martedì 12 gennaio 2016

Il bue che dice cornuto all'asino

- Mar, 12/01/2016 - 14:49

Gli italiani convertiti all’Islam: “Così abbiamo trovato le risposte che cercavamo”

La Stampa


Tra i connazionali che hanno scelto di abbracciare la religione di Allah. Chi per curiosità, chi per inseguire un amore, chi per una scelta politica. Per tutti fondamentale il Web

 

«Quando nel 2005 mi sono convertita, l’islam era come il demonio. C’era stato da poco l’attentato alle Torri Gemelle. L’attenzione verso l’islam era forte, soprattutto in una visione negativa». 

«Fu in que l momento che la mia curiosità si accese verso quella religione. Volevo capire cosa c’era davvero di cattivo. Dopo due anni di studi e ricerche abbracciai l’Islam, io e anche mio marito». A raccontarsi è Asmaa P., italiana di 50 anni, della quale si intravedono solo gli occhi - il resto del corpo è interamente coperto da un lungo Niqab. Asmaa P. chiede che venga divulgato solo il suo nome arabo e le iniziali del cognome, perché in quest’ultimo periodo ha paura.

«Vivo ormai quasi reclusa in casa dopo i fatti di Parigi, perché continuo a subire minacce e insulti. Uno ha cercato anche di investirmi con la macchina. Ormai col Niqab esco solo in compagnia di mio marito». Il dibattito sul Niqab riaccende i riflettori sull’Islam italiano, e questa volta fa emergere l’Islam dei convertiti italiani. Sorprende la presenza di molte donne italiane che lo indossano e di altre che vorrebbero. Un dato che spinge a indagare sulla storia e l’ideologia di questa minoranza italiana, prima sotto traccia e oggi attiva e partecipe nel dibattito dell’Islam in Italia.

(Bergamasco, 40 anni, ha scelto l’islam sciita. Khomeini è la sua guida)

Quello verso l’Islam - racconta Paolo Jafar Rada, 40 anni, di un paesino nel bergamasco di 5 mila anime - è stato un cammino lento ma di continua consapevolezza che il mondo occidentale era lontano dai valori e ideali che lui cercava. Ne è convinto al punto da fare una diagnosi lucida: «Nella fase attuale, noi ci troviamo nell’epoca che l’induismo ha definito come kali yuga, ovvero l’epoca oscura, l’epoca dove predominano le masse informi, le quali senza guida divina sono in uno stato di abbrutimento totale.

L’Europa oggi vive in uno stato di materialismo diffuso o di pseudo religiosità laica. Un umanità decaduta distaccandosi da Dio». Paolo Jafar sceglie dunque l’Islam sciita, e nella figura di Khomeini trova la guida: «Colui che ha ricondotto sulla via maestra». Perché la chiesa, secondo Jafar, ha perso quando si è arresa alla modernità andando verso l’uomo invece che verso Dio. Italiani in continua ricerca di Dio, quindi. «Da sempre - dice Asmaa - sono stata una cattolica praticante. Poi è arrivato un momento nella mia vita in cui ho sentito che la mia religione non era abbastanza. Fu in quel momento che ho iniziato un percorso di ricerca spirituale. Ho letto di tutto, finanche il buddismo».

Dal Buddismo al Salaf. Questo è il percorso di Asmaa: «Seguo la dottrina dei Salaf - afferma - quella dell’Islam puro, perché è quello che si rifà all’Islam tradizionale e letteralista, quello delle prime tre generazioni di musulmani, ossia quella del profeta e le due successive». Quello seguito da Arabia Saudita e Qatar, per intenderci. E per farlo ha la sua guida spirituale, lo Sheikh Abu Ameenah Bilal Philips, un canadese convertito all’Islam, famoso divulgatore del messaggio salafita con programmi Tv islamici trasmessi da Qatar. Lo Sheikh Abu Ammeenah Bilal Philips è anche rettore e fondatore della Islamic Online University con sede a Doha, che Asmaa segue da due anni come tanti convertiti nel mondo, grazie anche al fatto che è in inglese e on line. A dimostrazione di come il web sia centrale nella divulgazione dell’Islam.

(Sarda, 40 anni, ha iniziato a cercare informazioni sul web prima di convertirsi)

Anche per Elena Hayam Murgia , 40 anni, sarda ma residente a Milano, il web è stato fondamentale per la conversione. «Quando ero ancora sposata - racconta -, mio marito lavorava in un’impresa con molti operai musulmani e qualche volta gli hanno regalato dei libri sull’Islam. Fu così che ho iniziato a leggerli e a conoscere l’Islam. Da quel momento ho iniziato, di nascosto da mio marito, a cercare sul web risposte a miei quesiti in lingua italiana. Nel 2011 mi sono recata da sola alla moschea di Sarocco per la conversione». Una decisione presa escludendo il marito, ma che non può nascondere a lungo. Inizia a portare il velo e a cambiare. La fine del suo matrimonio ora è imminente. Ma Elena non si sente sola, ha Allah al suo fianco. E segue alla lettera, come Asmaa, la dottrina Salaf.

Per entrambe la via maestra è quella segnata da sapienti come Ibn Taymiyyah, Ibn Qayyim al-Jawziyyah, Ibn Al B’z, al-Alb’n’. Il salafismo, anche se prende varie forme, fa alzare il livello di guardia di molti paesi perché lo ritengono un varco verso la radicalizzazione.

Elena Hayam è furiosa per la decisione di limitare la libertà delle donne di indossare il Niqab in Lombardia. «Certo, non è obbligatorio ma è consigliato soprattutto nei periodi di Fitna». Secondo un’interpretazione salafita, la Fitna è il momento storico che viviamo, periodo di prove alle quali è sottoposto il genere umano; è molto forte in Occidente con la sua strumentalizzazione del corpo della donna.

(Veneziano, 38 anni, è diventato islamico grazie alla moglie)

Di tutt’altra opinione è Matteo Ali Scalabrin, 38 anni, di Venezia: «Il mio abbraccio all’Islam è stato l’incontro con Rachida. La mia attuale moglie, grazie a lei ho conosciuto una cultura e una religione che mi ha fatto innamorare. Mi sono convertito in Marocco. Rachida mi ha seguito in ogni passo della conversione. Era il 2000. La mia vita è cambiata in meglio, con l’Islam. Ormai sono musulmano da 16 anni, abbiamo due figli, mia moglie ha due lauree, lavora in Italia e se in Marocco portava il velo qui in Italia lo ha tolto.

