giovedì 30 giugno 2016

Le popstar chiedono a Bruxelles un aiuto contro YouTube

La Stampa

In una lettera inviata alla Commissione Europea, oltre mille artisti accusano la piattaforma video di aumentare il «value gap» tra ascolti online e redistribuzione dei profitti. Tra i firmatari, molti big internazionali e italiani



La crociata musicale contro YouTube sbarca in Europa. Oltre mille artisti (da Ed Sheeran ai Coldplay, da Laura Pausini a Fedez) hanno firmato una lettera inviata mercoledì 29 giugno al presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, in cui si accusa YouTube di sottrarre valore economico alla comunità degli artisti e degli autori di canzoni.

È un nuovo capitolo, il primo squisitamente europeo, della «guerra del value gap», in corso ormai da diversi mesi. La piattaforma video di proprietà di Google viene indicata come la principale responsabile del progressivo aumento nella distanza tra la quantità di musica ascoltata online (sempre di più) e i profitti generati per artisti e detentori di diritti (per singolo ascolto, sempre di meno).

Il confronto è stato inaugurato dalle principali case discografiche a inizio 2016, ma pian piano ha attirato anche l’adesione degli artisti, che hanno iniziato a criticare YouTube a livello individuale (vedi i casi recenti di Trent Reznor e dei Black Keys) o a rivolgersi collettivamente alle istituzioni. Poche settimane di quella inviata a Bruxelles, quasi duecento protagonisti della musica mondiale avevano imbucato una lettera molto simile, destinazione Congresso degli Stati Uniti.

Le richieste non riguardano solo aspetti economici, ma anche giuridici. Se la campagna può rientrare in una strategia contrattuale di breve termine (secondo il Financial Times, sono in corso le trattative per il rinnovo delle licenze dei contenuti tra YouTube e le tre major Universal, Sony, Warner), tanto al Congresso USA quanto alla Commissione Europea viene chiesto di eliminare uno dei cardini della prima legislazione digitale: quel concetto di «safe harbour» che ha permesso a servizi come YouTube di non correre il rischio di essere rinviati a giudizio a causa del caricamento da parte degli utenti di contenuti protetti dal diritto d’autore.

«Una regola vecchia», ripetono etichette e artisti, «scritta in un’altra epoca». Nel 2015, per la prima volta dai tempi di Napster, l’industria discografica ha fatto registrare un significativo rimbalzo nel fatturato globale (+3,2% per un valore complessivo di 15 miliardi di dollari), soprattutto grazie alla spinta degli abbonamenti a pagamento a servizi streaming come Spotify e Apple Music. YouTube rimane tuttavia uno dei principali distributori di musica su Internet: un jukebox fondamentalmente gratuito. L’azienda californiana ha risposto alle accuse sottolineando di aver versato tre miliardi di dollari in royalties all’industria discografica e che la maggior parte dei suoi contenuti è disponibile in seguito alla firma di regolari accordi con gli aventi diritto (accordi monetizzati con la pubblicità).

A differenza della lettera a Washington, firmata da artisti di lingua inglese (soprattutto statunitensi, ma con una robusta presenza britannica), la missiva spedita a Bruxelles presenta un campione di nomi geograficamente molto distribuito. Nonostante il peso specifico nettamente più rilevante sul mercato continentale, questo non era il periodo più adatto per inviare a Juncker una richiesta d’aiuto a maggioranza inglese. Nella lunga lista compaiono anche molti big italiani: tra gli altri, Biagio Antonacci, Francesco De Gregori, Elio e le Storie Tese, Fedez, Marco Mengoni, Francesca Michielin, Laura Pausini, Pooh, Subsonica e Zucchero. Testimonial di un braccio di ferro - complesso e direttamente legato ai moderni consumi musicali - che riguarda da vicino l’intera comunità contemporanea di artisti e creativi.

La rispsota di YouTube è arrivat nel pomeriggio: 
«I servizi digitali non sono il nemico», si legge in un comunicato dell’azienda. «YouTube collabora con l’industria musicale per generare ancora più ricavi per gli artisti, in aggiunta ai 3 miliardi di dollari che abbiamo già pagato sino ad oggi. La stragrande maggioranza delle etichette e degli editori ha accordi di licenza in essere con YouTube e nel 95% dei casi sceglie di lasciare i video caricati dai fan sulla piattaforma e di trarre guadagni da questi video. Il nostro sistema di gestione dei diritti, Content ID, va ben oltre ciò che la legge richiede per aiutare i detentori dei diritti d’autore a gestire i propri contenuti su YouTube: i video caricati dai fan generano ad oggi il 50% delle loro revenue su YouTube. Infine siamo convinti che, offrendo maggiore trasparenza nelle remunerazioni agli artisti, possiamo affrontare molte di queste preoccupazioni».

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Google mostra direttamente i testi delle canzoni

La Stampa
andrea signorelli

La nuova funzione del motore di ricerca semina il panico tra i siti specializzati



Da lunedì 27 giugno, Google ha iniziato a mostrare i testi delle canzoni direttamente all’interno del motore di ricerca. La funzione è da oggi disponibile anche in Italia: andando su Google.it e aggiungendo la parola “testo” al titolo della canzone, le strofe appariranno in un box in cima ai risultati.

Il nuovo strumento è stato reso possibile da un accordo, annunciato da Billboard , tra Google e la società specializzata LyricFind, fondata già nel 2004. Sul motore di ricerca, comunque, appare solo una parte del testo: per poterlo vedere integralmente è necessario cliccare su un link che rimanda a Google Play, dove sarà anche possibile acquistare la canzone o ascoltarla in streaming.

Google, quindi, sfrutterà le tantissime ricerche di questo tipo fatte dagli utenti per espandere il suo mercato nella musica digitale. Come già avvenuto con le previsioni meteo o con i risultati delle partite , quindi, non sarà più necessario cliccare sui link di altri siti, visto che le informazioni saranno fornite direttamente da Google.

La novità semina il panico tra i tanti siti specializzati proprio nel fornire i testi delle canzoni, che rischiano di perdere una grossa percentuale di visitatori. Allo stesso tempo, la nuova funzione di Google potrebbe fare la gioia del mercato musicale (già in ripresa nel 2015 ): a differenza di molte testate, che pubblicano i testi illegalmente, LyricFind ha stretto partnership con oltre 4mila case discografiche per utilizzare i testi delle canzoni in maniera legale. Secondo il capo di LyricFind, Darryl Ballantyne, grazie a questo accordo “le case discografiche guadagneranno milioni di dollari in più”.

A cosa serve davvero la parte blu della gomma per cancellare?

Rachele Nenzi - Mer, 29/06/2016 - 11:16

Sul web una teoria secondo cui la parte blu della gomme per cancellare non serva per l'inchiostro delle penne. La risposta sul sito della Pelikan



Chissà quanti di voi si sono chiesti a cosa serva, davvero, la parte blu della gomma per cancellare.
Quella che tutti, in un modo o nell'altro, abbiamo usato almeno una volta. Non può mancare, infatti, nell'astuccio di uno scolaretto questa gomma. Sul web in questi giorni sta impazzando un articolo, ripreso da blog, siti e qualche piccola testata giornalistica, che svelerebbe il motivo "vero" per cui le gomme Pelikan sono per metà rosse e metà blu.

L'uso della gomma per cancellare

A dire il vero, probabilmente tutti quelli che ne hanno fatto uso almeno una volta avranno testato che la parte rossa funziona benissimo per le matite in grafite. Qualcuno, invece, ha qualche dubbio sulla parte colorata di blu. I fogli strappati e i buchi provocati da un uso troppo vigoroso di questa parte della gomma per cancellare non si contano. Tanto che la Rete ha messo in dubbio che il reale scopo della parte blu fosse di cancellare l'inchiostro delle penne.
Il "reale" scopo, scrive l'articolo ripreso da più parti, sarebbe esclusivamente quello di cancellare la matita dalle superfici più rigide. Come il cartone.

La risposta dell'azienda

Eppure la risposta si trova nel sito della Pelikan, che presentando il prodotto scrive come le sue gomme per cancellare rosse e blu siano così divise perché quel 1/3 colorato d'azzurro serve per cancellare "inchiostro/inchiostro colorato/penne a sfera e pastelli". Mistero svelato, o forse no. In molti rimangono convinti che non sia così. Anche se chi la produce lo assicura.

Bud Spencer, dieci cose che (forse) non sapete

Corriere della sera

di Valentina Santarpia
L’attore popolarissimo per la serie di Spaghetti western con Terence Hill era in realtà anche un nuotatore olimpico, un pilota di elicottero, un musicista, un chimico. Ha girato mezzo mondo, ma non amava le vacanze. E si è tagliato la barba una sola volta nella vita, ma poi l’ha fatta ricrescere

L‘attore napoletano (che odiava viaggiare)

Tutti lo conoscono come Bud Spencer, il compare di Terence Hill della serie di Spaghetti western più amata del cinema. Ma pochi sanno che in realtà il gigante buono del cinema, morto lunedì 27 giugno, si chiamava Carlo Pedersoli, ed era nato a Napoli, nel quartiere Santa Lucia. Nel 1940 lasciò Napoli per Roma, dove iniziò le scuole superiori. Fu solo il primo dei suoi tanti trasferimenti, che lo hanno portato poi a girare mezzo mondo, soprattutto per lavoro. Ma odiava le vacanze: il suo viaggio di nozze è durato tre giorni.

L’anno scorso il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, gli aveva consegnato una medaglia e una targa a palazzo San Giacomo in nome della sua città d’origine
L’anno scorso il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, gli aveva consegnato una medaglia e una targa a palazzo San Giacomo in nome della sua città d’origine

Le Olimpiadi

Al cinema ci era arrivato solo per caso. In realtà Spencer era uno sportivo, uno degli atleti di punta del nostro Paese. Nel luglio 1950, a 20 anni, fu il primo italiano a scendere sotto il minuto nei 100 stile: 59”5. Venti volte campione nazionale (stile, rana e farfalla), nonostante abbia lasciato la carriera del nuoto per tre anni, ha preso parte comunque a due Olimpiadi (Helsinki 1952 e Melbourne 1956) ed è stato azzurro di pallanuoto fino al 1960, praticando anche rugby e pugilato. Alle Olimpiadi ha giocato contemporaneamente a pallanuoto (giocava con la SS Lazio) e alle gare di nuoto.


 La piscina (e la fama) in Germania

E infatti in Germania, dov’è popolarissimo, gli hanno persino intitolato un impianto. È successo nel 2011, quando Schwäbisch Gmund, città di 61 mila abitanti a 50 km da Stoccarda, ha intitolato la sua piscina comunale al grande attore scomparso: «Bud Spencer Bad». Il 9 luglio 1951 proprio in quella piscina, scoperta, che fino a quel giorno si era chiamata Schiesstal, l’allora forte nuotatore azzurro Carlo Pedersoli, ventunenne, durante un bilaterale Germania-Italia vinse i 100 metri stile libero. Il primo nuotatore in assoluto sul suolo tedesco a nuotare la distanza in meno di un minuto. Ma che la fama di Bud Spencer in Germania fosse tenace lo ha dimostrato l’uscita del suo libro, «Altrimenti mi arrabbio»: un’autobiografia che è stata al primo posto nelle classifiche di vendita tedesche per settimane.



La candidatura in Forza Italia

È successo nel febbraio del 2005: affiancato dal coordinatore del Lazio Antonio Tajani, Bud Spencer presentò la sua candidatura alle regionali con Forza Italia, sostenendo Francesco Storace. Delle idee politiche dell’ attore fino ad allora si sapeva poco. «Condivido tutto quello che ha fatto Berlusconi», aveva detto una volta, «lo conosco da tempo, lo stimo da prima che facesse politica. E quando si stima l’ uomo già prima e poi lo si vede in politica lo si accetta e lo si ama». Non fu eletto, nonostante le quasi 4000 preferenze.



Il Sud America

Nel 1947 andò in Sud America, dove prima lavorò come chimico, poi approdò in Brasile, dove lavorò presso il consolato di Recife. Per un periodo lavorò come dipendente di un’impresa statunitense impegnata nella costruzione di una lunga strada di collegamento tra Panamá e Buenos Aires. Negli anni in America Latina lavorò anche per l’Alfa Romeo di Caracas e disputò come pilota la Caracas-Maracaibo.



L’elicottero e il rimorchiatore

Un’altra delle sue passioni poco conosciuta è quella per il volo: nel 1975 prese la licenza di pilota di elicottero per l’Italia, la Svizzera e gli Stati Uniti. Ma era anche un appassionato di motori: e infatti comprò un rimorchiatore.



La musica

Nonostante il padre della moglie, Maria Amato, fosse un noto proprietario di sale cinematografiche, Carlo non era interessato al grande schermo quando tornò in Italia, negli anni ‘60, ma alla musica: firmò un contratto con l’etichetta musicale Rca, e scrisse i testi per noti cantanti italiani, come Ornella Vanoni e Nico Fidenco, e anche qualche colonna sonora.

(LaPresse)
(LaPresse)

Bud come la birra

Quando iniziò la serie degli spaghetti western, consigliarono sia a lui che al suo compagno Mario Girotti di cambiare nome, perché troppo italiano. Ma mentre Girotti scelse il suo tra una ventina di nomi inventati, Carlo decise il suo nome d’arte, Bud Spencer, pensando all’attore Spencer Tracy e giocando con ironia sul nome della birra Budweiser, in Italia commercializzata come Bud.



Universitario record

Fu una delle matricole più giovani dell’università di Roma, dove studiò Chimica: aveva solo diciassette anni. Non riuscì a laurearsi per via del trasferimento in Sud America, ma la laurea poi l’ha presa più tardi, nel 1955, in Giurisprudenza.



La barba mai tagliata

Si è tagliato una volta sola la barba nella sua vita: ma poi l’ha fatta subito ricrescere.

In «Al di là della legge» (1968) un inedito Bud Spencer senza barba
In «Al di là della legge» (1968) un inedito Bud Spencer senza barba

L’iPhone l’ho inventato io nel 1992» Causa a Apple per 9 miliardi di euro

Corriere della sera

di Raffaella Cagnazzo

Thomas Ross porta in tribunale la casa di Cupertino sostenendo che la multinazionale di Jobs ha rubato il suo progetto del 1992 e poi, nel 2007, ha lanciato il melafonino

Il disegno originale di Ross e la prima versione dell’iPhone

Un uomo residente in Florida ha presentato querela contro Apple sostenendo che iPhone, iPad e iPod violano i diritti della sua invenzione del 1992. E a sostegno della sua tesi Thomas S. Ross, questo il nome dell’americano, presenta i suoi disegni a mano di un «dispositivo di lettura elettronica».
Il progetto del 1992
Ross sostiene di aver progettato tra maggio e settembre 1992 un dispositivo che «incarnava una fusione di design e funzionalità» mai esistito prima di allora. L’idea di Ross era creare un device che permettesse di leggere storie, racconti, notizie, ma al contempo anche guardare immagini e video: tutto su una superficie piana e retroilluminata. E a leggere così sembra davvero che il dispositivo pensato dall’americano sia una prima bozza dei più famosi prodotti Apple. Nel progetto di Ross, poi, era previsto anche che il dispositivo potesse essere utile per telefonare, scrivere, archiviare e memorizzare file grazie ad una memoria interna di 240Mb e 2MB di Ram.
La disputa sul mancato brevetto
Con un simile progetto in mano, nel novembre 1992 Thomas Ross si presenta all’Ufficio Marchi e Brevetti statunitense per registrare la sua invenzione, ma l’inventore statunitense non paga le tasse richieste e la sua domanda rimane in sospeso per anni fino a quando nell’aprile 1995 viene dichiarata «decaduta». La disputa però è ben più lunga e articolata. L’11 luglio 2007, dodici giorni dopo che Steve Jobs ha presentato il primo iPhone, Ross denuncia l’ufficio brevetti per aver dichiarato decaduta la sua richiesta. Nel 2014, presenta richiesta di riconoscimento per i diritti d’autore dei suoi disegni all’ufficio Copyright statunitense. E ancora: nel marzo 2015 presenta a Tim Cook, amministratore delegato di Apple, una richiesta di «cease and desist» ovvero diffida alla società e chiede di cessare la produzione degli smarphone con il marchio della Mela. «Affermazioni prive di fondamento e irragionevoli», rispondono i legali Apple.
La causa contro Apple
Ora, ben 24 anni dopo quei disegni, Ross cita in giudizio Apple. E con la causa numero 0:2016cv61471 depositata il 27 giugno scorso presso la Florida Southern District Court chiede alla società della Mela il «rimborso» per il mancato pagamento per l’utilizzo del progetto originale. In totale, non meno di 10 miliardi di dollari (l’equivalente di poco più di 9 miliardi di euro) e diritti fino all’1,5% sulle vendite mondiali dei dispositivi Apple ispirati ai suoi disegni venduti dal 2007 (anno di lancio dell’iPhone) fino ad oggi.
Quando Jobs diceva: «I grandi artisti rubano»
A rafforzare la tesi di Thomas Ross c’è una frase pronunciata dal fondatore di Apple, Steve Jobs, che in un’intervista rilasciata nel 1994 dichiarò:«i buoni artisti copiano mentre i grandi artisti rubano». Aggiungendo poi, «Non ci siamo mai vergognati nell’ammettere di aver rubato grandi idee».

