giovedì 11 febbraio 2016

Addio a Renato Bialetti: l’“omino coi baffi” che ha reso la Moka celebre nel mondo

La Stampa
vincenzo amato

L’imprenditore di Omegna aveva 93 anni: prese l’eredità dal padre che aveva inventato la caffettiera



E’ stato un’icona del made in Italy, un modello negli anni del Dopoguerra per un nuovo tipo di marketing che univa alla qualità del prodotto anche l’immagine dell’imprenditore che c’era dietro. E’ morto nella notte Renato Bialetti, 93 anni, il celebre «omino coi baffi», colui che ha reso famosa in tutto il mondo la moka. Un ottimo mix di innovazione, intuito per il marketing e pubblicità: dal logo dell’omino coi baffi, caricatura di se stesso, agli spot che hanno fatto la storia su Carosello. Bialetti viveva ora ad Ascona (nel Canton Ticino), ma la sua vita era stata legata a Omegna – città sulle rive del Lago d’Orta, per decenni capitale del casalingo - dove suo papà nel 1933 aveva inventato la macchina del caffè traendo ispirazione dalle donne che lavavano i panni. 

Finita la guerra, nel 1946, era stato lui a prendere in mano le redini dell’azienda e rendere celebre la Moka in tutto il mondo. Aveva aumentato la produzione industriale, ma è soprattutto alla pubblicità che si deve la svolta. Era il 1953 quando attraverso Carosello venne lanciata l’immagine dell’omino coi baffi, un’idea del fumettista Paul Campani, ispirata proprio al viso di Renato Bialetti. Divenne un tormentone anche quello slogan «Eh sì sì sì... sembra facile (fare un buon caffè)!». Alla fine degli Anni Ottanta Renato Bialetti aveva ceduto l’azienda prima alla Faema e poi alla famiglia Ranzoni di Brescia.

L’aneddoto con Aristotele Onassis
La sua vita poi erano uno scrigno di ricordi di aneddoti, come quando Aristotele Onassis si era finto suo cliente. «Mi trovavo in albergo con clienti francesi e allora la caffettiera per loro era quasi una novità – aveva raccontato Renato Bialetti nel 2013, in occasione dell’80° compleanno della Moka -. Erano perplessi e dubbiosi e temevo di non riuscire a concludere la vendita. In quel momento passò fianco a noi Aristotele Onassis: andava in bagno; presi il coraggio a due mani e lo seguii. Dissi:

“Sono un giovane imprenditore italiano, mi dia una mano, lei che ha cominciato dal nulla come me. Quando rientra nella hall dica che usa una mia caffettiera; mi serve per fare colpo su questi riottosi clienti. Tornai, convinto e rassegnato che Onassis avrebbe tirato dritto. Invece avvenne il miracolo. Onassis, fingendo di vedermi all’ultimo istante, tornò indietro, mi diede una pacca sulle spalle e disse: Renato, come va? Ma sai che non ho mai bevuto un caffè buono come quella della tua caffettiera? Sì, andò proprio così». 

La Moka nei musei d’arte contemporanea
La Moka oltre che un oggetto che si trova nelle case di tutto il mondo è diventata anche un «pezzo d’arte» che si trova nei principali, dal MoMa di New York alla Triennale design museum di Milano. 

Opera diventa cinese e ora vuole fare concorrenza agli altri browser

La Stampa
andrea nepori

Un consorzio cinese ha avanzato un’offerta vincolante da 1,2 miliardi di dollari per l’azienda norvegese che sviluppa il browser omonimo




Opera Software ASA è pronta per essere venduta. La ricerca di un acquirente, iniziata nell’agosto del 2015 ha prodotto i risultati sperati: sarà un consorzio cinese formato da due aziende e un fondo di investimento ad acquisire per 1,2 miliardi di dollari l’azienda norvegese che sviluppa il noto browser freeware Opera. Il Consiglio di Amministrazione, con una nota ufficiale, ha detto di non aver riscontrato alcuna criticità nell’offerta e con una decisione unanime, già condivisa dai maggiori azionisti, ha invitato tutti gli investitori ad accogliere la proposta di acquisto. 

Kunlun, una delle due aziende che fa parte del consorzio, è attiva nel settore del mobile internet, della distribuzione digitale, del mobile gaming e dei microprestiti peer-2-peer. A gennaio ha completato con successo l’acquisizione di una quota di maggioranza di Grindr, noto social network di incontri. Qihoo, quotata al NYSE, è un’azienda leader del settore della sicurezza su dispositivi mobili. Sviluppa un software antivirus, un browser e gestisce un app store per la distribuzione di software per smartphone. Del consorzio fanno parte infine anche Golden Brick Capital, uno dei maggiori fondi di private equity cinesi, e l’affiliata Yonglian.

Il valore di una singola azione sulla base dell’offerta è di 71 Corone norvegesi (per un totale di 10,5 miliardi di Corone, 1,2 miliardi dollari), ovvero il 56% in più rispetto al prezzo di mercato registrato alla Borsa di Oslo il 4 febbraio, prima che le trattative del titolo venissero bloccate per le indiscrezioni sulla possibilità di un’acquisizione.

L’offerta ufficiale verrà presentata a metà marzo e potrà essere rescissa solo nel caso di proposte più vantaggiose da parte di altri potenziali acquirenti. In questo momento non è chiaro cosa comporti questo tipo di acquisizione per le strategie future dell’azienda, che sembra aver optato per la scelta economicamente più ragionevole per gli investitori e per i dipendenti. Il CEO di Opera Sofware, Lars Boilesen, parla in termini generici di un “rafforzamento della posizione di Opera al servizio degli utenti e dei partner con ancora più innovazione e un’accelerazione dei piani di espansione e crescita”. 

Più chiari invece gli obiettivi delle due aziende cinesi del consorzio, Qihoo e Kunlun, che grazie all’acquisizione del brand Opera e alla reputazione dei prodotti dell’azienda puntano ad un rafforzamento della propria offerta sul mercato interno e vogliono “solidificare una posizione di leadership nel mercato internazionale”.

