martedì 5 gennaio 2016

Un anno dopo la strage di «Charlie Hebdo» due vedove denunciano le falle nella sicurezza

La Stampa


Ingrid Brinsolaro, moglie del poliziotto guardia del corpo di Charb, presenta una denuncia contro ignoti per omicidio colposo aggravato. E la moglie del disegnatore Wolinski svela le presunte negligenze

 
 La copertina del numero speciale del settimanale, in uscita mercoledì 6 gennaio, a un anno dall’attacco terroristico che decimo’ la sua redazione.

un anno dall’attentato contro la redazione di Charlie Hebdo, il 7 gennaio 2015, è il tempo delle commemorazioni. Ma anche delle polemiche: quella tragedia poteva essere evitata? I rischi che correvano i giornalisti del settimanale satirico furono sottovalutati dalla polizia e dalle autorità pubbliche? E addirittura dalla redazione stessa? Le accuse partono da due donne, due vedove di due vittime di quell’attentato, realizzato in pieno giorno e nel cuore di Parigi. 

Ingrid Brinsolaro, la vedova di Franck – Lui era il poliziotto che assicurava la sicurezza di Stéphane Charbonnier, alias Charb, direttore di Charlie Hebdo. Franck Brinsolaro, un professionista di grande esperienza, venne ucciso quella mattina assieme a Charb e ad altre dieci persone. Ingrid, che è giornalista, alla guida dell’Eveil Normand, ritiene che il dispositivo di sicurezza di Charb, praticamente sulle spalle del solo Franck, fosse troppo leggero, viste le recenti minacce di al-Qaida, che aveva inserito il disegnatore nella lista dei suoi nemici più acerrimi. Non solo: la vedova Brinsolaro ricorda anche un episodio, troppo presto dimenticato.

Un giornalista di Première Ligne, società di produzione televisiva, che aveva sede nello stesso palazzo di Charlie Hebdo, nel dicembre 2014 era stato avvicinato in strada da una persona, che dalla sua auto gli aveva detto: «E’ qui che c’è Charlie Hebdo? E’ qui che si divertono a fare le caricatura del profeta? Verremo a vederli. Passate loro questo messaggio». Il giornalista aveva subito denunciato l’accaduto alla polizia. Ma niente era cambiato. Per questi due motivi Ingrid Brinsolaro ha deciso di presentare un ricorso alla magistratura parigina, perché si indaghi una volta per tutte sulle responsabilità delle autorità pubbliche.
 


Maryse Wolinski, la vedova di Georges – Lui era una delle firme storiche del settimanale, abbattuto quella tragica mattinata. Maryse Wolinski ha appena pubblicato un libro, dal titolo “Chérie, je vais à Charlie”: proprio l’ultima frase che il marito le disse uscendo di casa, «Cara, vado a Charlie». «Un giorno mi sono svegliata e mi è venuta una rabbia incredibile – ha raccontato Maryse alla presentazione del suo libro -. Perché mi sono detta: com’è possibile che una tale carneficina sia stata commessa nella sede di un giornale che era un obiettivo sensibile da anni?». Ma la vedova di Georges Wolinski è andata oltre:

«Non capisco come mai nel novembre 2014 tolsero il furgone della polizia che fino a quel momento aveva stazionato sotto il palazzo, dove aveva sede Charlie Hebdo. E misero fine ai controlli che c’erano prima di entrare nell’edificio». Senza contare che la prefettura aveva esaminato la situazione e aveva consigliato alla redazione di mettere una porta di sicurezza, come quelle delle banche, all’entrata del giornale o addirittura dell’edificio. «Ma i giornalisti di Charlie non l’avevano fatto, perché non avevano i soldi. Mi chiedo: perché non li hanno chiesti al ministero della Cultura o al comune di Parigi? Non voglio prendermela con loro, ma credo siano stati di una grande negligenza».

Facebook sitter

La Stampa


Ciascuno ha i buoni propositi di inizio anno che si merita. In cima alla mia lista ho messo quello di diventare adulto prima di ritrovarmi vecchio. Marc Zuckerberg di Facebook, che pur essendo molto più giovane è assai più adulto e pratico di me, intende assumere un maggiordomo artificiale ispirato al Jarvis di Iron Man, che gli obbedisca con fedeltà ma con meno servilismo degli umani che scodinzolano intorno a chiunque rilasci una scia di denaro o di potere. Nei piani di Zuckerberg il robot di famiglia dovrebbe soprattutto vigilare sulle esigenze della sua neonata di nome Max: dirgli se dorme, se piange, se ha fame. Una specie di super Salvavita Beghelli, per ora. Ma poi? Qual è il limite, se ne esiste uno?

Non liquidate la faccenda come uno sfizio da ricchi perché arriverà il momento in cui il maggiordomo artificiale di Zuckerberg busserà, debitamente brevettato, alla vostra porta. Portatovi probabilmente dallo stesso Zuckerberg, che dopo essere diventato ricco mettendo, o fingendo di mettere, gli esseri umani in relazione tra loro pensa già a farli interagire con le macchine, addirittura con una baby-sitter al silicio. Ma se una creatura che cresce accanto a una tata filippina impara a dire «girappa» invece di giraffa e «porno» invece di forno, cosa diventerebbe la piccola Max Zuckerberg il giorno in cui si relazionasse con un oggetto privo di emozioni e sempre uguale a se stesso? E se poi quell’oggetto arrivasse a provarle davvero, le emozioni, dove troverebbe la piccola Max la forza e il diritto di spegnerlo? 

Il necrologio di Yu, la nonna dei cinesi di Milano che smonta i cliché

Corriere della sera
di Alessandra Coppola

Yu Ying Cheng era arrivata nel capoluogo lombardo nel 1969. Il suo è il primo annuncio dedicato a una defunta cinese pubblicato sul Corriere della Sera. La donna, che cuciva borse nei laboratori in zona Canonica, si è spenta all’età di 80 anni

 La signora Cheng con il marito in uno scatto in occasione di un incontro con l’artista Maurizio Cattelan, amico della coppia

 «Nenè», la nonnina, «è salita in paradiso», e la figlia Rita, a nome di tutta la numerosa famiglia, ha dettato un necrologio al Corriere della Sera. Uno dei primi, forse addirittura il primo a memoria delle impiegate dell’ufficio, dedicato a una defunta cinese: Yu Ying Cheng, 80 anni, dal 1969 a Milano. Non aveva preso la cittadinanza italiana, perché non le erano mai arrivati i documenti giusti da Pechino. Ma non era voluta rientrare anziana in Cina, come invece avrebbe preferito il marito e come accade spesso tra i pensionati della prima generazione di immigrati.

