lunedì 11 gennaio 2016

Le cronache di Boldrinia": tutti i crimini di rom e immigrati

- Lun, 11/01/2016 - 17:41

Il deputato della Lega Nord, Paolo Grimoldi, lancia la rubrica su tutte gli "orrori dei protetti della presidente: rom e immigrati"



"Le cronache di Boldrinia" sembra un nuovo - ironico - romanzo, e in qualche modo lo è.
Nel senso che Paolo Grimoldi, deputato della Lega Nord, ha lanciato sulla sua pagina Facebook tutte le "malefatte" di quelli che l'onorevole chiama "gli orrori dei protetti della presidenta: rom e immigrati".

In pratica, Grimoldi si prenderà la briga di pubblicare online, come una sorta di rubrica, i fatti di cronaca che riguardano i crimini degli immigrati. Quelli che, secondo l'onorevole, vengono difesi da Laura Boldrini. I suoi follower dimostrano di apprezzare l'iniziativa.
La cosa certa è che il romanzo delle "Cronache di Boldrinia" avrà molte cose da raccontare. Il materiale non manca.

Integrare senza sensi di colpa

Corriere della sera
  di Ernesto Galli della Loggia

 

 Quando da molte parti s’invoca verso gli immigrati una politica volta all’integrazione, di che cosa parliamo in realtà? Che cosa intendiamo esattamente? E per cominciare: in che cosa pensiamo che gli immigrati debbano integrarsi? Lo ha detto chiaramente l’altro ieri la cancelliera Angela Merkel: vogliamo che gli immigrati assorbano «i fondamenti culturali del nostro vivere insieme», che essi s’integrino, cioè, nel sistema di valori, di regole e di comportamenti socialmente ammessi che vigono da noi. Ma cos’altro rappresenta tutto questo, mi chiedo, se non una cultura, nel caso specifico la nostra cultura? L’integrazione, insomma, è integrazione in una cultura, l’adozione di fatto (volontaria o involontaria non importa) dei suoi tratti caratteristici di fondo, della sua visione del mondo. O è questo, o semplicemente non è.

Ma se le cose stanno così bisogna allora rendersi conto delle conseguenze che ne derivano. In particolare del fatto che un tale progetto d’integrazione è radicalmente contraddittorio, per non dire incompatibile, con l’idea e la prassi del multiculturalismo. Quel multiculturalismo che invece in Occidente moltissimi ancora considerano la linea guida da seguire nel rapporto con l’immigrazione: anche perché espressione del «politicamente corretto». 

Questo multiculturalismo all’insegna del «politicamente corretto» è alimentato da decenni dal pregiudizio che la nostra civiltà si sarebbe macchiata di misfatti di qualità e quantità superiori a tutte le altre, e quindi si sente in dovere della più esasperata attenzione verso ogni minoranza o gruppo non occidentale, percepito per definizione come potenziale vittima di soprusi. Esso non solo può essere protagonista di episodi di ridicolaggine assoluta (ma significativa), di cui di recente hanno dato notizia i giornali, come la protesta del campus dell’Università di Yale contro l’intitolazione di un edificio al presidente americano Wilson perché a suo tempo «favorevole alla supremazia bianca»,

ovvero come la protesta sempre di un gruppo di studenti dell’Ohio, mobilitatisi in grande stile contro l’indebita «appropriazione culturale» di cui si sarebbe macchiata la caffetteria del loro college preparando dei piatti etnici ma scostandosi dalla loro preparazione tradizionale. Esso ha avuto sicuramente una parte non piccola anche nel comportamento timido fino all’omissione della polizia di Colonia la notte dell’ultimo dell’anno, così come dell’occultamento per giorni della notizia di quei fatti da parte dei media tedeschi, o delle infelici, ridicole, dichiarazioni del sindaco della città. 

