domenica 31 gennaio 2016

Mondiali di ciclocross: scoperta una bici a motore, subito espulsa la giovane belga Van Den Driessche

La Stampa
giorgio viberti

Dopo i numerosi sospetti degli ultimi anni, è la prima volta che la Federazione ciclistica internazionale riesce ad accertare e smascherare un caso di “doping tecnologico”


La diciannovenne belga Femke Van Den Driessche è stata smascherata ai Mondiali 2016 di ciclocross

Il sospetto era nato già qualche anno fa, poi però la maggioranza degli addetti ai lavori aveva gettato acqua sul fuoco: «Macché bici a motore, nel ciclismo professionistico non esistono!». Ieri invece il dubbio è diventato certezza, perché nei Mondiali di ciclocross a Zolder, in Belgio, gli ispettori della Federciclismo Internazionale (Uci) hanno trovato un marchingegno irregolare nella bicicletta di una ragazza under 23. Subito la bici è stata sequestrata ed è scattata l’espulsione della diciannovenne belga Femke Van Den Driessche, tra l’altro laureatasi lo scorso novembre campionessa europea Women Youth e una delle favorite della gara di ieri. 

La scoperta del sofisticato sistema a motore è stata possibile grazie alle nuove tecnologie in possesso dell’Uci, che ha controllato le bici prima del via ed è poi riuscita nei box ad accertare il tentativo di truffa. La Van Den Driessche ora potrebbe essere accusata di «frode tecnologica» in base a una norma introdotta solo lo scorso anno nel regolamento Uci. Le sanzioni prevedono l’esclusione dall’ordine d’arrivo, la squalifica per un periodo minimo di 6 mesi, una multa dai 19 mila a 192 mila euro e sanzioni pecuniarie anche più pesanti per la squadra di appartenenza (fino a un milione di franchi svizzeri). Curiosamente la Van Den Driessche a Zolder è stata smascherata nonostante non sia riuscita a concludere la prova iridata. 

I sospetti sull’uso di biciclette a motore anche nel ciclismo di vertice erano cominciati a rimbalzare in gruppo dopo alcune prestazioni giudicate sospette nei primi Anni 2000. Secondo le testimonianze anonime di alcuni corridori, pare che in gruppo ne circolino appunto da almeno 15 anni. Ed è quanto sostiene anche chi queste bici a motore le costruisce, l’ingegnere ungherese Istvan Varjas. In effetti le performance dello svizzero Fabian Cancellara al Giro delle Fiandre e nella Parigi-Roubaix del 2010 e quella del canadese Ryder Hesjedal nella Vuelta di Spagna 2014, tanto per fare solo qualche esempio, avevano destato non pochi sospetti, così come i sempre più frequenti cambi di bici in gara, soprattutto nella grandi corse a tappe. 

Non a caso l’Uci di recente ha spesso provveduto alla fine delle corse più importanti al temporaneo sequestro, con successivo controllo, delle bici dei primi classificati. Fino a questo Mondiale di ciclocross non era mai stato accertato un caso di «positività», ma la bici truccata della Van Den Driessche apre ora scenari imprevedibili. Del resto questi famigerati e sempre più sofisticati motorini sono difficili da trovare: piccoli come una chiavetta usb, con autonomia di 30 minuti a 600 watt, sono anche leggeri (max 1 kg), silenziosi e poco costosi (100-150 euro). Pare che alcuni si possano addirittura collegare ai cardiofrequenzimetri dei corridori, attivandosi automaticamente se il battito cardiaco supera certi limiti. «Il problema è molto serio» ha confermato di recente Brian Cookson, presidente dell’Uci. E se lo dice lui....