«La mia famiglia è qui», diceva, «i miei nipoti sono qui». E a Milano, tra Paolo Sarpi, Porta Venezia e Crescenzago, c’è tutto il mondo di fatica e affetti costruito in 45 anni da questa donna minuta di straordinaria tempra. «Aveva sacrificato tutto per noi - dice la figlia Sofò - aveva lavorato tantissimo». Originaria di Shanghai, aveva sposato giovane il marito King. La coppia si era trasferita a Hong Kong (allora colonia britannica e porta verso l’Europa) e aveva avuto quattro figli. Il capofamiglia era partito quindi per Milano, chef nel primo ristorante cinese della città, La Pagoda. Era il 1962. Sette anni più tardi, Yu Ying l’aveva raggiunto con i bambini.

 Il necrologio pubblicato sul Corriere della Sera

«Per mantenerci cuciva borse nei laboratori di pelletteria in zona Canonica», continua Sofò. E intanto risparmiava per aprire un locale col marito, negli anni Settanta, il Mandarin, punto di riferimento storico in città. A partire dai ravioli. «I nonni hanno insegnato alle figlie come prepararli e le nostre madri hanno passato a noi il segreto», racconta la nipote Pui, che ha raccolto l’eredità di «Nenè» nel ristorante di via Lazzaretto, Lon Fon. «Uno dei migliori a Milano», lo considera il critico gastronomico del Corriere Valerio M. Visintin. Che promuove anche il locale del cugino, il Mandarin 2, «ristorante cinese di lungo corso, innervato dall’avvento delle nuove generazioni». 

Cliente abituale dei King, tra i tanti, uno dei più noti artisti contemporanei, Maurizio Cattelan, che aveva grande simpatia per i «nonnini» e li aveva anche messi in posa in uno dei suoi set, stesi sul pavimento di Villa Necchi Campiglio. I ravioli si fanno ancora tutti i giorni a mano. Ma la famiglia intanto si è allargata e mescolata nei matrimoni con gli «autoctoni». Il cinese non è la lingua dominante nei raduni dei King, alcuni dei nipoti non lo parlano più. Tutti hanno accento milanese, cittadinanza italiana. Ed educazione cattolica. I figli sono stati battezzati, e Nenè a modo suo pregava: Padre Pio assieme a Buddha in un altarino che teneva in casa. 

«Era una signora molto moderna - sottolinea Pui -, divertente, simpatica, una donna colorata». Si capisce anche dalla partecipazione alla trasmissione di Geppi Cucciari «G’Day», qualche anno fa su La7 , dove i Cheng interpretavano i «Cinesoni» (parodia italocinese dei Cesaroni) e la nonna era senza dubbio il personaggio più spassoso. Autoironica, con la «elle» serenamente sostituita alla «erre» e la disposizione a far ridere. Ma non meno autoritaria, capace di condurre da sola una dozzina di nipoti bambini a Milano Marittima d’estate. «Ci “minacciava” per gioco col bastoncino che si usa al tavolo del mahjong - ricorda Pui - lo chiamava “la bacchetta magica”». E con due perentorie parole era in grado di ricomporre in pochi istanti un’intera famiglia, tra Italia e Cina: «A tavola!».

5 gennaio 2016 | 08:35

Aziende e crisi: la nuova legge sul fallimento cancella persino la parola

Corriere della sera
di Sergio Rizzo

Nella riforma verrà sostituita dal termine «liquidazione giudiziale». Il cambiamento dovuto sia alla volontà del governo di eliminare un marchio d’infamia sia dal fatto che le procedure attuali durano anche 50 anni

 (Fotogramma)

 La prima riforma colpirà il vocabolario. Nessuno potrà più apostrofare un fallito dicendogli: «Fallito!» Semplicemente perché la parola fallimento sarà bandita dai codici.


La «sorpresa» è prevista nella legge delega che il consiglio dei ministri approverà fra un paio di settimane. Sostituiranno il vocabolo maleodorante con una ben più anodina espressione: «Liquidazione giudiziale». L’ultima piccola rivoluzione del politically correct lessicale, dopo quelle che hanno investito le nostre infinite leggi, dove i ciechi sono diventati «non vedenti» e i sordi «audiolesi», mentre la caccia veniva trasformata in «prelievo venatorio» e i lavoratori a rischio licenziamento si scoprivano addirittura, grazie a uno zelante sfrondone linguistico, «esuberanti».
Ma questa è diversa. 

Nella scomparsa della parola c’è l’essenza stessa della riforma del diritto fallimentare che Matteo Renzi ha detto di voler mettere in pista prima possibile, all’inizio di un 2016 che almeno da questo punto di vista comincia un po’ meglio dell’anno appena finito. La notizia è che per la prima volta dal 2011 i fallimenti sono in diminuzione: i dati di Infocamere la società di informatica che fa capo all’Unioncamere oggi presieduta da Ivan Lo Bello, dicono che nei primi undici mesi del 2015 hanno fatto crac 12.583 imprese, il 4,8 per cento in meno rispetto ai 13.223 dell’anno precedente. Anche se il maggior numero di procedure si registra ancora nel cuore economico del Paese, con il più elevato tasso di fallimenti in Lombardia (2,8 per mille imprese contro una media nazionale di 2,1): a conferma della fragilità della nostra ripresina. Il che non deve tuttavia deprimere le buone intenzioni. 

Perché eliminare quel marchio d’infamia, «fallimento», significa allinearsi «a una tendenza già manifestatasi nei principali ordinamenti europei di civil law , volta a evitare l’aura di negatività e di discredito, anche personale, che storicamente a quella parola si accompagna. Negatività e discredito non necessariamente giustificati dal mero fatto che un’attività d’impresa abbia avuto un esito sfortunato»: c’è scritto nella relazione che accompagna il disegno di legge. Dove si aggiunge che «anche solo dal punto di vista dell’immagine appare assai singolare che la normativa di base sia ancora costituita dal regio decreto 19 marzo 1942», approvato quasi 74 anni fa dal regime fascista, in piena Seconda guerra mondiale. 

