giovedì 4 febbraio 2016

L'allarme della polizia: "Attenzione alle mail di Amazon con il virus"

Claudio Cartaldo - Gio, 04/02/2016 - 18:15

La polizia dalla sua pagina Facebook lancia l'allarme su un malware presente in false mail di Amazon: "Ecco cosa dovete fare"



La polizia lancia l'allarme: quando ricevete della mail da "Amazon", o almeno così vi sembra, fate molta attenzione.In false mail, infatti, si può nascondere un virus chiamato "Bayrob" che può creare molti problemi al computer.

"Si chiama Bayrob e si maschera dietro allegati infetti di false mail provenienti da Amazon - si legge nell'account Facebook della Polizia - Questo trojan, già conosciuto dal lontano 2007 e rimasto silente per molto tempo, ha registrato da dicembre scorso un'impennata di infezioni in diversi Paesi europei, raggiungendo in Italia, secondo le stime dei ricercatori di Eset, la vertiginosa quota del 14,42% a gennaio. Le mail fraudolente che veicolano Bayrob spesso si celano dietro un finto account di Amazon, che però ad un rapido controllo dell’indirizzo di posta del mittente rivelano non avere nulla a che fare con questa società.

L’allegato malevolo si presenta come file compresso (estensione .zip) contenente un eseguibile che, se scaricato, lancia un messaggio ingannevole di 'applicazione non compatibile' mentre crea una backdoor che verrà utilizzata dai cybercriminali per prendere possesso del computer ormai infetto, rubandone le informazioni sensibili".

Dalla caffettiera alla matita: ecco perché hanno questa forma

Claudio Cartaldo - Mer, 03/02/2016 - 18:23

Svelati i motivi di alcune forme di oggetti di uso comune che tutti hanno in casa. Dalla caffettiera alla matita, ecco perché sono stati fatti così



Vi siete mai chiesti perché la moka, le matite e le penne hanno quella particolare forma? Vi siete mai chiesti perché nelle lattine ci sono le linguette per aprirle? E soprattutto, conoscete quel particolare del simbolo della pompa di benzina nel contachilometri? Ecco tutte le risposte.

1) La caffettiera che usiamo a casa ha una forma ottagonale in sezione trasversale così da aumentare la capacità di presa nel caso in cui fosse bagnata
2) La matita classica, di quelle usate per fare chissà quanti disegni, ha una sezione esagonale in modo da permettere una corretta impugnatura
3) C'è un magnete nelle pombe di benzina. E questo serve far staccare il tubo nel caso in cui vi dimentichiate di rimettere al suo posto la pistola di erogazione prima di rimettere in moto
4) La freccia nel simbolo della pompa di benzina presente nel contachilometri, invece, serve a indicare il lato di apertura della bocchetta del serbatoio. Impossibile, in teoria, sbagliare lato quando ci si avvicina al distributore
5) La linguetta nelle lattine di alluminio serve a tenere ferma la cannuiccia

Greta e Vanessa, dopo gli errori scatta la rivoluzione tra gli 007

Mario Valenza - Mer, 03/02/2016 - 18:10

Una vera e propria rivoluzione. I servizi segreti avrebbero avviato un repulisti interno. Sono state infatti 86 le sostituzioni di dirigenti, capo reparto, responsabili di zona avvenute nelle ultime settimane



Una vera e propria rivoluzione. I servizi segreti avrebbero avviato un repulisti interno. Sono state infatti 86 le sostituzioni di dirigenti, capo reparto, responsabili di zona avvenute nelle ultime settimane. Ma dietro questo cambiamento di uomini e di ruoli, soprattutto all'interno del servizio segreto militare, ci sarebbe un motivo abbastanza singolare: la gestione fino alla sua conclusione del rapimento avvenuto in Siria di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo.

Le due ragazze che si erano avventurate clandestinamente in zona di guerra sono state lasciate dai carcerieri dopo una lunga trattativa la cui regia è stata sicuramente dell’Aise. Non molto dopo la conclusione di quel rapimento, come racconta Franco Bechis su Libero, sono iniziate a circolare voci sul pagamento di un possibile riscatto, che era stato ipotizzato in 12milioni di euro. Il governo Renzi, anche per bocca del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, ha sempre negato questa indiscrezione.



Nel novembre scorso un video della tv araba Al Jazeera, citando anche fonti di intelligence inglesi e americani, ha ricostruito il pagamento di quel riscatto, e anche di quelli che l’Italia avrebbe pagato per ostaggi negli anni passati. In quel video erano apparse immagini di banconote sigillate e raccolte in pile di sei mazzette su un tavolo di ufficio sotto la scritta "TaMaHo" e la data del 7 gennaio 2015. Secondo la ricostruzione quella foto sarebbe stata scattata in un ufficio di Forte Braschi, sede dei servizi italiani. E a quanto pare è proprio quel video all’origine della tempesta interna al servizio.

Perché la foto era genuina, e non avrebbe dovuto circolare all’esterno. E non è solo questo il problema: la foto sarebbe stata scattata su richiesta di un esponente apicale dell’Aise per evitare quel che era accaduto in passato: nell’eccessiva segretezza dell'operazione, parte di quelle banconote solitamente si perdevano per strada. Insomma, sempre secondo indiscrezioni che riporta Libero, proprio la liberazione di Greta e Vanessa sarebbe al centro del repulisti che si sarebbe consumato dentro i servizi. L'ultimo capitolo di una storia che dura da troppo tempo...

La leggenda di Biagio tra il panettone e la gola da benedire

Stefano Giani - Mer, 03/02/2016 - 06:00

La storia del santo di origini armene venerato in città dopo la Candelora e festeggiato con il dolce tradizionale



Quella dei confini è storia complessa. Nelle demarcazioni geografiche non meno che nelle avventure degli uomini. E se oggi Sebaste è località turca che ricade sotto una versione tollerante del credo musulmano, nel 316 era Armenia. Una terra che con i turchi avrebbe avuto - nei secoli - poca dimestichezza e infinita sofferenza. Biagio era nato proprio lì. Cattolico come l'intera regione. Allora. Frontiera abrasa. Come quella che sembra legare la gola al panettone. Collegati al culto del santo e, a Milano, particolarmente sentiti.

Poco o nulla invece lega il dolce all'ingordigia. Come nulla unisce l'allora vescovo alla sua terra dilaniata e contesa.Biagio fu martirizzato nel 316. E questa è un'altra storia di confini oscillanti. Tre anni prima della sua morte, l'editto di Costantino liberalizzava il culto. Si poteva pregare Dio, insomma, anche di fronte ai templi consacrati alle divinità dell'Olimpo. Limiti dissolti. Ma solo in teoria. Licinio, imperatore della romanità d'Oriente, non apprezzò quel vescovo che rifiutò di abiurare il suo credo. Ne fece straziare le carni con pettini di ferro. Siccome non morì, fu decapitato. Frontiera rinnegata.

Oggi in città se ne celebra la memoria, mangiando il dolce tradizionale e benedicendo la gola. Confine insolubile. All'apparenza. Il segreto di Biagio sta nei suoi miracoli. L'agiografia armena dice che il vescovo guarì uomini e animali a rischio di morte per soffocamento, dopo essersi conficcati nella laringe spine o bocconi traditori. Era un medico, Biagio. Ma non usava medicine. Pregò Dio di non far morire chi lo avesse invocato con problemi di ingestione. E Lui lo ascoltò. Da allora Biagio protegge le gole. E il 3 febbraio è il giorno destinato alla benedizione di questo tratto gutturale. Due candele incrociate e un preghiera.

Il sacerdote disegna la croce con il gesto della mano e questo sarebbe stato il primo vaccino antinfluenzale della Storia. E non solo.Il confine è oscillante anche tra San Biagio e la Candelora. Spesso confusi tra loro. In realtà passano solo ventiquattr'ore. Quest'ultima è nome popolare per la Purificazione di Maria, celebrata il 2 febbraio. Usanza antica. Secondo la tradizione ebraica, le giovani madri, considerate impure del sangue mestruale nei 40 giorni dalla nascita del figlio maschio, dovevano recarsi al tempio per emendarsi. E dal 25 dicembre a ieri stanno appunto 40 giorni. Neanche la Madonna si sottrasse al rito che prevede l'uso di due candele. «Simboli di Cristo, luce del mondo».

