sabato 23 gennaio 2016

In vendita costumi da “piccolo profugo” per carnevale, bufera su Amazon

La Stampa

Cattura

Un vestito di Carnevale da «piccolo profugo» in vendita a soli 24 euro. L’annuncio, apparso sui Amazon, ha scatenato polemiche che hanno costretto il colosso delle vendite on line a rimuovere l’articolo. La storia viene raccontata da Famiglia Cristiana, che sul suo sito riporta anche le foto dei costumi in questione, per bambino e per bambina, con tanto di valigia inclusa.

«Forse l’azienda - commenta Oliviero Forti, responsabile nazionale Caritas emigrazioni - potrebbe investire gli stessi soldi per comprare un giubbino per un bambino che magari si trova in questo momento in mezzo al mare. Un messaggio commerciale in un momento storico così delicato è davvero vergognoso e da stigmatizzare».

Amazon, da parte sua, rileva Famiglia Cristiana, ha precisato che «gli articoli sono offensivi nel modo in cui sono presentati e che tale articolo è potuto apparire perché ci sono venditori terzi che inseriscono i loro prodotti su Amazon come market place. Non appena abbiamo avuto segnalazioni dagli utenti ci siamo mossi per rimuovere l’articolo di pessimo gusto». 

Trasparenza dei redditi dei politici: irregolari Boldrini, Grasso e Madia

Giuseppe De Lorenzo - Sab, 23/01/2016 - 15:00

I dati rilevati da Open Polis incastrano Boldrini, Grasso e Madia. Moltissimi i parlamentari che non hanno seguito il decreto sulla trasparenza dei redditi dei poilitici



Di trasparenza nella dichiarazione dei redditi dei politici ce n'è davvero poca. Nonostante il decreto legge ad hoc, onorevoli e senatori nostrani sono piuttosto reticenti nel mettersi a posto con le dichiarazioni patrimoniali. A "scovare" i furbetti è stato il sito di analisi Open Polis, che ha realizzato una ricerca su parlamentari e membri del governo. Quello che ne esce è un quadro imbarazzante. Il 72,3% dei politici, infatti, ha reso pubbliche informazioni patrimoniali incomplete.

Hanno pubblicato tutto solo il 6,3% dei rappresentanti politici, mentre il 21,4% non si è impegnato fino in fondo, caricando in rete solo una piccola parte delle informazioni richieste. Infine, solo il 28% ha completato la dichiarazione in tutte le sue voci.

Trasperanza? Tutt'altro. Ma quello che stupisce più di tutto è che tra gli irregolari ci sono i maestrini della "buona politica". A guidare questa nutrita banda di "furbetti" c'è niente di meno che la presidente della Camera Laura Boldrini. Le sue informazioni, come quelle di Pietro Grasso e Marianna Madia (che tra le altre cose è ministro della Pa), sono "scarse" e "parziali". Predicano bene e poi...

Tra le due ali del Parlamento la peggiore è la Camera, con il 76% di livello di opacità, contro il 73,3 del Senato. L’opacità dei membri del governo, invece, si riduce al 23,2%. A livello di partiti quasi tutti non sono in regola. Il Pd è al 72,5%, il Movimento 5 Stelle va meglio ma non benissimo, con un 55,1% di poca trasparenza. Lo stesso vale per Forza Italia (92,8%) e Lega (89,2%).

Il tutto senza contare che l'allora ministro per la Pubblica Amministrazione, Filippo Patroni Griffi, presentando nel febbraio del 2013 il decreto trasparenza, disse che “a chi non pubblicherà la propria situazione patrimoniale complessiva sarà corrisposta una sanzione amministrativa pecuniaria da 500 a 10 mila euro". La minaccia non deve aver spaventato molto i politici.

La Svizzera trattò con i terroristi per evitare attacchi? Un libro riscrive la storia dei “neutrali”

La Stampa

Le rivelazioni del giornalista Marcel Gyr documentano un accordo segreto con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp)


Gli aerei protagonisti del dirottamento di Dawson’s Field, nel 1970, sulla pista in Giordania

Un libro con nuove rivelazioni sta riscrivendo una parte di storia moderna della Svizzera: negli anni Settanta il governo svizzero avrebbe concluso un accordo segreto con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) per evitare nuovi attacchi terroristici all’interno del territorio nazionale. L’accordo sarebbe giunto dopo una serie di attacchi terroristici portati a segno dall’organizzazione palestinese nel 1969 e 1970 in Svizzera. Nel febbraio del 1969 alcuni uomini armati aprirono il fuoco su un volo della compagnia israeliana El Al all’aeroporto di Zurigo. Nell’attacco morì il pilota.

