venerdì 30 settembre 2016

Sugo ritirato dai supermercati italiani, provoca allergie

Il Messaggero

L’annuncio rivolto ai consumatori è stato diramato per prima dalla catena della grande distribuzione Coop e riguarda tre lotti di Sugo all’astice Arbi da 220 gr..



Questo sugo pronto all'astice infatti contiene solfiti (anidride solforosa), e la presenza di questo allergene non è segnalata tra i componenti dell’etichetta. Per questa ragione, in via precauzionale, l’azienda produttrice, la Arbi Dario Spa di Monsummano Terme (Pistoia), ne ha disposto il ritiro dal mercato.

“Invitiamo i consumatori in possesso del prodotto dei lotti indicati, in caso di allergia o intolleranza ai solfiti, a non consumare il prodotto e di riconsegnarlo al punto vendita. In caso contrario consumare regolarmente il prodotto”. Per maggiori informazioni si può contattare il numero telefonico 0572.95771 o consultare il sito web www.arbi.it.



In Italia c’è l’obbligo di etichettatura riguardo alla presenza di Anidride solforosa e solfiti con concentrazioni superiori a 10 mg/kg o 10 mg/L espressi come SO2.  In molti cibi sono addizionati (e indicati in etichetta con le sigle da E220 fino ad E228) come conservanti al fine di mantenerne una colorazione naturale e ovviamente invitante.

Oltre che nel pesce e nei crostacei, si possono ritrovare nel vino e negli alcolici, nei prodotti da forno, nella frutta secca, nella marmellata, negli sciroppi, nei succhi di frutta, negli insaccati, nelle patate e nelle conserve di pomodoro.

Le allergie ai solfiti solitamente danno luogo a sintomi e malori lievi come vampate di calore, ma possono anche portare a mal di testa e senso di pesantezza, a perdite di peso, a carenze vitaminiche, soprattutto del gruppo B. In caso di allergia, invece, si presentano sotto forma di orticaria, eczemi, riniti, diarrea e, nelle forme più serie, attacchi di asma e manifestazioni respiratorie gravi.

La Turchia oscura i Puffi e SpongeBob in curdo: “Minacciano la sicurezza nazionale”

La Stampa
simone vazzana

Erdogan ordina l’interruzione del segnale: via dal satellite 23 emittenti, compresa quella che trasmette cartoni animati



Un pericolo per la sicurezza nazionale. Con questa motivazione, la Turchia ha oscurato 23 canali, tra televisioni e radio, dal suo sistema satellitare Turksat, accusandoli di minacciare la sicurezza di Ankara e di appoggiare gruppi terroristici. Tra le emittenti ad aver subìto l’interruzione del segnale c’è anche Zarok, la televisione curda che produce programmi per bambini. Insieme ad altri tre canali trasmette esclusivamente in lingua curda. Altre tre reti sono turche, ma considerate favorevoli ai separatisti.

Zarok Tv è nata il 21 marzo 2015: «Ora i bambini curdi potranno guardare i Puffi e SpongeBob» avevano dichiarato i dirigenti al momento del lancio. Ma per la Turchia questi cartoni sono pericolosi. Così come Jiyan Tv, che trasmette in lingua Zazaki, considerata un patrimonio a rischio estinzione dall’Unesco appena un anno fa. Il Partito democratico dei popoli turco (Hdp) ha fortemente criticato la decisione del governo, definendola razzista: «Il fatto che sia stato oscurato il canale dei bambini - ha dichiarato il capogruppo Idris Baluken - mostra quanto Erdogan tema le nuove generazioni. Ma i bimbi che ruolo avrebbero avuto nel golpe del 15 luglio?». 

Una fonte di Turksat, citata dall’agenzia Anadolu, ha spiegato che la misura governativa è stata presa sulla base di un decreto adottato in estate, nel quadro dello stato d’emergenza proclamato dopo il fallito colpo di stato. Da quel 15 luglio il governo turco ha chiuso tre agenzie di stampa, 16 canali televisivi, 23 radio, 45 quotidiani, 15 riviste e 29 case editrici, tutti accusati di legami con la rete di Fethullah Gulen, predicatore indicato come la mente del golpe.  Un salto indietro di quasi trent’anni: la Turchia, dal 1923 al 1990, aveva proibito l’uso della lingua curda in pubblico, nelle televisioni e nelle scuole. 

Twitter Simone_Vazzana

BlackBerry, ascesa e declino di un mito dello smartphone

repubblica.it
PIER LUIGI PISA

Tutta colpa dell'iPhone. Fino al 2007 BlackBerry ha vissuto la sua età dell'oro, cavalcando il boom di internet con device all'insegna della produttività. Poi Steve Jobs ha rovinato la festa e ha cambiato le regole del gioco: uno smartphone, oltre che funzionale, doveva essere bello e doveva intrattenere. Quando BlackBerry l'ha capito, era ormai troppo tardi.

BlackBerry, ascesa e declino di un mito dello smartphone

SI DICE che Mike Lazaridis, fondatore di BlackBerry, abbia bruscamente interrotto la corsa sul suo tapis roulant quando vide per la prima volta, in un notiziario, il primo iPhone. Era il 9 gennaio del 2007, il giorno in cui le fondamenta dell'azienda canadese hanno iniziato a tremare. All'epoca i vertici della mora non se ne preoccuparono. Il nuovo prodotto Apple non aveva una tastiera fisica, non era sufficientemente sicuro e la sua batteria aveva un'autonomia limitata. Tre "difetti" che avrebbero impedito a BlackBerry di perdere i suoi clienti.

Chi, fino a quel momento, utilizzava un Quark (2003), un Pearl (2006) o un Curve (maggio 2007), cercava in effetti un device che fosse efficiente e inattaccabile, principalmente per comunicare via email e inviare messaggi in movimento. Manager e dipendenti del governo, leader politici e anche studenti universitari: nessuno di loro, secondo Lazaridis, avrebbe mai acquistato un iPhone. Ma si sbagliava. Sono passati quasi dieci anni dal primo iPhone, e l'azienda di Waterloo ha issato bandiera bianca: non produrrà più smartphone.

BlackBerry, ascesa e declino di un mito dello smartphone
BlackBerry, ascesa e declino di un mito dello smartphone
BlackBerry, ascesa e declino di un mito dello smartphone
Il PlayBook, tablet BlackBerry uscito nel 2011

Dopo il Torch l'azienda canadese si ritrovò con meno del 5% del mercato. E con un flop chiamato PlayBook, il device lanciato nel 2011 per sfidare l'iPad nel crescente mercato dei tablet. Una tavoletta con display da 7 pollici e una smussatura troppo ampia, caratterizzata da un'interfaccia indigesta all'utente. A nulla valsero i tentativi di rialzarsi con il design moderno e l'ampio display dello Z10 (2013), interamente touch, e del Q10 (sempre 2013), un'evoluzione - per quanto concerne forme e tastiera fisica - del vecchio Bold. A questo modelli seguì, nel 2014, il Passport con la sua inedita forma quadrata, utile per visualizzare documenti ma estremamente scomoda da tenere in tasca. Anche qui un compromesso per stare al passo con i tempi: la tastiera Qwwerty fisica ma sensibile al tocco: sfiorandola si può muovere il cursore in un documento o scorrere una pagina web, come si faceva con i vecchi trackpad.

BlackBerry, ascesa e declino di un mito dello smartphone

Il Priv, device uscito nel 2015: il primo BlackBerry con sistema operativo Android

Un epilogo amaro e in qualche modo annunciato. Prima la ferita inferta da Whats'app, che dal 2017 smetterà di sviluppare la sua app per il sistema operativo BB10. Poi il colpo di grazia dato da Facebook, che ha privato il BlackBerry della sua app nativa, riducendo l'icona sul display a un mero collegamento verso una scomoda versione web. A quel punto anche il fan più incallito della mora si è indisposto. Perché questa è un'epoca in cui, volendo, si può rinunciare alla propria privacy. Ma ai social network no. Non c'è Qwerty che tenga.

Se i terremotati "valgono" meno dei profughi

Claudio Torre - Ven, 30/09/2016 - 10:39

L'accoglienza dei terremotati in un hotel vale 25 euro. Dieci euro in meno rispetto alla cifra che viene stanziata dal governo per l'accoglienza degli immigrati



L'accoglienza dei terremotati in un hotel vale 25 euro. Dieci euro in meno rispetto alla cifra che viene stanziata dal governo per l'accoglienza degli immigrati. Di fatto il governo nelle zone terremotate del Centro Italia sta cercamdo alcune soluzioni per poter dare un tetto a chi ha perso tutto con il sisma. E tra le destinazioni scelte per i terremotati ci sono alcuni albreghi della zona. Ma a quanto pare le trattative tra la Protezione Civile e gli albergatori sono in salita. Come riporta Libero, alcuni albergatori infatti si sarebbero rifiutati di sottoscrivere il contratto per l'accoglienza ritenendo la cifra proprosta troppo bassa, nemmeno idonea a coprire le spese da sostenere.

E così ecco le cifre per fare chiarezza. Il governo pagherebbe di base di 25 euro al giorno comprensivi di Iva, che per chi incassa significano 22-23 euro al giorno per ogni terremotato ospitato. È noto invece come ad esempio dal Viminale possa concedere un rimborso che varia dai 35 ai 45 euro per ogni immigrato ospitato in un hotel. Spesso, come ricorda Libero, queste tariffe vengono concordate a volte dalle singole Prefetture con gli albergatori e quindi il costo può variare da territorio a territoro. Ma di fatto pensare che per quelle famiglie colpite dal sisma venga proposta una solglia così bassa nei contratti con gli albergatori fa sentire chi ha perso la casa ancora più solo nel deserto delle macerie.

La lampadina illumina meno del promesso? Per l’Unione Europea è tutto ok

La Stampa
alice scialoja

Protestano ambientalisti e consumatori: Bruxelles consente la vendita di lampadine meno luminose del 10% rispetto a quanto indicato sulla scatola. Intanto, dal primo settembre fine produzione per i vecchi faretti alogeni



Da una ricerca della Commissione europea emerge che la maggior parte delle aziende produttrici di lampadine - tra cui Osram, Philips e General Electric - vende lampadine meno luminose del 10% rispetto ai lumen indicati sulle confezioni. Secondo i dati, queste aziende abusano consapevolmente di un dettaglio tecnico: un margine di tolleranza del 10% sui test di prodotto, consentito legalmente per ovviare a imprecisioni di misurazione, che sono tuttavia oggi pressoché inesistenti. Un margine di errore concepito per essere utilizzato solo per i test ufficiali - per valutare se i prodotti rispondono agli standard minimi di rendimento energetico e alle regole di etichettatura energetica - e non dalle imprese.

