentocinquanta in più nel 2014. «Le persone tengono troppo contante in casa» conferma il colonnello Arturo Guarino, comandante provinciale dei carabinieri. «La maggior parte delle vittime raggirate sono anziane, che già in passato mostravano poca dimestichezza con conti correnti e forme di pagamento elettronico. Questo, però, è un fenomeno nuovo.

Preoccupante proprio perché espone a maggiori pericoli soggetti già a rischio». La gente non si fida. E si organizza. Nelle grandi città del Nord Italia si registra un boom di vendite di casseforti e mobiletti blindati. Una protezione low cost, cresciuta a gennaio, in alcuni centri commerciali, del 18 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. 

ADDIO MONETA ELETTRONICA
Altro che la moneta elettronica sognata dall’Agenzia delle Entrate per abbattere gli affari in nero. Le famiglie continuano a preferire il contante e a tenerselo stretto. Forse troppo. «È una scelta per certi versi comprensibile, ma che non può essere condivisa - dice Guarino -. Un conto è imparare a essere cauti negli investimenti, altra cosa è essere semplici titolari di un conto corrente.Proprio le banche hanno una struttura di sicurezza che non è ripetibile in casa». Questo lo sanno anche i truffatori. Veri e propri attori nell’inscenare scuse sempre nuove per fregare le vittime.

Anziani raramente scelti a caso: perché nessuno, senza saperlo, può immaginare di trovare 150 mila euro nascosti dentro un muro. «Per questo continuiamo a ripetere che la prima forma di difesa è la riservatezza. Non bisogna mai rivelare la presenza di denaro in casa a operai e assistenti. Bisogna, invece, stabilire buoni rapporti di vicinato, in modo che qualcuno sorvegli la nostra abitazione quando si è assenti». E poi non ci si deve vergognare di denunciare. Nel 2015 le forze di polizia torinesi hanno arrestato, per truffa, 19 persone: 1700 quelle denunciate, a piede libero proprio perché non sono state colte sul fatto.

Un altro dato è significativo. Non solo crescono i contanti in casa, ma anche l’acquisto di armadi porta fucili, che all’occorrenza possono servire al doppio uso: perché più sicuri e blindati. Così servono a proteggere i risparmi di una vita e le armi, anche queste in aumento, sintomo diffuso di insicurezza. «Nel nostro circuito d’acquisto la vendita di armadi porta fucili è cresciuta del 40%», dice Marco Valfrè, responsabile di settore del gruppo Guercio, partner negli acquisti del marchio nazionale Brioco Ok. 

La colpa del termometro

La Stampa

massimo gramellini

Il maresciallo ucciso sull’uscio di casa da un padre a cui aveva messo i figli balordi in galera. La dottoressa colpita a morte con un piede di porco dal cognato alcolista perché avrebbe incoraggiato la sorella a divorziare. Da Carrara a Cosenza gli ultimi delitti di cronaca obbediscono a un medesimo copione. Le vittime sono punite per avere fatto la cosa giusta: arrestare delinquenti, ospitare parenti in fuga da matrimoni guasti. E il loro giustiziere è un maschio - anziano nel primo caso, di mezza età nel secondo - che proietta fuori di sé gli sfaceli familiari, individuando i capri espiatori oltre le mura di casa. 

Casi estremi, ma indicativi di un clima. C’è chi, anche senza assecondare impulsi omicidi, sulla voce della coscienza preferisce pigiare il tasto «muto». Chi non incolpa i figli e i coniugi dei propri e loro fallimenti, e non perché li ami, ma perché li considera estensioni di se stesso. «Mi ha rovinato la vita», sbotta l’assassino del maresciallo di Carrara. Non sono i figli a essersela rovinata da soli con la droga, né lui ad avere dato un generoso contributo in termini di cattiva o scarsa educazione. «Quella donna mi detestava», confessa l’assassino della dottoressa di Cosenza, sorvolando sulle obiettive difficoltà di adorare un uomo che picchia o comunque fa soffrire tua sorella. La responsabilità è di chi non si fa i fatti propri e osa guardare in faccia il problema. Come se bastasse spezzare il termometro per non avere più la febbre.

