venerdì 5 febbraio 2016

L’ex deputato condannato riottiene il vitalizio con gli arretrati

Corriere della sera

Il tribunale di sorveglianza riabilita Pellizzari, che lasciò il Parlamento a 48 anni: dalla Camera gli restituiscono 5.400 euro al mese, per un totale di oltre 30.000

La prima cavia a sperimentare la benevolenza sulle regole introdotte l’anno scorso dal Parlamento che prevedono la revoca del vitalizio ai condannati in via definitiva a pene superiori a due anni si chiama Gianmario Pellizzari.
Nel 1996 una condanna a otto anni
Già democristiano di lungo corso, ex presidente della Coldiretti veneta, era fra i dieci colpiti nello scorso mese di luglio dalle nuove disposizioni. Nel 1996 gli era stata inflitta una condanna a otto anni per bancarotta fraudolenta: i giudici l’avevano ritenuto responsabile, assieme ad altri, del fallimento di una società farmaceutica della quale era stato presidente e che era stata coinvolta nello scandalo degli estrogeni con cui veniva gonfiata la carne bovina. Motivo per cui la tagliola si era abbattuta sull’assegno: che a quanto pare incassava già da molti anni. Le norme in vigore quando ha lasciato il Parlamento, quasi un quarto di secolo fa, consentivano infatti ai parlamentari con quattro legislature alle spalle come lui di percepire il vitalizio indipendentemente dall’età. E all’epoca Pellizzari aveva 48 anni.
Una penitenza di soli sei mesi
La penitenza però è durata assai meno: sei mesi appena. Un mese dopo la sospensione del vitalizio Pellizzari si è rivolto al tribunale di sorveglianza per avere la riabilitazione. Che gli è stata riconosciuta senza alcuna difficoltà. Così ieri l’ufficio di presidenza della Camera ne ha preso atto e ha prontamente restituito all’ex deputato della Dc il suo assegno da 5.481 euro e 15 centesimi al mese. E ora, secondo le norme regolamentari in vigore dal maggio 2015, gli verranno accreditati anche gli arretrati: a conti fatti, oltre 30 mila euro. Unico a votare contro, l’esponente del Movimento 5 Stelle Riccardo Fraccaro.
I grillini si opposero alla restituzione del vitalizio
Una evidente questione di coerenza: i grillini si erano schierati apertamente contro la decisione di concedere ai parlamentari colpiti dalla revoca del vitalizio la possibilità di rientrare in possesso dell’assegno, nonché degli arretrati relativi ai mesi di sospensione, avendo ottenuto la riabilitazione. Misura prevista dall’ordinamento giudiziario, che ha effetti civili ma non cancella affatto la condanna.
La riabilitazione: frutto di lunghe mediazioni politiche
La scappatoia della riabilitazione, che raramente viene negata dai tribunali, era stata l’esito di lunghe mediazioni politiche. Ma aveva fatto molto discutere chi riteneva (e non solo nel Movimento 5 Stelle) che questa scelta avrebbe finito per vanificare gli effetti di una decisione alla quale si era comunque arrivati, dopo enorme fatica, con almeno vent’anni di ritardo. Eccola ora testata sul campo.

4 febbraio 2016 (modifica il 5 febbraio 2016 | 10:08)

Da che parte va il bus? L'indovinello mette ​in crisi gli adulti, ma non i bambini...

Il Mattino
di Simone Pierini

In quale direzione si muove il bus nel disegno? È il rompicapo che ha messo in crisi chiunque se lo fosse trovato di fronte. E, incredibilmente, i bambini hanno avuto meno difficoltà rispetto agli adulti.



L'indovinello è stato fatto circolare sul web dal National Geographic e in pochissimo tempo è diventato virale. Il bus disegnato è a New York. La domanda è: va a destra o a sinistra? In tanti hanno risposto in modo casuale, in particolare gli adulti che non sono riusciti a giustificare la risposta. I bambini invece si sono rivelati molto più attenti e astuti.

La risposta è "il bus va verso sinistra". Il motivo? Non si vede la portiera d'ingresso che solitamente è posta nel lato destro del mezzo, lì dove salgono i passeggeri. E i bimbi, soprattutto i più piccoli, hanno subito notato questo dettaglio. Per loro si è rivelato più semplice rispetto agli adulti perché più abituati a utilizzare i mezzi pubblici, alcuni di loro prendono il bus tutti i giorni per andare a scuola. E gli adulti ne sono usciti sconfitti senza attenuanti.

Giovedì 4 Febbraio 2016, 19:06

Assange, Londra e la Svezia respingono arbitrato Onu: "Nessuna detenzione illegittima"

repubblica.it

I due paesi negano la tesi del gruppo di lavoro delle Nazioni Unite: "E' libero di lasciare l'ambasciata in qualsiasi momento"

LONDRA - La Gran Bretagna e la Svezia hanno respinto l'arbitrato Onu che ha confermato oggi di ritenere "illegittima" la detenzione del fondatore di Wikileaks Julian Assange, che si è rifugiato da oltre tre anni presso l'ambasciata dell'Ecuador a Londra per sfuggire all'arresto. "Questo non cambia niente", ha detto il governo di Londra in un comunicato. "Noi - ha continuato - respingiamo ogni accusa secondo la quale Julian Assange sarebbe vittima di una detenzione arbitraria. La Gran Bretagna ha già chiarito all'Onu che contesterà formalmente l'opinione del gruppo di lavoro".

Stoccolma, da parte sua, afferma che l'australiano abbia scelto volontariamente di stare nella sede diplomatica, dove si è rifugiato dal 2012 e da cui non è più uscito. "Le autorità svedesi non hanno controllo sulla sua decisione di restare lì. Il signor Assange è libero di lasciare l'ambasciata in qualsiasi momento", ha risposto all'Onu il governo svedese. Assange è ricercato in base a un mandato di cattura emesso dalla Svezia per reati sessuali. Il fondatore di Wikileaks si protesta innocente e sostiene di essere perseguitato per le rivelazioni di segreti diplomatici e militari fatte dal suo sito.

Nel pomeriggio è attesa una conferenza stampa di Assange che argomenterà a favore del giudizio Onu e pretenderà la restituzione del passaporto e di poter lasciare la legazione ecuadoregna e il Regno Unito. Ciò malgrado la Svezia ne abbia ottenuto l'estradizione per un duplice caso di stupro, di cui uno caduto in prescrizione. Il gruppo di lavoro dell'Onu sugli arresti arbitrari ha sancito che la sua "detenzione è illegale". Un parere formalmente irrilevante per la giustizia britannica e svedese ma utile alla causa mediatica di Assange, che ieri aveva dichiarato che, in caso di verdetto sfavorevole, avrebbe abbandonato la legazione diplomatica lo stesso giorno.

Nel suo account di Twitter, Assange aveva spiegato che è disposto ad "accettare l'arresto della polizia britannica", se non ci sono aspettative serie di un nuovo appello nei tribunali. Ma in caso contrario, afferma il fondatore di Wikileaks, se si stabilisce che questi Paesi hanno agito in modo illegale, "spero che mi venga restituito immediatamente il mio passaporto e che cessino i tentativi di arrestarmi".

