domenica 17 gennaio 2016

Un matematico italiano ha 'salvato' i vostri acquisti online

repubblica.it

Sebastiano Vigna, della Statale di Milano, ha messo a punto un algoritmo che risolve un bug scoperto in Javascript, codice utilizzato per la generazione di numeri casuali usati nel e-commerce (o anche nei videogiochi)


Un matematico italiano ha 'salvato' i vostri acquisti online

Un algoritmo inventato da un matematico italiano sarà installato nei computer, tablet e smartphone di tutto il mondo. Servirà a risolvere un bug di JavaScript, nella creazione dei "numeri pseudocausali", usati per gli acquisti online e i videogiochi. Il nuovo algoritmo xorshift128+ è stato sviluppato dal matematico Sebastiano Vigna dell'Università Statale di Milano ed è stato adottato dai principali browser, come Chrome, Firefox e Safari.

La sua installazione sui dispositivi elettronici permetterà di risolvere un problema riscontrato nel linguaggio usato da tutte le pagine web per la creazione degli effetti dinamici alla base del cosiddetto 'web 2.0'. Il difetto riguarda come detto la funzionalità necessaria ad esempio a identificare le transazioni negli acquisti online o per introdurre casualità nei videogiochi (basti pensare all'estrazione dei biglietti di una lotteria o alla distribuzione delle carte nel poker online).

"Generare numeri in modo casuale è difficile e molto costoso", spiega Vigna. "Per questo fin dagli anni Quaranta si sono messi a punto algoritmi che permettono di calcolare in maniera deterministica dei numeri, mimando la casualità che si può ottenere solo con processi fisici (come il lancio di un dado), che però sarebbero troppo costosi da riprodurre su larga scala per generare i milioni di bit casuali al secondo di cui si ha bisogno sul web".

Fino al mese scorso, le sequenze di numeri pseudocasuali fornite dai browser più comuni (Chrome, Safari e Firefox) erano basate su un algoritmo che poteva creare seri problemi, emersi in maniera evidente "da quando JavaScript viene usato anche per la gestione dei server", sottolinea Vigna.

La falla più grave è stata scoperta da una start-up che si occupa di scommesse online. "Usando JavaScript per gestire il sito, è emerso che l'algoritmo estraeva numeri simili più spesso di quanto ci si poteva attendere, rischiando di identificare
due scommesse diverse con la stessa sequenza di numeri". Il problema è stato completamente risolto da Sebastiano Vigna con il nuovo algoritmo xorshift128+, il cui codice sarà installato ed eseguito sulla stragrande maggioranza dei terminali esistenti (cellulari, tablet e pc).

L'Argentina cancella Evita e le Malvinas dalle banconote

Paolo Manzo - Sab, 16/01/2016 - 20:20

L’annuncio fatto ieri dalla Banca Centrale del paese sudamericano ha scatenato immediate polemiche

L'Argentina cancella Evita e le Malvinas dalle banconote. L’annuncio fatto ieri dalla Banca Centrale del paese sudamericano ha scatenato immediate polemiche, alimentate da tv come Telesur che, qualsiasi cosa faccia il nuovo esecutivo di Mauricio Macri è, come minimo, un mezzo disastro. A voler mettere ad ogni costo questi due simboli del peronismo patrio sulla cartamoneta era stata l’ex presidente Cristina Kirchner, con una presentazione in pompa magna in diretta tv.

Anche perché lei un po’ Evita s’è sempre considerata mentre le Malvinas, quando si trovava in difficoltà sul fronte economico interno, le ha usate sovente come diversivo esterno. Un classico canovaccio seguito anche da altri nel recente passato, anche se il suo obiettivo era celebrare la prima moglie del generale Juan Domingo Peron, facendone stampare il profilo sulla banconota più importante del paese - quella da 100 pesos, pari a circa 7 euro - e le isole britanniche rivendicate alla perfida Albione da Buenos Aires su quelle da 50 pesos.

Ora però, con Mauricio Macri alla Casa Rosada che peronista non è, cambia tutto e dopo la fine del ‘cepo’, il blocco del cambio che aveva creato un mercato valutario parallelo e l’eliminazione della tassazione sulle esportazioni agricole, spariscono anche Evita e le Malvinas dai bigliettoni. Nelle nuove emissioni l’idolo dei descamisados interpretata da Madonna in un celebre film lascerà così spazio alla taruca, un cervo andino in via d'estinzione, mentre le Falkland/Malvinas, fonte di eterna tensione con la Gran Bretagna, saranno sostituite dall’immagine di un condor. Da segnalare infine che, da giugno, la Banca Centrale argentina comincerà anche ad emettere banconote da 200, 500 e 1000 pesos - pari rispettivamente a circa 14, 35 e 70 euro.

