domenica 7 febbraio 2016

Così 70 anni fa a Milano l'ultimo fucilato di Stato

Luca Romano - Dom, 07/02/2016 - 09:23

In un poligono di tiro lungo viale Certosa, si celebrò per l'ultima volta nel capoluogo lombardo il macabro rito della morte di Stato



Alle 7,25 di questa mattina, saranno passati esattamente settant'anni. Come oggi, a Milano il sole era sorto da nove minuti. In un poligono di tiro lungo viale Certosa, si celebrò per l'ultima volta nel capoluogo lombardo il macabro rito della morte di Stato.

Davanti a un plotone di esecuzione composto da giovani militi della polizia ausiliaria, andò a piazzarsi un giovanotto alto e massiccio, vestito con una giacca senza collo. Era pronto a morire. Ma quando vide la sedia che doveva ospitare i suoi ultimi attimi di vita, piazzata in modo che il condannato desse le spalle al plotone, si ribellò. "Non sono un traditore, sono un soldato", disse: perchè la fucilazione alla schiena era il trattamento più infamante che un condannato potesse ricevere. Ma non ci fu nulla da fare. Dovette andarsi a sedere a cavalcioni sulla sedia. Con il giovane ufficiale che comandava il plotone aveva fatto conoscenza pochi minuti prima: al saluto militare, il condannato aveva risposto alzando il braccio nel saluto romano.

Una rapida salva di fucileria, ed era tutto finito. Era il 7 febbraio 1946. Ancora pochi mesi, e l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana cancellò definitivamente dal codice penale italiano la pena di morte. Oggi, a settant'anni di distanza, può sembrare lontana secoli l'epoca in cui si riteneva legittimo che il patibolo facesse parte delle sanzioni penali di una nazione civile. Ma negli anni Trenta, dopo che la morte era stata reinserita dal fascismo tra le pene previste dal codice penale, ad affrontare il plotone d'esecuzione furono imputati di crimini di ogni genere, compresi alcuni che oggi si sarebbero viste riconoscere corpose attenuanti: il primo giustiziato fu un giovane contadino che aveva teso un agguato al proprietario terriero che affamava la sua famiglia.

L'ultimo giustiziato, il giovane ufficiale fucilato il 7 febbraio del '46, era invece un fascista dichiarato: si chiamava Giovanni Folchi, capitano d'aviazione, ed era stato condannato a morte per collaborazionismo dalla Corte d'assise straordinaria, i tribunali speciali creati per processare dopo la Liberazione gli irriducibili che erano rimasti accanto a Mussolini anche nei diciotto mesi della Repubblica di Salò. La storia di Folchi è stata raccontata pochi mesi fa da Luca Fazzo, inviato del Giornale, in un libro appassionante, edito da Mursia. E' una storia appassionante perchè la cattura, il processo e l'esecuzione di Folchi sono calati in pieno nei mesi complicati e sanguinosi che seguirono alla fine della Seconda guerra mondiale.

Mentre nelle strade di città e paesi del nord Italia venivano ammazzati senza processo migliaia di collaborazionisti veri o presunti, l'apparato giudiziario ufficiale cercava di dare anch'esso una immagine di severità e fermezza verso i crimini della Repubblica sociale: ma era uno sforzo assai poco credibile, anche perchè quasi sempre a celebrare i processi ai fascisti erano magistrati che erano stati fascisti anch'essi, facendo carriera sotto il regime di Mussolini e dopo avere giurato fedeltà al Duce. La rapidità nel voltare gabbana e ricrearsi, dando prova di zelo spesso eccessivo, una verginità antifascista fu d'altronde una caratteristica non solo della magistratura.

Il processo a Giovanni Folchi era durato poche ore, aprendosi e chiudendosi nell'arco di una sola mattinata. Decisive nel portare alla sua condanna a morte erano state le testimonianze dei familiari delle sue vittime, i giovani antifascisti rastrellati dal dell'Aeronautica Repubblicana, e alcuni dei quali erano stati fucilati per rappresaglia al campo Giuriati. Ma ancora più cruciale fu la deposizione di un suo compagno d'arme, un altro ufficiale repubblichino di nome Luciano Fiocchi, che all'indomani del 25 aprile si era rapidamente riciclato sotto le bandiere partigiane. Folchi, durante il frettoloso processo, cercò di respingere le accuse del commilitone, negando di avere mai partecipato a rastrellamenti o a torture.