Ma Scotland Yard ha ribadito che se dovesse lasciare l'edifico dell'ambasciata, sara "obbligata ad arrestarlo" perchè è Assange ad essersi sottratto all'arresto legale, su mandato di cattura svedese, per una duplice accusa di stupro, di cui una caduta in prescrizione. Lo scorso 19 giugno Assange ha girato la boa dei tre anni rifugiato nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra. Il giornalista australiano chiese protezione dopo che il lungo processo nel Regno Unito si era concluso con la decisione di consegnarlo alla Svezia. Assange vuole evitare l'estradizione in Svezia, perchè teme di essere consegnato alla giustizia americana: in Usa rischia un processo per aver violato segreti sulla sicurezza del Paese, pubblicando materiale riservato su Wikileaks.

I biscotti con le stimmate di Padre Pio, una bufala a metà

La Stampa
elena masuelli

Virale l’immagine dei dolci che ha fatto indignare i fedeli del santo di Pietrelcina, ma la ricetta è vecchia di sei anni



Gli stampini a forma di manina si trovano in vendita anche on line, per l’impasto bastano 340 grammi di burro, 400 di zucchero, 4 uova estratto di vaniglia, succo di limone, marmellata di lampone, gel colorato e un pizzico di sale, che nelle ricette non manca mai. Una passata in forno e i biscotti sono fatti. Peccato che la ricetta che sul web sta indignando o divertendo, a seconda dei punti di vista, non sia quella dei biscotti dedicati alle mani di Padre Pio segnate dalle stimmati, ma sia stata postata sul suo Blog di cucina da una giovane inglese che si firma Girl Foodie nel 2010, come proposta pasquale.

A rendere virale l’immagine, la sua diffusione nel giorno in cui a Roma è arrivata la salma del Santo di Pietrelcina e che Selvaggia Lucarelli, forte dei suoi quasi 800mila contatti l’abbia postata su Facebook. Apriti cielo. Fino alle prime indagini on line che hanno svelato l’origine del singolare dolcetto, senza riuscire però a fermarne le condivisioni.  A dire la verità qualche ragione di stupore ci sarebbe: la giovane pasticcera inglese confessa infatti che l’idea per i biscotti deriva proprio dalla sua formazione scolastica in istituti cattolici, la marmellata in centro al palmo non è casuale. Non quelle di Padre Pio, ma comunque stimmate. 

La storia non detta dell’11 settembre

Daniele Bellocchio

Ogni gesto epocale, anche un orrifico attentato, ha sempre origine da un’ispirazione pregressa.

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E questo discorso trova oggi la sua conferma anche per quel che riguarda l’attacco qaedista dell’11 settembre contro le Torri Gemelle. Il quotidiano The Indipendent ha infatti riportato poche ore fa il contenuto di un articolo comparso questa settimana sul settimanale ”al-Masra”, del gruppo Ansar al-Sharia, dove vengono svelati i retroscena degli attacchi del 2001 che hanno provocato la morte di quasi 3000 persone. Il particolare che il pezzo d’informazione jihadista rivela, è il ”che cosa” abbia ispirato Bin Laden nel pianificare l’attacco. La risposta al quesito è immediata e va ricercata in una sciagura aerea avvenuta nel 1999.

Un volo dell’ EgyptAir che stava facendo rotta da Los Angeles verso il Cairo precipitò in mare. I morti, quasi tutti di nazionalità statunitense furono 217 e le dinamiche dell’incidente rimangono ancor’oggi incerte. Stando alle fonti egiziane si trattò di un guasto meccanico, per gli statunitensi la responsabilità era da ricercarsi invee nel copilota, Gameel Al-Batouti che avrebbe volontariamente fatto precipitare l’aereo gridando durante la caduta: ” Tawkal ala Alla” ovvero ”io pongo la mia fede in Dio”.

Ma nel ’99 ,mentre l’opinione pubblica internazionale si interrogava quindi sull’accaduto e su un eventuale possibile azione di fanatismo islamico, il leader di Al Qaeda poneva invece la sua attenzione sull’incidente, sul numero dei morti e sullo strumento militare che avrebbe potuto fare degli aerei civili.  L’articolo del magazine salafita svela che la domanda che rivolse Bin Laden ai suoi uomini dopo l’accaduto fu ” Perchè non fare schiantare un aereo contro un edificio?” . Mentre l’idea di dirottare degli aerei e indirizzarli contro gli Usa fu però di Khalid Sheik Mohammed, il principale architetto dell’attacco dell’11 settembre.

Dall’incidente aereo del 31 ottobre 1999 vennero quindi gettate le basi per l’azione contro le Twin Towers. Inizialmente il piano prevedeva l’utilizzo di 12 velivoli, poi si tramutò in quello che la storia recente ci ha consegnato come l’incubo del World Trade Center e l’inizio di una nuova era scandita da guerre, esplosioni e invocazioni di eresia elevate a fede.

Scandalo degli affitti a Roma, sede del Pd morosa per 170 mila euro L’ex Msi ha il canone di 70 anni fa

Corriere della sera

di Ernesto Menicucci

Dal Colosseo alla Magliana, gli uffici dei partiti. Nell’elenco pure lo stabile della onlus dell’ex sindaco Marino

(Foto Jpeg)

