martedì 2 febbraio 2016

Breccia di Porta Pia, all'asta la penna della resa di Roma

Il Messaggero



Va all'asta uno dei più straordinari e simbolici cimeli del Risorgimento: la penna con cui il generale Hermann Kanzler (comandante delle truppe pontificie) firmò il 20 settembre 1870 la resa di Roma, dopo la breccia di Porta Pia. Con questa penna, donata ad un suo ufficiale, il generale tedesco sanciva la fine dello Stato Pontificio. La penna a inchiostro con pennino metallico e impugnatura a fantasia scozzese, con la sottoscrizione autografa di autenticità e dono del cimelio, verrà proposta con una stima di 8-10mila euro dalla casa Minerva Auctions mercoledì 3 febbraio a Palazzo Odescalchi a Roma. Si legge nella dichiarazione allegata al cimelio: «Di questa penna, di cui mi sono servito per firmare la capitolazione di Roma, feci dono al bravo mio ufficiale di ordinanza Gaetano Conte di Thiene.

Roma 21 settembre 1870. Generale Kanzler». L'autografo conserva il sigillo in ceralacca del Ministero delle Armi dello Stato Pontificio.Hermann Kanzler (Weingarten, 28 marzo 1822 - Roma, 6 gennaio 1888) è stato un generale tedesco, noto per essere stato il capo di Stato Maggiore delle forze armate dello Stato pontificio al tempo della presa di Roma del 1870. Dal 1865 era ministro delle Armi e comandante supremo delle forze pontificie. Kanzler entrò nell'esercito del Papa nel 1845 col grado di capitano; combatté nel 1848 contro l'impero austriaco nel corso della I guerra d'indipendenza e nel 1859 fu nominato colonnello del primo reggimento dell'esercito pontificio;

in seguito, l'anno successivo, fu promosso generale dall'allora comandante in capo Lamoricière, in riconoscimento delle sue audaci azioni a Pesaro ed Ancona contro l'esercito piemontese nel corso della II guerra d'indipendenza. Nell'ottobre 1865 divenne comandante supremo delle forze armate pontificie e proministro delle armi. Il 3 novembre 1867 comandò l'esercito papale a Mentana e sovrintese alla difesa di Roma nel settembre 1870.

Il 20 settembre 1870 le truppe italiane guidate dal generale Raffaele Cadorna, dopo aver aperto con l'artiglieria una breccia nelle mura che in quel tempo cingevano la città e dopo aver sostenuto un breve combattimento con le truppe pontificie, entrarono nella città presso Porta Pia, accolte calorosamente dalla popolazione.Il Papa al fine di evitare stragi inutili, ordinò al generale Kanzler di arrendersi al generale Cadorna comandante delle truppe italiane. Con questa penna il generale scrisse a Cadorna, dopo la resa a Porta Pia intorno alle 10 del mattino: «Roma 20 settembre 1870 - A. S.E. il generale Cadorna comandante il IV Corpo d'esercito.

Eccellenza, quantunque non siano ancora esauriti i messi di difesa, Sua Santina vedendo sufficiente constatato che Roma inalterabilmente nel suo interno non cede che alla violenza, e nel desiderio di evitare ulteriore spargimento di sangue, mi dà un ordine perentorio di desistere dalle ostilità purché si possano ottenere condizioni onorevoli. A tale scopo le invio il mio capo di stato maggiore, maggiore Rivalta, unitamente al tenente colonnello Carpegna direttore del ministero delle Armi e il capitano De Maistre, per trattare delle condizioni. Con distinta considerazione, il generale comandante le truppe. Kanzler».

Le proposte di capitolazione vennero sottoscritte nel pomeriggio del 20 settembre, e miravano a salvaguardare il Papa, la corte pontificia e le truppe. Una resa dignitosa, in fin dei conti, firmata con la penna che va all'asta mercoledì prossimo e ha segnato un capitolo centrale nella storia d'Italia: il cimelio per eccellenza di quello storico evento.

Lunedì 1 Febbraio 2016, 15:31 - Ultimo aggiornamento: 15:33

Delusi dall’accoglienza del Belgio”, 100 migranti iracheni tornano volontariamente a Baghdad

La Stampa


Organizzato un volo speciale per farli rientrare. Il ministro per la migrazione: «Sono molti quelli che scelgono di tornare indietro»

Un centinaio di richiedenti asilo iracheni ha rinunciato ad attendere l’esito della domanda presentata in Belgio ed è rientrato volontariamente a Baghdad con un volo charter organizzato dall’ente belga per l’asilo (Fedasil) e dall’ Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom) e partito stamani alle 6,30 dall’aeroporto internazionale di Bruxelles. Lo ha reso noto il portavoce di Theo Francken, ministro belga per l’asilo e la migrazione.

«È la prima volta che viene organizzato un volo speciale per i ritorni volontari» ha sottolineato la portavoce Katrien Jansseune, specificando che «si tratta per lo più di persone che hanno la domanda in corso di lavorazione». Jansseune ha aggiunto che «da settembre sono stati molti quelli che hanno scelto di ritornare, delusi dall’accoglienza e senza più speranze in Belgio». Il ministro Francken dopo l’estate ha lanciato una campagna di dissuasione risolta ai migranti. Al rientro, gli iracheni vengono facilitati dalla Iom nel reinserimento con «un alloggio temporaneo, un aiuto per la ricerca di lavoro». 

Così noi profughi beffiamo le regole sull’immigrazione”

La Stampa
monica perosino

Saleh e Ahmad sono stati identificati in Ungheria e Italia, per vivere in Svezia si sono nascosti per 18 mesi: dopo quel periodo le impronte vengono cancellate. Aggrediti migranti a Stoccolma


Le vite dell’avvocato Saleh Al Khaleeb, 49 anni, e dello studente di Letteratura inglese Ahmad Ali, 24, si sono intrecciate decine di volte, senza che nessuno dei due lo sapesse. Entrambi di Damasco, sono fuggiti dall’orrore per tentare di raggiungere la Svezia e ricominciare. A tutti e due però, è successo quello che ogni migrante teme, sono stati identificati e registrati quando la meta era ancora lontana.

A Saleh hanno preso le impronte in Italia, appena sbarcato in Sicilia, a Ahmad in Ungheria. Secondo il Trattato di Dublino lo Stato competente all’esame della domanda d’asilo è lo Stato in cui il richiedente asilo ha fatto il proprio ingresso nell’Unione Europea. Saleh sarebbe dovuto rimanere in Italia, Ahmad in Ungheria. Ma c’è un modo di beffare Dublino e, secondo dati non ufficiali, sarebbero centinaia forse già qualche migliaio, i migranti ad averlo usato. Saleh Al Khaleeb ci è riuscito.


