mercoledì 27 gennaio 2016

Sottomissione

La Stampa
massimo gramellini

I geni del cerimoniale che hanno inscatolato quattro statue peraltro velate del museo Capitolino nel timore che, vedendole, il presidente iraniano Rohani avesse uno sgomento ormonale e stracciasse i contratti con le nostre aziende sono i degni eredi di un certo modo di essere italiani: senza dignità. Quella vocazione a trattare l’ospite come se fosse un padrone. A fare i tedeschi con i tedeschi, gli iraniani con gli iraniani e gli esquimesi con gli esquimesi. A chiamare «rispetto» la smania tipica dei servi di compiacere chi li spaventa e si accingono a fregare.

Su questa tradizione millenaria, figlia di mille invasioni e battaglie perdute anche con la propria coscienza, si innesta il tema modernissimo del comportamento asimmetrico con gli Stati musulmani. Se un’italiana va in Iran, si copre giustamente la testa. Se un iraniano viene in Italia, gli copriamo ingiustamente le statue. In un modo o nell’altro - in un mondo e nell’altro - a coprirci siamo sempre noi. E la suscettibilità da non urtare è sempre la loro. Ma se la presenza di donne sigillate da capo a piedi su un vialone di Baghdad urtasse la mia, di suscettibilità? Non credo che, per rispetto nei miei confronti, gli ayatollah consentirebbero loro di mettersi la minigonna.


(La Venere capitolina, a sinistra coperta con dei pannelli per la visita di Rohani)

Sarei curioso di sapere come funziona la sensibilità a corrente alternata del signor Rohani (le tette di marmo lo sconvolgono e i gay condannati a morte nel suo Paese no?) e di sentire cosa penserebbe mia nonna di questa ennesima arlecchinata italica: quando ero bambino mi insegnò che il primo modo di rispettare gli altri è non mancare di rispetto a se stessi.

Statali pagati dai cittadini per battere le mani alla Boldrini

Giuseppe De Lorenzo - Mer, 27/01/2016 - 09:40

Per l'Università di Pisa la presenza dei dipendenti all'incontro con Laura Boldrini è da considerare "orario di servizio". Quindi a spese dei contribuenti

Battere le mani costa. E non solo fatica: quando si tratta di omaggiare Laura Boldrini, l'applauso costa doppio.



E a pagarlo sono i contribuenti. La presidente della Camera lo scorso 22 gennaio è andata all'Università di Pisa a presentare il suo ultimo libro dal titolo "Lo sguardo lontano". Per l'occasione, il rettore dell'Ateneo, Massimo Augello, ha inviato una mail a tutti i dipendenti per informarli che qualora avessero voluto partecipare all'incontro con la Boldrini, le ore "perse" a fare la claque alla presidente sarebbero state normalmente retribuite. Perché considerate in "orarop di servizio".

Bibliotecari, docenti, personale amministrativo e tecnico, come scrive Libero, il 18 gennaio hanno ricevuto una mail di invito all'evento e suonava così: "Carissimi - ha scritto il rettore - sono lieto di invitarvi all'incontro con la presidente della Camera dei deputati, che si terrà venerdì 22 gennaio, ore 15.30, nell'aula magna del Polo Carmagnini. Presenteremo l'ultimo libro della presidente Boldrini (Lo sguardo lontano, Enaiudi), attraverso brevi riflessioni affidate ai professori Carlo Casarosa, Enza Pellacchia ed Eugenio Ripepe. In attesa di incontrarvi numerosi, vi allego il programma dell'evento e vi invio un cordiale saluto".

Evidentemente, però, l'appello a "partecipare numerosi" non era bastato. E per evitare una figuraccia, lasciando l'aula dell'incontro semivuota, il rettore ha pensato di spornare i dipendenti con un incentivo da non poco: i soldi. Così il 22 gennaio la direzione generale dell'Università ha inviato una seconda mail di precisazione, affermando che "in relazione all'invito del rettore - all'incontro con la presidente della Camera, onorevole Laura Boldrini, (...) si fa presente che, per coloro che hanno il rientro di venerdì, l'eventuale partecipazione all'incontro sarà considerata come orario di servizio, previa comunicazione al responsabile della struttura".

Laura Boldrini ha così avuto le sue 400 persone a batterle le mani, il rettore ha fatto una bella figura, i dipendenti hanno intascato lo stipendio e tutti se ne sono andati felici e contenti. Tranne i cittadini. Che hanno sborsato i soldi.

Adesso è la Kyenge a dettare la linea all'Ue: "Niente muri, Schengen resti"

Andrea Indini - Mar, 26/01/2016 - 17:36

L'Ue affida alla Kyenge le iniziative strategiche per risolvere l'emergenza nel Mediterraneo. E l'ex ministro torna a proporre le stesse politiche fallimentari applicate quando era a Roma

L'unione europea si è messa nelle mani di Cècile Kyenge per risolvere l'emergenza nel Mediterraneo.



