lunedì 1 febbraio 2016

Al Senato si cambiano le regole per non cambiare lo stipendio

Corriere della sera
di Sergio Rizzo

«Armonizzazione» con la Camera: i futuri cento eletti a Palazzo Madama avranno più degli 11.100 euro di indennità regionale



Sono tre parole, ma pesanti come macigni. «I membri della Camera dei deputati ricevono una indennità stabilita dalla legge»: ecco la nuova formulazione dell’articolo 69 della Costituzione, che invece prima cominciava così: «I membri del Parlamento…». Tre parole anziché una: «Camera dei deputati» invece di «Parlamento». Del resto il presidente del Consiglio Matteo Renzi l’aveva detto ancora prima di insediarsi a Palazzo Chigi, nel discorso di San Valentino di due anni fa alla direzione del Pd con cui aveva sfiduciato Enrico Letta, che i futuri senatori avrebbero svolto il compito gratis.
Il documento interno
Ma si sa come vanno le cose in Italia. Fanno le leggi, però poi quando le applicano salta fuori sempre la sorpresina. Ed è forse ciò in cui confidano gli apparati. La dimostrazione? C’è un documento interno che circola da qualche giorno, intitolato «Proposte dei collegi dei questori in merito alle integrazioni funzionali tra le amministrazioni del Senato e della Camera», che è illuminante in materia.

Dentro c’è scritto: «Con riferimento allo status dei parlamentari occorre procedere all’armonizzazione delle discipline vigenti presso i due rami del Parlamento circa le competenze spettanti ai deputati e ai senatori, in carica e cassati dal mandato, nonché ai loro aventi diritto, anche alla luce delle prospettive della riforma costituzionale in itinere».

Chi conosce bene i fatti sa che c’è un precedente. Poche settimane prima di dare il via libera alla riforma che avrebbe abolito le loro indennità, i senatori approvarono insieme al bilancio interno un ordine del giorno che impegnava il collegio dei questori a completare «il processo di armonizzazione delle discipline relative al trattamento giuridico ed economico dei senatori e dei deputati in vista della creazione dello status unico dei parlamentari». Traduzione: salvare stipendi e rimborsi.
La discussione sulle indennità
Secondo quanto più volte ha ripetuto Renzi, in quanto espressione dei Consigli regionali i futuri senatori si dovrebbero accontentare dell’emolumento legato a quel ruolo: non più di 11.100 euro al mese lordi e onnicomprensivi. Il termine «armonizzazione» significa forse che il compenso dovrà essere adeguato a quello dei parlamentari? E quale in particolare, l’indennità attuale dei deputati o dei senatori? I deputati hanno diritto a un’indennità netta di 5.346,54 euro mensili, più una diaria di 3.503,11 e un rimborso per spese di mandato pari a 3.690 euro, oltre a 1.200 euro annui di rimborsi telefonici e da 3.323.70 fino a 3.995.10 euro ogni tre mesi per i trasporti.

Oggi ai senatori spetta invece un’indennità mensile netta di 5.304,89 euro, più una diaria di 3.500 euro, più ancora un rimborso per le spese di mandato pari a 4.180 euro, più 1.650 euro al mese di rimborsi forfettari fra telefoni e trasporti. A conti fatti e senza considerare le eventuali indennità di funzione, i componenti del Senato intascano ogni mese 14.634.89 euro contro 13.971,35 dei deputati. Ovvero, 663 euro di più. Differenze da poco, sulle quali però si continua a discutere, anche se questa volta in un clima surreale: la Costituzione sopprime un’indennità che però a quanto pare si ostina a sopravvivere, magari in altre forme.
I futuri senatori e i vitalizi
C’è poi la questione dei vitalizi, vecchi e nuovi. Ne avranno diritto anche i futuri senatori? La parola «armonizzazione» lo lascia intendere. Ma non finisce qui. Il ruolo unico, cioè la prevista integrazione delle strutture di Montecitorio e Palazzo Madama, pone altre questioni delicate. Le retribuzioni dei funzionari in che modo saranno anch’esse «armonizzate», tenendo conto delle recenti prese di posizione delle due Camere a proposito del tetto dei 240 mila euro vigente per tutti gli stipendi pubblici?

Facendo appello al principio in base al quale le decisioni di Camera e Senato sono autonome e insindacabili, Montecitorio e Palazzo Madama considerano quel tetto (già dal Parlamento applicato in modo assai elastico) solo «temporaneo». Con il risultato che dal primo gennaio 2018 tutto dovrebbe tornare come prima.