Il quadro delle prove, ancora disponibili nel fascicolo custodito all'Archivio di Stato di Milano, dipinge la figura di uno zelante esecutore di ordini, privo di scrupoli nel condurre la battaglia contro i gruppi partigiani attivi nella periferia milanese: ma senza dubbio assai meno crudele di tanti altri che non vennero processati affatto, o che dopo il processo e la condanna riuscirono a evitare il patibolo, rinvio dopo rinvio, fino a quando la amnistia voluta dal leader comunista Palmiro Togliattii, ministro della giustizia nel nuovo governo, li salvasse dall'esecuzione e aprisse poi la porta alla loro scarcerazione dopo pochi anni. Folchi, invece, quella mattina di febbraio affrontò il suo destino da uomo.

Ad assisterlo fino all'ultimo fu Felice Pontiggia, in quegli anni cappellano del carcere di San Vittore, che racconterà poi la sua esperienza in un toccante memoriale, intitolato "Uomini al Calvario", inviato all'arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, poi diventato papa con il nome di Paolo VI.

Scontro sui cinesi alle urne «Sono truppe cammellate»

Chiara Campo - Dom, 07/02/2016 - 06:00

Proteste ai seggi per le file anomale e i volantini pro Sala Ma i renziani: «Nessun broglio, ora la sinistra è razzista?»

(...) segnalata in viale Monza la distribuzione di foglietti in mandarino con il nome in evidenza di Giuseppe Sala agli orientali in coda. Il protagonista è stato allontanato. Nel pomeriggio, momenti di tensione quando i cinesi sono arrivati a gruppi di dieci e volevano compilare collettivamente i moduli. Non usa la parola truppe cammellate un rappresentante di lista per Francesca Balzani, Maurizio Biosa, ma denuncia che «questa gente veniva portata qui in maniera evidentemente organizzata, c'era anche una donna con una busta che conteneva passaporti e permessi di soggiorno, movimenti inquietanti a cui bisogna prestare attenzione».

Viene convocato anche il segretario Pd Pietro Bussolati. Altre zone, stessa scena (e ieri si votava dalle 9 alle 18 solo in 9 sezioni, oggi dalle 8 alle 20 e si passa a 151 sedi). Nel clima generale viene visto con sospetto anche il caffè tra il rappresentante di un'associazione cinese e la deputata Lia Quartapelle ed altri esponenti dem. In via Sarpi i cinesi allestiscono un gazebo per dare informazioni sulle primarie, la mattina con i manifesti dei candidati (un po' sproporzionati a favore di Sala), poi vengono rimossi dopo una serie di segnalazioni ai garanti. In qualche negozio viene mostrata una scheda fac-simile con la croce sul nome di mr Expo, «lui è buono per noi cinesi».

Anche se il commissario ha riferito giorni fa che la società Expo registri i crediti maggiori all'estero proprio con la Cina, e sono cifre a forte rischio. Anche all'Isola vengono segnalate situazioni anomale, con cinesi che a domanda negano di essere elettori del Pd ma «tutti i cinesi votano per Sala». E Francesco Wu, uno dei leader della comunità, replica alle accuse: «La scelta di andare a votare evidenzia una crescita di consapevolezza come cittadini». E se si permette agli stranieri di votare, si deve poi anche accettare, in un modo o nell'altro, che si schierino e scelgano».

Anche i renziani si infuriano per le proteste. «Sono irricevibili e disgustose - dice il deputato Pd Emanuele Fiano - le polemiche, alcune nella direzione dei brogli, altre con venature discriminatorie, anche da parte di noti "compagni"». Condivide le sue parole Sala. Majorino invece afferma: «In questi anni mi sono battuto per la regolamentazione del commercio all'ingrosso, ho litigato non poco con la comunità cinese e in queste ore scopro che uno dei motivi che spingerebbe un gruppo di cittadini cinesi a partecipare alle primarie riguarderebbe proprio la necessità di sostenere Sala anche in "antitesi" alla mia candidatura.

