mercoledì 20 gennaio 2016

Caccia al refuso

La Stampa
Anna Masera

La proposta di un lettore

Il tema dei refusi sui giornali, nelle loro versioni di carta o online che siano, è un tormentone che colpisce da sempre tutte le redazioni del mondo. Come scrisse il giornalista Francesco Costa l’anno scorso in un divertente articolo che umanizza la categoria professionale, son «cose che catipano quando fai un giornale». 

Il «così fan tutti», per esempio confrontandosi con rubriche come «Regret The Error» («scusate l’errore») sul portale dell’Istituto Poynter.org di Craig Silverman, giornalista esperto di informazione online, o con il mitico «New York Times», che si scusa regolarmente per i propri refusi - a partire dai nomi e cognomi delle persone citate negli articoli - ammettendo di faticare a risolvere il problema alla radice nonostante le nuove tecnologie, è però una magra consolazione.

Il rischio è di indebolire la fiducia dei lettori. L’associazione mondiale dei giornali Wan-Ifra (World Association of Newspapers and News Publishers) ha richiamato all’ordine i giornali sottolineando l’importanza di mostrare ai lettori il proprio impegno nei confronti dell’accuratezza. 

Tra i rimedi proposti per ridurre la disattenzione c’è per esempio quello della responsabilità individuale di chi ha sbagliato la trascrizione di un nome: chiedendo scusa personalmente ai lettori che si vedono costretti a richiedere al giornale di rettificare il proprio nome. Perché mentre le edizioni online hanno il vantaggio di poter essere sempre modificate e quindi corrette, sulla carta scripta manent. 

Un lettore che si dice «ossessionato dai refusi» ci ha proposto di segnalarceli in cambio di un riconoscimento. Stiamo valutando come coinvolgere tutti i lettori che vorranno partecipare e aiutarci a migliorare, a partire dall’edizione online.

@annamasera

Studio e primi lavori per riaprire i Navigli: la giunta si divide

Corriere della sera

di Paola D’Amico

Intervento in zona Greco. Il Comune affiderà a Mm lo studio di fattibilità per la realizzazione di un collettore che incanali l’acqua della Martesana prima nella Vettabbia, restituendole la dignità di corso d’acqua, poi nella Darsena

Il Naviglio della Martesana

La sfida è riportare quanto prima l’acqua nella cerchia interna del Naviglio, di farla scorrere (per ora) sotto il manto stradale, sfruttando ciò che resta dell’antico alveo. Un primo passo in attesa di realizzare il sogno ben più ambizioso, espresso anche dal candidato alle primarie del centrosinistra Giuseppe Sala, di completa riapertura dei canali navigabili. Il Comune - è questione di giorni - affiderà a Metropolitana milanese (Mm) lo studio di fattibilità per la realizzazione di un collettore che incanali l’acqua della Martesana prima nella Vettabbia, restituendole la dignità di corso d’acqua (oggi si alimenta con le acque dei pozzi di prima falda), poi nella Darsena.

Opere, come spiega l’ingegnere Maurizio Brown, uno dei massimi esperti dei sistemi idraulici della città, che potrebbero essere realizzate già nei prossimi anni sfruttando la cantierizzazione nel frattempo avviata per la nuova linea blu del metrò, che da corso di Porta Vittoria a Sant’Ambrogio si sviluppa proprio seguendo il corso del Naviglio sepolto. M4, in questo modo, invece di essere un ostacolo alla riapertura dei Navigli ne diverrebbe un traino.

Ai non addetti ai lavori può risultare difficile immaginare la rinascita del canale d’acqua laddove «scorre» anche un’infrastruttura delle dimensioni di un metrò. «Il tunnel - spiega Fabio Terragni, presidente di M4 Spa - correrà a 20-25 metri di profondità, l’alveo del Naviglio si trova tre metri sotto la superficie stradale. Le interferenze del canale d’acqua con la blu in superficie sono minime, in prossimità di sole cinque stazioni, Policlinico-Sforza, Santa Sofia, Vetra, De Amicis e Sant’Ambrogio. Inoltre, stiamo lavorando per accorpare alcuni manufatti di servizio, così da ridurre l’impatto dell’opera nel centro storico».

