giovedì 28 gennaio 2016

Ecco perché i finestrini degli aerei sono diventati ovali

Corriere della sera

di Elmar Burchia

Negli anni Cinquanta erano rettangolari. Poi, dopo una serie di incidenti nei quali morirono diverse persone, arrivò la nuova forma



Lo preferisce la maggioranza dei viaggiatori: il posto vicino al finestrino sull’aereo. Già, perché la vista è più piacevole. Sedersi vicino al finestrino, aveva raccontato qualche tempo fa il pilota di linea e scrittore Mark Vanhoenacker, «è come mettersi fuori da un bar di una strada affollata, solo che al posto della gente puoi osservare le montagne e gli oceani». Tuttavia, a differenza di un bar, durante il viaggio ad alta quota ci troviamo di fronte ad un finestrino dalla forma rotonda. Il motivo? La domanda è interessante. Ecco la risposta.
L’era dei jet
Nei primi anni ‘50, grazie all’ascesa dei motori a reazione e dei sistemi di pressurizzazione della cabina, gli aerei iniziarono a volare a quote sempre più alte, oltre i 10.000 metri. I vantaggi erano molteplici: gli aeroplani necessitavano di meno carburante a causa della ridotta pressione dell’aria e c’erano meno turbolenze a bordo, spiegano gli esperti di Real Engineering in un video pubblicato su YouTube. A quel tempo, l’ingegneria aerospaziale stava facendo passi da gigante con gli apparecchi che andavano sempre più veloci (fino a 740 km/h) e riuscivano a trasportare un numero sempre maggiore di passeggeri.

Nasceva l’era dei jet anche nel settore del trasporto di linea: un velivolo Comet, prodotto dall'azienda britannica de Havilland, fu il primo aereo di linea con motori turbogetto a compiere nel 1951 un volo sulla tratta Londra-Johannesburg. La maggior parte degli apparecchi decollava e atterrava in sicurezza. Tuttavia, nel 1953 ci fu una serie tragica di eventi che coinvolsero due aerei: la fusoliera scoppiò letteralmente in aria, uccidendo 56 persone. Quale fu la causa? I finestrini.
La forma smussata
All’epoca, i finestrini sugli aerei avevano una forma rettangolare, con gli angoli a 90 gradi. E, per dirla semplice, dove c’è un angolo c’è anche un punto debole. I finestrini quadrati dovevano infatti sopportare sollecitazioni fino a tre volte quello delle altri parti della struttura, mettendoli a serio rischio di rotture e crepe. Ecco perché gli angoli vennero successivamente smussati e fu introdotto il finestrino con la forma tondeggiante, l’oblò.

28 gennaio 2016 (modifica il 28 gennaio 2016 | 16:48)

Vede un cucciolo sulla telecamera autostradale e corre in suo aiuto

La Stampa
fulvio cerutti



«Non riuscivo quasi a guardare. Quel cucciolo in ogni istante rischiava di essere colpito da un’auto». Così Gil Estrada ricorda l’ansia che ha vissuto quando ha visto sulle telecamere autostradali in Arizona, Stati Uniti, una cagnolina che vagava in mezzo al traffico durante l’orario di punta. 



Lui, che lavora per il Dipartimento dei Trasporti, non poteva fare molto: si trovava nella centrale del traffico di Phoenix, a chilometri di distanza da quella piccola quattrozampe. Incredibilmente però la cagnolina è riuscita uscire dall’autostrada e a scappare in una via secondaria. A quel punto Estrada non ci ha pensato due volte: è salito in auto per andarla a prendere.



«Non sapevo se mi avrebbe morso, se sarebbe scappata o altro - racconta a una tv locale -. Quando mi sono avvicinato ho cercato di parlarle con dolcezza e per fortuna tutto è andato bene». Quando l’ha avuta fra le sue braccia l’ha portata al centro di controllo dove gli altri colleghi gli hanno dato un caloroso benvenuto.



Purtroppo la cagnolina, che hanno chiamato Doris, non aveva collare o microchip di riconoscimento. Se non verrà reclamata entro una settimana, gli operatori del rifugio per animali a cui è stata affidata la inseriranno nella lista dei cani adottabili, anche se probabilmente non dimenticherà mai il suo “angelo della telecamera”.

twitter@fulviocerutti

Entra per una manicure e salva la vita ad un cane denutrito

La Stampa
cristina insalaco



Quando Darlene è entrata in un centro estetico in California per una manicure, non poteva immaginare che in quel momento sarebbe iniziata la sua «missione di salvataggio» per Smokey. L’estetista le ha rivelato di volerlo sopprimere: «Guarda questa foto, è il mio cane - le ha detto -. E’ malato, ma io non voglio pagare per ucciderlo».



Le ha raccontato che il figlio non aveva più intenzione di nutrirlo, come non voleva più farlo neanche lei. «In quella famiglia era un cucciolo indesiderato, ed ascoltare quei racconti per me è stato uno choc», racconta Darlene. 



Così ha deciso di salvargli la vita. E’ andata a casa dell’estetista, e nel giardino ha visto Smokey, solo e denutrito. «Ho chiesto loro di poterlo portare via - dice - e i due non ci hanno pensato due volte: mi hanno scaricato tra le braccia il quattro zampe.