Ma non cambio idea. Il quartiere deve conoscere nuove regole». La Lega protesta per l'uso oggi di sedi pubbliche come seggi. Tra i volti noti che invece imbarazzano la sinistra ai seggi, Stefano Dambruoso (Scelta Civica) e l'ex formigoniano di ferro Luigi Roth, ciellino, che dichiara il voto convinto per Sala anche se dell'ipotesi Stefano Parisi per il centrodestra dice «è un fior di nome». Ieri l'affluenza è stata di 7.750 elettori, il 4% stranieri.Chiara Campo

Giulio tradito dalla sete di rivoluzione. E lo strano silenzio dei "suoi" giornali

Luigi Guelpa - Dom, 07/02/2016 - 08:39

Il ricercatore giramondo voleva raccontare storie di ribellione contro il regime Dal "Manifesto" ai media egiziani si alza un muro di gomma: "Mai conosciuto"



Tutti sembrano volersi smarcare da Giulio Regeni: dal Manifesto, all'agenzia di stampa Nena, portale indipendente che tratta cronaca e tematiche del Maghreb e del Medioriente.

Per il Manifesto Regeni aveva scritto almeno tre articoli, dove raccontava dell'opposizione ad Al-Sisi, della disoccupazione e degli effetti della crisi economica sulla società egiziana. Il taglio dei servizi partiva dalla prospettiva dei movimenti operai e del sindacalismo indipendente. Per la pubblicazione dei suoi articoli il ricercatore originario di Fiumicello aveva chiesto di non essere citato o di poter usare uno pseudonimo, «Antonio Drius», utilizzato di fatto soltanto in un'occasione. Difficile quindi risalire all'autore quando i servizi venivano pubblicati online e sul cartaceo con il generico «redazione».

Come del resto è accaduto in alcune circostanze con l'agenzia Nena. La stessa che proprio ieri ha divulgato un comunicato nel quale precisa «di aver avuto un solo contatto diretto con il giovane, tramite mail. Giulio ha proposto un articolo sul sindacalismo egiziano. Abbiamo accettato la sua proposta e pubblicato il suo articolo il 14 gennaio 2016. Né prima né dopo abbiamo avuto altri contatti con Giulio». Eppure il servizio del 27 dicembre, firmato «della redazione», e dal titolo «Dissidenti e stampa nel mirino in attesa del 25 gennaio», è riconducibile a Regeni.

Non solo per lo stile e il tema trattato, ma anche per il materiale messo a disposizione di Nena e recuperato dall'associazione di diritti civili Egyptian Coordination for rights and freedoms (Ecrf). Non è un mistero che Regeni fosse stato a più riprese nella sede di El Hamed Shaaban Street, al Cairo, per conversare con il direttore Mohamed Lofty e raccogliere materiale per i suoi servizi. Come quello che stava preparando su Ismail Iskandarani, reporter e ricercatore presso il Centro egiziano per i diritti economici e sociali, arrestato il 9 dicembre scorso per affiliazione ai Fratelli Musulmani.

Iskandarani scriveva per Noon Post, blog di informazione piuttosto critico con Al-Sisi e il suo governo. Regeni voleva perfezionare l'arabo anche per poter scrivere su giornali come quello, non avendo molto spazio sulla stampa italiana, poco recettiva sulle tematiche proposte. Per il Noon Post scriveva anche Falaq Al Dossari, la giornalista egiziana che dice di aver visto uno «straniero» arrestato alla fermata della metropolitana di Giza, al Cairo, il 25 gennaio. Alla fine sembra essere sempre una questione di mail.