All'ex ministro piddì, oggi europarlamentare, è stata affidata la scelta delle iniziative strategiche per un "un approccio globale alle migrazioni". Ovviamente la ricetta proposta è la stessa che ha aperto le porte dell'Italia a una selva di disperati: niente controlli alle frontiere e libera circolazione su tutto il territorio europeo.  

"La libera circolazione dei cittadini all'interno dell'area Schengen in Europa - ha spiegato dopo il Consiglio affari interni di Amsterdam - è una conquista epocale su cui si fonda l'Unione Europea e la sua fine segnerebbe il declino del progetto di integrazione europea".

Insieme all'eurodeputata maltese Ppe Roberta Metsola, la Kyenge è la la correlatrice del Rapporto di iniziativa strategico sulla situazione nel Mediterraneo e sulla necessità di un approccio globale dell’Ue alle migrazioni. Il dossier prevede tra i punti principali proprio la tutela di quel sistema Schengen che negli ultimi mesi ha mostrato tutte le sue fragilità. Tanto che una larga maggioranza di Paesi - non soltanto i sei che attualmente hanno ripristinato i controlli (Austria, Germania, Svezia, Norvegia, Francia, Danimarca) - ha invitato la Commissione a preparare le procedure per l'attivazione dell'articolo 26 nell'ambito del codice Schengen.

L'articolo prevede la possibilità per uno o più Stati membri di estendere i controlli alle frontiere interne fino a due anni. Una misura che di fatto scardina la filosofia su cui è nata l'area di libera circolazione. Eppure la Kyenge continua a premere l'acceleratore su Schengen.  

"Può essere salvato", insiste proponendo all'Unione europea di "superare l'attuale stato d'eccezione come farebbe uno Stato federale di 500 milioni di abitanti", e cioè "dotandosi di un insieme di più forti strumenti di vera solidarietà fra gli Stati Membri".

La regola era stata inserita nel Codice Schengen nel 2013, dopo le Primavere arabe e le frizioni Berlusconi-Sarkozy, quando Parigi voleva bloccare il flusso di immigrati a Ventimiglia. Ma l'articolo 26 rischia di essere usato per la prima volta a maggio, quando Germania e Austria saranno i primi due Paesi ad aver esaurito il tempo messo a disposizione dalle norme ordinarie, il 24 e 25, utilizzate fino ad oggi. L'ipotesi di farvi ricorso era già stata paventata a dicembre, come strumento di pressione nei confronti della Grecia, insieme all'idea di creare una mini-Schengen. Le minacce erano poi rientrate, quando Atene aveva accettato le forze di intervento rapido Frontex.

Oggi il problema si ripresenta con tutta la sua forza. Perché i disperati arrivati in Europa sono troppi, perché sempre più spesso si verificano violenze a sfondo etnico e religioso, perché tra gli immigrati si nascondono, troppo spesso, pericolosi terroristi. Per la Kyenge è, ancora una volta, la revisione "in chiave solidale" del Regolamento di Dublino. La guardia di frontiera, istituita dalla Commissione europea, entrerebbe in campo soltanto "nelle situazioni critiche" lungo "le frontiere esterne sotto pressione". "Questa è la via - è la conclusione - non certo i muri o la fine di Schengen". Qualcuno però dovrebbe ricordarle che in Italia, quando la Kyenge era ministro dell'Integrazione, queste politiche non hanno funzionato.

No a ceretta e chewing-gum prima di un intervento

La Stampa

Le 9 cose da fare e da non fare nelle ore immediatamente precedenti un’operazione chirurgica in ospedale. Sì alla doccia, ma niente rasature e smalto bandito



Mai smalto e ceretta il giorno prima dell’operazione. Potranno sembrare dettagli insignificanti, ma spesso la buona riuscita di un intervento dipende anche dai preparativi che scattano in previsione dell’appuntamento con il bisturi. Nel rituale pre-operatorio si nascondono infatti insidie insospettabili, in grado di compromettere anche il recupero nei giorni successivi.

Una «black list» degli errori più comuni da evitare arriva dall’Inghilterra dove, riporta il Daily Mail, nel servizio sanitario nazionale viene annullata un’operazione ogni 10 minuti - circa 60 mila l’anno - proprio perché i pazienti non riescono a seguire le istruzioni dei medici per il pre-intervento, in particolare su digiuno e farmaci, come spiega un medico britannico, Oliver Warren, consulente chirurgo e coautore di un libro-guida con consigli per i pazienti che devono andare in ospedale. 