Wearsafe, un pulsante contro le aggressioni sessuali

La Stampa
federico guerrini



Dici «aggressione a sfondo sessuale», e in questo periodo vengono in mente soprattutto le molestie alle donne, e i tristi fatti di Colonia, a opera di un folto gruppo di immigrati. Ma il problema non è certo un’esclusiva della Germania, o appannaggio di un particolare gruppo etnico. Una donna su quattro, secondo un recente studio, è stata oggetto di molestie sessuali nei campus americani. È da statistiche come questa che è partita l’idea di Wearsafe, un piccolo pulsante, inventato da un’azienda del Connecticut.

Wearsafe funziona in simbiosi con lo smartphone, cui è collegato tramite Bluetooth. È l’equivalente, in un certo senso, dello spray allo peperoncino contro i malintenzionati. Solo che, se quest’ultimo serve a scoraggiare gli aggressori, Wearsafe serve a chiamare aiuto in caso di emergenza. Il pulsante si può indossare in vario modo: come una spilla, un pendaglio al collo, attaccato alla cintura. Una volta premuto, invia un messaggio di aiuto via Sms, email e audio a un ristretto gruppo di amici e parenti. Sia il mittente (la potenziale vittima) che i destinatari devono per prima cosa aver scaricato l’apposita applicazione creata dall’azienda, che crea un canale di trasmissione “sicuro” e associa alle richiesta di aiuto le coordinate Gps dell’aggressione in corso.

Di per sé, quella di Wearsafe non è un’idea particolarmente nuova. Di applicazioni per cellulare che servono a chiamare aiuto ce ne sono a iosa: di recente, anche Amnesty International ne aveva proposta una. La differenza è il telefonino può non essere sempre a portata di mano: magari è in borsetta e non c’è il tempo di afferrarlo. Per attivare Wearsafe invece, basta un tocco e, altra caratteristica interessante, se impostata correttamente, assieme al messaggio di aiuto, l’applicazione può inviare anche una registrazione audio di quanto avvenuto nei 60 secondi precedenti all’aggressione. Utile a chi la riceve per farsi un’idea di quanto sta accadendo, e di come reagire alla richiesta.

Quel fiato ininterrotto che da 800 anni forgia il vetro

La Stampa
federico taddia

Sull’isola di Murano la fornace Seguso produce pezzi unici da 23 generazioni



«Lavorando nella fornace ho compreso la morale della vita: nel plasmare il vetro sei creativo e creatore, arrivi così a percepire il senso più profondo dell’essere creatura. Poi c’è lo spirito dell’attesa, della sorpresa, del fallimento o della vittoria per il risultato ottenuto, della certezza che quello che ti troverai tra le mani andrà comunque sempre al di là di quello che ti aspettati: il vetro è meraviglia e fragilità. La meraviglia e la fragilità dell’esistenza».

Gioca con le suggestioni come gioca con la sabbia Giampaolo Seguso, 73 anni, mentre tra le trasparenze colorate delle sue opere reinterpreta una storia lunga 600 anni. E davanti a lui Gianluca, Pierpaolo e Gianandrea ascoltano, ammaliati e pazienti, le parole del padre. Rispettosi, curiosi e concreti. Orgogliosi e consapevoli di essere loro, in questo momento, ad avere in mano il testimone di un’avventura famigliare che continua da 23 generazioni. Una magia che si ripete, giorno dopo giorno, dal 1397.

Lingue di fuoco che prendono spessore orchestrati da maestri silenziosi e schivi che sanno trasformare in arte il delicato equilibrio tra temperatura, gravità e forza centrifuga: lunghe canne di metallo dalla testa luccicante che roteano, si alzano e si abbassano, vagando tra forni. Canne dentro le quali soffiare, a volte con delicatezza e a volte con forza, per addomesticare il vetro fuso e accompagnarlo verso la forma desiderata. Una danza antica, tramandata nel tempo, che ha come palco l’isola di Murano. Diventata il primo distretto industriale al mondo da quando il Doge nel 1291 decise di spostare le fornaci di Venezia su questo lembo di terra, per evitare il rischio di incendi nella città e, soprattutto, per preservare i segreti della produzione vetraria. 