Nel mosaico che mescola religioni e culti, santi e imperatori - appunto senza confini - sembra non esserci posto per il fatidico panettone. Eppure. La leggenda vuole che, in un lontanissimo Natale, una massaia ne avesse portato uno a un frate di sua conoscenza perché lo benedicesse. Questi, di nome Desiderio, accampando i suoi molti impegni, si fece lasciare il dolce, invitando la donna a tornare a riprenderlo il giorno dopo. Ma questa se ne dimenticò. E non per qualche ora soltanto.Nel frattempo Desiderio, che lo aveva offerto a Dio, decise di offrirlo anche a se stesso.

E lo mangiò tutto. La massaia recuperò la memoria di quel dolce, lasciato al monaco, solo molto tempo dopo. E si ripresentò a reclamarlo proprio il 3 febbraio. A Desiderio si gelò il sangue e si profuse in mille scuse, ma quando andò a prendere l'involucro scoprì che, miracolosamente, era comparso un altro panettone. Il doppio più grande di quello che la donna gli aveva portato e lui aveva piluccato. Fetta per fetta.Il miracolo, profano assai, fu attribuito a San Biagio anche se - con tutta certezza - il vescovo martire nulla c'entrava con la ghiottoneria del monaco e lo scorno della sua conoscente.

Finì che da allora nacque un'usanza. Conservare almeno un pezzetto del panettone di Natale e mangiarlo il giorno di San Biagio. Cioè oggi. Magari con una doppia benedizione. Per il dolcetto. E per la gola. Non si sa mai.

Gli istriani difendevano la patria. I migranti invece sono codardi"

Giuseppe De Lorenzo - Mer, 03/02/2016 - 19:09

Roberto Spazzali, direttore dell'Istituto regionale per la storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia di Trieste, invita a non confondere i profughi di oggi con quelli di allora



Tra i profughi istriano-dalmati e quelli di oggi non ci sono somiglianze. Chi prova ad avvicinarli, chi invita gli italiani ad essere accoglienti nel ricordo di quelle drammatiche pagine di storia, fa un errore. Gli italiani dell'Istria e della Dalmazia furono costretti a lasciare la loro terra e a fuggire in Italia, mal accettati - anzi, osteggiati - da quella sinistra che oggi si professa madre dell'accoglienza. Ma avrebbero voluto difendere la loro patria.

A chiarire la posizione degli esuli istriani, fiumani e dalmati è Roberto Spazzali, direttore dell'Istituto regionale per la storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia di Trieste. Durante un incontro in preparazione della Giornata del ricordo, che si svolgerà il prossimo 10 febbraio a Bondeno, non ha usato mezzi termini. "Nel mare di gente che oggi arriva nel nostro Paese - ha detto - c'è un numero cospicuo di giovanotti che, mi pare, accettino di andarsene dalla propria terra al primo 'baù.

Mi chiedo il perché di questa inerzia. Perché non organizzare una difesa sul territorio da parte di soggetti autoctoni? Chi se ne va nelle condizioni di oggi che tipo di rapporto ha con la terra? Gli esuli istriani, fiumani e dalmati furono costretti ad andare via perché non erano stati messi nelle condizioni di difendere la loro terra, anche perché il Partito Comunista di allora, in Italia, guardava ai comunisti jugoslavi con riguardo. Ricordo che la storia d'Europa è una storia di orrori, ma in passato l'Europa ha saputo difendersi. E da questa difesa ne sono nati i grandi movimenti di Resistenza".

Sui temi dell'accoglienza è intervenuto anche Rabar, i cui genitori furono esuli da Fiume nel gennaio 1947. "I campi furono 109 da Bolzano a Siracusa - ricorda - Anche a Ferrara ce ne fu uno, in via Romei, dove oggi ha sede l'istituto alberghiero". La vita nei campi era difficile, i tempi erano contingentati ("sveglia alle 7, alle 7,30 colazione, alle 23 silenzio"), la polizia vigilava, e al terzo ammonimento si poteva essere espulsi. "Tutti gli ospiti erano tenuti a provvedere alla vita stessa del campo - aggiunge - Con la mia famiglia fummo poi spostati a Pontelagoscuro, in baracche di legno, senza acqua corrente, con latrine come 'servizì igienici, condivise con un'altra famiglia.

L'accoglienza non fu certo delle migliori". E pensare che erano italiani, con l'unica colpa di aver deciso di rimanere fedeli all'Italia e non piegarsi al "sogno" socialista di Tito. Per questo furono bistrattati dal Partito Comunista Italiano. Per questo a Bologna i generi alimentari destinati loro vennero distrutti dai manifestanti della sinistra. Gli unici "profughi" su cui la sinistra ha più volte sputato. E che ora vuole usare.

Il mistero della carovana di sinti siciliani

Sonia Bedeschi - Mer, 03/02/2016 - 16:01

Non sono rom, sono italiani. Girano per Milano con una lussuosa carovana di roulottes. Vivono sgozzando tacchini per strada e facendo gli arrotini. Il nuovo degrado milanese parla siciliano

Il degrado senza fine di Milano questa volta parla siciliano. Una carovana di sei roulottes si aggira da settimane nelle vie più defilate intorno al Parco Lambro a Milano.

Qui possono parcheggiare e fare ciò che vogliono. "I vigili sono venuti, ci conoscono e qui possiamo stare". Non si tratta di rom ma di sinti siciliani, quindi "italiani" ribadiscono a gran voce. Occupano abusivamente il suolo pubblico diventando padroni della strada. Stendono panni al sole, cucinano, mentre i bambini scorrazzano e si vedono sgozzare davanti agli occhi tacchini e galline direttamente sulle panchine, che fanno da pranzo e cena. Non parliamo di mezzi sgangherati e datati ma di roulottes di ultima generazione, con interni in legno, ben accessoriate, elettrodomestici all'avanguardia, trainate da macchine di grossa cilindrata.

Dopo diverse e ripetute segnalazioni da parte dei cittadini del quartiere ci attiviamo con le telecamere de IlGiornale.it per denunciare la realtà che si presenta quotidianamente. Nel nostro blitz siamo accompagnati da Gianluca Boari, consigliere di zona3. Sono le 10:00 di mattina e decidiamo di seguire gli spostamenti della carovana, che da via Cima si sposta in via Casasco e da qui in via Pusiano. Li becchiamo proprio in quest'ultima via. I primi a vederci sono due bambini e noi ci avviciniamo per capirne di più. Incontriamo solo donne e bambini, gli uomini "sono a prenotare i vaccini" ci dicono.

Nessuno vuole essere ripreso, non siamo ospiti graditi, ma noi riusciamo a entrare in una roulotte per vedere in che condizioni abitano. Arredamento in radica, dai fornelli, al frigorifero, ai letti, tutto è dignitoso e ben organizzato. Nessun animale:"Che schifo!" ci rispondono. Subito si alzano voci e rimproveri in tipico accento siculo, i bambini piangono, le donne urlano. Ma perché sono a Milano, che tipo di lavoro fanno? "Facciamo l'arrotino. Noi arrotiamo coltelli, ombrelli, per dare da mangiare ai bambini" ci dicono che nella zona sono conosciuti, sia dai residenti che dalle forze dell'ordine che, a detta loro, gli danno addirittura il permesso di rimanere e di parcheggiare.

I mariti invece sono tutti a fare la spesa e a prenotare vaccini, "perché in Sicilia la sanità non funziona". Da alcune foto scattate nei lunghi momenti di sosta, si vede chiaramente come viene sgozzato un tacchino a cielo aperto, sotto gli occhi di passanti, e le piume vengono abbandonate e ritrovate nei giardini poco distanti. Secondo la squadra speciale di polizia di quartiere, sarebbero sinti siciliani provenienti dalla Sicilia coinvolti in traffici illeciti, in versione "trasportatori" tra nord e sud. Eppure nessuno ha voglia di indagare, di vederci chiaro e di capire cosa si nasconde dietro.