Libia, misterioso cecchino semina il panico tra i jihadisti: tre leader del Califfato uccisi in 10 giorni

Il Messaggero
di Federica Macagnone



Non ha un nome, non ha un volto ma sta diffondendo speranza tra gli abitanti della flagellata città di Sirte, in Libia, in mano agli uomini del Califfato dalla scorsa estate. L'uomo dall'identità misteriosa, e sul quale sui social media si è scatenato un gran dibattito farcito di speculazioni e ipotesi, è un cecchino che pare stia seminando il panico tra i vertici dell'Isis: in soli 10 giorni, nella città natale di Muammar Gheddafi, sono stati uccisi tre uomini con ruoli di spicco all'interno dello Stato Islamico. Tutti uccisi dall'alto, tutti ammazzati con un solo proiettile mortale.

Il primo leader a perdere la vita è stato, come riporta Libya Prospect, Hamad Abdel Hady, conosciuto con il nome di Abu Anas Al-Muhajer, un cittadino sudanese ucciso il 13 gennaio appena fuori da un ospedale: era un funzionario del tribunale dello Stato Islamico che, attraverso l'imposizione della Sharia, aveva seminato terrore e morte.

Il secondo a essere ucciso è stato, il 19 gennaio, Abu Mohammed Dernawi, ammazzato anche lui dal cecchino vicino alla sua casa. L'ultima morte attribuita all'uomo misterioso risale al 23 gennaio: a cadere è stato Abdullah Hamad al Ansari, comandante nella città meridionale di Obari, ucciso mentre usciva da una moschea nel centro della città di Sirte.

Gli omicidi hanno seminato il panico tra le forze dell'Isis in città, che hanno effettuato una serie di arresti ed esecuzioni nel tentativo di rintracciare il colpevole. Un testimone oculare ha detto al sito al-Wasat: «La preoccupazione si è insinuata tra i terroristi dopo l'uccisione di Hady. Dopo la sua morte hanno iniziato a sparare in aria per spaventare gli abitanti durante la ricerca del cecchino».

L'operato di quello che è stato ribattezzato “Daesh hunter” non può essere considerato, però, l'inizio di una campagna contro i combattenti Isis in città che, dalla scorsa estate, impongono il regime del terrore con regole rigide, esecuzioni e decapitazioni in pubblico. Tuttavia, come riferisce Libya Herald, il cecchino sta infiammando i social che iniziano a vedere l'uomo misterioso come «un eroe per coloro che vivono sotto il controllo del gruppo terroristico».

E così, mentre i leader del Califfato iniziano a temere questa presenza, il web si infervora per dargli – sempre che si tratti di una sola persona - un'identità: c'è chi dice si tratti di un cecchino che abbia affinato le sue abilità durante la rivolta contro il colonnello Gheddafi, mentre c'è chi crede si tratti di un miliziano anti-Isis della vicina città di Misurata. C'è chi poi sogna l'intrigo internazionale, pensando al misterioso uomo come un soldato americano delle forze speciali che si trova nella regione per raccogliere informazioni. In mancanza di notizie certe, ciò che rimane è la speranza degli abitanti infelici di una città martoriata dai jihadisti.

Sabato 30 Gennaio 2016, 12:47 - Ultimo aggiornamento: 14:49

Quei gay in piazza al Family Day: “Se ci scoprono siamo fregati”

La Stampa
 francesco olivo

Sull’app di incontri per omosessuali decine di messaggi: «Sono venuto con la parrocchia»



«Mamma e papà, sennò è sbagliato» recitano gli striscioni del Family Day. «Il sesso non è un piacere», gridano al microfono. A 49 metri dal palco, però, l’utente Robin si connette su Grindr, la chat per gli incontri gay, e ci contatta: «Anche tu qui?». I comizi vanno avanti: «Noi non siamo una lobby come quegli altri». «Quegli altri» sarebbero gli omosessuali, evocati spesso in toni poco gentili da queste parti, i quali, però, hanno contribuito a riempire il Circo Massimo. Lo dimostrano le centinaia di utenti dell’applicazione per smartphone, che grazie alla geolocalizzazione mette in contatto gli iscritti, indicando la distanza tra loro.

