venerdì 12 febbraio 2016

Il guardiano di Auschwitz

La Stampa
niccolò zancan



E poi, dopo aver ricordato quando i prigionieri chiedevano inutilmente di poter avere un bicchiere d’acqua, prima di incamminarsi inconsapevoli verso i forni crematori, il sopravvissuto Leon Schwarzbaum si è rivolto all’imputato con queste parole: «Abbiamo quasi la stessa età, presto ci ritroveremo entrambi davanti al giudice supremo. La prego di raccontarci la verità storica». Ma Reinhold Hanning, il guardiano di Auschwitz, 94 anni, accusato del concorso in omicidio di 170 mila persone, non ha detto neanche una parola. 

Davanti alla corte di Detmold, Germania. Foto Ap/Bernd Thissen

Toni e De Palo, il segreto di Stato che non scade mai. La lettera dei familiari a Mattarella da un anno senza risposta

ilfattoquotidiano.it
di Andrea Palladino | 11 febbraio 2016

I due giornalisti furono uccisi a Beirut nel 1980. Anche se sono passati i 30 anni previsti dalla legge, i documenti del Sismi sul caso non sono stati desecretati. "Stucchi (Copasir) e Massolo (Dis) ci hanno confermato che sono troppo compromettenti", probabilmente sul fronte degli accordi tra Italia e gruppi palestinesi. Resa pubblica oggi la lettera inviata - senza successo - al presidente della Repubblica

Toni e De Palo, il segreto di Stato che non scade mai. La lettera dei familiari a Mattarella da un anno senza risposta

Trentacinque anni silenzi. Un segreto di Stato ormai caduto che continua a imbarazzare. E due famiglie che aspettano dal 1980 i resti di due giornalisti, rapiti e poi uccisi nella Beirut degli intrighi e della guerra civile. Graziella De Paolo e Italo Toni sparirono nella capitale libanese – un mese dopo la strage di Bologna – dove erano arrivati per realizzare una serie di inchieste. Anni dopo il rapimento il giudice istruttore che conduceva le indagini si era dovuto fermare di fronte al segreto di Stato invocato dall’allora capo centro Sismi a Beirut, colonnello Stefano Giovannone, sulla reale natura del rapporto tra l’Italia e i gruppi palestinesi. Un accordo passato alla storia come “Lodo Moro”.

Il segreto di Stato sollevato dal Sismi davanti alla magistratura romana venne confermato nel 1984 dall’allora presidente del Consiglio dei ministri Bettino Craxi e prorogato qualche anno fa da Silvio Berlusconi. Il 14 agosto del 2014 quegli omissis contenuti nella documentazione sulla sparizione di Graziella De Paolo e Italo Toni detenuta dai servizi segreti sono per legge definitivamente caduti, essendo passati i 30 anni previsti come limite massimo dalla normativa. Nulla, però, è avvenuto.
Raccontano oggi i parenti dei reporter scomparsi, chiedendo di poter accedere finalmente all’intero dossier:

“Nonostante le promesse che si sono succedute nel corso dei decenni – spiegano in una email inviata oggi – la verità sulla sorte dei due giornalisti non è ancora stata rivelata, neppure dopo la scadenza del segreto di Stato. Negli ultimi tempi si sono svolti incontri ufficiali o ufficiosi con il Presidente del Copasir, senatore Giacomo Stucchi, ed il direttore del Dis ambasciatore Giampiero Massolo.Ambedue ci hanno confermato che i documenti sono compromettenti e scomodi da pubblicare, in particolar modo in questo periodo in cui il terrorismo dell’Isis colpisce anche l’occidente”.

Il segreto che avvolge la morte di Italo Toni e Graziella De Palo anche dopo 35 anni potrebbe creare imbarazzi. A nulla è servita la lettera che le famiglie hanno inviato al presidente della Repubblica il 9 gennaio 2015, pochi giorni dopo l’elezione: “Lo scorso 28 agosto 2014 sono scaduti i termini per il disvelamento completo del segreto di Stato – si legge nella lettera inviata a Sergio Mattarella -. Rimangono classificati e non si sa né quando né in quale forma verranno pubblicati gli ultimi documenti dove viene dimostrata l’esistenza della trattativa con il terrorismo arabo-palestinese.

