lunedì 18 gennaio 2016

Vorrei vedere un musulmano angosciato per il terrorismo islamico

Corriere della sera

Italians

Ciao Beppe: per riassumere un po’ di argomenti recenti: sono un ateo ipertollerante. Preferirei non obbligare le donne musulmane a togliersi il velo, visto che noi non costringiamo le donne a togliersi il reggiseno al mare (usi e costumi, no?). Preferirei non ci fosse il crocefisso nelle aule della scuola pubblica, perché la scuola pubblica e’ la casa di tutti i bambini, anche di quelli che nel crocifisso non credono.

Non voglio piegarmi alla psicologia della paura, perché si muore molto più di inquinamento, incidenti stradali e droga che di bombe terroriste, ma nessuno (o quasi) fa crociate per queste cose. Non penso che la nostra civiltà sia in pericolo, anche se dovrà fare alcuni aggiustamenti per una realtà che cambia. Gli unici che possono distruggerne i fondamenti siamo noi, se ci lasciamo travolgere dalla paura. Chi ci spaventa e urla che la fine e’ vicina, lo fa per i nostri voti, non per la nostra sicurezza reale.

Pero’ voglio meno fucili perché in America, dove vivo, la maggior parte dei morti ammazzati cade uccisa da fucili imbracciati da cristiani, non da musulmani. Poi vorrei un musulmano vero, almeno uno, che venga su “Italians” a raccontarci la sua angoscia per la violenza che alcuni dei suoi correligionari infliggono al mondo ai tempi nostri. In sostanza sono ottimista ma non cieco, e sono contento che uno dei miei due presidenti la pensi allo stesso modo.

Giuseppe Barbesino, gbarbesino@gmail.com

Whatsapp gratis per sempre: sparisce il canone annuale di 0.89 centesimi

Corriere della sera
di Roberto Pezzali

Whatsapp ha annunciato poche ore fa di aver eliminato il canone chiesto agli utilizzatori dopo il primo anno di utilizzo: il servizio sarà totalmente gratis per crescere ancora e incrementare il numero di utenti.



Whatsapp diventa gratuito: il fondatore Jan Koum durante la conferenza DLD di Monaco ha annunciato l'abolizione del canone annuale di 0.89 euro richiesto, per tutte le piattaforme, dopo il primo anno di utilizzo. Nonostante si tratti di una cifra tutto sommato irrisoria, soprattutto in rapporto al servizio che la piattaforma offre ogni giorno ai suoi 900 milioni di utilizzatori, Whatsapp crede che il canone sia ormai solo un ostacolo alla futura espansione del servizio. Non tutti hanno una carta di credito, e soprattutto ci sono applicazioni di messaggistica gratuite, come Facebook Messenger, che hanno ormai avvicinato Whatsapp nella classifica delle app di messaggistica più utilizzate, 800 milioni di utenti attivi l’ultimo mese e un trend in crescita.


L'impressionante crescita di Whatsapp nei primi quattro anni di vita

La scelta di togliere il canone tuttavia crea un problema non da poco a Whatsapp, che ancora non ha trovato un metodo per monetizzare il servizio: Facebook Messenger ha Facebook che macina soldi, Whatsapp, che appartiene sempre alla galassia Facebook, tolto il canone non ha più alcun introito.

Ecco perché l’azienda sta studiando soluzioni diverse dalla classica pubblicità, che sarebbe malvista da molti utenti: in progetto ci sono molte idee, come ad esempio la possibilità di utilizzare Whatsapp anche come piattaforma business. Si può pensare, ad esempio, a call center che rispondono tramite Whatsapp ai problemi degli utenti o a notifiche per servizi e pagamenti che, al posto di arrivare tramite SMS tradizionale, arrivano senza costi tramite l’app di messaggistica.

Le possibilità in fase di studio sono tante, ma lo stesso Jan Koum, nel corso della conferenza, ha ammesso che attualmente non è ancora stata scritta una sola riga di codice per esplorare queste nuove opzioni. Nessuna novità neppure sul fronte delle videochiamate: potrebbero arrivare tra qualche mese così come potrebbero non arrivare mai.

Germania: a processo ex medico di Auschwitz accusato di 3681 omicidi

Corriere della sera

Il 95enne Hubert Zafke svolse la sua attività nel campo di sterminio per un solo mese, tra il 15 agosto 1944 e il 15 settembre 1944

Hubert Zafke

Alla fine la giustizia è arrivata. Un ex medico di Auschwitz andrà a processo in Germania il mese prossimo con l’accusa di aver partecipato ad almeno 3,681 omicidi. Il novantacinquenne Hubert Zafke svolse la sua attività nel campo di sterminio tra il 15 agosto 1944 e il 15 settembre 1944, quando 14 treni carichi di prigionieri, tra cui quello che trasportava Anna Franck, arrivarono al campo.
Processo
Secondo il procuratore, Zafke era «consapevole che Birkenau era un campo di sterminio» e partecipò attivamente alla sua organizzazione e all’uccisione di molti prigionieri. Il processo, che si terrà presso la città di Neubrandenburg, si apre dopo che una Corte di appello ha ribaltato una precedente determinazione secondo cui l’anziano medico non era in condizioni di salute sufficientemente buone per poter partecipare al dibattimento. La corte ha però anche riconosciuto che Zafke soffre «di problemi cognitivi e scarsa capacità fisica» e ha dunque ordinato che le sedute vengano regolarmente interrotte e che all’accusato vengano prestate tutte le cure necessarie. Se potrà procedere regolarmente, il processo dovrebbe terminare a marzo.