La connessione, vista la folla, è difficile, ma appena torna il segnale, arrivano decine di notifiche. Alcuni nel profilo mettono la foto del volto, altri esibiscono i pettorali, altri preferiscono un’immagine stilizzata. L’anonimato è totale, ma l’indicatore della distanza non lascia dubbi: al Family Day gli iscritti a Grindr sono da tutti i lati, alcuni confessano di aver dimenticato di disattivare la chat, altri si connettono consapevolmente. Mentre gli slogan si levano al cielo, «A noi la battaglia, a Dio la gloria», Andrea Bmc ci manda un messaggio privato: «Sei nel lato destro del palco?» e poi: «Se ci beccano siamo fritti».

Il 39enne Biz, 86 metri da noi, scrive: «Sei da solo o in compagnia? Io sono venuto con il gruppo della parrocchia a Roma, difficile vedersi». L’utente Grindr Joy confessa qualche imbarazzo: «Non è il posto giusto per incontrarci». Alla fine della manifestazione i pullman invadono il Lungotevere, partono le canzoni con la chitarra dei gruppi che stanno per tornare a casa, l’atmosfera è allegra, anche da lì arriva un messaggio: «Ciao, sto salendo sul bus, se rifanno una manifestazione torno a Roma e ti scrivo». 

Kleve, la cittadina tedesca che dice basta alle monetine da 1 e 2 centesimi

La Stampa
alessandro alviani

Molti commercianti arrotonderanno i prezzi alle casse. L’obiettivo è risparmiare tempo e, soprattutto, denaro: gli spiccioli costano infatti troppo



Potrebbe essere l’inizio della fine per le monete da 1 e 2 cent: dal primo febbraio a Kleve, una città tedesca di 50.000 abitanti vicino al confine con l’Olanda, molti commercianti arrotonderanno i prezzi alle casse ai cinque centesimi più vicini. 2,52 euro diventeranno ad esempio 2,50 euro, da 14,23 si passerà a 14,25 euro. La novità non si applica ai pagamenti con bancomat e carte di credito.

L’obiettivo è risparmiare tempo e, soprattutto, denaro: gli spiccioli costano infatti troppo. Per versare o farsi rilasciare le monetine i negozianti devono corrispondere alle banche un’imposta in costante aumento: per un solo rotolo di monete da 1 e 2 cent pagano ad esempio dai 30 ai 50 centesimi. Kleve è il primo Comune in Germania che prova a mettere al bando le monete da 1 e 2 cent e segue in tal modo l’esempio dei Paesi Bassi, dove la pratica è in vigore dal 2004. Secondo alcune stime un terzo dei clienti nei negozi di Kleve arriva proprio da oltre confine.

L’esperienza dell’Olanda dimostra che, alla fine, gli arrotondamenti al rialzo e al ribasso si compensano, spiega l’associazione dei commercianti della città tedesca, che ha ideato il progetto. Niente aumenti ai danni dei consumatori, insomma – o almeno così si spera. 

L’iniziativa è del tutto volontaria – I commercianti contattati sono stati 800. Il numero di quelli che parteciperanno all’esperimento sin dall’inizio è per ora incerto. Da tempo in Europa si discute degli eccessivi costi di produzione degli spiccioli e della loro eventuale abolizione. Per realizzare una moneta da 1 centesimo ci vogliono ad esempio 1,65 cent, mentre per una moneta da 2 centesimi si arriva a circa 2 cent.

Il progetto di Kleve si inserisce in un vivace dibattito in corso in Germania da settimane sull’ipotesi di abolire i contanti. «Tra dieci anni il denaro contante non ci sarà più», ha pronosticato a Davos il nuovo numero uno di Deutsche Bank, John Cryan. «Non considero tale previsione realistica», ha ribattuto venerdì sulla FAZ il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, che ha provato a rassicurare così i tedeschi, tradizionalmente legati al contante. Anche a Kleve, comunque, chi vorrà potrà chiedere di ottenere il resto esatto alla cassa – comprese le monete da 1 e 2 centesimi. 