I due prodotti di punta di Opera Software sono il browser Opera per computer desktop e Opera Mini, la versione per smartphone nata dieci anni fa come software di navigazione snello e veloce per cellulari e oggi disponibile come app per iOS, Android e Windows Phone. Secondo i dati di StatCounter, la quota di mercato combinata di Opera e Opera Mini su PC/Mac e smartphone a gennaio 2016 è stata del 5,44%.

Sempre a gennaio Opera è stato il quinto browser più usato su PC, Mac o Linux (2,03%). Stessa posizione per Opera mini nella classifica dei browser per smartphone e tablet, ma con una quota di mercato del 9,76%.

Apple, i segreti dell'iPhone 7: doppia fotocamera e niente jack audio

Giovanni Neve - Mer, 10/02/2016 - 16:34

Apple sta perfezionando il nuovo dispositivo. Ecco le sei novità dei nuovi iPhone7 e iPhone7 Plus



"Sarà il più fino di sempre". L'iPhone7 e l'iPhone7 plus sono in lavorazione a Cupertino. Sarà presentato a settembre negli Stati Uniti. In Italia arriverà, con ogni probabilità, in autunno.

L'Huffington Post ha, però, raccolto le novità del nuovo dispositivo Apple. Tanto per cominciare "non avrà il jack per le cuffie da 3,5 mm e, nella versione Plus, potrebbe essere dotato di una doppia fotocamera in grado di migliorare la qualità delle foto, anche in condizioni di scarsa visibilità". Stando alle prime indiscrezioni che circolano sul web, la fotocamera sarà prodotta dalla Sony.
  • I nuovi iPhone dovrebbero, dunque, essere più sottili. La novità è stata confermata anche da una fonte Apple. Ma, per quanto riguarda il design, la vera innovazione è la cancellazione delle bande orizzontali che da sempre caratterizzano l'iPhone. Non lo solo. Sparirà anche il tasto fisico "home". 
  • Il nuovo iPhone non avrà il jack audio da 3,5 mm. Gli utenti saranno quindi costretti a usare cuffie senza fili. "Le cuffie utilizzate fino ad oggi non sarebbero più riutilizzabili - paventa l'Huffington Post - l'e non è detto che la Apple includa la tipologia senza fili nella confezione".
  • Il modello Plus dell'iPhone avrà una doppia fotocamera (doppie lenti e doppi sensori) in grado di migliorare la qualità delle foto, anche in condizioni di scarsa visibilità. Secdondo Ming-Chi Kuo, l'analista di KGI, la doppia fotocamera "permetterà a Apple di differenziare ancora di più la sua offerta". Anche se non è ancora ufficiale, a sviluppare questo nuovo tipo di fotocamera dovrebbe essere la Sony. "Quest’anno - ha recentemente affermato il ceo Kazuo Hirai - uno dei principali produttori di smartphone utilizzerà le nostre doppie fotocamere".
  • L'iPhone 7 sarà dotati di tecnologia Li-Fi, un’evoluzione degli attuali sistemi WiFi che consente velocità di trasmissione dati fino a 100 volte maggiori rispetto a quelle odierne.
  • Per rendere il dispositivo ancora più snello, secondo l'Huffington Post, la Apple potrebbe optare per una soluzione senza fili. "La revisione dei componenti interni - spiega - potrebbe anche lasciare spazio ad una batteria più grande e consentire, in questo modo, una maggiore durata della carica".
  • L'ultima novità per l'iPhone7 interessa la resistenza all'acqua. Sarà dotato di un Touch ID più veloce e un nuovo 3D Touch.

Settant'anni di omertà, ora spunta un'altra foiba

Fausto Biloslavo - Gio, 11/02/2016 - 08:33

Lo rivela un documento "dimenticato" negli archivi del Ministero degli Esteri. Nella fossa in provincia di Udine 200-800 corpi, sembra vittime di partigiani rossi



Una nuova foiba sembra tornare alla luce dagli orrori del passato, il giorno del Ricordo del dramma degli esuli istriani, fiumani e dalmati. La fossa comune non si troverebbe nell'ex Jugoslavia, ma in provincia di Udine. I responsabili del massacro, nascosto per 70 anni, sarebbero i partigiani comunisti della divisione Garibaldi-Natisone, che nel 1945 erano agli ordini del IX Corpus jugoslavo del maresciallo Tito. Le vittime nella fossa comune sarebbero fra 200 ed 800. I carabinieri sono stati informati.

Ieri, Giorno del ricordo dell'esodo e delle foibe, Luca Urizio, presidente della Lega nazionale di Gorizia, ha reso pubblico un documento «dimenticato» negli archivi del Ministero degli Esteri, che rivela il punto esatto della strage ancora da confermare. Il 30 ottobre 1945 arrivò a Roma un rapporto dell'Ufficio informazioni, gruppo speciale. «La foiba e la fossa comune esistente nella zona di Rosazzo (provincia di Udine, ndr) è ubicata precisamente nella zona chiamata ... (il nome del posto è cancellato per mantenere il riserbo)».

L'informativa fa parte delle notizie segrete «Ermete» e riporta che «secondo quanto afferma la popolazione dovrebbero essere sepolti da 200 a 800 cadaveri facilmente individuabili perché interrati a poca profondità». L'Ufficio informazioni indica anche i presunti mandanti: «Il responsabile di detto massacro della popolazione è ritenuto il comandante della divisione Garibaldi-Natisone Sasso coadiuvato dal commissario politico Vanni».

L'informativa segreta è rimasta sepolta in archivio fino allo scorso anno, quando l'ha trovata Urizio, che a Roma voleva fare luce sui deportati dei titini da Gorizia nel 1945.

«Sasso» è il nome di battaglia di Mario Fantini e «Vanni» quello di Giovanni Padoan, noti fazzoletti rossi della Resistenza passati a miglior vita. Nel documento si indica anche un testimone: «Per avere chiarimenti e indicazioni necessarie per la identificazione occorre interrogare un certo Dante Donato ex comandante Osovano da Premariacco». I partigiani della brigata Osoppo erano stati massacrati dai garibaldini a Porzus nel febbraio 1945 perché si opponevano all'espansionismo titino.