Alle nostre domande si capisce chiaramente che le donne sono in difficoltà e non sanno cosa rispondere, così ci rifilano la prima scusa che viene in mente. Domandiamo se sono in regola con i documenti dei mezzi e come siano riusciti a comprarli. Chi dice di averla ereditata dai nonni, chi la sta pagando a rate con cambiali, eppure appena giriamo i tacchi spunta una Golf bianca ultimo modello che aggancia proprio la roulotte che abbiamo filmato e se la svigna. Insomma, non sono proprio dei poverini, anzi. Infatti ci fermiamo per un lungo appostamento in macchina e le donne che abbiamo intervistato poco prima si danno un gran da fare a ritirare i panni alla svelta, i bambini recuperano i giochi sparsi per strada e uno alla volta spuntano gli uomini che agganciano le rispettive roulottes alle macchine diretti chissà dove.

Basta cambiare zona per non avere grane. Tutti sanno ma nessuno fa.

Adotta un danese", l'ironia africana contro le politiche europee sui migranti

La Stampa
Walter Passerini

Un video di grande successo reagisce alle decisioni della Danimarca sulla confisca dei beni

“Migliaia di anziani danesi hanno bisogno di una nuova casa, Africa apri il tuo cuore”. È l’appello del fondatore della fantomatica Adopt-a-Dane-Foundation, nel video prodotto dalla radio danese DR-P3 e dall’organizzazione umanitaria Danmarks Indsamling, e diventato virale in pochi giorni. Come rivela l’agenzia Redattore sociale, il fondatore della fantomatica Fondazione, Jackson Nouwah, spiega come è nata l’idea.

“Migliaia di danesi hanno scritto su Facebook che si spendono un sacco di soldi per l’Africa, invece di usarli per le persone anziane in Danimarca. Quando lo abbiamo saputo, abbiamo pensato che avremmo dovuto fare qualcosa”. L’iniziativa ha l’obiettivo di rispondere in modo ironico alle politiche di molti Paesi europei, Danimarca in primis, sui migranti.

Il 26 gennaio, infatti, il Parlamento danese ha approvato la riforma del diritto di asilo che prevede, tra le varie misure, la confisca dei beni di valore superiore a 10 mila corone (1.350 euro) ai rifugiati che entrano nel Paese, con l’obiettivo di rifarsi dei costi dell’accoglienza. La misura ha suscitato molte polemiche. Da qui l’iniziativa ironica.

Conclude Nouwah: “Gli anziani non sono un peso ma un dono meraviglioso, noi in Africa amiamo i nostri vecchi, perché noi possiamo anche avere acque contaminate, epidemie ed essere senza energia elettrica ma, dai commenti su Facebook, sembra che gli anziani danesi se la passino peggio. Lasciate che ci prendiamo cura di loro”. Il video contiene anche immagini di danesi arrivati in Africa e commenta: “I primi sono già qui e si stanno divertendo”; e infine lancia l’appello: “Africa apri il tuo cuore e adotta un danese”.

Anche Samsung dice stop alla pubblicità su smartphone con un adblock per Android

La Stampa
chiara severgnini

Con l’aggiornamento del browser nativo “Internet” sarà possibile installare gli adblocker



Stufi dei pop up pubblicitari che rendono lenta e difficile la navigazione da mobile? Sognate di poter installare anche sul vostro smartphone Android un adblocker capace di liberarvi per sempre di quei fastidiosi annunci? Samsung ha deciso di accontentarvi: la nuova versione del suo browser nativo, “Internet”, supporta i plug-in destinati proprio all’eliminazione delle pubblicità. L’aggiornamento sarà disponibile a breve per chi ha Android Marshmallow, mentre chi è fermo a Lollipop dovrà aspettare ancora qualche mese.

Con questa mossa la casa sudcoreana si mette al pari con Apple, che ha aperto agli adblocker per Safari nel settembre 2015. Come i rivali di Cupertino, anche Samsung ha deciso di non dare agli utenti la possibilità di filtrare la pubblicità in automatico. Per farlo bisogna servirsi di app messe a punto da terzi. Una volta installata la versione 4.0 di «Internet», per vedere sparire le inserzioni sarà sufficiente andare sul market e scaricare una delle app dedicate alla loro rimozione, finalmente compatibili con il browser preinstallato sui Samsung. Per chi ha fretta sono disponibili sin da oggi Adblock Fast e Crystal, già collaudate nella versione desktop per Chrome e Opera.

La notizia farà contenti gli utenti Samsung per almeno due motivi: senza inserzioni le pagine web si caricano più rapidamente e la batteria dura più a lungo. Intanto, però, chi sulle pubblicità ci campa - o quanto meno ci prova - si starà mettendo le mani nei capelli. Già l’anno scorso Google stimava che solo il 54 per cento di tutti gli annunci presenti sul web vengono visualizzati, e proprio a causa della diffusione sempre più capillare degli adblocker. La perdita in termini di mancati ricavi pubblicitari non è da poco. Ad agosto Adobe e PageFair avevano calcolato che nel 2016 sarebbe stata di 41,4 miliardi di dollari, ma ora che la possibilità di eliminare le pubblicità è stata estesa agli iPhone e agli smartphone Samsung i calcoli saranno tutti da rifare. E difficilmente il risultato piacerà a chi sogna di guadagnare sul web o di usarlo per farsi conoscere dal pubblico.

Palp Fiction

La Stampa
massimo gramellini

Il capufficio toccò il sedere di una sua impiegata e il seno e le parti intime di un’altra, ma va assolto perché è un immaturo: in effetti all’epoca dei fatti aveva solo 65 anni. La sentenza del tribunale di Palermo è di quelle che faranno giurisprudenza, specie in Arabia Saudita. Ecco come sono andate le cose, secondo la ricostruzione dei giudici. Il dottor Domenico Lipari dirigeva l’ufficio delle tasse, gran brutto mestiere, e ogni tanto per rilassarsi palpeggiava le collaboratrici a portata di mano. Ma per scherzo. Nessuno vuole negare che un superiore che gioca alla playstation con le tette di una sottoposta stia compiendo una prevaricazione.

Eppure, nel caso in esame, va considerata la gioiosità del contesto. Tanto più che, e qui le virgolette della motivazione sono d’obbligo, «nel comportamento del Lipari non è ravvisabile alcun fine di concupiscenza o di soddisfacimento dell’impulso sessuale». Capito? Le toccava per sgranchirsi le nocche, arrugginite dai troppi accertamenti fiscali. Con la stessa partecipazione emotiva avrebbe potuto strizzare una pallina antistress o quelle del suo vice, anche se così avrebbe corso il rischio di ricevere la patente di «frocio», che forse per tribunali del genere configura giusta causa di licenziamento.

La vera piaga, sembra suggerire l’augusto consesso, è stata la reazione seriosa delle palpeggiate, che anziché prestarsi allo scherzo e magari sbottonare la camicetta per agevolare le operazioni, hanno denunciato il giocherellone. Rivelando, a differenza sua, una mancanza assoluta di tatto.
P.S. Il giudice estensore della sentenza è una donna, purtroppo. 

Una società poco civile

Corriere della sera
di Gian Antonio Stella

Sempre più persone trovano normale imbrogliare lo Stato e considerasi persone civili



Ci sono pezzi di «società civile» che danno francamente la nausea. Come la signora che usava il contrassegno disabili della zia morta da nove anni e s’è fatta scoprire perché, ingorda, voleva agganciarla all’auto nuova. O la miriade di automobilisti denunciati perché truccavano la targa col nastro adesivo nero così da entrare nelle Ztl romane. O i duemila falsi poveri beccati dalla sola Asl di Livorno (figuratevi il resto d’Italia) che non avevano diritto all’esenzione del ticket. O la professoressa che figurava assente con la «legge 104» per accudire la madre disabile ma era in Olanda a una gara di tango. Migliaia e migliaia di casi.

Per carità, non sono rapinatori, non stuprano bambine, non spacciano droga. Potete scommettere anzi che in larga parte si considerano persone «perbene». Trovano però in qualche modo «normale» imbrogliare lo Stato, l’Inps, i Comuni... Rubare soldi pubblici. Violare le norme che impongono sacrifici o semplici fastidi. E una volta scovati fanno spallucce: «Cosa sarà mai!». Le cronache degli ultimi mesi traboccano di storie di illegalità diffusa. Come la denuncia, da parte della Guardia di finanza, di «456 fittizi eredi o delegati alla riscossione, di persone decedute, alle quali, ante mortem, era stata riconosciuta l’indennità di accompagnamento» nella sola area di Castrovillari.