Nessuno ammette di aver conosciuto Giulio in carne ed ossa. I rapporti con Nena e il Manifesto erano epistolari. Si evince un desiderio di protezione, ieri come oggi, dopo il suo barbaro assassinio. Una morte che è la conseguenza di una passione, quasi febbrile, nel raccontare storie inclini alla rivoluzione e alla ribellione verso un qualsiasi sistema. Passione che risale ai tempi del liceo e al suo soggiorno a Santa Fé, nel New Mexico. Una località strategicamente importante, a due passi da quel Messico patria di uno dei suoi idoli, il subcomandante Marcos, rivoluzionario messicano, ex portavoce dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

Avrebbe voluto intervistarlo, per ricalcare le orme dello scrittore Manuel Vazquez Montalban che incontrò Marcos nel febbraio del 1999. Il rischio in prima fila, senza però avere gli strumenti per affrontarlo con le dovute misure di sicurezza. Per scrivere una verità artigianale a distanza di sicurezza dai possenti macchinari dell'informazione, gli stessi che oggi sostengono di non aver pubblicato un solo pezzo di Giulio Regeni e di conoscerlo solo attraverso lo schermo di un computer.

Carnevale e polemiche: «No alla satira su Renzi»

Corriere della sera

di Gilberto Bazoli

Soncino, bocciato il poster con Circo Leopolda e il premier truccato Il sindaco (FI): offesa all’istituzione. L’ideatore dell’evento: censura

Il manifesto della discordia

Scritta gialla su sfondo rosa: «Circo alla Leopolda». Al centro il volto di Matteo Renzi con parrucca, trucco e orecchini, non meno visibili, di Moira Orfei. I quattromila manifesti con cui tappezzare i muri di Soncino, il borgo medievale amato da Ermanno Olmi, e reclamizzare la chiusura in grande stile del Carnevale erano già pronti, ma sono rimasti in garage perché sindaco e giunta hanno vietato l’ironia politica. Con i poster si invitava la cittadinanza alla kermesse musicale in programma, come la sera di ogni martedì grasso, in una filanda del posto.

Per organizzare festeggiamenti e battage il Comitato Carnevale si è rivolto, anche stavolta, a Luca Imberti, che gestisce un ristorante. Pochi giorni fa la sorpresa. Il Comune ha mandato al Comitato una lettera: «Avendo letto le anticipazioni su Internet, vi chiediamo cortesemente di denominare la manifestazione in un altro modo e di inviarci tutto il materiale per l’approvazione definitiva». La comunicazione è stata girata ad Imberti, che ha subito preteso spiegazioni dal sindaco. «Risposta: non voleva che ci fosse alcuna connotazione politica nella festa. Per andare avanti, dovevo rinunciare a quelle locandine. Una cosa assurda, una censura inaccettabile: ho rifiutato».

Il ristoratore appassionato di costumi e maschere è deluso. «In fondo, il sindaco poteva fare ciò che ha fatto perché la filanda è comunale, ma il comportamento dell’amministrazione è anacronistico. Da sempre i carri allegorici che sfilano a Carnevale prendono di mira i politici e nessuno ha mai protestato». Uno di loro, Danilo Toninelli, deputato soncinese del Movimento 5 Stelle, è insorto: «Ci battiamo contro la Rai che riserva al presidente del Consiglio il triplo dello spazio rispetto a tutte le forze di opposizione messe insieme.

Ora scopriamo che non lo si può neppure ritrarre in modo buffo all’interno di un Carnevale di paese. L’attacco alla satira è la morte della democrazia». Al centro delle polemiche c’è Gabriele Gallina, sindaco da pochi mesi, esponente di Forza Italia. «Dal momento che, di fatto, la festa è promossa dal Comune e si svolge in un luogo di sua proprietà, non ce la siamo sentita di dare il nostro assenso a una manifestazione che ritrae Renzi acconciato in quel modo. Viene invocata una presunta censura, ma io parlerei di mancato rispetto istituzionale».

Gli attacchi non sembrano scuotere il giovane primo cittadino. «Rifarei tutto e lo rifarei anche se, al posto di Renzi, ci fossero stati Berlusconi o Grillo. Se fossi del Pd, qualcuno avrebbe potuto essere legittimato ad avere qualche retropensiero, ma sono schierato dall’altra parte». Risultato: grazie all’organizzazione affidata alla Pro loco, musica e balli invaderanno ugualmente, martedì, la filanda. Ma annunciati da un altro poster e con il titolo: «In fondo al mar, Carnival party«. Intorno una medusa, una sirenetta, un pesce, un polipo, la nave dei Pirati e pure un innocuo Peter Pan.