La battaglia è appena all’inizio, e quel documento la dice lunga a proposito dei problemi che salteranno fuori. Anche se il quadro di fondo è già piuttosto chiaro. Tutto infatti si deve tenere insieme: dai servizi sanitari e informatici, alla gestione degli immobili, ai contratti del personale. E se il Parlamento è uno, può mai essere diverso il trattamento economico dei parlamentari?

31 gennaio 2016 (modifica il 1 febbraio 2016 | 09:09)

Internet Wi-Fi gratis nella PA, il governo frena la rivoluzione

repubblica.it
di ALESSANDRO LONGO

A quanto risulta a Repubblica.it, il nuovo testo del Codice dell'amministrazione digitale, modificato pochi giorni fa, elimina l'obbligo per le amministrazioni pubbliche a fornire internet Wi-Fi gratuito a tutti i cittadini in scuole, ospedali, uffici pubblici, luoghi turistici

Internet Wi-Fi gratis nella PA, il governo frena la rivoluzione

IL GOVERNO adesso frena sulla rivoluzione dell'internet Wi-Fi gratuito a tutti i cittadini in scuole, ospedali, luoghi turistici e edifici pubblici. La norma è contenuta nel decreto attuativo della Riforma Pa, il nuovo codice dell'amministrazione digitale, che adesso attende la seconda (definitiva) approvazione al Consiglio dei Ministri. Il testo approvato due settimane fa in via preliminare ancora conteneva l'obbligo per tutte le pubbliche amministrazioni di fornire internet gratis ai cittadini (riconosciuti tramite il Sistema pubblico dell'identità digitale, che sta partendo), via Wi-Fi, sfruttando la propria capacità di banda eccedente. Le amministrazioni sono "obbligate", si leggeva, come anticipato da Repubblica la scorsa settimana.

L'articolo di legge è stato modificato pochi giorni fa, dalla Presidenza del Consiglio, a quanto risulta a Repubblica.it, che ha potuto leggerne la nuova versione, in un testo che andrà al Consiglio dei ministri per l'approvazione definitiva (forse già questa settimana).

Il nuovo articolo (otto bis) non parla più di obbligo, ma dice che le amministrazioni "favoriscono, in linea con gli obiettivi dell'Agenda digitale europea, la disponibilità di connettività alla rete Internet presso gli uffici pubblici e altri luoghi pubblici, in particolare nei settori scolastico, sanitario e di interesse turistico, anche prevedendo che la porzione di banda non utilizzata dagli stessi uffici sia messa a disposizione degli utenti attraverso un sistema di autenticazione tramite SPID (Sistema pubblico dell'identità digitale, ndr.)".

Le amministrazioni - continua l'articolo - "mettono a disposizione degli utenti connettività a banda larga per l'accesso alla rete Internet nei limiti della banda disponibile e con le modalità determinate dall'Agid".

"Favoriscono", quindi. Una scelta prudente, che però rischia di trasformare la rivoluzione in un progetto meramente teorico. Sappiamo che le amministrazioni pubbliche a volte non rispettano nemmeno gli obblighi (soprattutto quando questi non sono accompagnati da sanzioni), come dimostra il largamente disatteso vecchio Codice dell'amministrazione digitale (del 2005), di cui questo nuovo vuole essere appunto l'aggiornamento. Figuriamoci se c'è in capo a loro un semplice "favoriscono".

Il motivo della modifica - a quanto risulta - sta nel timore che l'obbligo aggiunga costi extra per la pubblica amministrazione. Timore però infondato, probabilmente, perché il testo chiarisce che la banda da offrire al cittadino è quella "eccedente" le esigenze dell'amministrazione, all'interno di contratti internet flat.

E' un po' come concedere ai vicini di usare la nostra Adsl quando siamo fuori casa o comunque non navighiamo: non spendiamo un euro in più. Bisognerà vedere se, dopo il passaggio alle Camere per un parere (non vincolante), il testo subirà ulteriori modifiche. Molte, su altri campi, sono già state chieste dagli addetti ai lavori. Idem per il Foia (Freedom of information act"), che è un altro decreto attuativo della stessa legge delega. L'attuale testo sul Foia rende questo diritto (sulla trasparenza della PA) piuttosto annacquato in Italia, secondo molti esperti.

Anche il nuovo diritto a internet Wi-Fi gratis per tutti sarebbe un punto essenziale per la trasformazione digitale dell'Italia. Per questo motivo è stato introdotto nella legge delega che il Parlamento ha approvato, per la Riforma PA, e da cui deriva questo decreto. Il Wi-Fi pubblico di massa è infatti un progetto di importanza strategica per riuscire nella missione impossible che il premier Renzi si è preposto: rendere digitali quindi più snelli, efficienti ed economici - tutti i rapporti tra cittadini e pubblica amministrazione, a partire da scuole, uffici, e ospedali.