Quella relazione porta la firma di Renato Rordorf, da pochi giorni presidente aggiunto della Corte di Cassazione, ex commissario della Consob. A lui il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha affidato nel febbraio 2015 la guida della commissione incaricata di mettere a punto il testo. Un incarico da far tremare le vene ai polsi, a giudicare almeno dai precedenti. 

Negli anni Ottanta il progetto di riforma della commissione presieduta dal giudice Piero Pajardi naufragò miseramente. E vent’anni dopo toccò a un’altra commissione, affidata al futuro vicepresidente del Csm Michele Vietti, ex parlamentare dell’Udc, misurarsi con quella materia densa di ostacoli insormontabili. 

Uno dei più ostici è rappresentato senza dubbio dalle resistenze delle potenti burocrazie ministeriali. Un esempio? Rordorf avrebbe voluto ridimensionare fino all’osso il ricorso all’amministrazione straordinaria, ma l’opposizione dei dirigenti del ministero dello Sviluppo economico l’ha costretto «a una profonda revisione dei testi inizialmente ipotizzati». Con il risultato che l’amministrazione straordinaria sopravviverà pressoché tale e quale, con il suo carico di grandi e meno grandi interessi. E si capisce perché. 

Quel meccanismo era stato introdotto per salvare le grandi imprese in crisi, il cui fallimento avrebbe comportano conseguenze economiche e sociali particolarmente gravi. È diventato invece negli anni un sistema per mettere le pezze anche a ospedali ed enti di formazione sindacali (come lo Ial Cisl Piemonte), distribuendo consulenze a professionisti amici e politici in disarmo: oggi ci sono 400 società commissariate, con 195 incarichi da commissario. Il tutto, ovviamente, affidato all’amorevole gestione del ministero dello Sviluppo economico. 

Eppure la filosofia stessa della proposta della commissione Rordorf contrasta in modo evidente con la logica dell’amministrazione straordinaria riservata al salvataggio di una determinata categoria di imprese. L’obiettivo di fondo della riforma è infatti quello di intervenire prima che la crisi aziendale diventi irreversibile, favorendo le mediazioni fra debitori e creditori e facilitando l’attivazione di piani di risanamento e gli accordi di ristrutturazione. 

Il tutto seguendo il principio di preservare finché possibile la gestione dell’impresa pur se in difficoltà. Al punto che pure l’istituto del concordato preventivo viene interpretato dalla riforma come uno strumento finalizzato a questo risultato, prevedendo che serva a superare gli stati di crisi «mediante la prosecuzione diretta o indiretta dell’attività aziendale». 

Quando poi la situazione dovesse precipitare, ecco un paracadute più efficace per i crediti dei dipendenti. Ma anche una rete di tribunali scelti in base a certi parametri, con lo scopo di evitare certi tempi biblici delle liquidazioni. Come quello sperimentato dalla piccola ditta barese Otello Semeraro, dichiarata fallita nel 1962 e la cui procedure si è chiusa mezzo secolo dopo, quando erano quasi tutti morti. E con il 60 per cento degli incassi evaporati in spese e compensi dei curatori...
5 gennaio 2016 (modifica il 5 gennaio 2016 | 07:53)

Scafista arrestato e subito liberato La rabbia di Zaia: «Che fallimento»

Corriere della sera

A giudizio del gip, il materiale inviato al tribunale di Treviso dalla Dda di Palermo non era sufficiente per giustificare la convalida dell’arresto. Ora il maliano potrebbe essere ovunque


TREVISO Un sospetto scafista e trafficante di uomini è stato arrestato nei giorni scorsi dalla squadra mobile di Treviso ma è stato subito rilasciato perché, a giudizio del gip, il materiale inviato al tribunale di Treviso dalla direzione distrettuale antimafia di Palermo sull’indagato, un 27enne maliano residente nel Trevigiano, sul quale indagava la procura siciliana, non era sufficiente per giustificare la convalida dell’arresto.

Sul caso è subito intervenuto il presidente della Regione Luca Zaia. «Il magistrato di Treviso ha diritto di ricevere dal collega siciliano tutti gli atti nella loro completezza – ha detto Zaia - . In merito alla vicenda, è la conferma (se ancora ce ne fosse stato bisogno) del fallimento totale del sistema di accoglienza predisposto da questo Governo, che riempie alberghi, caserme, appartamenti, di fantasmi senza nome né storia. Un Governo che impiega anche 18 mesi per identificare gli immigrati, senza riuscire a distinguere chi ha diritto e chi no a una accoglienza».

Secondo gli investigatori della distrettuale il 27enne avrebbe gestito il traffico di migranti tra l’Africa e l’Italia. Faceva da tramite tra i profughi sbarcati in Italia e i loro parenti disseminati in mezza Europa, e in un’occasione, lo scorso marzo, si sarebbe addirittura messo al timone di una carretta del mare salpata dalla Libia e fatta attraccare a Lampedusa con 300 profughi a bordo, tra cui donne e bambini. A Treviso però il 27enne c’era già arrivato nel 2011. Era stato ospite della Caritas fino alla fine dell’anno successivo, a fine 2012, quando aveva ottenuto un permesso di soggiorno per protezione sussidiaria della durata di 3 anni.

Ottenuto quel documento aveva lasciato la Marca per tornarvi lo scorso novembre, quando trovò ospitalità per una notte nel dormitorio di via Venier a Treviso, gestito anch’esso dalla Caritas. Il 26 dicembre però, convocato in questura per il rinnovo del permesso di soggiorno in procinto di scadere, gli agenti della squadra mobile gli hanno stretto le manette ai polsi. Poi il rilascio da parte del gip di Treviso: il 27enne ora potrebbe essere ovunque.