Che il Campidoglio non sia un bravo «padrone di casa» ormai è un dato acclarato. Ma una cosa, almeno, la si può dire: le sue «omissioni», sconti o favori, abbracciano sia centrodestra che centrosinistra. Da una parte c’è la storica sezione del fu Msi di Colle Oppio, una delle «culle» della destra romana, a ridosso del Colosseo. La sede esiste dal 1947 e anche i canoni di locazione sono rimasti a 70 anni fa: 154,92 euro. Ma non al mese, bensì all’anno. Oggi, quella sezione, è frequentata dai giovani vicini a Fratelli d’Italia e lì hanno mosso i primi passi alcuni esponenti del partito di Giorgia Meloni, come il deputato (e capogruppo) Fabio Rampelli.
La sede «rossa»
Sull’altro versante dello schieramento, però, le cose non cambiano di molto. La più «rossa», e famosa, sezione del Pci, poi Pds, poi Ds e infine Pd, è quella di via dei Giubbonari, alle spalle di Campo de’ Fiori, una piccola Stalingrado nel centro di Roma, dove si è iscritto — tra i mille che sono passati, da Achille Occhetto a Sandro Curzi — anche l’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano e dove una volta comparve a sorpresa persino Silvio Berlusconi. La sede del Pd è, anche questa, in un immobile di proprietà del Comune e qui — almeno qui — il problema non è il canone d’affitto stracciato: per stare lì, infatti, i dem dovrebbero pagare (dati ufficiali alla mano) 14.910,48 euro l’anno. Tutto bene, se non ci fosse un conto arretrato da far spavento: il Pd, infatti, è da tempo «moroso» e deve al Campidoglio la bellezza di 170 mila euro. Nel 1946 l’affitto era simbolico, di sole 320 lire mensili, poi rivalutate a 12 mila lire nel 1986. Con l’avvento della giunta di centrodestra guidata da Gianni Alemanno, il canone «schizzò» a 1.200 euro mensili, il prezzo attuale. Solo che, a quel punto, furono gli stessi «compagni» della sezione a riabbassarsi (in piena autonomia) l’affitto a 102 euro al mese.
Sfratto esecutivo
Un pasticcio, proseguito sotto la giunta Marino, che decise di «stralciare» il palazzo di via dei Giubbonari dall’operazione di vendita del patrimonio immobiliare. Così, di lite in lite, un contenzioso dopo l’altro, polemica su polemica, si arriva ai giorni nostri. L’amministrazione Tronca, vista la pesante morosità arretrata, invia la lettera di sfratto esecutivo: la missiva arriva il 24 dicembre, come un bel regalo di Natale. E questo nonostante il commissario del Pd Matteo Orfini, fin dal suo insediamento alla guida del partito romano, si era offerto di saldare tutti i debiti.
La sede «rossa»
Sull’altro versante dello schieramento, però, le cose non cambiano di molto. La più «rossa», e famosa, sezione del Pci, poi Pds, poi Ds e infine Pd, è quella di via dei Giubbonari, alle spalle di Campo de’ Fiori, una piccola Stalingrado nel centro di Roma, dove si è iscritto — tra i mille che sono passati, da Achille Occhetto a Sandro Curzi — anche l’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano e dove una volta comparve a sorpresa persino Silvio Berlusconi. La sede del Pd è, anche questa, in un immobile di proprietà del Comune e qui — almeno qui — il problema non è il canone d’affitto stracciato: per stare lì, infatti, i dem dovrebbero pagare (dati ufficiali alla mano) 14.910,48 euro l’anno. Tutto bene, se non ci fosse un conto arretrato da far spavento: il Pd, infatti, è da tempo «moroso» e deve al Campidoglio la bellezza di 170 mila euro. Nel 1946 l’affitto era simbolico, di sole 320 lire mensili, poi rivalutate a 12 mila lire nel 1986. Con l’avvento della giunta di centrodestra guidata da Gianni Alemanno, il canone «schizzò» a 1.200 euro mensili, il prezzo attuale. Solo che, a quel punto, furono gli stessi «compagni» della sezione a riabbassarsi (in piena autonomia) l’affitto a 102 euro al mese.
Sfratto esecutivo
Un pasticcio, proseguito sotto la giunta Marino, che decise di «stralciare» il palazzo di via dei Giubbonari dall’operazione di vendita del patrimonio immobiliare. Così, di lite in lite, un contenzioso dopo l’altro, polemica su polemica, si arriva ai giorni nostri. L’amministrazione Tronca, vista la pesante morosità arretrata, invia la lettera di sfratto esecutivo: la missiva arriva il 24 dicembre, come un bel regalo di Natale. E questo nonostante il commissario del Pd Matteo Orfini, fin dal suo insediamento alla guida del partito romano, si era offerto di saldare tutti i debiti.
La onlus di Ignazio Marino
Non è l’unica sede del Pd, però, in queste condizioni. Una è alla Magliana, un’altra ancora in estrema periferia est, a Villa Gordiani: anche qui, la morosità è schizzata alle stelle. Ma verifiche sono in corso anche su alcuni circoli, sia del Pd che di Sel, «ospitati» dentro sedi di associazioni, specie all’Esquilino. Caso a parte, poi, la onlus «Imagine» a via dei Volsci, San Lorenzo, due passi dall’Università «La Sapienza». È la onlus di Ignazio Marino, che occupa ancora uno stabile comunale dove pagava 239,76 euro al mese. Un’organizzazione che ha già creato diversi grattacapi all’ex sindaco (è indagato per truffa ai danni dello Stato per una vicenda legata ai collaboratori di Imagine) e che non avrebbe più i titoli per stare in quello stabile. La concessione è scaduta, ma nessuno li ha mai cacciati.

4 febbraio 2016 | 07:07

Affittopoli, ecco l’elenco delle case del Campidoglio: 600 i casi sospetti

Corriere della sera

di Erica Dellapasqua

Il documento della ex società di gestione su cui sta lavorando lo staff del commissario Tronca che ha lanciato un censimento che coinvolgerà anche tutti i municipi: canoni stracciati e irregolarità



Contiene più di seicento casi ma potrebbe non essere ancora completa la lista degli «affitti scandalosi» (GUARDA) su cui sta lavorando il commissario Francesco Paolo Tronca. Questo elenco è un primo censimento che annota indirizzi, canoni di locazione e situazione contrattuale elaborato dall’ex gestore del patrimonio comunale Romeo Gestioni. L’intento di Tronca è di approfondire le singole posizioni e arrivare ad un nuovo quadro aggiornato della situazione. «Io e il mio staff quando siamo arrivati — ha ribadito Tronca facendo intuire che le brutte sorprese non sono finite — siamo rimasti stupiti dal fatto che non ci fosse un censimento completo, francamente è un’anomalia per un’amministrazione e qualche dubbio te lo fa anche nascere».
Canoni stracciati e irregolarità
Appartamenti a Borgo Pio affittati a 8 euro, in via dei Chiaramonti nel cuore della riserva naturale Valle dei Casali il canone è di 0,60 centesimi, fino a via del Colosseo, 70 euro al mese con vista Fori. L’elenco su cui sta lavorando il Campidoglio contiene più di 600 casi, canoni stracciati e irregolarità: «Meno del 20% di chi ha in affitto un immobile del comune di Roma nel I municipio, quello del centro storico, ha un regolare contratto», ha continuato Tronca.
Tra abusivi totali e indennità varie
È sufficiente sfogliare gli elenchi per accorgersi del problema. Oltre agli abusivi totali, infatti, c’è chi paga non un canone di affitto bensì un’indennità di occupazione, una sorta di «contributo riparatorio» negli anni richiesto dal Comune di Roma — tramite l’ex concessionario incaricato della riscossione Romeo Gestioni — nei casi in cui il contratto non era stato perfezionato. Scaduto e mai rinnovato da decenni, oppure intestato ad altri. Il caos.
Fare ordine
Già l’ex sindaco Ignazio Marino, col suo assessore al Patrimonio Alessandra Cattoi, aveva promesso «ordine», predisponendo anche un piano di alienazioni del patrimonio comunale e contestualmente un aggiornamento dei canoni di locazione. Il problema è che i «nuovi» bollettini, con gli importi aumentati, si sono fatti attendere.
Continue sanatorie
Il gestore del patrimonio comunale è cambiato, prima Romeo Gestioni oggi Prelios, e per qualcuno la «sanatoria» continua: Benito Scarpetti, 80 anni, residente nella centralissima via del Colosseo 66 giura che «io 74 euro pagavo e 74 euro continuo a pagare, nessuno del Comune mi ha mai scritto». Il danno, evidentemente, è enorme: «Una volta terminato questo lavoro su tutto il patrimonio del Comune forse arriveremo a una perdita di 100 milioni l’anno per le casse del Campidoglio — conferma Tronca — dobbiamo fare in fretta, abbiamo deciso di cominciare con una squadra che si è raddoppiata e ora probabilmente si triplicherà, perché dobbiamo individuare questi immobili». Lo scandalo, quindi, potrebbe essere destinato ad allargarsi.