Ecco dunque una rassegna delle cose da fare o non fare prima di un intervento in ospedale.

1) NIENTE CERETTA
Il primo punto è dedicato alle donne che non vogliono rinunciare a essere impeccabili anche sul lettino operatorio: la ceretta non va fatta mai il giorno prima. In generale la rasatura può provocare tagli e abrasioni microscopiche. E un vecchio studio pubblicato sulla rivista Archives of Surgery segnala meno infezioni nei pazienti che, evitando il fai-da-te, venivano sottoposti alla rimozione dei peli la mattina stessa dell’operazione. Per gli esperti, è comunque buona norma non mettere mano a ceretta e rasoi per almeno una settimana.

2) NON DIMAGRIRE TROPPO IN FRETTA
Altro errore: perdere troppo peso e troppo in fretta. È vero che per i pazienti oversize, più esposti a complicanze con l’anestesia e ad altri rischi, è consigliato dire addio a qualche chilo prima dell’intervento. Ma non troppo velocemente, non più di 1-2 chili a settimana. Con le diete drastiche si rischia di perdere anche massa muscolare. Aspetto che può influenzare il ritorno alla mobilità dopo l’intervento, e indebolire anche i muscoli in organi come cuore e polmoni. Il consiglio è di smettere con il taglio delle calorie circa 5 giorni prima dell’operazione.

3) ATTENZIONE ALL’ASSUNZIONE DI FARMACI
Occhio ai farmaci e ai rimedi naturali, un punto sul quale si cade spesso in errore. A parte il classico esempio degli anticoagulanti, l’insidia può nascondersi anche dietro prodotti erboristici. Aglio, ginseng e zenzero, per esempio, possono aumentare il rischio di sanguinamento e ai medici va comunicato se si stanno assumendo.

4) NON MANGIATE IL CHEWING-GUM
Gomma da masticare per sopportare il digiuno necessario a svuotare lo stomaco prima dell’intervento? Meglio di no. Il problema è che lo stomaco produce più acidi nell’illusione che arrivi del cibo.

5) FATEVI LA DOCCIA
Bene la doccia, da fare nell’imminenza dell’intervento, anche in previsione dei giorni successivi in cui si potrebbe essere costretti a letto o avere medicazioni che non possono essere bagnate.

6) NIENTE MANICURE O SMALTO
Bandite invece le manicure con smalti. Avere unghie ben curate e pulite è fondamentale anche per ridurre il rischio di infezione, ma lo smalto è un problema perché durante la chirurgia, come spiega Warren, «per misurare il livello di ossigeno nel sangue si usano sonde che vanno attaccate al dito e, a questo fine, lo smalto andrà tolto».

7) SIGARETTE VIETATE
Altrettanto vietate le sigarette nel giorno che precede l’operazione. Quanto più in anticipo si smette meglio è, sottolineano gli esperti. Ma anche 24 ore fanno la differenza, a più livelli, respiratorio e di circolazione sanguigna.

8) METTETE AL SICURO VOSTRO ANIMALE DOMESTICO
In ospedale si va senza pensieri: e allora mai lasciare il proprio animale domestico incustodito. Warren racconta che questa è una delle maggiori fonti di ansia.

9) NON CHIEDETE QUANTO DURA L’OPERAZIONE
Inutile e stressante, infine, chiedere quanto tempo durerà l’operazione, anche perché in fondo sotto anestesia non si percepisce il tempo che scorre. 

Quando muore un cane

Viviana Persiani



Il bellissimo cane che vedete nella foto si chiamava Cebion. Apparteneva a Nicola Forcignanò, ex vicedirettore de Il Giornale, e alla sua dolce moglie Cristina. Era un cucciolone che aveva condiviso

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la scelta di vita di Nic e Cristina, andati a vivere in Thailandia. Nicola lo ha comunicato agli amici, dal suo profilo Facebook, attraverso il quale condivide, con chi sta in Italia, le sue esperienze estere: «Addio Cebion, mio giovane amico. Abbiamo vissuto insieme troppo poco. Ma hai fatto in tempo a regalarci tanta dolcezza e tanta allegria. Grazie per tutto quanto ci hai dato». Nicola, come tanti, ha sempre amato i cani. In questo, mi ricorda l’indimenticabile Mario Cervi che quando perse uno dei tanti Golia che avevano rallegrato la sua vita girò per intere settimane, nei corridoi del Giornale, con il viso trasfigurato dalla perdita, senza rassegnarsi.

Qualcuno sorrideva, non capendo cosa significasse quel vuoto incolmabile nell’anima. Amore ripagato dall’ultimo Golia, morto pochi giorni dopo di lui per il troppo dolore. Anche io ci sono passata. Capisco quello che hanno provato Nicola e Cristina. Mi è sempre piaciuto pensare a questi nostri amici a quattro a zampe come a degli angeli custodi mandati dal cielo per vigilare, per qualche tempo, su di noi. Rimangono troppo poco, ma riescono ugualmente a portarti così tanto amore in un’equazione dove l’uomo esce, quasi sempre, sconfitto.