Nel 1970 una bomba sul volo Swissair per Tel Aviv fece esplodere l’aereo poco dopo il decollo da Zurigo, uccidendo 47 passeggeri e l’equipaggio. Ancora, nel settembre del 1970 si registrò un dirottamento del volo Swissair per New York di altri due voli inglesi e americani, tutti e tre fatti atterrare dai terroristi in Giordania: trecento passeggeri furono tenuti in ostaggio.

È proprio nei giorni del sequestro dei passeggeri, secondo il libro scritto dal giornalista svizzero Marcel Gyr, che il ministro degli Esteri Pierre Graber, morto nel 2003, avrebbe contattato l’Olp.
Come riferisce la Bbc, il ministro avrebbe agito senza informare i colleghi del governo, ma raggiunse un accordo: gli ostaggi in Giordania sarebbero stati liberati ma la Svizzera avrebbe lasciato cadere le accuse sugli uomini indagati per l’attacco all’aereo El Al del 1969. Inoltre, le indagini sullo scoppio del volo Swissair sarebbero state silenziosamente archiviate e la Svizzera avrebbe usato la sua forza diplomatica per aiutare l’Olp a raggiungere il riconoscimento della comunità internazionale.

Gabanelli, attacco totale alla Coop: "Vita rovinata, ho dovuto chiudere"

Libero

Milena Gabanelli e Coop

Report è in vacanza, ma la sua conduttrice Milena Gabanelli no. E così, non potendo farlo in tv, racconta al sito internet del Corriere della Sera un'altra storia "storta", di quelle che l'hanno resa una giornalista di successo. Questa volta, nel mirino mette nientemeno che i supermercati a marchio Coop, vera e propria icona della sinistra di consumo. E in particolare la Coop Adriatica. La vicenda che la Gabanelli racconta è quella di un produttore di pere di Cesena, in Emilia Romagna:

Fortunato Peron, che da 20 anni rifornisce di frutti prelibati Coop Italia con la sua Celox. Ebbene, dal quel che emerge dalla sentenza dell'Antitrust, accade che dal 2008 la Celox inizi a ricevere dalla Coop Adriatica una serie di richieste di ribasso dei prezzi. "La presente per proporvi l'applicazione di uno sconto del 10% sulle consegne del 7, 8, 9 novembre. Salvo vostra comunicazione contraria, riterremo accettate le condizioni proposte" recita la prima lettera.

Negli anni successivi, ne seguono altre, con richieste di ribassi dei prezzi del 30% sulle pere abate, del 20 sulle kaiser e così via. Finchè Peron nel 2012 si stufa e chiede di "limitare la scontistica, perchè la situazione in cui stiamo operando è insostenibile". La Celox fa il 72% del suo fatturato con la Coop ed è una specialista di prodotto, nel senso che produce solo pere. Insomma, è legata mani e piedi a quella fornitura.

Le cose sembrano andare a posto, senonché alla conclusione della campagna 2014-2015 dalla Coop parte la disdetta del contratto e Celox è costretta a cessare l'attività perché i rigidi disciplinari sui quali era costruita, non potevano essere replicati presso società diverse concorrenti di Coop, se non nel lungo periodo.. Gli sconti applicati dal 2008 al 2014, e non previsti, ammontano al oltre 600.000 euro. Celox si rivolge all’Antitrust e contesta a Coop Italia e Centrale Adriatica l’abuso di posizione dominante e la violazione dell’art 62, ovvero il divieto (in vigore dal 2012) di imporre condizioni gravose, extracontrattuali e retroattive.

A fine dicembre l’Autorità garante chiude l’istruttoria: Gli sconti, ingiustificatamente gravosi, non appaiono l’esito di una trattativa, ma risultano imposti da Coop Italia al proprio fornitore, indotto ad accettare nel timore di compromettere il proprio consolidato rapporto con il cliente, con conseguente perdita di tutto il proprio investimento". La multa aa carico della Coop? Ridicola: 49mila euro, scrive la Gabanelli. Che fa notare come, intanto, un produttore che fatturava 5 milioni di euro l'anno, dava lavoro a decine di persone e operava da ben 25 anni, sia andato gambe all'aria.