3 febbraio 2016 | 11:33

Australia, in vendita mappamondo senza Israele: scoppia la protesta

repubblica.it

Australia, in vendita mappamondo senza Israele: scoppia la protesta

Sui piccoli mappamondi in vendita Israele è stato sostituito da un simbolo. E il nome che identifica il territorio è Palestina. E' successo in Australia, dove il colosso di abbigliamento casual e articoli di cancelleria Cotton On/Typo, ha scatenato le proteste della comunità ebraica. Gli articoli sono stati ritirati dalla vendita nei 60 negozi Typo in Australia e online, pur restando per alcuni giorni in vetrina. Il presidente della B'nai B'rith Anti-Defamation League, Dvir Abramovich, ha detto al quotidiano The Australian che quando un cliente aveva reclamato, la risposta è stata che i mappamondi "erano considerati accurati a fini commerciali - e continua -

Australia, in vendita mappamondo senza Israele: scoppia la protesta

Hanno risposto con il ridicolo argomento che non avevano abbastanza spazio per mettere la parola Israele ma avevano abbastanza spazio per mettere 'Palestina', che è un paese non esistente". Una portavoce di Cotton On ha dichiarato che Israele non era stato escluso dalla mappa, ma per ragioni di scala era stato sostituito da un simbolo, con alcuni altri paesi, e una legenda dei simboli era inclusa nel globo. "Dopo aver ricevuto commenti dai clienti riguardanti la rappresentazione di alcuni paesi nel nostro mappamondo Typo, è stato deciso di ritirare il prodotto dalla vendita e di fermarne la produzione. Typo si scusa per ogni offesa causata dal prodotto e ribadisce di non seguire alcuna agenda politica", ha aggiunto 04 febbraio 2016

Michelangelo aveva l’artrosi alle mani, i suoi capolavori conclusi vincendo il dolore

La Stampa
fabio di todaro

Studio italiano in collaborazione con le università australiane. Esclusa l’ipotesi che soffrisse di gotta. Il tratto delle sue ultime opere conferma la malattia degenerativa



Secondo alcuni avrebbe lavorato alacremente fino a sei giorni prima di morire, nel 1564. Michelangelo Buonarroti, autore di opere note in tutto il mondo, dalla Pietà alla Cupola di San Pietro, fino al ciclo di affreschi presenti nella Cappella Sistina, soffriva di artrosi . Ma a salvarlo dalle conseguenze della malattia sarebbe stata proprio la volontà di portare a termine i propri capolavori. L’artista aretino rimase con lo scalpello in mano fino a poche ore prima del suo decesso, avvenuto a 89 anni. Segno che il genio e la creatività riuscirono ad andare oltre le conseguenze della più comune malattia dell’apparato muscolo-scheletrico.

LE DEFORMITÀ FINORA ERANO ATTRIBUITE ALLA GOTTA
È quanto si evince da uno studio italiano coordinato dalla casa di cura Villa Salaria di Roma (a cui hanno partecipato anche l’Università di Firenze e gli atenei australiani di Sidney e Armidale) e pubblicato sul «Journal of the Royal Society of Medicine».

Dopo aver analizzato tre ritratti di Michelangelo, dipinti tra i 60 e i 65 anni di età dell’artista, i ricercatori sono giunti alla conclusione che le articolazioni della mano sinistra del Buonarroti erano quasi certamente state colpite dall’artrosi, una malattia degenerativa (non a carattere infiammatorio) che in Italia riguarda quattro milioni di persone: più donne che uomini, con una prevalenza più alta tra le persone in sovrappeso o obese. L’artrosi avrebbe colpito l’artista a partire dalla fine della settima decade di vita, dal momento che immagini relative al periodo precedente non lasciano intravedere i segni della malattia.

La novità, però, sta nell’aver identificato la malattia in questione. Se prima, come ricorda Davide Lazzeri, specialista in chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica a Villa Salaria e prima firma della pubblicazione, «le deformità erano sempre state attribuite alla gotta, adesso sappiamo che questa ipotesi può essere abbandonata. Non sono stati riscontrati segni di infiammazione nelle mani dell’artista e nessuna evidenza di tofi», piccole escrescenze della pelle tipiche di chi soffre di quella che in passato era nota come la malattia dei Re.

AD AIUTARLO È STATO IL LAVORO
Leggendo i carteggi scritti dallo stesso Michelangelo, i suoi sintomi alla mano apparvero in età abbastanza avanzata. Già in una lettera inviata al nipote nel 1552, l’artista affermava che «la scrittura gli comporta un grande disagio». Ciò nonostante è riuscito a creare un capolavoro dopo l’altro, pur perdendo la capacità di scrittura (le ultime sue lettere erano da lui soltanto firmate). «La diagnosi di artrosi offre una spiegazione plausibile per la perdita di destrezza che Michelangelo ha manifestato in tarda età - prosegue l’esperto - e fa risaltare il suo trionfo sull’infermità, dal momento che l’artista ha continuato a lavorare fino alla fine dei suoi giorni». Proprio il lavoro continuo e intenso, in realtà, potrebbe averlo aiutato a mantenere l’uso delle mani il più a lungo possibile.

ARTROSI: COME SI MANIFESTA?
Dolore e limitazione funzionale sono le manifestazioni cliniche più comuni dell’artrosi, contro cui al momento non esiste un farmaco risolutore. Da qui il carattere cronico della malattia, il cui dolore - a differenza di quanto accade nell’artrite reumatoide - si riduce o scompare con il riposo e risulta associato a una rigidità mattutina delle articolazioni coinvolte che di solito dura pochi minuti e si risolve con la mobilizzazione.

Twitter @fabioditodaro

Il tramonto dei numeri di telefono per comunicare non si parla, si scrive

La Stampa
francesco zaffarano

Lo ha previsto Zuckerberg, proprio nei giorni in cui Whatsapp raggiunge il miliardo di utenti



Ci siamo abituati a cambiare telefono come cambiamo i vestiti. Escono modelli a un ritmo così sostenuto da rendere difficile capire cosa cambia davvero tra un modello e l’altro. Lo dimostra l’ultima campagna per l’iPhone 6s di Apple, che è partita da un dato incontestabile: all’apparenza il nuovo smartphone è esattamente identico al precedente e quindi, per convincerci a comprare l’ultimo arrivato, bisogna dire che è cambiato tutto, anche se non ce ne accorgiamo a colpo d’occhio. 
La previsione

Quella che, però, in questi anni non è mai cambiata è l’essenza stessa del telefono: il suo numero. Prima era quello del fisso, che avevamo in casa; poi quello della sim, che con la portabilità ci ha permesso di mantenerlo anche nei continui passaggi da un operatore all’altro alla ricerca dell’offerta migliore. Ma il punto è che per chiamare qualcuno non esiste un modo che non sia digitare una stringa di cifre su una tastiera. Non esattamente un modo semplice, anche se l’abitudine rende tutto scontato. Eppure c’è chi scommetterebbe che anche questo residuo del secolo scorso non avrà lunga vita.

A dirlo non è l’ultimo degli sprovveduti, ma Mark Zuckerberg. A inizio anno il fondatore di Facebook, il social network più popolato del mondo, ha detto che non sa per quanto tempo ancora i telefoni e i loro numeri saranno in circolazione. Detto da chi deve buona parte della sua fortuna al tempo che passiamo incollati allo smartphone, sembra più un delirio che una previsione, ma quello che intende Mr Facebook è che a cambiare, sarà il modo in cui intendiamo le telefonate. Gli dà ragione il Pew Research Center, che ha scoperto che solo il 19% dei teenager telefona tutti i giorni, contro il 55% che preferisce chattare.