18 gennaio 2016 (modifica il 18 gennaio 2016 | 16:39)

Quella sensazione di sentire lo smartphone vibrare (ma non è vero)

Corriere della sera

di C.Mar

Si chiama «sindrome della vibrazione fantasma» e colpisce 9 persone su 10. Non si tratta di allucinazioni ma di ansia, ipersensibilità e ossessione per il cellulare



Alzi la mano a chi non è mai successo. Sentire vibrare lo smartphone in tasca, o nella borsa, prenderlo in mano e scoprire di non aver ricevuto alcuna notifica o sms. Succede quando siamo in metropolitana, magari in piedi, un po’ annoiati con il desiderio recondito di comunicare (via chat) con qualcuno. Oppure se siamo in riunione, quando c’è sempre la speranza di interrompere una lunga e noiosa esposizione. Ecco, sappiate che non siete soli. Ben 9 persone su 10 hanno a che fare con la cosiddetta «sindrome della vibrazione fantasma». Almeno così spiegano i ricercatori del Georgia Institute of Technology che hanno condotto uno studio su un gruppo di studenti, pubblicato sulla rivista Computers in Human Behavoiur.
Nessuna allucinazione
No, non c’è da allarmarsi. Non si tratta di allucinazioni. Non ci sarebbe nulla da ricollegare a presunte alterazioni cerebrali indotte dalla tecnologia come commenta Vincenzo Tullo, neurologo e responsabile dell’ambulatorio delle cefalee all’ospedale Humanitas di Milano: «Secondo l’autore dello studio infatti si tratterebbe solo di questione di abitudine. Avere il cellulare in tasca è come indossare gli occhiali: ci si dimentica di averlo. È come se il dispositivo diventasse parte di sé e così si è indotti a scambiare qualsiasi vibrazione, per esempio un fruscio, una contrazione muscolare, un lieve rumore, per un segnale lanciato dal nostro cellulare». E poi naturalmente entra in gioco la natura ossessiva dell’uomo che ci spinge a controllare spesso lo smartphone anche quando sappiamo che non ci sono messaggi.
L’ansia
Ma dietro alla «sindrome della vibrazione fantasma» ci sarebbe anche l’ansia come spiega il dottor Tullo: «Chi sente le vibrazioni anche quando non ci sono è spesso ipersensibile per via di un’ansia anticipatoria”. Queste persone provano ansia per le tante cose che devono portare a termine e vivono con esasperazione il loro rapporto con la tecnologia».
Il precedente
Già un’altra ricerca risalente al 2007 si era interessata al fenomeno collegandolo sempre all’ansia. Lo studio della Alliant International University aveva parlato di «ringxiety», parola composta da «ring», squillo e «anxiety» . La ricerca concluse che quasi 7 persone su 10 avevano sviluppato una sorta di dipendenza dal telefono e che più la persona utilizzava il telefono, più aveva probabilità di sentirlo suonare anche se muto.

18 gennaio 2016 (modifica il 18 gennaio 2016 | 17:59)

Esselunga ritira il suo sugo al basilico

Chiara Sarra - Sab, 16/01/2016 - 13:32

Nelle confezioni di un lotto possono esserci frammenti di vetro

È stato ritirato dagli scaffali di tutti i punti vendita un lotti di sugo al basilico a marchio Esselunga confezionato in barattoli di vetro da 400 grammi.



Nelle confezioni del lotto L104S e con data di scadenza aprile 2018, infatti, potrebbero esserci dei frammenti di vetro. Il sugo è stato prodotto per la catena di supermercati dall’azienda Delfino S.p.A. di Acerra (NA). Per scongiurare incidenti, Esselunga ha piazzato dei cartelli nei punti vendita per avvisare i clienti del pericolo e per invitarli a riconsegnarlo in negozio e a non consumare il prodotto. Una mail simile è stata inviata a chi fa acquisti sul sito internet dell'azienda. Per ulteriori chiarimenti o segnalazioni si può contattare il numero verde messo a disposizione da Esselunga: 800666555.

Quando il negozio non rende ma tiene in vita un paese

La Stampa
francesca zani

Viaggio nelle botteghe di montagna, dove il lavoro è passione e si tiene aperto con coraggio


Gisella Giovannone Mella ha 80 anni e da 65 gestisce l’ultima bottega in valle Bognanco. Foto Studio Rds
 
Luoghi di incontro e di servizio, non solo attività commerciali. Questo sono i negozi di montagna che stanno scomparendo. I paesi senza le botteghe, i bar, le vetrine di artigiani sono più poveri. La questione è sotto i riflettori, anche se per tante persone che popolano le terre alte è ormai tardi per cambiare le cose. 

«Prima hanno distrutto il commercio, la grossa distribuzione ci ha messo in ginocchio, ora si cerca una soluzione, temo che non sia più possibile», dice Gisella Giovannone Mella, che ha 80 anni, da 65 gestisce quello che è l’ultimo negozio di alimentari rimasto in valle Bognanco, in Ossola, e accoglie i suoi clienti 365 giorni l’anno, distribuendo anche depliant e brochure ai visitatori, come se fosse un ufficio turistico. 