La vita in un deposito
Le impronte digitali dei migranti entrati in Europa e identificati vengono conservate nel sistema centrale di Eurodac per 18 mesi, anche se ora il limite si potrebbe estendere a 24. Dopo questo periodo vengono cancellate automaticamente. «È così noi ci rifacciamo una verginità, come se non fossimo mai stati fermati, né esistiti – spiega Saleh Al Khaleeb -. E non è perché sono un avvocato che conosco questa scappatoia, lo sa qualsiasi migrante». Per lui, siriano, arrivare in Svezia era una scelta obbligata: «Non che l’Italia non sia un bellissimo Paese, ma qui per noi c’è l’asilo garantito». E così che l’avvocato è scappato dal centro di identificazione in Sicilia con l’anziana mamma, che ora è qui con lui a Norrköping, salva. «Ci hanno identificati nell’estate 2014.

Abbiamo preso un treno verso Milano, poi su, direzione la Danimarca. E una volta arrivati a Goteborg siamo scomparsi. Delle ombre per un anno e mezzo». Saleh deve sparire per 18 mesi senza rischiare di venire intercettato dalla polizia e rispedito in Italia. Per questo ha vissuto in un deposito-officina di un conoscente, siriano anche lui, senza uscire mai, neanche di notte: «È stato difficile, ma niente in confronto a quello da cui scappavo. Il momento peggiore è stato quando mi è venuto un ascesso a un dente, a 6 mesi dalla scadenza dei 18. Non potevo andare dal medico, e recuperare antibiotici non è stata una passeggiata». 

Il deposito aveva un piccolo bagno di servizio, acqua, ma niente riscaldamento se si eccettua una stufetta elettrica. «A un certo punto ero diventato così paranoico che anche accendere la luce mi faceva paura». Gli aiuti dagli altri rifugiati non sono mai mancati: «Per tutto questo tempo mi hanno portato libri, cibo, acqua». E dopo 18 mesi e 2 giorni si è consegnato: «Il 14 dicembre sono andato al centro di identificazione di Goteborg. Le mie impronte non c’erano più. Era finita, anzi è iniziata». 
La notte ungherese

La famiglia di Ahmad Ali, studente di 24 anni, è sparpagliata tra Libano, Siria e Svezia. Palestinese di origine e siriano di adozione vive a Emmaboda. Qui lunedì una dipendente di un centro di accoglienza per minori è stata uccisa da un quindicenne somalo. «Dalla violenza sembra non si possa mai fuggire», dice. Non sai se si riferisce all’omicidio di Alexandra o al blitz di poche ore prima a Stoccolma che ha scosso la Svezia intera: un gruppo di 100 neonazisti incappucciati ha aggredito diversi immigrati a Sergels Torg minacciando nuovi repulisti. 

Il viaggio di Ahmad è stato lungo e costoso. Mostra un pezzo di carta, sembra il menù di un ristorante. È la lista dei check point da passare e la relativa tariffa per corrompere le guardie: «A seconda che siano milizie di Assad, islamisti dell’Isis o Free Syrian Army si va dai 50 ai 200 dollari». La notte peggiore di Ahmad è stato quando l’hanno sorpreso e identificato: «Sono stato preso in Ungheria. E l’Ungheria non è un bel posto dove stare, se sei uno straniero…». Lui e il suo gruppo sono stati intercettati mentre attraversavano il confine di notte:

«Ci hanno portato alla stazione di polizia e ci hanno preso le impronte. Se non le davamo ci arrestavano. Chi non aveva documenti, come me, doveva scrivere il suo nome su un foglietto». Quando i poliziotti hanno saputo che volevano arrivare in Svezia li hanno lasciati andare: «Basta che non torniate mai più, ci hanno detto». Ahmad ha proseguito il viaggio, che è stato molto più lungo del previsto. Una volta arrivato a Malmo ha aspettato ancora, a casa del fratello. «Ora il tempo necessario è passato, la mia richiesta di asilo è partita.

Non mi resta che aspettare e vedere se davvero anch’io non esisto più». La voce che passa tra i siriani è che le impronte prese dall’Ungheria non vengono trasmesse: «Lo dicono tutti, ma ho preferito aspettare e non rischiare…. Non credo che Orban sarebbe felice di rivedermi».

Arriva HTTP 2: ecco come cambia il web

La Stampa
antonino caffo     23/02/2015

A sedici anni dalla nascita, è pronta la nuova versione del protocollo che fa muovere la Rete, con numerosi miglioramenti in termini di velocità e sicurezza. E già si lavora alla prossima release



Dietro la sigla che precede gli indirizzi web che si digitano ogni giorno c’è tutta la storia di internet. Alla fine del 1980 Tim Berners-Lee sviluppò le basi di internet all’interno dei laboratori del Cern di Ginevra, realizzando la prima versione dell’HTTP conosciuta con la numerazione 0.9. L’HyperText Transfer Protocol serviva, e serve ancora, come strumento per veicolare le informazioni sul web sfruttando le autostrade che partono dai server e passano per i computer delle persone.

Il primo protocollo realmente funzionante e pronto per essere testato al di fuori del bunker svizzero arrivò nel 1991 con la versione 1.0 a cui seguì l’aggiornamento del 1999 alla 1.1. Da quel momento il suffisso non è stato più modificato anche se attorno a lui la rete diventava più veloce e protetta, grazie ad implementazioni come l’HTTPS

Aggiornamento storico
Con una premessa del genere, è chiaro che l'aggiornamento dell’HTTP alla versione 2.0 diventa un momento da ricordare e tramandare alle nuove generazioni di informatici. Il responsabile dell’Internet Engineering Task Force HTTP Working Group ha diffuso di recente  sul proprio blog la notizia dell’imminente chiusura dei lavori sullo sviluppo dell’HTTP 2.0 che diventerà presto il nuovo standard del web. Niente paura: non dovremo digitare nessun numero in più dopo il suffisso per poter navigare; i cambiamenti saranno visibili ma non comporteranno alcuna modifica nella modalità di scrittura degli indirizzi. Come si legge sul sito della Task Force , il processo di aggiornamento ha richiesto più di due anni di lavoro, 200 analisi e 17 bozze che hanno portato ad oltre 30 miglioramenti che hanno coinvolto anche Twitter, Google, Mozilla e Microsoft

I vantaggi maggiori: la velocità
Il più grande aggiornamento di internet in sedici anni porta notevoli vantaggi nell’utilizzo quotidiano della rete. Prima di tutto un caricamento più veloce delle pagine grazie a una migliore gestione dei dati trasferiti, grazie a una tecnologia chiamata “server push” con cui il browser riceve la struttura generale di un sito prima che avvenga il vero e proprio scambio di dati con il server; in questo modo ad ogni pagina viene riservata una potenza di banda adeguata, così da caricare in tempo minore quelle più complesse. 