Il record di Whatsapp
Nei giorni scorsi ha fatto il giro del mondo la notizia che Whatsapp, l’app di messaggistica istantanea che ha soppiantato gli sms, ha raggiunto la quota impressionante di 1 miliardo di utenti attivi al mese. Un settimo della popolazione mondiale. Per commentare questo dato, il World Economic Forum ha pubblicato un articolo che analizza le ultime tendenze che riguardano l’utilizzo di questo genere di applicazioni, ponendosi una semplice domanda: è arrivata l’ultima ora dei numeri di telefono? A sostegno di questa tesi, la fondazione prende a esempio l’esplosione che Whatsapp ha avuto soprattutto nei mercati emergenti: in America Latina il 66% delle persone che hanno accesso a internet ha usato l’app nell’ultimo mese.

E risultati analoghi o comunque positivi si registrano in Medio Oriente e Africa (63%) e nei Paesi asiatici che si affacciano sul Pacifico (35%). Per sottolineare che non stiamo parlando di una moda tutta occidentale. Ma Whatsapp da solo può scardinare un’abitudine vecchia un secolo? No, ma Whatsapp non è solo. Ci sono app simili che si moltiplicano, e c’è un intero sistema di comunicazioni alternative che hanno reso obsolete le telefonate. Non è un mistero, basta rivolgersi a qualsiasi operatore: nelle offerte la differenza la fa il traffico dati, non i minuti o gli sms. Un osservatore potrebbe obiettare facilmente:

«Per usare Whatsapp mi serve un numero di telefono!». Il punto è che Whatsapp, come già detto, non è solo: nel 2014 è stata acquistata da Facebook, che sulla sua app Messenger (un altro sistema di messaggistica online) ha 800 milioni di utenti attivi. Qui il numero di telefono non serve e, si può scrivere ma anche mandare video, foto, soldi e anche la nostra posizione. Tutto senza digitare stringhe di numeri e prefissi. Basta essere amici, cliccare su un nome. Non solo: se qualcuno ci tormenta, ci vuole un secondo per impedirgli di contattarci. E allora quanto ci metteremo a dire addio ai numeri di telefono, visto che siamo già sulle pagine bianche più grandi del mondo? 


Nasce da un’idea italiana la Sim per chattare con WhatsApp senza limiti
La Stampa     21/01/2015



Ormai sono moltissimi gli utenti di WhatsApp che usano l’applicazione anche quando sono in viaggio, ma per poter chattare liberamente serve una connessione dati in roaming, di solito costosa, mentre il Wi-fi non è ovunque e spesso non è gratuito. Dall’idea dell’imprenditore italiano Manuel Zanella, fondatore e Ceo di Zeromobile e inventore di i’m Watch, nasce WhatSim, la prima WhatsApp Sim in grado di far chattare gratis e senza limiti con WhatsApp gli ormai 700 milioni di utenti attivi al mese del sistema di messaggistica più diffuso al mondo.

La WhatSim si connette a più di 400 operatori in circa 150 Paesi in ogni angolo del pianeta e resta collegata all’operatore con migliore copertura e segnale in quel punto. Se si cambia posizione, cerca automaticamente un nuovo operatore, senza che l’utente se ne accorga.

Grazie alla sua connessione dati worldwide, è così possibile chattare ovunque con WhatsApp o abilitare anche foto, video, messaggi vocali, condivisione della posizione e dei contatti (che però vengono notificati gratis anche in assenza di ricarica), acquistando un pacchetto di crediti con una ricarica minima di 5. La WhatSim è acquistabile on-line e sarà distribuita anche attraverso una rete di distributori locali in oltre 100 Paesi. Costa 10 euro per un anno, non ha costi fissi e non scade. 

Assange: «Pronto a costituirmi se l’Onu respingerà il mio ricorso»

Corriere della sera

di Monica Ricci Sargentini

Il leader di Wikileaks, chiuso nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, aspetta la decisione del gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla sua detenzione



«Accetterò di essere arrestato domani dalle autorità britanniche se l’Onu si esprimerà contro di me». Il tweet è di Julian Assange, il 44enne australiano fondatore di Wikileaks che dal giugno 2012 è rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra.
L’arresto
Assange fu arrestato nel 2010 a Londra sulla base di un mandato d’arresto svedese per un’accusa di stupro poco dopo che Wikileaks aveva diffuso decine di migliaia di documenti americani top secret. L’australiano, che si è sempre detto innocente, temeva che, una volta estradato in Svezia, sarebbe stato poi consegnato agli Stati Uniti. Quando le autorità britanniche hanno dato il via all’estradizione, Assange, che era in libertà su cauzione, si è rifugiato nell’ambasciata di Quito.
Il ricorso
Venerdì 5 febbraio un gruppo di lavoro dell’Onu sulle detenzioni arbitrarie (Working Group on Arbitrarian detentions) dovrà stabilire se i tre anni passati da Assange nella ambasciata dell’Ecuador a Londra possano essere considerati alla stregua di una detenzione illegale ma la decisione non è vincolante né per le Svezia né per la Gran Bretagna.
La promessa
«Se l’Onu dovesse annunciare che ho perso il mio caso contro Gran Bretagna e Svezia, uscirò dall’ambasciata a mezzogiorno di venerdì per accettare l’arresto da parte della Polizia britannica in quanto non ci sarebbe più una prospettiva di appello. Se tuttavia dovessi avere la meglio, mi aspetto l’immediata restituzione del mio passaporto e la fine di ulteriori tentativi di arrestarmi”, si legge nella dichiarazione di Assange.

4 febbraio 2016 (modifica il 4 febbraio 2016 | 07:46)


L’Onu dà ragione ad Assange«La detenzione è illegale»
Corriere della sera
di Monica Ricci Sargentini

Il leader di Wikileaks, chiuso nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra,si era detto pronto a consegnarsi alle autorità britanniche se il ricorso fosse stato respinto

L’Onu dà ragione a Julian Assange, il 44enne australiano fondatore di Wikileaks che dal giugno 2012 è rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra. Secondo indiscrezioni riferite dalla Bbc il gruppo di lavoro sulle detenzioni arbitrarie, ha stabilito che i tre anni passati da Assange nella ambasciata dell’Ecuador a Londra sono da considerare alla stregua di una detenzione illegale. La decisione ufficiale sarà annunciata venerdì ma non sarà vincolante né per le Svezia né per la Gran Bretagna.
L’annuncio
Giovedì mattina l’australiano, con un tweet, aveva annunciato l’intenzione di costituirsi se l’Onu avesse rigettato il suo ricorso: «Accetterò di essere arrestato domani dalle autorità britanniche se l’Onu si esprimerà contro di me». «Se tuttavia dovessi avere la meglio - aveva aggiunto Assange — mi aspetto l’immediata restituzione del mio passaporto e la fine di ulteriori tentativi di arrestarmi»
L’arresto
Assange fu arrestato nel 2010 a Londra sulla base di un mandato d’arresto svedese per un’accusa di stupro poco dopo che Wikileaks aveva diffuso decine di migliaia di documenti americani top secret. L’australiano, che si è sempre detto innocente, temeva che, una volta estradato in Svezia, sarebbe stato poi consegnato agli Stati Uniti. Quando le autorità britanniche hanno dato il via all’estradizione, Assange, che era in libertà su cauzione, si è rifugiato nell’ambasciata di Quito. Da allora vive arroccato nell’ex bagno femminile al piano terra trasformato in mini appartamento: a sua disposizione un laptop, un tapis roulant, una lampada Uva per la vitamina D.

