mercoledì 31 agosto 2016

Garante della Privacy: niente diritto all’oblio se c’è interesse pubblico

La Stampa

Non viola la privacy il quotidiano che riattualizza un fatto di cronaca giudiziaria risalente nel tempo per dare notizia del rinvio a giudizio delle persone all’epoca indagate. In questo caso il diritto di cronaca prevale sul diritto all’oblio. Il principio è stato affermato dal Garante privacy - ne dà notizia la newsletter - nel dichiarare infondato il ricorso di un imprenditore che chiedeva la deindicizzazione di un articolo pubblicato nell’edizione on line di una testata e rinvenibile attraverso i motori di ricerca esterni al sito. 

A parere del ricorrente, la reperibilità in rete dell’articolo avrebbe arrecato un danno alla sua reputazione personale e professionale riportando all’attenzione dell’opinione pubblica una vicenda giudiziaria, a suo dire non più attuale e priva di interesse pubblico, che lo aveva visto coinvolto tra il 2005 e il 2009. 

Di diverso avviso, invece, il quotidiano, secondo il quale l’articolo non riattualizzava un evento superato, ma dava conto degli sviluppi di quella stessa vicenda, in particolare della richiesta di rinvio a giudizio di un certo numero di persone, tra cui il ricorrente.

Questa tesi è stata condivisa dall’Autorità che non ha ritenuto illecito l’operato del quotidiano ed ha quindi dichiarato infondato il ricorso. Secondo il Garante, infatti, il trattamento dei dati dell’imprenditore è «riferito a fatti rispetto ai quali può ritenersi ancora sussistente l’interesse pubblico alla conoscibilità della notizia in quanto, pur traendo origine ad una vicenda risalente nel tempo, i successivi sviluppi processuali, oggetto della recente pubblicazione, ne hanno rinnovato l’attualità».

Qualora la vicenda si dovesse concludere in modo favorevole per il ricorrente, quest’ultimo potrà, se lo ritiene, chiedere all’editore di aggiornare o integrare i dati contenuti nell’articolo, presentando una idonea documentazione.

Stangata dell’Ue su Apple, le regole e le ipocrisie

La Stampa
marco zatterin

Le regole sono importanti quanto il loro rispetto. Fra i princìpi fondanti dell’Europa c’è la libera circolazione delle imprese, il che presuppone di eliminare ogni margine di concorrenza sleale fra un paese dell’Unione e l’altro. Gli aiuti di Stato sono vietati, se non in casi particolari: nessuna Capitale può spendere soldi, o rinunciare a un’entrata, per attrarre un’azienda. L’Irlanda lo ha fatto con Apple. In cambio di assunzioni e investimenti ha messo una croce su 13 miliardi di gettito. Gli art. 107/108 dei Trattati dicono che è illegale. Per questo la Commissione Ue, che delle scritture comuni è il garante, ha chiesto al colosso americano di restituire al fine i tributi dovuti, e mai corrisposti, all’amministrazione di Dublino.

I servizi della signora Vestager sono persuasi che la multinazionale di Cupertino abbia scelto la più verde delle isole europee per ridurre a un minimo storico la pressione tributaria di fine esercizio. In Irlanda è un’esperienza comune. L’aliquota richiesta alle imprese è tuttavia ben più alta dello 0,005% assegnato agli alfieri della Silicon Valley, è il 12,5%, soglia che avvelena comunque le giornate degli erari di numerosi partner Ue che la giudicano distorsiva della concorrenza. Dublino si salva perché il prelievo è lo stesso per tutti, dunque non vi è discriminazione. I molteplici tentativi di convincere l’Eire a cambiare formula sono sinora falliti, anche perché le decisioni fiscali a Bruxelles richiedono l’unanimità.

Lo scandalo Luxleaks ha modificato il clima. Già prima delle fughe di notizia sulle paradisiache concessioni lussemburghesi alle multinazionali, la determinata danese dell’Antitrust ha preso a picchiare sui benefici fiscali ingiustificati, contestandoli in quanto «aiuti di Stato». In parallelo, la Commissione (imbarazzata da un presidente che ha passato al vertice del Granducato tutta la vita politica), l’europarlamento e persino la maggior parte dei governi hanno cercato di darsi un contegno su «corporate tax» e dintorni. Hanno stabilito giustamente che i regimi speciali non sono reato, però li hanno tipizzati perché siano decenti e non discriminatori. Hanno scritto leggi per la trasparenza e lo scambio di informazioni antielusione. In ritardo e lentamente, si sono avviati sullo scosceso cammino dell’equità.

Far pagare le tasse a tutti, e in modo «giusto», è un’ambizione che in questo caso particolare evidenzia almeno due ipocrisie. La prima è quella degli Stati dell’Ue che promettono di essere giusti nei discorsi pubblici, ma una volta a casa difendono coi denti i loro trucchi sino a che è possibile: se non fosse così, perché non battersi per riportare Dublino nel mondo delle tasse «normali»? E perché non fare a meno del voto unanime sui capitoli fiscali? Il veto fa comodo. Nella peggiore delle ipotesi serve ad annacquare un compromesso al tavolo del Consiglio europeo quando appare inevitabile.
Le seconda ipocrisia viaggia sulle frequenze americane. Una reazione d’Oltreoceano è stata che la Commissione non ha giurisprudenza sulle mosse di una multinazionale a stelle e strisce.

Argomentazione debole per una coppia di motivi. Una è che l’Europa sostiene ora che i guadagni vadano tassati nel Paese dove si ha sede operativa, dunque chi lavora da noi paga da noi. L’altra è che nessuno nei quartieri Apple ha detto «scusate, daremo a Washington i 13 miliardi che abbiamo risparmiato». Invece, hanno annunciato possibili conseguenze occupazionali, cosa che suona davvero male.

Negli States c’è chi vede nell’attivismo di Bruxelles una difesa disperata dei campioni locali contro i giganti tecnologici a stelle e strisce. I nervi sono tesi. Il no «politico» di Francia e Germania al negoziato commerciale con gli Usa, il Ttip, aggrava relazioni bilaterali ormai parecchio perturbate. Si intrecciano esigenze di consenso interno con strategie fondate sulla minimizzazione del prezzo ad ogni costo, sociale o fiscale che sia.

Attuando la politica delle Concorrenza, l’Europa delle istituzioni prova a bilanciare lo scenario. Si sostituisce alle capitali Ue che non sempre fanno il loro mestiere, insegue il rispetto delle regole che i Ventotto hanno scritto per dar loro l’importanza che meritano. La sfida a Apple, come a Google e Amazon, è parte dell’opera. L’altra, meno appariscente, si rivolge agli stessi governi europei, spaventati ex guerrieri che consumano la loro povera leadership nella paura di perdere elezioni che, così facendo, comunque non vinceranno facilmente.

La lettera di Tim Cook dopo la maxi-sanzione: “Dall’Europa un colpo alla sovranità degli Stati”

La Stampa
tim cook*

L’ad di Apple: «Così la Commissione Ue sovverte il meccanismo fiscale internazionale. Questa sentenza avrà effetti profondamente negativi sugli investimenti e sulla creazione di lavoro in Europa»



Pubblichiamo la lettera di Tim Cook apparsa sul sito di Apple intitolata «Un messaggio alla comunità Apple in Europa».

Trentasei anni fa, ben prima di lanciare l’iPhone, l’iPod e perfino il Mac, Steve Jobs inaugurò la prima sede operativa di Apple in Europa. All’epoca, l’azienda sapeva che per servire i clienti europei avrebbe avuto bisogno di una base nel vecchio continente. Per questo, nell’ottobre 1980, Apple aprì una fabbrica a Cork, in Irlanda, con 60 dipendenti.

In quegli anni Cork soffriva di un tasso di disoccupazione altissimo e di investimenti economici quasi inesistenti. Ma i dirigenti Apple vi riconobbero una comunità ricca di talenti, capace di sostenere la crescita dell’azienda se il futuro fosse stato favorevole.

Da allora abbiamo lavorato a Cork senza soluzione di continuità, persino durante i periodi di incertezza riguardo al nostro stesso futuro, e oggi diamo lavoro a oltre 6000 persone in tutta l’Irlanda; ma è ancora a Cork che si concentra il maggior numero di dipendenti. Alcuni sono con noi fin dal primo giorno, e tutti contribuiscono con funzioni diverse al successo di Apple nel mondo. Innumerevoli multinazionali hanno seguito l’esempio di Apple scegliendo di investire a Cork, e oggi l’economia locale è più forte che mai.

Il successo che ha spinto la crescita di Apple a Cork deriva da prodotti innovativi, capaci di conquistare i nostri clienti. È questo che ci ha permesso di creare e sostenere oltre 1,5 milioni di posti di lavoro in tutta Europa: posti di lavoro in Apple, posti di lavoro presso centinaia di migliaia di brillanti sviluppatori che distribuiscono le loro app attraverso l’App Store, e posti di lavoro negli stabilimenti dei nostri produttori e fornitori. Le aziende di piccole e medie dimensioni che dipendono da Apple sono innumerevoli, e noi siamo orgogliosi di supportarle.

Come azienda ci comportiamo da cittadini responsabili e siamo altrettanto orgogliosi di contribuire al benessere delle economie locali in tutta Europa e delle collettività in tutto il mondo. Crescendo anno dopo anno, siamo diventati il maggior contribuente in Irlanda, il maggior contribuente negli Stati Uniti e il maggior contribuente al mondo.

Negli anni, ci siamo avvalsi delle indicazioni delle autorità irlandesi per rispettare le normative fiscali del Paese; le stesse indicazioni che qualsiasi azienda attiva in Irlanda ha a disposizione. Come in tutti i Paesi in cui operiamo, in Irlanda rispettiamo la legge e versiamo allo Stato tutte le tasse che dobbiamo.

La Commissione Europea ha lanciato un’iniziativa che vuole riscrivere la storia di Apple in Europa, ignorare le normative fiscali irlandesi e sovvertire così l’intero meccanismo fiscale internazionale. Il parere della Commissione emesso il 30 agosto sostiene che l’Irlanda avrebbe riservato a Apple un trattamento fiscale di favore.

È un’affermazione che non trova alcun fondamento nei fatti o nella legge. Noi non abbiamo mai chiesto, né tantomeno ricevuto, alcun trattamento speciale. Ora ci troviamo in una posizione anomala: ci viene ordinato di versare retroattivamente tasse aggiuntive a un governo che afferma che non gli dobbiamo niente più di quanto abbiamo già pagato.

La mossa senza precedenti della Commissione ha implicazioni gravi e di vasta portata. Di fatto è come proporre di sostituire la normativa fiscale irlandese con quel che la Commissione ritiene avrebbe dovuto essere tale normativa. Sarebbe un colpo devastante alla sovranità degli Stati membri in materia fiscale e al principio stesso della certezza del diritto in Europa. L’Irlanda ha dichiarato di voler ricorrere in appello contro la decisione della Commissione. Apple farà altrettanto, e siamo fiduciosi che l’ordine della Commissione verrà ribaltato.

Il nocciolo della questione non è quante tasse debba pagare Apple, ma quale Paese debba riscuoterle.
La tassazione delle aziende multinazionali è una materia complessa, ma tutto il mondo riconosce lo stesso principio fondamentale: i profitti di un’azienda devono essere tassati là dove l’azienda crea valore. Apple, l’Irlanda e gli Stati Uniti concordano su questo principio.

