sabato 6 febbraio 2016

De Mauro, la Cassazione: ucciso perché entrato in possesso di notizie riservate sulla morte di Enrico Mattei

Corriere del Mezzogiorno

Dopo oltre 45 anni non si è ancora fatta piena luce su mandanti e movente del delitto

Mauro De Mauro

Sull’omicidio del giornalista Mauro De Mauro, il cronista de L’Ora di Palermo sequestrato sotto la sua abitazione nel capoluogo siciliano il 16 settembre del 1970, non è stato ancora possibile - dopo oltre 45 anni - fare piena luce sui mandanti e sul movente del delitto. Che sia stata la mafia è certo , ed è l’unico punto fermo, ma rimangono «insuperabili» dubbi «sull’individuazione degli autori della deliberazione omicida» e sulla sua «genesi concreta».

Lo scrive la Cassazione rilevando che è quanto emerge «dal lungo, complesso e approfondito iter processuale». La condanna di De Mauro «fu decisa ed eseguita da uomini di Cosa Nostra e la relativa causale è individuabile - per gli ermellini - nelle informazioni riservate di cui la vittima era entrata in possesso in relazione alla sua attività professionale». Notizie più «verosimilmente» legate alla scomparsa di Enrico Mattei, piuttosto che al golpe Borghese. Questi motivi - sentenza 3751 depositata il 28 gennaio, udienza del 4 giugno - confermano l’assoluzione di Totò Riina e bocciano il ricorso della Procura.
Il ruolo di Riina
Ad avviso della Cassazione, il ricorso del Pg della Corte di Assise di Appello di Palermo contro il proscioglimento di Riina del 27 gennaio 2014, conforme a quello pronunciato il dieci giugno 2011 dalla Corte di Assise in primo grado, «non è in grado di intaccare la complessiva tenuta logica e correttezza giuridica della motivazione assolutoria dei giudici di merito e deve essere rigettato».
Gli elementi di prova raccolti, «sia di natura storico-dichiarativa che di natura logico-indiziaria, che sono stati puntualmente analizzati e valutati, all’esito di una disamina scrupolosa, non hanno tuttavia permesso di accertare un ruolo diretto o indiretto dell’imputato Salvatore Riina nel delitto, così che la conseguente conclusione assolutoria, per non aver commesso il fatto, risulta coerente a una corretta lettura delle emergenze processuali», conclude la Suprema Corte.

Per quanto riguarda la causale dell’omicidio di De Mauro, essa «è individuabile nelle informazioni riservate» in possesso al giornalista «verosimilmente, anche se non certamente, riconducibili, secondo le risultanze del processo di merito, al coinvolgimento di esponenti mafiosi nella morte di Enrico Mattei, più che nella vicenda relativa al tentativo di golpe cosiddetto Borghese».
Il pentito Di Carlo
Per la Cassazione, sono «inaffidabili» le dichiarazioni rese in appello dal collaboratore Francesco Di Carlo, che aveva cambiato versione rispetto a quanto riferito in precedenza, raccontando «l’episodio inedito» e di «dirompente novità» - nonostante fosse stato in precedenza più volte interrogato su ogni aspetto della vicenda De Mauro - di essere stato presente, dietro una porta, all’incontro nel quale Riina decise di far uccidere De Mauro dopo che Stefano Bontate gli raccontò che lui stesso e il boss Di Cristina erano andati a Roma e avevano ricevuto da Maletti e dal generale Miceli l’ordine «di impedire che fossero divulgate» le informazioni in possesso del giornalista sull’imminente golpe. In proposito, i supremi giudici ricordano che la Corte di Appello aveva messo in relazione questo «aggiustamento» delle dichiarazioni di Di Carlo, a un «possibile interesse di natura economica del dichiarante, legato alla stesura di un libro sulla vicenda».
Una pietra sull’inchiesta riaperta dall’ex pm Ingroia
Per la Cassazione, non è assolutamente provata l’esistenza di un «triumvirato» preposto al governo di Cosa Nostra, del quale nel 1970 avrebbero fatto parte Bontate, Badalamenti e Riina, dal momento che la maggior parte dei collaboratori (Buscetta, Mutolo, Calderone, Grado e Mannoia) hanno attribuito al solo Bontate, e non al Riina - che all’epoca era un personaggio secondario nell’organigramma mafioso - l’organizzazione dell’ omicidio di De Mauro che sarebbe stato eseguito da uomini di fiducia del Bontate: Emanuele D’Agostino, Girolamo Teresi e Antonino Grado. Il grosso dei collaboratori ha indicato nella causale legata alla morte del presidente dell’Eni Mattei la ragione dell’omicidio di De Mauro. La versione di Di Carlo non ha trovato alcun riscontro.