7 febbraio 2016 | 08:56

Salvini: "Cinesi alle primarie del Pd. Povera Milano, povera sinistra"

Luca Romano - Sab, 06/02/2016 - 21:15

"File di cinesi, molti dei quali intervistati dalle tivù non parlano neanche italiano, votano il renziano Sala alle primarie Pd per Milano. Che pena, povera Milano e povera sinistra!". Così il segretario federale della Lega Nord Matteo Salvini sulle primarie democratiche



Milanesi in coda per la prima giornata di primarie del centrosinistra, che decideranno chi sarà il candidato sindaco della coalizione tra Francesca Balzani, Antonio Iannetta, Pierfrancesco Majorino e Giuseppe Sala.

Ad attendere l'esito è anche il centrodestra che poi scoprirà le sue carte e, soprattutto, il nome del suo candidato sindaco. Ma la prima giornata della consultazione popolare per scegliere il candidato sindaco è stata segnata dalle polemiche sul voto degli immigrati. Ad attaccare è il segretario della lega Matteo Salvini, che se la prende con l'afflusso di cinsesi nei gazebo: "File di cinesi, molti dei quali intervistati dalle tivù non parlano neanche italiano, votano il renziano Sala alle primarie Pd per Milano. Che pena, povera Milano e povera sinistra!".

Pd respinge le critiche: il responsabile sicurezza Emanuele Fiano le bolla come "irricevibili e disgustose". I cittadini stranieri che hanno votato, sottolinea , sono stati il 4 per cento, e tutti regolarmente residenti a Milano. Intervengono anche le associazioni delle varie comunità straniere: somali, cinesi e sudamericani hanno diffuso una nota congiunta in cui smentiscono che ci sia stato "voto di scambio".

Oggi i seggi allestiti erano 9, uno per ogni zona della città, aperti dalle 8 alle 18. I votanti sono stati 7.750. Le code ai seggi sono iniziate poco dopo l'apertura e, sempre in modo ordinato, sono proseguite per raggiungere il picco in tarda mattinata. Come hanno sottolineato gli organizzatori delle primarie le file di oggi sono dovute al fatto che i cittadini di ogni zona avevano a disposizione solo un seggio per il voto, mentre domani saranno 150 quelli aperti in tutta la città, dalle 8 alle 20.

In coda per votare si sono messi questa mattina anche i quattro candidati. Il primo è stato Iannetta che ha votato ad un circolo Pd di Porta Genova verso le 10. Stesso orario, le 11, per i due candidati e colleghi nella giunta Pisapia, Francesca Balzani e Pierfrancesco Majorino. La prima ha votato al circolo Pd Molise-Calvairate in Zona 4, accompagnata da marito e figli. "Speriamo che tanti milanesi vadano alle urne - ha commentato la vice sindaco - per arrivare così al cuore delle primarie, che è il protagonismo dei cittadini".

Stessa impressione positiva per l'assessore alle Politiche sociali del Comune, Majorino, che ha votato in Zona 5: "Mi pare una grande festa democratica e popolare - ha detto - e a quanto ho visto tutto sta procedendo bene". Alle 12 si è presentato al seggio della zona 1, quella del centro città, anche il commissario unico di Expo, Giuseppe Sala, accompagnato dalla moglie. Per lui la coda è durata circa 40 minuti. "In coda forse mi toglierò un po' di ansia - ha spiegato ai cronisti - del resto per me è la prima volta come candidato.

Se le code ci sono c'è da aspettarsi una bella affluenza". Mentre il centrosinistra sceglie il suo candidato il centrodestra attende ma ancora "per pochi giorni". "Se non è questione di ore è questione di giorni - ha spiegato il consigliere politico di Forza Italia, Giovanni Toti, parlando della scelta del candidato a margine di un incontro del partito a Milano -. Subito dopo le primarie arriverà la nostra scelta". Se il candidato sarà l'ex city manager del Comune di Milano, Stefano Parisi, "immagino dovrà essere lui ad accettare definitivamente l'investitura", ha concluso.