Nel caso di Apple, quasi tutte le operazioni di ricerca e sviluppo si svolgono in California, quindi la stragrande maggioranza dei nostri profitti è tassata negli Stati Uniti. Le aziende europee che operano negli USA sono tassate secondo lo stesso principio. Eppure, oggi la Commissione sta chiedendo di modificare retroattivamente queste regole. Oltre a evidenti ripercussioni per Apple, questa sentenza avrà effetti profondamente negativi sugli investimenti e sulla creazione di lavoro in Europa. Se valesse la teoria della Commissione, qualsiasi azienda in Irlanda e in Europa correrebbe improvvisamente il rischio di vedersi tassata in base a leggi mai esistite.

Apple è da tempo a favore di una riforma delle normative fiscali internazionali, con l’obiettivo di avere più semplicità e trasparenza. Riteniamo che questi cambiamenti dovrebbero essere introdotti nel rispetto delle procedure legislative, a partire da proposte discusse dai leader e dai cittadini dei Paesi interessati. E come tutte le leggi, le nuove norme dovrebbero valere da quando entrano in vigore, non retroattivamente.

Noi non rinunciamo al nostro impegno in Irlanda: vogliamo continuare a investire, a crescere e a servire i nostri clienti con passione immutata. Siamo fermamente convinti che i fatti e i consolidati principi giuridici su cui è fondata l’Unione Europea finiranno per prevalere.

*amministratore delegato di Apple

Stangata Ue, Apple dovrà pagare 13 miliardi

La Stampa
marco bresolin

Il produttore di iPhone sanzionato per i benefici fiscali concessi dall’Irlanda: «Rappresentano aiuti di Stato». Nel 2014 l’imposta su misura sui profitti di 0,005%. Tensione Bruxelles-Washington. Sia Cupertino che Dublino pronti a fare ricorso



Stangata da 13 miliardi di euro per Apple. La commissaria europea alla Concorrenza Margrethe Vestager annuncia la sanzione per il colosso di Cupertino, accusato di aver beneficiato di un trattamento fiscale di favore da parte del governo irlandese: «Non è una punizione - spiega -, sono tasse non pagate che vanno pagate». Ora Apple dovrà restituire la somma con tanto di interessi.

23 ANNI DI FISCO SU MISURA
L’inchiesta sul fisco su misura - in vigore dal 1991 al 2014 - è stata aperta due anni fa da Bruxelles (quando il commissario alla Concorrenza era Joaquín Almunia) e oggi è arrivato il verdetto. Soltanto ieri il documento con i dettagli dell’indagine, racchiusi in 130 pagine, è stato presentato dalla commissaria Vestager ai suoi colleghi dell’esecutivo comunitario.

IL TASSO? ZERO VIRGOLA...
Per Bruxelles, Apple e Dublino avrebbero messo in piedi un sistema che, attraverso diverse società con filiali fuori dall’Irlanda, ha permesso all’azienda americana di pagare imposte a un livello nettamente inferiore rispetto ai ricavi effettivamente sostenuti in Irlanda. Il tasso di cui Cupertino ha usufruito è dello 0,5%, nel 2014 sceso a 0,005%, anziché il 12,5%. Tutto questo in cambio di posti di lavoro (sono 5.500 gli irlandesi che lavorano per Apple). Per Bruxelles si tratta di un aiuto di Stato illegale che viola le norme Ue e crea distorsioni alla concorrenza.

I PRECEDENTI
Casi più o meno simili, anche se di entità decisamente inferiore, avevano coinvolto in passato aziende come Starbucks in Olanda e Fiat in Lussemburgo (i dossier sono all’esame della giustizia europea), mentre altre indagini sono state aperte dall’Antitrust di Bruxelles su presunti trattamenti fiscali di favore per Amazon e McDonald’s, sempre in Lussemburgo. Finora la multa più pesante era stata inflitta al colosso francese dell’energia Edf, costretto a restituire al governo di Parigi 1,37 miliardi di euro perché accusato da Bruxelles di aver beneficiato di aiuti fiscali.

IL RICORSO E LE TENSIONI UE-USA
Apple si difende respingendo le accuse di frode: «Secondo l’Ue, l’Irlanda ci ha permesso di avere un trattamento speciale – aveva detto Tim Cook in una intervista al Washington Post –, ma non è così. Tutto è stato fatto secondo la legge irlandese, che poteva essere applicata anche ad altre aziende». In quell’intervista, Cook annunciava che certamente Apple farà appello alla Corte di Giustizia in caso di condanna. Lo stesso farà anche il governo irlandese, che sostiene di aver fatto le cose in regola: «Sono in profondo disaccordo con la decisione della Commissione», ha commentato a caldo il ministro delle Finanze irlandese, Michael Noonan. «Il nostro sistema di tassazione è fondato sulla stretta applicazione della legge, come stabilito dal Parlamento, senza alcuna eccezione».

L’AVVISO DI CUPERTINO: “INVESTIMENTI E POSTI DI LAVORO A RISCHIO”
Apple reagisce con un comunicato in cui fa sapere che la decisione della Commissione Ue «avrà un effetto profondo e dannoso sugli investimenti e la creazione di posti di lavoro in Europa». Per Cook il focus del problema è altrove e riguarda le relazioni internazionali tra i Paesi. E infatti il governo statunitense è corso in aiuto della Mela, accusando l’Ue di essere diventata un’autorità fiscale sovrannazionale che ha preso di mira in particolare le grandi aziende americane. Soltanto pochi giorni fa il dipartimento del Tesoro ha pubblicato un Libro Bianco in difesa delle proprie multinazionali. Ora che è arrivata la maxi-multa, dunque, le reazioni da Washington non si faranno attendere. E gli esiti dello scontro sono imprevedibili. 

2 Domande e risposte-Tutto quello che c’è da sapere sulla “multa” a Apple

La Stampa
marco bresolin



Perché la Commissione europea ha inflitto a Apple una multa da 13 miliardi di euro?
Prima doverosa precisazione: non si tratta di una multa. L’Ue, dopo un’indagine avviata nel 2013, ha concluso che Apple ha ricevuto un trattamento fiscale di favore da parte del governo irlandese e ha quantificato in 13 miliardi l’importo delle imposte non versate.

E quindi ora quei soldi andranno a Bruxelles o a Dublino?
Ovviamente a Dublino. Praticamente Apple dovrà versare al governo irlandese tutte le tasse che, secondo la Commissione, avrebbe dovuto pagare e invece non ha pagato. Che sono 13 miliardi, più gli interessi.

Ma la sfera fiscale non è di competenza nazionale? Perché l’Europa interviene in questo ambito?
L’Ue, attraverso il suo commissario alla Concorrenza Margrethe Vestager, tecnicamente non interviene sull’autorità fiscale dei singoli Stati. Ma in questo caso ha ravvisato una distorsione della concorrenza: Apple, secondo Bruxelles, sarebbe stata favorita rispetto ad altre imprese. E quei tredici miliardi – dovuti e non versati, sempre secondo l’Ue – sono da considerarsi come aiuti di Stato illegittimi. Che pertanto vanno restituiti.

Per quanto tempo Apple ha beneficiato di questo trattamento?
Dal 1991, anno in cui il governo ha siglato il primo accordo fiscale con Apple. Che poi è stato sostituito da un altro simile nel 2007.

Dunque dal 1991 a oggi Apple ha “risparmiato” 13 miliardi?
Sicuramente molti di più. Però la competenza della Commissione per chiedere la restituzione degli aiuti di Stato illegittimi arriva fino ai dieci anni precedenti l’avvio dell’indagine, che è partita nel 2013. Dunque tutto quello che è avvenuto prima del 2003 di fatto si è “prescritto”. Il periodo “incriminato” è terminato nel 2015, anno in cui Apple ha modificato le sue strutture aziendali.

L’Irlanda ora è felice di incassare quei soldi?
Tutt’altro. Così come Apple, il governo di Dublino aveva annunciato di voler fare ricorso alla Corte di Giustizia europea contro la decisione della Commissione.

Quindi rifiuterà quei 13 miliardi?
Non può farlo. La Commissione dice che uno Stato, anche nel caso in cui dovesse fare ricorso contro la decisione, dovrà comunque recuperare quei soldi. E poi, eventualmente, metterli su un conto di garanzia bloccato, in attesa della sentenza.

Qual era l’aliquota fiscale applicata dal governo irlandese ad Apple?
In Irlanda l’imposizione fiscale è del 12,5%. Secondo l’indagine della Commissione, nel 2003 le aziende collegate ad Apple – grazie al complicato meccanismo concesso dal governo di Dublino - pagavano un tasso effettivo dell’1% nel 2003, sceso allo 0,5% nel 2001 e addirittura allo 0,005% nel 2014.

Come è stato possibile?
Apple Sales International e Apple Operations Europe, detenute al 100% dal gruppo Apple e sotto il controllo di Apple Inc., sono due società di diritto irlandese che detengono i diritti d’uso della proprietà intellettuale di Apple per la vendita e la fabbricazione dei prodotti Apple fuori dal continente americano. Praticamente tutte le vendite effettuate in Europa venivano registrate in Irlanda. Ma – grazie agli accordi con Dublino - una parte di quegli utili veniva assegnata a delle “sedi centrali” che di fatto non si trovavano in nessun Paese, non avevano dipendenti né uffici. Dunque solo una piccola parte degli utili veniva tassata in Irlanda. Il resto era totalmente tax free.

È possibile dunque che quei soldi siano stati sottratti al fisco di altri Paesi?
Sì, per esempio in quei Paesi in cui sono state effettuate materialmente le vendite. La Commissione spiega di non avere competenza su questo aspetto (l’Ue non è un’autorità fiscale e in questa partita, come detto, interviene perché ha ravvisato aiuti di Stato illegittimi) e dunque non può stabilire che può rivendicare quelle somme. Però Bruxelles dice che gli altri Stati potrebbero imporre ad Apple di versare maggiori imposte nei loro Paesi per le vendite effettuate sul loro territorio. In quel caso quei soldi andrebbero a ridurre l’importo dei 13 miliardi che il governo irlandese è obbligato a esigere da Apple.

Per DotCom, fondatore di Megaupload, l’udienza sarà in streaming su YouTube

Corriere della sera

di Michela Rovelli

Il fondatore del portale di download illegale ha ottenuto dal giudice neozelandese il permesso di trasmettere sul web la decisione sulla sua estradizione negli Usa



Non bastano giornalisti e telecamere. In tribunale Kim DotCom vuole tutto il popolo del web. Il fondatore di Megavideo e Megaupload, i portali di streaming e download illegali tra i più usati al mondo, ha chiesto - e ottenuto - di poter trasmettere in diretta streaming su YouTube il suo appello contro l’estradizione negli Stati Uniti. Paese in cui dovrebbe affrontare le accuse di violazione di copyright e riciclaggio di denaro. L’appuntamento per chi vuole seguire l’udienza da mercoledì 31 agosto. DotCom ha annunciato la notizia su Twitter, citando la Nuova Zelanda come un Paese all’avanguardia nella trasparenza.