Io cerco di seguire tutti i precetti islamici, ma sto alla larga dalle interpretazioni dell’Islam hanbalita e salafita, che sono il vero problema per la riforma dell’Islam perché non attualizzano i precetti islamici, non dividono il testo dal contesto. Invece c’è l’esigenza dei grandi sapienti che provano a fare un lavoro di riforma della teologia islamica, cercando di attualizzarla con i diritti umani. Ci sono sapienti musulmani contemporanei che seguo con molto interesse, come Abdullahi Ahmed Annaim, Tariq Ramadan e Mohammad Arkun solo per fare qualche esempio». Ali attraverso islamitalia.it cerca di divulgare il riformismo islamico.

(Studentessa triestina, 28 anni, convertita grazie al Corano)

Anche Silvia Aaminah Ianello, 28 anni, studentessa di giurisprudenza a Trieste, ha incontrato l’Islam grazie a un amico musulmano. «Il mio incontro con l’Islam c’è stato grazie a un ragazzo tunisino - racconta -. Sono rimasta colpita dalla sua cultura e dal suo credo Islamico, che era tutt’altro rispetto a ciò che si raccontava. Mi colpì moltissimo che il Corano, rispetto alla Bibbia, era un testo che non era mai stato snaturato, modificato dall’uomo. Il mio cammino verso la conversione è avvenuto attraverso lo studio dei libri, Internet ma soprattutto la frequentazione della moschea, dove mi sono convertita.

Mi ricordo ancora il giorno, quando, nonostante i miei famigliari fossero scettici per questa mia scelta, non mi hanno mai lasciata sola. Sono andata in moschea accompagnata da mia madre, da mia zia e un mio caro amico. Mi portarono persino una torta per festeggiare. Fu un momento di grande commozione. Da quel momento la moschea diventò la mia seconda casa». Sul Niqab, nonostante la giovane età e il fatto che si sia convertita poco meno di un anno fa, Silvia Aaminah non ha dubbi: «Non escludo di metterlo, un giorno».

Non è un principiante dell’Islam, invece, Luigi Ammar De Martino, 78 anni, napoletano e sciita. Nella sua cucina, un ritratto di Khamenei che versa il tè; sulla sua scrivania, almeno due ritratti di Khomeini. È stato uno dei primi convertiti all’Islam sciita. «Mi convertii all’Islam nell’83 - racconta - ma prima fu una conversione politica, alla rivoluzione in Iran che portò, attraverso il referendum del ’79, alla Repubblica islamica. Io, che ero un militante politico peronista, fui colpito dalla storia di quel popolo perché era contro l’imperialismo occidentale e il social imperialismo sovietico. La miscredenza e il materialismo contro una fede e un messaggio. Nell’Islam - dice - non esiste divisione tra religione e politica, perché in fondo cosa non è di Dio se non tutto».

Dunque il ruolo della Sharia è fondamentale. E se da Occidente vengono criticate alcune pratiche sharaitiche perché contro i diritti umani, è difficile sentire qualche voce contro. La Sharia è la legge di Dio, dicono. Asmaa quindi mette il Niqab, era una cantante e ha smesso di cantare. Presto però andrà a vivere in Qatar «almeno lì potrò vivere libera l’Islam nel mio Niqab». Elena Hayam Murgia non ha mai messo piede in un paese islamico, se non in Albania per il suo secondo matrimonio. Jafar e De Martino stanno bene in Italia e l’Iran lo hanno certamente visitato, e per seguire la guida Khamenei basta un’antenna parabolica e un buon wi-fi. L’Islam italiano si ispira al purismo, sciita o sunnita.

Cerca di superare gli stessi musulmani con lo studio e la ricerca, e difendono il Niqab. La sfida finale sull’Islam italiano, forse, sarà tra i convertiti e il resto, tra chi è più musulmano. E allora, forse, la battaglia è già persa in partenza.

Palestre di vita

la stampa


Come si deve comportare il dipendente di un ufficio pubblico che vede i propri colleghi timbrare ogni giorno il cartellino e poi sparire in palestra per irrobustire i muscoli renitenti alla scrivania? Il manuale dell’impiegato modello suggerisce di segnalare i ginnasti ai superiori. I quali provvederanno a punirli, mentre l’eroe godrà della riconoscenza imperitura degli altri impiegati, quelli costretti a sbrigare anche le pratiche dei pelandroni. Ma nella realtà questa ricostruzione si scontra con il noto emendamento Razzi: «Fatti li czz tua».

Più che un emendamento, un comandamento. Chi non lo rispetta è perduto. Quando il signor Ciro Rinaldi, impiegato e sindacalista presso l’ispettorato emiliano del ministero dello Sviluppo Economico, ha denunciato i palestrati al suo capo, costui non solo non ha mosso un dito contro i reprobi, ma ha allungato la mano intera contro di lui, esibendosi in blocchi delle gratifiche e controdenunce intimidatorie. Oltretutto un sindacalista che non protegge i nullafacenti è un evidente attentato al luogo comune.
 
Se si guarda il lato chiaro della Forza, questa storia ha un lieto fine perché Rinaldi ha denunciato gli assenteisti alla magistratura e la sentenza di primo grado li ha condannati a un anno e due mesi per truffa allo Stato. Il lato oscuro è che in ufficio Rinaldi viene scansato da tutti come un appestato, mentre i condannati per ora rimangono al loro posto. E quando vanno al cinema per riposarsi dalle fatiche della palestra, ridendo con Checco Zalone penseranno: «Che Paese marcio, l’Italia. Per fortuna noi siamo diversi».

I rom ci intossicano, noi gli paghiamo la Tari

Chiudere la porta ai Musulmani?

Livio Caputo



Hanno destato scandalo, non solo nei benpensanti, le prese di posizione del governo slovacco, che,  si rifiuta di accogliere rifugiati musulmani, e del candidato repubblicano alla Casa Bianca Donald Trump, che ai musulmani vuole vietare l’immigrazione negli Stati Uniti. Ma, per cento persone che hanno stigmatizzato questi propositi, quante ce ne sono ormai, nel mondo occidentale, che più o meno segretamente li condividono? Quanti sono d’accordo con il cardinale Biffi, di recente scomparso, che oltre dieci anni fa disse che se proprio dovevamo prenderci dei migranti, era meglio prenderseli cristiani?

Secondo me, molti  più di quanti possiamo immaginare. Diciamo subito che chiudere la porta ai musulmani sarebbe oggi anticostituzionale, illegale, politicamente scorretto e, vista la situazione di certi Paesi mediorientali, forse anche immorale. Diciamo anche che sicuramente in Italia non sarebbe fattibile, sia per l’orientamento delle forze politiche dominanti, sia per la forte influenza di papa Francesco.