Fallisce il Corriere Laziale: riuscì a ottenere 10 milioni di euro in 6 anni

Corriere della sera

di Alessandro Fulloni

Chiude la storica pubblicazione sul calcio giovanile. Dal 2006 incassò milioni di contributi governativi. Il direttore si difende: «Non sono un furfante, nè un ladrone»

Una prima pagina del Corriere Laziale

Da una prospettiva che mescola stampa, sport e tifo, siamo davanti a un giornale precursore. In tante cose. Tipo l’intuizione che il calcio giovanile (Esordienti, Pulcini e campionati Primavera) rappresentasse un bacino di lettori affatto disprezzabile. Famiglie intere - papà e mamme ultrà, se non gli stessi giocatorini - pronte al lunedì a fiondarsi in edicola pur di leggere il nome del pargolo aspirante campioncino nel resoconto, bastavano anche poche righe, di epiche sfide disputate nei più improbabili campetti della periferia romana.

Ma il Corriere Laziale, pubblicazione dalla storia circa trentennale, vanta anche altri record. Di sicuro quello di avere incamerato in 6 anni la bellezza di dieci milioni 254.825 euro. Soldi pubblici. Quelli in arrivo dalle provvidenze previste dalle leggi per l’editoria che hanno finanziato tante testate: dai grandi organi di partito a sconosciuti fogli di provincia. Una cascata di danaro che pure non è servita a evitare il fallimento della pubblicazione edita da una cooperativa, la Edilazio ‘92.
Le cronache delle partitelle
Il tribunale fallimentare di Roma ne ha decretato la chiusura con una sentenza depositata in cancelleria il 15 gennaio. Una crisi inevitabile a partire dal 2012, dopo lo stop all’annuale mancia di Stato che irrorava l’attività del giornalino. Tanti saluti così alle cronache delle partitelle da Casalotti, Sezze, Cave, Montalto, Vitorchiano e da ogni borgo del Lazio sparso tra Agro e Appennini.
A scrivere quegli articoli - poco più delle formazioni, i gol, la descrizione di qualche azione e talvolta le pagelle dei calciatorini - inviati a tamburo battente dopo il fischio finale, c’erano reggimenti di autori. Giovanissimi aspiranti giornalisti pronti a narrare il derby tra i Pulcini della Pescatori Ostia e quelli dell’Ostiamare con lo stesso pathos di una finale di Champions League. Ma anche allenatori, dirigenti, accompagnatori, qualche tifoso di buona volontà. Animati tutti da null’altro che la passione.
560 iscritti all’Ordine del giornalisti pubblicisti
Eraclito Corbi

Il Corriere Laziale ha stabilito però anche un altro primato. La rivista diretta dal burbero Eraclito Corbi, oggi vigoroso ottantenne, vanta anche il record- lo aveva segnalato Sergio Rizzo sulle pagine del Corriere della Sera - delle tessere professionali sfornate: oltre 560 iscritti all’Ordine del giornalisti pubblicisti del Lazio. Come sia stato possibile, lo spiegava un esposto che la presidente dell’Ordine, Paola Spadari, presentò nel 2014 alla Procura della Repubblica. Con tanto di testimonianze e verbali. Il Corriere Laziale aveva messo in piedi una specie di fabbrica di pubblicisti, una catena di montaggio funzionante a pieno ritmo. Il giornale reclutava giovani aspiranti giornalisti da impiegare per le cronache. Ma a «zero compensi». Anzi: talvolta dichiarando di aver ricevuto inesistenti pagamenti, quelli necessari a dimostrare l’attività per l’iscrizione all’Ordine.
Quattro redattori licenziati
Non basta. I soldi incassati dal dipartimento per l’Editoria della presidenza del Consiglio non hanno evitato licenziamenti in redazione. Ne ha dato notizia dopo il fallimento l’Associazione Stampa Romana che, per bocca dell’avvocato Raffaele Nardoianni, ha raccontato dei quattro cronisti che nel 2013 persero l’impiego «senza che venisse loro corrisposta né l’indennità di mancato preavviso, né il trattamento di fine rapporto».