@rafficagnazzo
29 giugno 2016 (modifica il 29 giugno 2016 | 16:13)

L’Italia esporterà software di sorveglianza in Egitto

La Stampa
carola frediani

Nonostante la crisi diplomatica, il Governo autorizza l’azienda Area a vendere ad Al Sisi tecnologie per il controllo di massa delle comunicazioni in Rete



Un sistema di monitoraggio delle comunicazioni su internet. È la tecnologia che verrà esportata dall’Italia in Egitto, al di là della crisi diplomatica tra i due governi conseguente alla brutale uccisione di Giulio Regeni e alle denunce, avanzate da molte organizzazioni di attivisti e giornalisti, sulle diffuse violazioni dei diritti umani in quel Paese.

Pochi giorni fa il Ministero dello Sviluppo Economico (Mise) ha infatti concesso all’azienda italiana Area spa, di Vizzola Ticino, una autorizzazione specifica per l’esportazione di una tecnologia di sorveglianza del traffico internet in Egitto. L’uso finale dichiarato è di agevolare l’attività di intercettazione di comunicazioni ai fini della sicurezza nazionale. Il cliente finale è degno di nota: il Technical Research Department (TRD), localizzato a Kobri El Kobba, all’interno del Consiglio nazionale di difesa. L’azienda locale intermediaria è l’Alkan Communication and Information Technology del Cairo. Il valore della commessa: oltre 3,1 milioni di dollari.

Perché è interessante il Technical Research Department? Perché, come riportato tempo fa dalla Stampa, si tratterebbe di un’unità opaca, autonoma e priva di controlli democratici dell’intelligence e degli apparati egiziani, protagonista di una intensa attività di sorveglianza delle comunicazioni, sia di massa che mirata. Nel corso degli ultimi anni il TRD avrebbe infatti comprato, riferiva un rapporto di Privacy International, sistemi per la gestione di intercettazioni, centri di monitoraggio per telefoni mobili e fissi, prodotti di intercettazioni passiva e di massa e spyware da varie aziende europee, inclusa la tedesca AGT e l’italiana Hacking Team. 

Le tecnologie di monitoraggio delle comunicazioni su reti IP - come quelle esportate da Area - intercettano il traffico internet facendo quella che in gergo si chiama DPI, Deep Packet Inspection. Il che significa che possono “leggere” il traffico in chiaro ma anche, se hanno a disposizione dei mezzi ulteriori come dei certificati per la cifratura (Cert), quello cifrato. Potenzialmente, queste tecnologie sono pure in grado di scavare nei dati e nelle comunicazioni dei social media (social mining), scaricare allegati e foto, categorizzare i contenuti, mappare i contatti delle app di messaggistica, archiviare il traffico e fare ricerche a ritroso sullo stesso.

Area è un’azienda dell’area di Varese che da anni esporta questo genere di tecnologie in vari Paesi, tanto che nel 2011 finì al centro delle polemiche per una commessa dalla Siria di Bashar Al-Assad, poi bloccata. Rifornisce anche diversi apparati statali italiani di varie tecnologie, comprese piattaforme per l’infiltrazione online di gruppi. E da anni è sempre presente alle fiere del settore sui prodotti di sorveglianza e intercettazione, a partire dai simposi organizzati dalle forze armate (come raccontato qui).

Ci sono due aspetti interessanti nella vicenda. Il primo è che l’azienda varesotta ha lavorato in passato a stretto contatto con Hacking Team, avendo dei prodotti che si integravano a livello commerciale (intercettazione del traffico internet e intercettazione mirata di un target attraverso uno spyware), per cui si coinvolgevano in vari bandi per il mondo (Area comprava anche licenze per Rcs, lo spyware di Hacking Team). Il secondo è che l’azienda di Vizzola Ticino aveva già provato a vendere un sistema di intercettazione del traffico internet all’Egitto. E sempre attraverso il partner locale Alkan.

Come riportato mesi fa sulla Stampa, nell’autunno 2014 Area prova a coinvolgere Hacking Team in una gara nello Stato dove si è da poco insediato presidente Al Sisi per una soluzione tattico strategica su tutto il Paese (country wide). Cosa significa? Lo spiega il commerciale di Area nelle comunicazioni diffuse poi online: il completo monitoraggio del traffico internet, passivo e attivo, strategico e tattico. Il cliente finale di questo monitoraggio a tappeto sarebbe, allora, la Telecomunication Regulatory Authority, l’equivalente egiziana dell’AGCOM italiana. E il partner locale, l’impresa Alkan del Cairo, la stessa di oggi. Il contratto sembra poi cadere nel vuoto, stando a quanto emerso dalle comunicazioni di Hacking Team, almeno fino ad oggi. 

L’autorizzazione del Mise ad esportare in Egitto mostrerebbe che alla fine il contratto di Area, o uno molto simile, sia andato in porto. Anche se il nuovo cliente finale è quel Technical Research Department di cui dicevamo. Ricordiamo che il Mise lo scorso 31 marzo aveva revocato l’autorizzazione globale per l’esportazione in precedenza concessa ad Hacking Team. Che da allora in poi dovrà chiedere delle autorizzazioni specifiche individuali per vendere i suoi prodotti (spyware) in Paesi extraeuropei. L’autorizzazione appena concessa ad Area sembra essere proprio di tipo specifico individuale. Il fatto che il destinatario sia l’Egitto e che si tratti di una tecnologia di monitoraggio di tutte le comunicazioni internet non sembra destare preoccupazione nel governo italiano. Nemmeno alla luce delle tensioni con il Cairo sul caso Regeni.

Le “signorine del telefono” che facevano parlare l’Italia

La Stampa
paolo coccorese

Oggi a Torino si ripercorre la storia di un lavoro “estinto”



Quando si alzava la cornetta per una telefonata extraurbana, dall’altro capo del filo c’era sempre la stessa risposta: «Stipel, desidera?». Voce di donna. E un numero a identificare l’operatrice che aveva il divieto tassativo di concedere il nome. «Negli anni Cinquanta la società era diversa. Allora, per una ragazza, andare al cinema da sola era sconveniente. Figuriamoci dare confidenza a un utente». Apre l’album dei ricordi, Irma, 80 anni, torinese. Per una vita «Signorina del telefono». O, meglio, telefonista in quella Società piemontese-lombarda antenata dalla Tim. «Assunta nel 1956. Come le colleghe, ero universitaria. La prima regola da rispettare era parlare sempre “col sorriso”».

Prima dello smartphone, prima di Internet, prima ancora della teleselezione del servizio negli anni Settanta. Le «signorine del telefono», nate nel 1881, agli albori della telefonia nostrana, sono una delle categorie professionali estinte che più hanno segnato la cultura femminile del lavoro. Giovani. Diplomate. Né operaie né impiegate. Meglio operatrici di commutazione, addette al collegamento degli spinotti delle linee che univano un paese dove c’era un numero per ogni cosa. Per esempio? Per chiedere la sveglia il giorno dopo il 114, per scoprire la coincidenza del treno o la definizione delle Treccani il 110.

Dall’altro capo della cornetta loro: le «signorine». Grembiule nero, corso di dizione e codici di comportamento da marines. «Negli anni Quaranta, tra i divieti documentati c’era anche quello di non farsi accompagnare al lavoro se non da famigliari. Anche nella vita si doveva rispondere ai canoni di rispettabilità», raccontano Chiara Ottaviano e Walter Tucci di Cliomedia Officina, i pionieri della Public History nel nostro paese, che questo pomeriggio a Torino, al Polo del 900, racconteranno la loro storia in un evento dell’archivio Storico Tim e d’Ismel. Tra le foto e i documenti, saranno proiettati gli spezzoni di commedie cinematografiche come «Le signorine dello 04» con una giovane Franca Valeri. 

«Erano voci prive di corpo che alimentavano più di una fantasia», dicono gli storici. In realtà, nell’azienda c’erano vincoli rigidissimi per tutelare l’onorabilità. «La cautela nei rapporti era doverosa – ricorda Irma -, ma a volte capitavano avances». Tipo? «D’estate, i mariti, rimasti soli in città per lavorare, telefonavano per chiedere una ricetta. E capitava che scattasse l’invito a cena».

Traditi dai coetanei dei Beatles

La Stampa
massimo gramellini



Per un ragazzo di Londra, l’Europa è la fidanzata spagnola con cui ha amoreggiato durante l’estate del corso Erasmus a Barcellona. Per la vecchietta di Bristol citata dal capo degli ultrà nazionalisti Farage, l’Europa è il migrante nigeriano che attraversa la Manica per togliere il lavoro al figlio inglese della sua vicina. Ha vinto la vecchietta di Bristol, perché ci sono più vecchiette che ragazzi, in questa Europa che non fa più bambini. Non è sconvolgente che a decretare la Brexit sia stata proprio la generazione dei Beatles e dei Rolling Stones, quella che voleva cambiare il mondo e oggi in effetti lo ha cambiato, ma nel senso che se lo è chiuso dietro le spalle a doppia mandata? 

I giovani, i laureati e i londinesi hanno votato in larga maggioranza per restare. Gli anziani, i meno istruiti e gli inglesi di provincia per andarsene. La prova evidente che si è trattato di una scelta di paura, determinata da persone che, non avendo strumenti conoscitivi adeguati, hanno fatto prevalere la pancia sulla testa e la bile sul cuore. Di fronte all’incertezza del futuro, non hanno reagito con la curiosità ma con la chiusura. La retorica della gente comune ha francamente scocciato. Una democrazia ha bisogno di cittadini evoluti, che conoscano le materie su cui sono chiamati a deliberare. La vecchietta di Bristol sapeva che il suo voto, affossando la sterlina, le avrebbe alleggerito di colpo il portafogli, dal momento che i suonatori di piffero alla Farage si erano ben guardati dal dirglielo?

Una parte di ragione però la vecchietta di Bristol ce l’ha. Molti di coloro che hanno votato «Leave» pensavano di non avere più niente da perdere. Nessuno fa volentieri la rivoluzione, finché avverte il rischio di rimetterci i risparmi o la sanità e la scuola gratuita per i figli. Il patto sociale su cui la Gran Bretagna e l’Europa si sono rette per sessant’anni garantiva a tutti una speranza crescente di benessere. Ma questa Europa con troppa finanza e poca politica non ha fatto nulla per frenare la caduta libera del lavoro, la smagliatura delle reti di protezione e l’impoverimento della piccola borghesia, che oggi la ripaga con la stessa moneta: disprezzandola.

Un maestro di tennis ti insegna che sul campo ci sono soltanto due posti dove stare: dietro la linea di fondo o sotto rete. Se traccheggi a metà, vieni infilzato. L’Europa è da troppo tempo a metà campo. O ritorna dietro la linea di fondo, come ha appena fatto la vecchietta di Bristol. Oppure decide di scendere sotto rete. Rimettendo al centro del progetto i cittadini, e non i mercati, e unificando il sistema fiscale, l’esercito e la politica estera. Il primo passo verso quegli Stati Uniti d’Europa in cui anche il ragazzo di Londra non vede l’ora di entrare.

Tranne

La Stampa
jena@lastampa.it

Possiamo sopportare tutto nella vita, tranne che i kamikaze ci rovinino le vacanze. 

Amore vero

La Stampa
massimo gramellini

Il consiglio della provincia di Bolzano ha approvato a maggioranza teutonica una mozione per iscrivere la Nazionale sudtirolese ai prossimi tornei di calcio. Ognuno si fa la Brexit che può. In attesa dell’incertissimo derby Sudtirolo-Germania, gli indipendentisti dovranno accontentarsi di sostenere i cugini prussiani contro un paese confinante: l’Italiuzza. Ma forse li stupirà apprendere che un tedesco tiferà per gli azzurri. Si chiama Eike Schmidt e a Presutti dell’Ansa ha confessato di essersi innamorato di noi per via della flessibilità. Solo gli italiani, sostiene, riescono a esprimerla in ogni campo, dal Rinascimento agli scioperi, che in Germania bloccano tutto mentre in Italia mai del tutto. Perché l’Italia è già bloccata di suo e non si nota la differenza, replicherei io, che sono italiano. Non lui, che essendo tedesco ci crede davvero. 

Va detto che Schmidt è il direttore degli Uffizi. Bella forza, gli piacciamo perché ci conosce attraverso le opere d’arte. Obiezione vera, ma incompleta. Schmidt ha avuto l’idea rivoluzionaria di prendersi cura dei visitatori del suo museo sistemando degli altoparlanti all’ingresso per avvertirli della presenza di scippatori e bagarini. La risposta dello Stato non si è fatta attendere. Una multa di 422 euro per «pubblicità fonica a mezzo altoparlanti priva della prescritta autorizzazione». Così il signor Schmidt ha imparato che farsi i fatti propri è l’unica attività per cui in Italia non serve un permesso. Ma se persino dopo averlo scoperto continua a tifare per noi, il suo è un caso irrecuperabile. Trattasi di amore vero. 

La chiave inglese

La Stampa
massimo gramellini

Dal giorno successivo al patatrac, gli inglesi cercano forsennatamente di capire cosa diavolo sia quell’Unione Europea da cui hanno deciso di autoespellersi. Non è una freddura british, ma il freddo responso di Google. La seconda domanda più digitata sul motore di ricerca dai prodi secessionisti britannici risulta essere: «What is the Eu?» («Che cos’è la Ue?»). Seguita da un quesito non meno amletico: «What happens if we leave the Eu?» («Che succede se lasciamo la Ue?»).

Ma non potevano chiederselo venerdì mattina? Magari avrebbero votato allo stesso modo, ma almeno dopo averci pensato su. Altro che «conoscere per deliberare». Questi prima hanno deliberato e poi, con molta calma, hanno incominciato a informarsi sull’oggetto e sulle conseguenze del loro voto. Ooopss… è crollata la sterlina. Ooopss… i capitali fuggono dalla City. Ooopss… da Bruxelles ci intimano di andarcene per davvero. Chi l’avrebbe immaginato, milord. 

Nessuno auspica di mettere paletti al suffragio universale: le alternative sperimentate nei secoli si sono rivelate peggiori. Ma se persino il popolo più compassato del mondo si comporta in modo tanto impulsivo e superficiale, significa che la percezione della realtà è saltata un po’ dappertutto. Come se la vita fosse diventata un rullo, un flusso continuo dove le scelte non sono più decisioni significative ma gesti dimostrativi senza conseguenze. Tanto che gli inglesi, dopo avere votato il referendum per lasciare l’Europa, già pensano di indirne un altro per rientrarci. Forse hanno finalmente capito cos’è.