Tuttavia, guardando al problema in una prospettiva nello stesso tempo storica, politica e futuristica, l’idea non è poi così campata in aria; e sono convinto che, se si moltiplicheranno gli episodi che hanno caratterizzato questo inverno 2015-2016, dagli attentati di Parigi ai fatti di Colonia alle imprese dei lupi solitari al grido di Allah Akbar!, altri Paesi, a cominciare da Polonia e Ungheria, seguiranno l’esempio della Slovacchia.

Cominciamo dal problema della reciprocità. Perché noi europei dovremmo aprire le porte ai musulmani, quando la maggior parte dei Paesi islamici non solo non accetta l’immigrazione di “infedeli”, ma fa di tutto per indurre alla fuga le comunità cristiane che vi risiedono da tempo immemorabile? Le cifre in proposito sono drammatiche: la presenza dei musulmani in Europa, valutata a 16 milioni di persone, è quintuplicata nell’ultimo mezzo secolo, mentre le presenza dei cristiani in Medio Oriente è diminuita nello stesso tempo dell’80-85% (non ci sono statistiche precise).

Siamo sicuri che questa tendenza – destinata ad accentuarsi ulteriormente nei prossimi anni – sia nel nostro interesse? Siamo sicuri che un’Europa in cui, grazie anche alla loro maggiore prolificità, i musulmani costituiranno una fetta sempre più grande della popolazione, non sarà un’Europa peggiore?

Prendiamo il problema dell’integrazione,  parola di cui in questo momento tutti i politici si riempiono la bocca. A costo di essere accusato di razzismo, ritengo che fino adesso sia  stata ovunque un fallimento: in Francia, in Gran Bretagna, in Belgio, in Olanda, perfino in Germania dove, almeno fino al recentissimo afflusso di profughi siriani,  la comunità era costituita in maggioranza da turchi “laicizzati” da Ataturk (prima del ritorno islamista di Erdogan). I motivi sono tanti: la mancata separazione dei musulmani tra Stato e Chiesa e la conseguente “obbedienza” al Corano, l’atteggiamento verso la donna, una diversa cultura del lavoro, un enorme ritardo nella evoluzione dei costumi, e molti altri ancora.

Non so quanti sappiano che la Svezia, il Paese UE di gran lunga più generoso nell’accoglienza dei profughi da Africa e Medio Oriente, ha uno dei più elevati tassi di stupro del mondo ( triplicato negli ultimi dieci anni e dieci volte superiore alla media europea. Se guardiamo a quanto è successo in Germania nella notte di Capodanno, è lecito temere che il caso del Paese scandinavo non rimarrà a lungo isolato.

Prendiamo il problema del terrorismo. Ian Bremner, uno dei maggiori politologi occidentali, ha detto una volta che “Non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani”. Se guardiamo alla nostra storia (o se vogliamo anche alle recenti imprese dei black bloc) la seconda parte dell’assunto non è del tutto vera, ma non c’è dubbio che la minaccia oggi viene soprattutto da lì; e poiché una parte consistente dei cosiddetti “lupi solitari” che,  rivendicando la fedeltà

all’ISIS, debbono essere considerati le punta di lancia dell’attacco del Califfato all’Europa è costituita proprio da musulmani immigrati, o figli di immigrati, già residenti in Europa o addirittura titolari di passaporti UE, viene da domandarsi se, a mano a mano che aumentano , non aumentino anche i pericoli. Fa impressione che una bella fetta degli arrestati per gli attacchi sessuali di Colonia erano addirittura individui in attesa di asilo politico.

Nonostante tutte queste considerazioni (e altre, sulla storia dei rapporti tra le due religioni, che ometto per brevità), l’Europa continuerà ad accogliere tutti i musulmani che bussano alle sue porte,compresi quelli che non avrebbero diritto politico, perché espulsioni e rimpatri colpiscono, se va bene, non più del 10 per cento degli illegali). La realtà è che ben pochi politici si preoccupano di quello che sarà il loro Paese tra 30 o 40 anni. Perciò noi, purtroppo,, dobbiamo limitarci a spiegare, a futura memoria, come stanno realmente le cose.

Ecco un wearable utile: il traduttore simultaneo da tenere al collo

Corriere della sera
Vittorio Romano Barassi

Al CES 2016 c’è spazio anche per prodotti intelligenti “non connessi”. È il caso di ili, a tutti gli effetti il primo traduttore indossabile con all’interno già tutto il suo sapere; perfetto per quando si è in viaggio

 

In un periodo storico in cui ogni dispositivo nasce con il bisogno di essere perennemente connesso, ecco spuntare un device molto smart ma allo stesso modo talmente autonomo nella sua funzionalità da risultare quasi anomalo. Tra i padiglioni dell’ultimo CES 2016 è apparso ili, il primo wearable translator che - un po' a sorpresa - sembra essere già pronto per essere lanciato sui mercati: non si sa ancora il prezzo ma la startup alle sue spalle darà il via ai preordini già tra marzo e aprile.

Ma cos’è? ili non è nient’altro che una piccola scatoletta da indossare nel modo che si preferisce in grado di riconoscere e di tradurre simultaneamente inglese, giapponese e cinese. Al suo interno c’è tutto quello che serve: una sorta di archivio con tutti i dati necessari, un sistema di riconoscimento vocale e un apposito sintetizzatore vocale che potrà essere utilizzato sia per capire cosa il nostro interlocutore dice sia quello che vorremmo dirgli. Una sorta di Google Translate, solo che qui non c'è bisogno di una connessione Internet (cosa tutt'altro che scontata all'estero).

Quello visto al CES è essenzialmente uno dei primi prototipi che la startup ha presentato al pubblico; è provvisto di un paio di LED e di un unico pulsante fisico attraverso il quale eseguire tutte le operazioni. Come già anticipato, il dispositivo non ha bisogno di alcun tipo di connessione per funzionare; niente Wi-Fi, 3G, 4G, LTE o collegamento Bluetooth con lo smartphone: ili traduce istantaneamente attingendo dalle proprie conoscenze.

Il device pare davvero molto interessante e, nonostante la prima versione possa far poco gola a noi italiani, è bene sapere che sono già previste una versione di seconda generazione ed una di terza, con quest’ultima che sarà in grado di riconoscere e tradurre anche spagnolo, arabo e italiano (oltre a francese, coreano e tailandese dalla 2^ gen).