«La fossa non è lontana da Bosco di Romagno dove vennero trucidati parte degli osovani - rivela Urizio -. I carabinieri hanno chiesto di non rivelare la località esatta. Sopra i corpi potrebbero esserci delle armi abbandonate». Un altro documento recuperato a Roma del prefetto di Udine, Vittadini, l'11 giugno 1945, conferma che ai garibaldini «sarebbero stati anche di recente consegnati mitra russi con forte munizionamento e con l'ordine di tenersi pronti nel caso che da parte di Tito venisse ordinata un'azione di forza».

Urizio ipotizza con il Giornale che «nella fossa comune potrebbero esserci civili e militari sia italiani che tedeschi. Un paese intero era a conoscenza della strage, reato che non va in prescrizione. Spero che dopo 70 anni cada finalmente il velo d'omertà». Agli inizi degli anni Novanta, dopo mezzo secolo di silenzio, i carabinieri avrebbero cominciato a ricevere vaghe informazioni sul massacro, ma la fossa non è mai stata trovata. Sembra che esista anche una confessione postuma di chi sapeva o ha partecipato alla strage. La Lega nazionale, che storicamente si batte per l'italianità, chiede di fare piena luce.

Dagli archivi ministeriali romani sono saltate fuori anche le liste con nomi, cognomi e date di sparizione dei deportati dai partigiani titini nel 1945 a guerra finita. «Gli elenchi allegati si riferiscono a n. 1203 persone scomparse di Gorizia () Si ignora se dette persone siano state deportate in Jugoslavia dai partigiani di Tito o uccise e gettate nelle foibe» riporta un documento del 1° ottobre '45 dello Stato maggiore dell'esercito. «Li stiamo confrontando con le liste di quelli che sono rientrati - spiega Urizio -. A Gorizia non sono tornati in 750-800. L'obiettivo è trovare dove sono finiti per permettere ai familiari di pregare o porgere un fiore».

A Gorizia esiste già un monumento dedicato a 665 scomparsi. L'iniziativa bipartisan è stata sostenuta dal comune isontino e dal senatore dem Alessandro Maran. Fra i documenti recuperati a Roma colpisce la lettera del Cln di Gradisca d'Isonzo al presidente del Consiglio, Alcide de Gasperi, del 7 giugno 1946. «L'unione italo-slava di questa zona, che si autodefinisce antifascista non è in sostanza che la continuazione del fascismo in funzione panslavista», scrive G. Francolini seguito da altre firme. «Questi signori, che amano auto definirsi il popolo non rappresentano che se stessi e quella piccola frazione eterogenea la cui unica forza di coesione si manifesta nell'odio contro il popolo italiano».

Ecco l'algoritmo di Twitter: come funziona (e come evitarlo)

Corriere della sera

di Martina Pennisi

Dopo le indiscrezioni e le parziali smentite degli ultimi giorni, il microblog presenta la nuova modalità di visualizzazione dei cinguettii

Sì, Twitter ha introdotto l'algoritmo nella timeline. E sì, Jack Dorsey ha ascoltato gli utenti del microblog, preoccupati per la modifica attiva da mercoledì 10 febbraio: in una prima fase, la visualizzazione dei tweet più rilevanti in cima alla pagina secondo i nostri interessi o interazioni è attivabile manualmente, qualora la si voglia provare. Opt-in, il termine tecnico. In caso contrario si può proseguire con la carrellata di cinguettii in tempo reale, continuando a godere della caratteristica distintiva (e migliore) del microblog. Chi fosse interessato deve accedere alle impostazioni e scegliere «Mostra prima i migliori tweet» (se la voce non è presente è perché a Market Street stanno ancora procedendo con il rilascio). La novità non va confusa con il blocco «Mentre eri via», che contiene una selezione di quanto accaduto mentre il proprietario dell'account era disconnesso.
La modifica introdotta automaticamente
Nelle prossime settimane, invece, la novità con cui  Twitter si allinea alla home di Facebook, che dà già la possibilità di scegliere fra notizie principali e notizie più recenti, sarà introdotta automaticamente su tutti i profili e chi vorrà farne a meno dovrà disattivarla. Così facendo, Dorsey prova a sedare le polemiche delle ultime ore: la base di fedelissimi teme che Twitter venga snaturato completamente e si trasformi in una copia del social network di Menlo Park. Da parte sua, l'amministratore delegato del microblog all'eterna ricerca di un'identità è consapevole del fatto che per raggiungere i numeri di Mark Zuckerberg bisogna semplificare l'esperienza.
Il giorno dell’algoritmo
Dare la priorità ai contenuti pubblicati dai contatti con cui si interagisce di più o inerenti agli interessi manifestati durante la navigazione potrebbe rendere il prodotto più comprensibile a un'utenza più ampia e valorizzare nel brusio ciò che può davvero avere un valore. Basta poi un aggiornamento della pagina per tornare al classico real time. Come ha scritto Chris Ziegler di The Verge, «ricordate, utenti di Twitter: Twitter non è per voi. È per un ipotetico individuo che ancora non usa Twitter». Il perché sarà ancora chiaro più questa sera, intorno alle 23 ora italiana, quando il social network metterà sul tavolo i risultati trimestrali.
La trimestrale
Lunedì 8 febbraio le azioni sono precipitate sotto il minimo storico dei 15 dollari e il social network è arrivato a valere meno di 10 miliardi. Pinterest, per rendersi conto delle proporzioni, ne vale 11 e Snapchat 16. Per non parlare di Uber, che vola oltre i 60 miliardi. Nel 2013 l’uccellino stesso cinguettava allegro intorno ai 40 miliardi. La situazione non sembra destinata a migliorare: il dato più preoccupante, quello della crescita degli utenti, continua a confermarsi tale, con un rialzo solo del 3% nell’ultimo trimestre, a quota 307 milioni. Intanto, cinque top manager hanno guadagnato la porta e l'8% della forza lavoro è stato licenziato. In cantiere c'è l'estensione dello spazio di digitazione da 140 a 10 mila caratteri, altra colonna del progetto iniziale che si sgretola. Oggi è il giorno dell'algoritmo. Nella speranza, domani, di tornare a cinguettare con convinzione.