Team d’assalto, kamikaze, esplosione In un video l’ultimo attacco di Isis

Corriere della sera
di Guido Olimpio

Lo Stato Islamico ha diffuso i frammenti di un video - rilanciato su Twitter - che mostra l’attacco contro un’installazione nella regione di Ramadi

 

 WASHINGTON - Alcune postazioni irachene o siriane paiono gli avamposti degli uomini perduti. I soldati trincerati, qualche barriera, muraglioni in terra ma scarse difese contro i camion-bomba dell’Isis. I militari non hanno anti-tank adeguati per fermare le missioni suicide affidate a mezzi blindati che trasportano tonnellate d’esplosivo. Lo Stato Islamico ha diffuso i frammenti di un video - rilanciati su twitter da J. Farady - che mostra l’attacco contro un’installazione nella regione di Ramadi. La sequenza inizia con le istruzioni del comandante, il team d’assalto, i kamikaze, quindi l’avvicinamento al bersaglio, l’esplosione, i danni immensi. Evidentemente i terroristi a bordo di due veicoli sono riusciti ad entrare all’interno della base spazzando via tutto. Nelle immagini si scorgono le armi, le humvee distrutte e in un angolo un lanciarazzi RPG poco efficace contro le «bestie» che, oltre ad essere protette da piastre, montano reti che devono far deflagrare gli ordigni all’esterno.


Negli ultimi mesi gli iracheni hanno ricevuto sistemi più moderni proprio per contrastare la minaccia degli attacchi suicidi ma probabilmente non sono stati distribuiti a tutti i reparti. Situazione non diversa sul fronte siriano dove i camion esplosivi sono parte di molte battaglie. Tattica ripetuta all’infinito - e dunque non è certo una sorpresa - che però continua a funzionare sfruttando magari l’addestramento non sempre all’altezza dei militari. Migliore appare lo status di alcune unità curde assistite da forze occidentali. Proprio lunedì è stato confermato l’invio da parte della Germania di 60 lanciatori e mille razzi contro carro Milan rivelatisi preziosi nel contrasto di questa minaccia.

5 gennaio 2016 (modifica il 5 gennaio 2016 | 11:45)

Cucchi, il carabiniere e le vie dell’ingiustizia

Corriere della sera
di Aldo Cazzullo

È una strada già percorsa indicare «responsabili» di un «omicidio di Stato». Una strada che non conduce alla giustizia, ma a nuove ingiustizie.

 

Una strada che non ripara a un lutto, ma ne prepara altri. La storia non si ripete mai allo stesso modo; e in particolare i richiami agli anni Settanta sono sin troppo frequenti. Ma i post con le foto dei «colpevoli» sembrano davvero la versione digitale di gogne che negli anni di piombo, in un contesto ovviamente diverso, venivano costruite con le montagne di carta degli appelli, delle vignette, dei volantini.

Non si assomigliano le vicende, si assomigliano i fenomeni, che crescono in modo esponenziale: non a caso, il giorno dopo che Ilaria Cucchi ha additato all’odio del web un carabiniere indagato per la morte del fratello, la sorella di un’altra vittima, Lucia Uva, ha fatto lo stesso con un poliziotto. Ed è un fenomeno da fermare. Per le stesse ragioni che ci hanno indotti e ci inducono ad appoggiare la battaglia di giustizia che Ilaria Cucchi ha portato avanti in questi anni. Il rispetto del corpo dell’arrestato è il fondamento dello Stato di diritto. Qualsiasi violazione va perseguita con rigore. Il caso Cucchi era stato liquidato con leggerezza. Solo la tenacia di una sorella e di una famiglia l’ha tenuto vivo. Ma la strada passa dai processi, non dai social network. Ilaria stessa l’ha scritto su Facebook: «Volevo farmi del male, volevo vedere le facce di coloro che si sono vantati di aver pestato mio fratello...».

È davvero così: in questo modo ci si fa del male. E si rischia di farne involontariamente ad altri. È una tentazione, quella di vendicare o rivendicare in rete, cui anche uomini dello Stato hanno ceduto. E hanno sbagliato. Alcuni sono stati sanzionati, altri dovrebbero esserlo. Ma gli errori altrui, talora i crimini, non consentono il ricorso a una giustizia rapida ma sommaria come quella digitale. Resistere è difficile, in un Paese dove troppo spesso il male resta impunito. Ma resistere è sempre necessario.

5 gennaio 2016 (modifica il 5 gennaio 2016 | 07:36)

Il governo aiuta le banche: pensioni pagate in ritardo

Dietro alla morte del figlio dell’emiro di Dubai la doppia morale dei rampolli del Golfo

La Stampa


Ricchissimi ed esigenti, fuori dai loro paesi abbandonano i dettami dell’islam wahabita per festini orgiastici, alcool e droga

 

Automobili di lusso, festini orgiastici a base di alcool e droga, cornici di donne tutt’altro che modestamente coperte in osservanza ai dettami della sharia. Il doppio standard dei petrol-principi del Golfo, custodi del copyright della versione più integralista dell’islam wahabita ma al tempo stesso prototipi di estrema lussuria, è cronaca per i custodi di hotel come il Dorchester di Londra o il Claridges, dove le opulente macchine dei miliardari fanno la spola caricando e scaricando ospiti in jallabbya bianca e avvenenti fanciulle ingioiellate.

Poi ogni tanto, quando per esempio il giovane saudita Majed Abulaziz al Saud viene accusato di molestie sessuali multiple dalla polizia di Beverly Hills la cronaca si arricchisce di dettagli. Così, alcune settimane fa, la morte ufficialmente d’infarto del 33enne Rashid, figlio maggiore del regnante di Dubai Sheikh Mohammed, ha aperto una finestra sullo stile di vita di un playboy votato alle corse di cavalli quanto alla droga e alle donne che diversamente dai suoi “colleghi” occidentali ostenta(va) di condannare in pubblico quanto pratica(va) in privato (la sharia stile saudita prevede la pena di morte per omosessualità, adulterio e qualsiasi comportamento ritenuto immorale…).

Ogni estate è la stessa storia, raccontano al Daily Beast quelli che li accolgono al Plaza Athénée, di proprietà del Sultano del Brunei, e ricevono le prenotazioni di alberghi, suite, ristoranti o sale da tè come il Claridges dove a giugno non si trova un tavolo che non sia occupato da arabi del Golfo. Per sfuggire al caldo del deserto i rampolli delle miliardarie famiglie del Golfo, molti tra i 21 e i 26 anni, si trasferiscono in Gran Bretagna, nel sud della Francia o negli Stati Uniti con tanto di corte e parco auto. Con la Qatar Airways, che dedica interi voli al trasporto dei veicoli di lusso, si stima che gli spostamenti stagionali dei bolidi costino circa 30 mila dollari per ogni singola auto.