Il multiculturalismo consiste nell’idea che in una società possano / debbano convivere senza problemi culture diverse. Anche molto diverse. Il guaio è che la cultura non è come un cappotto, che uno può infilarsi o sfilarsi a piacere. Quando se ne possiede una, e si ha intenzione di mantenerla, è molto difficile, pressoché impossibile, adottarne insieme un’altra. Se si crede in certi valori, è difficilissimo farne propri allo stesso tempo anche altri. Se per esempio è radicata dentro di me una certa idea dell’altro sesso e dei rapporti tra i due, una certa idea del rapporto tra la religione e lo Stato, una certa idea del mio passato storico, del suo significato e del suo rapporto con quello altrui, e se, come è ovvio, da ognuna di queste idee discendono comportamenti conseguenti, come potrò mai integrarmi davvero in un’altra cultura? Come potrò mai essere in certo senso due persone diverse contemporaneamente? 

Non a caso una società realmente multiculturale - che non è quella che ci fanno vedere nei film dove tutti contenti mangiamo insieme il cous cous o indossiamo una pittoresca djellaba , ma è caratterizzata da una molteplicità paritaria di culture - questa società non esiste in alcun luogo del pianeta. In ogni società vi è una cultura dominante, cioè quella che determina il quadro delle regole generali. Regole che - va sottolineato con forza - anche nel caso delle attuali società democratiche, direi anzi soprattutto in queste, non sono mai neutre, quindi condivisibili (e perciò osservabili) da tutti senza problemi.

Esse, invece, rappresentano e tutelano sempre determinati modelli di vita, determinati valori, frutto di una determinata storia, specialmente religiosa. Bisogna quindi avere il coraggio di dirlo e soprattutto di farlo capire a chi viene tra noi, non nascondendo che ciò vale soprattutto per coloro che provengono dal mondo islamico. Per gli immigrati integrarsi implica necessariamente la rinuncia a una parte più o meno importante della propria cultura. Perlomeno significa accettare che l’ambito d’influenza di essa - per esempio di alcuni modi tradizionali d’intendere la propria fede religiosa - incontri dei limiti più o meno significativi. 

Abbiamo il dovere di offrire agli immigrati protezione e opportunità, eguaglianza e godimento dei diritti. Dobbiamo facilitarne l’ingresso nel mondo del lavoro (anche magari con percorsi di favore), soprattutto garantendoli dallo sfruttamento di padroni e imprenditori senza scrupoli (ciò che facciamo poco e male). In parecchi casi non dobbiamo esitare a concedere anche la nazionalità. Ma non dobbiamo esitare a chiedere, e se necessario a imporre - anche grazie a nuove disposizioni, a eventuali nuovi e più penetranti poteri ai servizi sociali o alle autorità di polizia locale e non - alcune regole.

Che per esempio dopo un certo periodo di tempo per ottenere il permesso di soggiorno sia necessario dimostrare il possesso della lingua italiana. Che la predicazione nei luoghi di culto non debba avere carattere politico. Che all’interno dei nuclei familiari le mogli debbano avere accesso alla lingua italiana e godere piena libertà di movimento (ciò che oggi in un gran numero di casi non avviene). Che l’obbligo scolastico dei minori sia rigorosamente osservato per entrambi i sessi. Che le adolescenti non siano rispedite nei Paesi d’origine per contrarre matrimoni combinati (come invece è attualmente frequente). 

Sono solo pochi esempi di un genere di questioni e di problemi che le classi politiche del nostro continente devono affrontare subito con la massima decisione e lungimiranza. Se finora l’Unione Europea ha fatto poco o nulla in questo ambito, il governo italiano ci pensi da solo. Abbia immaginazione e fermezza, soprattutto non abbia paura di avere coraggio: da ogni punto di vita non ha che da guadagnarci. 

10 gennaio 2016 (modifica il 10 gennaio 2016 | 07:41)

Non roviniamo la reputazione dei nomadi violenti

il giornale.it


U n pensionato di 63 anni aggredito da quattro persone della comunità sinti di Genova e ancora ricoverato in prognosi riservata.