È una sfida anche perché sono ancora 20 milioni gli italiani senza Internet, secondo l'Istat. "Offrire l'accesso gratis in ogni luogo della pubblica amministrazione servirà a diffonderla anche tra i cittadini che finora ne sono stati esclusi. E quindi favorire una piena trasformazione digitale dell'Italia e delle stessa Pa", dice Eugenio Prosperetti, avvocato esperto di diritto digitale. Adesso anche questo punto si aggiunge alla lista di quelli critici nei decreti della Riforma PA, tali per cui si rischia di deludere le speranze di una rivoluzione digitale imminente.

Sulla pelle porto i segni della strage di Viareggio»

Corriere della sera

Il sopravvissuto: mi resta un figlio, da sei anni aspetto giustizia

Marco Piagentini, sopravvissuto alla strage di Viareggio

«Ogni 29 del mese il treno delle 23.48 passa fischiando. I macchinisti se ne ricordano sempre, è il loro saluto, il loro gesto di rispetto per le vittime di questa strage dimenticata da tutti». Il treno fischia, racconta Marco Piagentini. E ogni volta lui è lì, come un soldato sull’attenti davanti ai ricordi. Classe 1968, quest’uomo ha addosso più ferite che anni.

Dalla vita ha preso più pugni di quanti potrà mai restituirne eppure alla domanda più banale: come va? risponde che «io vado avanti e non mi arrendo, lo devo a mio figlio che è qui con me e al resto della famiglia che non ho più». Era il 29 giugno del 2009, ore 23.48. Un treno carico di Gpl deragliò arrivando alla stazione di Viareggio. Nell’urto una delle 14 cisterne si squarciò e il gas Gpl, a contatto con l’ossigeno e con chissà quale scintilla d’innesco, incendiò un quartiere intero, incenerì cose e persone, si arrampicò lungo i muri delle case. La sua era lungo una delle due strade più esposte alle fiamme.
Il fuoco che brucia la pelle
«Io lo so bene che cos’è il fuoco che ti brucia la pelle» racconta adesso Marco. «Mio figlio Luca aveva quattro anni ed è arso vivo dentro una macchina. Lorenzo aveva due anni e quando le fiamme gli sono arrivate addosso era in braccio a mia moglie Stefania... Mi resta Leonardo che oggi ha 14 anni e che quella notte rimase sotto le macerie per ore a chiedere aiuto. Io vivo per lui». «So bene cos’è il fuoco», dice Marco. E se anche non parlasse lo direbbero le sue ferite per lui: sessanta interventi chirurgici per rimediare a ustioni gravi sul 90% del corpo, cicatrici ovunque e una vita vissuta all’ombra perché «il sole è il mio nemico peggiore».

«D’estate è sempre un tormento, devo girare coperto da capo a piedi, devo assolutamente proteggermi perché la mia pelle è ipersensibile, sento il calore anche se passo vicino a un muretto intiepidito dal sole. Se esco in scooter mi devo bardare come un terrorista e spesso uso l’ombrello sotto il cielo blu. A volte qualcuno mi chiede che cosa faccio nella vita. L’ustionato, rispondo. Io faccio l’ustionato, ho perduto il mio vecchio lavoro, la mia casa, gran parte della mia famiglia e adesso la mia vita è quel che mi è successo, è mio figlio Leonardo ed è la ricerca della verità e della giustizia. Per la mia famiglia e per quelle di tutte le altre vittime».
Il rischio prescrizione
Trentadue morti, anni di indagini e il processo di primo grado in corso per 33 imputati e nove società. Dopo sei anni e mezzo ancora nessuna sentenza e un rischio che, a questo punto, assomiglia a una certezza: la prescrizione (a fine 2016) per i reati di incendio e lesioni colpose. «Non c’è da ragionare o da capire. La sola ipotesi è semplicemente inaccettabile, indecente. Non posso tollerare che un giorno qualcuno mi venga a dire: ci spiace tanto ma l’incendio colposo e le lesioni colpose sono prescritti. Proprio l’incendio, poi... Le parole hanno un significato anche simbolico.

A un ustionato come me dicono che dell’incendio basta: non si parla più... E allora i miei bambini e mia moglie di cosa sono morti? E come vogliamo chiamarle tutte queste ferite sulla mia pelle?». Marco Piagentini ce l’ha con «la giustizia ingiusta» che vede avvicinarsi sempre più. «Vorrei che fosse chiaro, però. Se tutto questo succederà davvero le famiglie delle vittime di Viareggio potrebbero non rispondere più delle loro azioni. E lo dico come presidente della nostra associazione («Il mondo che vorrei», ndr).