Coolproducts, la campagna ambientalista europea per l’efficienza energetica, ha chiesto alla Commissione di fare chiarezza su questi consumi. Ma con un voto a grandissima maggioranza, ad aprile scorso, i rappresentanti degli Stati membri hanno autorizzato formalmente questa pratica del settore dell’illuminazione per i prossimi anni. E nonostante la Commissione europea abbia dichiarato di voler intervenire, anche per le lampadine, nello specifico delle regolamentazioni tecniche di ciascun tipo di prodotto, come è stato fatto per gli elettrodomestici, nelle bozze di revisione delle norme già circolate non si fa parola di eliminare l’abuso che consente di dichiarare performance superiori a quelle reali.

A pagarne le conseguenze sono i cittadini, che per ottenere una buona illuminazione sono costretti ad aumentare la potenza o il numero delle lampadine installate, con relativo aumento dei consumi elettrici e dei costi in bolletta. Secondo le stime di Coolproducts, i consumatori europei pagano fino a 1, 65 miliardi di euro all’anno in bolletta per la sola illuminazione. In pratica, in Europa tutte le lampadine accese consumano quanto l’intero comparto elettrico domestico di Italia, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi e Portogallo messi insieme.

Però qualche buona notizia sul fronte del risparmio c’è. In virtù delle regole europee sull’efficienza energetica, il 1 settembre è scattato il bando per i faretti alogeni al disotto della classe B, che andranno ad esaurimento sugli scaffali. Sarà possibile per i negozianti esaurire le scorte, ma non effettuare nuovi ordini di acquisto presso produttori e grossisti.

Questi faretti sono, infatti, le lampadine più sprecone: traducono in luce solo il 5% dell’energia, mentre il 95% se ne va via in calore. Il loro uso è attualmente molto frequente: nel 2013 nei 28 paesi dell’UE ne sono stati venduti 155 milioni, su un totale di 772 milioni di lampadine, secondo le stime dalla società GfK. Nessun problema, comunque, per gli amanti dei faretti. Basterà sostituire le lampadine alogene in uscita dal mercato con quelle a LED. Grazie a un crollo verticale dei prezzi, a una grande efficienza e una lunga durata di vita, i LED hanno ormai conquistato il settore dell’illuminazione stradale e degli uffici, e possono legittimamente puntare alle luci di casa.

Sono diversi, invece, i tempi per la messa al bando delle lampadine alogene a bulbo di classe C e D, che avrebbero dovuto sparire dal mercato anch’esse e che invece, con il voto decisivo dell’Italia, sono state ammesse ancora alla vendita fino al 2018, con un danno ai consumatori europei stimato in 6,6 miliardi di euro di spesa inutile in bolletta.

Grazzano non vuole più essere Badoglio “Il Maresciallo fu un criminale di guerra”

La Stampa
maurizio sala

Parte una petizione, ma il sindaco del Comune astigiano dice “no”



La casa natale del maresciallo a Grazzano Badoglio
Il più illustre concittadino secondo i grazzanesi, ma per un centinaio di persone è un criminale di guerra. Per tutti il Maresciallo d’Italia. Militare, diplomatico e politico più discusso che accettato, Pietro Badoglio, a 60 anni dalla morte, torna alla cronaca, portando alla ribalta il piccolo centro del Monferrato e i suoi 600 abitanti.

Un centinaio di firme
L’iniziativa è stata lanciata su Facebook da Giacomo Properzj, autore del volume «Breve storia della Grande guerra» (Mursia), curatore dell’omonima pagina social attraverso la quale sono state raccolte un centinaio di firme, affinché Grazzano cancelli il nome di Badoglio che lo accompagna dal 1939 con atto del podestà. Storiche le motivazioni dell’istanza: «Studi largamente confermati dimostrano che durante la guerra contro l’Etiopia furono compiuti dai militari italiani azioni criminose e inumane anche contro le popolazioni inermi e che di queste il primo responsabile era certamente il comandante, Badoglio.

Lo Stato etiopico chiese all’Onu, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, che i generali italiani, tra cui Badoglio, fossero processati quali criminali di guerra e la domanda fu respinta non per il merito, ma per pure ragioni di opportunità politica». Ora la petizione, che sarà inviata ai presidenti di Camera e Senato e al ministro degli Interni, è già stata spedita al governatore del Piemonte, Sergio Chiamparino. «Un criminale di guerra - sostiene il promotore - non ha diritto di veder perpetuata la memoria in modo così importante».

L’asilo e la casa di riposo
Nel paese dove riposa pure la salma del marchese Aleramo del Monferrato non ci stanno. I più giovani hanno frequentato l’asilo intitolato ad Antonietta Pittarelli, madre di Badoglio, operativo fino al 1988. Alcuni anziani sono ospiti della casa di riposo, fondata ex novo dal Maresciallo, portando il nome della moglie Sofia. E dal municipio arriva la replica della prima cittadina Rosaria Lunghi: «Perché bisognerebbe cambiare il nome? Questa è la storia d’Italia. Se mai dovesse esserci una petizione per farlo, questa non dovrebbe che riguardare esclusivamente i grazzanesi, a cui spetta decidere con quale nome intendono chiamare il Comune».

Il Maresciallo ha dato molto a Grazzano dopo asilo e ospizio: edificio scolastico, sistema fognario, viabilità stradale all’avanguardia per l’epoca e restauri alla chiesa parrocchiale. Nei locali della casa natale, donata alla comunità, hanno sede biblioteca, centro anziani e Museo Badoglio, uno dei pochi storico-militari costantemente arricchito e consultabile anche on-line. Trentamila volumi, 12 mila fotografie e, ultima donazione, il Collare dell’Annunziata. E il suo direttore, Alessandro Allemano, replica: «Riguardo l’armistizio, nessuno dopo 80 anni ha ancora detto quale azione si sarebbe dovuta intraprendere per avere un risultato migliore».

Addio Google: il nuovo motore di ricerca di Libero e Virgilio è Bing

La Stampa

Microsoft fornirà ai due portali di Italiaonline sia i risultati organici di ricerca sia i link sponsorizzati, oltre alle funzioni di ricerca immagini, suggerimenti e delle ricerche correlate



Italiaonline, prima internet company italiana, ha scelto di adottare il search engine di Bing per i servizi di ricerca di Libero e Virgilio. Grazie a un accordo con Microsoft, Bing fornirà ai due portali di Italiaonline sia i risultati organici di ricerca sia i link sponsorizzati, oltre alle funzioni di ricerca immagini, suggerimenti e delle ricerche correlate. Nel corso degli anni Microsoft sta continuando a investire per potenziare Bing, ottimizzando le sue performance e migliorando l’interoperabilità del motore di ricerca grazie a oltre 4.000 esperimenti a settimana che ne assicurano la fruibilità ottimale da parte dell’utente. Adottando la tecnologia di Bing, Libero e Virgilio rinnovano i propri servizi di ricerca nel web. Il nuovo motore di ricerca di Italiaonline si presenta con un layout psemplice, un servizio di ricerca immagini e video efficiente e completo. Inoltre il servizio è accessibile in modalità responsiva sia da smartphone sia da tablet.

Cattura

«Siamo lieti di poter annunciare che da oggi i servizi di ricerca di Libero e Virgilio sono 100% powered by Bing», ha commentato Domenico Pascuzzi, Responsabile Virgilio and Advertising Offering di Italiaonline. «Bing è in grado di soddisfare le esigenze di search di tutti i nostri utenti, offrendo risultati precisi, aggiornati e chiari in grado di aiutarli a orientarsi nella molteplicità delle proposte del web su ogni specifica query. Inoltre le aziende possono contare sulla creazione e sincronizzazione automatica della propria scheda e mappa su Bing Places for business attraverso IOL Connect, il servizio di Italiaonline pensato per le PMI che permette alle aziende la massima ricercabilità e presenza online».

«Bing è una piattaforma in costante crescita. È in grado di riconoscere oltre un miliardo di entità (tra persone, luoghi, animali e cose) e può associare ad esse più di 21 miliardi di collegamenti a fatti, 18 miliardi di azioni e 5 miliardi di relazioni. Con questa partnership metteremo a disposizione di Italiaonline, la nostra tecnologia per potenziare le loro piattaforme Libero e Virgilio e offrire ai loro utenti la migliore esperienza di navigazione”, commenta Claudio Grego, Senior Program manager Bing & Cortana Ecosystem.

Il favoloso mondo di Emilie

La Stampa
massimo gramellini

«Gli sguardi degli altri. Me li sento addosso. I loro sorrisini quando osservano le mie scarpe da ginnastica vecchie, i miei jeans sdruciti, il mio maglione col collo alto. Mi chiamano clocharde, barbona». Emilie è una vita di diciassette anni che ha tolto il disturbo perché a scuola non ce la faceva più. Abitava in Francia, a Lille. Era la prima della classe. Solo dopo la sua morte i genitori hanno trovato il diario che lei aggiornava di continuo e hanno deciso di pubblicarlo. «Attraversare il cortile è un percorso di guerra. Devi schivare i colpi, i calci, gli sputi. Tapparti le orecchie per non sentire gli insulti e le canzonature.

Stare attenta allo zaino, ai capelli. E trattenere le lacrime. Vedere buttati giù dalle scale i tuoi libri: i tuoi unici amici. E andare a rinchiuderti in bagno, il solo angolo di questo posto in cui si possa stare tranquilli.» Basta scorrere poche righe per ritrovarsi al cospetto di un cuore sensibile e potente. Una bellezza esplosiva della quale nessuno si era accorto. Sarebbe bastato poco. Sarebbe bastato grattare via la patina delle apparenze, come si spazza lo strato di polvere che copre l’ingresso di una miniera d’oro.

Gli adolescenti possono non stare attenti a queste cose: la loro priorità consiste nell’affermare se stessi, magari a discapito di qualcun altro. Ma che neanche gli adulti che la circondavano abbiano mai prestato attenzione alla complessa meraviglia di Emilie risuona quasi come una bestemmia. «All’ora di pranzo mi dico: mezza giornata se n’è andata, non rimane che l’altra metà. Poi però arriva un pensiero e rovina tutto: domani si ricomincia».

Okinawa, il mistero delle antiche monete romane

La Stampa
salvo cagnazzo

Tra siti di grande rilevanza storica e isole da sogno, quest'arcipelago conquista più tipologie di viaggiatori

Castello di Katsuren

PERCHE' SE NE PARLA Rinvenute in Giappone, nelle rovine del Castello di Katsuren, a Uruma nell'isola Okinawa,  antiche monete romane risalenti a circa 1700 anni fa. Risalenti al III o IV secolo, appartengono al regno dell'imperatore Costantino, che è stato sul trono di Roma tra il 306 e il 337. In base alle analisi, le monete parzialmente rovinate mostrano l'effigie dell'imperatore e, sul retro, l'immagine di un soldato con una lancia. Assieme a queste sono state ritrovate anche monete dell'Impero ottomano del XVII secolo.