Votantonio

La Stampa
massimo gramellini

Da tifoso di una squadra che non è la sua Juve, c’è stato un tempo in cui avrei preferito camminare a piedi nudi su un tappeto di vetri rotti piuttosto che scrivere queste righe. Ma Antonio Conte se le merita tutte. E non solo perché, chiamato a guidare una leva calcistica tecnicamente modesta, ha dato un ripasso di calcio alla Spagna campione d’Europa. Dell’italiano verace il ct della Nazionale possiede il vittimismo, incorniciato su quel volto addolorato che ti scruta come se fosse in credito col mondo e con te.

E poi la permalosità, la megalomania, l’irruenza disarticolata e pittoresca. Ma è uno dei pochissimi leader politici di questo Paese, se per politica si intende la capacità di avere sempre un’idea precisa del posto in cui si vuole andare. Conte ha l’energia visionaria di chi immagina un futuro improbabile, eppure possibile. E riesce a realizzarlo attingendo ai valori profondi del genio italico, che non sono l’estro e l’indisciplina, ma la volontà di soffrire e di offrire una dedizione ossessiva alla causa. 

Il mio primo caporedattore sosteneva che lo sport e il giornalismo sono come l’amore: per farli bene bisogna essere eccitati. Il problema dell’Italia, intesa come popolo, è che siamo diventati flosci. La molla dell’entusiasmo si è inceppata, a furia di scattare a vuoto. Invece quella dell’Italia, intesa come Nazionale, è indistruttibile al pari della chioma del suo condottiero. Chapeau.

Ustica, Bologna e le altre stragi caduto il segreto, restano i misteri

La Stampa
giovanni de luna

La declassificazione decisa dal governo due anni fa si è rivelata macchinosa: storici, archivisti e familiari delle vittime a confronto



Sono passati 36 anni dalla tragedia di Ustica. Il ricordo dell’abbattimento del Dc 9 Itavia, in volo da Bologna a Palermo, 81 vittime, è anche questa volta l’occasione per sollecitare la verità sugli eventi stragisti degli Anni 70. Lo hanno fatto il Presidente della Repubblica («rimuovere le opacità») e la presidente della Camera, Laura Boldrini («troppi i tasselli mancanti»).

È un fatto. La cappa di opacità che avvolse le nostre istituzioni in quel decennio inquinò la fiducia sulla quale la democrazia fonda il suo patto con i cittadini; un patto in cui lo Stato chiede lealtà e rispetto delle leggi assicurando in cambio la massima trasparenza nel funzionamento dei suoi organi. Il ruolo del potere invisibile divenne esorbitante, lasciando uno strascico di sospetti e diffidenze che ha avvelenato per decenni il nostro sistema politico. Il segreto di Stato calò come una pietra tombale sulla ricerca della verità e alla sua ombra cominciò a crescere la malapianta dell’antipolitica. 

Nel frattempo però c’è stata una svolta importante legata alla direttiva emanata dal governo Renzi il 22 aprile 2014: con procedura straordinaria, tutte le amministrazioni statali sono state obbligate a versare anticipatamente all’Archivio Centrale dello Stato la documentazione relativa alle stragi di Piazza Fontana (Milano, 1969), Gioia Tauro (1970), Peteano (1972), Questura di Milano (1973), Piazza della Loggia (Brescia 1974), Italicus (1974), Ustica (1980), Stazione di Bologna (1980), Rapido 904 (1984). 

Il provvedimento era stato fortemente sollecitato dai familiari delle vittime e dagli storici, gli uni e gli altri chiamati a interpretare un ruolo decisivo nello spazio pubblico dove si elabora la nostra memoria collettiva. In particolare, i familiari delle vittime si sono ormai accreditati come portatori di un interesse generale alla giustizia che trascende anche la dimensione privata delle loro associazioni. Capaci di spezzare la spirale tra vendetta e perdono, hanno saputo coniugare l’elaborazione dei propri lutti familiari con l’ostinata ricerca del bene comune della trasparenza istituzionale. 

Quanto agli storici, la loro fame di fonti e di documenti finora è stata appagata in gran parte solo dai fascicoli emersi nel corso degli innumerevoli procedimenti giudiziari. Qualche certezza è stata raggiunta. La strategia della tensione, per intenderci, è oggi storicamente definita attraverso la presenza simultanea di tre elementi: i neofascisti come esecutori materiali; gli apparati dello Stato in un ruolo ambiguo, se non direttamente colpevole; un attentato di tipo stragista, che puntava ad alimentare una sensazione diffusa di disordine sociale da attribuire alla debolezza dello Stato democratico. In questo senso, le possibilità di accedere alla documentazione prima secretata è stata accolta come una opportunità per arricchire queste certezze, spalancando inedite prospettive di ricerca. 
Ora, però, a due anni di distanza, qualche punta di delusione comincia ad affiorare. La procedura di declassificazione si è rivelata macchinosa; non tutte le amministrazioni hanno seguito criteri omogenei; alcuni fondi arrivano all’Archivio centrale in formato cartaceo, altri digitalizzati. Nel caso dei 4.406 fascicoli versati dal Comparto Intelligence, il criterio tecnico seguito è stato quello di privilegiare le serie archivistiche, senza operare selezioni di documenti e assicurando l’integrità dell’operazione di declassificazione. In altri casi, invece, gli atti sono stati sottratti ai loro contesti archivistici originali con scelte arbitrarie che propongono fascicoli isolati e per questo incomprensibili o fuorvianti. 

Di qui, nonostante lo zelo con cui sta operando l’Archivio Centrale dello Stato, le critiche avanzate dalle associazioni dei familiari delle vittime. Troppe carte inutili, troppo materiale che al rischio dell’inedia sostituisce quello dell’indigestione. La sfiducia è difficile da cancellare; a declassificare i documenti sono le stesse amministrazioni che per anni hanno lavorato ad alimentare i miasmi del potere invisibile e lo fanno con un inquietante margine di discrezionalità. La decisione di ricordare l’anniversario di Ustica con un confronto diretto - domani - tra storici, archivisti, familiari delle vittime e presidenza del Consiglio va in questa direzione: è un segnale che le istituzioni hanno finalmente accettato di inserirsi in un circuito virtuoso, fondato sulle ricerca della verità e sul ripristino di quel patto di lealtà e trasparenza che ispira qualsiasi democrazia compiuta.

mercoledì 22 giugno 2016

Il Garante privacy: la storia non si cancella, niente diritto all’oblio per un ex terrorista

La Stampa
marina palumbo

Dichiarato infondato un ricorso in cui si chiedeva a Google la deindicizzazione di articoli, studi e atti processuali in cui erano riportati gravi fatti di cronaca degli anni di piombo

La storia non si cancella. È il principio sancito oggi dal Garante della privacy nel dichiarare infondato il ricorso di un ex terrorista che chiedeva la deindicizzazione di alcuni articoli, studi, atti processuali in cui erano riportati gravi fatti di cronaca che lo avevano visto protagonista tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80. 

L’interessato che, tra detenzione e misure alternative ha finito di scontare la pena nel 2009, si era rivolto in prima battuta a Google chiedendo la rimozione di alcuni url e dei suggerimenti di ricerca che vengono visualizzati dalla funzione di «completamento automatico» digitando il nominativo nella stringa di ricerca. Di fronte al mancato accoglimento delle sue richieste, ha presentato un ricorso al Garante sostenendo di non essere un personaggio pubblico ma un libero cittadino al quale la permanenza in rete di questi contenuti creava gravi danni dal punto di vista personale e professionale, soprattutto tenendo conto dell’attuale diverso percorso di vita. 

Abbiamo chiesto all’avvocato Guido Scorza, esperto di diritto e politica dell’innovazione , di aiutarci a inquadrare cosa significa e perchè è importante la decisione di oggi di rigettare il ricorso. «Innanzi tutto bisogna parlare del quadro europeo in cui s’inserisce questa decisione. Nel maggio 2014 aveva fatto clamore la sentenza della Corte di Giustizia Europea nella quale si sosteneva che il motore di ricerca dovesse deindicizzare a richiesta di chiunque qualsiasi contenuto riguardante i suoi dati su sua istanza. In pratica la Corte di Giustizia riteneva Google un responsabile del trattamento di dati personali e dunque se qualcuno chiedeva di cessarlo, come ogni altro gestore di dati personali, il motore di ricerca doveva porre fine al trattamento».

Cosa c’è di diverso oggi? «Ne è seguito un lungo dibattito in Europa, nel quale si è detto: d’accordo il principio, ma in un momento storico in cui i motori di ricerca sono diventati la principale porta di accesso del pubblico all’informazione, questo principio va mitigato o almeno controbilanciato dal diritto ad informarsi. E quindi è stato stilato dal Gruppo di Lavoro Articolo 29, che è il gruppo dei Garanti della Privacy europei, un insieme di regole che dovrebbero governare la materia». 
Questo è dunque il quadro europeo nel quale si inserisce questa decisione.

«Si, il Garante italiano, in questo caso ha tenuto conto delle regole stilate a livello europeo per trovare il bilanciamento tra diritto alla privacy e diritto ad informarsi della collettività». Nel dichiarare infondato il ricorso, infatti, l’Autorità ha rilevato che «le informazioni di cui si chiede la deindicizzazione fanno riferimento a reati particolarmente gravi, che rientrano tra quelli indicati nelle Linee guida sull’esercizio del diritto all’oblio adottate dal Gruppo di lavoro dei Garanti privacy europei nel 2014, reati per i quali le richieste di deindicizzazione devono essere valutate con minor favore dalle Autorità di protezione dei dati, pur nel rispetto di un esame caso per caso». 

Secondo il Garante, poi, «le informazioni hanno ormai assunto una valenza storica, avendo segnato la memoria collettiva. Esse riguardano una delle pagine più buie della storia italiana, della quale il ricorrente non è stato un comprimario, ma un vero e proprio protagonista. Inoltre, nonostante il lungo lasso di tempo trascorso dagli eventi l’attenzione del pubblico è tuttora molto alta su quel periodo e sui fatti trascorsi, come dimostra l’attualità dei riferimenti raggiungibili mediante gli stessi url». 

«C’è da dire - ci spiega ancora Guido Scorza - che da maggio del 2014, Google e gli altri motori di ricerca hanno fatto i compiti a casa, cioè hanno effettivamente istituito un sistema molto semplice attraverso il quale si chiede online la deindicizzazione di contenuti con pochi clic. Nel caso di Google sono state richieste qualcosa come 500 mila deindicizzazioni per un milione e trecentomila pagine web in tutta Europa. Quindi diciamo che il sistema dal punto di vista operativo funziona. In questo caso il Garante ha ritenuto che il diritto alla privacy del singolo non possa prevalere sul diritto della collettività all’informazione e alla memoria». 

Come siamo Messi

La Stampa
 massimo gramellini




Metti un gruppo di persone speciali, tipo i calciatori della nazionale più forte del mondo, l’Argentina. Metti che abbiano appena vinto una partita importante e mettili nello spogliatoio seduti fianco a fianco, spalle al muro sulla stessa panca, prova impressionante di cosa significhi essere una squadra. Una grande squadra: Messi, Aguero, Mascherano, Higuain. 

Mettili nelle condizioni di compiere un gesto che esprima la loro appartenenza a un gruppo di amici uniti dal medesimo intento. Un gesto urgente, da fare subito, prima della festa e persino della doccia. Metti che impugnino all’unisono la protesi esistenziale dello smartphone e vi sprofondino la testa per sapere cosa il mondo sta pensando di loro. Metti che nessuno parli, neppure al telefono: ciascuno in fondo perso dentro i fatti suoi, come cantava Vasco, con la differenza che la sua almeno era una vita spericolata.

Metti che questa scena di multiformi solitudini, immortalata dallo smartphone del loro compagno Lavezzi, te ne ricordi una analoga vista al bar, sulla metro o magari allo specchio. E metti che all’improvviso capisci finalmente come siamo Messi.

Maps

La Stampa
jena@lastampa.it

Dopo aver attentamente studiato il percorso su Google maps, il Pd parte alla ricerca delle periferie.

martedì 21 giugno 2016

Scoperti gli hackers del sito Invalsi: quattro ragazzi denunciati fra Torino e Matera

La Stampa

Utilizzavano una rete anonima, ma le analisi delle tracce lasciate hanno consentito agli investigatori della polizia postale di arrivare ai responsabili dell’attacco informatico


Smascherati gli hacker del sito Invalsi. Gli investigatori della Polizia Postale e delle Comunicazioni hanno portato a termine la lunga indagine nei confronti di quattro giovani residenti nelle provincie di Venezia, Torino, Firenze e Matera: sono stati denunciati per accesso abusivo a sistema informatico di pubblico interesse, al termine dell’anno scolastico 2015-16. 

L’obiettivo dei quattro era di ottenere il controllo totale del sito, impossessarsi illecitamente anche dei dati contenuti nei database della società. L’hackeraggio è stato portato a termine grazie ad un file eseguibile di tipo «backdoor» che - controllato a distanza - ha consentito ai giovani di accedere al sistema informatico. Sono stati rintracciati grazie alle analisi delle tracce informatiche lasciate, pur essendosi sempre mossi molto cautamente, sfruttando le opportunità di anonimizzazione offerte dal Darknet. 

L’operazione arriva a poche ore di distanza dal lancio della campagna «Maturità al sicuro», attraverso la quale la polizia postale e delle comunicazioni, in collaborazione con il portale degli studenti Skuola.net, intende debellare il fenomeno delle «bufale» e delle leggende metropolitane che ruotano intorno alle prove d’esame, per evitare che gli studenti, oltre a perdere del tempo prezioso, possano anche rimetterci del denaro alla ricerca della soffiata giusta.

Morbo K, quella malattia inventata per salvare gli ebrei dalle persecuzioni nazifasciste a Roma

La Stampa
ariela piattelli

La storia del dottor Ossicini, oggi 96enne, che scrisse false cartelle cliniche per proteggere i pazienti. Oggi l’ospedale Fatebenefratelli riceverà il titolo “Casa di Vita”



L’ospedale Fatebenefratelli all’Isola Tiberina a Roma riceve dalla Fondazione internazionale Raoul Wallenberg, con il patrocinio comunità ebraica di Roma e la Fondazione museo della Shoah, il titolo di “Casa di Vita” in memoria del salvataggio di ebrei durante le persecuzioni naziste. 

Adriano Ossicini ha infatti inventato una malattia per salvare decine di ebrei romani dalle persecuzioni nazifasciste e dai campi di sterminio. Si chiamava “Morbo di K” (K come gli ufficiali nazisti Kesselring e Kappler). Lui, allora medico del Fatebenefratelli, nosocomio vicino al Ghetto e alla grande Sinagoga, lo inventò insieme al primario Giovanni Borromeo (riconosciuto dal memoriale della Shoah Yad Vashem come Giusto tra le Nazioni).

Ossicini, antifascista e membro della Resistenza, insieme ai suoi colleghi scrisse sulle false cartelle cliniche il nome della malattia “contagiosissima” che scoraggiò i nazisti al controllo dei nomi dei pazienti. Mentre nei sotterranei una radio clandestina permetteva di comunicare con i partigiani, nell’ospedale trovavano rifugio molti romani. Il suo attivismo costò a Ossicini la prigione e le violenze dei nazisti e dei fascisti. A 96 anni ricorda la sua storia con un monito: «Bisogna sempre cercare di essere dalla parte giusta…».

La madonna rapita di S’archittu: prima le polemiche, poi il blitz nella notte

La Stampa
nicola pinna

La vergine col bambino era stata piazzata di fronte ad una delle bellezze naturali della costa occidentale della Sardegna



Non è il solito atto vandalico, tanto meno un blitz sacrilego. La madonnina di S’Archittu è stata rapita nel cuore della notte: statua smantellata con precisione e fatta sparire. La Vergine col bambino era stata piazzata di fronte al mare da poche settimane e da subito al centro delle contestazioni: «Rovina, anzi compromette, il panorama e lo skyline di questa borgata». Qualcuno ha fatto partire la petizione ma un commando ha deciso di usare la forza.