«Queste sono le nostre radici, un bagaglio immenso di competenze inserito in un contesto culturale imprescindibile – raccolta Gianluca – Un vetro per essere bello non è sufficiente che sia fatto a Murano, ma deve essere fatto bene a Murano. Per noi significa avere un’attenzione maniacale al dettaglio e a al particolare, perché è giusto che sia così. Io e i miei fratelli non abbiamo alcun merito di quello che hanno messo in piedi le 22 generazioni precedenti: ora è nostra la responsabilità di lasciare un segno e far sbocciare la passione a chi verrà dopo di noi».

E così, mentre Giampaolo anima la fornace dando luce a prototipi ed opere destinate alla sua raccolta privata, i tre figli traducono le ispirazioni paterne, e non solo, in business. Rivoluzionando il concetto di azienda. «E’ vero, abbiamo aperto le porte del nostro laboratorio, attraverso visite emotive chiamate “Experience”. E’ una immersione totale in questa dimensione, dove ognuno dei 40 dipendenti si sente un tassello fondamentale, e ha occasione per raccontarsi e rigenerare in sé il piacere di dare il massimo. Condividendo l’esperienza con l’esterno e con tutto l’indotto economico e sociale che ruota attorno a Murano.

Noi non facciamo vetro, noi facciamo emozioni che vengono rappresentate dal vetro: ma i primi ad emozionarci dobbiamo essere noi». Lampadari spettacolari e vasi dalle linee morbide e imprevedibili, elementi decorativi come maniglie e tavoli d’arredamento dai piedi trasparenti, oggetti dai design classici e raffinati e bicchieri minimalisti: i prodotti firmati «Seguso Vetri d’Arte» fanno parte delle collezioni permanenti di oltre 100 musei internazionali, sono presenti in Case Reali, lussuose residenze, teatri e hotel, oltre ad affiancare prestigiosi marchi della moda come Christian Dior e Fendi.

Per merito della fantasia di Pierpaolo, il direttore creativo, e la capacità di sviluppo di Gianandrea e Gianluca, che hanno individuato in quattro colonne portanti il motore della ditta di famiglia: integrità, sostenibilità, maestria e bellezza. «Bellezza non solo estetica, ma principalmente etica – spiega Gianluca – Lo sforzo è quello di far comprendere il senso della bellezza: tenere allenata la capacità di stupirsi è l’unico antidoto alla mediocrità». Nel frattempo all’interno della fornace, con i forni ad oltre mille gradi, le squadre composte da tre persone, il maestro, un servente e il garzone, continuano la loro danza, aiutati da pinze e forbici in metallo, palette di legno con cui modellare il vetro, gocce di colore che come un pennello tracciano linee e curve. 

«Alla base di tutto questo c’è un foglio nero e un gesso bianco: è il disegno di partenza con cui si fa intuire al maestro quale immagine si ha nella testa. Ed è in questo dialogo, abbozzato, corretto e rivisto insieme, che si cerca la perfetta armonia tra la forma e la materia. Cose che non si apprendono in nessun manuale, ma solo stando in bottega, sbagliando e riprovando, attraverso una formazione a rilascio lento che ricalca il modello rinascimentale». Un’occhiata veloce tra il maestro e il garzone. Suoni in un dialetto incomprensibili.

Traiettorie conosciute a memoria, con palle incandescenti che per incanto, nell’istante stesso in cui pensi di aver capito in cosa si stanno trasformando, diventano altro. «Mio padre era un ricercatore e quindi studiava la tecnica – conclude Giampaolo mentre, come mi sussurra, cerca di vestire di bellezza un sasso di vetro - Io sono un esploratore: a me capire il problema non m’interessa, io voglio essere meravigliato. Io sono un sognatore: il visionario soffre, il sognatore mai. E questa è una differenza vitale».

Ritratto di un’Italia che brinda al suicidio del “negro”

La Stampa
niccolò zancan

Non solo Ferrara, dove un nigeriano si uccide e c’è chi esulta. Altri episodi e altra intolleranza in Veneto e a Milano: abbiamo incontrato gli autori di quegli sfoghi




«È morto un negro. Siiiiiiii. Un merda in meno. Alti i bicchieri!». Chi scrive una frase così su Facebook? Chi c’è dietro? Che storia è questa? «Mi chiamo Cristian C. Ho 31 anni. Non è un buon momento per me. Ho dei problemi famigliari. Faccio l’operaio in un’industria meccanica, sono uno qualunque. Voglio dire, non sono uno che si veste bene, come puoi vedere. Ma non volevo fare casino.

Sabato pomeriggio sono tornato a casa stanco e ho scritto la prima cagata che mi è venuta in mente». È una frase razzista. «Non mi offendo. Dite pure quello che volete. Tante cose non vengono prese in considerazione, e allora ti va giù la catena». Cosa significa? «Vuole dire che delle persone di colore mi sono entrate in casa e mi hanno portato via tutto. Se ti entrano in casa, se spaccano, se invadono la tua vita, tu cosa rispondi? Cos’altro c’è capire?». 