PERCHE' ANDARCI A Okinawa, sotto il nome di «Siti Gusuku e beni associati del Regno delle Ryukyu», è stato inserito fra i Patrimoni dell’umanità un gruppo di nove edifici accompagnato da altre vestigia. All’epoca del Regno delle Ryukyu, con il termine gusuku venivano indicate le fortezze erette dai potenti clan che dominavano queste regioni. Da visitare il Castello di Zakimi, costruito nel XV secolo dal leggendario guerriero Gosamaru, nonché quello di Nakijin, appartenente al Clan Aji che governava nel regno del Nord all’epoca dei Tre Regni prima dell’unificazione nel 1429. Imperdibile la Residenza della famiglia Nakamura, costruita nel XVIII secolo, oggi considerata Bene culturale d’importanza rilevante. Se avete tempo, belli anche il Castello di Nakagusuku, il Giardino botanico del sud-est e l’acquario Okinawa Churaumi.

DA NON PERDERE Il castello di Katsuren, con l'Oceano Pacifico su due lati, è anche chiamato anche "Ocean Gusuku". Si tratta di un gusuku che si trova nella prefettura di Okinawa: la sua "età d'oro" risale a metà del 15° secolo, ma fu attaccato nel 1458 dall'esercito Ryukyuan. Qui sono state rinvenute anche piastrelle preziose e antiche porcellane cinesi, a dimostrazione della fitta rete di scambi tra Giappone, Corea, Cina e Sud-Est asiatico. Oggi di questo sito, classificato dall’UNESCO come Patrimonio Mondiale dell’Umanità, rimangono solo poche rovine e una splendida vista sulla regione centrale e sul mare da una parte e dall’altra della penisola.  Non dimenticate di visitare Naha, antica capitale del regno di Ryukyu.

PERCHE’ NON ANDARCI Se amate il mare, sappiate che l'arcipelago di Okinawa è considerato un vero e proprio paradiso tropicale. Si può arrivare sin qui con aereo, traghetto e bus. Il viaggio non è particolarmente complicato: in aereo, partenza da Tokyo, ci si impiega circa due ore, dai 100 euro in su per tratta. E' comunque consigliato come una delle ultime tappe del vostro tour giapponese. O può essere considerato, in alternativa, un buon motivo per tornarci.

COSA NON COMPRARE Affascinanti negozi dall’impronta caratteristica costellano le strade di Okinawa. Su Kukosai-dori avrete l’imbarazzo tra souvenir, dolci delle Ryukyu e liquori locali. La strada Tsuboya Yachimun, che incrocia Kukosai-dori, è invece consacrata ai souvenir di ceramica. Alcuni sono tanto belli quanto fragili. Da comprare solo se siete disposti a rischiare di ritrovarvi, al termine del viaggio, con una serie di cocci.

Da Alì Agca alla Banda della Magliana Tanti misteri ma nessuna soluzione per il caso di Emanuela Orlandi

La Stampa
francesco grignetti

L’inchiesta si è chiusa mesi fa in Cassazione ma senza colpevoli

L’inchiesta per la scomparsa di Emanuela Orlandi è finita qualche mese fa, con il suggello della Cassazione, che ha escluso seccamente e definitivamente ogni scenario internazionale. La Cassazione ha demolito l’ipotesi di sempre, e cioè che la giovane fosse stata sequestrata per scambiare la sua vita con la libertà per Alì Agca. L’ultima pista della procura di Roma, però, quella che qualche anno fa aveva fatto sperare in uno sbocco serio, era tutta nazionale. E puntava sulla Banda della Magliana. 
Ipotesi non peregrina, perché i rapporti tra Renatino De Pedis e il Vaticano ci furono, molti soldi sporchi finirono allo Ior, il vescovo Marcinkus era stato in contatto con brutti ceffi.

E poi c’era una pentita, la bellissima Sabrina Minardi, una delle protagoniste di quegli anni torbidi, già moglie del bomber della Lazio Bruno Giordano, e proprio per questo ambita preda del boss Renatino, che aveva ritrovato la memoria e si era ricordata di essere stata proprio lei la carceriera di Emanuela. Fece un racconto struggente, ma un tantino confuso, che terminava con la morte di Emanuela e la sepoltura nel pilastro di cemento di una casa in costruzione a Ostia. Lo scenario era credibile. Di qui una ripartenza dell’inchiesta che fece ben sperare la famiglia. Sennonché tutto franò perché Sabrina si rivelò inaffidabile. Troppa cocaina.

Qualcosa c’era. “Gli elementi indiziari emersi - scrivevano i pm, pur chiedendo l’archiviazione - hanno trovato alcuni riscontri in ordine al coinvolgimento della Banda della Magliana nella vicenda. Tuttavia le indagini compiute non hanno permesso di pervenire ad un risultato certo in merito al coinvolgimento di De Pedis e di soggetti a lui vicini”. 

Anche il disseppellimento della salma del boss dalla tomba nella basilica di Sant’Apollinare non ha dato le sorprese sperate. Nel tumulo c’erano i resti di De Pedis e niente più. Trentuno anni di indagini, insomma, avevano partorito il topolino degli “elementi indiziari”. E a quel punto il procuratore capo, Giuseppe Pignatone, ha deciso che era vano tenere ancora aperto il procedimento. 

Anche l’ultimissimo super-testimone, il fotografo Marco Accetti, che ha sostenuto di sapere tutto sulla scomparsa di Emanuela, di avere conservato il suo flauto (ma impronte e Dna non tornavano), e che ha raccontato di uno scontro tra due fantomatici servizi segreti del Vaticano, uno a favore e l’altro contro Wojtyla, ciascuno con i propri prelati di riferimento, non ha retto alla prova delle investigazioni. Addirittura Accetti è finito sotto esame psichiatrico. Secondo i periti del tribunale è un istrione, ma capace di intendere e di volere. E alla fine sarà l’unico a finire sotto processo, per calunnia e autocalunnia. 

Twitter @FGrignetti

Rusty, un cane paralizzato e abbandonato ha ottenuto il suo miracolo

La Stampa
cristina insalaco



«Rusty ha superato l’inferno. Ha sofferto profondamente per troppo tempo. Ma adesso sta vivendo con serenità la sua seconda vita, con la felicità che merita», dice Brian Harrington, presidente del centro «Odie’s Place Animal Rescue». Rusty è un quattro zampe che è sopravvissuto all’uragano Sandy. Un uragano che l’ha però costretto a vivere per le strade di New York senza una famiglia né un luogo caldo in cui tornare la sera. Dopo un periodo da randagio, il cane ha incontrato una famiglia che si è presa cura di lui.



L’hanno coccolato e amato, però, fino a quando tutto è andato bene. Giocava tutto il giorno con i quattro bambini della casa, e con gli altri due animali domestici: un gatto e un cane. Ma non appena Rusty si è ammalato, la sua famiglia ha deciso che non poteva più occuparsi di lui. Quando ha perso la sensibilità alle zampe e alla vescica, è stato portato all’affollatissimo rifugio «Manhattan Animal Control Center» perché si prendessero cura di lui.



«Quando è entrato nella struttura è stato messo nella lista per essere soppresso - spiega Harrington - in quelle condizioni un’adozione sembrava non essere possibile, e il rifugio non poteva farsi carico dell’animale». A quel punto a salvarlo e a dargli una seconda possibilità ci hanno pensato i volontari dell’ Odie’s Place Animal Rescue. 



Il cane è stato visitato, curato, e aiutato a camminare grazie ad un carrellino e alla fisioterapia. E’ stato dato in un primo momento in affido temporaneo, e poi ci ha pensato Harrington stesso a occuparsi di lui e della sua salute. «Adesso ha una madre adottiva che è fantastica - prosegue - e che ha già avuto esperienze in passato con cani simili a lui, che per camminare avevano bisogno dell’aiuto del carrellino. L’inferno ora è passato, e quello che è successo a Rusty è un piccolo miracolo». 

In Cina ponti da record, ma gli investimenti non ripagano

La Stampa
cecilia attanasio ghezzi

Completata la prima fase del ponte da 55 chilometri che collegherà Zhuhai con Hong Kong e Macao



La metà dei ponti più lunghi del mondo sono cinesi e appena un paio di giorni fa hanno completato la prima fase del ponte da 55 km che collega Zhuhai, sulla terra ferma, Hong Kong e Macao. Qualcuno già lo annovera tra le sette meraviglie del mondo moderno e ha comunque segnato un altro record: quello dei ponti intra-oceanici.



La Cina aveva appena battuto quello del ponte sospeso più alto (a 565 metri dalla valle sottostante) e quello del viadotto più lungo in assoluto (165 km sulla ferrovia ad alta velocità Pechino- Shanghai). La Repubblica popolare, si può dire, è ormai leader nei ponti sospesi e una lunghezza che supera, che appena quindici anni fa avrebbe spaventato gli ingegneri, il chilometro è oramai la norma. Una parte della sua identità è votata alle grandi opere ma ci sono anche tutte le altre spese in infrastrutture.



Secondo Bloomberg nell’ultima decade gli investimenti statali in trasporto, rete elettrica e conservazione delle acque hanno superato i 10800 miliardi. Una politica di stimoli che, secondo molti, avrebbe salvato l’economia cinese dalla crisi finanziaria che ha colpito tutto il mondo nel 2007. Ma non sono tutti d’accordo. Secondo un recente studio di Oxford questa politica ha distrutto valore economico invece di generarlo: il 75 per cento delle infrastrutture sarebbero costate più del dovuto, il 30 per cento delle strade costruite sarebbero già congestionate, il 41 per cento inutilizzate. E inoltre si sarebbe inciso per oltre un terzo sul debito enorme della nazione che ha raggiunto i 28200 miliardi.

Spotify vicina all’acquisto di SoundCloud

La Stampa
luca castelli

Lo scrive il Financial Times, accennando a trattative a uno stadio avanzato: la possibilità di un matrimonio tra mercato discografico tradizionale e user-generated content



C’è una nuova entrata tra i rumours del fantamercato della musica digitale: Spotify starebbe per acquistare SoundCloud. Rispetto alle tante voci che circolano ormai con cadenza quasi settimanale nel settore, questa presenta due aspetti inediti: arriva da una fonte piuttosto autorevole (il Financial Times) e azzarda una previsione sul breve termine. Secondo il quotidiano economico britannico, Spotify e SoundCloud sarebbero già in «advanced talks» e un annuncio ufficiale potrebbe arrivare nei prossimi giorni.

Che SoundCloud sia in cerca di un acquirente è un fatto che non sorprende. La società con sede a Berlino, che vanta una comunità da capogiro (175 milioni di ascoltatori mensili a fine 2014, Spotify si aggira intorno ai 100 milioni) e un soprannome invidiabile («la YouTube della musica»), si trova in realtà da tempo in acque agitate. Con un doppio problema, intrecciato e intricato: da un lato i conflittuali rapporti con case discografiche e associazioni di categoria, dall’altro l’assenza di un business plan efficace (anche il servizio in abbonamento SoundCloud Go, presentato sei mesi fa, sembra già scomparso dai radar).