Va detto che sin dal primo studio preliminare della blu, redatto da Mm, era indicata la necessità di non alterare il tracciato del Naviglio lungo la cerchia interna. Questo è stato ribadito recentemente da un accordo firmato da Comune, Città metropolitana e Regione che tutela il percorso dei canali in vista di una futura riapertura, richiesta dai «milanesi che hanno espresso la volontà di riappropriarsi dei canali navigabili - ricorda la verde Elena Grandi - con un referendum nel 2011.

L’apertura avrebbe la funzione oltre che di abbellire la città anche di riconnettere un sistema di acque che all’altezza di via Melchiorre Gioia è stato interrotto». Contrario l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno: «La riapertura dei Navigli non mi sembra una priorità. È un’ipotesi affascinante ma il futuro si gioca su altre frontiere».

Di una riapertura graduale ha parlato l’altro candidato alle primarie Balzani. Il primo intervento potrebbe realizzarsi proprio a Cassina de’ Pomm, dove la Martesana ora finisce sotto terra, confluisce all’altezza di via Carissimi nel Seveso e insieme ad esso entra nel cavo Redefossi. Dividere i due corsi d’acqua, con la Martesana che riemerge nel suo vecchio alveo fino alla Conca dell’Incoronata-via San Marco e poi prosegue canalizzata sotto terra fino alla Darsena, forse avrebbe anche l’effetto di ridurre i rischi di allagamento del quartiere Isola quando il Seveso esonda.

20 gennaio 2016 | 08:25

Troppe chiacchiere e poche preghiere: il parroco abolisce i cortei funebri e il paese insorge

La Stampa
elisabetta fagnola, simona marchetti

A Galliate con l’anno nuovo si è interrotta una tradizione secolare. Nel 1948 per dire addio al pilota Achille Varzi arrivarono 15mila persone


Il funerale di Achille Varzi, pilota di Bugatti e Alfa Romeo, venne celebrati il 6 luglio 1948: arrivarono 15mila persone da tutta Italia e vegliarono il feretro per tre giorni

La folla che seguì il feretro, quel 6 luglio del 1948, a Galliate la ricordano soltanto più i nonni e le foto d’epoca: in 15mila arrivarono da tutta Italia nel paese di Achille Varzi per dire addio al pilota di Bugatti e Alfa Romeo. La bara venne lasciata tre giorni e tre notti sulla scocca di una macchina da corsa nella chiesa del paese e poi un fiume di persone accompagnò il pilota al cimitero. Di cortei funebri così gli abitanti di Galliate non ne vedranno più: «Ora si chiacchiera e non si prega», sintetizzando, è il messaggio che il parroco don Ernesto Bozzini ha scritto in una lettera ai fedeli abolendo con l’inizio dell’anno nuovo i cortei funebri ai funerali. E chi pensava che avrebbero protestato soltanto gli anziani più legati alle tradizioni ha dovuto ricredersi: la polemica è montata perfino sui social. 


UBEBOC
Il castello visconteo di Galliate, sullo sfondo la chiesa parrocchiale

Sulla piazza di Galliate, 15mila abitanti nell’Ovest Ticino, il sabato mattina è fatto di commissioni, chiacchiere, qualche minuto di sosta davanti ai manifesti funebri. «Si sa che ai funerali si parla, è sempre stato così, come sul sagrato della chiesa prima della messa, gli agricoltori si davano consigli sul riso, gli operai parlavano di sindacato, le signore si davano di gomito commentando i vestiti delle altre» racconta Carlo, bicicletta alla mano. Un evento sociale, oltre che religioso, intramontabile misto di fede e gossip. «Ma da qui ad abolirlo del tutto, senza neanche benedire la bara al cimitero, ce ne passa» aggiunge. 

LA PROTESTA SUI SOCIAL
Così, l’idea che la città dia l’addio ai suoi morti con un’ultima benedizione sul sagrato della chiesa a molti non va giù. «Ho partecipato ad uno dei primi funerali celebrati con questo sistema - conferma Antonio Vitale, muratore -: è stato triste. Il figlio ha recitato una preghiera nell’attimo in cui è stata chiusa la tomba. L’assenza del prete mi è sembrata squallida, l’intera funzione mi è sembrata priva di significato». E’ stato lui a dare il via sui social alle prime proteste, in molti lo hanno seguito, riportando a galla il ricordo del funerale più celebre di tutti, quello di Achille Varzi, vegliato per giorni: «Il nonno di uno dei miei predecessori, Ambrogio Polastro, vi partecipò – racconta Guido Moretti, presidente del motoclub – non ha mai dimenticato la folla di quel momento».