Sulla morte del cronista de L’Ora, i fatti restano non «univocamente accertati», per la natura «quantomeno approssimativa, se non addirittura contraddittoria» delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, «ascrivibile alla natura remota dei fatti riferiti e dei relativi ricordi, frutto per lo più di notizie apprese de relato e di convincimenti personali ricavati, anche in buona fede, da deduzioni o rielaborazioni di elementi di conoscenza risalenti nel tempo», conclude la Cassazione mettendo - in sostanza, per mancanza di prove - una pietra sopra l’ inchiesta riaperta dall’ex pm Antonio Ingroia a carico di Riina.

3 febbraio 2016 | 19:18

Giulio, non solo Giulio

La Stampa
mattia feltri



Botte, torture, depistaggi, morte lenta. L’unica differenza con Stefano Cucchi è che stavolta il governo protesta.

L’amore acido

La Stampa
massimo gramellini

Si comprende come Lucia Annibali, l’avvocata pesarese fatta sfregiare dall’ex, l’altra sera abbia preferito andare in pizzeria con la cognata piuttosto che seguire in tv la prima intervista del suo carnefice. Ma da giornalista l’intervista avrei voluto farla io e da lettore e talvolta scrittore di romanzi ho trovato interessante la possibilità di penetrare nella psicologia di quell’uomo. Dare un microfono al male non significa per forza amplificarne i messaggi, ma offrire a tutti la possibilità di conoscerne i meccanismi. Da questo punto di vista, anche per merito della conduttrice, la performance televisiva di Luca Varani è stata una radiografia esauriente.

Di lui mi hanno colpito il narcisismo e la totale mancanza di compassione. Quel giustificare l’ingiustificabile in un continuo «sì, però lei…». Fa parte del gioco che un condannato in attesa di sentenza definitiva si arrampichi goffamente sugli specchi e dichiari di avere ordinato agli esecutori materiali di gettare l’acido sull’auto della vittima anziché sulla sua faccia. Chi volete che gli creda? Ho trovato più sconvolgente che abbia ammesso di essersi incapricciato, ma mai davvero innamorato di Lucia.

Ovviamente la presenza dell’amore non sarebbe stata una giustificazione. Ma la sua assenza diventa un’aggravante. La prova che gli unici moventi sono stati l’orgoglio ferito, il bisogno di dominio e quel fottuto senso di possesso che troppi maschi confondono con la passione. Come altri spettatori, ho atteso fino all’ultimo che Varani si mettesse le mani sulla faccia e dicesse: «Dio mio, cosa ho combinato!». Non lo ha fatto. L’acido a lui deve essere colato nel cuore. 

Legno, ottone e i segreti del nonno: così nascono i migliori sax del mondo

La Stampa
vincenzo amato

A Quarna (Verbania) una tradizione familiare che si tramanda da due secoli. Strumenti su misura e fatti a mano che hanno stregato anche Woody Allen



È il laboratorio più lento della Terra e potrebbe funzionare anche senza energia elettrica: sperduto sulla collina di Omegna, è frequentato dai più grandi sassofonisti al mondo. Qui, alla Rampone & Cazzani di Quarna Sotto, dove nascono i sax fatti a mano, sono saliti Chris Collins e Gerry Mulligan, Jerry Bergonzi e Jan Garbarek. Tutti a controllare lo sviluppo del loro strumento, unico.
In questo paesino di cinquecento anime sulle alture del Lago d’Orta è come se il tempo si fosse fermato.

Si fabbricano strumenti musicali a fiato, sassofoni soprattutto, con la stessa maestria che usavano gli artigiani una volta, rigorosamente a mano. Non esiste l’automazione, non ci sono torni a controllo numerico, solo il battilastra che con un martelletto di legno auto-costruito, partendo da un foglio di ottone, rame, alpacca o argento, modella lo strumento. «Ogni sax è un pezzo irripetibile» conferma Roberto Zolla, titolare con i figli Claudio e Simone della piccola azienda, dieci dipendenti e alcuni collaboratori.