O l’inchiesta su cinque dipendenti del Fatebenefratelli di Milano accusati d’«essersi appropriati dei soldi delle prestazioni sanitarie dei cittadini» allo sportello. O i controlli sulle dichiarazioni degli universitari capitolini arrivati ad accertare a fine 2013 addirittura il 62% di falsi, incluso quello di una ragazza esentata dal ticket in mensa nonostante il papà avesse la Ferrari. Non si tratta di quisquilie e pinzillacchere, per dirla con Totò. Lo scriveva Fiorenza Sarzanini partendo da un dossier della Finanza: «Ormai si sfiorano i quattro miliardi di euro, cifra record di buco nei conti dello Stato. È la voragine creata dall’attività illecita di circa 7.000 dipendenti pubblici infedeli». Molti convinti che in fondo «così fan tutti».

Ma può uno Stato sopravvivere a una «società civile» infettata da tanta illegalità diffusa e, peggio ancora, in qualche modo accettata con un sospiro se non con un sorrisetto bonario? Uno Stato dove un processo appena chiuso condanna per assenteismo 78 su 96 dipendenti dello Iacp di Messina senza che uno solo sia licenziato? Dove hanno usato la legge 104 il 63% degli insegnanti trasferiti a Catania e il 56% di quelli a Palermo e tutti (tutti!) i maestri e i bidelli spostati negli ultimi sette anni in provincia di Agrigento nonostante la Procura abbia accertato che una dichiarazione su quattro è falsa?

Dove uno dei pochi licenziati per aver fatto il furbo con «415 giornate di congedo straordinario», in provincia di Pordenone, è in causa e vuole tutti gli arretrati? Dove decine di piloti in cassa integrazione con assegni spesso deluxe lavoravano in realtà all’estero? Lasciamo pure da parte, oggi, il tema dell’abusivismo e dell’evasione fiscale che come ha ricordato Sergio Mattarella, sottrae agli italiani onesti 122 miliardi di euro e cioè 7 punti e mezzo di Pil. La prima delle violazioni collettive di ogni regola di convivenza. Sapete quante volte l’Ansa ha dato notizia di truffe sui falsi braccianti agricoli dal 2010 a oggi?

Centotto. False circa 700 aziende, falsi trentamila braccianti, falsi i terreni su cui «lavoravano». Un esempio, l’inchiesta su 829 persone denunciate a luglio nel cosentino: «Oltre il 90% delle giornate dichiarate erano fasulle». Embè? Tanto paga l’Inps... Spiega un dossier Ania che la norma che nel 2012 introdusse l’obbligo d’una radiografia per il risarcimento danni da colpi di frusta ha causato «una diminuzione delle denunce per danni fisici lievi (da 1 a 9 punti di invalidità) da 580mila nel 2011 a 370mila nel 2014: 210mila feriti in meno». O 210mila furbetti stoppati. Per non dire dell’inchiesta, a Napoli, sugli incidenti stradali «fantasma»: 62 medici, 12 avvocati, 300 indagati a vario titolo.

Come non fosse cambiato nulla, nel gennaio 2016, da quando un giudice vent’anni fa capì che Gerardo «Tapparella» Oliva, di professione testimone non poteva proprio aver assistito (un frontale qua, un tamponamento là...) a 650 incidenti. Che una pretesa superiorità morale della «società civile» non avesse senso, sia chiaro, si sapeva da un pezzo. E nulla è fastidioso quanto ascoltare gli strilli di chi è idrofobo con «chi comanda» e il «governo ladro», sia esso di destra o di sinistra, e insieme indulgente verso se stesso, i propri furti, le proprie furbizie. Detto questo, però, l’assoluzione della politica «che in fondo è solo lo specchio della società» è inaccettabile.

È la politica che deve pilotare la società a migliorare. Lo spiegava, secoli fa, David Hume: «Nell’escogitare un sistema qualunque di governo e nel fissare i molti freni e controlli della Costituzione, si deve supporre che ogni uomo sia un furfante e non abbia, in tutte le sue azioni, altro fine che l’interesse personale». Sono le regole e la severità sul loro rispetto ad aiutare una società a crescere. A diventare più corretta. Ce l’ha ricordato, a modo suo, anche Roberto Mancini: «Il gesto del dito in Inghilterra non l’avrei fatto mai». Appunto...

2 febbraio 2016 (modifica il 2 febbraio 2016 | 22:01)

Carta di identità elettronica, al via (di nuovo) da marzo in 153 Comuni. Ecco come funziona

repubblica.it
di Patrizia De Rubertis

Dopo 19 anni d'attesa, da marzo arriva la nuova card con il Pin. Ci saranno le impronte digitali e si potrà dare anche il consenso alla donazione di organi. Ma non integrerà la tessera sanitaria. La carta verrà consegnata in 6 giorni ma non è obbligatoria e il rischio di un nuovo fallimento è dietro l'angolo

Carta di identità elettronica, al via (di nuovo) da marzo in 153 Comuni. Ecco come funziona

Potrebbero essere assai alte le probabilità che una sensazione di déjà-vu colpisca tutti gli italiani alla notizia che tra un mese in 153 Comuni, tra cui Milano, Roma, Napoli, Bari, Bologna e Firenze (la diffusione su tutto il territorio nazionale si completerà nel 2018), potrà essere richiesta ed ottenuta la carta d’identità elettronica. È da talmente tanti anni che se ne parla, per la precisione ben 19 anni, che ormai sembrava non crederci più nessuno.Del resto la prima legge che parlava di questa tessera, simile al bancomat, risale a metà 1997 ed era stata inserita nel cosiddetto pacchetto Bassanini sulla semplificazione amministrativa.

Da allora, tra annunci, smentite, regimi sperimentali, cambi di strategia in nome della revisione della spesa sono state circa 130 le amministrazioni comunali (su oltre 8mila in totale) che, a suon di milioni di euro, hanno distriubuito in via sperimentale circa 4 milioni di pezzi. Ma, per stessa ammissione dei Comuni, si è sempre preferito tornare alla versione cartacea, perché la carta d’identità elettronica costava troppo e i fondi a disposizioni non ce ne sono mai stati a sufficienza. Servono, infatti, macchine specifiche per l’emissione della smart card.

E tutte quelle rilasciate fino ad oggi sono state anche ‘inutili’, poiché prive dei dati biometrici che contraddistinguono la carta d’identità digitale. E la novità che scatterà da marzo nei 153 Comuni sta proprio qui: le nuove carte dovranno contenere le impronte digitali, il codice fiscale e gli estremi dell’atto di nascita, corredati da una serie di elementi di sicurezza (come ologrammi, sfondi di sicurezza e micro scritture), adeguando così l’Italia agli standard europei ed eliminando le possibilità di contraffazioni. Inoltre, al momento della richiesta, il cittadino potrà fornire anche il proprio consenso alla donazione degli organi indicando il numero di telefono, l’indirizzo di posta elettronica o l’indirizzo Pec.

Tutti i rilievi saranno fatti direttamente dagli addetti dell’ufficio anagrafe del Comune: la foto sarà realizzata grazie a una fotocamera digitale, mentre uno scanner ottico rileverà le impronte digitali. Poi verrà richiesto di firmare elettronicamente il documento. Il rilascio non sarà, tuttavia, immediato: la stampa della card è affidata all’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato che la spedirà a casa entro sei giorni lavorativi insieme al Pin e al Puk per accedere ai servizi online. Proprio come si fa con l’Inps e l’Agenzia delle Entrate. I cittadini in possesso di un documento in corso di validità non sono però obbligati a richiedere immediatamente il nuovo documento elettronico e potranno aspettare la scadenza naturale.

Il costo della carta d’identità elettronica? Cinque volte più caro della tessera cartacea: 25,42 euro contro 5,42 euro. Un esborso maggiore che dovrebbe essere compensato dal pensiero che anche gli italiani potranno finalmente diventare cittadini digitali. E il pensiero va subito all’Estonia, dove dal 2002 si può aprire un’azienda in 18 minuti, firmare un contratto a distanza, pagare le tasse, il parcheggio o il biglietto dell’autobus semplicemente utilizzando l’Id della card elettronica che permette di accedere a tutti i servizi digitali del Paese.