Con la diretta, spera che emergano punti che lui considera essere stati trattati con scarsa competenza. Secondo il suo legale, il permesso del giudice è una mossa «più che mai democratica. Permette a chiunque nel mondo di avere un posto in tribunale». Aggiunge che la diretta streaming avrà una leggera differita di venti minuti. Il video, fa sapere il giudice, dopo le sei settimane di udienza non potrà rimanere online. Ma tanto basta, per il popolo della rete, averlo a disposizione in streaming per poterlo registrare e diffondere sul web.
Cinque anni dopo, il ritorno
L’imprenditore tedesco DotCom ha creato Megaupload.com, un portale utilizzato da più di un milione di utenti per scaricare musica e film, nel 2005. Nel 2012 il blitz nella sua villa in Nuova Zelanda, che ha portato all’arresto del pirata informatico e di tre suoi collaboratore, così come alla chiusura del sito. Qui gli utenti registrati caricavano i propri file. Poi ricevevano un link che potevano inviare ad altri per permettere loro di vederne il contenuto o scaricarlo. L’Fbi ha spiegato che il download illegale è costato, in danni al copyright, circa 500 milioni.

Quasi quattro anni dopo l’inizio dell’iter per decidere se il caso fosse di competenza americana. Secondo i legali di DotCom, il danno economico non dipende da lui: il sito funzionava come uno spazio di memoria a disposizione degli utenti. La responsabilità è di chi sceglieva di visionare il contenuto in modalità gratuita (e quindi illegale). In luglio DotCom ha annunciato che potrebbe rilanciare Megaupload nel 2017 in un a serie di tweet. La data prevista è il 20 gennaio, il quinto anniversario dalla sua chiusura. Saranno riattivati automaticamente i profili degli utenti già registrati.

30 agosto 2016 (modifica il 30 agosto 2016 | 11:22)

Telefonini, tariffe più care: “È la stangata d’autunno”

La Stampa
sandra riccio

Già in estate alcuni operatori hanno fatto scattare aumenti automatici. L’ira dei consumatori: da settembre nuovi rincari di tutte le compagnie



Doveva essere finalmente un’estate più leggera per il telefono degli italiani. Invece, nei mesi scorsi, molte famiglie si sono ritrovate di fronte ad aumenti, rimodulazioni tariffarie, costi aggiuntivi, rincari a sorpresa e nuove fatturazioni. Altri rialzi sono appena scattati e in arrivo ce ne sono ancora molti. 

Per capire cosa è successo, occorre fare un passo indietro: in aprile la Ue ha abbattuto i costi del roaming, vale a dire quell’extra-costo che si paga per l’utilizzo (telefonate, sms, Internet) del telefono all’estero. Nel giugno del 2017 questo extra-costo sarà completamente azzerato. Nonostante la decisione della Ue di abbassare questa spesa, alcune compagnie (Tim/Telecom, Wind, H3G) non si sono adeguate e l’Agcom, l’autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni, il 12 agosto è intervenuta avviando un procedimento sanzionatorio verso queste tre compagnie.

Nel frattempo, sono spuntate tutta una serie di nuove spese che prima non c’erano e che hanno indispettito molti italiani in ferie all’estero. Alcuni operatori hanno, infatti, attivato ai loro clienti, automaticamente e senza previo consenso, dei piani tariffari flat per i servizi in roaming. La sorpresa è scattata in vacanza, una volta varcato il confine, dove è più difficile cercare di capire bene quel che sta succedendo al proprio conto telefonico. Anche più difficile è disattivare le novità introdotte dalle compagnie.



Tim/Telecom, per esempio ha introdotto (e cancellato poi a luglio, su diffida dell’Agcom) la sua nuova tariffa base per l’estero (Roaming Europa Daily Basic) che faceva pagare 3 euro in automatico al primo utilizzo del telefono durante la giornata (quindi alla prima telefonata o sms ricevuti o inviati). Wind ha adottato una strategia simile con una tariffa che offre un pacchetto base per navigare e telefonare fuori dall’Italia. Costa 2 euro al giorno e scatta al primo evento in automatico. La società spiega che i 2 euro sono assolutamente competitivi e che un sms specifico ricorda all’utente che può scegliere la tariffa a consumo senza pagare i due euro. 

La tendenza è di cercare nuovi introiti. «Con la cancellazione del roaming, le compagnie che si sono viste tagliare una fetta importante dei propri guadagni – dice l’avvocato Franco Conte, responsabile settore energia e utenze di Confconsumatori -. Hanno pensato bene di compensare le perdite con nuove tariffe flat senza che ci fosse una richiesta specifica da parte degli utenti». 

Non è il solo passo delle compagnie verso telefoni più cari. Alcuni piani, anche nella telefonia fissa, sono stati rimodulati verso l’alto. Dal 1° agosto, per esempio, alcuni abbonamenti Tim/Telecom sono stati rincarati («Internet senza limiti» nella formula di 36,60 euro, costerà 39,90 euro, quello con tariffa di 24,90 euro passerà a 25,90 euro). Alcune tariffe a pagamento per famiglie di Wind (Noi Tutti nelle sue varie declinazioni) sono aumentate o stanno per aumentare di 1 euro.

Altre novità sono in arrivo: da ieri, H3G ha introdotto il 4G a pagamento. La rete superveloce di ultima generazione per navigare in Internet costerà 1 euro ogni 30 giorni. Vodafone, dal 18 settembre farà pagare i servizi 414 per richiedere l’ammontare del credito residuo (si pagherà in base al proprio piano tariffario, il costo varia a seconda del contratto). Il 404, che in automatico mandava il dato sul credito residuo dell’utente, invece non esisterà più. Su questo punto, la compagnia telefonica ci tiene a spiegare che «la scelta coincide con un sempre maggiore investimento nei canali di interazione digitale con i clienti, come la app My Vodafone, che consente di verificare in modo gratuito il proprio credito telefonico, inclusi i contatori di minuti, sms e giga».

Di contro le associazioni di consumatori sono in allarme: negli ultimi anni, i rincari introdotti da un operatore sono subito stati applicati a ruota anche dalle altre società telefoniche. «Molto probabilmente, ai rincari appena partiti seguiranno altri aumenti ancora da parte di altre società - dice Conte -. E’ già successo nel passato, per esempio con i servizi di richiamata. Erano gratuiti e dopo che uno degli operatori sul mercato ha fatto il primo passo e li ha aumentati, altri si sono subito mossi allo stesso modo». 

Lo sceicco al-Madiah

La Stampa
massimo gramellini

Con un’applicazione particolarmente zelante della riforma Madia, lo sceicco del Dubai ha licenziato in tronco nove dirigenti pubblici del suo Paese dopo una visita a sorpresa di prima mattina nei loro uffici, che come la Terra all’epoca delle grandi glaciazioni non presentavano traccia del passaggio dell’uomo. La traversata nel deserto dello sceicco mi ha riportato alla memoria la sventurata volta in cui l’avvocato Agnelli si presentò alla redazione romana de «La Stampa» verso le otto del mattino.

Nessuno di noi era ancora arrivato e il capo della segreteria, non senza qualche imbarazzo, lo condusse a zonzo tra le stanze vuote, fino a quando spalancò quella degli Spettacoli e dentro, con enorme sollievo, vi trovò un giornalista vivo. Era un collega dell’Economia, intrufolatosi agli Spettacoli per sbirciare le riviste di gossip.

L’Avvocato finse di non riconoscerlo e con una punta di sadismo gli chiese informazioni sul Festival di Sanremo, che l’altro gli diede, sia pure in modo forzatamente approssimativo. Lo sceicco è stato più sfortunato: non ha trovato nemmeno lui. La sua decisione di cacciare i funzionari dello Stato lavativi ha rivelato a Salvini che non tutte le usanze dei popoli arabi sono da disprezzare. Questa è stata commentata con grande entusiasmo e trasporto moralista su tutti i principali social network, dove non mancano di intrattenersi anche numerosi dipendenti, pubblici e privati, durante l’orario di lavoro. 

Non darò nemmeno un euro per i terremotati: ci pensi lo Stato"

Giuseppe De Lorenzo - Mar, 30/08/2016 - 15:36

Lino Ricchiuti, il leader del Popolo delle Partite Iva, si oppone all'Italia in cui "la beneficienza fa da pretesto" per non prevenire i disastri dei terremotati

In molti in Italia si sono mossi per fare qualcosa per gli sfollati del terremoto che ha colpito sei giorni fa il Centro Italia. Tantissimi hanno donato 2 euro per i terremotati attraverso il numero messo a disposizione dalla Protezione Civile. Molti, ma non Lino Ricchiuti, il leader del Popolo delle Partite Iva. Persona molto ascoltata da quelle persone vessate dal fisco e spesso minacciate da Equitalia.

"Non do una lira per i terremotati"

Una posizione scomoda e controcorrente. Che può essere apprezzata oppure no, ma comunque deve essere ascoltata. "Scusate - ha scritto - ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate. So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede. Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms".
Lino Ricchiuti va a ruota libera. Non lo hanno "impressionato" le immagini del disastro, "i palinsenti stravolti" e "il pianto in diretta" di Renzi. "Non do un euro - dice - E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare".

"Ecco perché non faccio beneficienza per il sisma"

Il motivo? L'Italia ha già i soldi per far fronte alle emergenze. Ai terremotati ci dovrebbe pensare lo Stato con le tasse che tanti italiani pagano ogni giorno. Ogni giorno. Ogni mese. Ogni anno. "Non do un euro - continua Ricchiuti - perché è la beneficenza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie".Stanco di un'Italia in cui "la beneficienza fa da pretesto" per non pensarci prima. Un Paese in cui è sempre meglio curare che prevenire, perché in fondo la beneficienza smuove i cuori di tutti. "Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro".

Uno Stato che incassa oltre il 50% di quello che produce un suo cittadino, non merita altri soldi. "Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro".
"Avrei potuto scucirlo qualche centesimo - ammette Ricchiuti - (...) ma io non sto con voi politici", perché "voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è. Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mio padre, che ha lavorato per 40 anni in campagna, prende di pensione in un anno meno di quanto un qualsiasi parlamentare guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro?".

Il ragionamento, seppur emotivo, ha una sua logica. Certo: forse le raccolte fondi per un terremoto simile le avrebbero fatte anche nella efficientissima Germania. Però lì non è sempre un'emergenza. "Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica". Un fondo di verità c'è: l'Irpinia e L'Aquila insegnano.

"Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese ogni giorno - conclude Ricchiuti-. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati". E quindi "io non do una lira", ma "il più grande aiuto possibile: la mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura".

martedì 30 agosto 2016

Qubes, il sistema operativo per pc che promette la massima sicurezza

La Stampa
carola frediani

Come funziona e dove va la piattaforma che divide in compartimenti stagni le attività al pc. Un software ancora di nicchia ma che comincia a diffondersi



«Ci sono due tipi di aziende: quelle che sono state hackerate, e quelle che non sanno di esserlo state», recita un vecchio e forse ormai abusato adagio della sicurezza informatica. Eppure è da qui che bisogna partire per capire Qubes OS, un sistema operativo che vorrebbe posizionarsi tra i più sicuri. O meglio, per usare il suo stesso motto, non privo di understatement: un sistema operativo «ragionevolmente» sicuro. Anche se due anni fa l’Economist lo definiva addirittura una «fortezza digitale», «il più sicuro di qualsiasi altro sistema operativo esistente». «Il più sicuro al mondo», rincarava la dose la testata tech Motherboard.