Problemi che da un certo punto di vista Spotify è riuscita invece a trasformare in opportunità: i tira-e-molla con le major non mancano, ma sono smussati dal fatto che le case discografiche hanno quote di proprietà dell’azienda e ricevono pagamenti regolari e corposi; e i conti, pur ancora in rosso tra entrate e uscite, sono addolciti da un fatturato che veleggia ormai oltre i 2 miliardi di dollari annui e dalla prospettiva di una possibile ricca quotazione in Borsa per il 2017.

Per Spotify, che da pochi giorni ha finalmente aperto i battenti in Giappone (un paese curioso, proverbialmente considerato all’avanguardia tecnologica, dove il settore musicale è ancora in buona parte incentrato sui cd), l’acquisto di SoundCloud aprirebbe prospettive interessanti. A cominciare dall’ampliamento del catalogo: Spotify dipende da meccanismi industriali tradizionali (quasi tutta la sua musica proviene dal repertorio delle etichette discografiche), mentre SoundCloud è un immenso paradiso dello user-generated content, le canzoni caricate direttamente dagli utenti-creatori (da qui il paragone con YouTube).

Soprattutto sul fronte elettronico, dance e dei mixtape hip hop, si tratta di un patrimonio che per Spotify potrebbe rivelarsi carburante prezioso (ed esclusivo) per accelerare nella grande corsa con la rivale Apple Music.

Tutti da noi i migranti?

La Stampa

L’Europa continua a sottovalutare il problema e la Svizzera vuole chiudere le porte ai frontalieri ma l’Italia non può accogliere chiunque

Mentre noi italiani ci occupiamo dei rifugiati accogliendo tutti, la Svizzera, non potendo fermare i barconi perché fin su quelle montagne non possono arrivare, ferma gli italiani frontalieri, giustificando il gesto con la mancanza di lavoro. Un fatto gravissimo, perché dimostrano di non avere rispetto per quello che il nostro Paese fa e per il lodevole comportamento della Marina militare. Ma fino a quando potremo continuare cosi? Il Paese non può più accettare di pagare per tutti, tantomeno per un’Europa così. 

Caro presidente Renzi, cosa vogliamo fare? Oramai rimaniamo solo noi a raccogliere questi sfortunati, neanche quei componenti del Pd duri e puri pensano che si possano ospitare tutti. Il presidente francese Hollande propone addirittura di smantellare la baraccopoli di Calais, con o senza l’aiuto dell’Inghilterra. Dove finiranno questi emarginati se non in Italia, unico Paese aperto a tutti? 
Credo che, volenti o nolenti, presto saremo noi italiani a imbarcarci per nuovi lidi: meglio le borgate del Costa Rica (ammesso che ci vogliano) che le periferie del nostro Paese.

L’Europa, o quello che rimane di essa, sta dimostrando tutto il disinteresse per quello che accade nel mondo, un disinteresse pericoloso. L’emigrazione è un problema grande come il mondo, una guerra dei poveri che è esplosa come una bomba atomica e rischia di travolgere tutto quello che trova, un fenomeno che dovrebbe essere affrontato con la giusta responsabilità da tutti, con decisioni drastiche. Invece succede che ognuno fa a suo modo, così sulle nostre coste ogni giorno approdano migliaia di disperati che rimarranno incagliati in qualche deposito di periferia aspettando che la Svizzera decida di regalarci qualche orologio per controllare quanto tempo ci rimane ancora prima di decidere cosa fare.

A Milano il primo distributore per fare il pieno dell’auto con l’acqua fognaria

La Stampa

L’azienda che gestisce acquedotto, fognatura e depurazione nella città metropolitana sta sperimentando il biometano prodotto dai depuratori



Il pieno dell’auto con l’acqua non è più un sogno. Il gruppo Cap sta, infatti, sperimentando il metano prodotto dai reflui fognari cittadini e a Milano sta per nascere il primo distributore. La prova c’è stata oggi in occasione della presentazione del Bilancio di Sostenibilità e del Bilancio ambientale dell’utility milanese: un’autovettura a metano, grazie alla collaborazione tecnologica di Fca, è stata alimentata con il carburante prodotto dai reflui fognari trattati nel depuratore di Niguarda-Bresso.

L’azienda che gestisce acquedotto, fognatura e depurazione nella città metropolitana di Milano, ha spinto l’acceleratore sull’economia circolare e sta trasformando i principali dei suoi circa 60 depuratori in bioraffinerie in grado di produrre ricchezza dalle acque di scarto.

Biometano, fertilizzanti, energia elettrica sono già realtà e presto sarà possibile estrarre nutrienti come fosforo e azoto. Presso il depuratore di Cassano D’Adda è stata avviata una produzione sperimentale di fertilizzante, mentre dal sito a nord di Milano le acque convogliate al depuratore permetteranno di far viaggiare centinaia di automobili.

In base agli studi dei tecnici Cap, si stima che il solo depuratore di Bresso potrebbe arrivare a sviluppare una produzione annua di biometano di 341.640 kg, sufficienti ad alimentare 416 veicoli per 20 mila km all’anno: 8.320.000 km percorribili complessivi, equivalenti a oltre 200 volte la circonferenza della Terra. Significativi anche i risparmi grazie al costo di produzione di 0,58 euro/kg, sensibilmente inferiore ai circa 0,9 euro/kg a cui il metano è oggi acquistabile sul mercato.

Nel campo della sostenibilità, spiega il d.g. di Cap, ci sono più di 455 milioni di euro in investimenti che spaziano dall’efficIentamento dei depuratori, al potenziamento di acquedotti e reti fognarie, con risparmi ambientali significativi e risultati importanti in termini di tutela della qualità dell’acqua, difesa della biodiversità e riduzione della CO2 immessa in atmosfera.

giovedì 29 settembre 2016

Scivolone della domotica Apple: basta gridare "Hey Siri" e chiunque apre la porta

repubblica.it
di MANOLO DE AGOSTINI

Un utente della Mela ha affidato ad iOS l'apertura della porta di casa. Così facendo però un qualsiasi sconosciuto può entrare, gridando il comando giusto

Scivolone della domotica Apple: basta gridare "Hey Siri" e chiunque apre la porta

CON iOS 10 Apple ha presentato una nuova applicazione chiamata Casa (Home), nuovo passaggio di un percorso che l'azienda di Cupertino ha avviato nel 2014 con Homekit. La "domotica in salsa iPhone" però sembra registrare il suo primo scivolone. Come raccontato da Marcus, trentunenne del Missouri che ha condiviso la sua esperienza su Reddit, il sistema non è a prova di bomba, anzi. Il suo vicino può entrargli in casa semplicemente urlando dall'ingresso.

Marcus, di recente, ha ristrutturato la sua casa introducendo una serie di sistemi automatizzati, tra cui luci, termostati e un August Smart Lock, il sistema che gestisce l'apertura della porta di casa tramite smartphone. Marcus usa come hub per la gestione della domotica un iPad Pro che tiene in salotto. Il sistema gli consente anche di usare l'assistente vocale del tablet per gestire luci e temperatura nell'appartamento. Tutto sembrava funzionare al meglio, tanto che Marcus se ne vantava con Mike, il suo vicino.

Quest'ultimo però, probabilmente per scherzo, ha gridato "Ehi Siri, apri la porta d'ingresso". E la porta si è aperta. Inutile dire che il povero Marcus è rimasto di sasso. L'ordine di Mike era stato intercettato dall'iPad in soggiorno, che ha diligentemente svolto il suo compito. Peccato che l'avrebbe fatto con chiunque, potenzialmente anche un malvivente.

"Il problema, per la verità, non è così drammatico e potrebbe essere risolto facilmente. L'interazione tra lo stesso August Smart Lock e l'assistente vocale Alexa di Amazon, per esempio, prevede la possibilità di chiudere la porta con un comando vocale, ma non quella di aprirla", spiega Marco Schiaffino su SecurityInfo. A ogni modo, un episodio che ricorda come ci sia molto da fare in casa Apple in tema di domotica e soprattutto quanto sia importante informare bene i clienti.

Apple ha infatti risposto al post affermando che consiglia a tutti gli utenti di abilitare l'autenticazione tramite codice sui propri dispositivi, ma il povero Marcus sottolinea come questo modus operandi non sia pubblicizzato. "Non è il modo in cui è stato commercializzato. Non è 'Hey Sirì e poi alzati e metti il pin", spiega, sottolineando che così si perde la comodità di fare tutto con la voce, senza fatica.

Lo chiameremo Andromeda, fusione tra Android e Chrome OS

repubblica.it
di MANOLO DE AGOSTINI

Non solo nuovi smartphone all'evento Google del 4 ottobre, ma anche altre novità: forse debutterà un sistema operativo che unificherà quello mobile e quello per i chromebook

Aspettando Andromeda, sistema ibrido di Google

PIXEL e Pixel XL potrebbero non essere la sorpresa più grande dell'evento Google del 4 ottobre a Mountain View. I nuovi smartphone, per quanto importanti, potrebbero lasciare la scena principale ad Andromeda, nome in codice di un sistema operativo ibrido che fonderà Android e Chrome OS. In passato si parlava di un progetto simile con il nome di "Fuchsia", ma nomi a parte, le voci dicono che Google starebbe testando il suo ibrido tra Android e Chrome OS su un tablet HTC Nexus 9. Vi sarebbero persino dei riferimenti nel codice di AOSP per Android 7.0 Nougat.

Tra l'altro è recente l'arrivo delle app Android sui Chromebook, segno che in casa Google pensano a come unificare le due piattaforme. All'evento Google è chiamata a fare un punto importante sui primi 8 anni di vita di Android, e Hiroshi Lockheimer, vicepresidente di Android, Google Play e Chrome ha scritto su Twitter che "tra 8 anni si parlerà ancora del 4 ottobre 2016". Parole che bastano a far presagire importanti rivoluzioni. È tuttavia probabile che Andromeda richieda ulteriore sviluppo, con un debutto fissato nel corso del 2017.

Tra gli altri possibili annunci della casa di Mountain View c'è un router chiamato Google Wi-Fi, che sarà venduto direttamente dall'azienda a 129 dollari. Il router dovrebbe essere in grado di lavorare insieme ad altri prodotti simili per coprire un'area più ampia. L'azienda dovrebbe inoltre annunciare la data disponibilità e il prezzo (129 dollari) di Google Home, un dispositivo da mettere in salotto simile ad Amazon Echo, grazie alla presenza di un assistente virtuale e all'uso con i comandi vocali. Infine, Google potrebbe svelare una versione della Chromecast compatibile con video 4K e HDR, vendendola a un prezzo di circa 70 dollari.

Il rapper bresciano fuggito in Siria nella lista dei terroristi globali stilata dagli Usa

repubblica.it

Era stato arrestato e rimesso in libertà. Il nome di Anas El Abboubi nell'elenco dei terroristi stilato dal Dipartimento di Stato americano. Compare insieme a quello di una cinquantina di altri combattenti di origine italiana

Il rapper bresciano fuggito in Siria nella lista dei terroristi globali stilata dagli Usa
Anas El Abboubi in una foto dal suo profilo Fb

Il rapper bresciano accusato di terrorismo internazionale Anas El Abboubi, arrestato nel 2013 e poi rilasciato, è stato inserito nella speciale lista dei terroristi internazionali stilata dal Dipartimento di Stato americano che conta circa 50 combattenti stranieri di origine italiana che starebbero attualmente combattendo in Siria. L'amministrazione Obama ha imposto sanzioni sull'allora studente, oggi 24enne, partito per la Siria per unirsi allo Stato islamico, conosciuto in Italia come Mc Khalif. Il ragazzo però potrebbe essere morto.