4 febbraio 2016 (modifica il 4 febbraio 2016 | 10:50)

Tante scuse

La Stampa
massimo gramellini

L’esimio vicepresidente del Senato della Repubblica Italiana, insomma Gasparri, insulta in televisione i portatori di handicap e davanti alle prevedibili reazioni gasparrofobiche di una parte ostinatamente sensibile della popolazione reagisce piccato: «Ho chiesto scusa su Twitter, che vadano in Rete!». Secondo la versione un tantino forzata di Gasparri, non soltanto il mondo deve sostenere il peso delle sue incursioni quotidiane nei territori del cattivo gusto, ma anche correre immediatamente su Internet per cercarvi e apprezzare le sue scuse, che ormai partono in automatico come il dito medio degli allenatori al primo buu della curva. Perché Gasparri è Gasparri, ma non è il solo. Anzi, se oggi esiste un’immagine che riflette l’anima profondamente cattolica del nostro Paese è quella di un immenso scusificio, dove si sbaglia e ci si scusa quasi in contemporanea e con assoluta nonchalance, pur di potere tornare a peccare al più presto in santa pace.

Ho detto Handicappato Day, ma mi scuso. Ho detto che coi tovaglioli dell’Ikea mi ci pulirò il sedere e glieli rimanderò indietro (sempre Gasparri), ma mi sono già scusato, mi sto scusando, a breve mi scuserò. Ho dato del finocchio al mio rivale, comunque gli ho chiesto scusa. Ho ammazzato mia moglie, lo so, scusate, ho fatto una cavolata. Ho tirato dell’acido in faccia a una persona però mi dispiace tantissimo, proprio tanto: adesso posso andare? Ho preso sotto un ciclista e non mi sono fermato a soccorrerlo, ma ho una voglia matta di chiedere perdono ai suoi familiari, possibilmente subito, perché stasera avrei una cena e se arrivo in ritardo poi mi toccherà scusarmi.

Il licenziamento del professore perché fece pipì in un cespuglio

Corriere della sera
di Gian Antonio Stella

Padre di tre figli, insegnava filosofia a Bergamo. L’episodio risale a 11 anni fa

Stefano Rho

La scure della giustizia, che troppe volte aveva graziato bancarottieri, ladri, trafficanti di droga e truffatori, s’è finalmente abbattuta. Implacabile. E ha mozzato la testa a un professore padre di tre figli che undici anni fa, alle due di notte, in un borgo di poche anime, aveva fatto pipì in un cespuglio. Licenziato in tronco. Vi chiederete: è uno scherzo? Magari! Il protagonista di questa storia (meglio: la vittima di questa giustizia ottusamente ingiusta) si chiama Stefano Rho ed è nato 43 anni fa a Lacor, in Uganda, dove il padre e la madre facevano i medici volontari per quella straordinaria organizzazione che è il Cuamm-Medici con l’Africa. Anzi, loro stessi avevano messo su un piccolo ospedale dopo essersi sposati e aver chiesto agli amici, nella «lista nozze», il dono di «22 letti per adulti, 9 lettini per bambini, culle per neonati, lenzuola, elettrocardiografo, microscopio, lettino operatorio...».
La laurea e le prime docenze
Rientrato con i genitori in Italia, a Bergamo, Stefano si è laureato in Filosofia alla Cattolica e si è messo in coda, di concorso in concorso, di supplenza in supplenza, per avere un posto da insegnante. Problemi? Zero. Lo dichiara lo stesso «Certificato penale del Casellario giudiziale» dove è scritto chiaramente: «Si attesta che nella Banca dati del Casellario giudiziale risulta nulla». Torniamo a scriverlo: «nulla». Undici anni fa però, qualcosa successe. Un episodio così marginale, in realtà, che quasi tutti ce lo saremmo dimenticati. O ne avremmo riso con gli amici: «Pensate che una notte...». È la sera di Ferragosto 2005. Il paesello di Averara, un pugno di case con 182 abitanti in una valle laterale della Val Brembana, ha organizzato per i concittadini e la gente dei dintorni una sagra paesana con un ospite d’onore, un cabarettista di Zelig. Pienone. Al punto che molti giovani, tra cui Stefano e il suo amico Daniele, non riescono a entrare.

Gironzolano nei dintorni, e finalmente, sul tardi, un attimo prima che lo stand chiuda, riescono a bere una birra. Poi, come tutti i ragazzi del pianeta, si fermano un po’ a chiacchierare e tirano tardi. Alle due di notte, mentre gli ultimissimi nottambuli risalgono sulle loro auto per andarsene, «gli scappa». Si guardano intorno. La festa ha chiuso. Il paese, salvo un lampione qua e là, è immerso nel buio. Non c’è un bar aperto a pagarlo oro. Men che meno dove stanno, al limite della contrada. Che fare? Stefano e Daniele fanno pipì su un cespuglio. In quell’istante passa una pattuglia di carabinieri. «Ci hanno visto, chiesto i documenti, fatto una ramanzina bonaria rimproverandoci perché secondo loro c’era un lampione che un po’ di luce la faceva e ciao».
La multa
Un anno dopo i due si ritrovano imputati, davanti al giudice di pace di Zogno, «perché in un piazzale illuminato adiacente alla pubblica via compivano atti contrari alla pubblica decenza orinando nei pressi di un cespuglio». Duecento euro di multa: «Non abbiamo neanche fatto ricorso e neppure preso un avvocato di fiducia. Ci sembrava una cosa morta lì». Il 2 settembre 2013 il professor Rho, da quattordici anni precario come insegnante di filosofia in varie scuole superiori della bergamasca, firma per il Ministero un’autodichiarazione dove spunta la voce in cui dice «di non aver riportato condanne penali e di non essere destinatario di provvedimenti che riguardano l’applicazione di misure di sicurezza e di misure di prevenzione, di decisioni civili e di provvedimenti amministrativi scritti del Casellario giudiziario ai sensi della vigente normativa». Tra mesi dopo, il dirigente scolastico gli comunica che da un controllo è risultato che lui, il professor Rho, risulta «destinatario di un decreto penale passato in giudicato». E lo invita a presentarsi a fine gennaio del 2014 per spiegarsi.
La «censura» del preside
Avute le spiegazioni, il dirigente riconosce che «appaiono plausibili le motivazioni addotte a propria discolpa» e che «se anche il prof. Rho avesse correttamente dichiarato le condanne avute le stesse non avrebbero inciso sui requisiti di accesso al pubblico impiego». Per capirci: a dichiarare il falso, perfino se fosse stato in malafede, non ci avrebbe guadagnato nulla. Anzi. Quindi, «tenuto conto del principio della gradualità e proporzionalità delle sanzioni in rapporto alla gravità delle mancanze», decide di dare al malcapitato il minimo del minimo: la censura. Buon senso.