Qualcuno non capisce e ci prende per pazzi. In realtà, lo siamo, perché l’amore puro è anche pazzia. Senso di colpa, rifiuto, rabbia, disperazione, voglia di prendere subito un altro cane. Ognuno reagisce in modo differente ed è giusto così. Si può, anzi, in alcuni casi si deve piangere per la morte di un animale, aiutandosi a superare in questo modo l’inevitabile dolore che la loro scomparsa si porta dietro. L’importante, è farlo senza rimpianti, pensando alla fortuna di aver condiviso, con uno di loro, una parte della nostra vita. Come ha fatto Cebion, con i suoi amici Cristina e Nicola.

La crisi cinese colpisce anche Apple

La Stampa
cecilia attanasio ghezzi

Per la prima volta dal 2003 in calo le vendite dei prodotti dell’azienda di Cupertino


La fiducia di Apple nel mercato cinese è al suo primo vero test. È lo stesso Tim Cook a darne notizia enfatizzando che per la prima volta l’azienda si accorge dell’«economia indebolita» della regione. La Apple registra un calo delle vendite per la prima volta dal 2003 che non è arginato neppure dall’avvicinarsi del Capodanno cinese, una festività in cui ci scambiano doni del tutto simile al nostro Natale. E il mercato cinese è quello che ha trainato l’azienda di Cupertino negli ultimi anni, quando nelle economie sviluppate le vendite si sono stabilizzate. Nel 2015 le vendite nella cosiddetta «grande Cina» sono cresciute dell’84 per cento per un giro di affari da 58,7 miliardi di dollari che ne ha fatto il secondo mercato Apple dopo gli Usa.

Il punto è che le vendite Apple in Cina continuano a crescere, anche se più lentamente. Secondo i dati rilasciati dall’azienda stessa, nell’ultimo trimestre del 2015 il territorio della «grande Cina» ovvero l’insieme del territorio della Repubblica popolare, Hong Kong, Macao e Taiwan ha generato 18,4 miliardi di dollari, il 24 per cento del totale degli incassi dell’azienda fondata da Steve Jobs. Ma le vendite sono cresciute solo del 14 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. Molto poco se confrontate con la crescita del 99 e del 70 per cento dei trimestri precedenti.

Una flessione di cui si erano già visti i segni premonitori nel mondo delle fabbriche cinesi. Stando a quanto riporta il quotidiano giapponese Nikkei, la Apple ha tagliato gli ordini a seguito di una flessione nella domanda di iPhone già alla fine del 2015. E a dicembre, secondo il Wall Street Journal, la Foxconn – la più grande multinazionale di assemblaggio di componenti elettronici balzata tristemente alle cronache negli ultimi anni per una serie di suicidi tra i suoi dipendenti – avrebbe ricevuto 12 milioni di euro di sussidi statali per minimizzare i periodi di inattività dovuti al declino degli ordini. 

Addio a Abe Vigoda, il Tessio del Padrino

La Stampa

L'attore newyorkse scompare a 94 anni, dopo una lunga carriera e una serie di falsi allarmi



Nato a New York il 24 febbraio 1921, a un mese dal suo novantacinquesimo compleanno, è morto a Woodland Park, nel New Jersey, l’attore americano Abe Vigoda. Volto noto ai più per il suo ruolo di Salvatore Tessio nel film Il Padrino del 1972 e per quello del Detective Phil Fish, interpretato in 63 dei 171 episodi complessivi della serie poliziesca Barney Miller (andata in onda tra il 1974 e il 1982) e nei 35 delle due stagioni dello spinoff omonimo (Fish).

Caratterista di pregio, lo ricordiamo anche nel flashback di Il Padrino: Parte II sempre di Francis Ford Coppola, in film come Joe contro il Vulcano e in serie tv come La famiglia Bradford (nella quale interpretò un sindacalista in un episodio del 1979). Anche se gli esordi risalgono al 1965 - dopo alcune esperienze teatrali - con una piccola parte in Tre Camere a Manhattan di Marcel Carne.

Deceduto per cause naturali, come ha dichiarato la figlia Carol Vigoda Fuchs all’Associated Press, l'attore era stato più volte 'protagonista' di false notizie relative alla sua morte. Tanto da far sì che alcuni buontemponi non registrassero il dominio Isabevigodadead.com (che ha purtroppo ormai cambiato il suo aspetto, come si vede nell'immagine) per tenere aggiornati in tempo reale gli interessati.