@martinapennisi
10 febbraio 2016 (modifica il 10 febbraio 2016 | 19:15)

Google Car, per legge Usa un robot può essere considerato come un guidatore

La Stampa

A stabilirlo il regolatore statunitense per la sicurezza dei veicoli



Il software che consente alle Google Car di muoversi in autonomia nel traffico cittadino potrà essere visto come un guidatore qualsiasi agli occhi della legge americana. La National Highway Traffic Safety Administration (Nhtsa), il regolatore Usa per la sicurezza dei veicoli, è infatti concorde con Google sul fatto che le auto del futuro «non hanno un guidatore nel significato tradizionale» che la parola ha avuto negli ultimi cento e più anni. 

Rispondendo a una lettera della società californiana, che a novembre aveva sottoposto all’autorità il problema dei veicoli senza volante né pedali, la Nhtsa ha osservato che «se nessun umano presente nell’abitacolo può guidare il veicolo, è più ragionevole identificare il guidatore con qualsiasi cosa (e non qualsiasi persona) stia guidando».

La posizione espressa dalla Nhtsa non risolve da sola i vari problemi normativi che le auto a guida autonoma incontreranno prima di poter uscire dalla fase di test. Rappresenta, però, un passo in avanti verso la futura commercializzazione di veicoli completamente autonomi, senza volante e pedali che consentano a chi è a bordo di prenderne il controllo.

Sul tema esistono tuttavia pareri discordanti. Per lo Stato della California, ad esempio, le auto non sono ancora abbastanza “smart” da poter essere vendute al pubblico senza il volante e il pedale del freno. Per i regolatori locali, che stanno lavorando a una legge ad hoc, a bordo delle auto dovrà esserci una persona con licenza di guida e una sorta di patentino speciale, ricevuto dopo aver seguito un corso sulla gestione di tali veicoli organizzato da chi li produce

Il Tar dell’Emilia Romagna annulla l’autorizzazione alle benedizioni in una scuola di Bologna

La Stampa

Accolto il ricorso di insegnanti e genitori dopo la richiesta dei parroci



Accogliendo il ricorso presentato da alcuni insegnanti e genitori e dal comitato “Scuola e Costituzione”, il Tar dell’Emilia-Romagna si è pronunciato nel merito e ha annullato la delibera con cui un consiglio d’istituto di Bologna aveva autorizzato le benedizioni a scuola.

IL CASO FINITO SUL NEW YORK TIMES
La decisione, senza «consolidati precedenti giurisprudenziali», come la definiscono i giudici, arriva a quasi un anno di distanza da una vicenda che suscitò forte polemica, approdando sulla prima pagina del New York Times. Le benedizioni, nonostante il ricorso fosse pendente, furono comunque impartite a marzo 2015. La notizia dell’annullamento si apprende la sera del primo giorno di quaresima ed è probabile che il problema si riproponga quanto prima, con le benedizioni pasquali 2016. Lo scorso anno a chiederle erano stati i parroci dei plessi dell’istituto comprensivo 20 (Carducci, Rolandino e Fortuzzi), scuole elementari e medie. Si schierarono fin da subito i contrari ma alla fine il consiglio d’istituto, presieduto da Giovanni Prodi, nipote dell’ex presidente del Consiglio, decise per l’autorizzazione (con due voti contrari), ma in orario extra-scolastico, e con i bambini accompagnati dai familiari.

LE MOTIVAZIONI
I giudici (estensore Italo Caso, presidente Giuseppe Di Nunzio) premettono che il principio costituzionale della laicità o non confessionalità dello Stato «non significa indifferenza di fronte all’esperienza religiosa, ma comporta piuttosto equidistanza e imparzialità rispetto a tutte le confessioni religiose. Ciò fa sì che anche la tutela della libertà religiosa non si risolve nell’esclusione totale dalle istituzioni scolastiche di tutto ciò che riguarda il credo confessionale della popolazione, purché l’attività formativa degli studenti si giovi della conoscenza di simili fenomeni se ed in quanto fatti culturali portatori di valori non in contrasto con i principi fondanti del nostro ordinamento e non incoerenti con le comuni regole del vivere civile».

Non può, invece, «la scuola essere coinvolta nella celebrazione di riti religiosi che sono essi sì attinenti unicamente alla sfera individuale di ciascuno - secondo scelte private di natura incomprimibile - e si rivelano quindi estranei ad un ambito pubblico che deve di per sé evitare discriminazioni».

IL COMITATO FESTEGGIA
Una presa di posizione che soddisfa gli autori del ricorso: «Si è affermato un principio importantissimo, non solo per la scuola di Bologna, ma per la scuola italiana. L’indicazione è estremamente chiara: la scuola è laica. A scuola si insegna a vivere insieme, si fa cultura. Le pratiche religiose restano fuori. È stato affermato un principio della Costituzione», ha detto l’insegnante Monica Fontanelli.

Via i nomi franchisti da Madrid. Ma nella lista ci sono Santiago Bernabeu e Dalí

La Stampa
francesco olivo

L’impegno preso dal sindaco, Manuela Carmena, e dai consiglieri di Podemos, subito dopo la loro elezione è stato mantenuto. C’è chi polemizza. Il primo cittadino ribadisce: «Gli artisti saranno però salvaguardati»

Appena preso il possesso del Comune di Madrid, Manuela Carmena e i consiglieri di Podemos avevano fatto una promessa: cambieremo i nomi delle strade intitolati ai personaggi legati al franchismo. L’impegno è stato rispettato, il consiglio comunale ha votato una delibera per passare all’azione e dalle vie della capitale spagnola sono state tolte le prime targhe e statue dedicate a personaggi legati al regime di Francisco Franco, in base alle legge sulla memoria storica voluta dal governo Zapatero. 