Il giovane marocchino, che da una quindicina di anni viveva con la famiglia a Vobarno in Valle Sabbia nel Bresciano, era stato arrestato perché sospettato di voler mettere in atto azioni terroristiche nel Nord Italia e accusato di proselitismo per la causa della jihad. Sul suo computer sono stati trovati video in arabo e filmati che spiegavano come utilizzare le armi e come uccidere. "Aveva individuato obiettivi sensibili e lo abbiamo fermato poco prima che entrasse in azione" dissero gli inquirenti al momento dell'arresto. In effetti, nelle ricerche effettuate in Internet, il giovane si era soffermato a studiare la stazione di Brescia, il cavalcavia Kennedy e piazza del Duomo.

Il ragazzo fu scarcerato dopo un paio di settimane. Per i giudici del tribunale del Riesame, non c'erano "gravi indizi di colpevolezza e il pericolo di reiterazione del reato". Nel gennaio del 2014 si sono poi perse le sue tracce, ma Anas El Abboubi ha continuato fino all'agosto successivo a postare frasi sul suo profilo Facebook come, ad esempio, "il mio datore di lavoro è la Jihad" con foto sue con un kalashnikov in mano. Poi anche il profilo è stato cancellato.

Anas El Abboubi è ritenuto inoltre il fondatore della filiale italiana di Sharia4, movimento ultraradicale islamico bandito in numerosi Paesi europei e nato in Belgio su ispirazione del predicatore filo-jihadista Omar Bakri. Nei suo rap, inni come "il martirio mi seduce, voglio morire a mano armata...".

I numeri di Windows 10: è installato su oltre 400 milioni di dispositivi

repubblica.it
di ALESSANDRO CREA

La diffusione rallenta ma la nuova piattaforma di Microsoft è ormai installata su circa il 40% del miliardo posto come traguardo

I numeri di Windows 10: è installato su oltre 400 milioni di dispositivi

WINDOWS 10 è installato su oltre 400 milioni di dispositivi: sono i numeri ufficiali Microsoft resi noti oggi durante la Ignite Conference. Tre mesi fa, a fine giugno, era a quota 350 milioni. In pratica in poco più di un anno il nuovo sistema operativo Microsoft ha raggiunto il 40% del traguardo di 1 miliardo di installazioni.

Per quanto riguarda le installazioni giornaliere invece il ritmo è sceso, anche se resta pur sempre molto significativo: parliamo infatti di oltre 500mila installazioni quotidiane, comprese quelle su dispositivi nuovi. Dopo il boom del primo periodo però il ritmo giornaliero si era stabilizzato attorno agli 800/900mila dispositivi nuovi, tranne nei periodi festivi come natale o il Giorno del Ringraziamento in cui le vendite negli Stati Uniti ovviamente aumentano.

Si tratta di una diminuzione del 38% dunque che però è fisiologica a più di un anno dal lancio del sistema operativo e che andrà accentuandosi ulteriormente soprattutto ora che Microsoft ha cambiato strategia e non propone più Windows 10 come aggiornamento gratuito, avendo eliminato anche l'avviso che appariva agli utenti che ancora avevano un OS precedente.

A questo punto sembra molto probabile che Microsoft mancherà il risultato del miliardo di installazioni entro il 2018, annunciato invece ad aprile del 2015. A Redmond comunque restano ottimisti nel raggiungimento dell'obiettivo, anche se ora ammettono che servirà più tempo. Una notizia non proprio positiva, sia per Microsoft che per il mondo dei PC. A quanto pare infatti gli sforzi del colosso e la disponibilità per un anno del nuovo sistema operativo come aggiornamento gratuito non sono stati sufficienti e Windows 10 non è riuscito a fare da traino al rilancio del mercato dei PC, notebook e desktop, ormai notoriamente in crisi da anni.

La scuola del padre

La Stampa
massimo gramellini

Gentile monsieur Stéphane Solomon, considero una provocazione stimolante la lettera da Lei scritta alla maestra di suo figlio per chiederle il permesso di scontare in sua vece la punizione che l’insegnante ha inflitto al bambino. La storia è presto detta. La maestra sgrida un’alunna impacciata: «Tu leggi proprio male!». Il piccolo Solomon, suo figlio, vive sulla propria pelle l’umiliazione inferta alla compagna e redarguisce l’insegnante: «Così non si fa!».

La maestra punisce l’atto di insubordinazione mettendogli una nota e, quando lui per reazione sbatte il quaderno sulla cattedra, gli infligge un’ora di castigo. A quel punto entra in scena Lei, monsieur Solomon, scrivendo una lettera pubblica in cui, con un stile tra l’ironico e l’enfatico, rivendica la responsabilità di avere educato il bambino ai valori della Giustizia e del Rispetto, rigorosamente maiuscoli. E conclude con la richiesta di essere punito al suo posto.

Sembra di stare in un film hollywoodiano grondante buoni sentimenti. Un figlio nobile che prende le difese della compagna umiliata, un padre nobilissimo che si assume il peso di averlo educato alle Maiuscole e dichiara di volerne pagare personalmente il fio. Esauriti gli applausi di rito, mi permetto però due timide obiezioni. Non pensa di avere delegittimato la maestra davanti a tutta la classe? Ma soprattutto non teme che, a furia di tenerlo sotto una campana di vetro, proteggendolo da ogni frustrazione, suo figlio crescerà senza gli anticorpi necessari ad affrontare una vita dove gli capiterà spesso di andare a sbattere contro le ingiustizie e l’ottusità del potere? La saluto con stima e qualche perplessità.

10 consigli per tenere sotto controllo le mail

La Stampa
lorenza castagneri

Vietato esaurire lo spazio a disposizione ma anche controllare i messaggi in arrivo ogni due minuti: i consigli di Sabrina Toscani, professional organizer di Apoi. Che parla anche dei gruppi Whatsapp



In questo momento nella casella di posta di chi scrive ci sono 1.678 mail non lette. Si può fare ben di peggio, ma è importante evitare di esaurire lo spazio di occupazione dei messaggi: in quei casi non si riceve più nulla finché non si pulisce ben bene l’inbox, cosa che può provocare ansia. Certo nemmeno controllare continuamente tutto ciò che arriva aiuta: è una enorme perdita di tempo.
Ma, allora, come si fa a stabilire una relazione sana con le mail? Ecco i consigli di Sabrina Toscani, presidente di Apoi, l’associazione italiana di Professional organizer che si riunisce l’8 ottobre a Roma. Durante l’evento si parlerà anche di questo. 

1. Prima ci si organizza, poi si apre la mail
Da ciò che c’è scritto in una mail può dipendere parte del nostro lavoro quotidiano ma un messaggio non ci autorizza a stravolgere il nostro piano giornaliero: stabiliamo quali sono le priorità del giorno e cerchiamo di infilare in mezzo ciò che viene chiesto via mail.

2. Non usare la mail come archivio o come agenda
Capita a tutti di salvare link utili o elenchi di cose da fare in una mail che rimane in bozza o che ci si auto-invia. Sbagliato: così i messaggi proliferano e si rischia di perdere informazioni. Appuntamenti e note vanno segnati in calendario o in un block-notes.

3. Cancellare tutto il cancellabile
La mail non è altro che una cassetta delle lettere online. Come in quest’ultima non accumuliamo la posta, anzi cerchiamo di smaltirla velocemente, lo stesso dobbiamo cercare di fare con le email.

4. Categorie per fare ordine
Visto che centrare l’obiettivo di cui sopra non è mai così semplice e dato che le mail possono contenere informazioni da conservare, può essere utile dividere i messaggi ricevuti in macro-categorie, tipo: lavoro, casa e tempo libero.

5. Basta con le newsletter
Pensiamo possano tornare utili ma spesso le newsletter finiscono tra i messaggi che non leggeremo mai. Quindi: cancelliamoci da quelle a cui ci siamo iscritti volontariamente e attiviamo un filtro di posta che impedisca la ricezione di quelle che arrivano in automatico.

6. Mail sempre aperta? No grazie
Oggi molti leggono le mail dallo smartphone che con suoni e notifiche annuncia in tempo reale l’arrivo di nuovi messaggi. Una comodità, ma cosa cambia se rispondiamo mezz’ora dopo? Di solito nulla, quindi evitiamo di distrarci tenendo la casella sempre aperta. 

7. Spegnete quel cellulare
Suggerimento di vita più generale: invece di appoggiare il cellulare sul comodino, la sera spegniamolo o per lo meno lasciamolo in un’altra stanza. Bisogna disconnettersi dalle mail dopo l’orario di lavoro. In Francia da un po’ di tempo lo dice anche una legge

8. Quando rispondere lo decidete voi
Corollario dei punti precedenti: a meno che non ci sia un’urgenza, non è necessario rispondere ai messaggi in tempo zero. Bisogna farlo nei buchi o prendersi un po’ di tempo prima di uscire dall’ufficio. Organizzandosi bene, si trova l’occasione. 



9. Siete sicuri di scrivere quella mail?
Pensateci: non sempre la mail è il mezzo di comunicazione giusto. A un amico si può mandare un messaggio su Whatsapp o per ricevere informazioni su un evento, telefonare. Evitate di perdere tempo a scrivere e il proliferare di messaggi.

10. A proposito di Whatsapp...
Già che lo abbiamo citato la domanda sorge spontanea: come si stabilisce una relazione sana con i gruppi? Per Sabrina Toscani valgono due regole fondamentali: disattivare le notifiche, così da vedere i messaggi soltanto aprendo la app, e togliersi, con gentilezza, dai gruppi di cui non ci interessa far parte.