Scende dal pullman e cade: risarcimento anche dal Comune che ha organizzato il viaggio

La Stampa

Brutta caduta per un’anziana donna. Fatale la discesa dal minibus. Il veicolo è stato noleggiato dal Comune per la realizzazione di un viaggio. E anche l’ente pubblico – oltre alla società di trasporti proprietaria del ‘quattro ruote’ – deve provvedere al risarcimento dei danni per le lesioni subite dalla donna. Così ha deciso la Corte di Cassazione con la sentenza n. 681, depositata lo scorso 18 gennaio.

Trasporto. Passaggio centrale nella battaglia giudiziaria è la decisione emessa in Appello. Lì i magistrati sanciscono la condanna del «Comune» e dell’imprenditore titolare della società di trasporti: essi debbono sobbarcarsi «il risarcimento dei danni patiti da una donna per una caduta» verificatasi «durante un viaggio» organizzato dall’ente pubblico e realizzato con l’«autobus» dell’azienda privata.

Decisiva la ricostruzione del fattaccio. La donna è finita a terra «mentre scendeva dall’autobus». Per i giudici di secondo grado, quindi, è indiscutibile che «il sinistro» si sia verificato «durante una delle attività indispensabilmente connesse all’esecuzione del contratto di trasporto». E tale visione viene ora condivisa dalla Cassazione. Respinte le obiezioni mosse dai legali del Comune.

Per chiudere la vicenda è sufficiente il buon senso: non può «neppure immaginarsi», spiegano i Giudici, «come non coessenziale all’esecuzione del contratto di trasporto anche la condotta di salita e di discesa della persona trasportata dal veicolo». Anche perché, senza «salita» e senza «discesa», è lapalissiano, «il passeggero non potrebbe nemmeno fruire del trasporto», e, anzi, neanche si potrebbe parlare di «trasporto».

Va aggiunto poi che vanno considerati come «verificatisi durante il viaggio anche i sinistri occorsi durante le operazioni preparatorie o accessorie, in genere, del trasporto, e durante le fermate», quindi anche in occasione di «salita o discesa».

Tutto ciò consente di ritenere responsabile, per la disavventura vissuta dalla donna, anche il Comune, che, peraltro, non ha minimamente provato a dimostrare che la caduta fosse addebitabile a «fatto imprevedibile e non evitabile con la normale diligenza».

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Basta col multiculturalismo

Livio Caputo



Speriamo che i fatti di Colonia servano almeno a uno scopo: mettere a tacere una volta per tutte i sostenitori del multiculturalismo, o relativismo culturale, secondo i quali  bisogna consentire agli immigrati di vivere secondo i propri costumi, la propria religione, senza costringerli ad assimilare i principi della nostra società anche se diventano residenti stabili.  I multiculturalisti partono dal principio che ogni popolo, ogni comunità religiosa, ha diritto a seguire le proprie tradizioni e la propria civiltà, e che noi non abbiamo i titoli per decidere che le nostre sono superiori alle loro. Applicando questo ragionamento fino in fondo, non potremmo neppure decidere se è meglio concedere a una vedova una pensione di reversibilità o bruciarla viva su una pira con il cadavere del suo sposo.

Dal momento che la presenza di individui con  culture diverse dalla nostra si sta moltiplicando nei nostri Paesi, il multiculturalismo ci porterebbe alla creazione, sullo stesso territorio, di tante comunità che obbediscono a regole diverse (e spesso reciprocamente inaccettabili). I primi segnali di uno sviluppo del genere si sono già avuti in Gran Bretagna, in Olanda e in Svezia, dove sono sorte corti islamiche che applicano la sharia soprattutto nel diritto familiare, cioè in materie da noi non regolate dalla legislazione o comunque dominate da consuetudini molto diverse.

Esempio classico, il delitto d’onore, cioè per esempio l’uccisione da parte dei parenti di una figlia che si è accoppiata con un infedele: per i musulmani è un atto dovuto, per noi un omicidio.  Ma questo è soltanto un esempio di un processo che, con l’applicazione sistematica del multiculturalismo, ci porterebbe ancora più lontano, soprattutto nel rapporto tra uomo e donna. Non né certo un caso che, tra gli avversari del multiculturalismo, ci siano molte donne musulmane, che vedono nell’adozione dei NOSTRI costumi, leggi e tradizioni il migliore, se non l’unico modo per sottrarsi a una sottomissione secolare.