UBEBOC

IL PARROCO: «SI CONSIGLIA AI FEDELI DI CERCARE ALTRI LUOGHI»
Il parroco, nella sua lettera, l’aveva ben specificato: «Purtroppo durante le fasi finali della celebrazione si sta introducendo l’uso di fare le condoglianze ai familiari e questo crea scompiglio. Si consiglia ai fedeli di cercare altri luoghi per manifestare la loro vicinanza». E ha ribadito la sua perplessità di fronte alle critiche: «Anche il suono delle campane la notte era una tradizione, ma quando è stata sospesa perché disturbava nessuno ha protestato». 

GLI ABITANTI: «QUESTIONE DI RISPETTO»
Per il corteo funebre invece si. Sonia Fiascolano abita proprio di fronte alla chiesa: «E’ inaccettabile che il prete non vada più al cimitero, è il minimo per rendere omaggio al defunto, senza contare che i funerali si pagano, e anche tanto». La gente al corteo ci tiene, «è un modo per manifestare vicinanza» aggiunge Evelin, casalinga, chiacchierando con Tina Betti, anche lei bici alla mano, «si è sempre chiacchierato troppo ai funerali, ma il corteo ci vuole» commenta tradendo l’accento toscano. 


UBEBOC

Qualche favorevole si trova: per Daniela Fontaneto «era una cosa un po’ d’altri tempi», Franco Gambaro ironizza: «Ai galliatesi le novità danno sempre un po’ fastidio». Però il dibattito cresce, pure dal fruttivendolo: «Si chiacchiera anche in chiesa, ma mica aboliamo le messe – commenta Mauro Gritti -, accompagnare il defunto al cimitero non è solo un’usanza, è una forma di rispetto». Perfino i vigili urbani, ricorda il farmacista Alberto Mantellino, facevano il saluto davanti al feretro: «Capisco che oggi sia tutto più complicato, abbiamo fretta, ci infastidiamo se mentre siamo in auto dobbiamo attendere 15 minuti perché passi il corteo funebre, mentre un tempo si spegneva la macchina in segno di rispetto. Ma forse stiamo andando un po’ troppo verso la sterilizzazione dei sentimenti, e così il paese perde davvero qualcosa».

Furto con strazio

La Stampa
massimo gramellini

Hai settantatré anni e ti senti ancora vitale. Sei stato un camionista e adesso sei un camminatore di montagna, abituato a tenere gli occhi aperti, a diffidare. Quando suonano alla porta, in questo martedì di gennaio, dici a tua moglie: vado io. Dall’altra parte dello spioncino ti sorridono due giovani maschi di carnagione chiara. Indossano tute da tecnici, abbozzano saluti in piemontese. Ma tu non apri la porta. Aspetti che ti mostrino un tesserino e si dichiarino in missione per conto dell’Enel. Allora li lasci entrare. Continuano a sorridere e a parlare. Quanto parlano, pensi. Ti raccontano di un problema elettrico, di cavi che finiscono proprio in casa tua e che bisognerebbe controllare.

Trafficano con strumenti strani. Finché uno dei due, il più simpatico, butta lì: «C’è un contatto con qualcosa di metallico: ha una cassaforte in casa?». E tu lo guidi fino all’antro che custodisce le povere ricchezze di una vita: qualche anello, qualche medaglia, le posate della lista di nozze. Un minuto dopo ti riappare davanti con il solito sorriso. «Vado a prendere un attrezzo in macchina e torno». Ma non torna più, e tu corri alla cassaforte, e la trovi vuota, e ti dai del fesso, e la rabbia ti monta dentro assieme all’umiliazione e alla pressione. Ti senti un vecchio da fregare, un vecchio da buttare. Esci per recarti dai carabinieri, arrivi al cancello, poi tutto diventa buio.

Ti chiamavi Franco Colombo e abitavi in una villetta a due piani di Vigliano Biellese. I ladri che si sono presi gioco dei tuoi capelli bianchi e ti hanno pugnalato a morte con le parole meriterebbero l’aggravante di furto con strazio.

Problemi con gli acquisti su Internet? Non serve il tribunale, c’è la nuova piattaforma online europea

La Stampa
carlo lavalle

Consumatori e siti web commerciali potranno utilizzare il sito ADR senza passare attraverso un procedimento giudiziario



Basta un clic del mouse per risolvere le controversie sugli acquisti online grazie alla nuova piattaforma lanciata dalla Commissione europea. 