La guida senza patente diventa un caso

Corriere della sera
di Dino Martirano

Nello schema del governo sulle depenalizzazioni non è più reato ma illecito amministrativo Polemica sulla cannabis. Orlando: «Misure diverse solo per chi la produce per usi terapeutici»

 

 ROMA Il governo, in vista del Consiglio dei ministri di venerdì 15, passa al setaccio la delega sulla depenalizzazione autorizzata dal Parlamento nel 2014 con la legge 67, in scadenza il 17 gennaio. Dal menu dei reati puniti con la sola pena pecuniaria da trasformare ora in illeciti amministrativi (atti osceni, abuso di credulità popolare, noleggio di materiale coperto da copyright, etc), sono già saltati i piatti forti: l’immigrazione clandestina e il disturbo della quiete notturna e ora balla — sempre con un occhio del premier Renzi rivolto alle reazioni dell’opinione pubblica — anche l’inottemperanza delle prescrizioni per chi è autorizzato a coltivare cannabis per scopi terapeutici. Nell’elenco delle depenalizzazioni resta, però, la guida senza patente.

Oggi l’articolo 116 (XV comma) del Codice della Strada prevede la sanzione penale dell’ammenda (da 2.257 a 9.032 euro) per chi guida senza aver conseguito l’esame e per chi circola con la patente scaduta. Lo schema di decreto legislativo preparato dal ministro della Giustizia Andrea Orlando prevede di trasformare il reato in sanzione amministrativa solo per i casi in cui non ci sia recidiva. In pratica chi sarà scoperto a guidare senza patente per la prima volta eviterà sì il processo penale (che spesso finisce con la prescrizione), ma dovrà pagare una sanzione salatissima: da 5 mila a 30 mila euro. La seconda volta senza patente, nell’arco del biennio, c’è anche l’arresto fino a un anno e il calcolo della recidiva. 

Donatella Ferranti (Pd), presidente della commissione Giustizia della Camera, e anche gli uffici del ministro sono convinti che la sanzione salatissima sarà più efficace dell’ammenda. Tuttavia a Palazzo Chigi già hanno scelto la via del rinvio con l’immigrazione clandestina e la coltivazione della cannabis terapeutica. E dunque la coincidenza con l’approvazione del reato autonomo di omicidio stradale (previsto per fine mese alla Camera con l’ergastolo della patente, da 15 a 30 anni di sospensione, in caso di incidente mortale) potrebbe scatenare i centristi del Ncd che su droga e immigrazione hanno già guidato il fronte del no. 

La guida senza patente in caso di incidente mortale, puntualizza la relatrice Alessia Morani, sarebbe però una aggravante dell’omicidio stradale. Il ministro Beatrice Lorenzin (Ncd) è stata la prima a dire ai colleghi che sulla cannabis era meglio «dare un segnale»: non depenalizzando perfino le rare inottemperanze delle prescrizioni previste per chi ha l’autorizzazione a coltivare le sostanze per scopi terapeutici. «I casi in cui è applicato questo reato sono pochissimi — ha commentato Orlando — e riguardano gli istituti di ricerca. Dunque, non sposta nulla questa depenalizzazione». 

Ecco, il reato da depenalizzare (introducendo una sanzione amministrativa fino a 30 mila euro) riguarda le case farmaceutiche autorizzate: «Chiunque non osserva le prescrizioni e le garanzie...» per la fabbricazione autorizzata delle sostanze (articolo 28, comma 2 del Testo unico sugli stupefacenti). Sia chiaro, spiega Donatella Ferranti, «nessuno ha chiesto la depenalizzazione della coltivazione della cannabis che resta sanzionata con il carcere... per cui, su questo reato del tutto marginale, è bene che il governo rispetti i principi di delega votati dal Parlamento».

L’articolo 659 del codice penale (disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone) rimane anche se le sanzioni sono modeste (fino a tre mesi di arresto e fino a 309 euro di ammenda) e non spaventano i gestori di discoteche e fiaschetterie. L’unica consolazione per i cittadini tartassati dalla movida sarà quella di poter chiamare ancora carabinieri e polizia. Senza il penale la competenza sarebbe dei vigili. Avrebbe dovuto sparire anche il reato di immigrazione clandestina che magistrati e polizia chiedono di cancellare perché gli stranieri irregolari indagati («Per i quali spendiamo 1.000 euro ciascuno per l’avvocato d’ufficio», osserva Orlando) poi non possono testimoniare contro gli «scafisti» perché risultano indagati per reato connesso. 

Renzi, pressato da Alfano, ha chiesto un rinvio. E ora il Guardasigilli sta pensando a come tappare la falla: «Ci potrebbe essere un emendamento del governo al Senato al ddl penale anche per rispondere alla Corte di Strasburgo che, in via generale, ci invita a non applicare per i medesimi comportamenti la sanzione penale e la misura amministrativa». Reato cancellato ma solo nel momento in cui verrà rafforzata l’espulsione dello straniero applicata dal prefetto.

Bitwalking, come far soldi camminando

La Stampa


Una nuova valuta digitale approfitta del successo di smartwatch e fitness tracker: ogni diecimila passi si guadagna un dollaro virtuale, da spendere online o nei negozi convenzionati

 

Non è uno scherzo: presto potremo guadagnare soldi semplicemente andando in giro a piedi. È l’idea alla base di BitWalking, una nuova moneta virtuale basata sul successo di smartwatch, fitness tracker e di tutti quei dispositivi che servono a monitorare la nostra attività fisica quotidiana.

Scaricando un’app sullo smartphone, BitWalking riesce a tenere traccia dei nostri risultati, ricompensando l’utente con un dollaro virtuale per ogni diecimila passi (con un massimo di tre dollari al giorno), a differenza dei BitCoin, che invece si ottengono attraverso complessi calcoli effettuati in continuazione dal proprio computer. I soldi guadagnati potranno essere spesi online, nello store di BitWalking e di alcuni partner, oppure nei negozi fisici convenzionati.

Almeno all’inizio, BitWalking sarà disponibile solo in Giappone, Regno Unito, Malawi e Kenya. E proprio questi ultimi due saranno i Paesi pilota della sperimentazione: nelle aree rurali del Malawi il reddito mensile pro-capite è di circa 45 dollari americani, e BitWalking potrebbe aiutare queste persone a raddoppiare i propri guadagni. Attenzione però: il servizio è gratuito, ma i dati raccolti da BitWalking serviranno a profilare gli utenti e proporre offerte personalizzate, oppure per essere rivenduti a servizi di terze parti.