Più sicurezza alla navigazione
Una delle novità in ambito sicurezza è la possibilità per i browser più conosciuti, come Chrome e Firefox, di consentire la navigazione solo sui siti web che supportano l’HTTP/2 in aggiunta alla crittografia TLS. Si tratta di un protocollo che garantisce una comunicazione sicura tra il server che ospita la pagina web e il computer che la visualizza; un’ulteriore forma di prevenzione contro portali che potrebbero contenere codice maligno sotto forma di virus nascosti dietro link, immagini e video. Proprio Google qualche giorno fa aveva annunciato dal blog del progetto Chromium il passaggio al protocollo appena verrà reso disponibile. 

Ma non è tutto: a quanto pare gli sviluppatori dell’Internet Engineering Task Force HTTP Working Group hanno intenzione di recuperare gli anni spesi a studiare come migliorare l’HTTP 1.1 concentrandosi già sulla terza versione del protocollo che, secondo PC World, punterebbe ancora di più sulla privacy con una nuova forma di controllo per quei siti che richiedono un accesso con nome utente e password. 

Copia ma non perde il concorso

Corriere della sera
di Gian Antonio Stella

Il caso del prof ordinario Dario Tomasello, figlio del potentissimo ex rettore.
Nei suoi saggi brani identici a quelli del suo maestro



«Aguzzate la vista», invita la Settimana Enigmistica su vignette identiche dove occorre scoprire dettagli diversi. Qui non occorre manco aguzzarla. Per andare in cattedra un docente messinese ha portato al concorso per l’abilitazione in Letteratura italiana contemporanea testi qua e là platealmente copiati di sana pianta. Fin qui, capita. Non è la prima volta, difficile sia l’ultima. Molto più grave è risposta del ministero. Dove si spiega che la commissione, messa davanti alle prove del plagio, ha deciso di non «modificare il giudizio». Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto…

I protagonisti della storia sono due. Di qua Dario Tomasello, dal 2006 «associato» di letteratura italiana contemporanea all’Università di Messina dove il padre Francesco era allora il potentissimo rettore, destinato a rimanere in carica tra mille polemiche fino al 2013. Di là Giuseppe Fontanelli, lui pure associato nello stesso Ateneo. Punti in comune: l’essere stati entrambi allievi di Giuseppe Amoroso, storico luminare della materia. Destini diversi: al concorsone del 2013 il giovane Tomasello passa, il più anziano Fontanelli no.

«Possibile?», mastica amaro il bocciato. Non si dà pace. Finché, come racconterà alla rivista «centonove», viene «colto da una folgorazione, una chiaroveggenza del caso, uno strappo nel cielo di carta». In pratica, spiega oggi, «ho riconosciuto qua e là nei lavori del Tomasello non solo i pensieri ma le parole stesse di Amoroso e sono andato a controllare: c’erano pagine e pagine non ispirate ma riprese da questo o quel libro con il “copia incolla”. Senza virgolette e citazione dei testi originali».
Un esempio? Primo testo: «La vitalità di osservatore accanito del ciclo della natura spinge Pascoli a cogliere il flusso di un divenire sempre diverso, una trama di suggestioni che si allacciano alla natura umana, facendosi, nell’istante in cui sono isolate, parafrasi della vita quotidiana ed eroica, brulicante di apparizioni, di tentazioni e allegorie…».

Secondo testo: «La vitalità di osservatore accanito dell’esistenza spinge Quasimodo a cogliere il flusso di un divenire sempre diverso, una trama di suggestioni che si allacciano alla natura umana, facendosi, nell’istante in cui sono isolate, parafrasi della vita quotidiana ed eroica, brulicante di apparizioni, di tentazioni e allegorie…» Uguali. Virgola per virgola, tranne due parole (di qua «ciclo della natura», di là «esistenza») ma soprattutto il poeta di cui si parla. Nel primo caso Pascoli nel libro La realtà per il suo verso e altri studi su Pascoli prosatore di Tomasello, nel secondo Quasimodo nel lavoro di Amoroso nel libro collettivo Salvatore Quasimodo, la poesia nel mito e oltre a cura di Finzi.

Cocciutamente deciso a smascherare il plagio, Fontanelli dice di avere per cinque mesi «letto tutto, confrontato tutto, scoperto tutto. O almeno quasi tutto». Messe insieme delle cartelle, mostra pagine e pagine a confronto. Saggio sul futurismo (Bisogno furioso di liberare le parole) di Tomasello: «Il chiuso di un laboratorio talora finisce per avere più brio della felicità plausibile e appagante dell’avventura in pieno sole». Saggio sulla narrativa italiana (Forse un assedio) di Amoroso: «Il chiuso di un laboratorio talora finisce per avere più brio della felicità plausibile e appagante dell’avventura in pieno sole».

Ancora Tomasello: «Fra segmentazioni dialogiche, mimesi del parlato, spazi di pura narrazione, l’aggancio ai nodi del reale dispone frattanto i testi nella misura di una cronaca ricca e criticamente più centrata nel cardine dei fatti, nella mostra vitale del tempo». Amoroso: «Fra segmentazioni dialogiche, mimesi del parlato, spazi di pura narrazione, l’aggancio ai nodi del reale dispone frattanto le pagine sulla regola di una cronaca ricca e criticamente più centrata nel cardine dei fatti, nella mostra vitale del tempo».

Ancora Tomasello in L’isola oscena: «L’inventario di questo universo appare un catalogo di sbigottimenti grazie alla posizione inconsueta delle tessere nel quadro, allo sbandato riflesso delle tinte, all’atmosfera di incantamento suggerita dalle angolature, dai coefficienti instabili dell’impianto, dal nervoso punto di vista». Amoroso in Raccontare l’assenza: «L’inventario di questo universo appare un catalogo di sbigottimenti grazie alla posizione inconsueta delle tessere nel quadro, allo sbandato riflesso delle tinte, all’atmosfera di incantamento suggerita dalle angolature, dai coefficienti instabili dell’impianto, dal nervoso punto di vista». E potremmo andare avanti...

«Ho una produzione sterminata e, confesso, non mi ero proprio accorto del presunto “saccheggio”», disse dopo la denuncia Amoroso, «Ad aprirmi gli occhi è stato Fontanelli». Di più: «Non sono Proust, non pretendo che venissero riconosciuti la mia mano, il mio tratto. Questo mai. Non mi permetterei. Ma…». «Ho sempre agito con correttezza e professionalità», rispose Tomasello, minacciando sventagliate di querele.