Sulla costa occidentale della Sardegna, quasi a metà strada tra Alghero e Oristano, c’è una delle località turistiche più conosciute. Si chiama S’Archittu e il nome non è casuale. Nel corso dei millenni il mare ha scavato un grande arco attraverso le rocce: un vero monumento naturale, diventato set per qualche film e luogo scelto dai turisti per un tuffo indimenticabile e per le immancabili foto ricordo. 



Di fronte all’arco, sul lungomare, l’amministrazione comunale di Cuglieri (il paese su cui ricadono le borgate marine) ha deciso di piazzare la statua in marmo bianco della Madonna col bambino. Doveva ricordare un carabiniere morto qualche anno fa durante una battuta di pesca, ma ha scatenato la polemica dell’estate. 



Contro la statua si era schierata anche Italia Nostra e il fotografo Oliviero Toscani aveva usato toni pesanti: «Se in Italia tutti i dolori privati dovessero essere simboleggiati da una statuetta non sarebbe più possibile camminare per strada. La Sovrintendenza ha ovviamente sbagliato a concedere l’autorizzazione per piazzare la statua in un punto storico e monumentale del territorio. Questo non è un dettaglio. Nessun dettaglio è piccolo. A furia di non considerare i dettagli stiamo rovinando l’Italia».

Il lanciafiamme e l’appendino

La Stampa
massimo gramellini

Ti candidi alla segreteria del partito e hai tutti contro, tranne i dispari e gli anarchici. Perdi, ma è come se avessi vinto. Infatti l’anno dopo vinci tu. Ti lasci riempire dalle speranze che hai suscitato: la meritocrazia, l’innovazione, la rottamazione degli apparati. In virtù della carica rivoluzionaria che emani, ti perdonano l’aria furbetta e persino lo sgambetto a Letta, indispensabile per conquistare il governo in tempo utile a vincere le Europee. Adesso puoi fare quello che hai promesso, magari andare alle elezioni e stravincerle.

Invece ti impantani nei riti di Palazzo con gli Alfano e i Verdini e ti circondi, Boschi a parte, di esecutori mediocri e ruffiani. Allontani i liberi pensatori e li sostituisci - anche nei media - con falsi amici che fino a ieri stendevano stuoie a Bersani e domani le spolvereranno per Di Maio. A Palazzo Chigi hai due sottosegretari: Del Rio l’anima bianca e Lotti l’anima nera. Fai fuori l’anima bianca. Perdi contatto col mondo reale, vai solo dove sei sicuro di prendere applausi, ma i fischi ti raggiungono anche lì.

Prometti che tornerai quello di prima, però in Campania sostieni vecchi arnesi alla De Luca, mentre a Roma costringi alle dimissioni Marino - un atipico, come eri tu - e ovunque sposti a destra il partito senza intercettare i voti di destra. Ti aggrappi ossessivamente a un referendum sulle regole del gioco, anziché combattere l’oligarchia finanziaria che impoverisce i tuoi elettori. Perdi Roma, Torino e il tuo senso in questa storia. Ma puoi ancora ritrovarlo, se invece del lanciafiamme prenderai qualche appendino. In giro ce ne sono tanti e una volta piacevano anche a te.

Conseguenze

La Stampa
jena@lastampa.it

Quantomeno dovrebbe dimettersi il lanciafiamme.

Salire quei 1.500 scalini per potere tornare a casa

La Stampa
beatrice archesso

Il borgo di Crealla, in valle Cannobina, ha atteso la strada per oltre mezzo secolo



Millecinquecento gradini separavano Crealla dal resto del mondo fino al 2005, quando è arrivata quella strada attesa per più di mezzo secolo. Fino a 11 anni fa non c’era altro modo di raggiungere il borgo se non a piedi, e quei gradini le donne coi vestiti tradizionali li percorrevano con le gerle piene. Crealla - 15 residenti oggi, anche 350 negli Anni 60 - è una frazione di Falmenta, Comune della val Cannobina di 138 abitanti nel Piemonte settentrionale. A due passi dalla Svizzera c’è un paese dove ancora un decennio fa tutto era scandito dal passo lento degli abitanti. 

TUTTO A MISURA D’UOMO
Qui tutto è a misura d’uomo: il campanile scandisce le ore, la messa una volta a settimana e l’ambulatorio ogni terzo mercoledì del mese nella struttura che ospitò la scuola femminile. Pure il cimitero è in miniatura: 80 mq di ordinato ricordo dei nativi della frazione, che in maggioranza portano lo stesso cognome (Ferrari). Anche le cose più scontate, a Crealla, non lo sono. «Finché non è arrivata la strada, ogni evento richiedeva tempo e fatica perché tutto si appoggiava su braccia e gambe degli abitanti nel saliscendi di sentieri acciottolati che compongono il borgo costruito nel verde. Ogni casa ha un pezzo d’orto e la staccionata a delimitarlo». 

La strada è arrivata solo nel 2005, due anni prima che nascesse il primo iPhone di Apple. Mentre il mondo scopriva gli smartphone, Crealla apriva il suo primo collegamento carrabile. L’auto andava parcheggiata a Ponte Falmenta poi si proseguiva a piedi, in salita, lungo i 1.500 gradini della «rizzada», gli scalini di pietre miste a terra ed erba che portano al paese. Le donne si caricavano cibo e rifornimenti sulle spalle, altre volte si usava la teleferica collegata con Falmenta: fino a 50 anni fa era l’unico mezzo per trasportare la merce pesante. È tuttora attiva, sebbene la strada costruita in 51 anni e inaugurata nel 2005 abbia sostituito gran parte della sua funzione. «Anche i funerali erano un problema - racconta Antonio Ferrari dell’associazione Rinascita per Crealla -: le bare si portavano in spalla, così pure le barelle con gli ammalati». 

Nella via principale - larga due metri - fino al ’95 c’era l’emporio, bottega che vendeva «di tutto – dice Marilena Ferrari, figlia del titolare -: imbottigliavamo il vino e c’erano costumi e stoffe, che erano per le donne gli unici vestiti. La bottega era luogo di socializzazione, si usciva per una compera e si tornava dopo un’ora: la panca fuori era per chiacchierare». Papà Gino, oggi a 90 anni è il più anziano della frazione: aprì il negozio nel ’22 e acquistò la bilancia pesa merce grazie a uno zio che inviò denaro dall’America.

NEL 1995 HA CHIUSO L’ULTIMA OSTERIA
Sempre nel ’95 chiuse l’osteria con le specialità preparate da Franca Ferrari, che «quando avevo le mani buone - dice - cucivo anche i pedù», le resistenti scarpe tipiche della valle con suole di stracci. A Crealla, poi, c’è chi ancora ogni giorno veste il costume tradizionale: Dorina Ferrari, 83 anni, da sempre ripete lo stesso rituale, fermando il tempo alla sua giovinezza. Con l’arrivo della strada la frazione è diventata di facile accessibilità. A ottobre la castagnata storica richiama centinaia di persone e a Natale la «Via dei presepi» ne propone a decine negli angoli più impensati. «Il sogno, ora, è trovare qualcuno che voglia investire - dice il sindaco Luigi Milani -, magari con un albergo diffuso». 

L’eroe dimenticato che salvò il mondo dall’apocalisse nucleare

Corriere della sera

di Fabrizio Dragosei

Stanislav Petrov non si fidò del sistema di difesa sovietico per cui missili atomici lanciati dagli Usa erano in arrivo: «Ero un analista, ero certo che si trattasse di un errore»

Stanislav Petrov

FRYASINO (Russia) È una persona schiva l’uomo che ha salvato il mondo. Ed è anche di poche parole. Quando lo incontriamo davanti all’ingresso del palazzone di cemento in stile kruscioviano dove vive, sta andando a pagare la bolletta del gas. «Noo!, che ho fatto? Niente di speciale, solamente il mio lavoro». Poi ripete quello che disse all’inizio degli anni Novanta, quando la sua storia fu resa pubblica per la prima volta. «Ero l’uomo giusto al posto giusto al momento giusto».
L’analista che non si comportò da ottuso
In realtà è stata una fortuna per questo pianeta il fatto che il tenente colonnello Stanislav Petrov non fosse un militare qualunque, uno dei tanti addetti alla sorveglianza. Lui era un analista che quella notte si trovò quasi casualmente a fare un turno di guardia ai calcolatori, sostituendo uno dei militari professionisti. Un altro avrebbe semplicemente controllato i segnali in arrivo (cosa che lui fece) e si sarebbe limitato ad applicare il protocollo, informando i suoi superiori: «Missili termonucleari americani in arrivo. Colpiranno il territorio dell’Unione Sovietica fra 25/30 minuti». Quest’ometto minuto reagì invece diversamente. Lui non credeva che gli Stati Uniti potessero veramente attaccare.

«E se pure l’avessero fatto, non avrebbero lanciato solo un grappolo di missili». Si convinse che fosse «un’avaria del sistema». Così non disse nulla. E salvò il pianeta. La notte in questione era quella del 26 settembre 1983, «per la precisione le 00.15». Venticinque giorni prima, il 1° settembre, un caccia sovietico aveva abbattuto un jumbo jet coreano con 269 persone a bordo che era entrato nello spazio aereo dell’Urss. Erano gli anni della gerontocrazia al comando, della paranoia e della profondissima crisi.

Il gensek (segretario generale del partito) Jurij Andropov era permanentemente in ospedale. In quell’occasione a controllare i radar non c’era un «Petrov», ma un militare disciplinato e ottuso che riferì ai suoi superiori: un apparecchio, probabilmente un aereo spia degli Stati Uniti, aveva violato il territorio della madrepatria. I generali e i politici applicarono le regole. In pochi minuti il maggiore Gennadij Osipovich che aveva affiancato il jet civile con il suo Sukhoi, ricevette l’ordine di abbattere l’intruso. «Non dissi alla base che era un Boeing, perché nessuno me lo aveva chiesto», si è giustificato in seguito.
L’errore del sistema di difesa
Petrov no. Petrov non era ottuso. I missili impiegano meno di mezz’ora per raggiungere la Russia dagli Usa. Alcuni minuti servono per controllare che tutti i parametri siano giusti. Poi la comunicazione telefonica a Mosca. L’informazione arriva ai vertici. Si sveglia il gensek e a quel punto bisogna decidere subito. Militari ed ex agenti del Kgb non sono abituati a mettere in discussione le procedure. La tensione era altissima, con Reagan che aveva bollato l’Urss come «impero del male» appena sei mesi prima e Andropov che si diceva convinto della volontà di aggressione americana.

A un attacco si sarebbe risposto quasi certamente con una massiccia rappresaglia: decine di missili sovietici lanciati verso gli Stati Uniti. E Washington avrebbe certamente replicato con il lancio (questa volta vero) delle sue testate nucleari. Per il pianeta sarebbe stata la fine. Ma Petrov non era ottuso. Al suo posto di controllo a Serpukhov-15, vicino Mosca, arrivò il segnale sempre atteso e tanto temuto: «Si accese una luce rossa, segno che un missile era partito. Tutti si girarono verso di me, aspettando un ordine. Io ero come paralizzato, dapprincipio.

Ci mettemmo subito a controllare l’operatività del sistema, ventinove livelli in tutto». Pochissimi minuti e si accese un’altra luce, poi un’altra. «Nessun dubbio, il sistema diceva che erano in corso lanci multipli dalla stessa base», racconta. «Una nostra comunicazione avrebbe dato ai vertici del Paese al massimo 12 minuti. Poi sarebbe stato troppo tardi».
Nessun riconoscimento in patria
Petrov era sicuro che la segnalazione fosse sbagliata, nonostante tutto. «Ero un analista, ero certo che si trattasse di un errore, me lo diceva la mia intuizione». Così comunicò che c’era stato un malfunzionamento del sistema. «I quindici minuti di attesa furono lunghissimi. E se eravamo noi a sbagliare? Ma nessun missile colpì l’Unione Sovietica». In seguito si chiarì che il sistema era stato ingannato da riflessi di luce sulle nuvole. Pensava di venir premiato, e invece gli arrivò un richiamo: se lui aveva ragione, qualcun altro aveva sbagliato a progettare il sistema.

E tutto venne insabbiato. «Quando mi congedai, non mi concessero nemmeno la solita promozione a colonnello», racconta ancora. Petrov ha ricevuto vari riconoscimenti all’estero, ma nulla in patria. E ancora oggi, a 76 anni, fa la vita di sempre nel palazzo di Fryasino. Nessuno ricorda più l’uomo che ha salvato il mondo.

20 giugno 2016 (modifica il 20 giugno 2016 | 22:07)

Terza guerra d’indipendenza Noi «vincitori» senza vittorie

Corriere della sera

di PAOLO MIELI

Lo storico Heyriès spiega come la disfatta inflitta dalla Prussia all’Austria
consentì al nostro Paese di espandersi, nonostante gli insuccessi militari

Un particolare dell’affresco Il quadrato di Villafranca, nel quale l’artista Raffaele Pontremoli (1832-1905) rappresentò un episodio della battaglia di Custoza del 24 giugno 1866 che si concluse con la vittoria degli austriaci sulle truppe italiane
Un particolare dell’affresco Il quadrato di Villafranca, nel quale l’artista Raffaele Pontremoli (1832-1905) rappresentò un episodio della battaglia di Custoza del 24 giugno 1866 che si concluse con la vittoria degli austriaci sulle truppe italiane

Ai primi di gennaio del 1866 l’imperatore austriaco Francesco Giuseppe inaugurò l’anno profetizzando all’ambasciatore inglese John Bloomfield che, stando alle sue sensazioni, quei dodici mesi sarebbero trascorsi «tranquillamente e pacificamente». Un annuncio incauto dal momento che di lì a breve l’Austria sarebbe entrata in conflitto con la Prussia e avrebbe subito una sonora sconfitta. Il nostro Paese, che pure era alleato della Prussia, di sconfitte ne subì due, anche se in qualche modo verrà considerato tra i vincitori di quel conflitto, come ben spiega il libro di Hubert Heyriès, Italia 1866.

Storia di una guerra perduta e vinta, che sta per essere pubblicato dal Mulino. Nella Terza guerra d’indipendenza l’Italia si segnalò, dunque, per due batoste: una di terra (Custoza, 24 giugno), una in mare (Lissa, 20 luglio). Però, essendo alleata della Prussia che aveva umiliato gli austriaci a Sadowa, a dispetto della catastrofe militare ottenne il Veneto. Regione che però a Vittorio Emanuele II fu consegnata da Napoleone III, il quale l’aveva ricevuta dall’Austria a compenso della neutralità francese. Per l’Italia, un autentico sfregio.

All’origine ci fu da parte italiana un eccesso di ottimismo per i successi conseguiti dal nostro esercito al Sud nella lotta al brigantaggio che l’autore non esita a definire «la prima guerra civile dell’Italia». A metà degli anni Sessanta, scrive Heyriès, si nutriva nei vertici nazionali l’illusione che l’esercito, reso agguerrito dai combattimenti contro le «forze reazionarie antiunitarie» del Mezzogiorno, sarebbe stato in grado di «misurarsi con l’Austria» per conquistare il Veneto, «in attesa di risolvere poi la questione romana».

L’alto comando e il personale politico «non si rendevano conto che le azioni di guerriglia, che impiegavano effettivi ridotti contro un nemico male armato, erano totalmente diverse dalle forme della guerra moderna contro l’Austria, ove sarebbero state mobilitate centinaia di migliaia di uomini contro uno dei più importanti eserciti europei». L’Italia, secondo Edmondo De Amicis, che vi partecipò, si limitò a considerare la guerra come «giusta e santa, ch’era necessità e dovere di farla».