I musulmani che sono venuti a vivere tra noi devono capire che, vivendo in un contesto completamente diverso, non possono mantenere le stese abitudini e gli stessi atteggiamenti che avevano a casa loro. Episodi come quello di Colonia sono perfettamente in linea con i costumi degli assalitori, come dimostra che bande di giovani avevano tenuto lo stesso comportamento in piazza Tahir al Cairo durante la cosiddetta primavera araba senza suscitare particolare scandalo.

Ma, se vogliono convivere con noi, IN CASA NOSTRA, debbono per forza cambiare registro. Possono rimanere musulmani, continuare a pregare (ma senza interrompere il lavoro quando credono), non mangiare maiale, ma rinunciare a tante altre cose che in patria erano normali. La cultura è modo di vita, e due modi di vita diversi non possono convivere senza creare conflitti; e per prima cosa, visto che gli immigranti sono loro, devono imparare la nostra lingua, o tornarsene a casa.

Secondo i multiculturalisti, imporre agli immigrati cambiamenti così radicali nel modo di agire e di pensare è una forma di prevaricazione, una specie di colonialismo praticato in casa nostra. A mio avviso, è una follia.

Ma vogliamo essere concilianti? Limitiamoci a chiedere a chi vuole stabilirsi da noi di rispettare alla lettera, senza eccezioni, la Dichiarazione universale dei diritti umani. Sarebbe già un enorme passo avanti

X-U, la Leica da maltrattare

Marco Lombardo



Si sa che quando si parla di macchine fotografiche, basta citare Leica che gli esperti si mettono sull’attenti. Si parla ovviamente di un marchio di altissima qualità, che adesso lancia  X-U, il primo modello “rughe” concepito per l’uso in qualsiasi condizione atmosferica. Con un luminoso obiettivo Leica Summilux 23 mm f/1.7 ASPH (equivalente ad un 35 millimetri nel formato 35 mm), un filtro protettivo subacqueo e un ampio sensore CMOS di formato APS-C (gli appassionati sanno bene di cosa si tratta), questo modello completamente impermeabile garantisce immagini eccezionalmente brillanti e chiare anche nelle condizioni più avverse. Consente di cogliere dettagli perfetti perfino in immersione fino ad una profondità di 15 metri. Antiurto e infrangibile, a prova di freddo e di polvere, la Leica X-U permette di effettuare fotografie e video Full HD per viaggi, architettura e paesaggio.

Leica-X-camera-silver-visoflex

Le caratteristiche tecniche sono quelle della linea X con un  sensore da oltre 16,5 megapixel (16,2 Mpx effettivi). il design  made in Germany  è opera di Audi Design, con una calotta in alluminio di prima scelta e un rivestimento in TPE ad alta presa. Le ghiere di comando sono in alluminio anodizzato e il flash è integrato in asse con l’obiettivo. Infine c’è la finitura antisdrucciolo, una speciale copertura temprata per il monitor e un doppio sistema di bloccaggio del vano batteria e lo slot della scheda di memoria .

Minima e intuitiva, la Leica X-U fè anche semplice da usare: grazie ai tipici comandi a ghiera  è possibile impostare diaframma e tempo di posa in pochissimi secondi, il tutto da fermare sul display da 3 pollici. In più il tasto per l’istantanea subacquea la rende sempre pronta per catturare le meraviglie del mondo sottomarino, mentre la funzione video Full HD consente la registrazione di filmati in qualità cinematografica: si può scegliere tra risoluzioni di 1920×1080 o 1280×720 pixel a 30 fotogrammi al secondo nel formato video MP4. Tutto questo per un prezzo al pubblico di 3.300 euro.

Acqua di Colonia

La Stampa
massimo gramellini

Secondo l’autorevole parere di un imam di Colonia, Sami Abu-Yusuf, la responsabilità delle violenze di Capodanno non sarebbe da attribuire ai maschietti che intimidivano e palpeggiavano, ma alle indigene che li provocavano andandosene in giro mezze nude e intrise di profumo. Rimango un ostinato fautore del dialogo, però vorrei che qualche illuminato ci spiegasse come si fa a dialogare con un troglodita che considera demoniaca la femminilità e vorrebbe estirparne ogni traccia, almeno in pubblico. Uno che, pur vivendo in Germania da decenni, non ha mai compiuto un solo passo verso la cultura che lo ha accolto, comportandosi nei fatti come un invasore arrogante e ottuso.