«Vogliono tutto quello che chiedono e lo vogliono subito, vogliono che li si guardi ma che non si domandi loro nulla» dice chi ci lavora. Danno risposte secche, una parola, niente nomi, sguardi fulminanti di chi pensa di potere qualsiasi cosa e di aver per giunta Dio dalla propria parte. Lo Sheikh Rashid era uno di questi playboy, forte di un patrimonio paterno stimato da Forbes in 1.9 miliardi di dollari (sebbene il padre, per il suo coinvolgimento in un omicidio, lo avesse privato del passaggio dei poteri preferendogli il fratello Hamdeen). E le principesse non sono da meno, come Maha bint Mohammed bin Ahmad al-Sudairi, cognata dell’ultimo re Abdullah, nota per aver occupato per 5 mesi 41 stanze allo Shangri-La Hotel di Parigi per oltre 7 milioni di dollari.

«L’export più fruttuoso verso il Golfo è quello di biancheria intima costosissima ma per niente raffinata» racconta un commerciante iracheno di abbigliamento che fa la spola con il Medioriente, Golfo in particolare. E non si tratta solo dei reggiseni piumati made in China che, alla portata delle tasche di tutti, sventolano in qualsiasi suk delle capitali arabe. I playboy del Golfo pagano molto e viaggiano spinti dalla bramosia di soddisfare i piaceri che crocifiggono in patria.

Tra il 2007 e il 2008 la periferia di Damasco era piena di nightclub in cui i principi sauditi andavano a “scegliersi” le minorenni irachene che le madri “vendevano” loro per mantenere numerose famiglie di profughi. Oggi avviene lo stesso alla periferia di Beirut, sono cambiate le ragazze, si tratta soprattutto di siriane, ma non sono cambiati i compratori. La morale più oltranzista non sembra turbare i sonni di chi la diffonde nel mondo musulmano fino alle derive jiadhiste: in fondo nel covo di Osama bin Laden fu trovata una quantità di materiale pornografico da far invidia ai suoi connazionali.

I professionisti del like: così attori, politici e aziende fanno il pieno sui social

Corriere della sera 
di Antonio Crispino /Corriere TV

E c’è chi paga per far condividere video anti islam

 L’ultimo caso è quello della Regione Campania che ha pagato una società per aumentare il numero di fan della propria pagina Facebook. In poco più di due mesi è passata da 4mila a 60 mila fan. Ma nella lista degli acquirenti di «like» ci sono attori, cantanti, politici e aziende. Per comprendere meglio questo mercato siamo andati dai cosiddetti ‘professionisti del like’, ossia coloro che promettono più click e fan in cambio di soldi.

Incontriamo due ragazzi di Bassano del Grappa che a poco più di 20 anni hanno basato su questo un business molto redditizio: fatturato da 20mila euro al mese (in forte crescita), cabriolet, vestiti alla moda. Tutto grazie alle offerte di pacchetti di “mi piace”. Gestiscono le richieste dalla loro stanzetta. Arriviamo la mattina presto e il computer è già inondato di ordini. C’è il cantante che ha richiesto trentamila fan sulla nuova fanpage, l’attore che vuole più followers su Instagram, il politico che chiede retweet. Un filone in espansione, quest’ultimo. «Ormai le campagne elettorali si sono spostate sui social network - dice Hamza El Hadri, fondatore della Socialsite - Non ci chiedono più di diffondere loghi o slogan ma di moltiplicare i “Mi piace” ai loro commenti».

I costi partono dai 19,90 euro fino ai 1400 euro per avere centomila fan. C’è un attore che compra praticamente ogni mese. L’ultimo versamento effettuato è stato di 750 euro. La sua pagina ha 170mila seguaci. Quando li contattò la prima volta ne aveva solo diecimila. «Ora va forte, la gente vede che è seguito e lo ritiene molto bravo. Del resto lei andrebbe a un evento dove ci sono solo due partecipanti?» dice Hamza. In questo modo qualsiasi banalità diventa un successo. Facciamo una prova. Pubblichiamo una semplice foto di un albero di Natale su Instagram. Dopo qualche secondo già abbiamo ricevuto un centinaio di apprezzamenti. Scrivere un post come “Oggi è una bella giornata di sole” diventa un tripudio di applausi. Anche se sul social di Zuckerberg i like viaggiano più lentamente.

Perché lì bisogna evitare l’antispam che blocca incrementi inconsueti. Tutto questo crea un effetto a catena tra i navigatori della rete. Anche chi non è interessato al contenuto tende a cliccarci su. «Semplicemente per la voglia di far parte di qualcosa di popolare», ci spiegano. E c’è chi ne approfitta. Come una persona che periodicamente paga per aumentare le condivisioni sui video anti islam o che descrivono questa religione come violenta, da temere. Si fa capire che “l’Islam moderato non esiste” per poi vantarsi di esprimere opinioni molto apprezzate: «Come vedete la pensano tutti come me».

Ma come funziona questo sistema e chi sono gli utenti che cliccano “mi piace”? Nessuno che vende questi servizi vuole svelarne il funzionamento. Sia perché non sempre è lecito sia perché ci sarebbero frotte di internauti pronti a imitarli. I due ragazzi che incontriamo ci dicono solo che si limitano a ricevere gli ordini e girarli a un network che poi si occupa della raccolta “like”. Il 25% di quello che guadagno va al network. Così funziona anche per gli altri, con poche varianti. Contattiamo uno di questi network. Ci fingiamo acquirenti. Non di like ma dell’intero sistema.

Gli spieghiamo che vogliamo metterci in proprio. Ci risponde un ragazzo di 25 anni, di Belluno, lavora con il padre in azienda ma al tempo stesso ha sviluppato questa attività sui social. All’inizio è diffidente. «Non ti posso dire come faccio ma ti dirò come fanno gli altri. E sono la maggioranza. Utilizzano degli shell script. Spiegato in parole povere… hai presente quando appaiono quelle finestre di benvenuto all’apertura di una pagina? Tu clicchi sulla X credendo di chiudere il pop up invece stai mettendo un “mi piace” da qualche parte. E chi programma questi script viene pagato profumatamente per inserirli».