Quando la politica si occupa di storia, però, la polemica è inevitabile. Tanto più quando la commissione che deve indicare i nomi da non celebrare, formata da professori dell’Università Complutense (cattedra di “memoria storica”), redige una lista che include personaggi illustri: Salvador Dalí, il mitico torero Manolete, il poeta catalano Josep Plat, l’ex presidente del Comitato Olimpico Juan Antonio Samaranch e persino l’ex presidente del Real Madrid, Santiago Bernabeu, a cui, come è noto, è intitolato il tempio del calcio spagnolo. A parte Samaranch (amico personale di Franco), non si tratta di figure riconducibili alla dittatura o almeno non direttamente, la loro “colpa” è quella piuttosto di non essersi opposti al regime o di averci in qualche caso collaborato. 

Manuela Carmena, il sindaco di Madrid, ha chiarito che non è automatico che questi nomi verranno eliminati da piazze, vie e stadi, «gli artisti saranno salvaguardati», ha spiegato. Però, la vicenda sta un po’ sfuggendo di mano all’amministrazione guidata da Podemos. L’episodio più sfortunato è accaduto una settimana fa, quando è stata rimossa dal cimitero di una parrocchia madrilena una targa che ricordava otto giovani carmelitani fucilati durante la Guerra civile. Quando la cosa è stata denunciata dal Partito Popolare, con gran sconcerto della curia, il Comune ha chiesto scusa promettendo di risistemare al più presto la targa. Con il Santiago Bernabeu (81 mila posti) la rimozione sarà più complicata. 

Attenzione al virus online che si maschera da Google Chrome

La Stampa     14/01/2016

Il nuovo ransomware Win32/Filecoder.NFR collegato a un server nascosto nella rete Tor è stato rilevato dai ricercatori di Eset



Una nuova minaccia alla sicurezza informatica si sta diffondendo in maniera subdola: è Win32/Filecoder.NFR, il nuovo ransomware che si distingue dagli altri perché finge di essere il file necessario a eseguire il browser Chrome di Google. Win32/Filecoder.NFR, rilevato dai ricercatori di Eset , funziona come un «ransomware as a Service» (RaaS) collegato a un server nascosto nella rete Tor (acronimo di The Onion Router, necessario per navigare nel Deep Web caro agli hacker di tutto il mondo).

Da lì, i criminali informatici possono scegliere cosa il malware infetterà nel sistema della vittima, quanti bitcoin chiedere come riscatto e quale messaggio intimidatorio mostrare sullo schermo. I criminali informatici possono inoltre controllare le statistiche sulla quantità di utenti infettati e il numero di vittime che ha effettivamente pagato il riscatto. 

Secondo i dati di Live Grid, la tecnologia Cloud di Eset che identifica le minacce informatiche globali per numero di rilevazioni, i ransomware della famiglia Filecoder rappresentano una seria minaccia per gli internauti italiani, che nella prima settimana di gennaio sono stati i più colpiti a livello mondiale, con un picco di infezioni registrate del 6,35%. 

Una volta che Win32/Filecoder.NFR si installa sul sistema e viene eseguito, decomprime tutti i suoi file pericolosi nella cartella dei file temporanei e si configura per essere eseguito a ogni avvio del sistema. Il file dannoso, chrome.exe, si presenta proprio come il file originale del popolare browser web Chrome. Tuttavia, analizzando le sue proprietà sarà facile notare che non è firmato digitalmente, e che le informazioni sulla versione e sul nome del prodotto sono state cancellate. 

Per diffondersi questa nuova minaccia sfrutta i classici metodi usati dai cybercriminali per infettare le macchine delle vittime, come siti web pericolosi, attacchi Drive-by-download, allegati alle e-mail e l’uso di altri Trojan-Downloader o di backdoor. I file vengono criptati usando una codifica AES con chiave a 128 bit, generando una nuova chiave per ogni documento codificato. 

La bimba che ha visto fucilare i soldati legati ai pioppi

Corriere della sera

di Sabrina Pinardi

Lina, 86 anni, vide gli italiani scavare le loro fosse. Conserva ancora la corteccia dei pioppi a cui furono legati dai tedeschi, intrisa di sangue



Li tiene ancora in un cassetto, i pezzi di corteccia del pioppo dell’Aldriga: «C’è dentro il sangue dei nostri soldati», dice mostrando le schegge. Lina Stuani, 86 anni che non dimostra per nulla, all’epoca dell’eccidio era una ragazzina di dodici anni: lei e l’amica Lina Savazzi sono rimaste le uniche testimoni di una delle pagine più tristi di questi luoghi, che ora rischia di perdere uno dei suoi simboli, il pioppo che gli anni hanno incurvato e ammalorato e che il Comune di Curtatone sta cercando di salvare grazie a un bando di sponsorizzazione.

Era il 19 settembre del 1943: tra i soldati italiani tenuti prigionieri in una caserma di Mantova i tedeschi chiesero dieci volontari: «Vanno scavate buche per nascondere dei documenti». I dieci che si fecero avanti avevano dai 19 ai 35 anni. Furono caricati su una camionetta e portati fuori città, nella Valletta dell’Aldriga, sulla riva destra del fiume Mincio. Lì, a un paio di chilometri dal Santuario delle Grazie, sui campi teatro della battaglia risorgimentale di Montanara e Curtatone, scoprirono che non dovevano scavare buche, ma fosse. Le loro. I tedeschi scelsero un pioppo abbastanza grande per legarvi un uomo. E, uno a uno, giustiziarono i soldati italiani. Con una scarica di mitra.

Lina, quella domenica mattina, si era alzata presto per andare alla messa delle sei e mezzo al Santuario. All’improvviso sentì gli spari. «Mio padre mi disse di non preoccuparmi, che erano i cacciatori — racconta — . Con la mia famiglia abitavo già ai Quattroventi, dove oggi c’è il nostro ristorante, con quel nome. La mia famiglia allora aveva una rivendita di alimenti e tabacchi». Curiose, lei e l’amica, che abitava in una corte vicina al luogo dell’eccidio, si avvicinarono alla Valletta: «C’erano una camionetta parcheggiata sul sentiero e un sacco di soldati tedeschi. Poi capii cosa stava succedendo. Vidi l’ultima esecuzione.