Niente tfr ai dipendenti, dunque, nonostante la generosità delle provvidenze al giornale che in certi periodi usciva con cadenza bisettimanale. Cifre cospicue: un milione 873.417,31 euro nel 2006, un milione 872.667,94 l’anno dopo, un milione 904.503,29 nel 2008 e così via sino ad arrivare al milione 047.868,56 euro del 2011, ultimo anno di elargizioni. Cessate nel 2012 , dopo un controllo dell’Inpgi (l’istitituto previdenziale dei giornalisti) che ha stabilito che la cooperativa non aveva più diritto agli aiuti. Da qui la crisi e la picchiata dei conti verso il fallimento.
Come sono stati spesi quei soldi?
A questo punto la domanda tra l’ovvio e l’inevitabile: come sono stati spesi quei soldi? Una risposta, naturalmente di parte, arriva dallo stesso direttore con una specie di recente lettera aperta pubblicata online. Corbi esordisce in questo modo: «Lo confesso: sono colpevole. È così. E ho sperperato generosità. Due parole, impresa e generosità, che non possono stare insieme». Poi precisa: «Non sono né un “furfante”, né un “ladrone”». Ammonisce: «Chi lo afferma ne risponderà davanti al giudice». «Non mi sono imbertato nulla» assicura parlando di 4 milioni finiti nella voce stipendi tra cui il suo, di 3.500 euro al mese, «che negli ultimi tempi neanche percepivo per dare la precedenza ai dipendenti».

Poi la tipografia (qui però non vengono chiarite cifre), «una redazione confortevole, aria condizionata d’estate e riscaldamento d’inverno», «sito internet e web-tv», «un giornale che ritenevo bello e interessante». «Avessi messo quei 10 milioni di euro in qualche conto in un paradiso fiscale caraibico col cavolo che ancora starei qui, a quasi 80 anni, a sputare il sangue». Infine la franca ammissione: semmai «sono stato un pessimo imprenditore».
30 gennaio 2016 (modifica il 30 gennaio 2016 | 15:19)


Dieci milioni al giornale che «fabbricava» pubblicisti
Corriere della sera
di SERGIO RIZZO




Dieci milioni 254.825 euro di soldi pubblici. Tanti ne ha incassati in sei anni, dal 2006 al 2011, un piccolo giornale sportivo romano che fa capo a una cooperativa, la Edilazio ‘92. Si chiama Corriere laziale , e in quanto vestito da coop è stato ammesso a godere delle laute provvidenze a carico dei contribuenti previste dalle leggi per l’editoria. Piccolo, ma dotato di una impressionante produttività di tessere professionali, considerando che ha sfornato da solo qualcosa come 560 (cinquecentosessanta!) pubblicisti.

Come sia stato possibile, è scritto in un esposto che la presidente dell’ordine dei giornalisti di Roma, Paola Spadari, ha presentato alla Procura della Repubblica. Con tanto di testimonianze e verbali. Nella denuncia si ricorda come l’ex direttore responsabile Eraclito Corbi, amministratore unico della cooperativa editrice del giornale nonché marito dell’attuale direttore Marcella Coccia, e per giunta già consigliere nazionale dell’ordine, sia stato sospeso per un anno dall’albo in seguito a un provvedimento disciplinare avviato dal predecessore di Paola Spadari, Bruno Tucci, decano del Corriere della Sera .