Quella che ci descrive è solo una delle tante tecniche usate per accumulare like. Il funzionamento è molto simile a quello che vi avevamo spiegato per le truffe telefoniche. Tuttavia, il ragazzo per invogliarci a comprare ci garantisce che il suo sistema genera solo utenti reali. Lo proviamo. E tra i vari like ricevuti troviamo un certo Alfio Bellini, un maresciallo dei Carabinieri. Peccato però che negli archivi dell’arma non risulti nessuno con questo nome. “A meno che non faccia parte di reparti speciali come i servizi segreti non esiste nei nostri archivi” ci dicono dall’Arma che ha avviato una verifica. Il testo del profilo è scritto in indonesiano.E la maggior parte del traffico proviene dal Vietnam e dalla Thailandia. Sono tutti profili abbastanza standard: un paio di foto, qualche informazione generica e pochissimi amici. Quando lo facciamo notare, il responsabile del network cambia atteggiamento. Davanti all’evidenza è costretto a spiegare qualcosa di più. «Diciamo che gli utenti internazionali sono metà reali e metà non reali insomma».

Ma non erano tutti reali? «In realtà mi affido a degli esperti che non sono italiani e nemmeno americani, sono soprattutto turchi e arabi che sanno generare profili falsi. Li vendono a buon mercato. Altre volte sono sviluppati da software monitorati costantemente da hacker. Così facendo se Facebook attiva l’antispam si riesce prontamente ad aggirarlo». Questa specie di doping del gradimento virtuale non risparmia proprio nessuno e fa leva soprattutto su un fattore psicologico. Perché chi compra like aumenta il numero sul contatore della pagina ma non le persone che realmente lo seguono. Se poi l’acquirente è un’istituzione c’è da chiedersi a cosa serva visto che chi segue la pagina non sempre è reale.

«Una verifica l’abbiamo fatta anche sugli account di alcuni politici, eravamo curiosi - dice Hamza -. Ad esempio tra i seguaci di Matteo Salvini abbiamo evidenziato tantissimi fake, utenti non reali o utenti con profilo falso». A confermare quello che dice ci sarebbero i dati di Twitter Audit, un algoritmo creato da David Gross e David Caplan con l’obiettivo di quantificare gli utenti non reali su Twitter (si basa soprattutto sull’attività che i profili svolgono sul social network, ossia la data dell’ultimo tweet, il numero di tweet, etc Il software considera un fake l’utente che da molto tempo non usa l’account). Digitando il nome utente di Salvini risulta che quasi la metà dei suoi followers sarebbero finti o non attivi. Fa peggio Beppe Grillo. Dei quasi due milioni di fan, per Twitter audit ben 1.209,654 risultano falsi.

VIDEO


Violenze e intimidazioni nel convento delle suore, spunta un altro patto firmato col sangue

Corriere della sera 
di Amalia De Simone /Corriere TV

Avellino, l’inchiesta sull’Istituto religioso dei frati dell’Immacolata. C’è un’altra testimonianza: «Ecco la cartolina che ho dovuto compilare e firmare col mio sangue»

 Era il 1996 e lei era una ragazzina. Era entrata nel convento dei francescani dell’Immacolata minorenne, a soli 17 anni con il fervore di cui sono capaci i giovani e quel giorno, dopo solo pochi anni finalmente prendeva i voti. Le sembrò strano ma aveva tanta fiducia nelle sue superiore e in padre Stefano Maria Manelli e così non battè ciglio quando le chiesero di pungersi le dita e intingere il pennino nel sangue per scrivere la sua promessa su una cartolina. Da un lato l’immagine della Madonna, dall’altro la data e 7 righe scritte con una grafia incerta, incorniciate da pois diventati ormai di un rosso bruno. “Si, sono degli schizzi di sangue. Ero emozionata, la mano mi tremava. Era un modo per sentirci legate per sempre a quella vita e al Signore. Lo chiamavamo patto di sangue”.

Quando le faccio notare che il gesto è simile ad un rito di affiliazione tra quelli utilizzati dalle organizzazioni mafiose, lei spiega: “E’ vero... ma ci dicevano che dovevamo tornare alle origini e noi volevamo farlo. E’ una pratica che abbiamo fatto in tante, soprattutto noi che eravamo le “prime suore”. Oggi credo non si faccia più. Ecco perché le attuali suore dicono di non saperne nulla. Di queste cartoline credo ce ne siano poche perché ci dicevano di distruggerle o farle sparire dopo aver eseguito il patto. Io ne ho fatte due. Una non riesco a trovarla, l’altra, quella più importante fatta il giorno in cui presi i voti, l’avevo conservata a casa dei miei genitori”.

In effetti, l’unica promessa scritta con il sangue venuta fuori e relativa al caso delle suore e dei frati francescani dell’Immacolata era quella mostrata nella nostra videoinchiesta dello scorso 4 novembre . Dopo quella pubblicazione che affrontava la vicenda della vita nei conventi sparsi in tutto il mondo e facenti capo a padre Stefano Maria Manelli, fondatore dell’istituto di diritto pontificio, molti tra frati e suore, si sono fatti avanti spiegando la loro esperienza. Storie di plagio, cartoline vergate col sangue, marchi a fuoco (ne avevamo mostrato uno anche nella prima videoinchiesta), cibi scaduti, penitenze estreme con fruste e chiodini, sono ricordi costanti in quasi tutti i racconti.

Molte di queste storie sono in un dossier, elaborato da dal commissario apostolico del Vaticano, padre Fidenzio Volpi, nominato nel 2013 dopo la sospensione da parte di Papa Francesco, del superiore Padre Stefano Manelli. Dopo l’improvvisa morte di monsignor Volpi avvenuta lo scorso giugno, il legale che lo stava seguendo, Giuseppe Sarno, depositò tutto il materiale alla Procura di Avellino, poiché la sede dell’Istituto si trova a Frigento, nell’avellinese. Da qui, la pm Adriana Del Bene, con il coordinamento del procuratore Rosario Cantelmo, ha disposto indagini e proprio durante le feste natalizie, i carabinieri hanno sentito alcune ex religiose come persone informate sui fatti.