Mentre a fine 2015, Edward Snowden, l’ex-consulente della Nsa divenuto la fonte del Datagate, diceva di essere esaltato da Qubes OS e si augurava che il progetto andasse avanti. E ancora: l’esperto di sicurezza Micah Lee, che ha il compito di proteggere le comunicazioni dei giornalisti di The Intercept, lo promuoveva a pieni voti, dicendo di «sentirsi come un dio», ovvero pienamente in controllo, quando usava Qubes OS. Stesso entusiasmo da sviluppatori di software come Tor, che ritengono di essere particolarmente a rischio di attacchi e sorveglianza.

NON PER TUTTI
Insomma, il progetto è promettente, ma prima di correre a installare Qubes OS va detto che, per ora, non è affatto un sistema per tutti. E tuttavia - come hanno spiegato alla Stampa i suoi sviluppatori - l’intenzione è di renderlo sempre più accessibile a partire già dalla prossima versione. Ma come funziona? Il concetto da cui parte è dare per scontato che un attacco informatico, una violazione, una compromissione di un qualche software del proprio sistema siano già avvenuti. O che allo stato attuale siano altamente probabili.

E quindi l’obiettivo è di concentrarsi sulla riduzione del danno. Oggi infatti un utente può essere infettato in vari modi: mentre naviga col suo browser (e con certi suoi plugin come Flash); o quando riceve un allegato via posta; o un link via Twitter, ecc Il risultato è che l’intero suo sistema viene compromesso e gli attaccanti possono avere accesso a tutti i suoi dati digitali: password, internet banking, email, messaggi personali, foto, profili social, documenti, videocamera, microfono, con conseguenze molto pesanti.

SICUREZZA CON LA COMPARTIMENTAZIONE
Qubes OS - sviluppato dall’azienda polacca Invisible Things Lab - cerca di ridurre il danno attraverso l’idea della «sicurezza attraverso l’isolamento», ovvero la compartimentazione delle attività sul computer, in modo che se da qualche parte avviene una falla, questa resta limitata grazie a delle paratie a tenuta stagna e non riesce a far affondare tutta la nave. In pratica il sistema permette di creare molteplici macchine virtuali (virtual machine o VM), a ognuna delle quali verranno affidati una diversa attività, o una diversa sfera della propria vita digitale, o un diverso livello di fiducia.

Una VM è un software che crea un ambiente virtuale in grado di emulare una macchina fisica, quindi permette di far girare su uno stesso pc diversi sistemi operativi con all’interno i loro programmi come fossero scatole separate. Scatole che gli sviluppatori di Invisible Things Lab chiamano qubes. Chi utilizza Qubes OS avrà quindi una scatola (una VM) per le sue attività lavorative; una per le sue cose personali; una per la navigazione più spericolata e casuale; una per l’internet banking; e così via. Ognuna incorniciata da colori diversi per avere subito un colpo d’occhio su quello che si sta facendo. A Qubes OS calcolano che un utente medio debba usarne circa cinque di macchine virtuali.



SCATOLE COMUNICANTI
L’idea di compartimentare le proprie attività digitali non è nuova e teoricamente uno potrebbe farlo, a un livello base, anche solo dividendole su diversi dispositivi fisici. Tuttavia resta un meccanismo faticoso, farraginoso e imperfetto. Qubes OS cerca invece di renderlo più semplice attraverso un solo sistema operativo che non apre solo delle macchine virtuali ma facilita la loro gestione nonché la comunicazione fra le stesse, permettendo con dei comandi di copiare o inviare contenuti da una all’altra in modo sicuro.

Facciamo degli esempi: se nella VM dove teniamo la posta riceviamo un allegato o un link sospetto, possiamo salvare l’allegato in una VM separata, scollegata dalla Rete, e poi aprirlo; oppure possiamo aprire il link in una VM separata e temporanea, che si autodistrugge quando la chiudiamo (per cui anche se il link portava a un sito malevolo non subiremo danni). Qubes OS ha messo a punto anche alcuni trucchi per gestire facilmente foto e documenti pdf, che possono veicolare infezioni: con un comando del mouse questi sono aperti in una VM a parte e convertiti a una versione “fidata”. Tutta una serie di opzioni particolarmente rilevanti per chi fa il giornalista, l’avvocato, il manager, o chiunque tratti sul suo pc informazioni sensibili e sia più a rischio di un utente comune.

CASI D’USO
«Un giornalista potrebbe ricevere una email da una fonte anonima con un allegato, che potrebbe essere un documento interessante o invece un possibile attacco di phishing», commenta a La Stampa Andrew David Wong, community manager di Qubes OS. «E il giornalista vorrebbe poter vedere il documento senza mettere a rischio tutto il suo pc. Con Qubes, può aprirlo istantaneamente in una VM usa-e-getta con un solo clic. Una volta che la VM è chiusa, è automaticamente distrutta. Un avvocato invece potrebbe dover comunicare con i propri clienti usando mail cifrate e potrebbe tenere al sicuro le sue chiavi private in una VM a parte.

Un attivista a rischio di sorveglianza può usare Qubes per tutelare la propria privacy, perché è integrato con Whonix (un sistema operativo progettato per l’anonimato) il che significa che può usare Tor in modo sicuro perché tiene distinte le sue diverse applicazioni». Dicevamo che Qubes OS non è per tutti. Si tratta di un sistema operativo basato su codice libero e aperto, costruito su una versione rafforzata di Xen, un software di virtualizzazione (qui i dettagli tecnici ). E con cui si gestiscono diverse VM basate su sistemi operativi come Fedora, Debian, Whonix e Windows. Installare e gestire Qubes OS richiede un utente che abbia familiarità con sistemi operativi Linux, oltre che col concetto di macchina virtuale. Inoltre non tutto l’hardware è compatibile con Qubes OS, e sono richiesti specifici requisiti di sistema (oltre che almeno 4 GB di RAM e 32 GB di spazio).



Insomma, come dicevamo all’inizio, Qubes OS resta un fenomeno ancora di nicchia (ha solo 14mila utenti, anche se in crescita), malgrado sia stato lanciato già nel 2010 da Joanna Rutkowska, una hacker e ricercatrice di sicurezza di fama internazionale. In questi anni il progetto, certamente molto sofisticato, ha cercato di diventare più semplice per gli utenti. E questo è l’obiettivo principale dei prossimi sviluppi. «Stiamo lavorando per rendere Qubes accessibile a un pubblico più ampio in due modi: migliorando sia l’interfaccia e l’esperienza utente sia la compatibilità hardware», commenta ancora Wong. «Ad esempio, stiamo rivedendo le funzioni del Qubes Manager (l’interfaccia di comando che controlla il sistema e le VM, ndr) in modo da integrarle in modo fluido nel desktop e rendere più intuitivo il loro utilizzo».

La strada per una adozione di massa è ancora lunga. E Qubes OS non è comunque immune da attacchi più seri, nel caso in cui si trovi una vulnerabilità proprio nel suo software di virtualizzazione - come avvenuto qualche settimana fa, anche se è stata subito chiusa da Qubes. Ciò potrebbe consentire a un attaccante di bucare il sistema di paratie costruito dalle VM. Ad ogni modo il suo approccio alla sicurezza è interessante perché costringe l’utente non solo a dividere le proprie attività digitali ma a pensare continuamente a quello che sta facendo, valutando link, allegati, azioni, procedure. E per alcune categorie specifiche potrebbe essere di sicuro un valido strumento. Non a caso all’università di Melbourne è stato recentemente adottato in un corso di giornalismo.

Se Hillary Clinton usa l’app cifrata consigliata da Snowden

La Stampa
carola frediani

La candidata alla Casa Bianca e il suo staff sono passati a Signal, l’app realizzata da un cripto-anarchico e sostenuta dalla fonte del Datagate. Ecco perché e cosa significa per la guerra alla crittografia



Altro che guerra alla crittografia. Hillary Clinton e il suo staff, quando devono parlare di temi sensibili, e in particolare del candidato rivale alla presidenza Donald Trump, usano una app cifrata che è caldamente consigliata da Edward Snowden, l’ex-consulente della Nsa che ha svelato i programmi di sorveglianza statunitensi. E che è stata realizzata da un anarchico con l’obiettivo di portare la crittografia alle masse, perché «tutti dovrebbero avere qualcosa da nascondere».

Il 17 maggio scorso, quando già il Comitato Nazionale Democratico (DNC) era stato allertato del fatto che probabilmente alcuni hacker avevano violato i suoi server - ma prima che la notizia divenisse di pubblico dominio, e che le sue email fossero pubblicate con una serie di imbarazzanti ricadute politiche - lo staff della candidata alla presidenza Hillary Clinton ha tenuto una riunione riservata in cui si è stabilito che qualsiasi comunicazione interna relativa a Donald Trump dovesse viaggiare solo attraverso uno specifico strumento per la messaggistica cifrata, Signal. Un’app il cui utilizzo era «approvato da Snowden», e quindi era particolarmente sicura, si sarebbero sentiti dire i membri dello staff, che poi avrebbero ricevuto anche il link per scaricarla, secondo la ricostruzione di Vanity Fair.

Ovviamente, appena l’ha saputo, Snowden – che ha ottenuto asilo politico in Russia dal momento che negli Usa è accusato di vari reati, per i quali rischierebbe molti anni di carcere - non ha resistito e ci ha fatto un tweet che ha spopolato. E che dice: «2015: Anche se ha rivelato la sorveglianza governativa illegale, mettetelo in prigione! 2016: aspetta un secondo, ma che app usa lui?».

Insomma, i politici sembrano avere idee contrastanti sulla crittografia forte ma non quando si tratta di usarla per difendere le proprie comunicazioni. In tal caso si rivolgono allo standard migliore in termini di robustezza e sicurezza, ovvero a Signal, una app per iOS e Android che cifra i messaggi e le telefonate end-to-end, ovvero da dispositivo a dispositivo, per cui solo mittente e destinatario dispongono delle chiavi per cifrare e decifrare.

La piattaforma che fa da intermediario, in questo caso appunto Signal, non sarà in grado di leggerli anche volendo. E nemmeno chi voglia provare a intercettarli, che si tratti di hacker russi o di forze dell’ordine (a meno di non violare direttamente il dispositivo dell’utente e prenderseli da lì, ma questa è un’altra storia diciamo).

Signal non è solo la app cifrata, basata su codice libero e aperto, che riscuote più consensi dagli esperti di sicurezza e dai crittografi. È anche quella che ha portato indirettamente la crittografia a milioni di persone. Infatti, grazie a una partnership, il suo protocollo di cifratura è stato integrato dalla stessa WhatsApp, la app di messaggistica più popolare al mondo, con oltre un miliardo di iscritti. E la stessa Google intende integrare Signal nella sua nuova app di messaggistica Allo per la modalità che definisce “incognito”, e che prevede messaggi cifrati end-to-end.

Anche Facebook (che del resto è proprietaria di WhatsApp) ha iniziato a implementare il protocollo di Signal per le sue “conversazioni segrete”, cioè per una nuova funzione (annunciata poche settimane fa e ancora in fase di test per un campione di utenti) che permette di avere chat cifrate end-to-end anche sulla sua app Messenger.