La Lega ha inscenato un sit-in per chiedere la chiusura del campo nomadi di Bolzaneto. Di Genova (e del Pd) è il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, che dà la scontata solidarietà al pensionato, ma precisa: «È sbagliato strumentalizzare e soffiare sul fuoco dell’odio criminalizzando un’intera comunità per raggranellare qualche voto in più».

Non rovinate la reputazione dei picchiatori.

Vauro sulle violenze di Colonia: "Stupriamo noi le nostre donne"


Parla l’uomo scappato dai lager di Kim Jong-un: “Si muore di fame, serve primavera nordcoreana”

La Stampa


Shin Dong-hyuk, primo esule della Corea del Nord ad esser nato in un campo di prigionia che è poi riuscito ad uscirne vivo: «Sfrutta il suo popolo con l’inganno, lo dimostra il fatto di aver costruito una chiesa finta a Pyongyang per incassare le offerte»

 

«Kim Jong-un è terrorizzato dall’apertura dei Paesi comunisti, sfrutta il suo popolo con l’inganno, lo dimostra il fatto di aver costruito una chiesa finta a Pyongyang per incassare le offerte. E continuerà ad essere sanguinario con la sua gente e arrogante col mondo perché in fondo la comunità internazionale glielo consente, per fermare Kim occorre una “primavera nordcoreana”». A farci fare un viaggio introspettivo nell’animo del giovane leader è il protagonista di «Fuga dal Campo 14» una biografia scritta dal giornalista americano Blaine Harden su Shin Dong-hyuk, primo esule della Corea del Nord ad esser nato in un campo di prigionia che è poi riuscito ad uscirne vivo, fuggire dal suo Paese e raccontare la sua storia al mondo. Il libro tratta la sua vita dalla nascita nel 1982 al 2012, e Blaine lo ha scritto grazie a una lunga serie di interviste fatte a Shin e ad altri amici dell’esule. È uscito nel 2012, e tradotto in 28 Paesi, tra cui l’Italia in cui è stato pubblicato grazie alla casa editrice «Codice Edizioni».

Shin, secondo lei perché Kim Jong-un ha condotto il test ora?
«Il cambiamento dei tempi e la situazione politica internazionale che vede l’inesorabile tramonto del comunismo e l’apertura dei Paesi comunisti, spinge il giovane leader a reagire in maniera pericolosa, in primo luogo rafforzando la sua immagine nei nuovi assetti mondiali. Senza dubbio l’apertura di Cuba e il riallaccio delle relazioni diplomatiche con gli stati Uniti è stato un duro colpo per Kim. Da qui la sua reazione: la cosa devastante è che ciò avviene a spese della popolazione civile che già non ce la fa a sopravvivere».

Quindi è anche un modo per distrarre il suo popolo dalla grave situazione interna?  
«I nordcoreani hanno sofferto pene e fame a lungo e sono vittime della propaganda del regime, nonostante questo il regime continua a far cassa sulla pelle del popolo. Spreme i minatori del nord per vendere minerali alla Cina, perché sono soldi facili, schiavizza la propria gente e la spedisce in Siberia o a Dubai per lavorare nelle foreste o costruire grattacieli nel deserto, in cambio di pochi dollari al giorni, mentre la gran parte la incassa il governo.

È così disperato e affamato di denaro che ha fatto costruire una chiesa (in realtà non è consacrata) a Pyongyang, ovvero nella capitale di un Paese dove ogni culto religioso è proibito, pena la prigione nei campi. Nella chiesa si celebrano funzioni ma solo perché il regime spera che visitatori, fedeli di passaggio, turisti, o uomini d’affari lascino un’offerta. Poi gli esattori del regime puntualmente passano a incassare».