Ogni strumento è fatto su misura. Per questo sono arrivati musicisti della levatura di Chris Collins, Emanuele Cisi, Jerry Bergonzi, Pine Courtney, Jan Garbarek, Carlo Micheli, David Brutti o il True voices saxophone quartet, tanto per citarne alcuni. Generazioni di artisti che da due secoli utilizzano strumenti a fiato della Rampone & Cazzani. Raccontava Woody Allen che il suo primo amore di clarinetto era un Rampone fabbricato a Quarna.

E nella memoria della gente del paese c’è il ricordo di quando venne Gerry Mulligan, accompagnato da Ornella Vanoni, ad acquistare un sax e per provarlo andò per le vie improvvisando una jam session. «I musicisti vengono e provano sino a trovare quello giusto - spiega Claudio Zolla -. Poi ogni sassofono viene personalizzato fino a raggiungere un connubio perfetto con chi lo dovrà usare». Gli artisti a Quarna si fermano anche due settimane, sino a che il sax è modellato come un abito d’alta moda.

Per costruire un sax servono non meno di novanta ore. «In realtà nessuno ha mai fatto il conto del tempo - aggiunge Claudio -, per noi non ha importanza. Il tempo qui non esiste, nessuno ha fretta: l’importante è lavorare con precisione». Nella piccola azienda ognuno ha i suoi segreti. Il battilastra si fabbrica da solo i martelletti di legno con cui dà forma alla campana dello strumento: va nel bosco e sceglie il legno, lo fa stagionare e si costruisce l’attrezzo con cui, poi, piegherà la lastra per dare corpo al sax.

Ecco perché la corrente elettrica non serve, salvo che per tenere accesa la lampadina che sopra il bancone aiuta a vedere meglio i pezzi da assemblare. Già, i pezzi. Ce ne vogliono più di mille per arrivare al sassofono finito. Tutti lavorati singolarmente. «Utilizziamo ottone, alpacca, argento massiccio, rame e bronzo e per alcuni particolari oro a 24 carati - descrive Claudio Zolla -, madreperla per i tasti o legno d’ulivo e acciaio armonico per le viti».

Si racconta che nei primi disegni i bisnonni della famiglia Zolla si ispirassero alle campane della chiesa di Quarna. Un suono limpido, puro. Ogni pezzo è un’opera d’arte in questa fabbrica che sembra un laboratorio artigiano settecentesco, dove gli unici rumori sono quelli delle mani di chi lavora e lo sfrigolio del metallo quando i pezzi si sfiorano uno con l’altro. C’è amore e passione oltre che orgoglio di una tradizione famigliare iniziata nel 1818.

«Tra due anni saranno due secoli esatti di storia artigianale - afferma, con un pizzico di emozione Roberto Zolla -: la fabbrica venne costruita da Francesco Rampone e dallo zio. Partirono da Quarna e andarono a Milano per cercare lavoro e fortuna. Finirono nella bottega di un flautaio e impararono il mestiere di costruttori di strumenti musicali. Tornarono a Quarna, impiantarono la “fabbrica” di strumenti a fiato, allora solo in legno. Poi venne il signor Adolphe Sax che creò i sassofoni facendo la sua, e anche la nostra, fortuna».

Si producono poche centinaia di pezzi all’anno in questa fabbrica che forse non ha simili al mondo. E si dice che se tutti i sax fabbricati a Quarna e sparsi nel mondo intonassero contemporaneamente la stessa nota, si sentirebbe il suono della campana del paese. Probabilmente non è vero, ma è bello pensare che possa essere così. 

Decolla l'”Air Cazz One”

Fabrizio Boschi



Cominciamo con una domanda. C’era proprio bisogno, in questo momento, che il governo italiano si accollasse un leasing da 175 milioni di euro (200 milioni di dollari) per fare l’aereo a Renzi? Si tratta di una somma che va dai 230 e i 315mila euro. Al mese.

FIUMICINO, ARRIVATO NUOVO 'AIR FORCE ONE' DI RENZI - FOTO 1

Una cifra esorbitante (e francamente incomprensibile) pagata a Etihad (proprietaria del velivolo) per questo bolide a quattro motori Rolls-Royce, già soprannominato “Air Renz One” o ancora meglio “Air Cazz One”. La stessa Etihad che ha acquistato il 49% di Alitalia per 387 milioni di euro. Evidentemente era talmente grosso il debito con la compagnia emiratina per aver salvato Alitalia dalla catastrofe, che Renzi non ha potuto fare a meno di ricambiare quel favorone.