Le regole d’oro per smaltire cellulari &co.

Corriere della sera

di Ludovico Fontana
Elettrodomestici, cellulari, pile esauste, giochi elettronici rotti. Qual è il cimitero del mondo digitale? Qual è il modo migliore, più corretto e rispettoso dell’ambiente, per liberarsi di ciò che non usiamo più? Per indicare i cosiddetti Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche c’è l’acronimo Raee: sono oggetti grandi e piccoli, dai telecomandi ai frigoriferi, dagli smartphone agli aspirapolvere, che, per legge (il principale riferimento è il decreto legislativo 49 del 2014), devono essere conferiti in appositi centri per la raccolta differenziata. Abbiamo chiesto dieci consigli su come riciclare correttamente i Raee a Fabrizia Gasperini, responsabile comunicazione di ReMedia, consorzio che si occupa dello smaltimento di questo tipo di rifiuti. Attenzione, comunque: si parla di rifiuti, cioè prodotti a fine vita che non possono essere riutilizzabili.

Quel bidoncino barrato

Tutte le apparecchiature che riportano questo simbolo devono essere soggette a raccolta differenziata: il simbolo identifica, secondo la legge, «le apparecchiature elettriche ed elettroniche immesse sul mercato dopo il 13 agosto 2005». Attenzione anche ad altri tipi di rifiuti.



Per esempio: un macchinario per il monitoraggio dell’insulina potrebbe essere contaminato da sangue o materiale organico, e in questo caso va buttato nell’indifferenziato. Il discorso è diverso se la parte contaminata è separabile: è il caso del test di ovulazione, che viene considerato un’apparecchiatura elettrica e va trattato come Raee perché lo “stick” contaminato viene gettato separatamente.

Al riparo

Le apparecchiature non devono essere lasciate all’aperto e non devono essere bagnate, per evitare di comprometterne la possibilità di essere riciclate.


 Non rompere

Questo accorgimento permette di evitare la dispersione di sostanze pericolose. Per esempio, il vecchio televisore con tubo catodico, se rotto, disperde nell’ambiente polveri fluorescenti molto dannose.

Anche le lampadine a risparmio energetico non devono rompersi: all’interno contengono sostanze pericolose.

Le pile sono esauste

Le pile vanno riciclate separatamente negli appositi contenitori. Ci sono oggetti da cui le pile, però, non possono essere rimosse, come alcuni cellulari o particolari giocattoli: in questo caso le apparecchiature vanno riciclate nei centri di raccolta Raee.


Beati i piccoli

Se l’apparecchio è di piccolissime dimensioni (sotto i 25 cm) si può portare in un punto vendita di apparecchiature elettriche ed elettroniche con superficie commerciale superiore ai 400mq, quindi un negozio abbastanza grande. La consegna è gratuita e senza obbligo di acquisto. I piccoli negozi non hanno quindi tale obbligo.



Se l’apparecchio è di dimensioni più grandi (sopra i 25 cm) può essere portato in un qualsiasi punto vendita di apparecchiature elettriche ed elettroniche, a fronte dell’acquisto di uno nuovo equivalente. I distributori hanno l’obbligo di informare i consumatori sulla gratuità del ritiro.

Piazzole e impianti

Sul sito del Centro di coordinamento Raee (di cui fanno parte 17 sistemi che gestiscono i Raee tra cui lo stesso consorzio ReMedia) è presente il motore di ricerca dei centri di raccolta in ciascun comune, ma anche degli impianti di trattamento e dei luoghi di raccolta per la Gdo (grande distribuzione).



È un servizio utile per apparecchi molto grandi e gratuito fino a determinate dimensioni. A Roma il servizio è gestito dall’Ama (massimo 2 metri di cubi di materiale, si possono richiedere fino a 12 ritiri gratuiti annui, massimo due volte al mese), a Milano dall’Amsa (massimo 200 kg a pezzo, massimo 8 pezzi per prelievo, massimo una volta al mese).