Questi documenti dimostrerebbero, almeno storicamente, ai cittadini italiani che Graziella ed Italo sono stati sacrificati sull’altare della ragion di Stato (…) Ciò che Le chiediamo – scrivono Renata Capotonti, Aldo Toni, Alvaro Rossi e Nicola De Palo – è il fattivo impegno affinché la verità storica sulla sorte di Graziella ed Italo possa essere finalmente conosciuta da tutti. Non chiediamo la riapertura di indagini giudiziarie o di commissioni d’inchiesta, che si sono arenate di fronte al segreto di Stato, quanto almeno poter riavere almeno i poveri resti”. A quella lettera il presidente Mattarella non ha mai risposto.

Aldo Moro, la figlia Maria Fida: “Poteri oscuri sulla mia famiglia”

ilfattoquotidiano
di Stefania Limiti | 11 febbraio 2016

In parte secretata l'audizione della primogenita del presidente Dc, incentratata sulle divisioni interne alla famiglia durante il sequestro. "Non sono pazza e cattiva, mio padre lasciato solo". Il ruolo del Movimento Febbraio '74 - a cui aderì il fratello Giovanni - ostile alla trattativa

“Sono venuta per dirvi che non sono pazza e cattiva come mi hanno voluto dipingere. Io ho solo cercato di fare la volontà di mio padre, un uomo lasciato completamente solo”. Maria Fida Moro, la maggiore dei quattro figli del presidente della Dc, ha scelto di dare la sua testimonianza davanti alla Commissione che indaga sul sequestro e l’uccisione di suo padre ed è apparsa molto ferma e sicura di sé, almeno nei primi quindici minuti durante i quali l’audizione è stata libera, perché il resto, oltre due ore e mezzo di domande e risposte, è stato tutto secretato.

“Mia madre era una donna molto dura e autorevole, divertente e simpatica quando voleva, ma non si metteva mai paura di nulla. Durante la guerra aveva in casa un comando nazista ma questo non le impediva di salvare la vita degli ebrei ricercati. Eppure, nonostante ciò, durante i 55 giorni del sequestro accadde qualcosa di grosso che la portò ad abdicare dal suo modo di essere, dal suo coraggio”.

Maria Fida continua a parlare con voce composta: “Un potere oscuro prese il sopravvento sulla nostra casa”…. Ma il circuito che porta le audizioni nella Sala Stampa di Palazzo san Macuto s’interrompe qui. L’audizione passa ‘in secreta’ anche se in serata si apprenderà che il motivo di tanta cautela riguarda molti aspetti sensibili relativi alle spaccature interne alla sua famiglia e raccontati dettagliatamente. In particolare, la testimonianza ha riguardato il ruolo del Movimento “Febbraio 74″, al quale aveva aderito suo fratello.

Il Movimento, allora diretto da Giovanni Quaranta, era nato da un convegno che si svolse in quel mese alla presenza del cardinal Poletti, di cui oggi si sarebbe anche parlato durante l’audizione. Come spiegò già in un’importante intervista rilasciata circa tre anni fa a Giovanni Fasanella, Maria Fida Moro ritiene che i rappresentanti di quel Movimento avrebbero inciso sulla “libertà di movimento e di azione” di sua madre Eleonora e della sua intera famiglia.