A guardare gli organi di informazione del regime sembra però che la popolazione sia galvanizzata dall’ultimo test di Kim...
«Il popolo nordcoreano viene cresciuto senza avere nessuna idea di quello che accade al di fuori dal Paese, c’è solo una tv e una radio di Stato che trasmettono solo discorsi e annunci del leader. Mostrano Kim che inaugura scuole e ospedali, ciò rappresentato come un regalo che il leader fa al suo popolo. Nei campi di lavoro invece non c’è neppure quello, nessuno ha idea di cosa accade neanche nel loro stesso Paese».

E’ vero che Kim sta perdendo credibilità specie tra i militari?
«E’ risaputo che Kim è andato al potere a un’età davvero giovane, ha appena compiuto 33 anni. È stato il peggior dittatore della dinastia, lontanissimo dal padre e dal nonno. Ed è anche aumentato 30 chili: ciò dimostra stress e nervosismo».

Ritiene che Kim abbia davvero il coraggio di attaccare gli Usa?
«No, non penso proprio. Chi è più a rischio per la follia del giovane leader è il popolo nordcoreano».

Come è possibile contenere Pyongyang?  
«C’è un errore di fondo della comunità internazionale e delle Nazioni Unite, un errore di valutazione. Non è la prima volta che il regime conduce test con armi letali, allora perché concedono sempre più tempo? Perché l’Onu tollera ciò? I proclami delle potenze internazionali sono molti ma le azioni mancano».

Quindi i tentavi di allacciare rapporti con Kim sono inutili?
«Mi hanno riferito che il senatore Antonio Razzi ha incontrato o incontrerà l’ambasciatore nordcoreano a Roma e che sostiene la necessità per gli italiani di essere amici della Corea del Nord e sostenere la fine delle sanzioni e dell’embargo. Ebbene al senatore Razzi dico che lui e l’Italia dovrebbero essere amici del popolo nordcoreano e non della sua leadership che se potesse priverebbe anche l’Italia della libertà».

Quindi è d’obbligo la linea dura con Pyongyang?  
«Vorrei ricordare che anche Gheddafi aveva diversi politici come amici, anche italiani mi sembra, ma quando il popolo ha iniziato la rivolta non c’è stato nulla da fare per lui. Questo è quello che mi auguro per il mio Paese, una sorta di primavera nordcoreana. Voglio dire a tutti gli italiani di documentarsi, di leggere d informarsi su cosa accade davvero in Corea del Nord, e di dare anche loro un contributo affinché i bambini nordcoreano non vivano una vita da incubo come i loro genitori e nonni».

Postini precari: la notifica è nulla

Farà certamente discutere la sentenza del Giudice di Pace di Taranto che ha ritenuto nulla la notifica effettuata da uno dei portalettere assunti da Poste Italiane con contratti precari a tre mesi: giovani disoccupati, cioè, con rapporto di lavoro a tempo determinato, chiamati anche “trimestrali”


Farà certamente discutere la sentenza del Giudice di Pace di Taranto che ha ritenuto nulla la notifica effettuata da uno dei portalettere assunti da Poste Italiane con contratti precari a tre mesi: giovani disoccupati, cioè, con rapporto di lavoro a tempo determinato, chiamati anche “trimestrali”.


Secondo la pronuncia in questione (consultabile nell’articolo “Firma illeggibile, nulla la notifica”), tali soggetti non rivestirebbero la qualifica di pubblici ufficiali, posto il carattere “precario” dell’assunzione cui hanno fatto ricorso le Poste. Con la conseguenza che non avrebbero anche il potere di certificare l’identità del soggetto firmatario e la corrispondenza tra questi e la firma posta sull’avviso di ricevimento della raccomandata. Di conseguenza, laddove la suddetta sottoscrizione sia illeggibile, se l’addetto alla posta non richiede al destinatario una copia del documento di identità e non si cura di indicarne e trascriverne gli estremi sul registro raccomandate, la notifica è nulla.