Consumatori e siti Internet commerciali potranno in questo modo raggiungere un accordo, in caso di problemi riguardanti la vendita, senza passare attraverso un procedimento giudiziario. Il venditore rifiuta di riparare un prodotto acquistato da un cliente o di effettuare un rimborso? Non è necessario rivolgersi al giudice ma si può utilizzare la piattaforma ADR (alternative dispute resolution) che sarà operativa dal 15 febbraio 2016. 

La procedura - prevista dalle nuove norme stabilite a livello UE nel 2013 e recepite in Italia nel luglio 2015 - è a basso costo, semplice e veloce. Rappresenta un vantaggio per utenti ed operatori commerciali, che possono evitare spese o lunghi iter giudiziari, ed è valida sia per acquisti nazionali sia per quelli transfrontalieri.

Al consumatore, che potrà presentare reclamo mediante la compilazione di un modulo online, dovrà essere sempre garantita l’informazione sulla possibilità di utilizzare gli strumenti di risoluzione alternativa delle controversie consentiti dalla regole europee. Gli operatori commerciali saranno, del resto, obbligati a fornire il link alla piattaforma sui loro siti web.

“Lo scorso anno, un consumatore su tre ha avuto problemi dopo un acquisto online – spiega Věra Jourová, Commissario europeo per la giustizia, la tutela dei consumatori e l’uguaglianza di genere. Ma molti rinunciano ad esporre reclami, scoraggiati dalla lunghezza delle procedure e dal rischio di non ottenere riscontro. La nuova piattaforma europea fa risparmiare tempo e denaro. E sono fiduciosa che verrà usata in modo più ampio ed efficace per risolvere le lamentele dei clienti”.

Coca Cola Italia cerca talenti da formare e assumere

La Stampa
walter passerini

Ottava edizione del Management Training Program. Previsti tre mesi di stage per 15 laureati in Ingegneria, Economia e materie umanistiche. Domande entro il 12 febbraio



Coca-Cola Italia, principale imbottigliatore di prodotti a marchio Coca-Coca Company sul territorio nazionale, dà il via all’ottava edizione del Management Training Program: un percorso di crescita professionale e di carriera dedicato a 15 giovani laureati in economia, ingegneria e materie umanistiche. 

L’azienda offre ai candidati una formazione e un affiancamento costante durante i tre mesi di stage, con la possibilità di assunzione finale in un ambiente meritocratico e di respiro internazionale. Il programma prevede formazione d’aula, attività di affiancamento sia sul mercato che con i responsabili della funzione aziendale dedicata e visite agli impianti produttivi della società. I ragazzi devono sviluppare un progetto di business individuale, che sarà presentato alla fine del programma ad una commissione di manager delle diverse strutture aziendali.

Le candidatura al Management Training Program sono per le funzioni Sales, Supply Chain. Le domande vanno presentate entro il 12 febbraio, inviando cv e video di presentazione nella sezione «Lavoro e carriere» sul sito internet di Coca-Cola HBC Italia. Tra i requisiti richiesti: brillante carriera universitaria, con votazione pari o superiore a 100, e un’ottima conoscenza della lingua inglese. 

Dall’inizio del programma nel 2009 sono stati formati oltre 170 ragazzi e di questi la maggior parte, dopo lo stage, è stato inserito in azienda con un contratto a tempo indeterminato. 

L’ipocrisia linguistica sulle unioni civili gay

Corriere della sera
di Michele Ainis

Sia i favorevoli sia i contrari si nascondono dietro parole inglesi (stepchild adoption) o strani giri di parole oscure. Matrimonio non si può dire? Chiamiamolo «gaytrimonio»



Tutto gira intorno a una parola: matrimonio, guai a chi lo bestemmia. Sicché l’ultima trincea contro il didielle Cirinnà bis (uno scioglilingua) sta nell’uso della lingua. Vietato riferirsi alle nozze fra uno sposo e una sposina nella nuova legge sulle unioni omosessuali, vietato ogni rinvio alla disciplina che il codice civile ritaglia per i coniugi. Non si può: sarebbe incostituzionale, anzi immorale, anzi criminale. E infatti stuoli d’imbianchini sono già all’opera per cancellare quelle scritte che feriscono l’iride del nostro Parlamento. Domanda: ma se è un tabù l’analogia coi matrimoni, a cosa dovrebbe rimandare questa legge, ai funerali?