Ma la legge italiana, che riesce a sbattere in galera un trentacinquesimo dei «colletti bianchi» incarcerati in Germania e arriva a scarcerare sicari mafiosi perché ha scordato una scadenza dei termini e non ce la fa quasi mai a processare i bancarottieri prima che cada tutto in prescrizione, decide che no, Stefano Rho non può cavarsela così. E la Corte dei conti, del tutto indifferente al tipo di condanna, che non prevede neppure l’iscrizione nella fedina penale (rimasta infatti candida) né un «motivo ostativo» all’assunzione nei ranghi statali, ricorda alle autorità scolastiche che Rho va licenziato.
Il licenziamento
E così finisce. Il dirigente scolastico di Bergamo, Patrizia Graziani, prende atto della intimazione dei giudici contabili e dichiara la decadenza «senza preavviso» dell’insegnante, la perdita delle anzianità accumulate negli ultimi anni insegnando con continuità negli istituti bergamaschi «Natta» e «Giovanni Falcone», la cancellazione del «reo» da tutte le graduatorie provinciali eccetera eccetera...

Il tutto in un Paese dove, per fare un solo esempio fra tanti, i dipendenti pubblici furbetti (agenti di custodia, bidelli, maestri...) che grazie alle clientele politiche riuscirono a farsi piazzare nel Cda dell’area sviluppo industriale di Agrigento (così da avere il trasferimento vicino a casa) sono stati assolti nonostante avessero firmato di loro pugno di avere la laurea (falso) ed «esperienza almeno quinquennale scientifica ovvero di tipo professionale o dirigenziale» o addirittura la «qualifica di magistrato in quiescenza».

Assolti! Il che impone una domanda: la legge italiana è davvero uguale per tutti o dipende dal giudice che capita? Non manca, in coda a questo pasticciaccio brutto, il dettaglio paradossale: il professor Rho, che come dicevamo ha una moglie e tre figli da mantenere ed è stato buttato fuori con così feroce solerzia l’11 gennaio da un pezzo dello Stato, era stato definitivamente assunto da un altro pezzo di Stato il 24 novembre. Della serie: coerenze...

3 febbraio 2016 (modifica il 4 febbraio 2016 | 07:14)

Tutta la verità

Il manifesto
 Tommaso Di Francesco




Temeva per la sua incolumità. Questa è la verità che per noi emerge e che vogliamo proporre e testimoniare sulla morte violenta al Cairo di Giulio Regeni, di fronte alle troppe reticenze ufficiose e ufficiali e alle gravi contraddizioni delle prime indagini tra la procura egiziana che conferma torture indicibili e il ministero degli interni del Cairo che le smentisce. E di fronte ad un governo italiano che ora chiede «verità», ma che si ritrova almeno contraddetto dal viaggio d’affari di una delegazione confindustriale guidata dalla ministra Guidi che al Cairo tesseva tranquilli rapporti economici con un regime militare responsabile di un colpo di stato definito dallo scrittore Orhan Pamuk «eguale a quello di Pinochet».

Affermiamo questo perché all’inizio di gennaio, dopo aver ricevuto un suo articolo – che riproponiamo oggi ine edicola con la sua firma convinti di adempiere proprio alle sue volontà – sulla ripresa d’iniziativa dei sindacati egiziani, insisteva con noi e a più riprese sulla necessità di firmarlo solo con uno pseudonimo. Capivamo che era molto preoccupato da questa insistenza ripetuta più volte nelle sue mail, tantopiù che già altri suoi articoli erano usciti con pseudonimi ogni volta diversi.

Non siamo abituati come manifesto alle speculazioni sulla vita altrui o ai retroscena complottardi, tantomeno ad abusare stile «asso nella manica» delle persone. Siamo solo un giornale di frontiera che ha subìto attentati, sequestri come quello di Giuliana Sgrena, uccisioni come per Vittorio Arrigoni.

Ma in queste ore si rincorrono interpretazioni a dir poco incredibili, ufficiali e di alcuni giornali che, accreditando perfino la versione dei servizi segreti egiziani che naturalmente negano ogni responsabilità su un suo possibile fermo o arresto, rivolgendo l’attenzione allora sul fatto criminale puro e semplice, se non addirittura alla tesi dell’incidente automobilistico.

Alcune puntualizzazioni dunque sono necessarie: Giulio Regeni (oltre che essere in contatto con questo giornale e con il nostro lavoro d’informazione sul Medio Oriente come tanti collaboratori), è scomparso non in un giorno di «Vacanze sul Nilo» ma il 25 gennaio, quinto anniversario della rivolta contro Mubarak di piazza Tahrir 2011, in un intenso clima di mobilitazione giovanile, sociale e politico non solo di memoria ma inevitabilmente contro l’attuale regime militare del golpista Al Sisi; mobilitazione contro la quale si è scatenata, come negli anni precedenti, la repressione e le retate della polizia, stavolta con centinaia di arresti preventivi.

Giulio Regeni non era né un violento né un nemico dell’Egitto, al contrario amava quel Paese ed era esperto di lotte sociali, in particolare del sindacato egiziano e, dottorando a Cambridge, di crisi dei modelli economici del Medio Oriente. È deceduto, a quanto sappiamo finora, secondo la procura egiziana dopo violenze inaudite. Difficile davvero immaginare la malavita cairota accanirsi senza motivo e senza tornaconto su uno straniero qualsiasi; altrettanto incredibile – ma vedrete che arriveremo anche a questo espediente – far passare questa morte come un crimine dell’Isis che, com’è ormai risaputo, ha ben altre modalità teatrali di esecuzione.

Sia chiaro. Noi non sappiamo chi siano davvero stati i suoi assassini e perché abbiano commesso questo crimine. Possiamo solo sospettare e testimoniare. Ma chiediamo verità, tutta la verità al governo egiziano, al ministro degli esteri Paolo Gentiloni e al presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Lo dobbiamo di fronte al dolore dei genitori e alla giovane vita così martoriata di Giulio Regeni.

Sul Manifesto l'articolo di Giulio contro la volontà della famiglia

Sergio Rame - Gio, 04/02/2016 - 23:05

Il Manifesto pubblicherà l'aultimo articolo del ragazzo ammazzato in Egitto. I famigliari diffidano il quotidiano. Ma è tutto inutile



"È difficile pensare che la morte di Giulio Regeni sia collegabile a un incidente stradale, oppure a un caso di criminalità, visto che la malavita egiziana non colpirebbe uno straniero senza neppure avere un tornaconto".

Nella redazione del Manifesto la notizia della morte del giovane ha sconvolto molti. Per questo domani pubblicherà l'articolo dello studente friulano che pochi giorni fa gli aveva rifiutato. Una decisione che ha inorridito la famiglia Regeni che ha diffidato il quotidiano dal farlo. "Giulio - spiega l'avvocato della famiglia Alessandra Ballerini - aveva chiesto di pubblicare gli articoli sotto pseudonimo perché temeva per l'incolumità sua e di un altro ragazzo che si trova ancora al Cairo". E nonostante la famiglia chiede di evitarlo sia per la sicurezza propria e del coautore del pezzo sia per rispetto della volontà del giovane, domani l'articolo sarà pubblicato.

Giulio collaborava con il Manifesto utilizzando diversi pseudonimi. "Mi raccomando non pubblicate con il mio nome", scriveva nelle mail al giornale. "Ma - dicono in redazione - non si è mai occupato di diritti civili o di altre questioni 'calde' come la scomparsa di decine e decine di persone nel Paese, i cosiddetti 'desaparecidos' egiziani, dopo la destituzione di Morsi nell'estate del 2013". Era, piuttosto, "un esperto di crisi dei modelli economici del Medio Oriente" e di questioni sindacali.