Amore per il paese
«Sono originaria di Cimamulera, ma penso di amare Bognanco più dei bognanchesi - racconta con orgoglio -. Finché potrò sarò presente nel mio negozio, anche se ho subìto, come altri, ogni tipo di scorrettezza: tasse troppo alte, nessun sostegno. E fortuna che non devo pagare l’affitto. Siamo sempre stati indipendenti, dal 1932 possiamo commerciare le acque della valle e con questa attività facciamo quadrare il bilancio. E non cambio: continuo ad acquistare il prosciutto da rifornitori fidati e vendo i formaggi locali: per questo ho una clientela affezionata».

«Le terre alte vivranno»
«Compra in valle, la montagna vivrà» è lo slogan che in questi giorni ha lanciato Uncem per salvare i negozi di montagna. I dati dell’Osservatorio regionale sul commercio indicano in Piemonte 81 comuni senza neanche un negozio e il fenomeno della desertificazione in crescita. C’è una proposta di legge in Parlamento dedicata ai piccoli paesi con primo firmatario Enrico Borghi del Pd. «Si parla di incentivi dedicati agli enti locali per creazione di centri multi-servizio - spiega -. Altro tema sono gli sgravi fiscali, indirizzati solo alle zone dove è stato individuato il fallimento del mercato, per non danneggiare la concorrenza. Ripopolare la montagna è possibile».

Scommessa impossibile
Difficile è convincere chi è definito «coraggioso» perché vive e lavora nei paesi di valle. «Vado avanti perché amo il mio lavoro e i miei clienti, ma, se non ci fosse mio marito farei fatica ad arrivare a fine mese - dice Barbara Gaiardelli, mamma e proprietaria dell’unico negozio di alimentari a Villette, in val Vigezzo -. Per fortuna pago un affitto basso al Comune, altrimenti non avrei mai potuto iniziare nel 2009. Pochi gli aiuti per la nostra categoria, non riesco ad assumere dipendenti, pago una ragazza a giornata che mi sostituisce se non ci sono, non è possibile superare un tot di ore e di fatto lavoro sempre io, anche con l’influenza. E pensare che qui una volta i negozi di alimentari erano tre, poi per sei anni nessuno». 

Il coraggio di provare
Stesso coraggio ha avuto l’anno scorso Viviana Mellerio che a 54 anni ha aperto a Buttogno, frazione di Santa Maria Maggiore, un negozio di alimentari nella ex sede delle scuole. «Nessuno alla mia età mi avrebbe messo in regola, avevo bisogno di lavorare e, poiché avevo già esperienza nel settore, mi sono buttata in questa avventura - svela -. I clienti non vengono da me per la spesa grossa, ma pane e prosciutto si vendono bene. Quello che conta è stare in  piedi, bilanciando spese e affitto. Dovrebbero darci respiro abbassando le tasse». 

Parametri da rispettare
«In montagna ci sono periodi in cui il turismo ci aiuta tanto e altri in cui le vendite sono scarse, eppure lo Stato, in base agli studi di settore, ci chiede di rispettare parametri come fossimo in città, ma difficili da raggiungere per noi», aggiunge Silvia Ferrera che con la famiglia porta avanti da tre generazioni il negozio di alimentari a Ponte di Formazza. Le politiche per le terre alte di cui si parla in questo momento dovrebbero riguardare anche strategie per incentivare i turisti ad acquistare in modo consapevole i prodotti nei negozi dei luoghi che visitano. 

Quei 26 anni di lettere tra il giudice e l’uomo che condannò all’ergastolo

La Stampa
antonio giaimo, paola italiano

La prima spedita dopo la sentenza. Da allora non hanno mai smesso di scriversi


In 26 anni il giudice Elvio Fassone e Salvatore, condannato all’ergastolo nell’ambito del maxi 
processo alla mafia catanese si sono spediti 1.300 lettere

«Caro presidente». «Caro Salvatore». Per 26 anni il giudice Elvio Fassone ha scambiato migliaia di lettere con un detenuto che lui stesso aveva condannato all’ergastolo. Salvatore M. aveva sulle spalle 15 omicidi. «Caro presidente». «Caro Salvatore»: le lettere iniziano tutte così. Tranne una: «L’altra settimana ne ho combinata una delle mie. Mi sono impiccato. Mi scusi». Un agente di custodia lo ha salvato. Ma leggendo quelle parole, il giudice realizza che 26 anni sono un tempo enorme. «Nemmeno tra due amanti è possibile uno scambio di lettere così lungo».

È in quel momento, quando Salvatore cerca di farla finita, quando decide che quel «Fine pena: mai» che la giustizia ha scritto sulla sua scheda si deve trasformare in «Fine pena: ora»; ecco, è allora che il giudice capisce che quel carteggio così lungo, ormai così confidenziale, potrebbe anche finire. E decide che questa storia debba essere raccontata. 

«Fine pena: ora» è il titolo del libro che ha scritto, edito da Sellerio. «Questa vicenda – spiega Fassone nel primo capitolo – ha un particolare che credo la differenzi dalle altre. All’inizio della storia c’è qualcosa che l’ha messa in moto, qualcuno che ha pronunciato la condanna di Salvatore all’ergastolo, che ha spalancato i cancelli destinati a rinchiuderlo per sempre. Ebbene, l’uomo che ha segnato la sua vita e poi, in qualche misura, lo ha accompagnato per ventisei anni, sono io».