Eppure non vi risuona uno stile troppo esplicito e diretto, non si direbbe insomma che quei 23 articoli escano dalla penna di Tacito. Semmai di Gadda, o di Céline, campioni del funambolismo letterario. Difatti la famiglia gay viene immediatamente definita (articolo 1) come «specifica formazione sociale». Ma da quale specie si è specializzata questa speciale formazione? Non dalla specie umana, dal momento che la legge non menziona l’uomo, né la donna, né il papà o la mamma. No, in questo caso ciascun nubendo è «parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso». Appellativo chilometrico, come i titoli d’un nobile spagnolo; però in linea con la nostra tradizione, quando le leggi italiane sono costrette a misurarsi con le gioie del sesso.

Negli anni Settanta fu la volta della legge sull’aborto (n. 194 del 1978), dove si parla di contraccettivi. E come vengono denominati? «Mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte in ordine alla procreazione responsabile». Prova a chiederne una confezione al farmacista, bene che vada ne otterrai in cambio qualche pasticca contro l’emicrania.

E a proposito di procreazione, di figli, di figliastri. L’istituto maggiormente divisivo, la norma che può incendiare il Parlamento, consiste per l’appunto nell’adozione del figliastro, ossia del figlio naturale del partner. Siccome il fumo dell’incendio s’avvertiva già nell’aria, i difensori della legge hanno provato a battezzare l’istituto stepchild adoption, confidando nella scarsa conoscenza dell’inglese da parte dei loro oppositori. Niente da fare, qualche oscuro interprete deve averli smascherati.

Allora hanno scritto la norma in lettere ostrogote. Occultandola nell’articolo 5, intitolato «Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184», che s’apre con queste parole: «All’articolo 44, comma 1, lettera b), della legge…». Un altro buco nell’acqua, li avrà traditi qualche esperto di lingue orientali. L’ultima risorsa, a quanto pare, consiste nel sostituire l’adozione con un affido rinforzato, istituto sconosciuto al nostro ordinamento. Più che una norma, un aperitivo.

Tre secoli fa Ludovico Muratori (Dei difetti della giurisprudenza) puntava l’indice contro le oscurità legislative, denunziando un vizio etico, prima ancora che giuridico. Aveva ragione: l’ipocrisia verbale, oggi come allora, è il cancro dei nostri costumi nazionali, e non soltanto nella sfera del diritto. Mentre l’uso di «parole precise» comporta un impegno d’onestà, come ha osservato in ultimo Gianrico Carofiglio. D’altronde, in caso contrario, resta impossibile lo stesso confronto delle idee.
Dovrebbero saperlo proprio i politici cattolici, che in questi giorni si stanno dando un gran daffare per edulcorare il testo della legge sulle unioni civili, per annacquarne le parole. «Sia il vostro dire: sì sì, no no; il di più viene dal maligno», recita la massima evangelica (Matteo, 5, 37).

Ma c’è sempre un di più, c’è sempre un aggettivo accozzato alla rinfusa al solo scopo di confondere le menti, nel linguaggio col quale ci governano i politici italiani. Oppure c’è un tabù, in questo caso il matrimonio gay. Chiamiamolo «gaytrimonio», e non ne parliamo più.

michele.ainis@uniroma3.it
20 gennaio 2016 (modifica il 20 gennaio 2016 | 07:44)

Come e perché si può morire se si è cavie per la sperimentazione di un farmaco

La Stampa
fabio di todaro

L’iter dei test: divisi in tre fasi. La prima è sulla sicurezza e non sull’efficacia del medicinale, dunque rischiosa. I volontari firmano «consensi informati» e ricevono un compenso



Un morto e cinque ricoverati gravi. La notizia giunta da un laboratorio di ricerca di Rennes ha riaperto il dibattito sulla sperimentazione dei farmaci. La Biotrial stava conducendo per conto della Bial, l’azienda che ha realizzato il principio attivo, una sperimentazione clinica di fase 1 su un farmaco potenzialmente antidolorifico e in grado di attenuare i disturbi d’ansia e d’umore. Fino all’incidente, inevitabile, perché la prima fase di uno studio viene condotta su un gruppo ristretto (in questo caso 90 persone) di soggetti sani con un obiettivo: verificare la sicurezza (e non l’efficienza) di un principio attivo al fine di evitare che incidenti simili si verifichino sull’intera popolazione.