Arduo, quindi, il compito dell’Agenzia per l’Italia digitale (Agid) che, dopo la pubblicazione in Gazzetta del decreto sulla nuova carta di identità elettronica, ha assunto la supervisione e il raccordo tra il ministero dell’Interno (che mette a disposizione il sistema infrastrutturale) e il Poligrafico per cercare di semplificare una procedura assai complessa.

L’innovazione è, infatti, tutta raccolta nella parola semplificazione. Ma in Italia se n’è fatto un abuso teorico, mentre le riforme troppo spesso si sono arenate. E gli esempi della Pec, dell’Anagrafe unica e dell’identità digitale (Spid) sono solo gli ultimi in ordine di tempo. E, proprio analizzando il sistema pubblico di identità digitale (una sorta di superpassword per accedere entro il 2017 a tutti i servizi pubblici – ad esempio i referti medici, la tassa sui rifiuti o le tasse scolastiche – anch’esso tuttavia ai nastri di partenza) con la carta d’identità digitale, gli esperti hanno sollevato una questione: che rapporto c’è tra i due?

Per ora nessuno: i sistemi non sono integrati e si correrà il rischio di avere il terzo Pin da gestire (dopo quello Inps-Entrate e carta d’identità) che servirà per accedere allo Spid. Un non dialogo che, tra gli svantaggi concreti, comporta il doversi tenere nel portafogli ancora per chissà quanto la tessera sanitaria che potrebbe, invece, essere inglobata nella carta d’identità. Forse qualche indicazione in più ci sarà nei decreti attuativi della riforma della Pubblicazione amministrazione approvata due settimane fa, i cui testi tuttavia ancora non sono stati pubblicati perché il nuovo codice attende la seconda e definitiva approvazione del Consiglio dei Ministri.

Etruria, quei conti svuotati prima del crac. Il sospetto di una soffiata ai vip

Corriere della sera
di Fiorenza Sarzanini

La relazione del commissario liquidatore: tra ottobre e novembre del 2014 hanno preso il volo 288 milioni di euro. La Procura: a giudizio l’ex presidente di Banca Etruria Giuseppe Fornasari, l’ex ad Luca Bronchi e il dirigente Davide Canestri

ROMA - Un mese prima del decreto «salvabanche» del governo numerosi conti correnti di Banca Etruria sono stati «svuotati». Il sospetto è che qualcuno possa aver avvisato alcuni clienti privilegiati del rischio di perdere i propri risparmi. E adesso i magistrati vogliono conoscere l’identità dei titolari proprio per verificare se abbiano goduto di un trattamento di favore in violazione della legge. Lo fanno dopo aver acquisito la relazione del commissario liquidatore Giuseppe Santoni che ha sollecitato lo stato di insolvenza e lunedì lo ripeterá davanti al tribunale di Arezzo.
Via 288 milioni di euro
È il passo preliminare per ipotizzare il reato di bancarotta fraudolenta contro gli ex amministratori: il presidente Lorenzo Rosi e i suoi vice Alfredo Berni e Pierluigi Boschi, padre del ministro delle Riforme Maria Elena, oltre ai componenti del Consiglio di amministrazione. E arriva nel giorno in cui viene chiesto il rinvio a giudizio per ostacolo alla vigilanza per l’ex presidente di Banca Etruria Giuseppe Fornasari, l’ex ad Luca Bronchi e per il dirigente Davide Canestri. Scrive Santoni:

«La situazione di liquidità si presenta assai critica, atteso che secondo quanto emerge dalle informazioni dei commissari straordinari, le riserve liquide sono inadeguate, per effetto dei deflussi dei fondi che hanno interessato la banca. In particolare il saldo netto di liquidità alla data del 18 novembre scorso pari a 335 milioni, il 4,6 per cento del totale attivo, è diminuito di euro 288 milioni da inizio ottobre. La situazione è fortemente aggravata dall’elevato grado di concentrazione della raccolta, che espone la banca al rischio del ritiro dei depositi anche di singoli depositanti (i primi 16 clienti detengono circa il 16 per cento)».
«Dissesto superiore al miliardo»
Il sospetto è fin troppo evidente: una soffiata preventiva. Per questo le verifiche disposte dal procuratore Roberto Rossi e affidate alla Guardia di Finanza mirano a scoprire anche i contatti avuti dai correntisti prima del 22 novembre, data di approvazione del decreto del governo. Esaminando la situazione patrimoniale Santoni sottolinea infatti che «le perdite ammontano a circa un miliardo e 170 milioni di euro e nonostante le necessarie misure adottate dall’autorità di vigilanza per provvedere alla loro copertura, che hanno azzerato le riserve, il capitale sociale, le obbligazioni computabili nei fondi propri della banca, residuavano alla data di avvio della procedura di risoluzione — appunto il 22 novembre 2015 — e residuano tuttora a 305 milioni di debito privo di ogni copertura». Questo vuol dire che «il dissesto di Etruria è superiore al miliardo di euro».
Chiesta l’insolvenza
Una vera e propria voragine nei conti. Una situazione talmente grave da convincere Santoni dell’assoluta inutilità di svolgere ulteriori verifiche. Non a caso nelle conclusioni consegnate al Tribunale viene specificato come «la particolare valenza probatoria degli accertamenti ispettivi e delle relazioni degli organi delle procedure, trova la sua giustificazione nella qualità di pubblici ufficiali assunta dagli ispettori di Bankitalia, dai commissari straordinari e dai commissari liquidatori, nonché nella specificità dei fatti evidenziati, che rende quegli accertamenti e quelle relazioni assimilabili a una vera e propria consulenza tecnica d’ufficio». L’istanza al tribunale è chiara: «Non servono altri accertamenti, bisogna procedere subito con la dichiarazione di insolvenza».

2 febbraio 2016 (modifica il 3 febbraio 2016 | 07:39)

A Palo Alto si fa il pieno con un’app

Corriere della sera

di Alessandro Marchetti Tricamo

Nella patria delle auto elettriche è stata lanciata un’applicazione (al momento solo iOs) per i veicoli tradizionali: s i chiama Wefuel e consente di far arrivare, dovunque, un truck



PALO ALTO (California) Nel cuore della Silicon Valley le auto elettriche sono la normalità. È da queste parti che si vende circa il 40% di tutte le auto a batterie degli Stati Uniti. Ed è sufficiente fermarsi qualche istante a un incrocio in University Avenue a Palo Alto, per assistere alla sfilata silenziosa e senza emissioni delle varie Tesla Model S, Nissan Leaf e Fiat 500 elettriche. Eppure poco distante da quell’incrocio, qualcuno ha pensato a lanciare nelle scorse ore un servizio utile alle «vecchie» auto a benzina (da queste parti il diesel è qualcosa da lasciare ai big trucks o poco più): si chiama Wefuel ed è una app sviluppata, per ora solo sulla piattaforma iOs di Apple, che consente di rifornire la propria auto dove si vuole.
Sistema georeferenziato
Niente pieni virtuali a distanza però, ma un tradizionale truck che in un massimo di 30 minuti raggiunge il cliente ovunque. È sufficiente scegliere il tipo di benzina, regular, plus o premium che sia, e attendere il mezzo. Il sistema è ovviamente georeferenziato e non c’è bisogno neppure di aggiungere un indirizzo. Il pieno si pagherà direttamente con la carta di credito inserita all’atto dell’iscrizione. Un servizio che oltre ad essere comodo, secondo gli inventori di Wefuel, farà risparmiare tempo ed eviterà lunghe ricerche del distributore più vicino. Oltre a essere utile nel caso di serbatoio (o portafoglio) completamente vuoto. Il costo del servizio, per ora attivo a Palo Alto e nella vicina Menlo Pak, è di 7,49 dollari per ogni rifornimento, anche se l’azienda pensa già a un abbonamento mensile di 19,99 dollari. Comodità che si pagano.

1 febbraio 2016 (modifica il 2 febbraio 2016 | 10:26)

Italo-americani, la grande corsa per rinunciare alla cittadinanza. Record Campania

Il Mattino

Immagine Italo-americani, la grande corsa per rinunciare alla cittadinanza. Record Campania

Un vecchio detto d'oltreoceano recita, più o meno, così: «A due cose non sfugge un americano: la prima è la morte, la seconda sono le tasse». Sì, ma vai a raccontarlo a migliaia e migliaia di italo-americani che negli Usa sono nati, magari figli di emigrati, e che in America non ci sono più da anni, anzi forse ci sono soltanto nati, e che oggi, cittadini del Bel Paese, hanno grossi problemi nel gestire i propri (seppur assolutamente ordinari) rapporti finanziari con le banche italiane.