In pratica nel giro di un paio d’anni la crittografia forte, da strumento esoterico adottato da una minoranza di utenti esperti, è diventata pane quotidiano per oltre un miliardo di persone che comunicano via cellulare. E dietro tutto questo c’è Moxie Marlinspike, un giovane ricercatore di sicurezza politicamente motivato, ossessionato dalla privacy (al punto che anche il nome con cui è conosciuto è in realtà uno pseudonimo), che ha dedicato anni a realizzare strumenti per sfuggire all’incubo di uno Stato che tutto conosce o può conoscere dei suoi cittadini, a partire dalle loro comunicazioni. E che crede nella crittografia come mezzo per difendere anche chi voglia contestare leggi ritenute ingiuste - un suo dettagliato profilo, passato fra squat di attivisti e la Silicon Valley, si trova su Wired.

La scelta di Clinton per una app realizzata da un esperto di sicurezza anti-sistema, appoggiata da chi, come Snowden, ha messo in grave imbarazzo il governo statunitense, e considerata una bestia nera dal fronte di chi vorrebbe limitare la crittografia fort, produce certamente un cortocircuito mediatico. Ma il paradosso è solo apparente e da un certo punto di vista c’è da stupirsi semmai del fatto che lo staff della candidata democratica non l’avesse adottata prima. Perché se oggi Hillary Clinton appare cauta, vaga e ambivalente sul tema della crittografia, nel suo recente passato c’è una politica volta a promuovere proprio strumenti per la privacy e l’anonimato.

Quando era segretario di Stato, fra il 2009 e il 2013, ha spinto tutta una serie di progetti tecnologici che, in nome della libertà di internet, della lotta alla censura e alla sorveglianza, sposavano in pieno crittografia e privacy. È in questo periodo, nel 2012, che nasce infatti l’Open Technology Fund, un programma finanziato dal governo Usa il cui obiettivo dichiarato è «promuovere i diritti umani» nel mondo attraverso tecnologie che favoriscano comunicazioni sicure e non censurabili.

Tra queste, proprio Open Whisper System, la no-profit fondata da Marlinspike nel 2013 dopo aver abbandonato Twitter e che ha prodotto Signal. Lo stesso fondo sostiene progetti come Tails, il sistema operativo che cerca di tutelare il più possibile la privacy e l’anonimato dei suoi utenti; o app come Orbot e Orfox, per essere anonimi su Android; e altri progetti simili, incluso il re dell’anonimato su internet, il progetto Tor, su sui tra l’altro si edifica buona parte del cosiddetto Dark Web, altro bersaglio ricorrente di alcuni politici.

In realtà Tor - che nasce originariamente in seno alla ricerca militare americana anche se da tempo è diventato un progetto basato su codice libero e aperto, gestito da una no-profit che raccoglie attivisti e ricercatori di tutto il mondo - è stato finanziato per anni (e continua ad esserlo) da diverse agenzie statunitensi, in percentuali che vanno dal 68 al 93 per cento del suo budget.

Può sembrare strano, visto che per la Nsa era un ostacolo (come sappiamo dai documenti di Snowden) che andava attaccato, ma lo è di meno se si considera in prospettiva l’insieme delle diverse politiche del governo americano. Il sostegno a strumenti come Tor si inscrive infatti in una visione di promozione del cosiddetto “soft power” a stelle e strisce, che punta a estendere la sfera di influenza statunitense nel mondo con la diplomazia e usando anche mezzi tecnologici. Concetto ammodernato e rilanciato proprio dal consigliere tecnologico di Hillary Clinton Alec Ross negli anni in cui lei era segretario di Stato.

Se dunque la Clinton segretario di Stato promuoveva a pieni voti la cifratura, la Clinton candidata alla presidenza appare molto più incerta, al punto da aver appoggiato l’idea di istituire una controversa commissione sulla crittografia al Congresso. Controversa perché molti esperti di sicurezza la considerano una manovra per introdurre nel dibattito richieste considerate inaccettabili, come quella di inserire delle backdoor, delle “porte di accesso”, nei software che usano la cifratura in modo che all’occorrenza le forze dell’ordine possano comunque accedere.

Sarà interessante capire se il ricorso a Signal da parte di Clinton e del suo staff segnerà un ritorno della candidata alle sue posizioni precedenti, e quindi a una più esplicita difesa di questi strumenti, proprio mentre Paesi come la Francia stanno facendo pressione per una crittografia più debole.

Faciem liber

La Stampa
massimo gramellini

Uno dei mantra del luogocomunismo italico recita che la cultura classica non serve più a nulla. Poiché la romanità è ciarpame nostalgico e il latino una fabbrica di disoccupati, per procurare uno straccetto di futuro ai nostri ragazzi occorre togliere in fretta dai loro zaini il Castiglioni Mariotti e l’Eneide e sostituirli con un trattato sugli algoritmi e un dizionario di cinese. Siamo nell’era di Facebook, cosa volete che conti la conoscenza della storia antica?

Poi un giorno sbarca in Italia colui che Facebook lo ha inventato e scopriamo che conosce il latino, ha una passione politica per la Pax Augustea e una artistica per i monumenti della Roma dei Cesari, cita la perseveranza di Enea come modello esistenziale e apprezza il «De Amicitia» di Cicerone.

A questo punto non ci si capisce più niente. Se per diventare come Zuckerberg bisogna fare l’opposto di Zuckerberg, qualcuno deve avere sbagliato i suoi conti. Zuckerberg, probabilmente, che ha perso tempo a studiare Virgilio, allargando a tal punto la mente da metterla nelle condizioni di accogliere un’idea che ha cambiato la vita a un paio di miliardi di persone.

Se invece del latino avesse studiato una materia più utile, oggi saprebbe tutto soltanto di informatica, farebbe il dipendente sottopagato di Facebook e la teoria modernista dei nostri geniali educatori avrebbe trionfato in saecula saeculorum. 

Questi poveri profughi: sta male appena sbarcata perché si è fatta il lifting

Valentina Raffa - Mar, 30/08/2016 - 08:44

Figlia di benestanti, si era ritoccata la pancetta. Ma ha scelto di venire qui da "clandestina"

Ragusa - Tra gli ultimi immigrati soccorsi e fatti approdare al porto di Pozzallo (Ragusa) circa quattrocento persone - c'è anche lei: una giovane marocchina che accusava dolori all'addome.
Se ne accorgono gli operatori della struttura che la ospita e subito la donna viene condotta all'ospedale «Maggiore» di Modica, dove viene visitata dagli operatori sanitari e sottoposta agli accertamenti necessari.

Ed ecco cosa scoprono i medici. La ragazza, A.M., queste le iniziali del nome, 27enne originaria del Marocco, si era sottoposta non meno di trenta giorni prima nel suo paese d'origine a un'addominoplastica, ovviamente a pagamento. Si tratta di un intervento di correzione del rilassamento addominale e in alcuni casi viene rimosso il grasso o tessuto adiposo in eccesso per tendere la parete addominale. Insomma si era tolta la «pancetta», chirurgia plastica che tanti di noi vorrebbero fare ma che non possono permettersi. Alcuni siti medici specialistici sottolineano che questa tipologia di intervento non è volta alla riduzione del peso, quanto al miglioramento estetico della regione addominale.

A riportare la notizia è il quotidiano on line ragusanews.com che fa presente che l'operazione sarebbe costata circa 5mila euro. Sarebbe stata la stessa giovane a riferirlo ai sanitari, che l'hanno sottoposta alle cure del caso per poi dimetterla nell'arco della stessa giornata dall'ospedale. Ed è lecito supporre che probabilmente in queste ore la signora in questione stia già presentando domanda d'asilo.

Un caso che induce a ripensare il profilo degli immigrati che giungono sulle nostre coste. Non sono solo disperati disposti a sottoporsi a condizioni inumane nei capanni in cui vengono ammassati in Libia prima della partenza per le coste siciliane, così come vorrebbero farci bere i nostri governanti, ma è una marea di umanità variegata. Il caso della giovane marocchina ne è testimonianza.

Del resto, su 270.576 migranti che dall'1 gennaio al 24 agosto scorsi sono entrati in Europa via mare, stando agli ultimi dati forniti dall'Oim, l'Organizzazione internazionale delle migrazioni, non si può pensare che si tratti solo di persone indigenti e bisognose. Sappiamo anche, perché da più parti avvertiti, che sui barconi potrebbero infiltrarsi miliziani del Califfato.

All'inizio dell'anno tanto per citare un caso - il ministro della difesa francese Jean-Yves Le Drian ha definito «serio» il rischio che i terroristi dello Stato islamico si infiltrino tra i profughi che dalla Libia raggiungono l'Italia meridionale per far perdere le proprie tracce quando, in alternativa, non trovano vitto e alloggio fornito dai contribuenti italiani, com'è accaduto a Merano, dove il referente di una cellula terroristica scoperta dal Ros aveva lo status di rifugiato politico, un appartamento e il sussidio sociale. E poi ecco i migranti economici. Quelli benestanti, provenienti da zone in cui non c'è guerra, che cercano anche loro di farsi una vita più «ricca» e facile.

Stando al sito che per primo ha dato la notizia della migrante economica sbarcata a Pozzallo, la ragazza proverrebbe da una famiglia di ceto medio-alto. Il suo viaggio alla volta dell'Italia sarebbe iniziato dalle coste libiche con altre 400 persone pur di esaudire i suoi sogni nel cassetto di approdare nel Bel Paese. Bel Paese, ormai, solo per chi non è italiano. Dopo le dimissioni dall'ospedale la giovane ha fatto rientro nella struttura d'accoglienza a cui è stata destinata.

lunedì 29 agosto 2016

I partigiani e Albertazzi

Martin Venator



L’Associazione nazionale partigiani mena fendenti da tutte le parti pur di rendere manifesta la propria contrarietà alla cittadinanza onoraria a Giorgio Albertazzi da parte del comune di Volterra. Tale accanimento non sappiamo se definirlo liminare alla follia ideologica o alle pratiche di una dozzinale dialettica tutta italiana.

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Per Pia dè Tolomei di Lippa, vedova di Albertazzi, è una <<vergogna strumentale>>. Ma la signora si è contenuta mentre invece non bisogna lasciare la presa. Io parlerei invece di amenità allo stato puro. Di paranoia mista a manie di protagonismo con aggiunta, in qualche caso, di appannamento dato dall’età avanzata; anche se, visto che ci avviciniamo al 2017, non so quanti veri partigiani siano ancora in vita e quanti invece siano cascami che approfittano di quel mondo per farsi pubblicità.

Accusare Albertazzi del passato fascista significa non aver cognizione del tempo passato; non avere buon senso e soprattutto tirarsi fuori da ogni corretta logica di discussione civile.Peraltro, taluni loro refrain iniziano ad essere urticanti e potrebbero inficiare anche condivisibili battaglie come la contrarietà alle riforme costituzionali. Perché se le premesse di ogni loro pronunciamento sono sempre legate a stereotipi così antichi, significa marcare con un pregiudizio ogni singola valutazione.

L’ANPI sembra distante nel tempo e nello spazio dall’Italia del terzo millennio. Adotta un linguaggio obsoleto e la pretesa di rappresentare il nucleo più puro della nostra società democratica lascia esterrefatti. In una Italia strabordante di moralisti vorremmo francamente fare a meno di queste penose vicende. E soprattutto fare a meno dei moralisti.