L’INCIDENTE DURANTE LA PRIMA FASE DI TEST SULL’UOMO
Gli studi clinici rappresentano lo strumento nelle mani dei ricercatori per valutare la sicurezza e l’efficacia di nuovi farmaci, ma anche di diversi approcci chirurgici, di nuove terapie cellulari e di metodi di psicoterapia. 

FASE 1: VIENE STUDIATO IL COMPORTAMENTO DELLA MOLECOLA
Tutte le valutazioni, dopo una serie di indagini precliniche condotte in laboratorio (studi in vitro) e su modelli animali che hanno dato riscontri positivi, vengono approfondite sugli esseri umani. Una volta che l’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha autorizzato una sperimentazione umana, il primo step è rappresentato dalla fase 1 in cui vengono arruolate persone sane (a cui viene riconosciuto un rimborso spese quasi mai inferiore a mille euro) per testate il profilo di sicurezza di una molecola. Lo scopo è studiare la molecola candidata seguendone la velocità (farmacocinetica) e il modo (farmacodinamica) in cui un agisce, l’eventuale tossicità e la correlazione tra la dose e l’effetto. 

ECCO IL MOMENTO IN CUI SI È VERIFICATO L’INCIDENTE MORTALE
È a questo punto del percorso che s’è verificato l’incidente. Un fatto grave, come ha commentato anche il direttore generale dell’Aifa Luca Pani, «che potrebbe essere legato a una contaminazione o a un deficit di informazioni nel dossier della molecola». 

L’EFFICACIA SI VALUTA NEL CORSO DELLA FASE 2
Se la fase 1 del test fosse stata superata senza intoppi, previo controllo dei risultati da parte dell’Agenzia del farmaco francese, il farmaco sarebbe entrato ufficialmente nella seconda fase di sperimentazione. È in questa tappa che compaiono per la prima volta i pazienti, selezionati dai centri di ricerca di riferimento per il lavoro sulla base di parametri come l’età, il sesso e gli stili vita da cui non è possibile prescindere. 

I VOLONTARI CHE SI SOTTOPONGONO ALLA FASE 2
Negli studi di fase 2, come spiega l’Agenzia Italiana del Farmaco, «la sostanza è somministrata a soggetti volontari affetti dalla malattia per cui il farmaco è stato pensato». I pazienti vengono divisi in due (o più) gruppi, trattati con la molecola a diverse dosi ed eventualmente con una sostanza priva di efficacia terapeutica (placebo), passaggio di cui non viene informato il gruppo in questione. La fase 2 è utile a dimostrare l’attività del principio attivo sperimentale. Ma il farmaco quanto è efficace? E quale beneficio ha rispetto ai principi attivi simili già in commercio?

ULTIMI STEP PRIMA DELLA MESSA IN COMMERCIO DEL NUOVO FARMACO
Domande che trovano risposte adeguate durante la fase 3 del test, in cui si va a caccia (su centinaia o migliaia di pazienti) della conferma sulla risposta terapeutica assicurata da un farmaco. Particolare attenzione viene posta all’insorgenza, alla frequenza e alla gravità degli effetti indesiderati. Alla fine della fase 3 è possibile riconoscere (o meno) i criteri di efficacia di un farmaco. 

FASCICOLO FINALE CON TUTTI I PASSAGGI DELLA SPERIMENTAZIONE
È a questo punto che l’azienda proprietaria del brevetto sulla molecola in questione inoltra all’Aifa il dossier per ottenere la registrazione e l’autorizzazione alla messa in commercio della nuova molecola. Nel fascicolo vengono inserite le risultanze di tutti i passaggi di sperimentazione, preclinica e clinica, del farmaco. 

SERVONO TRA 12 E 15 ANNI PER COMPLETARE IL TEST
Di norma l’iter si completa 12-15 anni dopo l’inizio dei primi test. Seguirà la fase IV in cui la casa farmaceutica controlla l’insorgenza di effetti avversi nella popolazione legati all’assunzione del nuovo medicinale.