Una complicata situazione, questa, dettata da un principio americano che accomuna gli Stati Uniti all'Eritrea. In pratica, oltre alla normale residenza in America, è sancito l'obbligo ai propri cittadini di compilare la dichiarazione dei redditi anche se non sono residenti negli Usa, ed anche se i contatti con l'America non esistono più da anni. In pratica si prescinde dal territorio come luogo di produzione del reddito e si «valorizza», ai fini fiscali, il semplice possesso della cittadinanza americana. E, si sa, questa viene concessa in maniera automatica ai figli di cittadini americani o anche di un solo genitore americano.

L'origine di tutti i «guai» sta in una sigla, Fatca, acronimo di «Foreign Account Tax Compliance Act», una norma varata dal Congresso americano nel 2010 per combattere l'evasione fiscale offshore dei propri cittadini, ma che è stata recepita soltanto dal 2014 e che ora sta dispiegando in pieno i suoi effetti: riguarda direttamente intermediari finanziari, in primis le banche, e poi famiglie, e singoli individui.

Creando insieme una reazione non solo emotiva (ovvero la consapevolezza di essere attenzionati dal fisco americano pur non avendo nulla a che fare con l'America se non per una questione di cittadinanza) ma di trovarsi in una condizione foriera d'altri effetti, in grado di paralizzare anche il rapporto con la propria banca italiana. Di qui la rabbiosa decisione di volersi disfare della cittadinanza americana, incappando però nelle aumentate difficoltà dell'operazione. The «fee», ovvero la tassa, ha infatti assunto costi elevati: dai 400 euro di qualche tempo fa ai 2.350 di adesso.

Euro, mica bruscolini.Ma cosa sancisce, nella sostanza, il Fatca? L'accordo, ratificato nel gennaio 2014 dall'Italia, prevede l'obbligo di tutti gli istituti finanziari esteri (banche, assicurazioni, fondi), compresi quelli che non operano negli Usa, di fornire nomi e dati dei loro clienti statunitensi (quindi anche italo-americani) al fisco americano.L'obbligo è stringente, perchè le banche italiane sono tenute a registrarsi presso l'Irs, ovvero Internal Revenue Service, che è l'autorità fiscale americana, e a sottoscrivere l'intesa sulla trasparenza del pacchetto dati: ovvero identificare quei clienti per la loro cittadinanza assoggettabili al fisco Usa e a fornire i dati anagrafici e fiscali.

Poi l'invio, da parte delle banche italiane, del modulo di autocertificazione da restituire con la sottoscrizione, con il quale si chiede la conferma dell'essere fiscalmente residenti negli Usa. E così il «passaggio» all'Agenzia dell'Entrate e la spedizione in America del pacchetto datiA quel punto si finisce in un ingranaggio complesso: intanto è identificato per gli Usa chi, pur vivendo all'estero, è tassabile sul reddito prodotto nel paese dove vive. La «exit strategy» è costituita, per norma, dalle cosiddette «soglie minime di reddito», al di sotto delle quali la dichiarazione dei redditi americana non è prevista, o le soglie minime di investimenti all'estero (10mila dollari) per cui lo stesso non va dichiarato al temibile Irs.

Capito il guaio? Innanzitutto, chi non era a conoscenza del Fatca - come molti figli di italiani che hanno vissuto per un periodo negli Usa e che ora sono rientrati in Italia, o vedovi, o vedovi di americani, di persone nate quasi «per caso» negli stati Uniti d'America - rischia di essere un evasore fiscale per gli States. Nella tagliola sono già finiti italo-americani e anglo-americani, multati ad esempio per non aver pagato il surplus di tributi nel caso di una compravendita.

Ma al danno c'è da aggiungere una beffa ulteriore: se chi ha firmato l'autocertificazione si «consegna» al fisco americano (Irs) con la consapevolezza di non aver mai dichiarato al sistema tributario americano nè i propri redditi (prodotti in Italia, si badi) nè gli investimenti finanziari italiani, chi ne è sprovvisto rischia che l'istituto di credito italiano chiuda il conto corrente al proprio cliente italo-americano.Il problema è serio assai. Al punto che sono in crescita le «corse» alle ambasciate e ai consolati americani per rinunciare alla cittadinanza americana.

Nel 2011 già c'erano state 1.800 rinunce al doppio passaporto Usa, ma sono oltre 6 milioni gli americani (ovvero cittadini che hanno anche la cittadinanza americana) che vivono fuori dagli States, tra cui una bella quota di «paisà», qui in Italia,e in Campania. Identificabili, la maggior parte tassabile, tutti sull'orlo di una crisi di nervi.Altro che «born in the Usa», tumultuoso e orgoglioso ritornello del boss Bruce Springsteen. C'è la consapevolezza che quel vecchio detto americano sulla morte e sulle tasse vale anche per chi, nato negli Stati Uniti, pensava di nulla avere a che fare, fiscalmente parlando, con il Paese a stelle e strisce.

Mercoledì 3 Febbraio 2016, 15:02

Fiori e messaggi, il commovente tributo alla gatta della fermata del bus

La Stampa
fulvio cerutti



Tutti la conosceva, tutti l'amavano. Ogni giorno chi doveva prendere il bus alla fermata n. 39 dell'Hampshire, nel Regno Unito, sapeva di poter contare sulle sue fusa: Missy, una 13enne gatta dal pelo fulvo, era ormai diventata una celebrità. Amata da tutti, tranne da chi l'ha quasi uccisa investendola o, più probabilmente, prendendola a calci in testa. Quando è stata trovata aveva profonda frattura al cranio, la mascella e i denti rotti. Così i suoi proprietari hanno deciso di sottoporla a eutanasia per non farla ulteriormente soffrire.



La sua scomparsa ha sconvolto le tante persone che la conoscevano e così quella fermata è diventata una sorta di mausoleo: decine di persone hanno lasciato fiori e messaggi di ricordi. Molti i disegni realizzati dai bambini che raffigurano la loro amica felina con il numero 39, quello della fermata, e la scritta "Riposa in pace".



«Prima che venisse costruita la pensilina, Missy rimaneva sdraiata sul prato vicino alla fermata dell'autobus. Poi quella pensilina è diventata la sua seconda casa - racconta al Daily Mail la sua proprietaria -. Lei amava le attenzioni delle persone ed è sempre stata molto gentile con chi aspettava l'autobus. Sono sicuro che alle persone piaceva accarezzarla mentre erano in attesa». Ora mentre la polizia locale sta conducendo le indagini per capire sia stato l'autore di una tale cattiveria, un gruppo di persone ha già raccolto oltre 500 sterline (circa 660 euro) per realizzare un monumento commemorativo.
twitter@fulviocerutti

La famiglia dove tutti arrivano a cento anni

La Stampa
selma chiosso

I fratelli astigiani Giuseppina (107), Lorenzo (103) e Maria (100) “Restiamo giovani grazie al lavoro, all’amore e ai nipotini”


I fratelli centenari da destra Giuseppina, Lorenzo (col bastone) e Maria Barberis. Il quarto fratello al centro, Michele, è morto nel 2011 poco dopo aver compiuto anche lui cento anni (nella foto il suo compleanno)

Giuseppina a giugno compirà 107 anni, Lorenzo a marzo 103, e Maria l’8 gennaio ne ha compiuti 100. Un altro fratello Michele è morto a 100 anni, la «più giovane», Francesca, a 92. I fratelli Barberis di San Damiano d’Asti sono la famiglia più longeva d’Italia ma il fatto straordinario è un altro: i tre fratelli sono lucidissimi e autonomi.

Lorenzo ha scoperto il piacere della pittura e ogni mattina dipinge in salotto. «Alla mia età ho solo bisogno di vedere la vita, i fiori sboccare, i gatti correre. Per questo da marzo a ottobre vado in campagna a fare l’orto. Non vedo l’ora di piantare pomodori, melanzane e quell’insalatina che è il mio piatto preferito alla sera. Ricordatevi che non si vive per mangiare ma si mangia per vivere.
Però bisogna apparecchiare bene il tavolo, usando i piatti belli. È inutile tenerli nella credenza». Poi racconta le favole alla pronipote Carola «I “cit” son la vita». Lorenzo era un alpino e ha sposato Lina Migliassa la sua madrina di guerra.