Fatto sta che, davanti allo scandalo, la «chiamata» dell’accusato come ordinario a Messina fu sospesa e il nuovo rettore Pietro Navarra girò i documenti al Ministero e alla procura di Milano, competente perché lì si era riunita la commissione. Mesi e mesi di attesa, dubbi, polemiche e infine, giorni fa, al rettore messinese è arrivata una lettera del direttore generale del Miur Daniele Livon. La frase che conta è questa: «Visionata la documentazione» la commissione (che lodava il vincitore anche per i «contributi originali») ritiene di «non dover modificare il giudizio di abilitazione già reso nei riguardi del prof. Tomasello». Proprio educativo, per insegnare agli studenti a non copiare…

1 febbraio 2016 (modifica il 1 febbraio 2016 | 17:11)

Big bamboo. Carampane felici lontano da casa

Nino Spirlì


E’ pensiero comune che il maschio, in amore, ardore e passione, debba essere, per ruolo prestabilito, più intraprendente, temerario, coraggioso del “gentil sesso”. E’ a lui che spetterebbe la prima mossa, la proposta, l’azione, la conduzione dei giochi. Almeno così la pensano, ancora, certi uomini e le loro più affezionate e dedite fans. Esemplari, in realtà, ormai rarissimi, da esporre in un qualche giardino o museo antropologico.

La realtà dei fatti è ben diversa. Da sempre. Ma, soprattutto, dai roghi sessantottini di certa biancheria intima femminile che, a quel tempo, sembrava essere, per le donne,  simbolo di schiavitù dal maschio padrone (e non lo era già più). Anni, quelli di rabbia e lotta a prescindere. Barricate violente che son servite a ben poco, in verità, se il risultato attuale sono famiglie sfasciate prima ancora di essere “fasciate”, donne sole abbarbicate, per sopravvivere, ai rami della pianta del Tavor e del Lexotan, capitane d’industria più odiate del “Sciur Padrùn da li beli braghi bianchi” per la stizza che ci mettono nel governare le aziende che dirigono…

Femmine confuse e spaventate, ora sì, dal mistero del futuro. Gente che dovrebbe aver capito, dolorosamente, che il calendario degli impegni già fissati si autocancella davanti al magico gioco dell’imprevisto di questa vita impossibile da impacchettare. Magari lo ha anche cominciato a metabolizzare… Tanto da deporre le armi. Troppo! Eh, già! Seppellito il tomahawk, le amazzoni 2.0 si abbandonano alla poco saggia legge del desiderio al tempo del capitalismo egoista. E comprano, per sé e le amiche, il tanto propagandato Big Bamboo da cineproduzione porno afroesteuropea.

Comprano nel vero senso della parola. Partono, infatti, femmine d’ogni età, a charterate stracariche, per i lidi caldi dalla sabbia fina e dal sole spavaldo. Lontane da tutti e tutto. E, all’ombra delle mangrovie, sotto la frescura pericolosa delle palme da cocco, fra le ambigue foglie dei banani tropicali, allentano dignità personale e di specie e bretelle di corpetti contenitivi fra le braccia di possenti mandinghi pronti alla pugna sessuale, fintamente sentimentale. A suon di dollari/euro, chiaramente. Perché, avidi, sì, i montatori colorati, ma scemi, no!

Le più stolte? Le mediterranee, le latine. Si innamorano, le sceme. E li sposano. Se li portano appresso nel trolley, o si fermano a fare le geishe in terra straniera. Sperando nella impossibile fedeltà. Quelli, i mandinghi del terzo millennio, hanno capito l’antifona: ogni botta di mazza vale oro. Finché regge. E, dunque, vai col mercato del sesso finché c’è. Ed ingrossano l’offerta, per una richiesta senza fine.

Tradiscono la moglie bianca, come hanno fatto con la fidanzata colorata. Coi figli dai riccioli biondi e la pelle d’ebano. Tradiscono e ingrossano. Conti in banca, panze e famiglie allargate.
Ingrossa tutto, tranne l’origine della fortuna, quel passatempo troppo a portata di mano, che, invece, esageratamente sopravvalutato e, spesso, annichilito da droghe e stravizi, si abbatte come una sequoia colpita dal fulmine. Poco danno, per le erinni a 12 – 14 lustri. Bruciato un bambù, se ne procura un altro. Magari meno stagionato e più duraturo.


Un tempo, erano le nonne delle ciambelle della domenica. Ora, di quelle ciambelle, non è rimasto che il … ricordo…

Fra me e me.

Operatori telefonici, svelata la truffa: quali soldi devi rifiutarti di pagare

Libero


Il passaggio da un operatore telefonico a un altro è spesso un momento complicato nel quale è frequente che l'azienda che stiamo lasciando pretenda oneri dei quali si ignorava l'esistenza. Come in un tribolato rapporto di coppia, lasciarsi non è mai facile, il lasciato resta avvinghiato al lasciante e tagliare ogni tipo di rapporti a volte richiede l'intervento di un esperto. Cosa fare per esempio se il vecchio operatore continua a fatturare i vecchi servizi sul conto che si pensava chiuso e poi pretende costi esorbitanti per il recesso anticipato del contratto? Nell'inserto L'esperto risponde del Sole 24 ore, qualche dubbio viene chiarito. La legge a cui si fa riferimento quando si passa da un operatore a un altro è la famosa legge Bersani del 2007, che però non è riuscita a frenare i tentativi delle aziende di pretendere più di quanto spettasse loro.

Le nuove penali - Nel 2008 l'Autorità garante per le telecomunicazioni ha ribadito che gli unici importi da addebitare in caso di recesso anticipiato sarebbero quelli "giustificati dai costi degli operatori". Le compagnie però chiedono fantomatici "contributi di disattivazione" o "importi per dismissione" o "costi per attività di migrazione" o infine "corrispettivi per recesso anticipato". Insomma quelle penali che la legge Bersani aveva promesso di cancellare, sono rimaste cambiando solo il nome. Nel caso in cui siano pretese spese esorbitanti, l'unica salvezza resta il ricorso all'Autorità Garante delle comunicazioni, avviando così un tentativo di conciliazione e, se questa non dovesse andare a buon fine, un'azione diretta contro gli operatori coinvolti, sia il nuovo che non ha agito per tempo nell'attivazione, sia il vecchio che chiede in modo poco chiaro costi per servizi non erogati.