Fossoli, il lager degli inganni e la pietà di Indro Montanelli

Corriere della sera

di Antonio Ferrari e Alessia Rastelli
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Oggi si celebra il Giorno della Memoria, istituito nella data della liberazione di Auschwitz-Birkenau,il 27 gennaio del 1945, per non dimenticare l’orrore di quel luogo di sterminio e le tante altre tragedie che hanno accompagnato, come satelliti dell’infamia, quella suprema della Shoah.

Quest’anno ricordiamo, tra le vittime, le migliaia di ebrei e di detenuti politici di Fossoli, nel cuore emiliano dell’Italia, a meno di dieci chilometri da Carpi, dove i fascisti della Repubblica di Salò avevano riattivato – e i nazisti avevano poi governato – un lager di transito, una sosta breve e illusoria verso le successive mortali destinazioni. Lo ha raccontato, nelle pagine di Se questo è un uomo, Primo Levi (leggi gli estratti e la poesia Il tramonto di Fossoli).

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Il campo di Fossoli, a circa sei chilometri da Carpi, è stato costruito nel 1942 dal Regio Esercito per imprigionare i militari nemici (nella foto, un'immagine dell'epoca). Nel dicembre 1943 il sito fu trasformato dalla Repubblica Sociale Italiana in campo di concentramento per ebrei. Dal marzo 1944 diventò campo poliziesco e di transito (Polizei und Durchgangslager), utilizzato dalle SS come anticamera dei lager nazisti. I circa 5.000 internati politici ed ebrei che passarono da Fossoli ebbero come destinazioni i campi di Auschwitz-Birkenau, Mauthausen, Dachau, Buchenwald, Flossenburg e Ravensbrück. Dodici i convogli che si formarono con gli internati di Fossoli, sul primo diretto ad Auschwitz, il 22 febbraio, viaggiava anche Primo Levi. Fossoli è stato il campo nazionale della deportazione razziale e politica dall'Italia
La vita nel lager
Agli ebrei, a Fossoli, avevano creato l’illusione che dopotutto quel campo, pur sotto il controllo degli aguzzini, era un approdo accettabile, nel quale i deportati – almeno nella fase iniziale – erano obbligati a portare con sé posate, tazze e materassi, e dove avevano il «privilegio», soprattutto dopo il carcere, la prigione, l’isolamento, di vivere insieme agli altri, facendosi coraggio a vicenda. Il sopravvissuto Franco Schöneit racconta che la sua permanenza a Fossoli durò diversi mesi, più di quella degli altri ebrei, in quanto considerato di sangue misto. «Fummo costretti a lavorare per organizzare il campo e i viaggi degli ebrei puri verso i lager». Lui stesso, verrà poi trasferito a Buchenwald (Guarda la videotestimonianza).  
Qui sotto le voci di alcuni superstiti nel trailer di Crocevia Fossoli (2014), film documentario di Federico Baracchi e Roberto Zampa, realizzato in collaborazione con la Fondazione ex Campo Fossoli.
L’attesa
Ai più facoltosi tra i detenuti politici, cioè gli oppositori del regime che vivevano in una specifica zona del lager, concedevano persino, ogni tanto, di uscire «sotto scorta» dal campo e di andare, per esempio, da un dentista a Carpi. Un recluso milanese ha raccontato che una volta, nella cittadina modenese, riuscì a comprare la sua copia del «Corriere della Sera». La nobile famiglia Belgioioso faceva arrivare pacchi con tutto il possibile, non soltanto per il loro congiunto prigioniero ma per molti dei suoi compagni. Inganno assoluto, perché Fossoli era solo un passaggio in attesa del viaggio fatale, via Brennero, per Auschwitz, Mauthausen, Buchenwald.
La strage di Cibeno
Il fatto più atroce nella storia del lager di Fossoli avvenne dopo un attentato a Genova contro sette militari nazisti. Le «regole» della rappresaglia, che dovevano decuplicare il numero delle vittime, prevedevano infatti la ricerca immediata di 70 persone vicino al luogo del crimine. Quella volta, come sostengono molti storici dopo aver studiato i documenti e le testimonianze, la Gestapo attese parecchi giorni, poi dal comando di Verona partì per Fossoli un preciso elenco nominativo di altrettanti prigionieri politici, scelti in rappresentanza di tutte le aree sociali e politiche: comunisti, socialisti, monarchici, cattolici, persino sacerdoti. Carpi non è certo vicina a Genova, e probabilmente questa non fu una «rappresaglia classica». Alla fine, i condannati a morte furono portati al vicino poligono di tiro di Cibeno. Il 12 luglio 1944 ne furono giustiziati 67, perché uno non fu trovato e altri due, dopo le prime esecuzioni dei loro compagni, riuscirono a ribellarsi, ad affrontare i nazisti e a scappare. A preparare la fossa comune, il giorno precedente, erano stati costretti i reclusi ebrei di Fossoli.
Montanelli, i funerali, il film
Nel 1945, i cadaveri dei martiri vennero riesumati, e vi furono solenni funerali a Milano, perché la maggior parte delle vittime era lombarda. La messa fu celebrata in Duomo dal cardinale Schuster: presenti i familiari delle vittime e migliaia di milanesi. Tra la folla anche l’inviato speciale del Corriere della Sera Indro Montanelli che, come raccontò anni dopo, fu attratto dalla bara collocata in un angolo, quindi separata da tutte le altre, e dal nome del caduto, Giovanni Bertoni. Montanelli, che era stato arrestato dai nazifascisti e detenuto a San Vittore, si ricordò infatti di quel Bertoni come di un suo compagno di prigionia. Che, successivamente, era stato trasferito a Fossoli, e inserito tra i prigionieri fucilati al poligono di Cibeno.