Attività, quella dello scambio di favori, per la quale il premier è particolarmente dotato. Specialmente se riesce a farlo a spese degli italiani. A tutto questo bisogna poi aggiungere, naturalmente, i costi di manutenzione, ordinaria e straordinaria. Inoltre, far volare il jumbo jet che piace tanto a Renzi, costa tra i 20 e i 25mila euro di costi operativi per ogni ora di volo, di cui circa 14mila di solo carburante.
Perlopiù Palazzo Chigi ha richiesto sull’Airbus A340-500 ogni tipo di comfort: ci sarà una sala riunioni, la zona relax per i passeggeri di rango e persino un’infermeria.

Trattandosi della versione executive, con meno posti e più serbatoi ausiliari, ora il presidente del Consiglio potrà effettuare i suoi amatissimi viaggi di Stato a lunga percorrenza (oltre le 12 ore) senza dover far più quei fastidiosissimi scali tecnici per il rifornimento, spingendosi fino a 18.500 chilometri (cosa che era impossibile fare con il vecchio A319). Ma dove vorrà mai andare Renzi con tutti quei chilometri a disposizione?

Eppure lui prova persino a giustificare la spesa. E’ stato un affarone, ha fatto capire il premier nelle scorse settimane, aggiungendo: “C’è pure il wi-fi”. E gli italiani per questo dettaglio tirano un sospiro di sollievo. In verità il nuovo aereo presidenziale, si tratta di un aereo usato, acquistato da Etihad nel 2006, con 54mila ore di volo alle spalle ma, malgrado questo, con costi di gestione enormi. Sarà la disastrata Alitalia ad occuparsi della sicurezza e della manutenzione. Ufficialmente verrà usato per gli spostamenti ufficiali non solo del presidente del Consiglio ma anche delle altre autorità istituzionali, come il capo dello Stato.

Sergio Mattarella, che fa fatica anche ad andare a casa sua a Palermo, è già tutto un fremito. Nei registri ufficiali sono stati cambiati i certificati dell’aereo con l’indicazione “Destinato al trasporto vip per conto del governo italiano”. Trasformare un aereo passeggeri lungo 63 metri, con un’apertura alare di 60, e un’altezza di 17 metri (che può ospitare oltre 300 passeggeri) in un velivolo per trasporto vip ha richiesto una montagna di soldi. Pagati dallo Stato. Di questo le aziende che falliscono anche per colpa dei 70 milioni di euro di debiti della Pubblica amministrazione nei loro confronti, che Renzi aveva promesso di pagare, ne sono eternamente grate.

Enrico Letta, quello che doveva stare sereno, aveva proposto di vendere i tre degli aerei nella flotta di Palazzo Chigi e usare il ricavato (circa 50 milioni) per la squadra anti-incendio della Protezione Civile. Operazione finita nel nulla: l’A319 e i due Falcon sono rimasti al loro posto e, anzi, verranno usati anche quelli da Renzi per le tratte più brevi. Pacco, doppiopacco e contropaccotto.

Se c’ero dormivo

La Stampa
mattia feltri



È vero che Ignazio Marino, col dovuto sdegno, da tempo tentava di censire le case affittate a due soldi dal comune. Ci mandò anche delle carte, sebbene confuse e incomplete. Per dire, non c’era nemmeno la sua Onlus con pigione di favore. Come sempre, alla vana ricerca di se stesso.

Il vecchio pastore sardo vince la battaglia contro il colosso dei resort

La Stampa
nicola pinna

Dopo tanti anni di lotta, in tutti i tribunali, Ovidio Marras ha sconfitto i giganti del mattone che progettavano hotel a cinque stelle con lussuose suite vista mare



Ovidio ne era convinto fin dall’inizio, anche perché ignorava un dettaglio che a sta a cuore agli avvocati: l’iter della giustizia può riservare brutte sorprese. «Se ho ragione è giusto che vinca io questa battaglia. Devo vincerla per forza, anche se quelli hanno molti soldi». Non aveva neanche un grosso pool di avvocati a difenderlo, il vecchio pastore di Capo Malfatano. Ma ha vinto lo stesso e ha vinto contro un colosso economico che aveva progettato di costruire un gigantesco resort intorno ai suoi terreni. A pochi passi da Tuerredda, in uno degli angoli più affascinanti del sud della Sardegna, a ridosso della spiaggia che in tante classifiche è considerata tra le più belle del mondo.