«Mi scriveva e le sue parole erano carezze». Al ritorno dal fronte si è trasferito a Torino dove sono nati i figli Maria Vittoria e Giulio. Ha aperto una vineria, poi un’edicola, infine una pelletteria in via Sacchi (c’è ancora). Poi è voluto tornare a San Damiano perché «la tua terra è una seconda pelle». I due figli lo adorano e «guardano a vista», ma lui va orgoglioso della sua indipendenza. Alla domenica il genero Augusto lo accompagna dalla sorella Giuseppina.

GIUSEPPINA, 107 ANNI
Come il fratello ha intensi occhi azzurri, vive alla casa di riposo di San Damiano. Ha sempre lavorato in campagna ed era sposata con Franco Efisio. Dopo 18 anni è nato il loro unico figlio. Un amore spezzato dalla morte: il giovane aveva 17 anni, quando, tornando da un partita della Juve è rimasto vittima di un incidente stradale. «Mi ha salvato il lavoro - mormora -. Andiamo avanti perchè indietro non si può tornare. Un posto “di là” non ce l’hanno ancora trovato. Sono grata al Signore perchè questo non è un ricovero ma una casa dove sembra di essere in famiglia e sono indipendente. È come se fossi in albergo. Quando ero giovane era un sogno poterci andare. E poi tutte le domeniche viene Lorenzo, qui le mie amiche lo corteggiano e ridiamo».

MARIA, 100 ANNI
È una neo «patriarca», il titolo che da anni la Provincia di Asti dona ai centenari. L’8 gennaio è stata la prima a tagliare il traguardo. Lavorava nel mulino di famiglia, si è sposata con Giovanni Rabino, è rimasta vedova a 41 anni con due figli da crescere, Giuliano aveva 16 anni e Piero 6. «Ho sempre lavorato tanto, poche feste, tanta fatica. Adesso le mie gioie sono le pronipoti Ginevra e Rebecca». 
La ricetta della longevità, il segreto di essere passati indenni tra due guerre, la «spagnola», i lutti familiari, si chiama «amore».

Amore per la famiglia, per il lavoro, per la vita. Lorenzo chiude con una battuta: «Volessero venderci non devono portarci dagli antiquari, noi siamo antichità con qualche tarlo ma meno che in gioventù. Siamo patrimonio dell’Unesco». Nella casa di riposo di San Damiano, poco distante dai fratelli Barberis c’è un’altra signora che fa un cenno. Si chiama Clelia Quagliotti e il 17 maggio compirà 104 anni. Racconta: «Amo tanto il mare, da piccola mi dicevano che aveva il colore dei miei occhi e io me lo immaginavo pieno di occhi. Ho fatto la sarta e mi sono cucita anche l’abito da sposa».

I «PATRIARCHI»
In provincia ci sono altri ultracentenari, ad Incisa Scapaccino Rosa Garbero ne ha 107; a Costigliole Livia Scarpetta, 103 e Rita Picollo 102; a Montemagno Ida Ravotto 105. La terra astigiana ogni anno regala flotte di centenari. Nel 2015 sono stati una settantina, nel 2016 sono 50. È un anno di «magra» perchè il 1916 è nel pieno della guerra e c’è il flagello della «spagnola». 
Da 20 anni la Provincia ha istituito la pergamena del «Patriarca» che vale per maschi e femmine. E da quest’anno l’azienda Punto Bere di Canelli produce l’amaro del Centenario rispolverando una ricetta dell’azienda creata per i 100 anni l’Unità d’Italia nel 1961. 

Usa, giustiziato il detenuto più anziano dopo 36 anni di carcere

repubblica.it

Eseguita la condanna a morte di Brandon Jones, 72 anni: la metà dietro le sbarre nel braccio della morte

WASHINGTON - Lo stato della Georgia, negli Stati Uniti, ha eseguito la condanna a morte del più anziano detenuto Usa nel braccio della morte, a pochi giorni dal suo 73esimo compleanno. Brandon Jones ha ricevuto un'iniezione letale nella prigione di Jackson dopo aver passatopiù di 36 anni dietro le sbarre per l'omicidio - nel 1979 - di un commesso bianco di un minimarket. Respinte tutte le domande di sospensione, Jones è divenuto l'esempio emblematico del "dead man walking" e della "doppia punizione" subita da chi passa molti anni nel braccio della morte, in isolamento, senza altre prospettive se non la morte.

Molti condannati a morte sono stati giudicati in un momento in cui non disponevano di una difesa adeguata e se fossero giudicati oggi l'esito sarebbe diverso - rileva il Death penalty information center. "Il caso di Jones - aggiunge - solleva questioni di proporzionalità e di applicazione discriminatoria della pena di morte. Jones ha sempre negato di aver sparato al commesso e la Procura non ha mai determinato chi fosse stato a sparare tra gli autori di quella drammatica rapina". Inoltre un giudice aveva ordinato di riprocessare Jones perché un giurato aveva una bibbia nella stanza durante le deliberazioni sulla pena. Nei decenni dietro le sbarre Jones aveva letto molto ed aveva acquisito notorietà con i suoi scritti sulla vita in carcere e sulla questioni razziali.

Oggi ci sono 75 uomini nel braccio della morte in Georgia, che ha sospeso le esecuzioni per vari mesi nel 2015 dopo le polemiche sui farmaci usati per l'iniezione letale. Lo scorso anno negli Usa sono state giustiziate 28 persone, il numero più basso dal 1991.

E l'assassina di Moro dà lezioni ai giudici

Massimo Malpica - Mer, 03/02/2016 - 08:26

La Faranda alla scuola dei magistrati, l'ira delle toghe: "Decisione sconcertante"



Roma Le toghe vanno a scuola dall'ex bierre, e tra gli stessi magistrati infuria la polemica.
L'appuntamento è per oggi, quando si aprirà il corso di formazione sulla giustizia riparativa nella scuola superiore della magistratura di Villa Castelpulci a Scandicci, in programma fino a venerdì. In cattedra, oltre ai familiari delle vittime del terrorismo - la figlia di Aldo Moro, Agnese, il presidente del comitato delle vittime della strage di Piazza della Loggia a Brescia, Manlio Milani e la figlia del sindacalista Guido Rossa, ucciso dalle Br a Genova, Sabina - saliranno però anche i brigatisti: Franco Bonisoli (componente del commando di via Fani, dove fu sequestrato Moro e vennero uccisi i cinque uomini della sua scorta) e la «postina» delle Br nel sequestro dello statista, Adriana Faranda.

Un gruppo di vittime e responsabili degli anni di piombo che da sette anni si è ritrovato per confrontarsi insieme su quel doloroso passato e ha anche prodotto un libro, presentato a ottobre scorso a Milano in un affollato evento al Museo della Scienza.Il problema è che molti magistrati non sono affatto convinti dell'opportunità che siano Faranda e compagni a «formarli». Così tra le toghe, tante hanno scelto di sfogarsi nella mailing list delle correnti di sinistra della magistratura.

Tra queste Alessandra Galli, giudice a Milano e figlia di Guido Galli, ammazzato da Prima Linea nel 1980.La Galli, «attonita prima che amareggiata», la mette giù dura. «Sono sinceramente sconcertata - spiega - non certo per l'argomento dell'incontro ma per la decisione di invitarvi Adriana Faranda. Bene discuterne, anche in questa sede, ma con studiosi», mentre è «inaccettabile il dialogo in una sede istituzionale come questa con chi ha ucciso per sovvertire lo Stato e la Costituzione alla quale noi come magistrati abbiamo giurato fedeltà».

La giudice poi si domanda «perché non sono state invitate anche vittime che hanno un approccio diverso al problema, e tante ce ne sono: io per esempio e anche altri orfani di magistrati uccisi». Una posizione che trova d'accordo il capo della procura di Torino Armando Spataro, che promuove l'argomento del corso ma manifesta «perplessità» per la «presenza di ex terroristi in una Scuola di Formazione per Magistrati». E se Valerio Onida, fino a poco fa presidente della scuola, difende la scelta della Faranda («Non capisco le reazioni.