Il processo
Elvio Fassone - già senatore - prima di andare in pensione, era magistrato a Torino. Mentre a Palermo stava per concludersi il maxiprocesso a Cosa Nostra, 1500 km a Nord stava per iniziare un altro processo alla mafia, quella catanese. Anche questo era maxi: 242 imputati. E molti giudici si sfilarono. Fassone accettò di presiedere la Corte d’assise. Tra gli imputati c’era anche Salvatore, un curriculum criminale «la cui lunghezza si misurava a spanne». Lo scontro in aula fu duro. Ma poi arrivò la svolta che avrebbe portato all’inizio di questo scambio di lettere unico e che Fassone ci racconta così:

«Ogni giorno, a fine udienza, mi fermavo in ufficio per ricevere mogli, madri, parenti degli imputati. Li ascoltavo, li aiutavo se chiedevano il permesso per incontrare i detenuti. Si era arrivati a una mediazione importante: i detenuti avevano spesso processi in altri tribunali d’Italia, ma questo significava che ogni volta avremmo dovuto interrompere il processo a Torino, e chissà quando avremmo finito. Ebbene, noi giudici ci eravamo impegnati nei giorni nei quali loro erano assenti a non trattare i reati che li riguardavano». 

Senza sacrificare alcuna delle esigenze del processo, ha avuto un gesto di umanità. Ha trattato gli imputati come persone. Non ha dimenticato le regole, non ha chiuso un occhio, non si è tirato indietro quando si trattava di decidere in nome del popolo italiano. Semplicemente, non ha scordato di essere uomo con davanti altri uomini. Sull’unico terreno comune che unisce un giudice e un condannato, l’essere umani, è stato piantato il seme da cui sarebbe germogliato il legame lungo 26 anni con Salvatore. Che si rafforzò quando il giudice gli concesse di andare a trovare la madre malata, senza manette ai polsi. Dopo la sentenza, Fassone spedì un libro a Salvatore, che nella vita aveva solo letto atti processuali: «Siddharta» di Hermann Hesse.

L’inizio
Salvatore rispose con la prima delle 1.300 lettere tra i due: «Se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso sarebbe stato lui nella gabbia. Se io nascevo dove è nato suo figlio, forse ora farei l’avvocato». Una frase che non si dimentica. «Salvatore - dice oggi il giudice - nella lotteria della vita ha preso il biglietto che porta nella tomba dei vivi». Nel libro, ogni racconto prende il via da una frase scritta da Salvatore, che le carceri d’Italia le conosce pressoché tutte. C’è una lettera in cui parla del primo bagno al mare, dopo 23 anni di detenzione: «È stato fantastico, qui l’isola è veramente bella, in certi momenti sono persino un po’ felice». In altre pagine racconta quando la compagna, Rosi, che l’aveva seguito nei suoi spostamenti, lo lascia: «Non c’è dolore che io non conosca, ma questo è stato il più grande di tutti». Replica in un passaggio il giudice: «Il ricordo di una gioia passata non è più gioia, ma il ricordo di un dolore è ancora sempre dolore».

Nel carrello dei manolesta tre miliardi di "spesa" l'anno

Enza Cusmai - Lun, 18/01/2016 - 08:15

Vini, liquori, Grana e Parmigiano i più gettonati dai taccheggiatori. Ma spesso si scopre che a rubare sono gli stessi dipendenti o i fornitori



In un supermercato di periferia una giovane sudamericana un po' malmessa viene fermata all'uscita alle casse.

Un agente della sicurezza vuole ispezionare la sua borsa ma lei si oppone: «Lei non può toccarmi», dice sdegnata mentre presenta lo scontrino con cui ha pagato solo una bottiglia di acqua minerale. A quel punto si aspetta la polizia che la «inchioda» con un pezzo di parmigiano «dimenticato» nella borsa.La scena è tristissima, sembra una lotta tra poveri che rischiano una condanna (di pochi giorni) per un tozzo di pane. Eppure c'è tanta gente che ruba nei supermercati. Meno rispetto al passato (-5% nel 2015) ma rappresenta comunque un corposo esercito silenzioso che procura danni anche ai consumatori.

Alla fine le perdite dei magazzini ricadono sempre sulla clientela: almeno 90 euro di costo all'anno per ogni italiano. Ma qual è l'identikit del ladruncolo? Ci sono poveracci che non hanno un soldo in tasca già a metà mese, extracomunitari che comprano pane e mortadella e poi infilano in tasca formaggio e cioccolata, ci sono i furbetti che lo fanno di mestiere per rivendere i prodotti e prediligono alcolici e champagne, profumi e cosmetici. Poi ci sono insospettabili come anziani o signore dignitose che «arrotondano» la spesa con una leccornia nascosta sotto il cappotto.

Una elegante donna torinese di 53 anni, per esempio, è stata arrestata quattordici volte per furti in supermercati. L'ultima volta è stata pizzicata con diciannove libri nella borsa, quasi trecento euro di valore. In via generale, però, l'età media del taccheggiatore in Italia è compresa tra i 30 e i 45 anni e prendono di mira superstore, discount e insegne specializzate mentre i dipendenti agiscono dall'interno soprattutto nei negozi di elettronica e articoli sportivi.Quello dei furti in negozio è un fenomeno stra-conosciuto che cresce o si riduce a seconda che girino i soldi o meno.

E la contrazione del 5% nel 2015 è dovuta alla ripresa economica e alla massiccia opera di prevenzione antitaccheggio sferrata dalle grandi catene di distribuzione.Ma la tentazione di arraffare per molti è sempre fortissima e a dispetto dei controlli, anche l'anno scorso sono spariti prodotti per un valore di 2,95 miliardi. Una cifra che rappresenta circa l'1,01% del fatturato dei supermercati che operano in Italia. Ma chi ruba e cosa? Al primo posto si piazzano i clienti che un po' pagano e un po' rubano (quasi 5 su 10 furti), seguiti dai dipendenti che come «secondo lavoro» vendono al mercato nero i prodotti oppure si fanno la spesa gratis, e dai fornitori che «dimenticano nei camion pacchi destinati al supermercato».