Ricordo come fosse ieri il rivolo di sangue che dal dosso dove c’è il pioppo scendeva giù, fino al prato in cui erano state scavate le fosse». I soldati si accorsero delle due bambine: «Ci videro perché eravamo molto vicine. Io li salutai con la mano e poi ce ne andammo. Prima, però, raccolsi frammenti di fotografie che i tedeschi avevano buttato per terra, vicino alla camionetta. Erano i ricordi che quei prigionieri portavano con sé». Tra le immagini color seppia anche un biglietto con cui Mario Corradini, il più giovane del gruppo, chiedeva di avvisare la sua famiglia: «Fate un favore di inviare ai miei cari uno scritto per dare loro informazioni che sono prigioniero».

Le due ragazze presero il tram per il santuario, ma prima si fermarono in tabaccheria, incollarono il biglietto a una cartolina postale e lo spedirono ai familiari di Corradini. Dopo che i tedeschi se n’erano andati, Lina tornò sotto l’albero: «Ci andai per strappare qualche pezzo di corteccia, che conservo da 73 anni». Non è l’unica. A Cesare Spezia, studioso di storia locale, alcuni pezzi di corteccia li ha lasciati il padre:

«Sono avvolti in una pagina del Corriere della Sera del 22 settembre 1943. Allora avevo dieci anni, ma ricordo il trambusto di quella giornata e negli anni me ne sono occupato nei miei studi». Per tanto tempo si era pensato che la strage fosse servita a «coprire» una lite fra soldati tedeschi e altoatesini, incolpandone gli italiani. Ma Spezia, forte della testimonianza di un ex soldato mantovano morto pochi anni fa, è convinto che i tedeschi non mentissero, quando sull’avviso pubblicato all’indomani dell’esecuzione parlarono di rappresaglia perché dei militari italiani avevano sparato su un convoglio nazista, causando due feriti.

Il dubbio forse rimarrà, come rimane un mistero la sparizione di una croce di legno che i primi arrivati sul luogo della strage trovarono piantata nel terreno. Portava incisi la data e il numero dieci, come le vittime. «Credo sia stata sepolta attorno al cippo quando le salme sono state esumate, il 5 maggio 1945 — prosegue Spezia — ma non è mai stata trovata. Peccato, perché sarebbe un reperto importante». Più importante ancora, però, resta la memoria, e quell’albero incurvato dal tempo ne è il simbolo: «È giusto puntellarlo e provare a salvarlo. Ma non dovrà essere tagliato, nemmeno quando sarà morto — dice Spezia —. Deve rimanere lì per sempre». Con quel sangue nel legno.

11 febbraio 2016 | 07:46

Uno con

La Stampa
massimo gramellini

Giuseppe Abbagnale è un nome ma soprattutto un cognome che fece appassionare al canottaggio anche chi nella vita non aveva mai imparato a remare. Assieme al fratello Carmine e al timoniere Di Capua compose l’equipaggio di «due con» più medagliato della storia, un manipolo di eroi sportivi che trovarono il loro Omero in Bisteccone Galeazzi. Un figlio di Abbagnale, Vincenzo, voga sulla sua scia verso le Olimpiadi di Rio. Vogava.

Questo figlio ha saltato per tre volte i controlli antidoping, l’ultima per un incidente d’auto che gli ha impedito di presentarsi all’appuntamento in orario, e in base ai regolamenti verrà squalificato per almeno un anno. Ad annunciarlo è stato suo padre, nel nuovo ruolo di presidente della federazione, perché ogni tanto quelli giusti finiscono addirittura al posto giusto. Lo ha annunciato senza un lamento né una scusa. Anzi, ha aggiunto che, se il giudice fosse lui, gli appiopperebbe una squalifica più lunga. 

Chissà quanto deve essere costato al suo orgoglio. Ma lo ha detto lo stesso, rivelandoci il segreto di ogni campione, un rigore che non si lascia corrompere neppure dai sentimenti. Diverso e distante dai tanti padri che nei campetti di provincia o nelle aule di scuola mettono l’istinto protettivo e un mal posto senso dell’onore davanti a tutto, anche all’evidenza, nel tentativo di proteggere il pargolo dall’allenatore, dall’arbitro, dall’insegnante, cioè dai verdetti della vita. Giuseppe Abbagnale poteva usare il proprio potere per aiutare il figlio a salvarsi. Invece lo ha usato per insegnargli a vivere. Così, forse, lo ha salvato davvero.

A che punto è il dibattito sulla crittografia e perché ci riguarda molto da vicino

La Stampa
andrea nepori

Un nuovo studio promosso dall’Università di Harvard interviene sulla questione della sicurezza elettronica e avverte: in futuro le opportunità di controllo saranno sempre di più. Il punto della situazione del dibattito internazionale su crittografia e cybersicurezza



La crescita dell’offerta di smartphone e dispositivi tecnologici capaci di criptare i dati degli utenti e garantirne una maggiore sicurezza, nel corso dell’ultimo anno ha dato vita ad un acceso dibattito sulla liceità di questi sistemi. Enti governativi americani, FBI in testa, sostengono che la disponibilità di strumenti crittografici così potenti nelle mani dei comuni cittadini sta contribuendo ad “oscurare” i sistemi tradizionali di indagine che si basano sull’intercettazione dei dati. E’ la cosiddetta “questione Going Dark”.

Uno studio pubblicato il primo febbraio dal Berkmann Group dell’università di Harvard e firmato da 14 fra i più eminenti esperti di esperti globali di cyber-sicurezza smonta pezzo per pezzo le tesi dell’FBI e sostiene di fatto il contrario: i metodi per la sorveglianza del cittadino sono destinati ad aumentare in futuro con lo sviluppo e la diffusione delle nuove tecnologie. E il titolo del report, “Niente panico”, già dice tutto: il rischio di oscuramento denunciato dall’FBI è nullo. 