L'Anpi fa resistenza contro un morto: Albertazzi

Paolo Bracalini - Lun, 29/08/2016 - 08:55

I partigiani contestano la cittadinanza onoraria: era repubblichino. La vedova: "Vergogna"



Un'estate piena di battaglie per l'Anpi. Dopo quella sul referendum, l'associazione partigiani (ma i reduci veri sono ormai una sparuta minoranza), l'Anpi fa la resistenza anche contro Giorgio Albertazzi, il grande attore toscano che però non può replicare perché nel frattempo è morto (lo scorso maggio).

Il problema è la cittadinanza onoraria che il Comune di Volterra ha attribuito all'attore, da tempo legato allo storico borgo toscano: lì Albertazzi aveva fondato nel 1995 un laboratorio teatrale, più volte ha recitato nel Teatro romano di Volterra, città che poi lo invitò a festeggiare i 90 anni come suo illustre (quasi) concittadino. Un afflato che però non è affatto condiviso dalla sezione locale dell'Anpi, che anzi «esprime disappunto e si dissocia in maniera netta» dalla concessione della cittadinanza onoraria all'attore. «Abbiamo atteso fino ad ora per non creare polemiche, ma ora vogliamo chiarire il motivo di questa nostra posizione che non riguarda i meriti artistici dell'attore ma la sua vicenda personale- attacca l'Anpi Volterra su Facebook allegando la foto di un partigiano impiccato.

Albertazzi è stato uno degli artefici della terribile repressione a seguito dei rastrellamenti sul Monte Grappa dal 20 al 27 settembre 1944, nell'ambito dell'operazione Piave da parte dei nazifascisti». Sull'accusa di essere stato un repubblichino «fucilatore di partigiani e disertori» Albertazzi ha dato la sua versione dei fatti nelle interviste e nei libri autobiografici. «La fama di fascista non me la sono mai scrollata di dosso. Andai a Salò come tanti ragazzi, convinto che lì si combattesse per l'Italia, consapevole che in quel momento stavo dalla parte di chi già aveva perso. Io non mi pento di quanto ho fatto. A maggior ragione non mi pento di quanto non ho fatto.

E io non ho fucilato nessuno» ha raccontato Albertazzi, che militò nella Rsi col grado di sottotenente (anche Dario Fo fu un giovane repubblichino, ma l'Anpi non ha mai criticato il passato del premio Nobel). L'unica che può rispondere all'accusa dell'associazione partigiani è la vedova di Albertazzi, Pia dè Tolomei di Lippa, nobildonna fiorentina da lui sposata in tarda età: «Perché prendersela con Giorgio che non c'è più? - replica la vedova su La Nazione -. Si ricordino che l'Anpi è un istituto culturale pagato dagli italiani: e Albertazzi è stato un grande italiano, ha ricevuto i più alti riconoscimenti dallo Stato. Questa cosa è allucinante. Devo ricordarlo io che quello era un periodo di guerra civile?

Ci sono foto di partigiani illustri con teste mozzate, sbandierate, che hanno ucciso altri uomini. Mi chiedo: se Giorgio fosse stato dall'altra parte sarebbe stato migliore? È solo una speculazione vergognosa verso chi non può più difendersi».

Mai pentito di aver aderito a Salò»

Stefania Vitulli - Dom, 29/05/2016 - 09:08

Rimase in prigione per quasi due anni dopo la guerra



«Di che cosa dovrei pentirmi? Non amo il pentimento, un sentimento cattolico che disprezzo».
Così dieci anni fa nel volume di interviste I grandi vecchi (Mondadori), Giorgio Albertazzi rispondeva ad Aldo Cazzullo a proposito della sua appartenenza fascista e poi della sua scelta a favore della Repubblica Sociale, scelta condivisa con molti personaggi dello spettacolo, compreso Dario Fo. «Un uomo è ciò che ha fatto, ma anche ciò che pensa. Io avevo 18 anni, tiravo di boxe, ero forte e veloce. Partigiani in giro non ce n'erano, e devo dire che non ne ho mai visti, se non nella primavera del '45».

Non si è mai pentito, di quella ormai antica appartenenza, Albertazzi, nemmeno in una delle molte, provocatorie, indagatrici interviste che sono seguite negli anni a quella scelta, dopo che quel diciottenne era diventato un attore di straordinario successo e talento. Non ha mai però ammesso ciò di cui alcuni documenti parevano accusarlo: ovvero di aver fatto parte, se non addirittura di aver comandato, da repubblichino, un plotone di esecuzione.

Per il sottotenente Giorgio Albertazzi infatti, era ancora lontano il debutto del 1949 nel Troilo e Cressida diretto da Luchino Visconti al Maggio Fiorentino. Sicché, quando i partigiani apparvero, lui non esitò a sparare: così raccontò un diario della Legione Tagliamento, due pagine dattiloscritte ritrovate tra le carte di un processo intentato dal Tribunale di Milano a 13 legionari dopo la liberazione.

Insieme al sottotenente Prezioso e al comandante tenente Giorgio Pucci, Terza Compagnia, 63°, battaglione M., Albertazzi, sempre secondo i documenti, si impegnò a guidare, nel settembre del 1944, il grande rastrellamento sul Grappa, denominato «operazione Piave». Se ne sapeva poco o nulla, di quell'azione ma soprattutto del ruolo dell'attore quando, proprio nel 2006, il settimanale Micromega, anticipato da un estratto clamoroso sul Corriere della Sera, pubblicò il Diario.

Sebbene potesse fare appello a ragioni familiari per la sua adesione a Salò di suo zio Alfio, fascista, fu picchiato a morte dopo la caduta di Mussolini dichiarò sempre di essere stato spinto da «istinto anarchico», lo stesso che molti anni dopo lo indirizzò a sinistra: «Andai a Salò da ribelle... Scelsi non coloro che si erano già arresi, che disprezzavo, bensì la causa perduta contro il conformismo piccolo borghese, che già si preparava ad acquattarsi nelle pieghe della Resistenza... Forse non dovrei dirlo non sta bene! ma io i partigiani li ho sempre visti scappare, le poche volte che li ho visti».

Così aveva scritto in un passo della sua autobiografia, Un perdente di successo (Rizzoli), alla quale fece seguito lo sdegno di Sestino, il paese in provincia di Arezzo che lo accusava, ancora nel 1989, di aver aperto il fuoco contro Ferruccio Manini, disertore di Salò fucilato a luglio del 1944. E nella festa del mezzo secolo post-liberazione non esitò a definirsi, in una intervista a Repubblica, fascista, se fascista sta per colui che «ama il proprio paese, ne difende i confini, è coraggioso».

Londra cerca di salvare la corona della regina Vittoria

Erica Orsini - Lun, 29/08/2016 - 08:45

Dono del marito alla sovrana, è da tempo finita in mano a un privato. Si cerca un acquirente milionario



Londra - Divieto d'espatrio per i gioielli delle sovrane inglesi. Anche per quelli che non sono esposti alla Torre di Londra.

È il caso del diadema di nozze della Regina Vittoria, valutato cinque milioni di sterline e messo in vendita dall'attuale proprietario che però finora non ha trovato nessun cittadino britannico disposto a sborsare una simile cifra e ha quindi deciso di offrire il prezioso cimelio sul mercato estero. La Commissione governativa per l'esportazione delle opere d'arte e d'interesse culturale ha deciso di vietare la vendita, nel disperato tentativo di tenere in patria l'antico gioiello. Il divieto rimarrà valido fino al 27 dicembre e potrebbe venir esteso fino al prossimo 27 giugno nel caso in cui si facesse avanti un compratore inglese disposto a sborsare un milione di sterline in più rispetto al prezzo iniziale, ipotesi giudicata piuttosto improbabile visti i tempi che corrono.

È una storia amara quella di questa corona, disegnata dallo stesso principe Alberto insieme ad una spilla che richiama lo stesso motivo e regalata alla futura moglie il giorno prima delle loro nozze. Il gioiello, adornato da zaffiri e diamanti, fu realizzato nel 1842 dal gioielliere Joseph Kitching al costo di 415 sterline. Gli undici zaffiri e le altre gemme utilizzate per la corona provenivano da altri preziosi che erano stati donati alla stessa Victoria dallo zio e predecessore Guglielmo IV e dalla Regina Adelaide. Il diadema fu uno dei gioielli più amati da Victoria, che lo indossa anche in un famoso ritratto realizzato dal pittore Franz Xaver Winterhalter. Sarà anche l'unico gioiello che la sovrana sarà disposta a portare nel 1866, alla cerimonia d'apertura del Parlamento, la sua prima uscita pubblica dopo la morte dell'amatissimo marito avvenuta nel 1861.

Ci si aspetta che un oggetto così amato rimanga per sempre nel patrimonio culturale del suo Paese, invece le cose non sono andate così. Il diadema fu infatti regalato da Giorgio V e dalla Regina Mary alla principessa Mary che l'ebbe in dono in occasione del suo matrimonio nel 1922 con il Visconte Lascelles. Le cronache dell'epoca non chiariscono i motivi che indussero la principessa a disfarsi della corona che fu venduta ad un antiquario londinese e finì poi nelle mani del proprietario attuale.

Non essendo parte dei gioielli della Corona come altri appartenuti alla Regina Vittoria, non esistevano impedimenti legali alla vendita del diadema, che ora rischia persino di finire nelle mani di qualche ricco collezionista estero. Il governo ha fatto quel che è in suo potere per impedire che ciò accada, ma il divieto d'esportazione è temporaneo. «Questo diadema evoca il gusto romantico dell'epoca e il modello è divenuto familiare attraverso le sue numerose riproduzioni - ha spiegato Philippa Glanville, membro della Commissione per l'esportazione all'estero delle opere d'arte -. Sarebbe una grande perdita vederlo lasciare il Paese».

Concorda sul punto anche il ministro della Cultura Hancock che si augura di essere in grado di mantenere il gioiello nel Regno Unito «e di poterlo esporre in pubblico negli anni a venire». Quasi un invito all'acquisto fatto alla Famiglia Reale che potrebbe farsi avanti, riscattare il diadema e restituirgli il posto che merita tra i gioielli della Corona. Per ora però il Palazzo non ha risposto all'appello. E del resto è risaputo, la Regina ai gioielli preferisce i cani.

Il patto dell'Amatricia(na)

Alessandro Sallusti - Dom, 28/08/2016 - 15:14

Servono misure per evitare nuove tragedie. Vanno vartae subito. E per farlo ci vuole il concorso di tutte le forze politiche perché sicurezza e dolore non hanno colore

«Dove era Dio?», si è chiesto ieri il vescovo davanti alle bare allineate e allo strazio dei parenti superstiti.

Nelle grandi tragedie i funerali non sono solo conforto collettivo e riproposta del mistero della fede. Sono anche lo spartiacque tra il momento del dolore, che è silenzio e rispetto, e quello della ripartenza. Esattamente come accade in una famiglia numerosa quando manca un congiunto, unita e contrita in chiesa davanti alla bara, il giorno successivo in ordine sparso e con avvocati al seguito davanti al notaio per la spartizione dell'eredità. Che in questo caso è davvero tanta roba. I morti di Amatrice e Accumoli ci lasciano un patrimonio enorme di responsabilità che se non siamo degli incoscienti avidi dobbiamo spartirci equamente.