Maria Fida avrebbe raccontato anche che nelle elezioni del 1976, il Movimento “Febbraio 74” aveva fatto campagna contro la Dc con un manifesto in cui si accusavano i democristiani di essere tutti ladri e che tra i primi firmatari c’era il fratello Giovanni. In sostanza, secondo l’ex senatrice “Febbraio 74” aveva avuto il potere di egemonizzare la famiglia Moro con scelta distruttiva, impedendo che suo padre, tramite le lettere dal carcere, e sua madre da libera, potessero agire verso una positiva conclusione del sequestro. Maria Fida fu pregata dalla madre piangente – “è l’unica volta che l’ho vista piangere” – di allontanarsi da casa perché i dissidi interni alla famiglia erano incontenibili, una volontà che la figlia maggiore di Moro eseguì e che la portò ad essere spettatrice passiva degli avvenimenti cruciali di quelle ore.

Insomma, cercate di capire cosa volessero quei signori del Movimento Febbraio ’74, pare aver detto Maria Fida Moro nella lunga audizione che sarà sicuramente utile, a quanto si apprende, per cogliere uno degli aspetti meno indagati e più significativi del caso Moro: il sistematico fallimento di ogni tentativo di trattativa. “Mia madre non andò mai in televisione durante in sequestro, nonostante papà le chiedesse di rivolgersi all’opinione pubblica”. Tutto rimase immobile in quei giorni, fino al 9 di maggio 1978, quando il cadavere di Moro fu ritrovato nella famosa R4.

Patti Lateranensi: privilegi ecclesiastici o caccia alle streghe? – Replica

ilfattoquotidiano
di Carlo Maria Martino | 10 febbraio 2016

Su questo stesso blog, Carlo Troilo propone, in un post dal titolo “Contro i privilegi della Chiesa, rivediamo i Patti Lateranensi”, una revisione del Concordato fra Città del Vaticano e Italia adducendo diverse motivazioni. Ma andando ad analizzarle e a vedere quali sono le linee guida proposte, si fatica, invero, a trovare delle ragioni che possano giustificare una simile iniziativa.

La prima delle motivazioni riguarda il Giubileo straordinario indetto da Papa Francesco: esso avrebbe “complicato la vita dei romani, senza benefici economici per la città”, obbligando il sindaco Marino a “promettere sostegno economico, chiedendo poi aiuto al governo italiano”. Complicare la vita dei romani? Sarebbe interessante capire come è possibile che un evento che, a detta dell’autore, è stato un flop per “scarso afflusso di pellegrini” possa aver determinato così gravi complicazioni (non meglio precisate) per un anno della vita dei romani.

Al contrario, il Giubileo è stata una occasione per la città di eseguire lavori che non sono mai stati fatti e che, probabilmente, si sarebbero fatti attendere per molti altri anni. Che poi Marino abbia dovuto chiedere sostegno economico al governo è questione del tutto estranea ai rapporti tra Vaticano e Italia: riguarderà, per l’appunto, i rapporti fra Roma Capitale e Governo centrale, o no?

Il Pontefice poi, avrebbe “trattato con disprezzo il Sindaco”. Il riferimento è alla nota vicenda dell’invito a Philadelphia. Qui occorre fare chiarezza: Marino sostenne, all’epoca, di essere stato invitato a Philadelphia direttamente dal Papa.  Il significato politico di un simile invito sarebbe stato enorme, se solo la notizia fosse stata vera: un endorsement nei confronti di un sindaco che aveva riconosciuto unioni civili e sposato coppie omosessuali. In questo caso si sfiora il millantato credito, nulla di più. E poco importa se i toni siano stati sgradevoli per qualcuno: la vicenda è ben più grave.

Anche in questo caso, comunque, si fatica ad individuare un nesso tra l’episodio mediatico e la presunta necessità di rivedere il Concordato. Vengono poi citati gli scandali “finanziari, morali e sessuali” in Vaticano: si scrive “in confronto, Buzzi e Carminati sono gentiluomini”. Ricordando all’autore che il Papa stesso ha riconosciuto che di episodi censurabili negli ambienti ecclesiastici ce ne sono stati, anche volendo, il nesso tra scandali vaticani e Concordato proprio non si riesce a trovare.