Sono almeno quattro, in sintesi, le ragioni che spingono gli esperti a trarre una simile conclusione: i profitti di un gran numero di aziende tecnologiche che offrono servizi digitali dipendono dalla possibilità di continuare a decriptare e leggere i dati degli utenti; i metadati, strumento di sorveglianza già dimostratosi efficace, non sono criptati e non lo saranno in futuro; i prodotti connessi che stanno invadendo le nostre case aumentano la disponibilità di vettori di sorveglianza alternativa; infine l’attuale frammentazione degli ecosistemi software non permette una reale diffusione omogenea di una crittografia totalizzante, come quella paventata dall’FBI. 

LA POSIZIONE DELL’FBI
Per mantenere il proprio potere investigativo l’FBI ha preso una posizione netta nel dibattito sulla crittografia nel corso del 2015 e ha cercato di spingere il legislatore verso una soluzione normativa volta che riduca la disponibilità della crittografia su larga scala. 

Secondo il direttore del Bureau, James Comey, le aziende dovrebbero inoltre rivedere i propri modelli di business e offrire prodotti che non offrano la crittografia come caratteristica di default. Gli iPhone e alcuni modelli di dispositivi Android, infatti, permettono di tenere al sicuro i dati con sistemi di crittazione del dispositivo inaccessibili da parte delle aziende stesse e, di conseguenza, da parte delle forze dell’ordine. 

Lo stesso vale per iMessage e altri servizi di messaggistica che hanno iniziato ad offrire crittografia end-to-end (il messaggio è cifrato sempre, dal mittente al destinatario, anche quando transita sui server dell’azienda che offre il servizio) e che, in questo modo, darebbero il destro a delinquenti e terroristi, capaci con poco sforzo di comunicare senza il rischio di essere intercettati. 

Posizioni smentite nei fatti da eventi come quelli di Parigi, a novembre. Gli attentatori del Bataclan non avevano usato alcun tipo di cifratura, si erano scambiati messaggi in chiaro usando comuni dispositivi non crittografati. L’intelligence francese, ciò nonostante, non è riuscita a prevenire i piani dei terroristi, organizzati senza l’aiuto di alcun tipo di “oscuramento” digitale. 

CHIAVI DORATE E PORTE SUL RETRO
Le posizioni dell’FBI si sono concretizzate in due proposte di legge, nello Stato di New York e in California: l’idea di fondo è quella di rendere illegali i prodotti tecnologici come gli iPhone che offrono una crittografia totale e inaccessibile per le forze dell’ordine. Ad oggi, infatti, nemmeno Apple può accedere ad un iPhone bloccato e scaricarne i dati, neppure se a ordinarlo è un tribunale.

Un sistema che garantisce una sicurezza totale all’utente e che, per altro, ha contribuito a diminuire sensibilmente i furti dei costosi smartphone della Mela, ormai difficili da ricettare. Alcuni membri del Congresso vorrebbero imporre l’introduzione di sistemi che indeboliscano la crittografia e rendano più facile l’intercettazione dei dati da parte degli inquirenti dietro mandato di un tribunale. 

Le soluzioni proposte sono principalmente due: l’introduzione di “backdoor” nel software, note soltanto alle forze dell’ordine e alle aziende; l’attivazione di una “golden key”, una chiave passepartout per la decrittazione dei dispositivi che le aziende devono conservare e concedere agli inquirenti che ne facciano richiesta dietro autorizzazione di un giudice. 

Sistemi che sulla carta sembrano ragionevoli, ma di cui tuttavia i legislatori sembrano ignorare (volutamente o per ignoranza in materia) i rischi concreti. In entrambi i casi si tratta di soluzioni che rendono meno sicura l’intera impalcatura dei sistemi di crittografia, su cui si basano, è bene ricordarlo, tutte le transazioni online con carta di credito, il trasferimento di dati bancari, la cifratura di dati sensibili e molti altri capisaldi dell’economia digitale contemporanea. Quello che può sembrare una proposta a favore della legalità, concordano gli esperti, è in realtà un attacco diretto al funzionamento della Rete. 

LA POSIZIONE DELLE AZIENDE
E’ interessante, da questo punto di vista, la posizione dell’NSA (National Security Agency), completamente opposta a quella dell’FBI. Mike Rogers, il direttore dell’agenzia governativa che è diventata sinominimo di sorveglianza di massa dopo lo scandalo Snowden, sostiene che la posizione del Bureau non sia condivisibile. In un clima di guerra cibernetica globale, “golden key” e “backdoor” sono elementi di debolezza per la sicurezza nazionale, che andrebbero eliminati a priori e non favoriti. La sicurezza e la privacy dei cittadini, sostiene Rogers, devono poter convivere. 

Una posizione che riflette quella di Apple. Tim Cook, AD dell’azienda, ha più volte insistito sull’importanza della crittografia e non perde occasione per rimarcare questa posizione. “Non dobbiamo scegliere fra privacy e sicurezza,” ha detto Cook in una recente intervista con il giornalista della CBS Charlie Rose. “Siamo gli Stati Uniti d’America, dobbiamo avere entrambe!”
L’AD di Apple non le ha mandate a dire nemmeno alla Casa Bianca, colpevole secondo lui di mantenere posizioni troppo blande sulla questione della crittografia, come confermato del resto dalla diplomatica risposta ufficiale del Presidente alla petizione “#savecrypto ”, firmata da più di 100.000 persone.

Un’opinione che Cook ha espresso in maniera molto chiara alla delegazione che Obama ha inviato in California per discutere di crittografia e sicurezza con i dirigenti delle maggiori aziende della Silicon Valley: “no alle backdoor, è questo che il Governo dovrebbe dire”. Nella sua risposta, il Procuratore Generale degli Stati Uniti, Loretta Lynch, ha parlato ancora di equilibrio fra privacy e sicurezza, a riconferma che l’intento di Washington è quello di non assumere ancora una posizione deciso.
Nessun altro amministratore delegato ha preso posizioni così forti sulla questione. Secondo il CEO di AT&T, Randall Stephenson, è il Congresso che deve decidere sulla crittografia, non la Silicon Valley. Altri colossi del settore hanno preferito il silenzio. 