Nella cordata di imprese che dovevano investire qui molti milioni di euro c’erano alcune banche e c’erano nomi grossi dell’economia italiana: Caltagirone, Toti, Marcegaglia e Benetton. L’idea era quella di far crescere su tutta la collina hotel a cinque stelle con lussuose suite che si affacciano su un mare da incanto: 910 mila metri cubi di cemento, quasi quanto un palazzo di dieci piani. Ma dopo tanti anni di lotta, in tutti i tribunali, il vecchio pastore ha sconfitto i giganti del mattone. Stavolta a dargli ragione è stata la Cassazione: quel progetto non si può fare e le costruzioni già realizzate devono essere abbattute.

Gli avevano promesso molti soldi e gli avevano spiegato che quel gran resort avrebbe trasformato Tuerreda in una seconda Porto Cervo. Ma Ovidio Marras, 85 anni passati quasi tutti qui a faticare, non si è fatto incantare: «Non sono uno che sogna di vivere in un posto di lusso. Non so neanche dove sia la Costa Smeralda. Io voglio continuare a vivere in questa terra, voglio che la lascino così come l’abbiamo conosciuta». Tutti i contadini della zona hanno venduto le terre a peso d’oro, ma lui non ha mai ceduto. Neanche tentennavo. Irremovibile, ha sempre detto di no. Ma il progetto è andato avanti ugualmente. «Hanno distrutto tutti gli olivastri, ce n’erano più di cento. Poi ne hanno piantato sette o otto ma si sono seccati dopo poco tempo». 

Gli operai hanno iniziato a costruire i primi hotel e da un giorno all’altro hanno persino occupato la stradina polverosa che Ovidio (e prima di lui suo padre) utilizzava per tornare in paese e per portare il bestiame al pascolo. Nella battaglia giudiziaria l’ha aiutato soltanto “Italia Nostra” e di fronte al Tar (e poi anche al Consiglio di Stato) il vecchio pastore ha ottenuto le sue prime vittorie. Gli altri hanno sempre fatto ricordo e la Cassazione due giorni fa ha confermato le sentenze precedenti: i tanti lotti di questo progetto dovevano essere valutate come un progetto unico e non singolarmente, come invece aveva fatto la Regione quando ha firmato le concessioni.

«Qui mi avevano preso per scemo, ma io non mi sono arreso. Volevano circondarmi di case, volevamo intrappolarmi nel cemento, forse speravano che me ne andassi. Ma adesso saranno costretti a buttar giù tutto. Non era accettabile che noi dovessimo andar via da qui, da casa nostra, per far posto ai ricchi. Questo posto è di tutti e io lo dovevo difendere». 

Furgoni, mazze ferrate e gps: i ladri di biciclette vanno online

La Stampa
marco sodano, raphaël zanotti

In Italia sparisce una bici ogni 90 secondi e quasi nessuno denuncia. Le bande specializzate rubano nei negozi e rivendono su siti ucraini



Un tempo c’erano i mercati delle pulci. Oggi anche le biciclette rubate sono su internet: dietro le occasioni potrebbe esserci un ladro. Se una bici da corsa è sparita dal vostro box una ricerca in rete può essere più efficace di una faticosa indagine negli androni semibui dei palazzi di periferia. Sostiene la Federazione degli amici della bici che in Italia ne circolano 4 milioni e 200 mila e che ogni anno ne vengono rubate 360mila, una ogni 90 secondi. 
Ritrovarle? Quasi impossibile. Le vittime dei furti lo sanno: solo quattro su dieci fanno denuncia, in media. Più rigorosa Reggio Emilia, città in cui le denunce arrivano all’89% dei furti, rassegnata Milano che si ferma al 21%. E poi, se c’è bici e bici, c’è chiaramente ladro e ladro.