Sette giorni fa un ragazzo nigeriano di 28 anni si è buttato sotto un treno a Ferrara. Nel giro di pochi minuti, sono incominciati ad arrivare i primi commenti. «Meglio così». «Finalmente una buona notizia!». «Posso unirmi ai festeggiamenti?». «Speriamo non si sia danneggiato il treno». Cristian C. ha scritto due volte. «Ma la mia doveva essere soltanto una roba da ridere. Una cazzata. Hai presente le cose che devono essere prese con le pinzette?

Non volevo suscitare un polverone del genere. Infatti, questa è la verità, ho detto al mio amico di cancellare tutto. L’argomento mi ha stressato». Possiamo scrivere il suo nome? «Se volete fare denunce, andate pure avanti. Ma io preferirei di no. Poi mi toccherebbe spiegare ai miei parenti. E, come le ho detto, questo non è un buon momento in famiglia». Lei e la politica? «Non mi interessa». Ha pensato a quel ragazzo? «Non è bello suicidarsi. Ma finché non ti succede niente nella vita, sei gentile. A me qualcosa è successo». 

Il «banglatour»
Ferrara, Emilia. Terra di cultura e accoglienza. Sempre qui, tre giorni fa, i poliziotti sono andati a bussare a casa di un ragazzo di 19 anni. Con altri dodici estremisti di Forza Nuova, da Roma e Chieti, partecipava ai cosiddetti «banglatour». Raid punitivi contro migranti bengalesi. Un gruppo accomunato dal «propugnare sia le tesi negazioniste dell’Olocausto, sia quelle della superiorità della razza bianca», c’è scritto nel decreto di perquisizione.

Questo viaggio è una specie di incubo reale. Un viaggio nella rabbia e nell’insofferenza italiana. Dove puoi imbatterti in una studentessa di 25 anni, laureata in Lettere antiche con 110 e lode, che ti dice: «Io sono fascista». 
Fascista? «Assolutamente sì, non ho problemi ad usare questa parola». Ha lunghi capelli biondi e un maglione girocollo rosso. Si chiama Martina Poli. Dei 15 militanti di Casapound a Verona, lei è la più giovane. 

I diritti umani
Davanti a un caffè macchiato, in un bar di fronte all’università, ti racconta la sua vita: «Mio padre è dottore di paese, mia madre casalinga. Io sono una secchiona. Studio tantissimo. Ho fatto la tesi sull’Eneide, forse il libro che preferisco in assoluto. Sogno di restare in ambito universitario, magari nella ricerca». Il suo punto di vista sull’attualità è: «Stiamo implodendo. Il modello di integrazione che vogliono propinarci è del tutto fallimentare. I fatti di Colonia ne sono la prova. La società multirazziale non può esistere. I migranti sono pedine nelle mani delle cooperative che li sfruttano, nessuno si integra veramente. Si creano solo dei ghetti. L’Italia sta morendo. Il diritto di base di un popolo sarebbe vivere in pace nella sua terra. Io credo che questa migrazione sia una violazione dei diritti umani».

Ha mai parlato con un migrante? «Personalmente, no. Sarà perché in biblioteca non li vedo, sono sempre dal kebabbaro con la birra in mano». Cosa significa, per lei, definirsi fascista? «Per me è un’idea di Stato. Quella che ha permesso all’Italia di essere una nazione. Io non voglio che i bambini dei migranti abbiano la nostra cittadinanza. La cittadinanza è una questione di diritti e di doveri. Andate in giro, troverete solo odio. E se io mi impegno in politica, è proprio per cercare di convogliare questo sentimento in qualcosa di costruttivo». E quale sarebbe, il suo progetto politico? «L’Italia deve chiudere le frontiere e tornare ad essere una nazione. Il governo deve prendersi cura degli italiani. I profughi che non lavorano, cioè quasi tutti, devono essere immediatamente espulsi».

Panchine anti-migrante
A Verona ci sono le panchine con le sbarre trasversali. Qualcuno le chiama anti barboni, altri le definiscono anti migranti. Le sbarre servono ad impedire a chiunque di sdraiarsi. Quelle panchine sono finite anche nel presepe, quasi come un simbolo della città. Verona è estremamente educata, piena di turisti che parlano lingue straniere. A Verona è nato il movimento «Verona ai veronesi». Il pretesto è stata una manifestazione che si è tenuta a pochi chilometri da qui, nella zona collinare chiamata Costagrande. Da cinque mesi, in cima a un cocuzzolo, nell’ex collegio di Don Mazzi, c’è un centro per richiedenti asilo politico.