Personaggio centrale di questa vicenda sarà il generale Alfonso Ferrero della Marmora, già presidente del Consiglio dal settembre 1864 alla metà di giugno del 1866, quando era iniziata la guerra e ne aveva assunto la direzione, lasciando a Bettino Ricasoli la guida politica del Paese. Per restare alla testa del governo La Marmora aveva accettato consistenti tagli alle spese militari (drastica fu la riduzione dell’acquisto di cavalli e muli) e questo, assieme al fatto che buona parte dell’esercito — ottantamila soldati — era ancora dislocato al Sud per i motivi già ricordati, fu tra le cause per cui dopo soli quattro giorni di guerra l’Italia subì il primo umiliante rovescio.

Il consigliere militare dell’ambasciata prussiana Theodor von Bernhardi descrisse La Marmora come «uomo mediocremente intelligente», cresciuto «nello stretto ambito di uno Stato di terzo livello». Grande ammiratore di Napoleone III, La Marmora considerava la guerra vinta in partenza al punto di prefigurare uno «smembramento» dell’Impero austriaco. Avrebbe desiderato condurre lo scontro militare in modo blando, cosicché l’Austria non fosse costretta a distrarre truppe dal fronte lungo il quale combatteva con la Prussia. La Prussia ne sarebbe uscita fiaccata e ciò sarebbe stato negli interessi francesi che, a dispetto degli accordi con Berlino, continuavano a stare a cuore al nostro generale.

L’intesa italo-prussiana, spiega Heyriès, non fu così scontata quanto un’interpretazione deterministica della storia potrebbe far pensare: «Molte reticenze, sospetti e incomprensioni reciproche indebolirono fin dall’inizio un trattato di alleanza che legava i due Paesi sia sul piano dell’offesa che della difesa».
La guerra scoppiò il 20 giugno del 1866 in un’atmosfera di «elettrizzante entusiasmo», anche per la fiducia italiana nella superiorità militare per terra e sulle acque adriatiche.

Una superiorità numerica, beninteso. Data la stagione, l’Italia ritenne di risparmiare sulle coperte, ma le notti nella pianura del Po erano assai umide e molti soldati si svegliarono con la febbre. Di giorno faceva un caldo insopportabile. Presto mancò il pane che arrivava ammuffito, lo si sostituì con biscotti che però giungevano sbriciolati, la carne era andata a male, il formaggio era in via di deperimento e il vino si era trasformato in aceto. In mancanza di avena, ai cavalli fu dato del fieno fresco, che ne fece ammalare un bel po’.

Alla battaglia ai piedi delle colline di Custoza il 24 giugno molti soldati si presentarono digiuni o, peggio, intossicati. La guardia nazionale dava di sé l’immagine di un’accolita «pietosa»: «Erano per metà in divisa, parte in giacchetta, parte in marsina; alcuni in manica di camicia, altri a piedi scalzi, qualche soprabito, qualche cappello a cilindro compiva il quadro». Un battaglione di Bari, si legge in un rapporto militare, scioccò la popolazione per lo «stato lurido dell’equipaggiamento», la «sudiceria delle persone» e la «cattiva composizione del personale di bassa forza, il quale conteneva individui noti sfavorevolmente come dediti al furto».

Secondo Angelo Umiltà e Giovanni Cadolini — che di quei soldati scrissero a ridosso degli eventi — molti cercarono di fuggire, ad altri cedettero i nervi, altri si diedero al furto persino delle «scodelle loro distribuite per la minestra». Ma all’origine del disastro furono soprattutto i generali. La Marmora contrapposto a Enrico Cialdini (che non volle con sé il principe Umberto): li accomunava solo l’antipatia nei confronti del re, peraltro ricambiata. La Marmora detestava anche Giuseppe Govone («un professorino rompiscatole»). Enrico Della Rocca, apprezzato dal sovrano ma amareggiato per essere rimasto un generale di corpo d’armata, li criticava tutti. Giovanni Durando aveva fama di non essere precisamente un portafortuna. Agostino Petitti (incaricato di «impiantare un embrione di quartier generale a Piacenza») fu ribattezzato sprezzantemente «embrione».

Si distinsero per meriti militari i granatieri di Sardegna che, sul monte Croce, nel corso di combattimenti contro brigate austriache due volte più numerose, ebbero la meglio. Tra loro il capitano Luigi Pelloux, destinato a diventare presidente del Consiglio nella crisi di fine secolo che lo avrebbe travolto. La Marmora, appena le cose presero ad andar male, crollò psicologicamente: «Che disfatta! Che catastrofe! Nemmeno nel ’49», lo si sentì mormorare.

Il generale Govone avrebbe potuto vincere, ma nessuno lo aiutò. Circostanza che restò incomprensibile per il generale prussiano Helmuth von Moltke il quale, in merito, giunse a chiedere chiarimenti allo stato maggiore italiano. La Marmora lì per lì pensò al suicidio. Poi dispose che i soldati stravolti e con le uniformi in brandelli si ritirassero. «Se ne ebbe una tale vergogna», scrive Heyriès, «che venne dato l’ordine di attraversare in silenzio i villaggi per non attirare l’attenzione degli abitanti».

Ai primi di luglio giunse la notizia dell’inaspettata e travolgente vittoria prussiana a Sadowa e a quel punto l’Italia si sentì costretta a cercare un proprio trionfo riparatore. Il re si rivolse alla Marina all’interno della quale, però, non si erano ancora ben amalgamate la piemontese, dove prevaleva il vapore, e quella napoletana, tutta improntata sull’uso della vela. Sotto la guida del recalcitrante Carlo Pellion di Persano alcune navi italiane uscirono dal porto di Ancona e immediatamente si abbordarono l’un l’altra, causando reciproche avarie. Persano — che si era autopromosso ammiraglio nel 1862 ai tempi in cui era ministro della Marina — aveva innescato un circuito di odio con Giovanni Battista Albini e con il contrammiraglio napoletano Giovanni Vacca.

Un uomo di quest’ultimo, Tommaso Bucchia, si spinse ad accusare Persano di vigliaccheria in una lettera al ministro della Marina Agostino Depretis. E quando Depretis lo minacciò di destituzione nel caso fosse rimasto inerte, Persano decise di lanciare la sfida su Lissa. Tutto sembrava mettersi in maniera favorevole alla flotta italiana e invece, anche per mancanza di fortuna, fu una seconda catastrofe. Gli austriaci lamentarono la morte di 123 marinai. Gli italiani ne persero 638; 376 sul «Re d’Italia», 194 sulla «Palestro». Un disastro.

L’Italia si riscattò (relativamente) solo il 21 luglio con la vittoria di Giuseppe Garibaldi a Bezzecca. I garibaldini erano quasi tre volte più numerosi degli austriaci. E anche il numero dei loro caduti fu assai più alto di quello dei nemici. Anche loro patirono per le carenze nell’equipaggiamento: scarpe inutilizzabili e soprattutto assenza di borracce («al minimo corso d’acqua, nasceva la più grande confusione, l’ordine si spezzava e tutti si fermavano a bere»). Nessun mantello, per cui anche qui freddo, pioggia e febbre. E le camicie rosse li rendevano per gli austriaci «un tiro a segno tra gli alberi» (così Fedrigo Bossi Fedrigotti).

Il loro addestramento lasciava a desiderare: a Monte Suello lo stesso Garibaldi fu ferito da uno dei suoi e vennero uccisi alcuni bersaglieri le cui uniformi grigie furono confuse con quelle dei cacciatori tirolesi. Ma almeno quella battaglia fu vinta, anche se Garibaldi dovette rassegnarsi a non procedere oltre. E ad Alfonso La Marmora che gli aveva intimato l’alt, rispose «Obbedisco!». All’improvviso era giunta l’ora dell’armistizio e della pace.

La delusione italiana fu grande. La ritirata, annota Heyriès, «prese il gusto amaro della sconfitta mascherata, della disfatta morale». Poi i soldati italiani, passati sotto la guida di Cialdini che in agosto aveva preso il posto di La Marmora, cercarono una rivincita a Palermo. Qui il generale Raffaele Cadorna fu incaricato di domare una rivolta che mise a sacco la città dal 16 al 22 settembre. Giunsero via mare in Sicilia 24 mila uomini e l’ordine fu ristabilito con modalità spietate. Così ironizzò a fine settembre il giornale satirico «Il Buonumore»: «Grrrande vittoria! La flotta è sbarcata a Palermo. Nessuna nave sfiancata o affondata. Questo strano fenomeno viene spiegato dall’assenza dell’ammiraglio Persano, e anche un po’ dall’assenza di navi nemiche».

Persano era diventato il capro espiatorio di quella bruciante sconfitta. Il principe Eugenio gli suggerì di sollecitare l’istituzione di un consiglio di guerra per mettere a tacere insinuazioni e accuse contro di lui. Persano accettò, ma il gesto fu inteso quasi come un’ammissione di colpa anche perché l’ammiraglio, essendo dal 1865 senatore, avrebbe potuto essere giudicato solo dai suoi pari e perciò fu subito chiaro che quel consiglio non sarebbe mai stato riunito. A lui pensò il Senato, che lo mise sotto processo per «viltà innanzi al nemico», lo trasse in arresto e, nel giro di quindici giorni con dodici udienze pubbliche, lo condannò alle dimissioni, alla perdita del grado di ammiraglio e a farsi carico delle spese di giudizio (ma 163 senatori su 273 non parteciparono al voto).

Gli altri protagonisti della sfortunata battaglia di Lissa — Augusto Ribotty, Simone de Saint-Bon, Guglielmo Acton — uscirono illesi dalla tempesta che aveva travolto Persano e, sottolinea con perfidia Heyriès, «divennero i padri della moderna Marina italiana». Pure La Marmora se la cavò senza essere portato in giudizio, anche se la stampa democratica lo ribattezzò «Alfonso dalle gambe lunghe» e lo descrisse da quel momento come un incompetente pusillanime. Lui cercò di rifarsi attaccando pubblicamente Cialdini, il quale gli rispose rendendo pubblici alcuni suoi telegrammi dei giorni di Custoza pressoché disfattisti.

Anche il generale Giuseppe Sirtori si unì al coro di accuse contro La Marmora. Quest’ultimo se la prese allora con la Germania, mettendo in imbarazzo il cancelliere Bismarck che nel gennaio del 1874 fu addirittura chiamato a rispondere delle accuse di fronte al Parlamento tedesco. Il già menzionato von Bernhardi accusò La Marmora d’aver ordito «un intrigo molto losco». Il giornale mazziniano «Il Sole», per parte sua, montò una campagna contro il generale Enrico Della Rocca. Il generale Giuseppe Govone nel 1872 si suicidò.

Agli italiani restò la necessità, come disse Garibaldi (in una lettera all’amico Orazio Dogliotti) di «lavare Lissa e Custoza». Ad ogni costo. «Il complesso di Lissa e Custoza», ha scritto Marco Mondini nel saggio «La guerra perduta: il 1866 e l’antimito della disfatta» — pubblicato nel libro Fare l’Italia, a cura di Mario Isnenghi ed Eva Cecchinato, primo volume della serie Gli italiani in guerra (Utet) —, «diventò rapidamente uno dei più solidi (cattivi) luoghi della memoria della storia italiana». Tale complesso ci accompagnò fino alla Prima guerra mondiale. E anche oltre.

lunedì 20 giugno 2016

Caso Moro, in documento riservato la trattativa “palestinese” per la sua liberazione e perché fallì

ilfattoquotidiano
di Stefania Limiti | 19 giugno 2016

Si tratta dell’informativa inviata a metà aprile (la data esatta che ci è stata riferita è il 24) dal Centro Sismi di Beirut acquisita della Commissione parlamentare d’inchiesta.
 
Caso Moro, in documento riservato la trattativa “palestinese” per la sua liberazione e perché fallì

Carte, carte e ancora carte. Sul caso Moro esiste una montagna di carte da dove, ogni tanto, esce qualche perla. Come quella che apre un nuovo squarcio sull’effettiva, reale possibilità di una via negoziale per risolvere lo stallo del sequestro più drammatico della storia politica italiana. E che conferma quanto disse al il fattoquotidiano lo scorso ottobre Bassam Abu Sharif, l’ex portavoce del Fronte popolare per la Liberazione della Palestina, un pezzo radicale dell’Olp di Yasser Arafat: “A Beirut era pronto un aereo per i brigatisti dopo la liberazione del presidente Dc. Ma intervenne una terza parte e il telefono non squillò più”.

Il documento, riservato, è stato acquisito della Commissione parlamentare d’inchiesta e un’autorevole fonte conferma la sua importanza. Si tratta dell’informativa inviata a metà aprile (la data esatta che ci è stata riferita è il 24) dal Centro Sismi di Beirut alla direzione centrale di Roma nella quale si riferisce dello stato delle trattative avviate dai Palestinesi per ottenere la salvezza del loro amico Aldo Moro. La situazione era davvero a buon punto, tanto che il capo centro, l’ormai molto noto colonnello Stefano Giovannone, rientra a Roma con un aereo messo a disposizione niente di meno che dall’Eni.

La conclusione di un accordo per liberare Moro era molto vicina, tutto era giunto ad una fase molto avanzata di dialogo, come in effetti ci disse Mister Sharif: “L’aereo a Beirut era pronto. … ma tutto fu improvvisamente interrotto … Una terza parte, fortemente contraria, anzi intenzionata a liberarsi di Aldo Moro e della sua politica d’indipendenza, riuscì ad impedire le trattative. Per questo quel telefono non squillò più”. Dunque, non ha più senso chiedersi: ci furono le trattative per la liberazione di Moro oppure no? La domanda giusta, e che pesa come un macigno, è: chi intervenne per impedire una positiva conclusione dell’affaire?

Il documento, ritenuto di “estremo interesse”, conferma la solidità dell’alleanza stretta da Aldo Moro con la leadership palestinese, sfociata nel cosiddetto Lodo Moro, un accordo che legittimava la resistenza palestinese imponendo ai suoi gruppi armati di salvaguardare la sicurezza del nostro Paese. Uno dei rari casi in cui una scelta di politica estera è stata intrapresa in nome della nostra sovranità nazionale. Un’intesa vitale per i palestinesi che non potevano certo stare a guardare che Moro venisse cancellato dalla scena politica: di qui il loro frenetico, ancorché inutile, sforzo diplomatico, testimoniato più volte da Bassam Sharif, che era molto addentro alle cose italiane, e non solo da lui. Il Lodo Moro ha resistito abbastanza dopo l’uccisione del suo inventore.

Dal relativo fascicolo messo a disposizione della Commissione, classificato “segretissimo” - è stato fatto cadere il segreto di Stato ma resta un alto livello di riservatezza perché quelle carte si riferiscono ai rapporti con altri Stati – sono emerse carte che provano il buon andamento dei rapporti tra leadership palestinese e Italia e la “buona tenuta” del Lodo fino almeno all’ottobre del 1980, periodo al quale i documenti si riferiscono. Cioè sicuramente dopo le stragi di Ustica e Bologna: per questo chi parla di quei tragici eventi in chiave di una ritorsione palestinese contro l’Italia, come hanno fatto recentemente i senatori Carlo Giovanardi e Maurizio Gasparri, mesta nel torbido.

Lo conferma il loro collega e storico Paolo Corsini: “Non vi è alcun elemento che colleghi a nessun titolo e in alcun modo quelle carte a Ustica e Bologna”, lo ha ribadito più volte un altro commissario dell’organismo parlamento, Paolo Bolognesi: “Nulla, neppure una virgola può essere collegato in quelle carte alle stragi”. Non ci resta che aspettare nuovi e auspicabili elementi investigativi, oltre che la possibilità di poter liberamente consultare questi materiali.