Lo abbiamo scritto e ci crediamo: quando la terra si squarcia in quel modo sotto i tuoi piedi c'è poco da fare. Non tutto è colpa, dolo, malaffare in un Paese urbanizzato nei secoli e ad alto rischio sismico. Le ricette del «rischio zero» sono teorie economicamente e materialmente incompatibili con la realtà. Ma questo non vuole dire arrendersi all'ineluttabile, non perseguire i colpevoli delle malefatte. Vuole dire che se il dolore stampato ieri sulla faccia di Mattarella e di Renzi non è maschera di circostanza, da domani si deve cambiare.

Chi vuole aumentare la sua sicurezza ristrutturando casa deve poterlo fare in pratica e non solo in teoria. Un Paese che spende un miliardo e mezzo all'anno per assistere gli immigrati non può lasciare senza finanziamento leggi di protezione civile per i suoi cittadini che già esistono. Un sistema bancario in eccesso di liquidità (sembra un paradosso ma è così) non può non agevolare finanziamenti salvavita garantiti, per esempio, dallo Stato stesso. Chi spende i suoi soldi in sicurezza deve avere agevolazioni fiscali importanti e immediate. Chi vuole assicurare i suoi beni dalle calamità deve poterlo fare a condizioni eque.

Misure del genere, se le lacrime di oggi non sono ipocrite, vanno varate subito. E per farlo ci vuole il concorso di tutte le forze politiche perché sicurezza e dolore non hanno colore. Ci vuole un patto dell'Amatricia(na), che la gente capirebbe molto più di quello del Nazareno. Ci vogliono statisti.

Google punirà i siti con pubblicità fastidiose

La Stampa
andrea signorelli

Saranno penalizzati nei risultati di ricerca, l’obiettivo è migliorare l’esperienza da mobile



Google ha annunciato sul suo blog ufficiale che i siti che fanno un uso eccessivo di pop-up e pubblicità interstiziali (le schermate che appaiono mentre stiamo leggendo un articolo e che si possono chiudere solo dopo aver cliccato sulla X) verranno penalizzati nei risultati del suo motore di ricerca. La punizione ha lo scopo di migliorare l’esperienza da mobile: soprattutto sugli smartphone, trovare il tasto da cliccare per chiudere la pubblicità può essere un’impresa ostica; inoltre questo tipo di pubblicità rallenta il caricamento della pagina e causa un maggiore consumo di dati.

A partire dal 10 gennaio 2017, come spiegato nel comunicato, “Google abbasserà il posizionamento dei siti i cui contenuti non sono facilmente accessibili”. Faranno eccezione i pop-up informativi sull’utilizzo dei cookies, quelli relativi ai log-in al sito e quelli che usano una quantità di spazio “ragionevole” e che si possono chiudere facilmente.

Come sottolineato da Google, l’algoritmo del suo motore di ricerca sfrutta centinaia di segnali per capire quali pagine offrono i contenuti migliori. Di conseguenza, un articolo ricco di informazioni, sul quale però appaiono i pop-up, continuerà a essere preferito a un articolo poco interessante, ma sarà penalizzato rispetto a un articolo ugualmente ben fatto e privo di pubblicità fastidiose.

Fino a un paio d’anni fa, Google prendeva in considerazione solo la qualità informativa della pagina. Dal 2014, invece, ha iniziato a premiare i siti con la migliore accessibilità: ottimizzati per il mobile e i cui contenuti fossero criptati con il protocollo “https”. La necessità di essere ben posizionati sul motore di ricerca di Mountain View, che è sempre la prima o seconda fonte di traffico dei siti, potrebbe adesso convincere molte pagine internet a fare a meno delle pubblicità più odiate dagli utenti.

Tradisce il marito online: separazione non addebitabile alla moglie

La Stampa

Relazione ‘virtuale’ per la moglie. Ciò, però, non è sufficiente per addebitarle la crisi coniugale. Inutili le proteste del marito.



Relazione. Nessun dubbio, sia chiaro, sul fatto che la donna «ha intrapreso una relazione, via internet, con un altro uomo», a matrimonio ancora in piedi. Nonostante tutto, però, quel comportamento, pur censurabile, non è valutabile come causa della «rottura coniugale».Per i giudici, quindi, sia in Tribunale che in Appello, è impossibile «addebitare la separazione» alla donna.

Confermato, invece, l’obbligo dell’uomo di provvedere al «mantenimento della moglie», versandole 500 euro al mese, e a quello «dei due figli», con un assegno mensile da 1.000 euro. A suo carico, peraltro, anche «il 70 per cento delle spese straordinarie», cioè «mediche, scolastiche e ludico-sportive», necessarie per la prole. Rottura. A chiudere la vicenda provvedono ora i magistrati della Cassazione (ordinanza n. 14414 del 14 luglio 2016). E anche il loro pronunciamento è sfavorevole all’uomo.

A loro avviso «la relazione via internet» della moglie non è da considerare come causa principale della «crisi coniugale». Di conseguenza, la rottura del matrimonio non è addebitabile al comportamento della donna. Ciò perché il tradimento online si è concretizzato «quando era già maturata», evidenziano i magistrati, «una situazione di intollerabilità della convivenza, dovuta anche a episodi di violenza posti in essere dal marito» tra le mura domestiche e «documentati da certificati medici».

Per quanto concerne i rapporti economici, infine, appare evidente la posizione di forza del marito. Significativo anche il «comportamento processuale» da lui tenuto e consistito nella «omessa presentazione della denuncia dei redditi». Logico, quindi, confermare gli obblighi dell’uomo nei confronti della moglie e dei figli.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Che cos’è il Ttip, cosa prevede e perché sta facendo discutere

La Stampa
alberto abburrà

Potrebbe cambiare il commercio e insieme le vite dei cittadini di Usa e Ue. Ma ci sono tante incognite tra opportunità e rischi. I pareri a confronto di favorevoli e contrari



Rivoluzionario o dannoso. Opportunità o condanna. Il dibattito sul Ttip si fa sempre più acceso; è materia complessa, ma toccando da vicino la vita dei cittadini merita di essere approfondita. In attesa di capire gli sviluppi delle trattative, abbiamo provato a fare chiarezza sui contenuti, sui nodi ancora aperti e soprattutto sulle ragioni dei favorevoli e contrari.

CHE COS’È
Il Ttip letteralmente “Transatlantic Trade and Investment Partnership” in Italiano viene definito “Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti”. È un accordo commerciale tra Gli Stati Uniti e l’Europa che prevede di integrare i due mercati attraverso l’abbattimento delle barriere economiche (i dazi) e quelle non tariffarie (regolamenti, norme e standard). L’obiettivo è consentire la libera circolazione delle merci nei rispettivi territori.

TEMPI E PASSAGGI PER L’APPROVAZIONE
Le trattative sono iniziate nel 2013 e sono tuttora in corso. L’obiettivo (non dichiarato) è quello di arrivare alla firma definitiva prima delle presidenziali Usa previste per l’8 novembre, ma viste le criticità che sono emerse negli ultimi mesi sembra davvero difficile che questo possa accadere. Usa e Ue stanno lavorando per giungere almeno a un documento di impegno condiviso. Se si concretizzerà la firma, il Ttip dovrà essere sottoposto al Parlamento europeo e, in caso di parere favorevole, ai 28 Stati membri dell’Ue che avrebbero facoltà di bloccarlo.

LE RAGIONI DEI FAVOREVOLI
Usa e Ue insieme rappresentano un mercato che vale il 50% del Pil mondiale (e oltre il 30% del commercio). Eliminare le barriere sarebbe l’opportunità di dare vita alla più grande area di libero scambio del mondo (800 milioni di consumatori). Una condizione fondamentale per far ripartire i consumi, favorire l’export e aumentare il livello di occupazione. 

LE RAGIONI DEI CONTRARI
Un mercato globale così vasto non giocherebbe a favore di aziende, consumatori e ambiente perché porterebbe a un impoverimento della legislazione europea in materia di tutele. In particolare sarebbero a rischio la salute dei cittadini e la sopravvivenza delle piccole e medie imprese minacciata dallo strapotere delle multinazionali Usa. 

I PUNTI CRITICI
- Ricadute sul Pil
- Cibo e sicurezza alimentare 
- Tutela dei prodotti tipici e del “Made in”
- Diritti dei lavoratori e occupazione
- Ambiente
- Controversie legali
- Farmaci
- Cosmetica, chimica e principio di precauzione

RICADUTE SUL PIL
I fautori del Ttip prevedono una ricaduta sul Pil (al 2027) tra i 68 e i 199 miliardi di euro per l’Ue e tra i 50 e i 95 miliardi per gli Usa. Uno studio del “Centre for Economic Policy Research” di Londra realizzato per la Commissione Ue ha stimato che l’aumento del Pil significherebbe una maggiore ricchezza di 545 euro a famiglia (ogni anno). Ma ci sono analisi che dicono il contrario. Il centro di ricerche austriaco Ofse per esempio stima che l’accordo farebbe perdere al budget europeo 2,6 miliardi l’anno. 

CIBO E SICUREZZA ALIMENTARE
Oggi i tempi per ottenere il via libera all’esportazione di prodotti Ue in Usa sono proibitivi. Ci sono casi di attesa fino a 12 anni e i dazi talvolta rendono anti-economica l’operazione (per alcuni prodotti si supera il 100%). Il timore però è che l’abbattimento delle barriere apra le porte a prodotti Usa che finora sono vietati: verdure ogm, carne con ormoni e antibiotici, verdure trattate con pesticidi. In generale il rischio è quello di andare incontro a un abbassamento degli standard igienici e sanitari perché la legislazione Usa è meno stringente di quella europea rinunciando a etichettatura e tracciabilità dei prodotti. L’eurodeputato del Pd e presidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale per la trattativa, Paolo De Castro, però assicura: «I principi su cui si basano i livelli di protezione dei cittadini-consumatori non sono oggetto di discussione». 

TUTELA DEI PRODOTTI TIPICI E DEL “MADE IN”
Secondo i favorevoli, il Ttip offrirebbe una forte opportunità per l’export verso gli Usa anche e soprattutto per quei Paesi che hanno produzioni di qualità in settori di nicchia come l’Italia: dalla moda ai gioielli, ma anche il cibo e il design. Per il fronte del no l’apertura delle frontiere e la revisione delle legislature penalizzerebbe invece i prodotti di qualità che si vedrebbero schiacciati dal peso della grandi multinazionali. Sempre il centro di ricerche austriaco Ofse calcola che nel caso dell’Italia, delle 210 mila imprese che esportano le prime dieci detengono il 72% del volume totale, e dunque beneficerebbero maggiormente del trattato. Le altre soffrirebbero trovandosi a fare i conti con l’inevitabile invasione di prodotti made in Usa. 

DIRITTI DEI LAVORATORI E OCCUPAZIONE
Nelle intenzioni dei promotori l’allargamento dei mercati dovrebbe provocare un aumento dell’occupazione snellendo le procedure e favorendo lo spostamento di forza lavoro. Il fronte del no invece ritiene che questo metta a rischio i diritti dei lavoratori che notoriamente nel vecchio continente godono di tutele e condizioni migliori. Su questo punto i promotori stimano che l’aumento delle produzione e quindi la ricchezza derivata sarebbe tale da compensare eventuali perdite in materia di diritti.