Il giudice dà torto al Garante Via da Google l’articolo sulla prof

Corriere della sera

di Luigi Ferrarella

La decisione: l’interesse pubblico c’era nel 2010, ma va verificato nel tempo. La richiesta di «oscurare» il blog che rilanciava un articolo rimosso da un giornale

Il tribunale di Milano

«Una “raccomandata” di Bersani all’Autorità Garante per l’Energia e il Gas» (AEEG): a prescindere dal loro carattere diffamatorio o meno, i medesimi dati personali, che magari nel 2010 ben potevano essere lecitamente trattati dai mezzi di informazione nel nome di un prevalente «interesse pubblico», possono poi perdere quel pure astrattamente configurabile interesse pubblico se, circolando sul web a distanza di tempo, «risultano non aggiornati, non pertinenti, non completi», e dunque tali da non prevalere più su un diritto non tanto all’oblio quanto al «ridimensionamento della propria visibilità telematica».
Il Tribunale
Su questa scorta il Tribunale civile di Milano annulla il rigetto opposto dal Garante della Privacy a una richiesta della professoressa di economia Valeria Termini (componente dell’AEEG), e ordina a Google di deindicizzare (cioè di non far più trovare come risultato del motore di ricerca) una pagina web del blog di Piero Iannelli: quella nella quale permane un articolo de Il Giornaledell’8 dicembre 2010 («L’energia? Un affare di famiglia. Vince la raccomandata di Bersani») nonostante il quotidiano, dopo appena un mese in una transazione da 22.000 euro, l’avesse rimosso dal proprio archivio.
Il Garante
Poiché Google lo evidenzia sul blog come sesto risultato di ricerca, Termini con i legali Caterina Flick e Nadia Martini ne ha chiesto la rimozione a Google, che l’ha rifiutata in assenza di contenuti diffamatori; al Garante della Privacy, che l’ha rifiutata ritenendo sussistente un interesse pubblico; e al Tribunale, che invece ieri le ha dato ragione. La giudice Martina Flamini premette che i motori di ricerca «svolgono un ruolo decisivo nella diffusione globale dei dati» e «contribuiscono a rendere più effettivo il diritto all’informazione», ma lo fanno fornendo «informazioni assai più invasive di quelle fornite dai siti sorgente», il che «giustifica la maggiore protezione (accordata nel 2014 dalla sentenza Costeja della Corte di Giustizia dell’Unione europea) al diritto all’identità personale», qui declinato nel «diritto alla dis-associazione del proprio nome da un risultato di ricerca, il diritto di non essere trovato online».
La Corte Ue
E poiché tra i parametri per la rimozione la Corte Ue «indica il tempo e il ruolo ricoperto nella vita pubblica», nel caso concreto la giudice ravvisa che i dati personali di Termini «non risultino più aggiornati, pertinenti e completi». Perché no? Perché «le opinioni degli economisti Perotti e Boldrin», citate dall’articolo del 2010 in quanto critiche verso la regolarità del concorso universitario vinto nel 2009 da Termini, «sono rimaste del tutto isolate e non è seguito alcun accertamento idoneo a corroborare i dubbi»; Termini «ha provato di avere specifica e riconosciuta esperienza» nell’economia della politica energetica; «continua a far parte dell’AEEG senza che, nei 6 anni, ne siano stati posti in dubbio i requisiti»; la raccomandazione era «riferita come mera opinione personale del giornalista, priva di precisi supporti»; e il quotidiano stesso aveva cancellato l’articolo dal proprio archivio.

28 settembre 2016 (modifica il 28 settembre 2016 | 22:19)

Settant’anni di gioco di Stato: dall’1-X-2 al Superenalotto a fare 13 è sempre stato l’Erario

Corriere della sera
di Luca Zanini

Nel triennio 2015-2017 il Fisco conta di incassare dal settore 35,7 miliardi. Dal primo Totocalcio nel Dopoguerra alla rivoluzione del «sei milionario», com’è cambiata la propensione degli italiani per le scommesse sportive e non E quanto ci ha guadagnato l’Agenzia delle Entrate 



Ci sono due date che segnano profondamente il rapporto degli italiani con il gioco. Un gioco che quando è gestito dalla malavita viene definito «d’azzardo» e quando invece viene organizzato e controllato dallo Stato diventa normale abitudine, uno svago legale. Non solo. Diventa vitale, per le casse dell’amministrazione pubblica. Perché dal gioco, l’Erario ricava oltre 11 miliardi di euro l’anno. Secondo la Legge di stabilità 2016, lo Stato italiano prevede di incassare tra 2015 e 2017, ben 35,7 miliardi di euro dal gioco: le entrate tributarie del settore (nel 2015 circa 11,5 miliardi) dovrebbero salire a 11,902 miliardi nel 2016 e 11,958 miliardi nel 2017.

«Vincere alla Sisal» nel 1946
Due date. La prima è il 5 maggio 1946. Come ha ricordato Claudio Colombo sul Corriere della Sera raccontando la storia del «foglietto dei sogni», settant’anni fa nasceva la prima schedina (nella foto sopra al titolo) della Sisal — società fondata nel ‘45 da tre giornali­sti, Geo Molo, Fa­bio Jegher e Massi­mo Della Pergola —, un modulo da 30 lire a colonna con cui l’Italia cominciò a fare «13» (anzi, all’inizio 12). Il primo montepremi era di 463.146 lire. Una cifra ragguardevole considerato che «un operaio guadagnava 10 mila lire al mese». All’epoca, le donne avevano appena ottenuto il diritto di voto. Sul foglietto dei sogni di quel giorno c’erano i nomi di tante squadre di calcio e «vincere alla Sisal» diventò un modo di dire (per leggere la storia della Sisal, sfiorate l’icona blu) .
L’accumulo dei premi non conquistati
L’altra data è il 3 dicembre 1997 — con un anticipo di sei mesi sulla falsa partenza del Totoscommesse che avrebbe inutilmente tentato di rilanciare il Totocalcio — veniva lanciato il SuperEnalotto, il gioco che sostituendo l’Enalotto avrebbe fatto esplodere la già alta propensione del popolo italico a scommettere sull’azzardo: in questo caso, indovinare sei numeri estratti all’epoca sulle ruote del Lotto di Bari, Firenze, Milano, Roma, Napoli e Palermo. Nell’anno in cui Valentino Rossi correva il suo primo mondiale nella categoria 125, il nuovo gioco era in grado — con un meccanismo di accumulo dei premi non conquistati — di creare fantasmagorici montepremi e di far vincere milioni di euro: il 30 ottobre 2010, un unico vincitore si mise in tasca oltre 168 milioni di euro. Ad inventare il SuperEnalotto era stato Rodolfo Molo, figlio di Geo Molo: l’uomo che aveva ideato e reso possibile il Totocalcio.


 
Da 790 milioni a 7 miliardi di tasse
La parte dello Stato è fondamentale. Sia nella gestione, sia nell’incasso. All’erario, già prima della nascita del Superenalotto, il vero vincitore dei giochi — di qualsiasi genere fossero — era il Fisco. Nel 1985 dalle «tasse sulla fortuna» lo Stato incassava quasi 1.500 miliardi di lire (pari a circa 790 milioni di euro): 945 dal Gioco del Lotto, 430 da Totocalcio e Totip, 15 da scommesse e lotterie varie, 20 da lotterie nazionali, 80 dall’Enalotto, 6 dalle tasse sui concorsi a fini promozionali. Vent’anni dopo, gli introiti dello stato biscazziere — come scriveva Stefano Righi su Corriere Economia (gli abbonati a Corriere+ possono leggere l’articolo nell’Archivio storico, sfiorando l’icona blu) — incassava nel 2007 quasi 7 miliardi di euro su un fatturato di 42 miliardi di euro dell’intero settore Giochi (praticamente la quinta azienda italiana dopo Fita, Telecom, Eni ed Enel).


Con slot e gratta&vinci si sale a 11,5 miliardi
Dunque già dieci anni fa il gioco degli italiani valeva per il bilancio dello Stato circa un quarto della legge Finanziaria (che nel 2007 fu pari a oltre 30 miliardi). Oggi, secondo i dati sulla filiera diffusi nel marzo 2016, il gioco d’azzardo regolamentato muove una raccolta (nel 2015) di 88,5 miliardi di euro, dei quali quasi 8 miliardi vanno all’Erario. Questo per i giochi tradizionali. Ma se si considerano anche i Gratta&vinci e le slot machine, nelle casse dello Stato sono arrivati l’anno scorso 11,5 miliardi di euro (550 milioni in più rispetto al 2014). E, sorpresa, al giocatore va una fetta sempre più ridotta del montepremi.

Tanto che appena muta il trend dei giocatori, muta la tassazione. E’ il caso delle slot machine, su cui gravava un «prelievo unico erariale» (applicato sulle somme giocate indipendentemente dalla vincita) tra i 5 e il 13%, a seconda che si trattasse di slot da bar o videolotteries. La finanziaria ha stabilito che dal 2016 venisse applicato un aumento sul prelievo fiscale sulle slot «anche attraverso una riduzione del payout al giocatore», passando a 5,5 e 17,5%. Eppure c’è chi sottolinea che, in generale, mentre tra 2005 e 2014 la raccolta dei giochi di Stato è cresciuta del 191%, le entrate erariali sono aumentate solo del 30%.
Per ogni euro giocato...
Finora, comunque, il gioco più redditizio per l’Erario era rimasto proprio il Superenalotto: per ogni euro giocato sulla schedina Sisal lo Stato incassa 53,6 centesimi (ma se si considera l’ammontare delle giocate al netto delle vincite distribuite, il prelievo supera l’82%). Decisamente inferiore il prelievo su Lotto (33,16%) e concorsi a pronostici sportivi (33,84%),. Sulle scommesse al totalizzatore l’Erario pretende il 26,75%, sulle Lotterie istantanee il 26,33, sul Bingo il 20% e sulle scommesse ippiche soltanto il 4,53%. Mentre si risale ad un prelievo del 40% nel caso delle Lotterie tradizionali. Il che porta un gettito eccezionale, dati gli 84,5 miliardi di euro spesi nel gioco in Italia nel 2014 (si tratta di, calcolando anche anziani e

neonati, circa 1.400 euro a persona), una cifra che pone il Belpaese al primo posto nel mercato del gioco d’azzardo in Europa e al terzo nel mondo. Un giro d’affari che vale più del 5% del Pil. E a dispetto dei detrattori della politica fiscale sui giochi, le entrate erariali relative continuano a crescere: nei primi sette mesi del 2016 sono risultate pari a 8.223 milioni di euro (+1.332 milioni di euro, pari a +19,3%); dei quali 8.014 milioni sono imposte indirette, gettito da lotto, lotterie e altri giochi (+1.307 milioni di euro, pari a +19,5%). Aumentate anche le entrate da «apparecchi e congegni di gioco»: da 2.268 a 3.125 milioni, con un incremento del 37,8%.
Su 24 milioni, un quarto gioca ogni settimana
Una ricerca di Nomisma rivela che in Italia giocano tutti: giovani e giovanissimi (nonostante i divieti esistenti) non sono esenti; giocano il 54% degli studenti tra 14 e 19 anni. E nel complesso nel 2014 sono stati quasi 24 milioni gli italiani che hanno tentato la fortuna almeno una volta; circa un quarto di loro gioca almeno una volta a settimana. Complice anche l’aumentato numero di estrazioni e, da ultimo, il premio al «2», che ha fortemente accresciuto le possibilità di vincita dei giocatori: portare a casa un premio )anche se contenuto) è 15-16 volte più facile.