La nuova vita dei pensionati lontani dalle tasse a Tenerife

La Stampa


19 mila italiani esuli in mezzo all’Atlantico, ma in realtà quasi 60 mila

 

Questa notte la signora Maria Teresa Tomaselli andrà a ballare al Banana di Los Cristianos. Sotto le luci colorate della pista, brillerà l’unico gioiello che le è rimasto. «Me l’ha regalato il mio ex marito. E’ il nostro anello di fidanzamento. Quando stavo per vendere anche questo, pur di riuscire a pagare le bollette, ho capito che era il momento di scappare dall’Italia». Quando la signora Tomaselli balla, la cagnetta Jasmine aspetta dietro alla porta di casa. E con 800 euro di pensione maturata in 29 anni di lavoro a Massa Carrara, più 200 euro ricavati con piccoli lavoretti da sarta e rammendatrice, la vita può ancora avere un senso.

«Non sopportavo più la spada di Damocle delle tasse, dei conguagli, delle ingiunzioni. Mi si chiedeva più di quanto umanamente fossi in grado di dare. Ho dovuto portare al Compro Oro tutti i regali di infanzia, i braccialetti di mamma e papà. L’Italia è la mia patria, mi vengono i brividi solo a pensarci. Ma non ce la facevo più. Qui posso vivere. Adoro il piccolo terrazzo del mio nuovo appartamentino. Adoro poter passeggiare fino all’una di notte tranquilla. Amo ballare al Banana e quando parte la musica non vedo più niente e nessuno».

Vive sola a Los Cristianos, sull’isola di Tenerife, alle Canarie, l’ultima lembo d’Europa occidentale fra l’Africa e il Sud America. «Non è vero. Vivo con Jasmine, quindi non sono sola. E poi, ho molti nuovi amici. Prendi Nives, per me è una sorella, è stata lei ad insegnarmi lo spagnolo». La signora Tomaselli è una dei 19 mila italiani esuli al caldo in mezzo all’Atlantico, a cercare tasse più basse e una specie di dolcezza perduta. Attenzione: 19 mila sono quelli ufficialmente registrati all’Aire, l’associazione per i residenti all’estero. Ma in realtà gli italiani sarebbero quasi 60 mila, con un incremento esponenziale negli ultimi tre anni.

Per capire quello che sta succedendo, basta andare a chiedere a Rosa Cavaliere dell’agenzia «Canarie per te, la casa degli italiani». Presidia un ufficio nuova di zecca nel centro storico di Puerto de la Cruz. «Ogni giorno ricevo in media dieci nuovi contatti. Sono persone che vogliono scappare. Ma se fino a qualche tempo fa, erano quasi tutti pensionati. Ora mi cercano giovani coppie. Madri anziane che vorrebbero piazzare i figli laureati e disoccupati. Come se qui fosse facile trovare lavoro…».

Se in Bulgaria e in Tunisia la tassazione per i pensionati è pari a zero, se anche il Portogallo ha appena introdotto una legge che permette di incassare l’intero assegno lordo per i primi dieci anni di residenza, questa delle Canarie è un’altra storia. È qualcosa che assomiglia a una rivincita, se non proprio a una vendetta. Tutti cercano una seconda vita. La tassazione parte dal 15%. I titolari di pensioni minime non devono fare la dichiarazione dei redditi. Non c’è l’Iva sui beni di consumo, essendo considerata una «zona ultra periferica». La benzina costa 80 centesimi al litro, una cena al ristorante 12 euro. E si capisce bene che nel 2016 possa essere una rivoluzione anche ricominciare a mangiare pesce fresco.

Il Nord è verde. Meno devastato dal cemento. Il Sud è pieno di palme piantate contro la desertificazione. Giganteschi transatlantici scaricano croceristi pallidi in ciabatte. Su tutta l’isola non esistono termosifoni. A gennaio la temperatura non scende sotto i 14 gradi. Tutte le novità più rilevanti vengono raccontate agli italiani dal mensile «Leggo Tenerife», 7 mila copie cartacee e 35 mila digitali.

L’ha fondato nel 2013 Bianca Leonardi con il marito Franco, due imprenditori scappati dal Lago di Garda. «Abbiamo deciso di partire alla terza rapina, quando abbiamo constatato che neppure le inferriate e le telecamere servivano a scoraggiare i ladri». Il giornale va bene. Ma ultimamente neanche a Tenerife si può vivere completamente in pace: «Stanno arrivando anche italiani poco seri. Ladri di polli. Che truffano sulle case in affitto. Che si vendono gli arredamenti degli altri. Sono triste quando gli amici spagnoli me lo fanno notare».

È la moltiplicazione degli esuli. Pensionati. Disperati. Imprenditori. Renato Spizzichino, fiscalista internazionale, è partito da Roma per venire a fare consulenza qui. «Nel giro di due anni, ho aperto tre uffici. I clienti sono in aumento. Non più i soliti ristoranti. Ma produzione di cachemire, import-export di vino, distribuzione di prodotti alimentari, web marketing. Molti imprenditori, strangolati dalle tasse italiane, si stanno trasferendo alle Canarie».

Una volta, erano solo persone come Giacomo Augugliaro, con quello sguardo dolce e ironico alla Mastroianni. «Ho fatto tutta la vita l’insegnante di matematica. Mia moglie ha nostalgia di Ladispoli, io nessuna. Con 1300 euro di pensione, la mia, stiamo bene in due. Per 500 euro affittiamo una casa stupenda in un condominio con tre piscine. Vado personalmente a fare la spesa e ho notato che, con la giusta razionalità, qui risparmi fino al 40 per cento rispetto all’Italia». Ah, l’Italia. E’ ovunque. Le pizzerie con il forno a legna. Le canzoni alla radio. E quella volta che la moka esplose piena di caffè nel cucinino della signora Tomaselli. «Ho tenuto queste macchie sulla parete come fossero un’opera d’arte», racconta.

Al Sud ci sono intere zona abitate da pensionati italiani. Solo a Los Cristianos, 5 mila. E poi, certo, c’è un signore di Belgrado in carrozzella che fissa il mare azzurro e nero: «Viaggiando ho scoperto una cosa. Tutto il mondo è lo stesso schifo». C’è un’infermiera di Glasgow che sta prendendo informazioni per trasferirsi definitivamente. Le gelaterie, una dietro l’altra, con slavine ai gusti Kinder e Oreo. Due coniugi di Liverpool impegnati con le parole crociate sulla spiaggia. «Long holiday», dicono sorseggiando succo d’ananas.