Quasi un secolo fa la morte di Baracca, il più grande pilota militare italiano

La Stampa
andrea cionci

Il 19 giugno 1918 «l’asso degli assi» moriva precipitando nei boschi di Treviso. Aveva appena trent’anni e un record di 34 velivoli nemici distrutti



«E’ all’apparecchio che io miro, non all’uomo». Sono parole del più grande pilota militare italiano, Francesco Baracca, precipitato nei boschi di Treviso il 19 giugno 1918. Aveva trent’anni e, al suo attivo, un record di 34 velivoli nemici distrutti. In un’epoca come la nostra, dove l’aviatore atterrato in territorio ostile viene spesso linciato ferocemente, colpisce ricordare l’episodio in cui Baracca va a trovare l’avversario abbattuto per stringergli la mano. Un esempio di come i piloti della Grande Guerra, consapevoli epigoni degli antichi cavalieri, riproducessero, nei duelli aerei, le caratteristiche della “singolar tenzone”.

L’”Asso degli assi” nasce a Lugo (RA) nel 1888 in una famiglia facoltosa. Da ufficiale di Cavalleria, nel 1912, assiste a un’esercitazione aerea e viene sedotto dalla nuova Arma: «Ora mi accorgo di avere avuto un’idea meravigliosa, perché l’aviazione ha progredito immensamente e avrà un avvenire strepitoso», scrive al padre.


Nella foto Baracca a colloquio col pilota tedesco appena sconfitto

Ottiene la prima vittoria aerea italiana, il 7 aprile 1916, abbattendo un Aviatik austriaco. Da allora, è un’ininterrotta serie di successi, conseguiti in uno stato mentale particolare: «Quando sto duellando con il nemico, la mia mente è vuota, libera, non pensa. Agisco d’istinto, rovescio l’aereo, lo faccio scivolare d’ala, lo metto in vite, lo richiamo». 

L’origine del suo stemma, il cavallino rampante che fu poi concesso, dalla sua famiglia, nel 1923, a Enzo Ferrari, è dibattuta. All’epoca, si diveniva un “asso” solo all’abbattimento del quinto aereo nemico del quale si potevano assumere le insegne. Il quinto di Baracca fu un aereo di Stoccarda, nel cui stemma civico figura tale simbolo. (I cavallini della Ferrari e della Porsche (fabbrica stoccardese) avrebbero, quindi, la stessa origine). Secondo altri, l’emblema riprendeva lo scudo del suo reggimento, il “Piemonte reale”.

Nel ‘17, alla trentesima vittoria, Baracca riceve la medaglia d’oro e diviene comandante della 91esima squadriglia detta “degli Assi”. Nello stesso anno, comincia a volare sullo SPAD S XIII, un eccellente aereo di fabbricazione francese, prodotto in ben 8.472 esemplari.


 Baracca in posa col suo SPAD per la 34esima vittoria ufficiale

Il 19 giugno ‘18, mentre le fanterie austroungariche lanciano il loro ultimo disperato assalto (Battaglia del Solstizio), Baracca, fresco reduce dalla sua 34esima vittoria aerea, risalente a quattro giorni prima, riceve l’ordine di dedicarsi alla sgradevole missione di appoggio alle truppe di terra: niente cavallereschi duelli aerei, ma il mitragliamento delle trincee nemiche. Un’attività rischiosa, perché da compiersi a volo radente. 

Fatalmente, diversi proiettili colpiscono il suo SPAD, che, incendiato, precipita sul Montello. Ritrovata dopo quattro giorni, la sua salma ustionata presenta una ferita sulla tempia destra. E’ possibile che l’eroe si fosse suicidato, con la sua pistola, prima di finire arso vivo. Le esequie si svolgono il 26, a Quinto di Treviso: l’elogio funebre è pronunciato da un commilitone d’eccezione, il maggiore pilota Gabriele D’Annunzio: «L’ala s’è rotta e arsa, il corpo s’è rotto e arso. Ma chi, oggi, è più alato di lui?»

Ritrovata per caso l’iconica Triumph guidata da Mastroianni in ’La Dolce Vita’

La Stampa
andrea barsanti (nexta)



Era il 1960 quando nelle sale debuttava ’’La Dolce Vita”, il capolavoro di Federico Fellini, un film che avrebbe fatto la storia del cinema, italiano e non solo, con protagonisti la bellissima Anita Ekberg e un giovane Marcello Mastroianni. Oltre 55 anni dopo, quasi per caso, è stato ritrovato uno dei suoi simboli, la Triumph TR3A nera su cui il giornalista Marcello Rubini sfrecciava per le vie di Roma in cerca di scoop, seguito da un codazzo di paparazzi.

Il nuovo, fortunato proprietario della storica spider britannica, una delle più famose auto della storia del cinema, è l’ex senatore bolognese Filippo Berselli, che ha rivelato di non essersi accorto subito del tesoro su cui aveva messo le mani: da sempre appassionato di auto d’epoca, si è imbattuto in una vendita nelle Marche di una Triumph con vecchia targa “PS”, che dal libretto di circolazione risultava immatricolata nel 1956. Ed è qui che nella testa di Berselli suona un campanello, perché la seconda serie del modello TR3A sarebbe entrata in produzione soltanto un anno dopo, nel 1957.

Una ricerca al Pra ha quindi consentito di risalire al certificato originale di immatricolazione, che data la fabbricazione al 1958 e soprattutto indica una targa molto particolare, quel “324229 Roma” che campeggiava sul bolide guidato da Mastroianni.



Un esame più approfondito della documentazione ha dato la conferma: dopo vari passaggi, l’auto era stata acquistata dalla Film Riana, la casa di produzione cinematografica di proprietà di Angelo Rizzoli che aveva, appunto, prodotto “La Dolce Vita”. Pagata circa 30 mila euro, l’iconica Triumph verrà adesso restaurata da cima a fondo per tornare a macinare chilometri sulle strade, ma prima, in omaggio a colui che l’ha resa famosa, sarà esposta, dal 15 al 31 luglio, davanti alla sede della Direzione Generale per il Cinema di piazza Santa Croce in Gerusalemme, a Roma, nell’ambito della sesta edizione della kermesse “Effetto notte - Amarcord 35MM”, celebrando un po’ in anticipo i 20 anni dalla morte di Mastroianni, datata 19 dicembre 1996.

domenica 19 giugno 2016

Hacking Team, arriva un nuovo socio straniero

La Stampa
carola frediani

Cambio di assetto societario per l’azienda milanese venditrice di spyware: il fondatore Vincenzetti sale di quota, ma compare anche una misteriosa fiduciaria cipriota



A quasi un anno dall’attacco informatico che l’ha colpita nel luglio 2015, Hacking Team - l’azienda milanese che vende spyware, software spia, a governi di molti Paesi - ha cambiato composizione societaria. Attualmente le quote azionarie sono divise tra l’amministratore delegato David Vincenzetti (all’80 per cento) e tra una sconosciuta società di Cipro, Tablem Limited (al 20 per cento).

Fino ad alcuni mesi fa le azioni dell’azienda erano spartite invece tra l’amministratore e fondatore Vincenzetti (che aveva il 32,85 per cento), il cofondatore Valeriano Bedeschi (11 per cento), Vittorio Levi, presidente di Panini spa (4,09 per cento), e da due fondi di venture capital, Innogest e Finlombarda Gestioni Sgr (entrambi al 26,03 per cento). Ricordiamo che Finlombarda Sgr era controllata da Finlombarda Spa, agenzia finanziaria pubblica della Regione Lombardia. Ora, forse anche a seguito di quanto avvenuto negli ultimi mesi - a cominciare dall’attacco informatico subito dall’azienda milanese lo scorso luglio, che ha riversato online molti documenti interni, email e il codice sorgente del suo software - i fondi (e gli altri soci) si sono ritirati.

Oggi dunque la società italiana che vende spyware ad agenzie governative per le loro investigazioni - e che fino a poco tempo fa era il maggior fornitore al riguardo dei nostri servizi segreti, delle forze dell’ordine e delle procure, tanto da aver prodotto un’ondata di panico tra i nostri apparati nei giorni successivi all’hackeraggio - è ampiamente controllata dal suo storico fondatore ma con la partecipazione importante di una nuova e misteriosa società, la Tablem Limited, una fiduciaria di Cipro, con sede a Nicosia. Interpellata dalla Stampa, Hacking Team preferisce non commentare, rimarcando solo come positivo il fatto che l’azienda sia più saldamente nelle mani del suo amministratore. Del nuovo socio - straniero - non rilascia commenti.

Hacking Team, fondata a Milano nel 2003 da Vincenzetti e Bedeschi, attorno a un pool di giovani informatici, si specializza da subito nella sicurezza offensiva e inizia a vendere sofware spia, in grado di infettare un pc o smartphone e di controllarne tutta l’attività da remoto, alle forze dell’ordine e all’intelligence italiane. L’Italia però non resta l’unico cliente, e il business da via della Moscova si espande in molti Paesi, senza andare per il sottile. Proprio la presenza, tra i suoi clienti, di governi illiberali e repressivi suscita le prime reazioni da parte di gruppi di attivisti. Intanto l’azienda cresce, nel 2007 riceve dei finanziamenti, entrano Finlombarda Sgr e Innogest.

Mentre il mercato estero si espande, iniziano ad essere pubblicati report che collegano l’uso degli spyware di Hacking Team, da parte di alcuni Paesi, alla sorveglianza di giornalisti e attivisti. Nel marzo 2014 la Ong britannica Privacy International scrive una lettera pubblica al governatore Roberto Maroni e altri politici italiani: «Nel 2007 la Hacking Team ha ricevuto 1,5 milioni di euro da due fondi di venture capital. Uno dei fondi, Finlombarda Gestioni SGR Spa (FGSGR), ha come solo azionista Finlombarda Spa». La Ong chiedeva alla Regione chiarimenti sulla «adeguatezza di investire risorse pubbliche in tecnologie che permettono ai governi di sorvegliare in modo altamente intrusivo al punto da facilitare l’abuso di diritti umani».

Nel frattempo, internamente, i fondi di gestione iniziano a spingere per una exit, la vendita della società a terzi. Si puntava a una valutazione intorno ai 37 milioni di euro. Come avevamo scritto su La Stampa, già a partire dal 2013 si susseguiranno una serie di trattative tra l’azienda milanese e varie entità più o meno interessate ad acquistarla: i nostri servizi segreti esteri cioè l’Aise, due diverse società israeliane (Nice e Verint, che erano anche partner commerciali), i sauditi attraverso Wafic Said, noto imprenditore vicino alla famiglia reale di Ryad. Tutte trattative che alla fine non vanno in porto.

Il 2014 è anche un anno deludente in termini di bilancio rispetto alle aspettative. Alcuni dipendenti se ne vanno. In più le preoccupazioni per l’uso improprio di questi software da parte di Paesi autoritari aumentano la pressione sull’azienda, come avevamo raccontato qua. La botta arriva però nel luglio 2015, con un attacco informatico che trafuga e pubblica 400 GB di materiali riservati - e qualche settimana fa un hacker di nome Phineas Fisher è tornato a rivendicare quell’assalto, pubblicando anche un documento su come avrebbe fatto. Mentre il 31 marzo 2016 il Ministero dello Sviluppo Economico (Mise) revoca all’azienda l’autorizzazione globale per l’esportazione fuori dall’Europa che gli aveva concesso un anno prima.

Da quel momento la società deve ottenere autorizzazioni specifiche individuali per Paesi extraeuropei, invece del precedente via libera incondizionato. Hacking Team ha sempre assicurato, malgrado la concatenazione di eventi, di essersi rimessa in piedi, anche se - risulta alla Stampa - il numero di dipendenti è diminuito e da parte delle autorità italiane c’è stata molta cautela nel riutilizzo dei suoi software. Ora, nelle ultime settimane, il cambio degli assetti proprietari e l’entrata di un importante socio straniero, “protetto” da una fiduciaria. Secondo alcune voci raccolte dalla Stampa ma non confermate, il nuovo socio potrebbe essere collegato ad uno dei Paesi già in precedenza interessati ad Hacking Team.


Spyware d’Arabia: così Hacking Team entrò nel mirino degli attivisti
La Stampa
carola frediani  17/09/2015

Parlano i dissidenti degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrain dove iniziò la caccia agli spyware occidentali.



«Spero che Hacking Team ora sappia come ci si sente di fronte all’invasione della privacy delle persone. Una volta, sono stato vittima del loro software».

È il luglio 2015. Hacking Team, la società milanese che vende software spia ad agenzie governative in tutto il mondo, ha appena subito un attacco informatico che ha portato alla pubblicazione online dei suoi documenti, comunicazioni e codici sorgente. Mentre l’Italia si allarma, anche per le connessioni della società con le forze dell’ordine e i servizi tricolori, da Dubai parte un tweet molto duro: sono le parole riportate all’inizio.

MANSOOR, DUE SPYWARE PER UN ATTIVISTA
A scriverlo è Ahmed Mansoor, 45 anni, ingegnere, blogger, attivista per i diritti umani e la democrazia degli Emirati Arabi Uniti. Esattamente tre anni prima, nel luglio 2012, l’uomo ricevette via posta elettronica uno spyware, un software spia. Secondo alcuni ricercatori di sicurezza che pubblicarono un rapporto, quel software sarebbe stato Rcs, il prodotto di Hacking Team, come riportò allora Bloomberg.

Attraverso quel software – racconta oggi alla Stampa Mansoor – qualcuno scaricò tutta la sua posta di Gmail. Il blogger si accorse però quasi subito che qualcosa non andava, non solo perché il pc non rispondeva più a dovere, ma anche perché qualche tempo prima era stato allertato da alcuni attivisti del vicino Bahrain. Lì il governo aveva iniziato a colpire i dissidenti con software di quel tipo, in grado di spiare tutta l’attività di un pc o di uno smartphone. «Così, quando sono entrato nella mia email da un computer diverso, ho notato l’attività da un indirizzo IP che non mi apparteneva», commenta Mansoor.

A quel punto l’ingegnere ricontatta il centro per i diritti umani del Bahrain, Bahrain Watch, che lo mette in comunicazione con i ricercatori di Citizen Lab, laboratorio dell’Università di Toronto. Questi avevano appena pubblicato un rapporto su come il Bahrain usasse uno spyware, prodotto dalla compagnia anglotedesca Gamma/FinFisher, per colpire attivisti scomodi. A quel punto invece si buttano sulla traccia proveniente dagli Emirati Arabi Uniti e dopo qualche tempo, a ottobre, escono con il rapporto che chiama in causa Hacking Team.

In questo modo, nell’estate 2012, con la vicenda di Ahmed Mansoor – e quella, contemporanea, di alcuni giornalisti marocchini raccolti nel gruppo Mamfakinch, colpiti da uno spyware analogo – Hacking Team entra nel mirino delle organizzazioni dei diritti umani – dopo un primo, più defilato, momento di attenzione per essere stata citata nella lista di aziende della sorveglianza pubblicata da WikiLeaks nel 2011.

Dal Marocco e dagli Emirati Arabi Uniti, e con un ruolo centrale degli attivisti del Bahrain, inizia allora il progressivo disvelamento delle attività dell’azienda milanese, precipitato con l’attacco informatico dello scorso luglio e il rinnovato interesse della stampa mondiale. Quello attribuito ad Hacking Team non era per altro il primo spyware ricevuto da Mansoor. «Me ne arrivò uno già nel marzo 2011, quella volta era un file eseguibile. Secondo i ricercatori di Citizen Lab, quello probabilmente era di FinFisher».

Nell’aprile 2011 Mansoor fu arrestato con altri blogger a causa di alcuni messaggi pubblicati su un forum online in cui criticava il governo degli Emirati; condannato a tre anni, nel novembre 2011 è stato poi “perdonato” dopo otto mesi di carcere anche grazie a una campagna internazionale. Ma ancora nel 2012, tempo dopo aver rinvenuto il secondo spyware, è stato aggredito fisicamente per strada per due volte. Oggi, racconta alla Stampa, vive ancora a Dubai ma ha perso il lavoro e non può lasciare il Paese. Tanto che ancora nei giorni scorsi delle associazioni internazionali hanno chiesto che gli sia tolto il divieto di viaggiare. Non solo: il prossimo 6 ottobre Mansoor riceverà un premio per la sua attività di difensore dei diritti umani.