La storia è confusa, ma di sicuro quel personaggio, trattato come un appestato al solenne funerale di Milano, non era limpido. Aveva fama d’essere un millantatore e di essere stato una spia dei nazisti. Fu detenuto a San Vittore proprio per riferire quanto dicevano i prigionieri, e l’ipotesi è che alla fine sia stato giustiziato perché era stato smascherato, quindi ai tedeschi il suo ruolo non serviva più, come sostiene lo storico Mimmo Franzinelli.

Montanelli, nel 1959, scrisse la sceneggiatura romanzata di un film, che poi fu girato da Rossellini, Il generale della Rovere, interpretato magistralmente da Vittorio de Sica. Il «generale» era in realtà proprio quel Bertoni, nome diventato nella finzione Emanuele Bardone. Il film, che vinse il Leone d’oro a Venezia, fu accolto come un capolavoro.

Invertendo le regole che prevedono che un film segua la pubblicazione di un libro e non lo preceda, Montanelli scrisse successivamente il volume con lo stesso titolo della pellicola, raccontando la vicenda. In questo testo, il grande maestro del giornalismo italiano rivelò di avere posato un fiore su quella bara abbandonata durante il solenne funerale. In fondo, scriveva, anche Bertoni era stato una vittima. Tuttavia, come sostengono molti studiosi, il film e il libro sono figli del proprio tempo più che dell’epoca della guerra. Figli cioè di quei tardi anni Cinquanta, in cui la rilettura del gesto di pietà (il fiore sulla bara) raccontato da Montanelli si inquadra perfettamente nel clima di «riabilitazione nazionale» che, dopo i traumi post bellici, cercava di diffondere quanto più possibile la cultura della pacificazione.

Sono vegano, non metto gli anfibi": e l'esercito lo caccia

Ivan Francese - Mer, 27/01/2016 - 11:43

In Svizzera una recluta diciannovenne rifiuta d'indossare gli scarponi di cuoio in ossequio alle proprie abitudini alimentari. L'esercito lo caccia ma lui presenta ricorso



In ossequio al proprio veganesimo si è rifiutato d'indossare gli anfibi militari. E per questo è stato cacciato dall'esercito. Il diciannovenne svizzero Antoni Da Campo ha fatto ricorso contro un provvedimento delle forze armate elvetiche che lo escludeva dall'esercito perché "non idoneo a svolgere il servizio militare" (che, ricordiamo, in Svizzera è obbligatorio) a causa delle sue convinzioni in materia alimentare.



Il problema è sorto al momento di calzare gli anfibi di cuoio, che la recluta ha ritenuto incompatibili con le proprie convinzioni personali. Quindi è arrivata la decisione degli Stati maggiori, che lo hanno dichiarato non idoneo al servizio. Il giovane Da Campo, però, ha presentato ricorso contro l'esclusione, chiedendo il reintegro nei ranghi. "Il numero dei vegani in Svizzera è in continuo aumento - ha spiegato - Quello che mi colpisce è che le istituzioni non tengono conto dell'evoluzione della società."

Ma quel taschino «falso» nei jeans a che cosa serve davvero?