Quali sono i prodotti più appetibili dai ladri? Il vino e gli alcolici. In particolare, spiega Coldiretti, i liquidi sono in vetta alla classifica seguiti da seguiti da formaggi come Grana Padano e Parmigiano Reggiano e la carne fresca o trasformata e gli affettati. A seguire gli accessori moda, calzature ed abbigliamento sportivo, i prodotti per il benessere e la salute dove, ai primi posti troviamo lamette, cosmetici e profumi e, l'alta tecnologia dove i prodotti più a rischio sono accessori per cellulari, iphone, smartphone, ipad e tablet. Infine nel bricolage gli attrezzi elettrici, le batterie ed i cavi sono in cima alla classifica dei prodotti più «ricercati».

Il quadro di questo mondo sommerso non mette però l'Italia tra i paesi peggiori. In Europa ci sono più furti in Olanda e in Finlandia, mentre il Messico si aggiudica la palma d'oro dei furti a livello mondiale. I più virtuosi? Norvegia, Svizzera e Francia.

I migranti e la logica tedesca

Corriere della sera
  di Francesco Giavazzi

L’accoglienza e l’inserimento dei rifugiati nella nostra società, a prescindere dall’aspetto umanitario, è un fatto positivo per l’economia dei Paesi dell’euro. Aprire le frontiere ai rifugiati, come ha fatto la Germania, non solo è il modo etico per affrontare una tragedia inesorabile, ma - a patto di rispettare le condizioni che indicherò più avanti - aiuta l’economia europea. Questa è la ragione per cui Angela Merkel non deflette dalla sua scelta di frontiere aperte.

I Paesi dell’euro hanno due problemi: un tasso di fertilità molto basso, che via via riduce la popolazione, e una carenza di domanda. Il tasso di fertilità nell’eurozona è in media 1,6 (cioè 1,6 figli per ogni donna). Per mantenere la popolazione stabile il tasso di fertilità dovrebbe essere un po’ sopra 2. Gli unici Paesi europei in cui questo accade sono Irlanda e Francia. La bassa fertilità è solo in parte compensata dall’allungamento dell’età lavorativa, che cresce troppo lentamente. Risultato: la popolazione attiva scende, e questo ci costa circa mezzo punto l’anno di minor crescita.Diversamente dalla fertilità, che è un fenomeno di lungo periodo, la carenza di domanda è un’eredità della crisi.

Ma entrambe, scarsa domanda e bassa fertilità, ritardano l’uscita dalla recessione. Fra i Paesi dell’euro, quello in cui questi problemi sono più accentuati è la Germania. La fertilità tedesca è una delle più basse: solo 1,38 bambini per ogni donna. Anche la domanda è particolarmente bassa in Germania, come dimostra il fatto che essa abbia un avanzo nei conti con l’estero pari a quasi l’8 per cento del prodotto. Cioè la Germania produce quasi l’8 per cento più di quanto spende. L’eurozona ha quindi un problema aggregato - poca domanda, bassa fertilità - e uno squilibrio, fra la Germania e il resto dell’area. Accogliere i rifugiati, e accoglierne di più in Germania, è il modo per correggere entrambi.

La Germania è anche il Paese che ha più spazio nei propri conti pubblici: il 2015 si è chiuso con un avanzo di bilancio pari a 1 punto di Pil (Prodotto interno lordo). Un milione di rifugiati, quanti la Germania ne ha accolti nel 2015, costa circa un terzo di punto di Pil l’anno: sussidi diretti, attività per facilitare l’integrazione, abitazioni, scuole, assistenza medica. Di tanto quindi cresce la spesa pubblica tedesca con effetti positivi sul resto dell’eurozona. Un rifugiato costa allo Stato tedesco circa 12 mila euro il primo anno, una cifra che si riduce nell’arco di 5-10 anni quando egli si inserisce nel mercato del lavoro ed esce dai programmi di assistenza.

Accogliere i rifugiati è quindi una strategia intelligente: aumenta la spesa pubblica nel breve periodo, per l’assistenza necessaria, ma in un modo che si corregge automaticamente entro un decennio. Nel lungo periodo rifugiati integrati contribuiscono alla sostenibilità del sistema pensionistico. L’effetto sulla popolazione è di aumentarla di circa il 2% nel triennio. Un numero non enorme, ma sufficiente per arrestare la caduta della popolazione tedesca. L’effetto poi si propaga nel tempo per il maggior tasso di fertilità delle donne immigrate. L’età dei rifugiati conta: più sono giovani, più a lungo dovranno essere educati e assistiti, ma più a lungo anche pagheranno tasse e contributi sociali.

Angela Merkel è forse il solo statista europeo ad aver capito che accogliere i rifugiati e investire nel loro capitale umano non ha solo un aspetto di solidarietà: è più lungimirante che costruire autostrade.
Tutto questo richiede però due condizioni. I benefici dell’integrazione si ottengono solo con il rispetto delle regole; negli Stati Uniti l’integrazione funziona, pur se con mille difficoltà, perché la violazione delle regole è punita duramente. L’integrazione inoltre deve rispettare i valori del Paese che accoglie, come ha chiaramente spiegato Ernesto Galli della Loggia alcuni giorni fa su queste colonne. Episodi, come quelli accaduti in Francia, in cui in alcune scuole in quartieri con significativa presenza di cittadini di religione musulmana, presidi e insegnanti hanno in modo passivo accettato che fosse tolta la carne dalla mensa per evitare discussioni, non aiutano l’integrazione e sono inammissibili.