Secondo indiscrezioni le ex suore avrebbero confermato quanto riportato nel dossier, soffermandosi anche su comportamenti da parte del fondatore dell’Istituto definiti ambigui e che se venissero presi in considerazione dagli inquirenti potrebbero ricadere nelle ipotesi di reato di violenza sessuale. Verbalizzate anche dichiarazioni sul presunto utilizzo da parte del Manelli di vicende raccontate in confessione per intimidire le religiose e sulle modalità di raccolta dei soldi presso i “benefattori”. Il difensore di Manelli, l’avvocato Enrico Tuccillo, ha sempre sostenuto che si trattasse di calunnie e di aver presentato anche 3 querele contro ignoti. In procura c’è anche un altro fascicolo relativo alla gestione dei beni e del patrimonio dell’Istituto dei frati francescani dell’Immacolata: l’indagine è per truffa aggravata e falso ideologico e il 26 marzo scorso, ha portato al sequestro di 30 milioni di euro a due associazioni legate all’istituto.

Recentemente però la Cassazione ha dissequestrato tutti i beni. Padre Manelli, attraverso il legale Tuccillo, si è difeso con forza ribadendo che le accuse contro di lui sono solo falsità e cattiverie e più volte ha chiesto di poter incontrare il Papa. “Non sono calunnie, è dopo averlo sentito in tv che ho deciso di mostrare anche la mia cartolina e portare la mia testimonianza. - spiega la giovane ex suora - Quello che hanno raccontato le mie consorelle è tutto vero. I marchi a fuoco non li ho visti ma mi dicono che erano prerogativa delle suore che si trovavano in clausura, i cibi scaduti invece erano una pratica costante. Ce li facevano mangiare e dicevano che dovevamo offrirli a Dio. Se questo sacrificio fosse stato sincero, non ci sarebbe successo niente. Invece io sono stata molto male e ho avuto seri problemi all’addome”.

La ex religiosa parla anche delle penitenze estreme raccontando che quella per loro era la normalità in quanto dovevano pregare e frustarsi con la disciplina tutte le sere. “Mi ricordo di lei – ha detto la ex religiosa che testimoniò nella prima videoinchiesta – era una ragazzina semplice e allegra. Le dissero che non bisognava mostrarsi così. Le tolsero il sorriso”. Intanto qualche mese fa, a proposito di promesse o voti privati, la parola definitiva sulla questione è arrivata proprio da Papa Francesco che con un decreto a firma del prefetto Joao Braz Card. de Aviz e dall’Arcivescovo segretario Josè Rodriguez Carballo, ha dispensato di “tutti i membri religiosi dei frati francescani dell’Immacolata e delle suore francescane dell’Immacolata ed eventuali associati di questi istituti, dal voto privato (o promessa) di speciale obbedienza alla persona del fondatore”.

Dal Comune 400 euro a chi ospita profughi in casa: polemiche a destra

Corriere della sera

Il leader della Lega, Matteo Salvini: «Razzismo nei confronti degli italiani in difficoltà». Dura la presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni: «Denunceremo Pisapia in tribunale». La replica di Majorino (Welfare): «Siamo orgogliosi e non ci fermiamo»

 Quattrocento euro al mese alle famiglie che saranno disponibili a ospitare profughi. È quanto prevede un bando del Comune per selezionare famiglie residenti sul territorio che vorranno mettere a disposizione un alloggio idoneo come abitazione-residenza per i titolari di protezione internazionale. Immediata la protesta del leader della Lega, Matteo Salvini, che su Facebook ha scritto: «Il Comune di Milano, giunta Pd-Pisapia, pagherà 400 euro al mese chi ospiterà un immigrato a casa sua. Roba da matti. Vergogna, questo è razzismo nei confronti degli italiani in difficoltà!».

Si tratta di «una misura innovativa - la replica di Pierfrancesco Majorino, assessore al Welfare - che c’eravamo impegnati a mettere in campo mesi fa e che prevede anche forme di rimborsi per le famiglie ospitanti, configurandosi peraltro come una forma assolutamente vantaggiosa rispetto ad altre sul piano dei costi. Ovviamente la destra e la Lega gridano allo scandalo. Invece noi ne siamo orgogliosi e non ci fermiamo». L’incentivo, come sottolineato dallo stesso Majorino, si è reso possibile «grazie alla collaborazione tra Amci e Governo. U utilizzando risorse dello Stato - puntualizza il responsabile delle Politiche sociali - a Milano possiamo finalmente sperimentare l’accoglienza in famiglia di migranti, titolari di protezione umanitaria».

I criteri del bando
Può partecipare al bando, entro il 15 gennaio, chi risiede nel Comune di Milano e ha a disposizione una camera per gli ospiti, possibilmente con bagno personale. Tra i requisiti, anche due giorni di formazione obbligatoria e avere un colloquio con uno psicologo. Il tempo previsto di ospitalità è di sei mesi che possono essere prorogati. Il rimborso spese «con fondi statali» è di 350 euro mensili per ospite, massimo 400 se si accoglie più di una persona. Sarà la cooperativa «Farsi prossimo» a selezionare i rifugiati che saranno ospitati in famiglia.
De Corato: «Pensiamo ai nostri clochard»
Nel centrodestra, in molti hanno cavalcato la protesta si Salvini. Paola Frassinetti, coordinatrice regionale di Fratelli d’Italia, l’ha definita «un’idea indecente». Le fa eco Carlo Fidanza, responsabile Enti locali, che parla di «ennesima vergogna della giunta Pisapia». Secondo l’assessore lombardo al Territorio, Viviana Beccalossi (Fdi), si tratta di un’iniziativa da campagna elettorale che offre «l’ennesima squallida mancia in cambio dell’ospitalità di un profugo o presunto tale», mentre la giunta lombarda di Roberto Maroni «mette a disposizione dei cittadini il cosiddetto reddito di autonomia, cercando concretamente di aiutare gli italiani in difficoltà». 