Da ultimo, si sostiene che il Papa si sia “allineato alle gerarchie”. Come se il Papa si facesse dettare la linea da altri. In ogni caso, suggerirei a Carlo Troilo di rileggere le dichiarazioni del Pontefice da lui stesso citate: deve essere sfuggito che il Papa affermò “chi sono io per giudicare una coppia gay?” dichiarazione che porta una forza intrinseca senza precedenti, ma non per questo venne rinnegata la famiglia come unione fondata su matrimonio tra uomo e donna.

È palese l’assenza di un nesso logico fra le argomentazioni di Carlo Troilo e la asserita necessità di revisione dei Patti Lateranensi. Diverso è il discorso che riguarda le proposte dell’autore, ragionevoli e per certi versi condivisibili, ma che per la verità non sono affatto nuove e che comunque, si ripete, nulla hanno a che vedere con le motivazioni addotte.

I punti sollevati riguardano soprattutto l’IMU, l’8×1000, l’insegnamento della religione cattolica e il finanziamento pubblico agli istituti scolastici confessionali. Cercando di non cadere nel semplicistico conflitto tra SI e NO all’8×1000 o all’IMU oppure SI o NO al finanziamento pubblico degli istituti privati, la questione è più complessa di quel che sembra.

A fronte di un privilegio di cui godono tutte le confessioni religiose, tutte le Onlus in Italia e tutti gli istituti privati parificati, le istituzioni cattoliche (onlus e istituti scolastici) hanno un ruolo sociale, assistenziale nel primo caso e formativo nel secondo, che merita una riflessione più ponderata di quella che si può fare su un blog.

Tuttavia, l’8×1000 è un contributo volontario, e non obbligatorio come si vuole far credere, che non riguarda solo la Chiesa cattolica ma ogni altra confessione riconosciuta in Italia; con questi soldi, oltre al sostentamento della Chiesa in generale – punto, questo è vero, molto discutibile – la Chiesa cattolica sostiene tutta una serie di attività di promozione sociale che si sostituiscono di fatto e quasi interamente allo Stato, dando vita ad una assistenza sul territorio che sarebbe altrimenti più che gravosa per lo Stato Italiano.

Allo stesso modo, la presenza di istituti scolastici religiosi, che peraltro non supera il 5-7% dell’apparato scolastico italiano, salvo il 30% per le scuole materne, secondo un rapporto del Miur di pochi anni fa, permette allo Stato di risparmiare, pur concedendo un contributo pubblico, una spesa ben maggiore (circa 5 miliardi l’anno) rispetto a quella che le casse statali dovrebbero sostenere se ogni studente scegliesse di frequentare la scuola statale e non la scuola privata (qui il Pdf).

Ho cercato di rivedere quasi uno per uno i punti che Carlo Troilo ha sollevato, cercando non di dare una verità assoluta, ma una prospettiva, senza dubbio diversa, che cercasse di riportare equilibrio al dibattito. La materia dei rapporti Stato–Chiesa è stata ridotta fin troppo facilmente, a dir la verità, ad un semplicistico quanto populistico catalogo di presunti privilegi. Se poi si volesse dar vita ad una revisione dei Patti Lateranensi, e se ne può parlare, sicuramente lo spirito non sarebbe quello giusto.


Replica di Carlo Troilo
Il blogger Carlo Maria Martino replica al un mio articolo sulla necessità di rivedere il Concordato. Lo ringrazio perché le sue critiche sono cortesi e dialoganti. Non potendo rispondere sui singoli punti per ragioni di spazio, mi limito a pochi aspetti. 1) Ammesso che Marino avesse “millantato credito” (fra l’altro, se non sbaglio, il sindaco aveva detto di essere stato invitato dalla Diocesi di Philadelphia, non dal Papa) Bergoglio non avrebbe dovuto trattare come uno straccione il sindaco della Capitale d’Italia, specie in un periodo in cui Roma sopporta l’onere di un anno di Giubileo (senza il vantaggio dei lavori cui accenna Martino). 