Twitter @fabioditodaro

Amnesty contro le aziende degli smartphone: “Sfruttano il lavoro minorile per il cobalto”

La Stampa
lorenzo simoncelli

La denuncia dell’ong: nelle miniere della Repubblica Democratica del Congo bambini schiavizzati 12 ore al giorno. Nel mirino 16 multinazionali tra cui Apple, Microsoft e Sony



Quante volte quotidianamente imprechiamo per la scarsa durata della batteria del nostro smartphone? Da oggi dovremmo essere consapevoli che la batteria al litio del cellulare che stiamo usando è stata prodotto anche grazie allo sfruttamenti di bambini di 7 anni schiavizzati 12 ore al giorno nelle miniere di cobalto della Repubblica Democratica del Congo.

Una denuncia che arriva da un’indagine congiunta di Amnesty International e l’ong Afrewatch (African Resource Watch). Migliaia di bambini pagati 1-2 dollari al giorno che subiscono intimidazioni e lavorano 12 al giorno in tunnel molto profondi rischiando la vita per non usare protezioni come maschere e guanti durante l’estrazione del prezioso minerale.

Sedici le multinazionali direttamente coinvolte nell’inchiesta. Grandi nomi compresi: da Apple a Microoft, da Sony a Vodafone. Solo 7 di loro hanno affermato di essere totalmente estranee alle accuse, mentre molte tra cui Vodafone e Microsoft hanno fatto sapere di non essere al corrente della catena produttiva e, quindi, non poter né confermare né escludere il coinvolgimento di lavoro minorile durante l’attività estrattiva.

«È preoccupante che aziende con fatturati da 125 miliardi di dollari come Microsoft non siano in grado di tracciare la provenienza del cobalto pur sapendo l’origine del minerale» - ha commentato Mark Dummet, ricercatore di Amnesty International. Più della metà della produzione mondiale di cobalto proviene dalla Repubblica Democratica del Congo, potenzialmente uno dei Paesi più ricchi del Pianeta con 24 trilioni di dollari in materie prime ancora sotto terra. In uno studio del 2012 l’Unicef aveva scoperto che i bambini coinvolti nelle miniere artigianali del sud del Paese erano all’incirca 40mila.

Per il Senato un funerale senza lacrime (aveva 178 anni)

La Stampa
ugo magri

L’unico dubbio è: i 17 voti dei verdiniani saranno utili, o indispensabili? Già partita la campagna referendaria il terreno di scontro sarà il web



Sarà una giornata a suo modo memorabile perché il Senato celebra il proprio funerale. Prima di cena l’aula voterà per l’ultima volta sulla riforma Boschi, che mette una croce sopra al bicameralismo perfetto, poi la parola passerà alla Camera e al popolo per il referendum confermativo di metà ottobre. Non c’è nemmeno la suspense del risultato in quanto l’asticella dei 161 sì, richiesti dalla procedura di revisione costituzionale, verrà abbondantemente superata. L’unico dubbio che rimane può intrigare al massimo gli appassionati del teatrino politico, se cioè l’apporto dei 17 verdiniani di Ala risulterà solo utile o piuttosto indispensabile per il passaggio della riforma.

Ma ci si sarebbe attesi ben altro pathos, un tono più intenso del dibattito incominciato ieri con le tribune deserte, l’emiciclo semi-vuoto e un’aria di stanca rassegnazione. Basti dire che alle 15,45 sui banchi del governo c’era soltanto Maria Elena Boschi. Del resto, la battaglia parlamentare si è già trasferita altrove: sul web, nelle piazze vere o virtuali della campagna referendaria. I Cinque Stelle sono stati i più lesti a comprenderlo, tant’è vero che i lavori d’aula vengono trasmessi in diretta streaming sul sito di Grillo. Lo stesso Renzi si affiderà alle arti di Jim Messina, il guru della nuova comunicazione che aiutò Obama a rivincere nel 2012.

Profuma di Novecento, invece, la campagna degli altri protagonisti. I quali lanciano i Comitati del No come se si trattasse di mettere in piedi un referendum abrogativo, con le solite 500mila firme da raccogliere quando stavolta bastano quelle di 126 deputati o di 64 senatori. Ai fini pratici i Comitati servono ormai solo per occupare alcuni (pochi) spazi in tivù, oppure per mettere in vetrina qualche testimonial. Al Comitato della sinistra, nato nei giorni scorsi, se ne aggiungeranno oggi altri due: uno centrista e l’altro in rappresentanza di tutto il centrodestra unito.