Sarebbe un’offesa profonda, una nuova ferita gravissima. Dobbiamo già fare i conti col fatto che ci hanno dimenticati... Quando qualcuno ci chiede: “Cosa possiamo fare per voi?” la nostra risposta è sempre quella: fateci sentire la vostra presenza, non giratevi dall’altra parte, segnatevi la data del 29 giugno sulla vostra agenda e venite a commemorare i nostri morti a Viareggio».
Sempre presente
Lui c’è sempre. Alle commemorazioni, alle udienze ogni mercoledì (a Lucca), all’appuntamento delle famiglie delle vittime il 29 di ogni mese. Si ritrovano tutti dove un tempo c’erano le loro case e le loro vite. Adesso ci sono 32 alberi, un monumento con i nomi dei morti, il fischio del treno e la «casina dei ricordi». «È di legno, piccola» spiega Marco. «Dentro ci sono oggetti strappati al fuoco. Pupazzi, disegni, cose appartenute ai bambini».Ogni volta che dice «bambini» la sua voce esita, si abbassa di tono. I suoi bambini...«Luca l’avevo portato in macchina credendolo al sicuro. Ricordo che si è svegliato, mi ha guardato e si è riaddormentato subito. Si sentiva tranquillo fra le braccia del suo papà. Se ci penso...». La voce adesso si arrende. Le parole non servono.

31 gennaio 2016 (modifica il 1 febbraio 2016 | 07:47)

Quasimodo non è cane che ti aspetti, ma conquista tutti quelli che incontra

La Stampa
cristina insalaco



L’hanno chiamato Quasimodo per via della sua malformazione alla schiena, simile alla gobba più famosa di Notre Dame. Si chiama «sindrome del cane babbuino a spina corta», ed è rara malattia genetica che causa la compressione delle vertebre, dando ai cani un aspetto schiacciato. «E’ quello di cui è malato Quasimodo, che nonostante la sua sofferenza - dicono i volontari - è un quattrozampe pieno di gioia di vivere e di camminare».



Lui è arrivato al «Secondhand Hounds», un rifugio in Minnesota - che crede che tutti gli animali «meritino di vivere in case felici» - dopo essere stato abbandonato dai suoi precedenti proprietari. Quando è stato trovato in mezzo alla strada, aveva solo un collare stretto al collo che gli impediva di respirare. Ma dopo qualche mese ha già trovato un appartamento temporaneo nel quale trasferirsi con una nuova famiglia.



«Il quattrozampe è stato trasportato a casa della sua padrona provvisoria da un gruppo di volontari - dice Rachel Mairose, direttore esecutivo del rifugio Secondhand Hounds - in attesa che la coda venga chirurgicamente corretta, e che lui torni in salute». Anche se il veterinario della struttura sostiene che a causa della sua sindrome (causata da un accoppiamento tra cani della stessa famiglia), Quasimodo non possa ancora essere adottato. «E’ un animale molto vivace, che ama tutti - prosegue Rachel Mairose - tranne i gatti. Pazienteremo ancora qualche mese, prima di cercare per lui una nuova sistemazione».

Compie 15 anni, ma sembra un anziano

Gabriele Bertocchi - Sab, 30/01/2016 - 17:00

È affetto da una malattia che lo fa invecchiare molto velocemente. Per l'anagrafe ha 15 anni il suo corpo però è quello di un anziano



È la storia di Nihal Bitla, vive vicino Mumbai, in India, è una delle cento persone in tutto il mondo affette da progeria.

All'anagrafe ha soli 15 anni ma il suo corpo in realtà ne ha molti di più. E infatti presenta i classici sintomi di una persona anziana: debolezza alle ossa, pressione alta e insufficienza cardiaca. Anzi il "giovane" Nihal ha anche battuto i medici e le aspettative di vita che di solito per chi affetto da questa malattia non supera i 14 anni. Un dato da record: spegnendo le 15 candeline è diventato la persona più longeva del suo Paese affetta da questa patologia.

Nihal è volato con i genitori in America, più precisamente a Boston, per fare da "cavia" nella sperimentazione clinica di un farmaco che, nelle intenzioni dei ricercatori, dovrebbe rallentare il processo di invecchiamento. "So che ci sono altri ragazzi come me nel mondo ed è anche per questo che ho voluto prendere parte alla ricerca, per far sì che ciascuno di loro possa avere un giorno una cura contro questa malattia e non debba più essere trattato con diffidenza come lo sono stato io". In attesa di scoprire se il suo lungo viaggio porterà a dei risultati medici, spera di poter realizzare alcuni desideri: andare a Disneyland in California e di incontrare il robot della Honda, Asimo.