"Le sue erano soprattutto analisi. Certo, non mancava di ricordare che il Paese è militarizzato", continua il condirettore del Manifesto, Tommaso Di Francesco, convinto che la fine di Regeni sia probabilmente da collegare all'ondata repressiva che ha segnato l'Egitto nei giorni che hanno preceduto il quinto anniversario del 25 gennaio, la cacciata di Mubarak ad opera dei giovani della primavera araba egiziana. Negli ultimi due anni la ricorrenza è stata segnata dal sangue di decine di manifestanti. Centinaia quelli arrestati.

Regeni collaborava con il Manifesto in forma strettamente riservata. Alcuni dei suoi articoli, pubblicati nella seconda metà del 2015, sono stati cancellati dal sito del giornale, per garantire l'incolumità di coloro che collaboravano con il giovane analista. "Frequentava molto il mondo delle Università e degli studenti", precisa Simone Pieranni, il giornalista del Manifesto che si è occupato in un paio di occasioni del rapporto editoriale con Regeni.

In Egitto università e studenti sono il cuore della mobilitazione della Fratellanza musulmana e dell'opposizione anti-governativa anche sotto Sisi. Il suo ultimo scritto, che il giornale ha ricevuto qualche settimana prima della scomparsa del giovane, è un'analisi sui sindacati indipendenti e gli scioperi post-privatizzazioni. Sarà, appunto, pubblicato domani. Nonostante la famiglia del ragazzo, attraverso il proprio legale, abbia diffidato la testata dal farlo anche per "motivi di sicurezza".

"Prendiamo atto della diffida dei legali della famiglia Regeni, che giudichiamo incredibile, non veritiera e purtroppo superata dai fatti - ha fatto sapere la direzione - ma andiamo avanti per la nostra strada".

Radio Moria

La Stampa
massimo gramellini

È comprensibile che Radio Maria non si auguri la nascita della Cirinnà, intesa come legge che disciplina le unioni civili. Lascia più perplessi che si auguri la morte della Cirinnà, intesa come persona fisica prima firmataria della legge. «Signora, arriverà anche il suo funerale, stia tranquilla. Glielo auguro il più tardi possibile, ma arriverà», ha vaticinato don Livio Fanzaga dai microfoni dell’emittente cattolica di cui è direttore. Anche in tempi di assuefazione a qualsiasi eccesso, un prete in versione gufo che augura la morte a una pecorella smarrita rientra ancora nel novero degli eventi stupefacenti.

Non tanto per l’assenza della minima particella di carità cristiana, difficile da rintracciare in un uomo che ha definito gli amori gay «una sporcizia». Quanto perché, per un credente tutto d’un pezzo come lui, la morte dovrebbe rappresentare un esito positivo, lo skilift per approdare a quella vita eterna che fino a prova contraria rimane il «core business» dell’azienda. Nelle sue parole, invece, la Grande Liberatrice sembra essere diventata una fattura da scagliare contro gli avversari e persino il funerale si trasforma in una minaccia. A meno che. 

A meno che don Livio, amando da buon cristiano la morte e i funerali, li abbia augurati alla signora Cirinnà come dimostrazione di affetto. In tal caso se ne potrebbe dedurre che la legge sulle unioni civili non dispiaccia troppo nemmeno a lui. E questo, nei giorni della tournée di padre Pio, sarebbe un autentico miracolo.

E per le assicurazioni di Napoli pagherà tutta Italia

Gian Maria De Francesco - Ven, 05/02/2016 - 08:26

Rc auto, l'ipotesi di una tariffa unica nazionale che penalizza gli automobilisti onesti

Roma - Le compagnie di assicurazione non sono un bancomat e non hanno intenzione di soddisfare le tirate demagogiche di M5S.

I populisti grillini, spalleggiati dal Pd, intendono introdurre nel ddl Concorrenza (ora in commissione Industria al Senato) alcune modifiche alla normativa della Rc Auto che comporterebbero notevoli aggravi per gli automobilisti, come la tariffa unica su base nazionale.Quello che, in realtà, sembra un sogno potrebbe trasformarsi in un incubo. La residenza del proprietario del veicolo in tutta Europa è la base per misurare gli altri elementi di rischio che determinano la frequenza dei sinistri e il loro costo medio. A Southampton si paga meno della metà di Liverpool; a Madrid la metà che a Bilbao.

In Italia alla fine del terzo trimestre 2015 il premio medio si attestava a 450 euro circa spaziando dai 330 euro di Udine ai 430 di Milano per arrivare ai 530 di Roma e ai 710 di Napoli.«L'obiettivo del provvedimento era far calare i prezzi, invece molti degli emendamenti tendono a farli lievitare perché non rispettano le regole del mercato», spiega Dario Focarelli, direttore generale dell'Ania (la Confindustria delle imprese assicurative) aggiungendo che «il costo delle polizze aumenterebbe non solo per gli automobilisti del Nord, ma anche per quelli di Benevento, Potenza, Isernia».

In questo modo, anche gli sconti obbligatori per chi installa le scatole nere, sarebbero meno praticati e «i cittadini onesti di Napoli, che adesso hanno già forti sconti se le installano, non otterrebbero più quei vantaggi», precisa.C'è un altro punto che rischia di svantaggiare tutti per accontentare pochi. Si tratta dell'eliminazione dell'obbligo di accertamenti strumentali, cioè le radiografie, per documentare i famigerati «colpi di frusta». Il direttore generale dell'Ania, invece, ricorda che l'obbligo di allegare una radiografia ha permesso una diminuzione dei danni fisici lievi (da 1 a 9 punti di invalidità) da 580mila del 2011 a 370mila nel 2014.

«M5S insiste che serve l'accertamento visivo in quanto alcune lesioni non sono rilevate dalle radiografie, ma il testo di legge già prevede che in casi come le cicatrici basti questo. È un'apertura enorme al mondo delle truffe», evidenzia. Tutto ciò ha portato a un risparmio medio di 25 euro per 40 milioni di polizze, ovvero un miliardo di euro all'anno. «Se si preferisce darlo ai furbi e toglierlo agli italiani, deve essere una scelta consapevole», rimarca Focarelli.Un altro punto è lo stralcio del limite dei 90 giorni per la presentazione dei testimoni e della denuncia di sinistro.

Le ultime statistiche al 2014 mostrano che in Italia il 5,5% degli incidenti viene denunciato 18-24 mesi dopo. A Napoli si supera il 30%. «Abbiamo chiesto la decadenza del diritto alla denuncia se non è stata presentata entro 90 giorni, salvo cause di forza maggiore. Contrastare gli illeciti potrebbe far ridurre i costi delle polizze proprio in quelle zone».L'altra contestazione è sulle tabelle per il danno biologico. Alcuni emendamenti presentati hanno effetti maggiorativi su quelle di Milano, assunte come punto di riferimento nazionale.

«Se si vogliono abbassare i prezzi delle polizze a livello europeo, occorre purtroppo contenere i risarcimenti per i danni fisici gravi», magari prendendo a riferimento l'Inail. È una scelta politica ma è strano che un provvedimento che dovrebbe limitare il livello dei prezzi ne determini un aumento», conclude il direttore generale Ania.