Certo, non cambia il numero di chance che i giocatori hanno di centrare il favoloso «6» ( una possibilità su 622 milioni e 614 mila 630 combinazioni) o il «5+1» (una possibilità su un milione 235 mila e 346 combinazioni). Ma poiché il jackpot del SuperEnalotto è quello che fa davvero gola e spinge a giocare più speso, il Gruppo Sisal ha deciso ad inizio anno (leggi l’articolo di Corinna De Cesare, sfiorando l’icona blu) di «aumentare di circa tre volte il valore del jackpot medio, che ora cresce molto più rapidamente». Il tutto è stato finanziato con l’aumento della singola giocata da 0,50 a 1 euro. Il che significa, posto che le giocate non dovrebbero diminuire di molto, un ulteriore aumento degli introiti per l’Erario.


I maghi del gioco,
E’ chiaro che in una simile situazione, i professionisti delle aziende di gestione dei grandi giochi che hanno saputo rivitalizzare il settore, portando più soldi nelle tasche dei fortunati vincitori ma anche in quelle dello Stato, sia considerati e stimati dal ministero delle Finanze più di un dirigente statale che riuscisse (impresa impossibile) a tagliare del 20 % i costi del suo ufficio aumentandone al contempo la produttività. Ed è per questo che alla festa della Sisal — martedì 27 settembre nel Casino Aurora a Roma — hanno presenziato i vertici della politica economica: dal sottosegretario all’Economia e Finanze, Pier Paolo Baretta, al presidente della Commissione Bilancio del Senato Mauro Del Barba. A fare gli onori di casa l’ex ministro delle Finanze e del Bilancio (governo Dini) Augusto Fantozzi , oggi presidente di Sisal Group, e l’Ad di Sisal Emilio Petrone.

E’ toccato a loro ricordare la storia di imprenditori che — ironia della sorte — hanno subito talvolta i rovesci della fortuna, ma non si sono mai arresi. Per chi non lo sapesse, i tre inventori della Sisal, che non avevano registrato il marchio, si videro soffiare il Totocalcio dal Coni nel 1948, ma anziché darsi per vinti inventarono il Totip (giocate sulle corse dei cavalli), poi il superTotip, la Tris... I loro successori idearono il SuperEnalotto e rafforzarono una società che oggi gestisce i giochi pubblici affidati in concessione dallo Stato, grazie a 2 mila dipendenti e oltre 45 mila punti vendita. Per la fortuna — possibile — di chi ama giocare anche solo un euro a settimana e per quella — certa — delle casse dello Stato.

27 settembre 2016

Nessun dipendente, attrezzature vendute, cause aperte: può davvero ripartire l’idea del Ponte?

La Stampa
raphaël zanotti

La Stretto di Messina è in liquidazione da tre anni ed è ormai svuotata. Ha in piedi contenziosi milionari con società e con il ministero. Resuscitarla è un’impresa che costa



Il rilancio del Ponte sullo stretto di Messina da parte del premier Matteo Renzi pone seri interrogativi non solo politici, ma anche di concreta ripresa delle attività. La Stretto di Messina spa è infatti una società in liquidazione da tre anni. Un soggetto di fatto svuotato, senza personale, senza sedi, con importanti contenziosi aperti (non ultimo quello con gli stessi ministeri delle Infrastrutture e dell’Economia) e che nel corso della procedura ha venduto attrezzature o affidato ad altri soggetti compiti che una volta le spettavano. È possibile far ripartire la macchina? E in quanto tempo, con quali costi? Proviamo a fare il punto della situazione.

Nessun dipendente, sede in affitto
Secondo il bilancio intermedio di liquidazione del 2015 firmato dal commissario liquidatore Vincenzo Fortunato, la Stretto di Messina spa non ha più dipendenti dal 1° gennaio 2014 così come previsto dalle linee guida stilate dal ministero dell’Economia e Finanze e dal ministero dei Trasporti. L’unico personale operante è formato da 7 persone in distacco e altre cinque utilizzate parzialmente. 
La sede di Roma, in via Marsala 27, si è ulteriormente ridotta vista l’attività ormai limitata alla liquidazione ed è sublocata all’Anas.

Attività di archivio
Oltre a seguire le procedure di liquidazione, la società si è limitata nel 2015 a conservare progetti, documenti, pareri e relazioni. Il personale distaccato ha digitalizzato il materiale in modo che non venga perso e lo ha archiviato. Fine.

La cessione delle reti di monitoraggio ambientale
Così come previsto dal governo Monti, che ha messo in liquidazione la società nel 2012, da marzo 2013 sono state interrotte tutte le attività di monitoraggio. Il commissario liquidatore si è preoccupato di vendere o cedere le attrezzature, in modo da recuperare fondi. Così, nel corso del 2015, i macchinari e i software utili al monitoraggio di superficie sono stati venduti all’Anas. I pozzetti per le rilevazioni sotterranee sono invece stati ceduti all’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia senza alcun corrispettivo. Questo in considerazione del ruolo istituzionale dell’Ingv e del fatto che la loro demolizione avrebbe comportato ulteriori spese per la Stretto di Messina spa.

I 790 milioni chiesti da Eurolink
Sono una delle attività che più impegnano la società in liquidazione. La legge Monti del 2012 poneva infatti tre obiettivi da raggiungere in tempi certi. Se non si fossero raggiunti entro i termini bisognava considerare svincolata ogni società. È così che la Stretto di Messina è finita in liquidazione. La legge prevedeva anche il pagamento di un indennizzo per la perdita del contratto da pagare alle società contraenti. Indennizzo pari al 10% del valore delle prestazioni effettuate, quindi 8,5 milioni per il contraente generale, Eurolink, l’associazione temporanea di imprese capeggiata da Impregilo, e 1,9 milioni per il project management consultant, ovvero la Parsons Transportation Group.

Inutile dire che le due società hanno promosso una causa civile nei confronti della Stretto di Messina, della Presidenza del Consiglio dei ministri e del ministero dei Trasporti sostenendo l’illegittimità della legge e chiedendo 790 milioni di euro. La causa è davanti al tribunale civile di Roma e proprio in questi giorni era prevista la chiusura della fase istruttoria (la precisazione delle conclusioni da parte degli avvocati e le memorie di replica). Ora è tutto nelle mani del collegio che, si prevede, prenderà la sua decisione entro tre-sei mesi. Proprio questa coincidenza ha fatto ritenere a molti che la mossa del premier sia un tentativo di ammansire il general contractor.

Il pagamento del monitore ambientale
Poteva chiudersi in fretta, invece, la partita con i soggetti chiamati al monitoraggio ambientale. Non contestando quanto previsto dalla legge del 2012, avevano infatti chiesto il pagamento di 1.156.465,63 euro come indennizzo del 10% delle prestazioni effettuate (del valore di 11 milioni e mezzo). Stretto di Messina e governo, tuttavia, hanno nicchiato e alla fine il monitore ambientale ha promosso un’azione per ottenere quanto dovuto. A dicembre 2015 il ministero dei Trasporti ha pagato, ma la causa è rimasta in piedi perché ora le aziende vogliono anche il pagamento degli interessi e delle spese sostenute.

I 325 milioni che la Stretto di Messina vuole dal ministero
Infine è tutta da dirimere la questione sorta tra la Stretto di Messina e lo stesso ministero dei Trasporti. Il commissario liquidatore infatti sostiene: la legge sull’indennizzo non si deve applicare solo al general contractor e al project management consultant, ma anche alla stessa Stretto di Messina. Anche la spa ha infatti perso l’opera. Quindi vengono chiesti al governo 325 milioni di euro per l’attività progettuale sostenuta. Denaro che, inutile dirlo, il governo non ha alcuna intenzione di pagare.

Chi paga per gli espropri?
Altra questione spinosa. La costruzione del Ponte sullo Stretto ha fatto partire una serie di espropri dei terreni e degli immobili per finalità pubblica. Ma chi pagherà ora gli indennizzi ai proprietari? La Stretto di Messina sostiene che, con la decadenza dei vincoli dovuta alla legge Monti, lei non ha più niente a che fare con le procedure. Quindi non sosterrà passività derivanti dalle pretese avanzate relative ai vincoli degli espropri. Pagherà lo Stato? È ancora tutto in forse.

La variante di Cannitello
L’unica opera propedeutica che si è riusciti a costruire in questi anni è la cosiddetta variante di Cannitello, ovvero la predisposizione della rete ferroviaria in previsione della nascita del ponte. I lavori sono iniziati nel 2009 e si sono conclusi nel 2012. Tuttavia l’opera era rimasta senza collaudo. Nel novembre 2014 la Eurolink ha firmato il collaudo, ma con riserva. Ne è nata un’ulteriore discussione che, lettera dopo lettera, sembra approdata a un accordo nel 2016. Tuttavia a oggi non si sa ancora quali saranno i costi aggiuntivi delle riserve approvate. È in corso una ricognizione. L’opera di mascheramento della galleria artificiale e la realizzazione del lungomare di Cannitello, invece, sono stati affidati a Rete Ferroviaria Italiana.

Insomma, la società in liquidazione ormai svolge da anni un’opera di dismissione delle attività che l’avevano vista operare negli anni precedenti. E ha in piedi contenziosi e accordi in questa direzione. Riaprire oggi tutte le procedure potrebbe non essere semplice come riaccendere un’auto rimasta ferma in garage.

Cyberattacchi, l’Europa si scopre sotto attacco

La Stampa
carola frediani

Impianti elettrici nel mirino, attacchi statali, ma anche una crescente criminalità online. E poi c’è l’ombra del terrorismo. Cosa è emerso dalla conferenza sulla sicurezza informatica

Attacchi informatici che colpiscono anche la rete di distribuzione dell’elettricità e dietro cui si possono nascondere Stati; cybercriminalità sempre più organizzata e dinamica, in grado di sfruttare i buchi e le barriere giurisdizionali fra Paesi anche geograficamente vicini; e la complessa, controversa reazione dei governi all’uso di internet da parte di terroristi. Sono queste le tre sfide principali che deve affrontare l’Europa nell’immediato sul piano della sicurezza digitale – almeno a giudicare dall’European Cybersecurity Forum, che si è appena svolto a Cracovia raccogliendo alcune centinaia di rappresentanti di governi, agenzie, aziende ed esperti di questi temi. Sullo sfondo, la consapevolezza di essere in ritardo su tutto e di doversi muovere in fretta.

Partiamo con le buone notizie. La prima è che gran parte dei relatori concorda sul fatto che i terroristi dell’Isis (o di Al Qaeda) non abbiano le capacità di fare attacchi informatici realmente distruttivi, mirati a colpire infrastrutture critiche come centrali nucleari o elettriche, dighe, trasporti ecc... con azioni tali da procurare danni: non è insomma sul piano dell’hacking che destano preoccupazione le loro attività. La cattiva notizia è che invece alcuni Stati queste capacità ce le hanno eccome. Ma fino ad oggi avrebbero esercitato una sorta di autocontrollo al riguardo, per evitare escalation sul campo cyber. E tuttavia si è comunque assistito a quelle che alcuni qua definiscono delle “sperimentazioni”: una di queste è avvenuta in Ucraina lo scorso dicembre e ne avevamo già parlato qui.