Le minacce - All'orizzonte le prospettive non sono rosse, considerando che anche nel disegno di legge sulla concorrenza in discussione alla Camera, il governo non ha voluto affrontare concretamente l'eliminazione di ogni forma di penale, anzi ha lasciato una certa ambiguità sui contratti con "offerte promozionali": da un lato gli operatori vogliono trattenere gli utenti più tempo possibile, offrendo costi bassi all'inizio e sempre più alti col passare del tempo; dall'altro ci sono gli utenti che vorrebbero scegliere come e quando vogliono le offerte più convenienti.

Il disegno di legge punta ad abolire la disdetta obbligatoria con raccomandata, permettendola con una semplice telefonata. Resta però in piedi la questione "penali", visto che i contratti non dovrebbero durare più di 24 mesi, ma chi li sottoscrive - si legge ancora nel disegno di legge - è tenuto a pagare un extra per la disdetta anticipata, che andrà commisurato alla durata residua del contratto. La si intendo come si vuole, questa è una penale e a poco sembrano servire i richiami dell'Autority che chiede al legislatore di far pretendere alle aziende solo i costi effettivamente sostenuti.

Che verso fa un animale? Te lo dice Google

La Stampa
dario marchetti

L’assistente vocale Now si arricchisce di una nuova e divertente funzione, perfetta per giocare coi bambini


Come fa il cane? E il gatto? Sono le domande con le quali da sempre tempestiamo (per gioco) i bambini più piccoli. Ora però la risposta potrà arrivare anche da Google, visto che l’assistente vocale Google Now è in grado di rispondere alla nostra richiesta direttamente col verso di questo o quell’altro animale.

Per farlo basta attivare Google Now su Android, iOS o Chrome, e pronunciare il nome dell’animale preceduto da «verso»: ora come ora il trucco funziona con una ventina di creature, dai classici cane, gatto, mucca e pecora fino a versi più misteriosi come quello della tartaruga, della balena artica, dell’alce e della megattera. Peccato però che nemmeno l’infinita conoscenza di Google sia in grado di rispondere a una domanda che ci tormenta da almeno vent’anni: ma il coccodrillo, come fa?

L’assistente vocale di Google riproduce i versi degli animali

Microsoft: “I data center del futuro saranno in fondo al mare”

La Stampa



I data center del futuro saranno in fondo al mare. Parola di Microsoft, che sta sperimentando la possibilità di mettere i suoi server sott’acqua. Il progetto, partito a fine 2014, si chiama Natick e punta a risolvere uno dei costosi problemi dei data center: gli alti consumi elettrici e idrici per raffreddare i server, insieme alle emissioni di gas serra se l’energia usata è prodotta da fonti fossili. Il progetto è ecosostenibile anche perché i data center sono creati con materiale riciclato e riciclabile, e saranno alimentati con energie green.

Accanto al ridotto impatto ambientale, spiega Microsoft in una pagina web dedicata al progetto, i data center sottomarini hanno anche il vantaggio di poter servire in modo più veloce gli utenti, visto che il 50% della popolazione mondiale vive entro i 200 km dalle coste. I data center, prosegue la casa di Redmond, possono essere allestiti in 90 giorni e hanno un ciclo di vita di 20 anni, ma ogni 5 anni andranno «ripescati» per sostituire i server all’interno.

Microsoft ha condotto un esperimento l’anno scorso nel Pacifico con il prototipo «Leona Philpot», nome di un personaggio dei videogiochi. Gli ingegneri del team stano progettando un secondo prototipo, tre volte più grande, che dovrebbe essere testato l’anno prossimo. Microsoft non è l’unica compagnia al lavoro su sistemi che consentano di ridurre i costi e gli impatti ambientali del raffreddamento. Facebook ha costruito un data center a Lulea, nel Nord della Svezia, mentre Google ne ha realizzato uno ad Hamina, in Finlandia, che per il raffreddamento sfrutta le acque del mare. 

Adozioni gay: due verità scomode

La Stampa
ugo magri

Martedì in Senato cominciano le votazioni sulla Cirinnà. E probabilmente sentiremo molte bugie



A rendere odiosa la propaganda sono le sue bugie. E di bugie ne sentiremo tante, sulle unioni civili, perché domani in Senato cominceranno le votazioni. Qualcuno dal centro e da destra griderà che questa legge è un crimine, altri da sinistra che è una conquista epocale. E quando farà comodo si negherà l’evidenza dei fatti. Per esempio, i fautori della Cirinnà sosterranno che non esiste alcun nesso tra la «stepchild adoption» (possibilità di adottare il figlio del/della partner nell’ambito di un’unione gay) e la pratica dell’«utero in affitto» (in maniera meno cruda viene definita anche «maternità surrogata»).

Purtroppo non è così, un legame può sorgere. Nel momento in cui l’art. 5 della proposta consente l’adozione di coppia, oggettivamente si allarga la platea di quanti possono condividere un’esperienza da genitori. Probabile, per non dire sicurissimo, che questa nuova possibilità si traduca in qualche viaggio in più verso quei luoghi dove la gravidanza surrogata è permessa. Dunque, la prima verità scomoda è che la proposta Cirinnà può rappresentare effettivamente un incentivo all’«utero in affitto». Ammetterlo sarebbe un contributo all’onestà.

Ed ecco l’altra verità, altrettanto fastidiosa, forse perfino di più: proprio perché è permessa in vari paesi, la pratica della maternità surrogata non si fermerà di certo perché da noi è vietata. Continuerà comunque. Per cui il problema di come tutelare i bambini nati all’estero e portati in Italia si porrà lo stesso, anche se gli avversari della proposta Cirinnà tenderanno a ignorarlo. L’idea di condannare questi minori a restare orfani per metà sembra, oltre che crudele, anche contraria ai principi della Costituzione. Due genitori possono fare meglio di uno soltanto: chi ci è passato lo sa… Insomma, discutere pro e contro dell’art. 5 non ha niente a che vedere con i toni apocalittici che sentiremo a Palazzo Madama, da una parte e dall’altra.

Cuba, arriva internet a banda larga nelle case

Il Messaggero
di Luisa Mosello

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Rivoluzione internet a Cuba. Il sogno del web per tutti potrebbe diventare presto realtà. L’isola di Castro sarà interamente on line ed entrerà quindi a far parte di diritto nell’universo virtuale mondiale. Per tanti anni interdetto alla maggioranza della popolazione cubana. Passo decisivo verso la diffusione di un servizio divenuto ormai essenziale: l’annuncio del lancio della banda larga domestica.