I PROFESSIONISTI
Una Scapin originale può costare quattromila euro, una Pinarello 2400, una Felt seimila: i ladri si sono specializzati. Bande di quattro o cinque persone in azione di notte, vetri antiproiettile sfondati, ladri in muta da sub per ingannare gli antifurto a infrarossi, colpi da decine di migliaia di euro. Il ricettatore? C’è il web: poche ore dopo il colpo i commercianti derubati individuano le bici su siti che hanno base eni Paesi dell’Est Europa, molti ucraini. Il sito più chiacchierato della rete è proprio ucraino, si chiama Proday2kolesa.com. Le denunce non mancano, recuperare la refurtiva è altra cosa. Una procura dovrebbe inviare una rogatoria internazionale per una bicicletta, come se non mancassero emergenze giudiziarie? E comunque Kiev non risponderebbe mai, non c’è targa, si tratta di un «bene mobile non identificabile». Qualche commerciante prova a ridurre il danno ricomprando le sue stesse biciclette. Così - mai Kiev rispondesse davvero - rischia una denuncia per ricettazione.

LE RAPINE DIGITALI
Ma l’uso della tecnologia va ben oltre la rivendita. A Pordenone, racconta Raffaele Padrone, vicesegretario dell’Ugl Polizia e appassionato del pedale «una banda è a craccare il gps dei ciclisti per studiare orari e percorsi e pianificare il colpo». Dal furto si passa alla rapina: «Ciclisti affiancati da furgoni al termine di una salita, strappati dalla sella spesso sotto la minaccia di un coltello». Ancora: «A Castelfranco Veneto un furgone in retromarcia ha sfondato i box di una palazzina con tale violenza che i Vigili del fuoco hanno dichiarato l’edificio inagibile». La tecnologia, però, può aiutare anche le vittime. Ecco i siti per la ricerca di bici rubate. Giuliana De Grandis, contabile, dopo un furto subito dal fratello (27 bici per un valore di 70 mila euro) ha rintracciato in rete parte della merce rubata. Poi, con le segnalazioni di altri derubati, ha ricostruito 31 colpi e ha denunciato due siti: oltre al già citato Proday2kolesa.com, Wellsbike.com. Se effettivamente coinvolti, lo valuterà la magistratura.

I LADRI DI UNA VOLTA
E poi ci sono i ladri classici, quelli che si “fanno” la bici al palo. «Di solito sono sbandati, cani sciolti che dietro non hanno alcuna organizzazione» spiega Michele La Pietra, agente scelto della polizia municipale di Torino che fa parte del progetto “Ladri di biciclette”, il primo gruppo nato in Italia con il preciso scopo di ritrovare e restituire le bici rubate. Il gruppo è nato nel 2012: attualmente sul sito sono elencate 117 biciclette in attesa che il loro legittimo proprietario si presenti per riportale a casa. 
«Una volta - racconta La Pietra - abbiamo rischiato una denuncia proprio mentre cercavamo di restituire una bici. Le abbiamo trovate e, con una piccola indagine nei negozi del vicinato abbiamo individuato i derubati, una coppia di anziani. Così ci siamo presentati per restituirle. La reazione? Gli sembrava impossibile che qualcuno si presenti per portare indietro una bici rubata, così hanno pensato all’ennesima truffa. E hanno chiamato i carabinieri».

Devo proprio andare!” Ecco l’app per darsela a gambe salvando la faccia

La Stampa
chiara severgnini

Bloccati a una cena noiosa? Gotta Go invia chiamate e sms al vostro numero per rendere ogni scusa credibile



«Ho fatto scattare l’antifurto per sbaglio e non riesco a fermarlo! Puoi tornare a casa subito?». Un sms del genere è la via d’uscita perfetta da appuntamenti al buio poco riusciti, meeting inutili e feste noiose. Perché un conto è inventare una debole scusa, un conto è avere un cellulare che squilla da sfoggiare come prova inconfutabile del fatto che devi proprio scappare. Manco a dirlo, c’è una app anche per questo.

Si chiama Gotta Go ed è stata lanciata negli Stati Uniti dalla comica e presentatrice televisiva Chelsea Handler in collaborazione con la company di sviluppo tecnologico Yeti. L’idea è quella di permettere a chiunque di uscire dalle situazioni imbarazzanti senza rovinarsi la reputazione. E così Gotta Go mette a disposizione degli utenti diverse scuse pronte all’uso - dall’antifurto che non smette di suonare all’animale domestico smarrito - ma anche la possibilità di crearne di nuove. Poi basta scegliere se ricevere una chiamata o uno (o più) sms e programmare la fuga. Una volta aggiunto il numero di telefono del servizio ai contatti, all’ora prescelta lo smartphone inizierà a squillare. La riunione condominiale è alle 9? Bastano pochi clic per far sì che alle 9:30 ci sia bisogno di voi da tutt’altra parte. 