Corriere della sera

di Elmar Burchia

La domanda se la sono posta alcuni utenti online. La risposta è arrivata dall’azienda Levi’s. La funzione della quinta tasca? Ha origine nel 1873

La quinta tasca dei jeans

Due tasche davanti, due tasche dietro. Poi c’è quel «misterioso» taschino rettangolare all’interno della tasca destra. Irritante per qualcuno: è infatti troppo piccolo per metterci le monete, le mani, figuriamoci le chiavi di casa. Qualcuno se l’è chiesto: «Ma quel taschino “falso”’ nei jeans ha una qualche funzione dedicata, oppure è solo uno standard estetico?». La risposta all’enigma è arrivata da alcuni esperti del settore dell’abbigliamento, e da Levi’s.
Nascondere le pepite d’oro
Il taschino fu introdotto nel 1873 da Levi’s, la più antica e popolare tra le aziende che producono jeans, fondata nel 1853 negli Stati Uniti dall’immigrato tedesco Levi Strauss. Non è altro che un «watch pocket», dove, a fine ‘800, gli uomini (in particolare i cowboy) riponevano gli orologi da tasca e, leggenda vuole, persino le pepite d’oro. A quel tempo, infatti, i cowboy usavano portare l’orologio da tasca con la catena e lo riponevano nel gilet di pelle.
Altri usi
L’azienda Levi’s ha messo a punto la piccola tasca affinché non perdessero l’orologio o non si rompesse. È rimasta fino ad oggi e, come spiega la stessa Levi’s in un post, ha avuto diverse funzioni negli anni. Tra le altre cose: ospitare una scatola di preservativi (come voleva uno spot del 1995 per i jeans 501), una scatola di fiammiferi o per nascondere bigliettini.

Bill Gates vende l’archivio di foto Corbis alla Cina

La Stampa
cecilia attanasio ghezzi

Oltre 100 milioni di immagini dei momenti più significativi della storia moderna passano alla Visual China Group. Ci sono anche quelle di piazza Tiananmen



Bill Gates ha annunciato di aver venduto le immagini e i documentari del fondo Corbis all’azienda cinese Visual China Group. Significa che oltre cento milioni di fotografie e 500mila video che raccontano i momenti più significativi della storia moderna saranno in mano cinese. Tra queste anche la foto iconica dell’uomo di fronte ai carri armati a piazza Tiananmen. 

I primi timori che immagini importanti vengano precluse al pubblico mondiale sono per il momento fugati. Appena acquistato il fondo Corbis, il Visual China Group si è accordato con Getty Images per la distribuzione mondiale. Eccezion fatta per il territorio della Repubblica popolare.

È stato proprio Bill Gates ad aver iniziato l’esperienza di Corbis. L’ha fondata nel 1989 proprio lo stesso anno delle proteste di piazza Tiananmen poi sfociate in quella repressione inaudita che tutti ricordiamo. Microsoft si era quotata in borsa da appena due anni e il fondo di immagini e video, che allora si chiamava Interactive Home Systems, doveva servire come archivio digitale di dati da visualizzare nelle case, nelle scuole e negli uffici attraverso i personal computer.

Negli anni il fondo ha digitalizzato milioni di fotografie incluse quelle delle proteste e della repressione di piazza Tiananmen e quella degli operai che pranzano sospesi sulle impalcature dei grattaceli in costruzione a New York diventata simbolo di un’epoca. Nel comunicato stampa che ha seguito la vendita, Corbis ha giustificato la vendita dell’archivio di immagini con la trasformazione dell’azienda in agenzia pubblicitaria.

L’azienda cinese che ha comprato gli archivi, la Visual China Group, è stata fondata nel 2000. Ed è quotata sulla borsa di Shenzhen con un capitale di poco inferiore ai 3 miliardi di euro. L’anno scorso ha investito quasi 12 miliardi di euro in una start up di Toronto specializzata nel commercio di immagini generate dagli utenti. L’accordo con Getty Images oltre a garantire che le foto di Tiananmen saranno accessibili in tutto il mondo eccezion fatta per la Repubblica popolare, regala a quest’ultima una posizione dominante sul mercato mondiale. Ad oggi Getty possiede gli archivi fotografici digitali più vasti del mondo.

Rouhani e le statue coperte la libertà non si contratta

Corriere della sera
di Pierluigi Battista

Era il presidente iraniano che avrebbe dovuto adattarsi

Speriamo che quelle statue vengano svestite al più presto. Restituite alla loro nudità. Che poi significa restituite alla loro libertà. Averle ricoperte per non offendere l’ospite, il presidente iraniano Rouhani, è stato un segno di cedimento culturale. Una macchia. Non abbiamo nulla di cui vergognarci. Non dobbiamo pensare che la nudità dell’arte sia qualcosa di spregevole o di vergognoso.

Consideriamo giustamente ridicoli i braghettoni con cui in passato il bigottismo cercava di coprire il nudo delle statue. E quel nudo ci racconta che nel nostro «stile di vita» la libertà artistica è parte integrante e imprescindibile della libertà tout court. Chi chiede che le nostre stature siano coperte manifesta un’arroganza culturale che dovremmo respingere, una pretesa di superiorità morale che possiamo spedire tranquillamente al mittente.