È delimitato da reti, chiuso con un grande cancello elettrico. Cinquecento migranti dormono divisi in container da sei posti l’uno. Il paese più vicino è a 4 chilometri, giù da una strada di tornanti, si chiama Avesa. L’idea era quella di usare una sala della «Trattoria popolare» per allestire una scuola di italiano per i migranti. Non è stato possibile. Uno dei promotori delle proteste si chiama Franco Grava. Ha 65 anni, due figli e tre ex mogli. «Quando ti innamori, ti viene la pelle d’oca - dice ridendo forte - ma poi passa». «La prima moglie l’ho conosciuta qui, la seconda a Johannesburg, la terza a Città del Messico. E alla fine, sai cosa ti dico? La prima è sacra. Solo con lei ho fatto dei figli. E io vivo per loro». 

Da ragazzo era il cantante di un complesso che si faceva chiamare «i Brutos», il suo cavallo di battaglia era «Guarda che luna» di Fred Buscaglione. Franco Grava è un venditore di detergenti concentrati. Compra le materie prime, le fa assemblare. Cosa ci faceva in prima fila contro i migranti di Costagrande? «In Italia c’è il caos. Questi ammazzano, stuprano. C’è l’invasione. Per trovare un bianco bisogna andare in Africa, fra poco. Oddio, io non ce l’ho con nessuno, ho viaggiato tanto. Ma quando vai all’estero, devi avere tutto in regola, mentre queste persone qua non vogliono nemmeno farsi identificare». I richiedenti asilo politico, veramente, sono stati tutti identificati. «Allora senti, ragazzo, ti faccio io una domanda. Se vengono delle persone a casa tua, tu le lasci entrare?

Questi qui chiedono passaggi, tirano pugni sulle auto per farsi caricare su. Fanno quello che vogliono. Sporcano. Non parlano l’italiano». Ma è stato proprio lei, insieme ad altri residenti, ad opporsi alla scuola: «Certo, mica dovevano farla qui…». Sui social network, in questi giorni, è stata molto commentata una notizia che riguarda la Danimarca. Il governo danese ha deciso di sequestrare i beni dei profughi per fare fronte alle spese di gestione. Qualcuno si è indignato. È una pratica che ricorda ciò che facevano i nazisti ai deportati. Ma da una casa di Milano, la signora Laura S. ha attaccato gli indignati sui social network: «Secondo voi, mantenere milioni di nullafacenti è onorevole?». 

«Molestata sul bus»
Vive in zona Parco Lambro. Ha 50 anni. Indossa jeans, scarpe da ginnastica Adidas e non si trucca da molto tempo. «Perché il trucco è una schiavitù», dice. Il suo profilo Twitter traccia queste coordinate: «Il politicamente corretto è cancro. No Ue. No euro. No ius sanguinis». Ed eccola, in carne ed ossa: «Sono stufa di sentire frasi del genere: “Poverini, vengono dalla guerra”. Sono stanca delle palle, dei condizionamenti verbali.

Non guardo più la televisione». È una libera professionista, si occupa di assistenza clienti per una società che sviluppa software: «L’euro ha dimezzato il mio stipendio. La gente soffre e si ammazza. E intanto, cosa facciamo? Importiamo milioni di migranti che peseranno sulla nostra economia disastrata. Un esercito di maschi giovani disoccupati, molto ben messi fisicamente. Perché stiamo facendo una cosa del genere?». 

Quali sono i suoi rapporti con i migranti? «Una cara persona della mia vita è stata ricoverata in ospedale quattro mesi. Andavo a trovarla ogni giorno ma, alle nove di sera, non potevo prendere il pullman per tornare a casa. Sono stata molestata. Senza gravi conseguenze, grazie a dio. Ma io non sono mica Monica Bellucci, non è che la gente si volti a guardarmi quando passo in Piazza del Duomo.

Eppure, una volta giravo libera per questa città. Adesso non più». Se le dicono che lei è razzista? «Me ne frego. Mi fa orrore il politicamente corretto. È spossante, è falso». 
Sono le sei di una sera italiana. Il vento ha pulito il cielo. E le cose, i contorni di tutte le cose, adesso si vedono nitidamente. La signora che non vuole «l’invasione dei nullafacenti» saluta: «Vado ad accudire tre gatti randagi - dice - vado dal mio uomo, la mia passione, la parte migliore di me. E poi cercherò di aiutare chi ha bisogno, animali o essere umani. Credo sia la cosa più importante da fare nella vita».