La app - disponibile per iOS negli Stati Uniti - non è la prima a offrire un servizio simile: basta fare una ricerca sul market cercando “finta chiamata” o “simulatore di chiamata” per trovarne decine di molto simili. Ma Gotta Go ha qualcosa in più. Al di là dello sponsor celebre - la app è stata ideata da Handler per la puntata dedicata alla Silicon Valley della sua serie “Chelsea does” - la vera differenza sta nella programmazione.

Dietro a Gotta Go ci sono dei professionisti, e si vede: le chiamate e i messaggi, infatti, si ricevono per davvero (anche se dall’altro capo c’è una voce registrata). «In questo momento abbiamo una delle bollette del telefono più care di tutti gli Stati Uniti per via delle telefonate e degli sms di Gotta Go», ha scherzato il presidente di Yeti Tony Scherba in un’intervista per TechCrunch. Non c’è da stupirsi: al suo debutto, complice anche la messa in onda dell’episodio ad essa dedicato, Gotta Go è stata la 14esima app più scaricata nella sezione Lifestyle dello Store americano. 

Cattive notizie per chi sta già pensando di scaricarla in vista del prossimo meeting: per il momento la app funziona a pieno regime solamente negli Stati Uniti. E ancora non è chiaro quanto Yeti intenda investire nel progetto: Gotta Go è gratuita e non ha pubblicità, quindi per il momento, per gli sviluppatori, è un affare solo in termini di visibilità. A poche settimane dal lancio, è difficile stabilire se la app sia destinata a durare o se verrà presto dimenticata. Per ora, commenta Scherba, «è solo un esperimento». Se sentite il bisogno di un biglietto per uscire gratis dalla prossima cena aziendale, quindi, non vi resta che sperare che Gotta Go diventi presto un vero must. 

Filippo Facci contro i fedeli di Padre Pio: "Perché provo orrore e vergogna"

Libero

Filippo Facci contro i fedeli di Padre Pio:

Pensatela come volete, mi tengo stretto il mio personalissimo senso di vergogna e di orrore per un Paese in cui si fanno le dirette sulla salma di Padre Pio che sfila per Roma. Fate pure spallucce, fingete un interesse banalmente da entomologi che mascheri la vostra rassegnazione alle miserie umane e italiane, scambiate meramente per «cronaca» quella delle inviate che parlano seriosamente di «spoglie mortali», arrendetevi a quest' aura di superstizione misticheggiante che ancora ci schiaccia nel Sud del Mondo e ai margini dell' Occidente.

Eccoci lì, siamo noi, le troupe estere ci immortalano, ci riconsegnano a rassicuranti contorni macchiettistici, siamo gli italiani che si agitano attorno a una mummia siliconata che viaggia dalla Puglia a Roma con tanto di scorta armata, siamo la versione 2.0 della credulità popolare ammantata di fanatismo religioso per un sacerdote che la Chiesa definì impostore e poi, da morto, trasformò a tempo record in beato e in santo - a furor di invasati - e soprattutto in businnes miliardario.

«La santità per strada fa bene all' Italia», titolava ieri Avvenire nello spiegare che «le immagini in bianco e nero della vita dei due santi (ce n' era anche un' altro più sfigato, Leopoldo Randic) sono apparse davvero senza tempo». E infatti siamo fermi lì, all' industria delle anime, a un' immensa ed epocale circonvenzione d' incapaci perpetrata con la nostra complicità mediatica. Poi dice l' immagine dell' Italia. Guardiamo avanti Che tristezza le dirette su Padre Pio Impossibile rassegnarsi al marketing Padre Pio.

Filippo Facci



"La salma di Padre Pio? Una mummia schifosa": Oliviero Toscani choc sul frate di Pietrelcina
Libero

"La salma di Padre Pio? Una mummia schifosa": Oliviero Toscani choc sul frate di Pietrelcina

In questi giorni, la salma di Padre Pio trasportata a Roma per il Giubileo della Misercordia su ordine di Papa Francesco ha raccolto una immensa folla arrivata  da ogni parte del mondo per venerare i resti mortali del frate di Pietrelcina. Oliviero Toscani esprime la sua opionione (estrema). Alla Zanzara su Radio 24 il  fotografo come un "uomo marketing della religione" e i suoi resti mortali sono "una mummia che fa esteticamente schifo". E poi:  "Cosa c'entra Padre Pio col nazismo? È uguale, preciso, identico".