Il secondo problema riguarda l’equilibrio di genere. La recente ondata di rifugiati è composta per lo più di maschi. Ma l’equilibrio di genere si realizza con l’integrazione e con i ricongiungimenti familiari. È la scarsa capacità di integrare che mantiene lo squilibrio di genere. Anche qui la Germania è un buon esempio: su 7,8 milioni di cittadini nati fuori dai confini tedeschi esattamente la metà sono donne. Solo per alcune nazionalità, in particolare per i cittadini di origine africana, la percentuale di donne è inferiore al 40 per cento.

18 gennaio 2016 (modifica il 18 gennaio 2016 | 08:18)

La Sicilia delle Porsche e delle Ferrari con 23 miliardi che sfuggono al Fisco

Corriere della sera
di Sergio Rizzo

L’agenzia regionale Riscossioni incassa solo l’8 per cento. Sequestrate 3.200 auto di lusso. Tra i morosi ci sono sindaci, assessori e parlamentari: in tutto almeno 160 politici.



Dice Antonino Fiumefreddo: «Davanti a me c’è un muro. Non ho la sensazione che si vogliano cambiare le cose». Venti giorni fa l’assemblea regionale gli ha bocciato a scrutinio segreto la ricapitalizzazione della società di cui è presidente da un anno, Riscossione Sicilia, e che ha il compito di incassare le imposte nell’isola. Sarà una coincidenza, ma è successo dopo la scoperta che 61 deputati regionali su 90 avevano pendenze con il Fisco. E sono soltanto una parte degli almeno 160 politici locali nelle stesse condizioni. Parlamentari, assessori, ex consiglieri, sindaci... C’è di tutto.

Nessuno gli chiedeva i soldi e forse quando è successo qualcuno si è arrabbiato. Non li chiedevano a loro, né a tantissimi altri. Basta dire che dei 5,7 miliardi di ruoli riscuotibili ogni anno nell’isola, si incassano 480 milioni. Paga solo l’8 per cento. Ecco perché Riscossione Sicilia, società regionale omologa di Equitalia, fa l’esattore perennemente in perdita, fino ai 14 milioni di buco del 2014. Per non parlare dei costi.

A Catania, 72 mila euro al mese per l’affitto della sede. A Siracusa, 35 mila. A Ragusa, 30 mila. A Palermo la società possiede un immobile di nove piani, eppure spendeva per affitti mezzo milione l’anno. Quando Fiumefreddo è arrivato ha trovato 702 dipendenti e una lista di 887 avvocati esterni. Azzerarla non è stato facile. Come accorpare gli uffici provinciali. Quanto all’offensiva contro gli evasori, lasciamo spazio all’immaginazione. Da maggio a dicembre hanno sequestrato 3.200 auto. Ben 1.189 nei soli primi tre mesi: fra queste 33 Ferrari, 119 Porsche, 49 Jaguar, 17 Maserati, 2 Rolls Royce, 3 Cadillac, una Aston Martin e perfino quattro Hummer.

Più un jet privato da 8 milioni intestato alla proprietaria di un bar di Catania. Alla faccia dello stereotipo di regione povera che da sempre marchia la Sicilia, i contribuenti che devono più di 500 mila euro sono 12.979, per un debito di 23,3 miliardi. A Catania il carico maggiore spetta a una sconosciuta signora (Rosaria Ferlito) che dovrebbe dare a Riscossione Sicilia 85,7 milioni. A Trapani il signor Silvano Lombardo di milioni ne deve 168. A Messina, e nelle altre città siciliane, sono gravemente morose le principali aziende municipalizzate. A Palermo la stessa Regione Siciliana deve al suo esattore 37,8 milioni.

Mentre 54,6 milioni dovrebbe pagare Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino a suo tempo condannato per mafia. Seguono numerosi altri debitori per milioni, alcuni deceduti, i cui nomi rimandano a Cosa Nostra: come se quel capitolo di quando le esattorie siciliane erano in mano ai cugini mafiosi Ignazio e Nino Salvo non si fosse mai del tutto chiuso.

Fantasie? «Si sottolinea», ha scritto Fiumefreddo al presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone, «come fra i grandi morosi vi siano soggetti a Catania riconducibili alla famiglia mafiosa di Cosa Nostra Santapaola-Ercolano, così come a Palermo diverse aziende sono collegabili alle famiglie più famigerate, con una situazione che diviene incredibile a Trapani dove molti soggetti sono noti alle cronache per essere sospettati di fungere da prestanome al boss Matteo Messina Denaro».

È saltato pure fuori che non poche imprese «con pendenze fiscali assai importanti» risultano titolari di contratti d’appalto con pubbliche amministrazioni, nonostante questo sia espressamente vietato dalla legge.

Neppure è raro imbattersi in aziende fallite, senza che Riscossione Sicilia con i suoi 887 avvocati si fosse inserita nel passivo. Come pure in società apparentemente in gran salute, privati cittadini, commercianti. E studi professionali tra i più accreditati. Un esempio? Scorrendo il tabulato di Palermo cade l’occhio sul nome del famoso avvocato Ignazio Messina, ex deputato e segretario dell’Italia dei Valori, partito che fu di Antonio Di Pietro. Gli viene attribuito un debito di 605.431 euro.