Dov'è lo scandalo?»), ai critici si unisce Giuseppe Fioroni, presidente della commissione d'inchiesta sul caso Moro: «La giustizia riparativa parte dalla verità e non da bugie o da racconti verosimili. Il Paese aspetta di sapere cosa accadde durante i 55 giorni e l'esatto susseguirsi degli eventi nelle ore che segnarono tragicamente la vita di Aldo Moro e degli uomini della sua scorta. Verità e rispetto per la sofferenza dei familiari delle vittime: per me questi due imperativi etici vengono prima di tutto».


Incontro inopportuno”. Cancellato l’invito per l’ex Br Faranda alla scuola dei magistrati 
La Stampa 

 La decisione dopo la polemica sollevata delle toghe

 

La Scuola della Magistratura ha deciso di annullare l’incontro al quale avrebbero dovuto partecipare gli ex brigatisti rossi, Adriana Faranda e Franco Bonisoli. Rientrava nell’ambito di un corso di formazione per i magistrati sulla giustizia riparativa. L’annuncio in un comunicato.

LA POSIZIONE DELLE TOGHE  
«Un’iniziativa assolutamente inopportuna e sbagliata», «una grave caduta sul piano formativo del Comitato direttivo della Scuola della magistratura». Fabio Roia, presidente delle misure di prevenzione al Tribunale di Milano, parla così dell’invito rivolto all’ex terrorista Faranda. Mentre giudica «assolutamente appropriato» l’intervento del Comitato di presidenza del Csm che ha chiesto alla Scuola una marcia indietro.

«Non si è tenuto conto che molti magistrati sono stati uccisi da queste persone e che oggi in magistratura ci sono i figli di quei giudici, come Alessandra Galli», dice Roia. Ed è «del tutto sbagliato il contesto», cioè che ex terroristi vengano fatti parlare in un corso sulla giustizia riparativa, « che è un istituto che abitualmente si applica ai reati di lieve entità e ha come presupposto il compimento di atti concreti a favore della vittima. Faranda si è solo dissociata, ma non mi pare che abbia fatto altro. E questo non si può chiamare giustizia riparativa».

PERCHE’ È STATO CANCELLATO L’INCONTRO  
Il comitato direttivo della scuola ha precisato di «aver preso atto delle posizioni espresse, anche con dolore, da numerosi magistrati e familiari delle vittime sulla inopportunità di coinvolgere nella formazione della scuola persone condannate per gravissimi reati di terrorismo». Questa iniziativa «è ormai inevitabilmente condizionata, nella sua attuazione dalle discussioni delle ultime ore, che hanno visto anche l’intervento del Comitato di presidente del Consiglio superiore della magistratura».

«Pur dovendo precisare che l’incontro non configurava un’attività didattica dei signori Bonisoli e Faranda, ma solo la testimonianza di un percorso riparativo, i cui protagonisti sono le vittime dei reati, e pur riconfermando la volontà della Scuola di investire nella formazione della giustizia riparativa», il Comitato direttivo ha deciso - conclude il comunicato - «di annullare l’incontro, ritenendolo inopportuno, e di mantenere inalterato il programma residuo del corso affidato a magistrati e docenti universitari».

LE REAZIONI POLITICHE  
Il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri: «Apprendo con favore che il Comitato Direttivo della Scuola abbia oggi rivisto la propria decisione ed abbia annullato la partecipazione degli ex membri delle Br. Scelta giusta e doverosa, ed utile a superare le polemiche e ridare forza ad un tema centrale e fondamentale quale quello della giustizia riparativa per una politica rieducativa essenziale ed efficace». 

Tenta introdursi in una casa ma il cane lo morde: il ladro chiede i danni

La Stampa



Ha tentato di introdursi di notte in un’abitazione della Bassa bergamasca, ma il dobermann di casa lo ha morsicato. Ora un ladro ha deciso di chiedere i danni al proprietario dell’abitazione: lo racconta su Facebook Fabio Pansera, il veterinario del padrone del cane.

«Ieri un mio cliente, proprietario di un dobermann, è stato convocato dalle autorità poiché il ladro che nella notte precedente ha cercato di entrare in casa ed è stato morso dal suddetto cane ha sporto denuncia e vuole essere rimborsato per il morso subito».

Per i cani, così come per altri animali, infatti esiste una documentazione su vaccinazioni e altre norme sanitarie. Ora il magrebino, che si è rivolto alle autorità, ha denunciato lui e il cane e vuole un risarcimento per il morso subito.

«Mi raccomando, insegnate ai vostri cani ad accogliere scodinzolando i malfattori in casa, insegnate loro le buone maniere e magari a condividere i biscotti con i ladruncoli, perchè se mordono sono guai seri» commenta ironicamente nel suo messaggio il veterinario.

Senza scorta ma con la pistola, la difesa “fai da te” del sindaco di Padova

La Stampa
amedeo la mattina

Massimo Bitonci ha ottenuto il porto d’armi e va al poligono a sparare, parla del diritto di tutelarsi: «La gente ha paura»



In origine c’era a Treviso Giancarlo Gentilini, il sindaco sceriffo con la pistola giocattolo. Ora a Padova c’è il sindaco con la pistola vera, Massimo Bitonci. Sempre di leghisti stiamo parlando, di voglia di sicurezza e di autodifesa come negli Stati Uniti dove il possesso diffuso delle armi è diventato motivo di grandi polemiche a causa degli omicidi e delle stragi compiute. Ma quella è sicuramente un’altra storia. Eppure Bitonci, che alcuni giorni fa ha ottenuto il porto d’armi e va al poligono a sparare, parla del diritto di difendersi, racconta che molte persone che conosce tengono un’arma a casa. A maggior ragione un sindaco esposto come lui, che non le manda a dire, spesso al centro delle polemiche. 

E’ di poche settimane la sua decisione di annullare il Festival delle parole perché troppo di sinistra e ha messo in mano a Vittorio Sgarbi l’organizzazione di qualcosa di diverso, magari più di destra. Si era presentato senza preavviso alle Cucine popolari della Caritas per verificare se le sue suore distribuissero da magiare anche ai migranti clandestini, cosa da non fare a suo giudizio: solo a italiani. La tensione è cresciuta: molti cittadini hanno protestato contro il bivacco che si crea attorno alle Cucine popolari. Bivacco, sporcizia e spaccio di stupefacenti, dicono quei padovani che si sono costituiti in comitato e chiedono che la struttura venga spostata in periferia.

E hanno il sostegno esplicito del sindaco con la pistola. E, appunto, veniamo al perché Bitonci ha preso il porto d’armi. Spiega: «Come sindaco, per le cose che faccio e che dico, sono esposto a rischi. E una persona esposta a rischi ha il diritto di chiedere il porto d’armi per difendersi. L’ok l’ha dato il prefetto». Il primo cittadino di Padova ricorda le minacce di morte ricevute, la busta con i proiettili dopo la fusione della municipalizzata dei trasporti Aps con Busitalia Veneto. Due mesi fa all’Arcella (quartiere multietnico di Padova) un magrebino ubriaco in bicicletta gli urlò «Bitonci, noi del Califfato te la faremo pagare!». Non vuole la scorta per non pesare economicamente sui cittadini e per lasciare i poliziotti in strada.

Vive a Cittadella e va in auto a Padova e si porta dietro la pistola. «Come molti abitanti della zona - osserva Bitonci - . Sono tante le persone che conosco che tengono l’arma in casa, soprattutto quelle che abitano in campagna. Tornano dal lavoro e la tirano fuori dalla cassaforte. Di notte la tengono pronta in camera». Autodifesa, legittima. La scorsa settima Bitonci si è presentato al sit-in a Correzzola per Franco Birolo, il tabaccaio condannato a due anni e otto mesi per avere ucciso un moldavo che stava rubando nel suo negozio. E ha detto che se uno viene a casa sua con cattive intenzioni entra in piedi e può uscirne disteso.

«Ho detto quello che pensa, credo, la maggior parte dei cittadini». Secondo il sindaco la legge sulla legittima difesa va modificata perché chi delinquere deve sapere che rischia. Non si tratta di liberalizzare i permessi del porto d’armi e chi lo attiene deve addestrarsi. Cosa che fanno in molti al poligono di Padova. «La gente ha paura ed è giusto che si difenda».