Offerta dalla compagnia di telecomunicazioni statale Etecsa che permetterà a tutti i cubani di acquistarlo attraverso connessione in fibra ottica forniti dall’azienda cinese Huawei. Si tratta di un progetto pilota di cui ancora non si conoscono i costi, che verranno comunicati appena la sperimentazione verrò avviata. Finora l'accesso pubblico alla rete aveva interessato solo i punti wifi collocati in vari punti dell’Isola, soprattutto a L’Avana.

ab
cd

Lo studio: "I cotton fioc nelle orecchie? Ecco perché non vanno usati"

Mario Valenza - Lun, 01/02/2016 - 14:49

Utilizzare i cotton fioc per pulire le orecchie è dannoso. Il "Washington Post" ha dedicato un lungo articolo ad uno dei prodotti "più controversi dell'Occidente" e uno dei più "bizzarri" che le persone continuino ad acquistare



Il giornalista Robert A. Ferdman parte da un episodio successo a sua madre: aveva iniziato ad avvertire ronzii debilitanti e un forte mal d'orecchi a causa dell'uso prolungato dei bastoncini. "È l'unico prodotto - si legge nel pezzo - il cui utilizzo principale è esattamente quello sconsigliato in modo esplicito dalle aziende di produzione".

Da anni le confezioni riportano un'avvertenza specifica: "Non inserire nel canale uditivo". "Qui arrivano di continuo persone con problemi causati dai cotton fioc", ha spiegato Dennis Fitzgerald, un otorinolaringoiatra di Washington al giornale, "Qualsiasi specialista al mondo vi dirà che succede in continuazione. Le persone ci dicono che li usano solo per truccarsi, ma noi sappiamo cos’altro ci fanno - ha aggiunto - li infilano nelle orecchie". Il "Washington Post" ripercorre la nascita di questi tamponi, sottolineando che "non sono mai stati venduti per essere utilizzati all'interno delle orecchie".

A inventarli fu Leo Gerstenzang: pensò di avvolgere del cotone attorno a un bastoncino dopo aver visto sua moglie pulire loro figlio. Con questo nuovo oggetto, avrebbe potuto applicare facilmente dei prodotti sulla pelle del bambino. I primi cotton fioc sterili furono messi sul mercato nel 1923, ma erano diversi da quelli in commercio oggi: non erano di carta o plastica, ma di legno, avevano solo un'estremità imbottita e non tutte e due ed erano destinati alla cura dei bambini. "Soprattutto - sottolinea Ferdman - inserirli nelle orecchie non era consigliato".

Il Washington Post ha una teoria sul perché le persone continuano a comprarli e a infilarli nelle orecchie, nonostante non sia questa la loro funzione primaria. Un articolo del 1990 dello stesso giornale sosteneva ironicamente che "dire alle persone di 'utilizzare i bastoncini solo nel padiglione auricolare esterno evitando le cavità uditive' – come suggeriscono le confezioni di cotton fioc – sia come chiedere ai fumatori di tenere una sigaretta in bocca senza accenderla". "Il vero motivo per cui continuiamo a usare i cotton fioc per le nostre orecchie è semplice: è una sensazione fantastica.

Le nostre orecchie sono disseminate di terminazioni nervose che inviano segnali alle altri parti del nostro corpo. Solleticarne le parti interne stimola un senso di piacere viscerale. Ma non solo. L’utilizzo dei cotton fioc innesca quello che i dermatologi definiscono il 'ciclo prurito-grattamento', una forma minore di dipendenza che si auto-alimenta. Più usiamo i cotton fioc, più prurito avvertiamo alle orecchie; e più prurito avvertiamo alle orecchie, più li usiamo".

Sabotato ovetto Kinder: una pillola al posto della sorpresa

Mario Valenza - Lun, 01/02/2016 - 14:33

Un farmaco per l’ipertensione, al posto della classica sorpresa, nell’ ovetto Kinder. A fare la scoperta un bambino, nei pressi di Frosinone



Un farmaco per l’ipertensione, al posto della classica sorpresa, nell’ ovetto Kinder. A fare la scoperta un bambino, nei pressi di Frosinone. Quando ha scartato il dolce, acquistato in un bar, il piccolo era con i genitori, che hanno subito consegnato la pastiglia alla vicina stazione dei carabinieri, facendo così scattare le indagini dei carabinieri del Nas, coordinati dalla locale Procura della Repubblica.

L’episodio lo scorso dicembre, come riferisce sulle pagine locali il quotidiano la Repubblica, secondo cui la pista al momento più accreditata è quella del sabotaggio. La pastiglia del farmaco, commercializzato solo in Italia, era inserito nel blister, all’interno dell’ ovetto di plastica della sorpresa. Nessuna dichiarazione da parte di Ferrero che si limita a far notare che è "parte lesa" nel procedimento.

Family Day: che pena infinita la guerra dei numeri dei ragionieri di regime

Emanuele Ricucci


Ci stiamo scannando sui numeri. Che profonda tristezza. Sulla moltiplicazione dei pani, dei pesci e dei militanti. Chi strilla al miracolo – del resto, nelle correttissime lande del progresso sono avvezzi a farlo, parola di Santa Laura Boldrini da Macerata – chi alla miopia. Quanto questo potrà servire alla causa comune?

I ragionieri del regime, poi, che pena. In più di dieci anni, il Circo Massimo si è rimpicciolito e poi ingrandito, poi rimpicciolito poi ingrandito. Se vince lo scudetto la Roma o i sindacati portano in piazza i loro tesserati, nella fattispecie contro Berlusconi o a sostegno del PD, il Circo Massimo, struttura a geometria variabile, può contenere dai 3 milioni ai 18 milioni di individui, giochi gladiatori, eliporti e fossili di Mammut.

Se ci arriva il Family Day – o qualsiasi altra manifestazione dell’ “opposta fazione” – il Circo può contenere al Massimo 45 persone, come la sede di un’associazione culturale di Garlasco. Che pena, signori. Al di là delle effettive partecipazioni. Che pena vedere che in fondo, la paura si basa sui numeri, che la barocca ed immatura italietta non aspettava altro che questo, gossip sterilissimo da trasformare in battaglia civile e storica, in tesi. Ecco il confronto. Ecco il progresso, ecco la modernità.

Per non parlare dei commentatori di regime, quelli che hanno l’ufficio accanto alla contabilità, primo piano con poltrone in pelle umana. Costoro, ancora peggio. Quelli per cui nella sempiterna diatriba – che solo alla notte dei tempi verrà risolta – tira più un carro di buoi, quelli apparentemente superiori a questo mondo così imperfetto, gli unti, gli eletti. Un nugolo di battutine e battutelle. Come fossero tutti candidi e puri da poter scagliare sempre la prima pietra – povero Nostro Signore che non poteva proprio immaginare che ai nostri tempi chiunque sarebbe stato pieno di pietre in tasca.