Chiunque di noi, quando va all’estero anche solo per un giorno, si sforza di adeguarsi al contesto. A questo imam, invece, del nostro contesto non importa un fico. Ci considera una massa di degenerati e si rifiuta di prendere in considerazione la possibilità che una ragazza in Occidente si vesta come le pare e si profumi quanto le pare perché è un suo diritto farlo, senza doversi preoccupare delle reazioni ormonali che le sue scelte estetiche produrranno sui maschi irrisolti e frustrati.

La donna di Colonia potrà essere provocante, ma non è provocatoria. Si prende la libertà che il suo mondo le consente. E il suo mondo gliela consente in quanto libertà condivisa, che migliora la qualità del vivere di tutti. È una conquista recente, parziale, ancora molto fragile e proprio per questo non trattabile. Chi non è disposto ad accettarla va accompagnato alla porta con una boccetta di profumo come ricordo. 

La vita è bulla

La Stampa
massimo gramellini

Mi ha scritto un’antica vittima dei bulli. M. P. è un uomo di 52 anni che ripercorre le umiliazioni della sua adolescenza come se fossero ancora materia viva. Descrive «il dileggio, la gogna quotidiana, il respiro che comincia a venirti meno all’angolo prima della scuola». E poi i nomignoli, le risate alle spalle, «le sopraffazioni fisiche, il tuo pacchetto di biscotti sbriciolato sulla testa durante la ricreazione». E, aleggiante su tutto, una sensazione di impotenza e solitudine.

Nessuno dei grandi che si accorgesse di quanto succedeva, nessuno che gli desse peso. «Sapevano solo dirmi che ero cagionevole di salute». Gli aguzzini, M. P. li chiama così, hanno poi fatto la loro vita e da adulti, dice, non sono neppure troppo cambiati. Ma nemmeno da ragazzo lui ha mai desiderato appartenere alla ghenga. «Volevo solo essere lasciato in pace e non deriso perché ero timido, non troppo alto, amante della musica classica e imbranato con le ragazze». Il sospetto è che il tempo e la vita non lo abbiano ricompensato. Di sicuro non l’hanno pacificato. «Mi sono costruito una corazza e in alcuni casi mi sono vendicato. Ma nessuno potrà mai chiudere quelle ferite».

Sembra il racconto di un sopravvissuto. E il suo messaggio finale emana l’autorevolezza sofferta della testimonianza personale. «Agli insegnanti e ai genitori: avete tutto sotto i vostri occhi. Occorre solo la voglia di guardare, di vedere davvero. E ai ragazzi e alle ragazze che vivono questo inferno, un abbraccio da un fratello che vi dice: tenete duro, un giorno l’inferno finirà». 

Clonano il sito di Prada e vendono i falsi capi griffati online, smantellata rete criminale con sede in Cina

La Stampa

I prezzi dei prodotti in vendita, equivalenti a quelli degli outlet ufficiali, il sistema di pagamento e di spedizione della merce, non facevano dubitare dell’autenticità



La griffe clonata è quella di Prada e, come accertato dalla Guardia di Finanza, si dipanava dalla Cina, passando per Francia, Olanda e Inghilterra, il lungo filo della rete criminale che vendeva in internet prodotti della casa italiana contraffatti. La denominazione del sito, per ingannare gli utenti, sembrava non lasciare dubbi sull’autenticità e la originalità dei prodotti, con una «accuratissima elaborazione grafica», come ha sottolineato il comandante della Gdf di Pordenone, il colonnello Fulvio Bernabei.

Sarebbe stato difficile anche per internauti esperti, comprendere che il sito non era quello originale: i prezzi dei prodotti in vendita, equivalenti a quelli degli outlet ufficiali gestiti dalla griffe italiana, il sistema di pagamento, gestito dai maggiori circuiti di moneta elettronica, e di spedizione della merce, affidato a primarie imprese del settore, non lasciavano dubbi.

I finanzieri hanno appurato che una volta effettuati gli ordini telematici e accreditati i pagamenti su un conto corrente acceso nel Guangdong, nella Cina meridionale, i prodotti erano consegnati da un corriere internazionale agli indirizzi degli acquirenti. Ma i beni non potevano essere ritirati se non dopo avere pagato inaspettate spese di sdoganamento, dato che risultavano spediti da Hong Kong. Una volta venuti in possesso dei prodotti, per quanto curati fin nei minimi particolari, un occhio attento si sarebbe accorto che si trattava di abilissime contraffazioni, come hanno accertato gli ispettori messi a disposizione proprio da Prada.