La questione, come sottolinea è estremamente delicata e, qualora dovesse trovare avallo anche nelle altre aule di tribunale, di certo di avrebbe un effetto a cascata non solo sulle notifiche degli avvisi di accertamento notificati dall’Agenzia delle entrate (come era stato nel caso di specie deciso dal giudice pugliese), ma anche sulle cartelle di pagamento di Equitalia, come per qualsiasi altro tipo di atto, anche a carattere giudiziale. Insomma, gran parte degli atti notificati dal fisco o, anche, tramite l’ufficiale giudiziario ma “a mezzo posta” (ossia tramite delega al servizio di Poste Italiane) sarebbero nulli.

Laura Boldrini, il raggelante commento sugli stupri: ecco cos'è successo a Colonia secondo lei

Libero


Laura Boldrini, il raggelante commento sugli stupri: ecco cos'è successo a Colonia secondo lei
A Colonia la notte di Capodanno sono andati in scena "atti di mancanza di rispetto, anche violenti". Da Laura Boldrini, regina del politicamente corretto, molti non si sarebbero aspettati queste parole. O forse sì, perché gli uomini che hanno molestato sessualmente decine di donne tedesche in piazza, sarebbero nordafricani, forse rifugiati, sicuramente stranieri. Da qui, forse, le parole molto caute del presidente della Camera, ex portavoce dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Certo, come riporta l'agenzia Aska, la Boldrini ha parlato di aggressioni "veramente inaccettabili" (e ci mancherebbe), che vanno "condannate", "fatti molto gravi", "ferma condanna" e via discorrendo.

Ma quel passaggio, "Mi auguro che le autorità tedesche riescano quanto prima a fare chiarezza e le persone che si sono permesse questi atti di mancanza di rispetto anche violenti ne rispondano davanti alla giustizia", suona molto morbido, anzi troppo. Specie uscito dalla bocca di chi, come la Boldrini, sul rispetto delle donne ha costruito buona parte della propria carriera politica e reputazione. Una prova? Un paio d'anni fa molti grillini l'avevano insultata sul blog di Beppe Grillo, rispondendo alla domanda "cosa fareste se vi trovaste in macchina con la Boldrini?". Lei li aveva definiti, secca: "Potenziali stupratori". E il branco di Colonia? Stranieri, giusto un po' irrispettosi.

Germania, il mistero dei 372 neonazisti scomparsi

La Stampa
 tonia mastrobuoni

Gli ordini d’arresto emessi per omicidi, aggressioni e rapine non sono stati eseguiti. L’incubo di una nuova rete terrorista: sono entrati in clandestinità?

 

 Che fine hanno fatto 372 neonazisti tedeschi che dovrebbero stare da mesi in carcere? A metà settembre risultavano 450 mandati di arresto contro 372 estremisti di destra, condannati per omicidi, gravi aggressioni, rapine in banca, frodi o furti. Delle due l’una: o la polizia non li ha trovati oppure sono entrati in clandestinità. Un’ipotesi che spaventa molti, dopo il caso Nsu, la cellula nazionalsocialista scoperta nell’autunno del 2011 che per anni ha assassinato stranieri, poliziotti e ha alimentato una strategia della tensione con attentati dinamitardi in alcune città tedesche.

Rispondendo a un’interrogazione parlamentare della deputata dei verdi Irene Mihalic, il governo ha ammesso che al 15 settembre erano stati emessi ma non eseguiti quei 372 ordini di arresto. Un numero, oltretutto, in aumento. Nel 2013 i mandati di arresto erano ancora 268, il 30% in meno. Mihalic è preoccupata «che i neonazisti compiano crimini gravi in clandestinità, e che, di nuovo, non se ne accorga nessuno». Ancora: «Dove sono questi estremisti? Stanno creando una nuova rete terroristica?». Un interrogativo angosciante.