Invece ci mettiamo sempre in difesa. Ammettiamo che, certo, quei nudi possono rappresentare qualcosa di sconveniente. Che dovremmo nasconderli per non dare all’ar-cigno ospite una brutta impressione. Non vogliamo capire che la libertà d’espressione non è una cosa da maneggiare come fosse cosa impura. Non vogliamo capire che una battaglia culturale non è un atto bellicoso, ma un atto d’amore nei confronti di ciò che siamo e che siamo diventati pagando prezzi immensi.

La libertà di vestirsi e di svestirsi, la libertà di comportarsi senza seguire i precetti e i dogmi, la libertà di separare politica e religione. Era lui, il presidente Rouhani, che avrebbe dovuto adattarsi per non offenderci, e non il contrario. E non dovrebbe essere un contratto in più, o una mossa diplomatica, a farci rinnegare, tra l’altro con modalità che sfiorano il ridicolo, quello che siamo, anche in manifestazioni estetiche apparentemente innocue. Senza sfregiare, sia pur simbolicamente, i monumenti di cui andiamo orgogliosi.

26 gennaio 2016 (modifica il 26 gennaio 2016 | 23:43)

Marchio Buddha bar, la Cassazione: «I francesi non hanno l’esclusiva»

Corriere della sera

I giudici della Suprema Corte hanno respinto il ricorso delle società George V che gestiscono il noto locale parigino, tempio della musica downtempo. Riconosciuto il diritto di un bar milanese di via Elvezia a utilizzare il nome

Il Buddha bar di Parigi

Il nome di Buddha non può essere usato da nessuno in via esclusiva come se si trattasse di un marchio in grado di «denotare un prodotto o un servizio» - è la tesi sostenuta dai francesi della società che gestisce il Buddha-bar di Parigi che edita le famose compilation di musica downtempo - perché, se così fosse consentito, si finirebbe per offendere il sentimento religioso dei buddisti che vedrebbero la loro guida spirituale ridotta a logo distintivo di un café-restaurant per quanto dalla formula di indubbio successo.

Lo ha deciso la Cassazione acconsentendo al libero utilizzo in Italia del riferimento al nome Buddha da parte di chi intende aprire locali che usano questo nome evocativo. Con la sentenza numero 1277, depositata venerdì dalla Prima sezione civile - la Suprema Corte ha respinto il ricorso con il quale la società George V Eatertainment e la George V Records, che gestiscono il noto locale di rue Boissy-d’Anglas, volevano impedire al Buddha-café di Milano, gestito da un imprenditore italiano, di chiamarsi così.
«Il nome non può essere equiparato a un brevetto»
Secondo i supremi giudici nessuno può pretendere di usare il nome di Buddha come se si trattasse di un brevetto, perché questo riferimento semantico - è l’annotazione del relatore Nello Nappi - «evoca non solo una religione, ma comunica adesione o comunque interesse per una filosofia e uno stile di vita connotativi di un costume pertinente ormai alle più diverse manifestazioni dell’agire sociale, dalla letteratura alla musica, dalle arti figurative alla cucina, tanto da essere divenuto una moda». Per questo il diritto di sfruttamento «commerciale» di questa figura carismatica, che conta nel mondo milioni di persone seguaci della sua filosofia, non può essere dato in «concessione» a un singolo imprenditore o a una compagine societaria.

Senza successo, dunque, i francesi hanno sostenuto che il locale milanese di via Elvezia utilizza una «abusiva riproduzione» del marchio del locale parigino. Secondo i francesi marchi complessi come quello del Buddha-bar, «devono essere esaminati nel loro insieme, in modo che risulti evidente la capacità distintiva ascrivibile alla parola Buddha ove associata alle parole bar o café». «Perché si tratta di marchi particolarmente suggestivi - hanno insistito - e quindi forti, perché instaurano una connessione anomala tra parole concettualmente sconnesse».
Gli ideatori del marchio: «I buddisti non si sono mai lamentati»
D’altronde, hanno proseguito i legali delle due George V, già numerose sentenze in Italia e nel mondo - Buddha-bar fratelli di quello parigino sono stati aperti in molte città, da Mosca ad Abu Dhabi - hanno riconosciuto la tutela a questi marchi «in ragione della notorietà derivante dall’uso cui sono stati destinati» dagli ideatori francesi del locale fondato nel 1996 dal deejay franco-tunisino Claude Challe. I buddisti, inoltre, hanno fatto presente i francesi, non si sono mai lamentati. Ma la Cassazione non ha condiviso queste obiezioni e ha detto no alla «degradazione a una funzione meramente descrittiva» del nome Buddha che non è quindi un marchio e, dunque, chi vuole può usarlo. Il ricorso dei francesi era già stato respinto dalla Corte di Appello di Milano nel 2010.

25 gennaio 2016 | 20:16