Beh, signori, anche qui una pena colossale, o meglio circense. I calcoli, pazzesco. Come La Stampa, che si mette a ragionare sulle grandezze con tanto di immagini – vedere per credere -, strutturando il pezzo dissacratore in micro capitoli: quanto è grande l’area? Quale densità? In piedi o seduti? E poi le famigerate variabili: la variabile delle strade limitrofe e quella delle strade di accesso.

Ed infine per confutare la strategia stregonesca del Family Day, arriva “il precedente” :  “ma il precedente più interessante è un altro. Nel video – annesso al pezzo - qui sotto si vede la folla al concerto dei Rolling Stones nel giugno del 2014. Perché è interessante? Perché quella volta si pagava. Il prato era strapieno ed erano stati venduti 71mila biglietti”

Insomma ancora una volta la miseria italiana viene a galla, come un pranzo mai digerito, indigesto e schifosissimo. Tra tiritere tristissime ed improvvisate – secondo cui un individuo sano e sereno che nella sua unica esistenza si è separato o risposato o che abbia preso una sbandata, insomma che non sia proprio San Benedetto da Norcia, debba essere un infame caimano, eretico che non doveva né dovrebbe mai andare al Family Day per coerenza, come se un tizio che non abbia pagato una bolletta nell’ultimo mese debba essere un inguaribile truffatore, sempre per coerenza -, numeri e miracoli, alieni e contraddizioni, il fango di regime torna sempre a galla, a grossi tocchi.

Attaccarsi ai numeri per non potersi attaccare altrove…?

Ai postumi (di questa sbronza) l’ardua sentenza

Cirinnamoreremo

La Stampa
massimo gramellini

Nel giorno in cui il Senato comincia a votare la legge Cirinnà viene naturale chiedersi su chi si fondi davvero una famiglia. Su un uomo e una donna, oppure su due persone che si amano a prescindere dal proprio sesso? In natura ogni creazione presuppone il maschio e la femmina. Ma prima di tutto, anche del maschio e della femmina, la natura riconosce l’energia dell’amore. Due uomini o due donne che si amano sono da ritenersi contro natura più di un uomo e di una donna che stanno insieme detestandosi?

Offende l’intelligenza emotiva di chiunque considerare famiglia naturale il tizio che ieri a Pozzuoli ha dato fuoco alla compagna incinta e famiglia innaturale la signora che accudisce in ospedale la sua fidanzata malata. In nome di quale principio astratto, ormai solo in questa nazione che ha la ventura di confinare con il Vaticano, bisognerebbe impedire a due individui dello stesso sesso di vedere riconosciuta la loro unione da una legge dello Stato? 

Quanto al temuto articolo 5 sull’adozione del figlio del partner, non è il cavallo di Troia per l’utero in affitto, ma il tentativo di risolvere una questione che riguarda poche centinaia di coppie omosessuali con cui vive un figlio rimasto privo dell’altro genitore biologico. Nell’ipotesi di morte del genitore superstite, è preferibile che il bambino rimanga nella casa e tra gli affetti in cui è cresciuto o che cominci il gioco dell’oca degli sballottamenti e magari degli orfanotrofi? Anche in questo caso la risposta è suggerita dall’amore. E l’amore non è mai contro natura.

Antonio Socci sul Family Day: chi ha vinto e chi ha perso nella Chiesa

Libero


C' è chi rosica amaramente per l' immenso ed epocale Family day di ieri che, per la prima volta nella storia d' Italia, ha riempito il Circo Massimo di Roma senza alcuna organizzazione (sindacale o politica o industriale) alle spalle e senza viaggi spesati.È un popolo che a proprie  spese si è mosso, con enormi sacrifici, per un ideale, per i propri figli, di fronte a una classe politica che gli ideali li ha buttati al macero e si muove solo per il potere.

Una classe politica che non è all' altezza di rappresentare questo popolo e non è mai stata investita dall' elettorato. Ci sono "rosiconi" nei Palazzi del Potere (politico, ideologico e giornalistico), ma anche in quei palazzi del potere clericale che hanno fatto di tutto per disinnescare il Family day.
Basti dire che ieri l' Osservatore romano è uscito senza avere nemmeno una riga in prima pagina su questo eccezionale evento (come pure Repubblica, l' altro giornale bergogliano). "Osservano" all' Osservatore per non essersi accorti di un mare di popolo cristiano in arrivo? Evidentemente non la realtà, ma il Palazzo bergogliano, che stava rosicando di brutto.

Il papa argentino esordì nel 2013 dicendo che un pastore deve prendere l' odore delle pecore, ma l' evento di ieri ha dimostrato che Bergoglio ama i profumi dei salotti scalfariani e non gli odori del gregge cristiano.

Il vescovo di Roma sembra detestare questo popolo immenso che si è radunato, in difesa della famiglia, nella memoria di Giovanni Paolo II e ricordando gli insegnamenti di Benedetto XVI. Del resto Bergoglio, che per due anni ha dissestato la Chiesa con due Sinodi contro la famiglia, è percepito come parte dello schieramento opposto (cioè opposto alla famiglia e al popolo cattolico). È visto come idolo degli avversari di sempre. Ma lo vedremo dopo, perché il primo a essere stato "sfiduciato" dal "pueblo" è Matteo Renzi, il premier mai eletto.

Lo striscione "Renzi ci ricorderemo", opportunamente segnalato da Mario Adinolfi, dice tutto perché in quella enorme piazza c' erano anche diversi che votarono Pd (e anche non cattolici) e d' ora in poi "ricorderanno": lo stesso Adinolfi fu tra i fondatori del Pd e oggi non ha più rinnovato la tessera. Adinolfi ha ricordato pure che al Family day del 2007 aveva aderito anche Renzi, da presidente della Provincia di Firenze e come "politico cattolico".

A quel tempo - lo ricordiamo noi - Renzi dichiarava che quella delle «coppie di fatto» non era «la questione prioritaria su cui stare mesi a discutere. Mi sembra un controsenso rispetto alle vere urgenze del paese». Aggiungeva che erano «provvedimenti ideologici» e che «toccano la minoranza delle persone. Basti pensare all' assoluta inutilità dei registri civili nei Comuni che ne hanno approvato l' istituzione».

Diceva anche dell' altro: «La famiglia è la cellula della società non perché lo dicono i cattolici, ma perché è il fondamento di un modo di stare insieme. E se il matrimonio è un sacramento per chi crede, per la comunità è comunque un istituto del diritto e come tale impone assunzione di responsabilità davanti alla società». Si riferiva all' art. 29 della Costituzione. Sul Family day del 2007 dichiarò: «È difficile capire perché c' è uno sguardo carico di ideologia sulla famiglia. Tutto ciò che viene detto dalla Chiesa viene visto come ingerenza. Non c' è bisogno di essere cattolici per difendere la famiglia.