Sono qui per un vacanza di sei mesi, per il momento. Poi si vedrà. Sbarca una comitiva di norvegesi. Passa una signora di Bruxelles, così abbronzata e magra. Tiene il barboncino Lilly in un passeggino per bambini, mentre cammina avanti e indietro per mantenersi in forma. L’affitto di una mobility car - piccole monoposto elettriche onnipresenti - costa 20 euro al giorno. Un massaggio ai piedi, 15 euro. C’è la chirurgia estetica laser. C’è l’osteopata all’angolo con l’ufficio postale. Cure dentarie. Check-up cardiaci. Ci sono guardie di sorveglianza privata e discoteche dedicate, come il Banana.

Quando partono i lenti, certe volte scende una lacrima. La signora Tomaselli è la stella di Los Cristianos. Nessuno balla con il suo trasporto. E alla fine, fra chi si commuove di nostalgia e chi spera di innamorarsi ancora una volta, oltre alla fuga degli italiani, ti colpisce la latitanza dell’Italia. Come abbiamo potuto perdere la partita imprenditoriale del secolo? Quella per l’industria che accudisce la terza e la quarta età. 

Fuochi d’artificio, torta e festeggiamenti: i 100 anni del boss nel paese di Peppino Impastato

Corriere della sera

Il boss di Cinisi Procopio Di Maggio compie 100 anni: festeggiamenti in grande stile al ristorante, e anche fuochi d’artificio. E scoppia la polemica. Il sindaco cita Impastato: «La mafia è una montagna di merda»

 

 Fuochi d’artificio e una festa con tanto di torta e palloncini. Il festeggiato si chiama Procopio Di Maggio e compie 100 anni. Ma non è solo un centenario. Procopio è il boss di Cinisi: sopravvissuto a due attentati, nel 1983 e nel 1991, è il più anziano nonché unico padrino della Cupola di Totò Riina rimasto in libertà. Vive a Cinisi, paese di Peppino Impastato. E proprio il 6 gennaio 2016, un giorno dopo l’anniversario della nascita di Impastato, ha festeggiato il suo compleanno. In grande stile, con amici, e parenti. E gli scatti di quei festeggiamenti, insieme con il video dei fuochi d’artificio, sono finiti su Facebook.

La difesa del nipote
E naturalmente è scoppiata la polemica. Un nipote, lo stesso ad aver pubblicato scatti e video sui social network, difende il nonno: « Volevo solo rispondere ai signori che con tanto interesse si sono impegnati a disturbare un intero paese per riuscire ancora a comparire in un video,data la loro scarsa riuscita nel mondo del lavoro... ma comunque! Volevo dirvi solo che forse nella vostra famiglia, nessuno ha mai raggiunto il traguardo di 100 anni, quindi non sapete come si festeggia un centenario o forse si, lo sapete, ma sapete solo giudicare l’operato degli altri! Forse non avete mai visto i programmi RAI in cui intervistano uomini e donne centenari e a cui accorrono milioni di persone per festeggiare il loro compleanno...quelle si che sono feste eclatanti! la Festa di mio nonno è stata una umile festa... i giochi d’artificio si fanno in tutti i 18esimi, non vedo perché non dovevamo farlo a lui... Buon “lavoro”!»
Il sindaco cita Impastato: «La mafia è una montagna di merda»
Il sindaco di Cinisi Giangiacomo Palazzolo, che tra l’altro aveva vietato i fuochi d’artificio fino al 10 gennaio, ha commentato al Gr3 di RadioRai: «Così il mafioso Procopio Di Maggio che ha voluto fare un atto di presenza in una Cinisi che lo ha da molti anni dimenticato e ignorato avendo violato un’ordinanza sindacale, è stato sanzionato amministrativamente e denunciato per inosservanza del mio provvedimento. Cinisi non c’entra niente con lui e con la mafia, lo ha dimenticato. Questa è la comunità di Peppino Impastato, così oggi con lui ripeto con orgoglio e forza le sue parole: `La mafia è una montagna di merda´, è indegna, qui non ha cittadinanza. In queste strade, nel mio municipio, da tempo non ha più spazio. E Di Maggio continuerà a essere innocuo e dimenticato».
Il boss
«I pentiti? Sono dei vigliacchi» diceva Di Maggio in un’intervista quasi 20 anni fa. Il boss, prima di avvicinarsi a Riina e Provenzano, era uno dei picciotti di don Tano Badalamenti, proprio il capomafia che ordinò la morte di Impastato. Per punire quel «tradimento» il figlio del boss, Giuseppe, nel 2000 era stato strangolato, incaprettato e gettato in mare. Procopio Di Maggio era stato condannato al maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino, ma era stato assolto dall’accusa di aver ordinato una ventina di omicidi, tra cui quello del giudice Antonio Scopelliti. 

12 gennaio 2016 (modifica il 12 gennaio 2016 | 11:15)

Parla la madre del bimbo sciolto nell’acido: “Inaccettabile il permesso-premio al Mostro”

La Stampa


Vent’anni fa la morte di Giuseppe Di Matteo: Brusca, condannato per l’omicidio, è uscito dal carcere per tre giorni. «Capisco che c’è una legge che lo consente, ma lui deve restare in cella. Soltanto Dio può fare giustizia»

 

«Permesso premio? Bel premio si merita questo mostro». Fa una smorfia di disgusto, gli occhi rossi, furiosi e gonfi delle lacrime che non ha mai smesso di piangere. Vent’anni di lacrime.

Tanto è passato da quando la mafia uccise il suo bambino, Giuseppe Di Matteo, dopo 779 giorni di prigionia. Prima rapito con l’inganno, poi trascinato di covo in covo con una catena al collo, infine - era l’11 gennaio del 1996 - strangolato e sciolto nell’acido. La violazione del tabù dei tabù. Il fondo dell’abisso. E lei il nome del mandante di quel delitto, Giovanni Brusca, il più crudele dei boss di Cosa Nostra, Scannacristiani, l’uomo che premette il bottone del telecomando di Capaci e che – tra le polemiche - ha appena avuto tre giorni di permesso fuori dal carcere, non riesce a farlo, non vuole farlo.