Decisione confermata la scorsa primavera in secondo grado. Con una sanzione che sarebbe stata ancora più pesante, si dice nelle carte, se non esistesse quella regola piuttosto singolare per cui le sentenze dei ricorsi contro i provvedimenti disciplinari dell’ordine dei giornalisti non possono risultare peggiorative. Quale l’accusa? Quella di aver messo in piedi una specie di fabbrica di pubblicisti, con una catena di montaggio funzionante a pieno ritmo. Ma a spese degli operai. La tesi fatta propria dal consiglio di disciplina dell’ordine è che il giornale reclutava giovani aspiranti giornalisti da impiegare per realizzare le cronache degli avvenimenti sportivi locali nel Lazio.

Il loro compenso? Spiegano gli atti che consisteva solo nella documentazione necessaria per avere la sospirata iscrizione all’albo, che per i pubblicisti consiste in un certo numero di articoli pubblicati, a patto che siano regolarmente retribuiti. E questo è l’aspetto più delicato della faccenda, perché fra le testimonianze raccolte durante l’istruttoria sfociata nella sanzione inflitta a Corbi, c’è anche quella di chi ha dichiarato di aver dovuto firmare attestazioni di pagamenti mai avvenuti. Per il consiglio di disciplina il meccanismo sarebbe stato gestito da un’impresa familiare in piena regola, con l’ex direttore coadiuvato dai tre figli. Il tutto, con il corollario di quei generosi contributi pubblici incassati in sei anni.

La nuova presidente dell’Ordine di Roma ha ora ritenuto che ci fossero gli estremi per far uscire la vicenda dal recinto professionale, investendone i pm. In un clima di guerra totale con il Corriere laziale . Perché quel giornale specializzato nel seguire le serie calcistiche minori si sta impegnando a fondo da settimane in uno sport completamente diverso e del tutto inedito: il tiro all’Ordine. Ultimo capitolo, il titolone a tutta pagina del numero nel quale si riprende un articolo pubblicato una decina di giorni fa dal Fatto Quotidiano che dava conto di rilievi sollevati da uno dei sindaci revisori su certe voci di spesa: «Odg sotto accusa.

Quanti sprechi!». La battaglia infuria, senza esclusione di colpi. Non passa giorno senza bordate all’indirizzo tanto di Paola Spadari, quanto del precedessore Tucci. Bordate in certi casi talmente eleganti da aver indotto la presidente a querelare il giornale. Mentre Corbi, abruzzese di Avezzano, l’avverte a mezzo stampa che da «lupo marsicano» si è trasformato «in cinghiale» pronto a caricare. E «credetemi», aggiunge, «le furie di un cinghiale sono spaventose»...

21 marzo 2014 | 10:02

La mappa delle rovine di Detroit Una città da distruggere (per salvarla)

Corriere della sera

di Giosuè Boetto Cohen

Un esercito di fotografi gira nella città in bancarotta che ha un quarto del patrimonio immobiliare abbandonato. Obiettivo: quarantamila edifici da abbattere e da ricostruire

Detroit tra monumenti e rovine

È la Street View dei morti. Ma anche la prima mappa su cui provare a rinascere. È la più grande fotografia di città mai scattata, ma anche il ritratto, non facile da guardare, di tutto ciò che avvolge Detroit. E mentre la festa dell’auto è andata in scena con centomila visitatori al giorno dall’11 al 24 gennaio, la ex-metropoli, che ha perso negli anni il 60% della popolazione, ha digitalizzato il suo tessuto connettivo. Decine di fotografi motorizzati hanno ripreso e catalogato per mesi condomini, negozi, officine e soprattutto migliaia di villette, casucce, stamberghe cadenti o già abbandonate.

E ora, dopo aver raccolto, analizzato e presentato la diagnosi, hanno messo Detroit su uno sterminato tavolo operatorio, grande come una periferia, da cui i chirurghi estrarranno, tanto per cominciare, diecimila edifici. A medio termine il numero dei fabbricati da abbattere (già così incredibile) diventerà quattro volte maggiore. È la cura tremenda ma inevitabile al «cancro della ruggine», l’asportazione dei manufatti umani da ciò che è diventato un deserto metropolitano, per tentare di trarne (se non un giardino) almeno un paesaggio sostenibile.