Quando è stato salvato, non aveva neppure la forza di mangiare, «era rimasto senza cibo per così tante settimane che si era dimenticato di cosa volesse dire nutrirsi», spiega il veterinario. Ma oggi la sua è un’altra vita: il cane non solo sta bene, ma grazie all’associazione «Animal Rescue» ha trovato una casa nella quale trasferirsi. «La nuova famiglia che l’ha adottato lo ama moltissimo - sorride Darlene -. Sono contenta di aver contribuito a salvare la vita allo sfortunato amimale».

Il capostazione che salvava gli ebrei (e poi non volle dirlo a nessuno)

Corriere della sera

di Paolo Foschini e Roberto Rotondo

Spiava nella posta i loro nomi. Poi li andava a cercare e li avvisava

Andrea Albisetti, capostazione di Tradate (tra Milano e Varese) durante l’ultima guerra

MILANO Parenti di eroe cercasi. Perché l’eroe, morto da tanti anni, era uno di quelli che la loro storia se la portano via col funerale senza averla detta a nessuno e fino a tre giorni fa non si sapeva di lui neppure il nome: che invece era Andrea Albisetti, classe 1885, durante l’ultima guerra capostazione di Tradate, tra Milano e Varese. Un servitore dello Stato come tanti, a vederlo ora mentre fa partire un treno nell’unica sua foto rimasta. Però guardatelo bene e pensateci, se credete di aver avuto in famiglia da quelle parti un ferroviere lontano e dimenticato.

Perché è stato l’uomo che, intercettando e leggendo in controluce i dispacci in arrivo con gli ordini d’arresto, fra il ‘43 e il ‘45 salvò silenziosamente la vita a numerosi ebrei. Un filo che si intreccia con l’odissea di un ormai famoso violino andato e tornato da un campo di sterminio, due fratelli nella campagna di Russia, ricordi di alpini e partigiani, un professore di storia, un suo ex studente che grazie a una ricerca fatta per lui al liceo e ripescata tre giorni fa ha ricostruito la tela intera. Questa.

C’era una volta a Tradate un capostazione che aveva due figli. Si chiamavano Dorligo e Serajevo, in quegli anni c’erano anche nomi così. Un giorno i due dovettero partire per andare a fare la Seconda guerra mondiale in Russia. Per molto tempo in paese si raccontò — ma questa cosa non è mai stata confermata — che fu il padre in persona a fischiare la partenza del treno coi suoi ragazzi dentro. Tornò soltanto Serajevo. E per tutta la vita, fino a quando anche lui morì, dedicò ogni sua energia a cercare anche solo una traccia del fratello rimasto con altre migliaia di alpini là sotto la neve.

Inutilmente. Dorligo però ottenne una medaglia d’oro. L’Associazione nazionale alpini a Tradate lo ricorda ogni anno. Ma a Tradate, il prossimo 20 febbraio, l’amministrazione guidata dal sindaco Laura Cavallotti ricorda anche un’altra storia. Divenuta nota di recente come quella del «Violino della Shoah» ritrovato a Torino dal collezionista Carlo Alberto Cerutti. Tradate c’entra perché i suoi proprietari, due fratelli ebrei che si chiamavano Enzo e Maria Segre Levi, nel ‘43 avevano cercato di sfuggire ai rastrellamenti nascondendosi in una villa di lì. Inutilmente anche loro: lei morì ad Auschwitz, lui si suicidò dopo esserne scampato.

A salvarsi, in famiglia, era stato solo il loro papà. E molti anni dopo, ad alcuni amici, raccontò come era andata: il capostazione di Tradate — disse in pratica — aveva letto il mio nome in controluce dentro una delle buste che arrivavano da Roma con gli ordini d’arresto e anziché mettermi sul treno per Milano che voleva dire San Vittore mi fece partire in direzione opposta. È un professore che vent’anni fa insegnava storia al liceo Marie Curie di Tradate, Alberto Gagliardo, ad appassionarsi di racconti come quello.

Storie di ebrei nella zona di Tradate. Affida ai suoi studenti di allora il compito di cercarne altre. E loro ne trovano diverse. Alcune hanno in comune proprio la vicenda del capostazione. A ricordarsela con più precisione è un anziano signore di nome Oscar Stenfeld. Lo studente che lo intervista si chiama Federico Colombo: «Neppure Stenfeld però si ricordava il nome del capostazione». Le storie finiscono in un libro che il professor Gagliardo riesce a far pubblicare dall’Associazione nazionale partigiani, Ebrei in provincia di Varese. E tutto sembra finire là.

Senonché l’ex studente Colombo, oggi 34 anni, educatore in un gruppo di sostegno a minori in difficoltà, la passione per la storia non l’ha persa e nel frattempo è diventato presidente dell’Associazione studi storici tradatesi. A cui l’amministrazione chiede una mano per le prossime celebrazioni del violino. E Colombo si mette in moto. Comincia a raccogliere materiale, recupera anche la vicenda del capostazione di cui nessuno sapeva il nome. «Ma è perché nessuno — dice ora — aveva mai potuto fare il collegamento.

Chi conosceva la storia dei fratelli Albisetti, cioè gli alpini, non sapeva cosa aveva fatto il loro padre. E chi conosceva la storia del capostazione, cioè gli ebrei sopravvissuti, non sapeva che avesse avuto due figli partiti per la Russia e che il loro cognome era Albisetti». Solo che? «Solo che mio padre era un alpino. E la storia me l’aveva raccontata. Così, quando ora ci siamo messi a lavorare sul violino, mi è tornata in mente quella vecchia intervista che avevo fatto a Oscar Stenfeld. E ho fatto due più due».

28 gennaio 2016 (modifica il 28 gennaio 2016 | 08:53)