«Per me è il mostro, e basta. Capisco che c’è una legge e va rispettata, ma mi sembra inaccettabile che non resti in carcere tutta la vita. Lui può tornare a casa dai suoi figli, io mio figlio non posso più abbracciarlo». La guardi, Franca Castellese, 63 anni, tanto provata da non riuscire a partecipare ieri alle commemorazione di «Libera» per il ventennale della morte del figlio, e fatichi a pensare che possa reggere sulle sue spalle il peso di una storia che sa di tragedia greca. Il marito mafioso Santino Di Matteo che comincia a collaborare con la giustizia, il figlioletto Giuseppe rapito per far tacere il padre, un groviglio di sensi di colpa e di accuse incrociate, lei che si sveglia e capisce che la sua vita non era niente di quel che aveva creduto.

«So che è difficile credermi, ma io avevo gli occhi foderati di prosciutto. Per questo non perdono mio marito, perché è colpa sua se io ho perso il mio bambino. Ha sbagliato a pentirsi? Dico di più. Ha sbagliato a essere mafioso, ha sbagliato prima», racconta accanto all’avvocato Monica Genovese, in lacrime anche lei «perché questa storia è come l’Olocausto, il punto di non ritorno».

L’altro figlio, Nicola, il piccolo cresciuto all’ombra del fratello maggiore, è ancora più diretto: «Non perdonerò mai mio padre – ha detto -. Se Giuseppe non c’è più è colpa sua e dei suoi amici mafiosi. Mio padre fu il primo a parlare della strage di Capaci, parlò per salvarsi. E non si preoccupò di quello che avrebbero potuto fare alla sua famiglia».

Lui, Santino Di Matteo, prima vita da impiegato del macello comunale del paese di Altofonte (uccideva le bestie con un colpo preciso in mezzo agli occhi), seconda vita da killer obbediente e affidabile di Cosa Nostra (freddava gli uomini con la stessa spietata routine) adesso è ospite di una comunità religiosa a Roma, l’Opera San Giustino. «Ero un soldato, o ammazzavo io o mi ammazzavano», ha sempre detto.

Chi non può più parlare è Giuseppe, almeno dal 23 novembre 1993, il giorno in cui – aveva undici anni - fu prelevato con l’inganno dal maneggio del paese di San Giuseppe Jato in cui montava il suo amatissimo cavallo, da sei mafiosi travestiti da poliziotti. «Vieni, ti portiamo da tuo padre», gli dissero. E lui, che il padre pentito e protetto a Roma non lo vedeva da mesi, li seguì come un agnellino. «Gioia mia, sangue mio…». Il seguito si fa fatica a sentirlo.

Il bambino ancora sorridente e fiducioso che si fa caricare su un furgone, il corteo che si ferma sull’autostrada Palermo-Catania per cedere l’ostaggio alla famiglia di Agrigento. «Che facciamo, lo leghiamo?». «Ma perché mi dovete legare?», risponde lui mentre capisce. «In quel momento abbiamo perso l’ultimo pizzico di umanità», ha ammesso in aula Gaspare Spatuzza piangendo. Ecco, come si fa a sostenere tutto questo? Pensando ai giorni felici, sentendo ancora il calore dell’abbraccio di quel figlio vivacissimo, irrefrenabile, che sin da piccolo andava pazzo per i cavallini, di legno, a dondolo, di pezza.

Che a quattro anni si buttò tra le zampe di una puledra, che a sei cavalcò il suo primo animale. «Ci parlo ogni giorno – racconta la madre – ci parlo quando mi alzo dal letto ogni mattina, quando entro in macchina per andare a lavorare, ci parlo quando parlo con la gente, quando vado a letto. Ci parlo quando ho bisogno di aiuto, quando non mi sento bene, perché solo lui mi può aiutare. Non ho una tomba su cui piangerlo, ma lui è il mio angelo». Già, una tomba non c’è perché non c’è un corpo. I trenta chili che restavano di lui dopo due anni di prigionia furono sciolti nell’acido per non lasciare traccia.

«“Era come di burro, non aveva più muscoli, strangolarlo è stato facilissimo” hanno raccontato Giuseppe Monticciolo e Vincenzo Chiodo, i due esecutori materiali del delitto», ricorda l’avvocato Genovese. I due incaricati di agire dal grande capo, Giovanni Brusca, il giorno in cui apprese dalla tv di essere stato condannato per l’omicidio di Ignazio Salvo, il potente capo delle esattorie siciliane colpevole di non essere riuscito ad «aggiustare» in Cassazione la sentenza del maxiprocesso. Con quella condanna Di Matteo non c’entrava niente, ma tanto bastò per fargli saltare i nervi. «Alliberatevi d’u cagnoleddu», disse. Liberatevi del cagnolino. Il cagnolino era il piccolo Giuseppe, che in prigionia aveva compiuto tredici anni.

«Io penso ai giorni felici – ricorda la madre – una gita con la scuola ai templi di Agrigento che lo avevano incantato, i giorni in cui si metteva sulle mie ginocchia tornando da scuola». Tutti i giorni di una madre. Il primo giorno di scuola all’asilo con il grembiulino azzurro a pois bianchi, le malattie esantematiche, la scoperta che Babbo Natale non esiste. «È stata fatta giustizia? Quella terrena sì, con decine di condanne. Ma solo Dio può fare giustizia. E io aspetto la sua».

Io, sindaco cieco, guido la città di Cuneo ascoltando i cittadini”

La Stampa


L’amministratore: “A 13 anni il medico mi disse che potevo soltanto zappare”

 
 Federico Borgna, 42 anni, guida il Comune di Cuneo da quattro anni e intende ricandidarsi anche per un secondo mandato

Sveglia alle 6,45, doccia e ascolto della rassegna stampa internazionale su Radio Radicale. Colazione e lettura de La Stampa scaricata su E-Values («inizio da Cuneo, poi lo Sport, prima pagina, economia, esteri e cronache»). È il sistema vocale per non vedenti. Sì, perché il sindaco e presidente della Provincia di Cuneo è cieco. Lo è diventato progressivamente.
 
«Avevo 13 anni. Non riuscivo a leggere bene. Mi portarono da specialisti. Sedevo su uno sgabello con papà e mamma a fianco. L’oculista fu spietato: “Vostro figlio ha una retinite. Se mi ascoltate ritiratelo da scuola, fategli zappare la terra. Nella vita normale avrà solo sofferenze”. Non è andata così. Eccomi qui. Dimostrazione del contrario. Un cieco può essere sindaco e presidente di una Provincia».