Ora è lecito chiedersi se quanto sta accadendo non sia il segno di un preoccupante rigurgito gattopardesco. A novembre, sostiene Fiumefreddo, gli incassi sono saliti del 51 per cento e per la prima volta in dieci anni nel 2015 è stato superato il budget. Evviva. Ma certo con un sistema informativo fermo al 1989 non si fa molta strada. Tanto più se pure la politica rema contro. E non è escluso che Fiumefreddo, avendo forse pestato troppi calli, vada a casa dopo aver portato i libri in tribunale. Senza rimpianti: se questo è il risultato dell’autonomia regionale, meglio che riscuota lo stato centrale.

Sapendo però che solo vincendo la battaglia delle tasse si potrà dire che la Sicilia sta cambiando davvero.

18 gennaio 2016 (modifica il 18 gennaio 2016 | 10:05)

Antifascismo, Isis e poco spazio ai giovani: quelle critiche all’Anpi dalla Sinistra radicale

Corriere della sera
di Luca Mastrantonio

Un documento di denuncia è stato redatto in vista del 16° congresso nazionale che si terrà a Rimini dal 12 al 15 maggio prossimi



Oggi in piazza assieme al Pd contro i centri sociali di destra, come è avvenuto nel fine settimana a Reggio Emilia, domani con Berlusconi contro la riforma del Senato. Anche l’Associazione nazionale partigiani italiani deve fare i conti con un momento politico liquido talmente surriscaldato da diventare gassoso. Le geometrie sono così volatili che le critiche possono piovere anche da sinistra. Il «manifesto», ieri, titolava: «L’antifascismo vive se non è autoreferenziale». Un mezzo epitaffio, nonostante le tante tessere dell’Anpi. Lo spunto è il documento redatto in vista del 16° congresso nazionale che si terrà a Rimini dal 12 al 15 maggio prossimi.

L’accusa: l’Anpi è troppo conservatrice. Il documento denuncia i fondamentalismi nuovi, la destra xenofoba in Europa e in Italia, e traccia le linee di azione politica, tra cui la difesa della Costituzione dalla riforma di Renzi; ma punta su alleanze istituzionali, circoscritte ad Arci, Cgil, Miur e Auser (Associazione per l’invecchiamento attivo), evitando come la peste le «cattive compagnie che vogliono utilizzare e strumentalizzare il buon nome dell’Anpi».

Il «manifesto» critica questa chiusura verso i movimenti antagonisti, animati dai giovani, e sul piano internazionale denuncia la trascuratezza della questione palestinese. Sull’Isis, invece, l’Anpi offre un giudizio apocalittico dando fondo al suo patrimonio storico-morale: le «barbarie inaudite» vanno «spesso al di là perfino delle atrocità compiute dai nazifascisti». Per il «manifesto», il testo è troppo autoreferenziale, e l’Anpi rischia di ridursi a «custode del passato, come piacerebbe al Pd», conclude Saverio Ferrari, che fu militante di Avanguardia Operaia e ora cura un Osservatorio sulle nuove destre; e in passato fu condannato per l’assalto a un bar milanese di estrema destra, nel 1976. Siamo sicuri che i compagni che sbagliano siano proprio quelli dell’Anpi?

18 gennaio 2016 (modifica il 18 gennaio 2016 | 10:16)

Il futuro negato (da dottore) del piccolo Aylan. La risposta di Rania

Corriere della sera
di Antonio Ferrari

La regina di Giordania dopo l’ultima choccante vignetta di Charlie Hebdo

Il testo di Osama Hajjaj dice: «Che cosa sarebbe diventato il piccolo Aylan se fosse cresciuto?»

Rania non è soltanto una giovane, bellissima e coraggiosa sovrana, che a fianco del marito re Abdallah di Giordania denuncia senza paura (a differenza di tanti leader tremebondi) la brutalità e le violenze dei tagliagole dell’Isis, che pretendono di uccidere in nome dell’Islam, mentre invece sono soltanto degli assassini. Rania, di origine palestinese, musulmana sunnita, e soprattutto donna che ha sempre difeso la libertà e i diritti di ciascuno, ha un innato e straordinario stile.

Era in prima fila a Parigi, accanto al marito, a testimoniare l’orrore della Giordania, nel gennaio scorso, per la strage di Charlie Hebdo. Probabilmente, come tante persone, e non soltanto musulmane, non condivideva la volgare ironia antireligiosa del settimanale, ma voleva manifestare la sua fede nella libertà e la vicinanza al popolo di un Paese ferito. Un Paese, la Francia, che sarebbe stato colpito ancor più brutalmente, con le stragi del novembre scorso.

La regina Rania di Giordania
La regina Rania di Giordania

Rania, come è suo costume, non ha reagito con una secca risposta, o con parole di sprezzante condanna, all’ultima vignetta del settimanale satirico francese. Charlie Hebdo aveva mostrato infatti il piccolo Aylan Kurdi, il bimbo morto sulla spiaggia turca che ha commosso il mondo, mentre, diventato adulto, cercava di molestare le future ragazze di Colonia. La regina ha risposto con sofisticata ironia, pubblicando sul suo account un tweet con la vignetta del disegnatore giordano Osama Hajjaj, che ritrae Aylan adulto con il camice di un medico.