ATTACCHI STATALI?
Lo scorso 23 dicembre infatti un cyberattacco colpiva una utility dell’energia ucraina (Prykarpattya Oblenergo) togliendo la corrente per circa sei ore a 230mila residenti della regione di Ivano-Frankivsk. «Gli attaccanti erano entrati nella loro rete otto mesi prima e hanno sovrascritto il software di una serie di macchine nelle varie sottostazioni», ha commentato sul palco la giornalista Kim Zetter, tra i partecipanti del forum. «Di conseguenza i tecnici del centro di controllo non potevano più dare comandi da remoto e hanno dovuto ripristinare gli apparati manualmente. Negli Stati Uniti sarebbe andata peggio, perché molti sistemi di controllo delle rete elettrica sono automatizzati e non hanno funzionalità di backup e recupero manuali, il che avrebbe sicuramente allungato i tempi di ripristino».


MAPPA - La società dell’energia elettrica Prykarpattyaoblenergo

Il punto è, concordano vari relatori, che quell’attacco sarebbe potuto essere molto più potente e dannoso, se gli attaccanti avessero voluto. Qual era allora il suo scopo? «In circostanze simili interpretiamo tali azioni come atti di deterrenza, così come l’Iran dopo essere stato colpito da Stuxnet (il malware americano-israeliano che danneggiò le centrifughe di un centro iraniano di arricchimento dell’uranio, ndr) rispose attaccando le banche americane», dichiara Nigel Inkster, dell’International Institute for Strategic Studies in Gran Bretagna e un passato ai vertici del MI6, i servizi segreti britannici che si occupano di spionaggio estero. Per Inkster, come per altri qui al convegno, la Russia è il principale indiziato di quell’attacco; anche se ammette che «potrebbe anche essere stato condotto da criminali che comunque pensavano di fare qualcosa di gradito al governo».

Sebbene si tratti di un terreno scivoloso, in cui puoi passare dallo spionaggio al sabotaggio con pochi colpi sulla tastiera - sostiene Kenneth Geers, del Centro di eccellenza per la cooperazione nella difesa cyber della Nato - se fossero coinvolti gruppi cybercriminali russi si dovrebbe comunque pensare a un qualche collegamento con Mosca. La ragione ha a che fare anche col tipo di zona interessata. «In Ucraina abbiamo visto attacchi informatici di ogni tipo - commenta Geers a La Stampa - rivolti a reti di telecomunicazione, energia, trasporti, aeroporti. Sono state bloccate le comunicazioni telefoniche di ufficiali ucraini sul campo o le comunicazioni radio. Sono stati attaccati siti web governativi, media e banche. E poi è arrivato il blackout conseguente all’attacco a una utility dell’energia, un tipo di azione che in qualche modo gli esperti si aspettavano da anni. Quindi è stata un po’ una pietra miliare nel panorama della cybersicurezza. Certo, avrebbe potuto fare danni molto più seri». C’è stata molta «sperimentazione» da quelle parti, conclude Geers.


Nella foto: Philip Lark, del George Marshall European Center for Security Studies, mostra la mancanza di esperti in sicurezza di sistemi di controllo industriale durante l’European Cybersecurity Forum

Dal punto di vista della guerriglia digitale l’Ucraina è stata negli ultimi due anni un laboratorio, così come lo erano state loro malgrado Estonia e Georgia nel 2007 e 2008, quando avevano subito pesanti attacchi informatici alle loro infrastrutture. Anche in quel caso sul banco degli imputati c’era la Russia. L’opinione comune qui è che questo genere di attacchi di alto livello a infrastrutture critiche siano possibili, per ora, solo da parte di soggetti con molte risorse. E siano legati in genere a veri e propri conflitti militari, come appunto in Ucraina.

Diverso il caso di quelle che sono chiamate “minacce ibride”, dove gli attacchi informatici non sono distruttivi ma puntano a usare come leva la diffusione o manipolazione di informazioni. Come esempio al convegno sono citati i recenti attacchi contro i server dei Democratici americani e il successivo leak di email. Ma ci sono stati anche i fantomatici hacker di nome Shadow Brokers che hanno rubato le armi digitali della Nsa. Di nuovo, in questo caso ancor più del precedente, ci si scontra col problema dell’attribuzione. Nessuno finora ha mostrato le prove che dietro quegli attacchi ci fosse Mosca.

«È difficile attribuire attacchi sponsorizzati da Stati e soprattutto provarlo», commenta a La Stampa Melissa Hathaway, che è stata consulente della sicurezza informatica (qualcuno la chiamava cyberzarina) per le amministrazioni Bush e Obama. «Tuttavia quando vedi che alcune azioni puntano a colpire la legittimità di un Paese mettendone in discussione processi democratici allora puoi probabilmente inquadrare quegli attacchi a livello statale. Poi è vero che nello scenario digitale russo c’è una forte componente criminale e non è detto che Mosca sia sempre in controllo di quello che avviene lì».


Nella foto: Melissa Hathaway

Insomma, di fronte alla complessità tecnica dell’attribuzione, la decisione di dichiarare che un certo attacco è stato fatto da uno Stato si sposta su un piano più alto, quello politico. Nel mentre «assistiamo a una militarizzazione del dominio cyber e alla creazione di unità speciali da parte di tutti gli Stati», commenta Inkster. Del resto la Nato ha riconosciuto il fatto che di fronte a un’aggressione informatica comparabile a un attacco armato convenzionale possa essere invocato l’articolo 5 del Trattato nord-atlantico, ovvero l’intervento degli altri Paesi alleati. Non ci sono però criteri chiari su che tipo di attacco debba essere; diciamo che per ora il consenso fra gli addetti ai lavori è che difficilmente se ne vedranno di tal genere.

Il problema, per molti Stati, è come trattare semmai tutto ciò che si situa sotto questo livello, tra propaganda, disinformazione, guerra psicologica o anche danni economici. Come appunto l’incursione nei server del Comitato nazionale democratico. Non a caso sul tema è intervenuta la candidata alla presidenza Hillary Clinton, proprio nel recente confronto con Donald Trump. Dopo aver enumerato la presenza sulla scena di vari attori - criminali e statali, così come gli attacchi recenti subiti dagli Usa - Clinton è stata molto esplicita: »Vogliamo che sia chiaro - che si tratti di Russia, Cina, Iran o altri - che gli Stati Uniti sono molto più potenti al riguardo. E non staremo fermi a permettere che attori statali rubino le nostre informazioni, dal settore privato o pubblico. Non vogliamo usare gli strumenti che abbiamo e non vogliamo essere coinvolti in un diverso tipo di guerriglia. Ma difenderemo i nostri cittadini».

TERRORISTI E RETE
Nel caso dell’uso della Rete da parte dei terroristi - per comunicare, diffondere propaganda e ottenere informazioni - non sembra esserci una strategia chiara da parte dell’Europa. Tranne il fatto di facilitare la rimozione di contenuti online, di spingere sulle aziende perché facciano lo stesso e di aumentare i poteri statali di sorveglianza delle comunicazioni. Quello che sembra mancare è però un consenso sull’effettiva efficacia di tali misure. O anche un’idea complessiva su come affrontare il fenomeno. Inoltre il coinvolgimento di aziende private in questo specifico campo - investigativo - solleva problemi di trasparenza, rendendo più difficile il controllo su strumenti e procedure, fa notare Lucie Krahulcova, della Ong Access Now. Che aggiunge: anche la rimozione di contenuti estremisti online rischia di essere soprattutto una cancellazione di intelligence utile.

«A livello investigativo monitorare (e infiltrare) un terrorismo diffuso e decentralizzato come quello di Isis è un problema», commenta a La Stampa Jamie Shea, vice segretario generale per le sfide emergenti di sicurezza della Nato. «Del resto pensiamo alla Francia che deve tenere sotto controllo circa 13mila sospetti, tutti molto giovani. Comunque, seguire la tracce digitali non è una panacea, non risolve tutto a livello di indagine. Se conti troppo su quelle, quando qualcuno sparisce dalla sfera digitale, rischi di andare incontro a un fallimento investigativo».


Nella foto: Nigel Inkster, The International Institute for Strategic Studies

Quello su cui bisogna lavorare, suggeriscono alcuni, è sull’attrazione esercitata dall’Isis, depotenziandone l’immagine. In quanto al problema di non riuscire a intercettare tutte le comunicazioni dei sospetti, un ex dirigente dei servizi britannici commenta così: «Durante la Guerra Fredda non siamo mai riusciti a “craccare” (violare, ndr) le comunicazioni cifrate russe, ma ciò nonostante, raccogliendo solo chi comunicava con chi, quando, quanto, come, potevamo capire moltissimo di quello che succedeva. E questo può valere anche oggi per il terrorismo». 

In quanto alla crittografia forte, «il genio è ormai fuori dalla lampada, ed è improbabile pensare di fare delle leggi per limitarla, anche perché i criminali di sicuro non le seguirebbero, né la si può mettere al bando», commenta a La Stampa Sean Kanuck, del Center for International Security and Cooperation alla Stanford University, e un passato nell’intelligence statunitense.

CYBER-CRIMINE
Infine, si è discusso molto di cybercriminalità. E di alcuni suoi sviluppi sempre più imprenditoriali e organizzati. Mentre chi dovrebbe contrastarli si trova di fronte a operazioni transnazionali, che rendono complicati anche interventi semplici. Inoltre la collaborazione fra Stati passa ancora molto a livello personale, mancano dei meccanismi più automatici e riconosciuti di azione e condivisione di informazioni al riguardo, commenta Tunne Kelam, membro estone nella Commissione per gli affari esteri del Parlamento europeo. Mentre lo scenario si fa più insicuro per tutti, dalle aziende ai cittadini. In questo senso, alcune speranze sono riposte in due recenti provvedimenti legislativi europei.

Il primo è il nuovo regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali, entrato in vigore lo scorso maggio, e che verrà applicato dagli Stati nel 2018. Una misura che tra le altre cose prevede il diritto dei cittadini di essere informati sulle violazioni dei propri dati personali a causa ad esempio di leak da database aziendali, come quelli avvenuti recentemente con Yahoo, LinkedIn e altre compagnie. L’altro provvedimento è la direttiva Nis (Network and Information Security) che stabilisce una serie di regole comuni a livello europeo sulla sicurezza informatica, prevedendo l’obbligo per gli operatori di servizi essenziali (infrastrutture critiche) e anche per le piattaforme digitali di notificare gravi incidenti di sicurezza all’autorità nazionale.

«Questi provvedimenti sono importanti», commenta ancora Melissa Hathway, «ma bisogna ricordare che siamo indietro e che negli ultimi 25 anni non abbiamo investito in cybersicurezza. E anche quando si parla di condivisione di informazioni fra aziende e agenzie statali, non è comunque chiaro cosa si dovrebbe fare poi con quei dati una volta che li hai. Riferire delle violazioni resta un fatto essenziale. E anche farlo tempestivamente. In questo senso ora sul caso di Yahoo e della fuga di dati sui suoi 500 milioni di account è possibile che le autorità di controllo americane, come la Federal Trade Commission, aprano un’indagine».