Agli occhi e alle casse del Comune. Quasi un quarto dell’intero patrimonio immobiliare è negletto: non è il recupero dell’archeologia industriale o residenziale, quello con cui da noi Milano, Torino, Genova o Napoli hanno provato a fare i conti. Ma il tentativo di ripulire una corona di territorio povero e «nero», spessa venti e più chilometri, che separa i grattacieli in riva al fiume dai sobborghi ricchi e «bianchi» che ancora resistono, lontano dal centro.

Anche se l’agonia urbana e sociale della capitale dell’auto è stata ampiamente descritta nell’ultimo decennio, anche se la caduta di Detroit comincia con i moti razziali del ‘67 e il declino industriale degli anni 70, è difficile immaginare, per un europeo, lo spettacolo che si presenta anche solo spostandosi dall’aeroporto al Cobo Center, che ospita il salone dell’auto. E gli sforzi che saranno necessari per tentare di ridare a Detroit un futuro. Ma è quello che, nella tela del disastro, si sta iniziando a fare. E la Street View dei morti è il primo, strategico tassello.

Pur vantando alcuni gioielli dell’architettura déco, Detroit non è mai stata una bella città, nemmeno ai tempi d’oro, quando era la quarta metropoli d’America dopo New York, Chicago e Philadelphia. Della vicina «windy city» non ha né i grattacieli né la cultura, con New York non si discute e Philadelphia è una culla di storia. Nel cuore malato del Michigan, al posto delle magliette con «I Love...», si vendono quelle con «Detroit contro tutti», che non finiscono nella valigia del turista, ma spiegano perché la città è, da sempre, parte integrante del sogno americano, del suo vissuto profondo, emblematica dei trionfi e delle umiliazioni da cui l’America è convinta di poter sempre riscattarsi.

Detroit non assomiglierà mai più al suo passato, ma anche immaginare un rinascimento per un terzo di quelli che furono i suoi abitanti, (il centro direzionale GM si chiama proprio «Renaissance») dipende tutto dai numeri. L’industria dell’auto USA ha registrato, nel 2015, un anno record (pur perdendo, rispetto al 2000, quasi un terzo della quota di mercato) e per la sua vetrina al Cobo Center sono stati spesi, lo scorso anno, trecento milioni di dollari. Ma per seppellire degnamente la città-defunta ci vorranno miliardi. È la partita che spetta ad una nuova generazione di imprenditori, al loro coraggio di affrontare il rischio e alla genialità delle loro idee.

Cose di cui, girando oggi per Detroit, si percepiscono piccole, beneauguranti avvisaglie. Non sono solo i nuovi negozi e ristoranti di Cadillac Square e qualche altra via centrale. Sono i vecchi grand-hotel in restauro, i nuovi servizi offerti ai cittadini, gli acquisti (speculativi, certo, ma comunque forieri di novità) di interi isolati del downtown e forse anche la storica stazione ferroviaria — una delle più grandi del mondo, ma abbandonata da trent’anni — che qualche tempo fa rischiava l’abbattimento e a cui oggi hanno cambiato i vetri di mille finestre.

Ai bambini di una scuola elementare hanno chiesto come immaginano la Detroit di quando andranno al liceo. «Un cumulo di rovine» hanno risposto in parecchi «a meno che qualcosa cambi». Sul lungofiume, che la separa dal Canada, dove negli anni 30 si scaricava il whisky di contrabbando, c’è un poster di nove metri per tre: «America’s great Comeback City». Un recente editoriale del «New York Times» conclude così: «Se ce la faremo a ricostruire Detroit, ricostruiremo qualsiasi cosa». La città, dichiarata nel 2014 il più grande fallimento municipale della storia, muove opinioni divise, ma forti. E anche da lontano, non si può non fare il tifo.

30 gennaio 2016 (modifica il 30 gennaio 2016 | 13:26)