Federico Borgna di anni ne ha 42, da quattro amministra il capoluogo alla guida di una «compagine di centro che guarda a sinistra». Vive in un appartamento a meno di due chilometri dal municipio. Sono le 8 e un quarto quando si incammina ondeggiando il bastone bianco con rotelline, sotto i portici che fiancheggiano le vie dell’intera città. «Spesso mi avvicinano persone che si offrono di accompagnarmi per un tratto. All’inizio erano solo stranieri, sempre uomini. Oggi lo fanno anche i cuneesi. Non i giovani, i più sono cinquantenni, o pensionati. Mi appoggio al loro braccio destro e camminiamo. Una bella cosa imparare a lasciarsi aiutare».

Ma quella passeggiata è molto di più. C’è chi lo avvicina per sbloccare una pratica, chiedere un piacere, ottenere un appuntamento in Comune. «C’è chi non si presenta. Non sempre riesco a focalizzare di chi si tratta. Alcuni lo fanno per dirmi la loro. I temi più sentiti sono i trasporti e gli animali. A partire dalle deiezioni dei cani». Come fa a evitare di pestarle? «Le pesto e mi dico che porta fortuna. Ma qui è davvero raro. Diciamo che mi capita una volta al mese».

Il percorso cambia a seconda del tempo a disposizione. «E della curiosità. Camminando scopro che cosa non va nelle nostre strade. Con il bastone individuo ostacoli e barriere, con le scarpe sento le buche. Mi fermo e telefono in Comune. Se il problema è sotto i portici avvisano l’amministratore del condominio, se su marciapiedi pubblici la squadra di operai municipali. Un lavoro di miglioramento quotidiano, costante. Ma a Cuneo si era già fatto molto prima per eliminare ostacoli e barriere».

In municipio lo attende uno scalone. Primo piano. Non ha bisogno di accompagnatori per raggiungere l’ufficio senza bastone. Né di una segretaria per leggere le pratiche. «L’elettronica mi aiuta moltissimo. Dall’agenda appuntamenti a qualsiasi pratica sono files che con programmi alla portata di tutti come Dropbox vengono letti. La firma? C’è quella elettronica con codice. Se serve su carta ho persone di fiducia che mi danno il documento».

Però ci sono valutazioni da fare. Avete rifatto via Roma. Il risultato è bello, brutto, gradevole? «Qui, di nuovo, mi aiuta la strada. Quando cammino ascolto le opinioni. C’è un nuovo dehors? Me lo faccio descrivere, chiedo giudizi, opinioni. Così su molte cose. E i cittadini sono onesti, sinceri nei giudizi. Sono loro i miei occhi. La città ricordo com’era prima di diventare cieco. Immagini chiarissime nella memoria. Ora la immagino con gli occhi degli altri. Ma quando passeggio al centro di via Roma, con le pietre che mi fanno da guida, mi sento soddisfatto del lavoro fatto finora».

Einaudi, quando gli proposero la Presidenza della Repubblica, rispose in piemontese: «Ma io sono zoppo». «Io sono cieco. Un cieco, uno zoppo, un piccolo o un alto se disonesti o sleali, non devono guidare una comunità. Non verrebbero eletti. I cittadini valutano la persona nella sua totalità, sui programmi, sui progetti, per l’onestà. Credo di essere stato eletto per questo e fra un anno mi ripresenterò perché i cittadini scelgano se rinnovarmi la fiducia per un secondo mandato».

Alle 13 lascia il municipio. Altra passeggiata. Altri incontri. Un panino, pizzeria o piatto caldo. Alle 14,30 sale nell’altro ufficio, quella della Provincia. Difficile essere il presidente della Granda? «Ci sono zone, che non conoscevo. Come l’alta Langa. Mi faccio portare, raccontare. Ci sono paesi a un’ora e mezza di strada da Cuneo. Strade messe male, zone isolate. Non vedo ma proprio per questo il mio giudizio, le valutazioni che faccio attivano tutti gli altri miei sensi: olfatto, tatto, emozione, l’ascolto reale. Il primo anno è servito per salvare il salvabile, riorganizzare un ente che ha ancora molte funzioni e poco personale».

E i viaggi a Roma, Torino. Treni e aerei? «C’è un servizio meraviglioso. Prenotando via telefono ti accolgono e ti accompagnano fino al momento dell’imbarco e all’uscita fino al taxi. Basta imparare a muoversi e, non tutto, ma molto diventa possibile».

David Bowie hi-tech: lavorò a "Verbasizer", software per comporre canzoni

repubblica.it

Creò anche un sito con un suo internet provider, BowieNet, entrato nel Guinness dei primati

 David Bowie hi-tech: lavorò a "Verbasizer", software per comporre canzoni

 INNOVATORE, trasformista, eclettico, David Bowie ha sempre cavalcato e anticipato il cambiamento e la novità, per questo era anche un grande appassionato di tecnologia.  Una pulsione di curiosità e genialità, intuizione e progresso ha sempre guidato la sua arte. Forse non tutti sanno che negli anni '90 ha lavorato a Verbasizer, un software per comporre canzoni e che è stato il primo artista a creare un sito con un suo internet provider, BowieNet, entrato nel Guinness dei primati. Il "Duca bianco", che fantasticava la vita su Marte e che parlava di stranezze spaziali, aveva compreso la potenzialità dell'innovazione tecnologica e la possibilità di applicarla alla sua musica.

Il software sfruttava il "cut - up", uno dei metodi di composizione di Bowie, riproducendolo sul computer tramite un'applicazione. Il metodo consisteva nel prendere parole sparse dai giornali, tagliarle, metterle in un contenitore e poi ricomporre i frammenti su un foglio di carta. Fu l'informatico Ty Roberts a trasporre questa tecnica in Verbasizer, usata dall'artista per comporre il disco Outside, del 1995. In un video, che si può trovare su YouTube, Bowie illustra il funzionamento dell'app e spiega in che modo è stata usata per comporre i suoi pezzi.

Nel 1998, inoltre, il cantante lanciò un sito con un suo internet provider, chiamato BowieNet, tramite il quale ogni fan poteva personalizzare la propria homepage e aveva 5 Mb di spazio per esercitare la sua creatività. La piattaforma aveva anche giochi, pezzi inediti e una chat il cui tema dominante era il glam-rock, il genere musicale inventato da David Bowie. "Volevo creare un ambiente dove non solo i miei fan ma tutti gli amanti della musica potessero essere parte di una comunità", disse allora Bowie. Quando Facebook probabilmente non era ancora neanche nella testa di Zuckerberg, Bowie aveva già intuito la possibilità di condivisione e confronto, una "socializzazione intellettuale", un gruppo dove parlare e condividere idee e riflessioni.