Sul tema è intervenuta anche Tiziana Beghin, capo delegazione del M5S al Parlamento europeo: «Pensate al “Nafta” (il North American Free Trade Agreement, ndr). Negli Stati Uniti invece dei 500 mila posti di lavoro in più, ce ne sono stati un milione in meno. E in Messico nel solo settore agricolo si sono persi 2 milioni di posti di lavoro, spazzati via dalla produzione dei grandi agro-business. Questo è quello che succede quando si mettono due sistemi diversi a competere». E anche il centro di ricerche austriaco Ofse stima che l’occupazione non aumenterebbe. 

AMBIENTE
Oltre al tema del cibo e della sicurezza alimentare, l’approvazione del Ttip potrebbe interessare anche l’ambiente e il mondo dell’energia. Per esempio Usa e Ue hanno normative molto diverse in tema di estrazioni. Greenpeace denuncia che l’apertura del nuovo mercato globale potrebbe causare l’abolizione dei limiti per la ricerca di petrolio mediante la tecnica del fracking o ancora facilitare l’esportazione da sabbie bituminose (tecniche ad alto impatto ambientale). Anche Legambiente ha espresso forti perplessità sul Ttip invitando alla mobilitazione.

CONTROVERSIE LEGALI
Un’altra novità sarebbe la creazione di appositi tribunali speciali (Isds) che avrebbero il compito di risolvere le controversie (sul trattato) tra aziende straniere e governi nazionali senza doversi affidare alla giustizia ordinaria. «Un nuovo sistema giudiziario, gestito da giudici nominati pubblicamente e soggetto a regole di controllo e di trasparenza – si legge nel documento approvato dai parlamentari Ue - dovrebbe sostituire le corti arbitrali private». Un modo per snellire e le procedure e accorciare i tempi, ma secondo i contrari al Ttip la forza delle multinazionali potrebbe falsare la concorrenza. Una grande azienda statunitense potrebbe infatti citare in giudizio un Paese europeo denunciano un’irregolarità, cosa impossibile per una piccola media impresa.

FARMACI
I sostenitori del Ttip sostengono che una collaborazione tra la Food and Drug Administration (Usa) e la European Medicines Agency (Ue) migliorerebbe la sicurezza dei farmaci e dei dispositivi medici: negli Usa per esempio protesi e valvole cardiache sono soggette a normative molto stringenti. Chi si oppone al Trattato invece reputa l’apertura del mercato molto rischiosa: in Europa i prezzi vengono stabiliti tra case farmaceutiche e governi, in più i principi attivi alla scadenza dei brevetti possono essere utilizzati per dar luogo a medicinali generici. In futuro la pressione delle grandi case farmaceutiche Usa potrebbe impedirlo.

COSMETICA, CHIMICA E PRINCIPIO DI PRECAUZIONE
Anche nel campo della cosmetica i promotori vedono grandi opportunità. Francia e Italia che sono tra i principali Paesi esportatori potrebbero beneficiare di nuove fette di mercato. Il problema riguarda le oltre 1300 sostanze che l’Ue considera a rischio per la salute. In Usa se ne contano solo 11. E questo approccio riguarda più in generale tutta le sfera della chimica: la legislazione europea è basata sul cosiddetto “principio di precauzione” secondo cui un prodotto o una sostanza vengono autorizzati solo se c’è un’evidente assenza di rischi. In Usa invece è sufficiente l’assenza dell’evidenza di un rischio. Se le procedure dovessero essere riviste al ribasso a farne le spese potrebbero essere i consumatori.

domenica 28 agosto 2016

Le spie russe venute dal freddo svanite nel nulla negli Stati Uniti

Corriere della sera
di Guido Olimpio

Le morti (presunte) del colonnello Alexandr Poteyev e del compagno Sergei Tretyakov. Le due «talpe» che avevano beffato il Kgb passando informazioni chiave alla Cia

Nel circolo rosso, il colonnello Alexandr Poteyev

WASHINGTON Nome: Alexandr Poteyev. Anni: 64. Grado: colonnello. Incarico: vice responsabile del Dipartimento S del servizio esterno russo. L’agente che è scomparso due volte, il protagonista di una spy story dove nessuno vuole scrivere la fine. Torniamo per forza all’inizio, al 2010. L’ufficiale scappa dopo aver tradito una decina di spie dormienti negli Stati Uniti. Lo hanno «esfiltrato» — come si dice in gergo — facendolo arrivare in treno prima in Bielorussia, quindi in Germania. Da qui ha spiccato il volo verso il rifugio statunitense, accolto dalla Cia e da una nuova vita. La seconda sparizione è più recente, risale al mese di luglio, quando è circolata la notizia della sua morte, sempre negli Usa. Una fine misteriosa che ha lasciato dubbi in chi crede sia una «coincidenza» costruita a tavolino dai maghi di Langley.
Il 2010 l’anno del grande «tradimento» di Poteyev
In altre parole il suo decesso sarebbe un trucco per sottrarlo alla vendetta del Cremlino. Fantasie, ribattono altri, è finito sotto terra per una malattia, anche se concedono che poteva diventare un target di un’operazione «bagnata», di un omicidio. Ma c’è anche chi arriva a sostenere che Alexandr non sia mai esistito e che la sua vicenda altro non sia che un modo per coprire «buchi» o colui che davvero ha spifferato le informazioni riservate. In realtà la giustizia russa non lo ha dimenticato: su di lui pesava una condanna a 25 anni di prigione, sia pure in contumacia. Verdetto accompagnato da allusioni a conti da regolare. A Mosca non l’hanno presa certo bene.

Poteyev ha fatto un danno immenso fornendo i nomi e dati di un network costruito con la classica pazienza dallo Svr. Coppie con figli, uomini d’affari e la bella Anna Chapman, russi che vivevano come americani e da americani in alcune grandi città. Miravano alle informazioni economiche, agli ambienti di Wall Street, al mondo degli affari. Erano dei «clandestini», con una doppia vita. Non li avrebbero mai beccati se il loro responsabile non li avesse fregati per poi fuggire di gran fretta usando il passaporto del fratello. Un’uscita rocambolesca accompagnata da un semplice messaggio alla moglie: «Cerca di prenderla con calma. Parto per sempre, anche se non volevo. Ma non ho scelta. Ripartirò da zero e cercherò di aiutare i ragazzi»..
La storia parallela del compagno Tretyakov
Promesse che non sappiamo se abbia mantenuto. La vita dei transfughi non è mai facile, spesso sono vittime di paranoie, sono inseguiti dalle ombre. E li attende un sentiero tortuoso. Come la storia di Sergei Tretyakov, il «compagno», deceduto nel 2010 — sempre quell’anno maledetto — in Florida. Anche lui era membro dell’intelligence russa e come Poteyev è diventato una talpa degli americani, garantendo montagne di dritte sull’apparato spionistico e i miliardi lucrati all’epoca di Saddam Hussein nell’operazione di baratto cibo-petrolio.

È stata la compagna Helen a dare l’annuncio ai media dicendo che si trattava di «morte naturale». Una precisazione per evitare — aggiungeva — che da Mosca affermassero di averlo eliminato. Tutto però troppo semplice per essere accettato senza una coda di voci, dallo strozzamento a causa di un boccone andato per traverso alla grave malattia. Inevitabile. Uno 007 non può spirare in pace.

27 agosto 2016 (modifica il 27 agosto 2016 | 21:53)

Centoventi anni fa la guerra più breve della storia

Giovanni Vasso - Sab, 27/08/2016 - 16:04

Passato alla storia come "The forty minutes work", nel 1896 il conflitto tra la Gran Bretagna e il sultano di Zanzibar sgradito a Londra



Giusto centoventi anni fa scoppiava (e finiva) la guerra più breve della storia. Alla Gran Bretagna bastarono appena trentotto minuti, per riportare di forza Zanzibar sotto il suo controllo.

Tutto cominciò quando, sei anni prima, la Germania del Kaiser e il Regno Unito decisero di spartirsi le sfere di influenza nell’Africa Orientale. Bismarck potè entrare in Tanganica (l’odierna Tanzania) mentre sua maestà britannica accettò di fare del misterioso e lussureggiante Zanzibar un suo protettorato, cosa che divenne ufficiale nel 1893. Tutto filò lisciò finché, dopo tre anni di regno, improvvisamente morì il sultano Hamad bin Thuwaini che garantiva assoluta obbedienza all’Union Jack. Era il 25 agosto e, asciugate le lacrime per la morte del sovrano, era giunto il tempo di scegliere un nuovo sultano.

Si fece subito avanti il cugino del sovrano defunto, Khalid bin Barghash. Entrò nel palazzo e si autonominò, semplicemente, nuovo sultano di Zanzibar. Solo che agli inglesi, Khalid non piaceva proprio per niente. E lui lo sapeva bene, al punto che si preparò a combattere. Allertò la sua guardia personale, armò in tutto 3mila miliziani e allestì l’artiglieria al Palazzo Reale mentre teneva pronta la sua personalissima nave da guerra reale.

Intanto Basil Cave, plenipotenziario britannico in zona, immediatamente fece preparare due navi da guerra, la Philomel e la Rush. A queste si unì da subito un’altra unità navale, lo Sparrow. Intanto le truppe furono allertate, arriveranno al porto di Zanzibar in tutto poco più di mille uomini. Per attaccare, però, aveva bisogno di formale permesso da Londra. E per ingannare l’attesa, fece arrivare altre due navi della Marina britannica, la Racoon e la Saint George.

Ottenuto l'agognato permesso, Cave inviò l’ultimatum a Khalid. Entro le nove, fuori dal Palazzo Reale. Alle 8, Khalid mandò un ambasciatore per trovare un accordo, l'inglese rifiutò ribadendo il diktat a cui il Sultano rispose picche lasciando scorrere il tempo senza abbandonare il suo posto, promettendo resistenza a oltranza.

Alle 9.02 venne aperto il fuoco. Alle 9.40 la bandiera reale venne ammainata e Khalid scappò dalle macerie della “reggia”. Trentotto minuti netti, meno di mezza partita di calcio, erano bastati per decimare la guardia del sultano (500 morti, a fronte di un unico ufficiale britannico leggermente ferito), indurre l’indesiderato sovrano a precipitosa fuga sotto la bandiera del Reich guglielmino (Khalid riparò in Tanzania e sarà definitavamente arrestato dagli inglesi nel 1916, durante la prima guerra mondiale) e a insediare sul trono l’amico Hamud, che governerà con la graziosa protezione britannica per sei anni.

A quella che in Gran Bretagna, forse troppo pomposamente, viene ancora ricordata come “guerra anglo-zanzibariana” sono state dedicate decine di libri. All'indomani della diffusione dell'impresa, questa divenne famosa sui giornali dell'epoca come "The Forty Minutes Work", una faccenda da quaranta minuti. In Africa, lo stesso episodio è ancora ricordato come una guerra disperata, combattuta su posizioni di netta disparità tecnologica e sullo sfondo della tensione diplomatica tra le grandi potenze europee che si spartivano, allora, il Continente Nero.