L’ex vicesindaco Riccardo De Corato (Fdi) chiede invece al Comune di creare un fondo da dare a chi accoglie italiani poveri. «Andrò a incontrare i clochard italiani che ogni giorno trovano riparo in scatoloni di fortuna di fronte alle vetrine e sotto i portici della Galleria del Corso o in altre vie del centro di Milano, invitandoli a bussare all’assessorato di Majorino - promette per pretendere di entrare in un piano di protezione ed essere ospitati da famiglie italiane. Le quali, invece, potranno ricevere 300 o 400 euro al mese che il Comune mette a disposizione attingendo da fondi statali legati al sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati se ospiteranno una o più persone purché sottoposte a protezione internazionale».
Meloni: «Denunceremo Pisapia»
Dal centrodestra, tra le voci più dure si leva quella di Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia. Che, su Facebook, si dice pronta a sfidare il sindaco di Milano a suon di carte bollate: «Pisapia vuole dare 400 euro al mese ad ogni famiglia che ospiterà un immigrato richiedente asilo. È un atto illegale che Fratelli d’Italia è pronta a denunciare in tribunale». «La ragione - spiega Meloni - è semplice: così come l’articolo 42 del Testo unico sull’immigrazione del 1998 e sulla parità di trattamento e diritti sociali vieta a un’amministrazione pubblica di discriminare gli immigrati rispetto ai cittadini italiani nell’accesso ai servizi sociali, allo stesso modo un’amministrazione pubblica non può adottare provvedimenti che prevedono servizi sociali solo per gli immigrati ed escludano gli italiani. Fratelli d’Italia è pronta a difendere questo principio di giustizia sociale e a dimostrare in ogni sede che quello di Pisapia è un atto di discriminazione e di razzismo nei confronti del popolo italiano». 

4 gennaio 2016 | 17:18

I dolori di un giovane bilingue

repubblica.it
Di Giulia Depentor

Le 5 cose peggiori che ti possono capitare quando sei bilingue

 

La mia profonda invidia per le persone bilingui non è un mistero: quando la mia professoressa di inglese mi interrogava sui tempi verbali, quando cercavo di imparare la corretta grafia di “qu’est-ce que” (no, non ci sono ancora riuscita) e, più recentemente, quando mi sono ritrovata a dover pronunciare alcuni impossibili vocaboli in tedesco… la domanda era sempre la stessa: “Perché non sono bilingue, maledizione?”
 
È anche vero che da italiana, nata in Italia da genitori italiani… non ho avuto molte possibilità. Le lingue le ho studiate in seguito, a scuola e all’università, ma non è la stessa cosa.
Ci sono ancora dubbi riguardo alla nozione di plurilinguismo: alcuni sostengono che si ottenga solo sottoponendo un bambino a due – o più – lingue fin dal momento della sua nascita (ancora meglio, durante la gestazione), altri invece ritengono che corrisponda più semplicemente alla padronanza perfetta di più di un idioma.

Una delle poche certezze ottenute in seguito ai numerosi studi effettuati riguarda l’evoluzione del processo di apprendimento che, con l’avanzamento dell’età, da intuitivo diventa deduttivo. Per dirla con altre parole… Sì, è molto più naturale imparare le lingue se si comincia da giovanissimi.
Anche se oggi, da adulta, posso dire di parlare abbastanza bene due lingue oltre all’italiano, il mio rispetto per i bilingui è rimasto immutato: da piccola li annoveravo nella schiera delle creature mitologiche assieme a unicorni e centauri; da grande ho iniziato a importunarli con domande alle quali avevano già sicuramente risposto molte altre volte.

“Maaaa… in che lingua pensi?”
“Maaaa… in che lingua dici le parolacce?”
“Maaaa…. in che lingua sogni?”
“Maaaa… in che lingua hai voglia di mandarmi a quel paese?”
E così via.
Potete immaginare il mio disappunto quando ho scoperto che essere bilingui non è tutto rose e fiori.
“Sì” mi dicevano cercando di sbarazzarsi di me “è sicuramente un vantaggio ma… “
Ma?!?

dolori_bilingue

“… non so mai in che lingua litigare”

“Con il tedesco mi viene meglio ma mia mamma è americana e pretende che con lei io parli solo ed esclusivamente inglese. Fa finta di non capire oppure sfodera un accento così stretto e marcato, che io non so mai come rispondere perché colgo solo un quarto di quello che dice. Inoltre, quando litighiamo… mi corregge.
Riesci a immaginarti qualcosa di più fastidioso?”

“… traduco cose che non esistono”

“Ogni lingua possiede espressioni e modi di dire che non possono essere tradotti, non hanno una corrispondenza negli altri idiomi, oppure semplicemente… non rendono.
Mi è capitato di confondermi, di guardare il cielo e dire “oh, guarda, piovono gatti e cani” ("It’s raining cats and dogs") oppure, di una cosa molto facile, spiegare candidamente che si trattava di una fetta di torta…” ("It’s a piece of cake")

“… sono sempre lo straniero”

“Non se ne viene fuori: quando sei bilingue, i francesi ti dicono che sentono l’accento tedesco e i tedeschi che sentono quello francese. Inoltre, quando i tuoi amici teutonici – ad esempio – discutono di Nouvelle Vague, tu verrai interpellato come massimo esperto anche se l’ultima volta che sei andato al cinema ancora non c’era il sonoro. Viceversa, se l’argomento di discussione è l’idealismo hegeliano oppure l’influenza della teoria economica marxista sull’assetto mondiale…”

“… mi fanno sempre domande stupide”

“Maaaa… in che lingua pensi?”
“Maaaa… in che lingua dici le parolacce?”
“Maaaa…. in che lingua sogni?”
… tutti mi trattano come se fossi uno strano esperimento genetico, mi chiedono di dire cose in questa o quella lingua oppure di tradurre in tempo reale un film non sottotitolato. Mi chiedono se mi confondo; pensano che sapere bene due lingue significhi necessariamente essere in grado di tradurre qualunque cosa; in qualche caso, concludono dicendo che sì, sarò anche un poliglotta, però non potrò mai avere un livello alto in nessuna delle due lingue. Contenti loro…”

“… non so mai per quale squadra tifare”

“Essere bilingue significa appartenere a due diverse culture e trovarsi a metà tra un paese e l’altro. Questo non è assolutamente un problema, anzi. Le difficoltà serie le incontri quando le nazionali dei tuoi due paesi si affrontano nella finale dei mondiali di calcio. Allora sì che diventa un problema!”

Che dire?
Questi svantaggi – se così li vogliamo chiamare – vengono certamente superati dai lati positivi: parlare bene più di una lingua, specialmente al livello dei madrelingua, è davvero…“una figata pazzesca”!
(e a questo punto, se avete colto la citazione cinematografica, mi aspetto anche i 92 minuti di applausi)