Lo spyware attribuito ad Hacking Team gli arrivò attraverso un documento Word inviato via mail, che per infettare il pc sfruttava una vulnerabilità di Office. I ricercatori di Citizen Lab nel 2012 ricondussero quel tipo di attacco all’azienda francese Vupen, specializzata nella vendita di exploit, codici di attacco che fanno leva sui bachi di un software. All’epoca Vupen negò non solo di avere a che fare con quell’exploit, ma specificò anche di non avere alcuna relazione con Hacking Team. Oggi, proprio dalla documentazione uscita dopo l’attacco dello scorso luglio, emerge che almeno questo non era vero: le relazioni fra le due aziende europee c’erano eccome, e Hacking Team comprava exploit da Vupen. Più in generale, Hacking Team aveva rapporti commerciali negli Emirati Arabi Uniti, Oman, Arabia Saudita e pure in Bahrain.

DUBAI E DINTORNI: UN MERCATO CALDO



Ma facciamo un passo indietro, per capire lo scenario.

Estate 2010, Emirati Arabi Uniti. La federazione retta da sceicchi annuncia di voler sospendere i servizi di email e messaggistica di BlackBerry perché non riesce a monitorarli. La notizia rimbalza ovunque e fa risuonare un campanello anche in Hacking Team, l’azienda milanese dove hanno investito vari fondi di venture capital, tra cui Finlombarda Gestioni SGR, della Regione Lombardia. «Che aspettiamo a fare business in UAE (Emirati Arabi Uniti, ndr)?”» commenta scherzosamente il suo Ceo, David Vincenzetti, nelle comunicazioni interne, che insieme alla documentazione delle attività aziendali sono finite online dopo l’ attacco informatico subito lo scorso luglio.

Il business non tarda ad arrivare. Gli Emirati Arabi Uniti appaiono infatti nella lista clienti di Hacking Team – fino ad oggi non confermata né smentita dall’azienda – a partire dal 2011. Un contratto sarebbe stato veicolato attraverso un partner americano, Cyberpoint, azienda ben introdotta negli ambienti politici statunitensi, tanto da aver ottenuto dal Dipartimento di Stato una speciale licenza per l’esportazione negli Emirati, come spiegato da The Intercept. Il cliente finale in questo caso era il Ministero degli Interni.

Ma almeno dal 2012 c’è anche un secondo cliente, le forze armate degli Emirati, che invece passano per un altro intermediario, Mauqah, società basata ad Abu Dhabi. Anche qui, come fatto in altri articoli su Hacking Team, vale la pena vedere la trafila di contatti che conducono al contratto con le forze armate. Perché il primo passaggio è attraverso una società di Vienna, Sail Labs Technology, specializzata in open source intelligence, che contatta la società milanese dicendo di avere un potenziale cliente, interessato all’intrusione in pc e smartphone.

Il Ceo di Sail Labs introduce quindi gli italiani al Ceo di una seconda società di Abu Dhabi, il gruppo Palgroup.com. Per poi arrivare, tramite lo stesso, a fatturare a Mauqah. Nel maggio 2012 ci sono già mail di assistenza tecnica, con Mauqah che non riesce a infettare dei target perché i provider di webmail (Gmail, Yahoo ecc) individuano l’exploit come un virus sconosciuto. «In questo particolare momento gli exploits da tutte le sorgenti a noi conosciute e utilizzate (Vupen compreso) scarseggiano. Sono i vendor che sono diventati più reattivi? Probabilmente. Faremo di tutto per ricercarne altri nel più breve tempo possibile», commenta all’epoca il Ceo Vincenzetti.
Dunque, contratti con ministero degli Interni, forze armate. E poi dal 2013 si registrano almeno delle demo, offerte e incontri con la polizia di Dubai e di Abu Dhabi.

Gli Emirati, Abu Dhabi, Dubai – che qualcuno ha definito, di notte, uno scenario alla Blade Runner benedetto da un clima migliore – sono infatti un luogo accogliente per le aziende tech occidentali, specie quelle del mondo della sicurezza/sorveglianza. Qui si tiene ogni anno l’edizione regionale dell’ISS, la più importante fiera dell’industria delle intercettazioni delle comunicazioni e dell’intelligence. Nell’hotel JW Marriot di Dubai, nel marzo 2015, si sono incontrate, tra stand e conferenze ad uso e consumo delle forze dell’ordine e dei servizi segreti della regione mediorientale, il fior fiore delle aziende occidentali della sorveglianza. Le italiane Hacking Team, IPS, Area, Rcs Lab (sulle cui relazioni abbiamo scritto qua) sono presenti, se non principali sponsor dell’evento, insieme all’americana Cyberpoint (partner di Hacking Team), alle rivali Gamma/FinFisher, e alle tedesche Trovicor e AGT, per citarne solo alcune.

Qui si prendono spesso i primi contatti, che in genere proseguono con la firma di un accordo di riservatezza, con una visita dei potenziali clienti a Milano per assistere a una demo del prodotto italiano - il software di intrusione e sorveglianza di dispositivi pc e mobili chiamato Rcs – con la firma di una lettera sui termini e le condizioni di vendita da parte di eventuali intermediari, nonché di una licenza di utilizzo del software da parte dell’utente finale governativo. Quindi installazione del sistema, training dei clienti, supporto tecnico da remoto.



FACCIATA TECH, CUORE AUTORITARIO
Ma torniamo agli Emirati. Se lo scenario è quello di uno Stato – e una regione – dove il mercato della cybersicurezza è in rapida crescita, con particolare specializzazione nel ramo dell’intercettazione delle comunicazioni, ben più arretrato è lo scenario politico.

Al di là della facciata moderna, fatta di grattacieli, hotel, centri commerciali, la realtà è che lì «il dissenso viene regolarmente colpito con persecuzioni, arresti, condanne, sparizioni forzate e in alcuni casi torture» scrive nel 2014 Amnesty International, specificando che il clima di paura dura dal 2011. E ancora: «Dietro una facciata sfarzosa e scintillante, gli Emirati Arabi Uniti nascondono la natura repressiva delle proprie istituzioni nei confronti di attivisti che è sufficiente postino un tweet critico per finire nei guai» .

Ma di farseschi processi di massa contro i dissidenti che chiedono alcune riforme scriveva già la BBC nel 2013. Della persecuzione di attivisti scriveva anche Human Rights Watch nel 2012. E dell’arresto di Mansoor, scriveva già nel 2011, Reporters senza frontiere.

«Di quanto emerso dopo l’attacco ad Hacking Team mi ha colpito il volume di interazioni e di relazioni dell’azienda coi governi. E la quantità di soldi spesi da alcuni Stati per comprare spyware», commenta Mansoor. «Immaginavo che gli Emirati sarebbero stati nella loro lista clienti, anche perché i leader politici qui sono ossessionati dalla sicurezza, e pensano che lo Stato abbia il diritto di arrivare anche a spiare le vite delle persone. Per loro è l’unica soluzione alle richieste di cambiamento sociale e politico».

Ma chi ha attaccato Mansoor con lo spyware attribuito dai ricercatori di Citizen Lab ad Hacking Team? «Sappiamo che lo spyware che ha infettato Mansoor nel 2012 arriva da un’agenzia indicata come “UAEAF” (forze armate degli Emirati, ndr)/ “UAE Air Force” (aeronautica)/ “UAE Intelligence. Dubito però che sia l’aeronautica (Air Force)”, ha commentato alla Stampa Bill Marczak, ricercatore di Barhain Watch e autore di alcuni rapporti di Citizen Lab sugli spyware. D’altra parte non sembra essere nemmeno il ministero degli Interni, nota Marczak.

Resterebbero le forze armate o intelligence. Ricordiamo che all’epoca i ricercatori tracciarono un indirizzo IP dello spyware trovato sul pc di Mansoor fino all’ufficio dello sceicco Tahnoon Bin Zayed Al Nahyan, al quartier generale di Royal Group, un conglomerato di compagnie di Abu Dhabi di cui lo sceicco è presidente. Il Royal Group, commenta alla Stampa Mansoor, è molto legato all’esercito degli Emirati. Insomma, torna il sospetto che quel software possa essere stato usato dal regime semplicemente per sorvegliare oppositori politici.

«Le forze armate degli Emirati (UAEAF) hanno comprato licenze per 1100 infezioni concomitanti», prosegue Marzack. “Si tratta del terzo Paese nella lista clienti Hacking Team per numero di target. Il Marocco (Ministero dell’Interno) era al numero due con duemila target. Mentre alcuni clienti italiani, ovvero il PCIT (Presidenza del Consiglio italiana, una formula che sta per i nostri servizi, ndr) aveva una licenza per infettare un numero infinito di persone».

IL FANTASMA DI MANSOOR
Nel settembre 2012 il giornalista di Bloomberg provò a chiedere spiegazioni alle autorità degli Emirati e la mail con le domande venne girata dai partner anche ad Hacking Team, che però non sembrò turbata o preoccupata. «Rimangono valide le considerazioni che abbiamo fatto numerose volte al riguardo. Niente di nuovo e niente di preoccupante», commentò nelle comunicazioni interne Vincenzetti.

Lo spettro di Mansoor tuttavia tornerà ancora costringendo Hacking Team a elaborare delle risposte. Quando nel 2013 il sito Bahrain Watch fa circolare di nuovo la storia del blogger degli Emirati, il responsabile delle relazioni esterne di via della Moscova butta giù una possibile risposta. Ovvero, che è solo una speculazione che qualsiasi spyware sia stato usato impropriamente, ricordando che “il target è stato in prigione”; e che ci sarebbero solo prove circostanziali che il software di Hacking Team sia coinvolto.

E ancora, nel marzo 2014, la società italiana viene sollecitata direttamente da Amnesty International, che chiede di commentare un suo rapporto dove cita il caso di Mansoor e quello dei giornalisti marocchini di Mamfakinch. La risposta di Hacking Team è che la propria policy è di sospendere il servizio di supporto al suo software in caso di abuso. Interpellata da La Stampa sulla vicenda e sulle eventuali misure prese dopo le segnalazioni che riguardavano Mansoor, Hacking Team ha risposto di non poter commentare sui propri clienti.

BAHRAIN, IL REGNO DEGLI SPYWARE?



Gli Emirati non sono certo l’unico Paese ad aver utilizzato sia gli spyware di Hacking Team che di Gamma/FinFisher. Come abbiamo detto c’è il caso del Bahrain: qui nell’estate 2012 si trovano i primi software spia sui pc di alcuni attivisti, come l’economista Ala’a Shehab, di origine inglese, e residente a Manama. Per Citizen Lab sarebbero prodotti da Gamma/FinFisher.

La denuncia non passa inosservata: nel febbraio 2013 Barhain Watch, Privacy International e altri gruppi presentano un reclamo all’OCSE (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) contro Gamma per violazione delle linee guida sui diritti umani a seguito dell’esportazione del software in Bahrain. Sia Gamma che il piccolo regno mediorientale negarono all’epoca di fare affari insieme. Ma nel febbraio 2015. dopo un’indagine, l’OCSE condannò Gamma Int chiedendo di cambiare le sue pratiche di business. 

Ma i sospetti avevano avuto una prima conferma già nell’agosto 2014, un anno prima dell’attacco ad Hacking Team. Quella volta ad essere violati da un hacker sono i server di Gamma/FinFisher. Tra i documenti diffusi su Twitter dall’attaccante, di cui si conosce solo il profilo, Phineas Fisher – profilo che, ricordiamolo, ha rivendicato anche l’attacco più recente contro Hacking Team, salvo poi sparire nel nulla - gli attivisti trovano le mail di assistenza tecnica tra Gamma e un cliente in Bahrain, oltre a una lista di computer infetti.

Tra questi spiccano quelli di avvocati, politici e attivisti considerati prigionieri di coscienza da Amnesty International. Come Mihamed Altajer, un avvocato difensore dei diritti umani che già nel 2011 era stato anche ricattato con un video, ripreso di nascosto in casa sua, che lo aveva ritratto in una situazione intima con la moglie. E poi era stato successivamente hackerato.

Oggi, a giudicare dalla documentazione uscita, sembra che anche Hacking Team vendesse in Bahrain, al punto che nelle scorse settimane il centro per i diritti umani del Paese (Bahrain Center for Human Rights) ha chiesto ai governi europei di applicare misure più stringenti per prevenire l’esportazione di queste tecnologie in Stati che non rispettino gli standard internazionali.

Il Bahrain avrebbe infatti acquistato Rcs per 210mila euro in una sorta di progetto pilota. Il cliente sembra essere il ministero della Difesa. Anche qui, la transazione sarebbe avvenuta tramite un’azienda che ha fatto da intermediario, la Midword Pro, e che addirittura si sarebbe accollata i costi del pilota. L’azienda appare collegata a un noto imprenditore belga, Sacha Vekeman, attivo in diversi incubatori tecnologici e progetti green tech, e ricollocatosi a Dubai.

«Non avevamo (e non abbiamo) mai trovato tracce del software di Hacking Team sui pc, come invece accaduto con FinFisher», commenta a La Stampa Reda Al-Fardan, attivista di Bahrain Watch. «Abbiamo saputo che era commerciato nel Paese solo dalle mail». Il modo in cui sarebbe stato utilizzato lo spyware di FinFisher, fin dal 2011, è però stato documentato. «E, specie dopo l’attacco a FinFisher dell’estate 2014, abbiamo individuato una settantina di target: la maggioranza erano avvocati, giornalisti e attivisti vicini ai movimenti pro-democrazia».


(Alcuni degli attivisti del Bahrain presi di mira da FinFisher - foto via Bahrain Watch)

Al-Fardan prosegue tratteggiando un Paese che utilizza diverse tecnologie, fornite da aziende europee e americane, per controllare le comunicazioni. «Il ministero degli interni e l’intelligence hanno pieno accesso a telco ed internet exchange points, e sono impiegati diversi sistemi di ispezione del traffico internet per censurare contenuti e per sorvegliare le comunicazioni».

Nel 2012, quando per la prima volta Bahrain Watch fece emergere il tema degli spyware di governo, ci fu molta attenzione da parte dei media. Ma dopo le rivelazioni sul Datagate, e sulla sorveglianza di massa della Nsa – sottolinea Al-Fardan – situazioni come quella del Bahrain sono passate in secondo piano. «E poi ora c’è la guerra al terrore, ci sono leader come David Cameron che si scagliano contro la cifratura». Insomma, malgrado oggi si sappia molto di più delle pratiche dell’industria della sorveglianza, paradossalmente è più difficile ottenere delle risposte politiche. «Ma per uno Stato come il Bahrain, con tremila prigionieri politici - conclude Al-Fardan - ciò si traduce in continue violazioni dei diritti umani».


Così il Sudan ha messo in crisi Hacking Team
La Stampa
 carola frediani    09/07/2015

Ecco come si è sviluppato lo scontro tra l’Onu e la società milanese che ha coinvolto anche il governo italiano. Sullo sfondo, la lotta su come classificare i software di sorveglianza

Dopo il pesante attacco informatico che ha sottratto e riversato online 400 GB di suoi documenti e mail, Hacking Team - l’azienda milanese che ai governi vende software in grado di infettare pc e smartphone e di spiare in modo mirato le loro attività e comunicazioni - continua a non commentare sulle sue politiche commerciali.

Il caso Sudan
Neppure su uno dei più imbarazzanti documenti usciti: una fattura che – se corretta - mostrerebbe come nel 2012 i servizi segreti di Khartoum (NISS - National Intelligence and Security Service) avessero pagato 960mila euro per gli spyware made in Milano. L’assistenza tecnica dell’azienda italiana si sarebbe protratta fino al novembre 2014 e poi improvvisamente sospesa.