In particolare non si registra alcuna presa di posizione pubblica da parte di Google e Facebook. Come indicato dallo studio di Harvard, del resto, i modelli di business e i profitti di alcune delle maggiori aziende del settore tecnologico sono legati alla possibilità di continuare a leggere e analizzare i dati privati generati dagli utenti.

Mai montato un tassello fischer? Allora dite addio a Artur, che li creò

Corriere della sera

di Pierluigi Panza

Morto a 96 anni l’uomo che ha rivoluzionato il fai-da-te. Tedesco, da ragazzo si unì alla gioventù hitleriana. Voleva fare il pilota Luftwaffe ma era miope e divenne meccanico

Artur Fischer e il suo famoso tassello

Avete presente quando al sabato e alla domenica vedete quelle code di uomini in coda al Brico-center o similari? Ebbene, la loro vita, specie quella del week-end, quella del «Fai da te», è stata rivoluzionata da un uomo scomparso alcuni giorni fa a 96 anni, al cui cognome tutti i maschi italiani sollevano al cielo il Black&Decker: Artur Fischer. Questo (ovviamente) tedesco che ha varato più brevetti di Edison, è l’inventore del tassello che porta il suo cognome, il «tassello fischer», quel pezzullo di plastica con alette laterali che si martella nel foro effettuato con il trapano e dentro il quale si colloca una vite in grado di tenere su qualsiasi peso.
Figlio di un sarto e di una donna che lavorava da un meccanico
Se le mogli non s’inbufaliscono più come quando cadevano quadri e lampadari appesi con i chiodini di acciaio, e se sta su anche il cesto della pallacanestro del bambino, è perché lui ha inventato questo benedetto tassello. Artur Fischer era nato il 31 dicembre del 1919 a Tumlingen (ora Waldachtal), figlio di un sarto. Sua madre, che lavorava da un meccanico, riconobbe l’attitudine al lavoro manuale del bambino e gli regalò un kit di costruzioni. Provò a iscriverlo a una scuola professionale, ma senza successo, perché la lasciò a 13 anni per servire un fabbro come apprendista.

Si unì alla Gioventù hitleriana e venne arruolato nelle forze armate con la speranza di diventare pilota; ma era miope e gli mancava un diploma. Ovviamente finì a fare il meccanico per la Luftwaffe e fu assegnato alla regione del Palatinato. Lì, Adolf Hitler fece una visita a sorpresa nel Natale del 1939. «Avevo fatto un modello di aereo a dare a mia madre come regalo di Natale», ricordò Fischer in una intervista a «Der Spiegel» anni fa. «Poi, il mio comandante mi disse che ero il miglior meccanico e che avrebbe dato il mio aereo a Hitler. E’ stato orribile».
Quei 14 milioni di tasselli prodotti ogni giorno
Fece la sua prima invenzione nel ’47 per fotografare la figlia neonata: il sincronizzatore del flash. Il dispositivo fu acquistato dall’Agfa e lui passò almeno sei-sette anni a metterlo a punto. Nel 1958, per risolvere un problema edile che aveva in casa, trovò come inserire una vite in modo sicuro nell’intonaco o nel cartongesso. Ideò così un tassello in nylon con una punta spaccata per essere inserito in un foro. Era il progenitore del «tassello fischer», di cui oggi si producono circa 14 milioni di esemplari… al giorno.

E poiché un’invenzione tira l’altra, il nostro fabbro di Waldachtal ha messo a punto nel corso della sua certo prolifica vita ben 1.093 brevetti: kit da modellismo, portabicchieri, coperchi, pare anche bocchette di ventilazione a base di fecola di patate. Nell’intervista a «Der Spiegel» si scherniva: «Sono interessato a qualsiasi problema di cui uno è in grado di fornire una soluzione».

10 febbraio 2016 (modifica il 11 febbraio 2016 | 08:19)

Vietato l’imbarco al cane»: condannata Alitalia

Corriere del mezzogiorno

Il Tribunale di Marsala ha condannato la compagnia a risarcire il danno, quantificandolo in 1580 euro



Maurilio e il suo cane non riescono a imbarcarsi su un volo Alitalia per raggiungere Trapani da Milano. Il cane, un American Bulldog, infatti viene respinto dalla compagnia. E ora il Tribunale civile di Marsala ha condannato Alitalia a risarcire i danni al passeggero. Lo studente marsalese, Maurilio Favilla, aveva regolarmente acquistato tramite un’agenzia viaggi, il biglietto sia per se stesso che per il suo amico a quattro zampe. Nel comportamento della compagnia aerea, secondo il giudice, «è possibile configurare il dolo incidente», nonché «la mancanza della buona fede e il preordinato disegno di non voler informare la clientela dei diritti ad essa spettanti». Il fatto è accaduto il 23 dicembre 2012 all’aeroporto di Milano Malpensa.
Il cane Cash
Favilla e Cash si sarebbero dovuti imbarcare su un volo per Trapani-Birgi e, al momento dell’acquisto del biglietto aereo (novembre 2012), il passeggero veniva invitato a munirsi di una gabbia omologata per il trasporto del cane, che avrebbe dovuto viaggiare nella stiva. A Malpensa, però, al momento dell’imbarco Favilla scopriva che il volo non sarebbe stato effettuato da Alitalia, ma da AirOne (compagnia acquisita anni fa dall’Alitalia), che non trasporta animali a bordo.
Risarcire il danno
«L’Alitalia - spiega l’avvocato Antonino Rallo, legale di Favilla - aveva autorizzato l’agenzia di viaggi ad emettere un biglietto, quello per il cane, che in realtà non avrebbe potuto emettere». Per tornare in Sicilia, lo studente e il suo cane hanno dovuto prendere prima il treno per Genova e qui, poi, imbarcarsi su una nave per Palermo. Per questo, adesso, il Tribunale di Marsala ha condannato l’Alitalia a risarcire il danno, quantificandolo in 1580 euro.

9 febbraio 2016 | 21:11