«Avrebbe potuto diventare un dottore, un insegnante, un padre affettuoso...», ha scritto Rania, ringraziando il disegnatore per aver dato vita ai suoi pensieri. Una lezione davvero regale, che tanti bacchettoni di un estremismo laico che confonde la libertà con l’insulto e l’offesa, dovrebbero seguire. La Giordania ha oltre un milione e mezzo di rifugiati, quasi un terzo della sua popolazione. Invece di strillare, il piccolo regno ci impartisce lezioni di vivere civile. Grazie, regina Rania!

18 gennaio 2016 (modifica il 18 gennaio 2016 | 09:03)

Difendiamo la nostra civiltà a costo di offendere le altre"

Simone Bressan Andrea Mancia - Lun, 18/01/2016 - 08:08

Il filosofo inglese Roger Scruton racconta il flop delle politiche sugli stranieri: "L'Europa si è arresa alla sinistra: se parli di integrazione passi per razzista"

Roger Scruton è un uomo fuori dal tempo. Compirà 72 anni tra poco e solo qualche giorno fa il Weekly Standard lo ha definito come «il conservatore inglese più significativo dai tempi di Edmund Burke».

Lui fa di tutto per non smentire l'onorificenza e nel suo ultimo libro Fools, Frauds and Firebrands: Thinkers of the New Left («Sciocchi, imbroglioni ed estremisti: i pensatori della Nuova Sinistra») - espansione e aggiornamento di un suo controverso lavoro del 1985 - disegna una sorta di crudele «bestiario» dell'intellighènzia globale sinistrorsa dal Dopoguerra a oggi. Scritto con il disincanto di chi si ricorda di essere figlio di una famiglia laburista, il libro mette a nudo tutti i limiti del pensiero progressista, affrontando mostri sacri come Habermas, Lukacs, Sartre, Galbraith e Derrida.

Scruton è uno di quelli che ha scelto di non piegarsi al politically correct dominante e che continua a ritenere che la nostra civiltà sia minacciata più dall'estremismo islamico che da qualche opinione un po' sbilenca rispetto ai rigidi confini tracciati dai guru del progressismo. In un delizioso dialogo con il giornalista Mike Hume, pubblicato questo mese dal periodico inglese Spiked!, Scruton argomenta con grande lucidità le ragioni del suo ultimo lavoro e spiega il senso di voler dedicare un intero libro alla demolizione intellettuale di pensatori a volte ignoti al grande pubblico.

Anche se «all'uomo della strada questi nomi dicono poco» e le loro biografie sono particolarmente datate, gli effetti devastanti del loro pensiero debole rischiano di essere letali per l'Occidente. Soprattutto oggi che le minacce alla nostra libertà sono diventate terribilmente serie. Lo slogan della rivoluzione francese è rimasto, appunto, «solo uno slogan». Liberté, égalité, fraternité: tutti valori per cui, spiega Scruton, «moltissima gente ha combattuto e ha perso la vita, sono stati completamente trasformati da un approccio burocratico».

Così oggi siamo pieni di leggi e provvedimenti statali orientati a garantire che nessuno venga discriminato, con il risultato che si impedisce a chiunque di emergere appena un po' più degli altri. Anche la libertà è stata codificata come un diritto concesso generosamente dallo Stato: non la libertà delle persone di vivere la propria vita al meglio e di realizzarsi ma un beneficio, magari «concesso sotto forma di voucher» per chi è gay, donna o minoranza etnica.

Così facendo, secondo Scruton, «questi ideali hanno smesso di essere tali e sono diventati una proprietà che lo Stato distribuisce alle persone secondo la moda del momento». Ma è sul conflitto esistente tra la civiltà occidentale e l'estremismo islamico che la questione diventa cruciale. «Per 30 anni spiega il filosofo inglese mi sono battuto perché l'integrazione delle comunità di immigrati nella nostra società fosse un tema centrale». La verità è che nessuno ci ha mai provato davvero, perché «se parlavi di integrazione la sinistra ti accusava di razzismo».

Nessuno ha mai avuto la forza di opporsi all'apologia continua del multiculturalismo. E quando Scruton pubblicò sul giornale da lui diretto (The Salisbury Review) un saggio che spiegava come «il fatto di non obbligare i ragazzi a parlare inglese nelle scuole rischiasse di danneggiare i bambini di tutte le comunità», la sua carriera accademica andò letteralmente in pezzi. Scruton, però, continua «a credere nel concetto di integrazione», anche se le sue idee in merito sono quanto di più lontano possa esistere da una generica affermazione di buoni principi.

«I Musulmani racconta a Spiked! devono essere messi davanti al fatto che in Occidente ci si comporta in un certo modo: non si trattano le donne come avviene spesso nella loro cultura e non ci si copre il volto in pubblico». Per Scruton, infatti, la nostra è una società che definisce i rapporti e le relazioni tra persone anche e soprattutto guardandosi in faccia e negli occhi. Sono affermazioni come questa che gli hanno garantito in passato e gli garantiranno in futuro l'ostracismo della sinistra progressista e di larga parte dei media occidentali, tutti allineati al dogma del politically correct.

Non si tratta solo «di difendere solo il diritto di manifestare il proprio pensiero, anche se scorretto, ma soprattutto di rivendicare quanto abbiamo ereditato dall'Illuminismo e dal Cristianesimo». «Se incalza Scruton non siamo disposti a difendere la cultura che ha prodotto Ludwig van Beethoven, George Eliot e Lev Tolstoj, che cosa mai dovremo difendere?».