Quando non si coglie il fatto storico di un milione di persone in piazza si commette un errore gravissimo». Vedremo ora se da premier Renzi compirà l'"errore gravissimo" di non cogliere "il fatto storico" di "due milioni di persone in piazza". Stavolta infatti non solo sta dall' altra parte, ma è addirittura lui il promotore di una legge peggiore di quella del 2007. Come sia avvenuta una tale metamorfosi non si sa, ma appare evidente che per il potere Renzi è pronto a tutto.

Ieri al Circo Massimo i tre applausi più forti si sono sentiti quando una signora slovena ha raccontato come là hanno vinto il referendum per la famiglia. Il primo applauso è scattato quando ha detto che il presidente che si era opposto ha poi perso le elezioni, il secondo quando ha detto che il premier aveva perso il posto e un vero boato si è alzato quando ha concluso: «Renzi ricordatelo».

Renzi ha tradito le aspettative, anche quelle del popolo cattolico, per compiacere il "pensiero unico" internazionale. Quello che Benedetto XVI definiva «la dittatura del relativismo». Ieri uno striscione ricordava proprio questa espressione. Da oggi l' Italia potrebbe essere l' avanguardia di una novità politica in Occidente.

Non a caso, infatti, contro questo "pensiero unico" imposto ai popoli, in barba alle convinzioni della maggioranza, si stanno schierando proprio i popoli dell' Est europeo, che già hanno sperimentato il totalitarismo comunista e non hanno intenzione di subire una tale "colonizzazione ideologica". È un' espressione di papa Francesco di cui purtroppo ieri è stata evidentissima l' assenza e palpabile la freddezza.

È stato ricordato e di certo sarebbe stato accolto con immensa gioia un suo segnale, ma lui non ha inviato nemmeno un saluto al Family day e nel discorso dell' udienza del mattino non ha fatto cenno al popolo cristiano radunato all' altro capo della città. Non ha nemmeno trovato il tempo per una di quelle telefonate che riserva, in abbondanza, all' amico fraterno Scalfari o perfino a Pannella.

È imbarazzante che un papa così loquace, che parla con tutti, taccia ostinatamente su un tema che i suoi predecessori hanno definito vitale, un tema che incendia il parlamento e mobilita così tanto il popolo cattolico. Lui parlò perfino al Centro sociale Leoncavallo, ma alle famiglie del Family day no. Del resto i naturali punti di riferimento ieri, al Circo Massimo, sono stati Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Dal Vaticano di Bergoglio hanno fatto di tutto perché il Family day si sgonfiasse, ma sono riusciti solo a "imbavagliare" Kiko Arguello.

Perché un così assurdo boicottaggio? Non solo a protezione del governo Renzi, ma anche perché questo evento mostra dove batte veramente il cuore del popolo cristiano, mostra il suo "sensus fidei" che è stato smarrito dai pastori vaticani. Questa è la vera "sorpresa dello Spirito Santo", non le tesi eterodosse che Kasper e Bergoglio hanno provato a far passare al Sinodo. E questo evento è l' ennesima bocciatura del braccio destro di Bergoglio, mons. Galantino. Molti militanti cattolici in questi mesi nelle piazze si sono presi insulti e sputi e spesso il dileggio dei media. Dov' erano i pastori? E i politici cattolici?

Il ministro dell' Interno Alfano è quello che avrebbe il potere di far saltare il Ddl Cirinnà: gli basterebbe minacciare (e poi eventualmente fare) la crisi di governo. Ma può Alfano lasciare le sue poltrone (e quelle che proprio nelle ultime ore Renzi ha assegnato al Ncd) per una questione ideale? C' è qualcosa che valga più del potere per questi politici? Sembra di no. Anche se le poltrone sono comunque transitore e Alfano, se non risponde alla piazza di ieri, decreta la fine politica del Ncd.

Per uno straordinario colpo di fortuna l' Ncd, che non ha né identità, né linea politica, né un programma, né un popolo, avrebbe di colpo la possibilità di trovarsi fra le mani tutto questo enorme patrimonio politico. Ma se è impossibile che privilegi gli ideali sulle poltrone è anche improbabile che Alfano si metta a far seriamente politica. Vedremo, ma tutto fa pensare che si faccia bastare le poltrone del momento.

Il Family day oceanico di ieri però sarà un terremoto anche nel mondo cattolico, dove "el pueblo", con la sua passione civile e religiosa, ha trascinato o sfiduciato le leadership. Il caso più clamoroso è quello di Comunione e Liberazione, con buona parte del movimento che è andata al Circo Massimo (c' era pure lo striscione), mentre don Carron è rimasto isolato nella sua equidistanza tra Family day e Pannella.

di Antonio Socci

La Finanza si prende Fiamma nera, che brutta fine per la barca del Duce

Libero


C'è anche la barca di Mussolini "Fiamma nera" fra i beni sequestrati dalla Guardia di Finanza per un valore complessivo di 28 milioni di euro. Alcuni degli immobili colpiti dal provvedimento erano stati concessi in locazione alla cooperativa Domus Caritatis, nonché al consorzio di cooperative sociali Eriches 29 di Salvatore Buzzi, tra i principali indagati nella nota inchiesta mafia capitale.

L'autorità giudiziaria ha disposto, nei confronti di tre persone e 10 società, il sequestro di 75 immobili e 32 terreni, tra cui alcuni vani di un castello, locali del Palazzo Noccioli a Fiumicino, diverse tenute, appartamenti, uffici e negozi a Roma, quote societarie e disponibilità bancarie e finanziarie, oltre a due autovetture di lusso e due imbarcazioni, fra cui la Konigin II, di mussoliniana memoria e di rilevante interesse storico.

La storia di quest'ultima è particolarmente travagliata. Dopo essere stata acquistata nel 1935 dal gerarca fascista Alessandro Parisi Nobile, le venne imposto il nome di Fiamma Nera per essere poi donata al Duce. Nel 1943, alla vigilia della caduta del regime fascista, la barca fu affondata dal proprio armatore per impedire che cadesse in mano ai tedeschi e, caduto il regime, recuperata e restaurata ad opera del conte Sereni e rinominata Serenella.

Dopo una serie di passaggi di proprietà e vari cambi di denominazione, fu acquistata da una delle società sequestrate, le cui quote, inizialmente intestate al figlio dell'imprenditore destinatario del provvedimento di sequestro, sono state successivamente trasferite ad uno dei prestanome.