Il Sudan non è un Paese qualsiasi: da anni è sotto embargo Onu per quanto riguarda forniture militari e prodotti collegati a causa di un conflitto protratto per decenni, alimentato da scontri etnici e lotta per l’accaparramento del petrolio. Inoltre proprio nell’aprile 2012 si erano riaccesi nuovi scontri militari tra il Sudan (Khartoum) e il Sud Sudan (che si era separato nel 2011), con migliaia di morti. Per di più, sulla testa del suo dittatore-presidente, Omar al-Bashit, pende dal 2009 un mandato internazionale di cattura della Corte penale dell’Aja per crimini contro l’umanità.

Armi digitali e simili oppure no?
Poteva o no Hacking Team esportare i suoi software di sorveglianza in quel Paese? E, in seconda battuta: possono i suoi software considerarsi se non delle vere e proprie “armi digitali” (come sostengono alcuni politici e attivisti) quanto meno un ausilio a operazioni di tipo militare?
È questa domanda che a un certo punto comincia ad aleggiare come un fantasma sulle attività dell’azienda, rimbalzando fra il panel Onu che monitora le sanzioni sul Sudan, il Ministero degli Esteri, il Ministero dello Sviluppo Economico, i vertici di Hacking Team e i legali e gli investitori dell’azienda, con una serie di altri soggetti non da poco a fare da contorno e essere informati della situazione, come il ministero dell’Interno, della Difesa, dell’Economia e Finanze, oltre all’Agenzia delle Dogane. Una domanda continuamente elusa dalla società milanese, ma che diventa a un certo punto – fra 2014 e 2015 – anche oggetto di un braccio di ferro tra Onu, Hacking Team e Ministero dello Sviluppo Economico.

Clienti in tutto il mondo
Facciamo un passo indietro per contestualizzare. Hacking Team viene fondata nel 2003. Già nel 2004 vende il suo software spia alla Polizia Postale. È solo l’inizio: seguiranno i servizi spagnoli, un numero crescente di governi e agenzie di intelligence straniere, e praticamente tutte le forze dell’ordine italiane e i nostri servizi segreti – al punto che il direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, Giampiero Massolo, dopo l’attacco all’azienda riferiva al Copasir del rischio che i dati della nostra intelligence potessero essere stati hackerati. Il software di Hacking Team – chiamato Rcs – è stato usato anche in indagini delicate e clamorose, contro la mafia, episodi di cronaca nera, ma anche la P4.

Che i software di sorveglianza di Hacking Team fossero a un certo punto venduti in tutto il mondo non era un mistero, visto che veniva sbandierato anche nelle loro brochure. Recentemente le esportazioni rappresentavano però ben l’80 per cento del business dell’azienda, su cui negli anni hanno scommesso vari fondi di venture capital, da Innogest a Finlombarda Gestioni SGR Spa (FGSGR), riconducibile alla Regione Lombardia. I documenti usciti e pubblicati da più parti online, che finora l’azienda non ha smentito, mostrano come i clienti più grossi sarebbero il Messico, l’Italia, il Marocco, l’Arabia Saudita, il Cile. E includerebbero anche, tra gli altri, Uzbekistan, Etiopia, Egitto, Turchia, Russia e appunto Sudan.

Nel mirino degli attivisti
Ma Hacking Team a un certo punto comincia ad entrare sempre più nel mirino di alcuni gruppi di attivisti della Rete che monitorano la sorveglianza di governi e aziende. I primi report di ricercatori che collegano il suo software a episodi di abuso da parte di alcuni governi sono del 2012 e riguardano il Marocco. Nel febbraio 2014 però esce un ulteriore rapporto che prova a mappare l’utilizzo del suo software in vari Stati, inclusi regimi autoritari e repressivi: tra questi c’è anche il Sudan. A quel punto qualcosa si smuove. Il cliente, il NISS in Sudan, si preoccupa del report e chiede se siano state prese delle contromisure tecniche. A marzo la Ong britannica Privacy International manda una lettera al ministero dello Sviluppo Economico italiano chiedendo chiarimenti sulle esportazioni di Hacking Team. E, di lì a poco, comincia un balletto tra Onu, Hacking Team e ministeri.

Il duello con l’Onu
Nel giugno 2014 il panel delle Nazioni Unite che monitora l’implementazione delle sanzioni sul Sudan inizia infatti a chiedere a Hacking Team se ancora vende o se ha venduto in quel Paese. L’azienda prende tempo, tutto il tempo che riesce finché le pressioni Onu non fanno intervenire anche il governo italiano. Infatti dalla prima richiesta di informazioni dell’Onu a dicembre 2014 ne seguiranno altre tre, inclusa una domanda rivolta al rappresentante italiano permanente alle Nazioni Unite Sebastiano Cardi. A quel punto la situazione era diventata già critica per l’azienda che decide di sospendere la fornitura al Sudan, con grande scorno del cliente.

A inizio 2015 però interviene il ministero degli Esteri, a cui si è rivolto il panel Onu, che insiste nel voler ricevere informazioni sulla possibile vendita del software al Sudan. Ma la preoccupazione principale dell’azienda sembra essere una sola: che il proprio software possa essere soggetto a misure restrittive. La linea adottata è che il panel Onu – a cui a quel punto è stato detto che no, Hacking Team non sta vendendo i propri prodotti in Sudan - non sarebbe autorizzato a chiedere informazioni sul passato. Come dire: non stiamo vendendo ora, però non chiedeteci se lo abbiamo fatto.

Ma il panel Onu insiste ancora e torna all’attacco. La questione si gioca sempre su come debba essere considerato il software Rcs esportato da Hacking Team: è ormai chiaro che i funzionari delle Nazioni Unite tendono a pensare che faccia parte della categoria di “assistenza militare” e come tale rientrare nelle misure restrittive previste dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezzza 1591 (2005) e 2200 (2015). Interpretazione rifutata dalla società milanese. Al punto che ancora a 2015 inoltrato la lenta e faticosa trattativa con l’Onu, mediata anche dal ministero degli Esteri, non sembra arrivare a una conclusione.

Le restrizioni europee
Parallelamente, sempre a partire dall’autunno 2014, inizia anche uno scontro sotterraneo tra Hacking Team e il ministero dello Sviluppo Economico. Proprio a causa delle preoccupazioni legate al possibile uso di questi software per reprimere dissidenti e violare diritti umani in alcuni Stati, il ministero decide di applicare una clausola specifica della legge sulle esportazioni, in particolare l’art 4 del regolamento europeo (CE N. 428/2009) sul controllo delle esportazioni di una serie di prodotti a duplice uso (prodotti che possono avere un uso civile ma anche militare).

La clausola prevede una autorizzazione all’esportazione nel caso in cui si pensi che dei prodotti, anche quando non rientrino nelle liste ufficiali di beni di uso duplice controllati, possano comunque essere destinati a un utilizzo militare. Di fatto quindi la decisione del ministero congela per un periodo le esportazioni di Hacking Team. La quale a quel punto inizia un’intensa attività lobbistica distribuita su ambienti politici, governativi e militari di alto livello per quella che avverte come la più grave minaccia al proprio business mai verificatasi.

Lo stallo dura poco, viene sbloccato a dicembre; ma a quel punto arriva un’altra grana. Un aggiornamento del regolamento della Commissione europea prevederà comunque l’inclusione della tipologia di prodotti di Hacking Team nella lista delle tecnologie a uso duplice o duale controllate a partire da gennaio 2015. Alla luce di ciò la società milanese chiede dunque un incontro col ministero per ottenere un’autorizzazione preventiva o un tipo di regolamentazione che comunque le consenta di esportare anche fuori dall’Europa

Accanimento?
Più volte in queste diverse vicende i vertici di Hacking Team sembrano ritenere di essere l’oggetto di un accanimento – di attivisti, media, funzionari, burocrati, e soprattutto di interessi potenti. Che il loro stesso software – e l’aiuto dato a indagini su criminalità organizzata e corruzione – sia un nemico da abbattere per chi ha qualcosa da nascondere, anche nelle alte sfere. E sembrano invece impermeabili a un contesto internazionale che negli ultimi quattro anni ha accumulato numerosi rapporti di denuncia di Ong e singoli ricercatori sull’uso di questo tipo di software di sorveglianza in Paesi autoritari e sulle loro conseguenze pesanti sulla vita di attivisti, giornalisti e avvocati spiati.

Tra l’altro Hacking Team non era la sola azienda del genere a essere criticata: lo era anche la tedesca FinFisher, che proprio nell’agosto 2014 è stata hackerata con diffusione online dei suoi documenti.  Non si sa chi sia stato a farlo, ma appare molto probabile che si tratti della stessa mano che qualche giorno fa ha violato anche la società milanese – come già scritto da noi subito dopo l’azione.
Certo, le informazioni uscite dopo l’attacco informatico non aiuteranno la causa di Hacking Team. Ancora a maggio un rappresentante della società milanese andava in Bangladesh a mostrare la propria tecnologia a un’agenzia di sicurezza paramilitare nota per torture ed esecuzioni sommarie. Human Rights Watch l’aveva soprannominata «squadrone della morte».


Non solo Hacking Team: così lo spyware FinFisher è usato dall’Uganda all’Italia
Stampa
carola frediani    16/10/2015

Il software spia tedesco è stato tracciato in 32 Paesi, inclusa l’Italia. E in Uganda è stato usato per schiacciare l’opposizione



Malgrado gli attacchi informatici subiti e le denunce di organizzazioni per i diritti umani, l’industria europea degli spyware continua a fiorire, e i suoi software spia sono sempre più venduti sia in Paesi democratici sia in Stati illiberali. E in quest’ultimo caso sono utilizzati spesso per reprimere le opposizioni e il dissenso.

È quanto emerge da due nuovi rapporti internazionali dedicati a FinFisher GmbH, azienda tedesca – spin-off della precedente Gamma con sede in UK - che produce un programma di intrusione e sorveglianza simile a quello realizzato dall’italiana Hacking Team. Da questi rapporti emergono alcuni punti chiave: FinFisher sarebbe usato in un numero sempre più elevato di Paesi (almeno 32); l’Italia - confermando alcune supposizioni - sarebbe uno dei Paesi che lo utilizza (e, in un caso, un organo investigativo dello Stato italiano lo avrebbe sostituito a Rcs, il software di Hacking Team); l’Uganda avrebbe usato intensivamente quel software contro oppositori politici.

FinFisher vivo e vegeto
Ma partiamo dall’inizio. FinFisher è un software spia capace di infettare un pc o smarpthone e spiarne tutta l’attività digitale, simile nel funzionamento a Rcs, lo spyware prodotto dalla azienda milanese Hacking Team di cui abbiamo ampiamente scritto su La Stampa. Viene venduto dall’omonima azienda FinFisher, che ha sede a Monaco, in Germania, a governi e agenzie investigative governative per indagini e intelligence.

In passato alcuni rapporti pubblicati da Citizen Lab, un laboratorio antisorveglianza dell’Università di Toronto, avevano denunciato il suo utilizzo da parte di governi autoritari per colpire giornalisti, avvocati e dissidenti, ad esempio in Bahrein ed Etiopia. Le denunce dei ricercatori erano state in parte confermate anche da alcuni documenti dell’azienda che erano stati pubblicati online dopo che un hacker, nell’estate del 2014, aveva attaccato FinFisher diffondendone i materiali da un account Twitter. Quell’hacker, che su Twitter si faceva chiamare Phineas Fisher, ha poi rivendicato anche l’attacco ad Hacking Team avvenuto nel luglio 2015.

Bene, ieri Citizen Lab ha pubblicato un nuovo rapporto che mostrerebbe come il business di FinFisher sia non solo ancora vivo e vegeto, ma in espansione. Sarebbero almeno 32 i Paesi ritenuti clienti attivi in questo momento, come mostra questa mappa.



Dall’Angola all’Italia
Fra questi, Angola, Egitto, Gabon, Libano, Marocco, Oman, Arabia Saudita, Spagna, Turchia, Kazakistan. Alcuni sono gli stessi Paesi dove vende anche Hacking Team, almeno a giudicare dai documenti dell’azienda milanese pubblicati online la scorsa estate. Tra i clienti di FinFisher, anche l’Italia. I ricercatori di Citizen Lab ritengono che FinFisher sia usato nel nostro Paese da diverse entità. In un caso hanno identificato un indirizzo IP (2.228.65.xxx) usato come server FinFisher dal 2014 ad oggi, a cui in passato era stato associato invece l’utilizzo del software di Hacking Team. “Potrebbe indicare che una agenzia governativa italiana sia passata da Hacking Team a FinFisher”, scrivono i ricercatori.

La caccia ai server nascosti
Come hanno fatto i ricercatori di Citizen Lab a mappare l’utilizzo di FinFisher? Hanno individuato i suoi server, attraverso molteplici scansioni della Rete fatte nel 2015 usando una “impronta” degli stessi elaborata analizzando campioni del software. Ne hanno individuato 135: alcuni sono dei proxy che servono a rimbalzare e anonimizzare il traffico con cui sono raccolti i dati dai computer infettati; altri, i più importanti, sono i centri di controllo, che stanno dai clienti.

Per localizzarli i ricercatori hanno escogitato diversi trucchi. I server infatti cercano di mimetizzarsi; se uno digita il loro indirizzo viene mostrata una pagina innocente, spesso Google.com o Yahoo.com. Ma i ricercatori hanno trovato il modo di mapparli ugualmente sfruttando ad esempio i dati ricavati dai widget meteo della pagina di Yahoo, che rivelavano la sua vera localizzazione. Un server italiano usava ad esempio come pagina per nascondersi il portale libero.it.

Stato di sorveglianza in Uganda
Ieri è stato pubblicato anche un altro rapporto su FinFisher e l’Uganda. Si tratta di una ricerca di due anni condotta dall’ong britannica Privacy International. Una fotografia dettagliata da cui emerge un vero e proprio Stato di sorveglianza, che fra le altre cose avrebbe fatto ampio uso degli spyware FinFisher. In particolare dal 2012, scrive il rapporto, il presidente Museveni ha lanciato l’operazione Fungua Macho (“apri gli occhi”, in swahili) con cui avrebbe spiato membri dell’opposizione, attivisti, giornalisti. La polizia e i militari avrebbero impiegato lo spyware specificamente per “schiacciare… la disobbedienza civile” e “reprimere la crescente influenza dell’opposizione” ricattandola con le informazioni ricavate.

FinFisher non fu l’unica azienda contatta dal governo del Paese africano. C’era anche un progetto per mettere in piedi un centro di monitoraggio delle comunicazioni, per il quale erano in lizza molte aziende occidentali e non: Huawei e ZTE, NICE e Verint (di cui abbiamo scritto qua ), Macro System e l’italiana RESI Group (di cui abbiamo scritto qua ). Secondo le mail (pubblicate online) di Hacking Team, scrive il rapporto, la polizia era interessata a comprare anche lo spyware dell’azienda milanese.
Forse uno degli aspetti più inquietanti della massiccia operazione di spionaggio/sorveglianza perpetrata dal governo ugandese riguarda la modalità di infezione. Per attaccare i target sono state compromesse le reti LAN e Wi-Fi di istituzioni pubbliche e hotel, spesso con la collaborazione di questi ultimi. 21 hotel a Kampala, Entebbe e Masaka erano usati per infettare gli ospiti attraverso finti portali Wi-Fi.

Chi controlla gli spyware?
L’utilizzo degli spyware appare sempre più problematico in Paesi non pienamente democratici. Tuttavia c’è chi solleva dei dubbi anche per le democrazie. Scrivono ad esempio i ricercatori di Citizen Lab: “Può essere difficile anche per governi democratici con un forte stato di diritto controllare le capacità investigative segrete dei software di intrusione”. E proprio di questo si parla oggi e domani in un convegno a Cagliari, E-privacy 2015, interamente dedicato agli spyware. Da noi, li chiamano captatori informatici.