8 siti su 10 vendono merce contraffatta: ecco come difendersi

La Stampa
lorenza castagneri

Secondo una ricerca di Confesercenti, il commercio elettronico cresce, ma il Web è la nuova frontiera del «tarocco d’autore»



Qualche mese fa nel mirino era finito Alibaba: a maggio, il colosso cinese dell’e-commerce venne denunciato dal gruppo Kering, di Francois Pinault, a cui fanno capo marchi di lusso come Gucci e Yves Saint Laurent. L’accusa: «Il sito vende la nostra merce contraffatta». Finora è il caso che ha fatto più rumore, anche perché nel frattempo una ricerca ha confermato che i beni fuorilegge rappresentano oltre il 40 per cento delle vendite online in Cina nel 2014. Ma potrebbe non essere l’unico. Secondo una ricerca di Confesercenti, 8 siti di vendite online su 10 contengono nei loro cataloghi prodotti non originali.

Il Web è la nuova frontiera del “tarocco d’autore”. Ma non si può dire che la responsabilità sia tutta delle piattaforme. «Spesso nemmeno chi gestisce i siti di e-commerce si rende conto che c’è qualcosa che non va», dice Marco Bussoni, il segretario nazionale di Confesercenti. E spiega: «Purtroppo, quando le vendite passano sulla Rete, i controlli sono inferiori rispetto a quelli che avvengono in un negozio fisico. Anche le piattaforme più celebri non sono esenti da rischi». Così il falso prolifera.

ATTENTI AGLI ACCESSORI E AI TOUR OPERATOR
Tra il 2012 e il 2013, il commercio elettronico di merce contraffatta è cresciuto del 60 per cento. La merce più copiata è sempre la solita: borse e portafogli dai loghi famosi, giubbotti firmati, cinture griffate, orologi di pregio. Chi questi prodotti li vende nelle boutique, originali ovvio, stima che l'acquisto di merce contraffatta abbia causato perdite sul fatturato anche del 20 per cento. Pure i titolari di agenzie di viaggio si lamentano. Ci sono tour operator fuorilegge che operano sul Web e organizzano pacchetti vacanze farlocchi: arrivi sul posto e non trovi nulla di quanto prospettato. E' successo più di una volta. Risultato: gli abusivi tolgono credibilità a chi abusivo non è e deve già fare i conti con la crisi che ha portato via tanti clienti.

TRE MILIONI DI ITALIANI TRUFFATI
Ma nessuno è rimasto a guardare. Con la crescita delle compravendite via Internet e, di conseguenza, delle frodi, le forze dell'ordine hanno intensificato i controlli. Nel 2013, l'Agcom e la Guardia di Finanza hanno chiuso 165 siti. E negli ultimi due anni i sequestri di merce contraffatta spedita via posta sono aumentati del 55 per cento. Sforzi imponenti. In parte vani, però. Confesercenti stima che almeno un consumatore online su quattro si sia portato a casa qualche imitazione: significa quasi tre milioni di italiani truffati su un totale di 11 milioni di persone che comprano online. Tante ne quantificano il Politecnico di Milano e il Consorzio Netcomm. 

LE 5 REGOLE PER DIFENDERSI DAI FALSI

E allora, come difendersi dai falsi? Ecco le cinque regole di base, suggerite da Marco Bussoni. 

1.    Occhio ai prezzi: se sono troppo bassi, non è detto che si tratti di un affare. Anzi, potrebbe essere il contrario;
2.    Diffidate dai portali poco conosciuti;
3.    Allarme rosso se non c’è nemmeno una fotografia del prodotto: non comprate nulla. 
4.    Evitate i siti che consentono pagamenti soltanto con un tipo di carta di credito;
5.    Tempi di spedizione troppo brevi o troppo lunghi possono rivelarsi una fregatura: lasciate perdere. 

Insomma, seguite il buon senso. Ma se nemmeno questo basta, una volta ricevuta la merce avete 14 giorni di tempo per esercitare il diritto di recesso. E se il venditore non comunica al cliente questa informazione, allora i tempi si allungano fino a 12 mesi dalla consegna del bene.