E sorvolo sulla vicenda un po’ macabra del tour di padre Pio. 2) L’8 per mille è volontario, ma il fatto che vadano comunque alla Chiesa cattolica quasi tutti i soldi di chi non ha scelto una confessione religiosa piuttosto che l’altra è indecente; 3) il fatto che il cardinale Bertone ristrutturi la sua casa con i soldi destinati ai bambini malati non c’entra – in senso stretto – con il Concordato, ma forse questo Stato Vaticano a cui l’Italia dà tanto, se vuole continuare a godere di questi benefici, dovrebbe “darsi una ripulita”, e non solo a parole (è di oggi la notizia di un altro Monsignore finito ai domiciliari per un affare di trenta milioni di euro). L’importante, alla fine, è che anche Martino non escluda la possibilità di rivedere un Concordato. 

Cordialmente. Carlo Troilo.

Il diritto di oblio si espande: Google verso il blocco dei risultati su tutte le edizioni europee

La Stampa
beniamino pagliaro

Finora i link rimossi su richiesta degli utenti erano visibili cambiando il dominio. Da marzo la situazione potrebbe cambiare



Google rimuoverà i link su fatti o notizie tutelate dal diritto all’oblio su tutte le edizioni del motore di ricerca e non più soltanto su quella del Paese da cui arriva la richiesta di rimozione.

La mossa è stata anticipata dal New York Times e sembra segnalare la disponibilità del gruppo di venire incontro alle richieste dell’autorità per la protezione dei dati della Francia, che nello scorso settembre aveva chiesto di estendere la rimozione a tutte le edizioni del motore di ricerca.

Nella situazione attuale, frutto della sentenza del 2014 della Corte di Giustizia europea, se un utente chiede di rimuovere un link dai risultati di Google Italia in quanto contenuto «non più pertinente», il motore di ricerca accetta la richiesta e esclude il risultato dall’edizione italiana. Ma il risultato rimane visibile, per esempio, ripetendo la ricerca sulla versione americana google.com.

La modifica dovrebbe essere operativa a marzo e dovrebbe invece riguardare tutte le edizioni di Google qualora la ricerca arrivi da un pc o dispositivo fisicamente all’interno del Paese da cui arriva la richiesta di rimozione. Rimarranno invece inalterati i risultati delle edizioni non europee di Google.

In un primo momento, si era appreso che Google non avrebbe assecondato i desiderata francesi, ma la scelta appare oggi diversa. La società del motore di ricerca controllata dalla holding Alphabet, da inizio mese la prima per capitalizzazione di mercato, ha davanti a sé un complesso dossier europeo, dall’indagine antitrust dell’Unione Europea su Google Shopping alle verifiche fiscali. La decisione di adottare un atteggiamento prudente e più dialogante con le autorità pubbliche europee, anche in materia di privacy e diritto all’oblio, potrebbe anche rispondere alla logica di distendere i delicati rapporti con Bruxelles.

Dall’entrata in vigore del diritto all’oblio, in base ai dati forniti da Google, la società ha ricevuto 386mila richieste di rimozione, riguardanti 1,36 milioni di link. Le richieste accettate sono state il 42,5% del totale, e hanno portato alla rimozione di 492mila link.


Google ha già rimosso 440 mila link per il diritto all’oblio. Il sito più colpito è Facebook
La Stampa    26/11/2015

Big G tira le somme a un anno e mezzo dalla sentenza della Corte di giustizia europea

A un anno e mezzo dalla sentenza della Corte di Giustizia Ue su diritto all’oblio, che garantisce il diritto a veder cancellati sui motori di ricerca i link a notizie su una persona ritenute «inadeguate o non più pertinenti», Google ha rimosso circa 440mila link. Lo rende noto la compagnia nel Report sulla trasparenza, in cui spiega che dal maggio 2014 a oggi ha ricevuto 348mila richieste da parte degli europei - 26mila da italiani - inerenti a 1,2 milioni di link.

L’Italia è il quinto Paese Ue per numero di richieste inviate: 26.186, che coinvolgono 85mila link, mentre 21mila sono i link cancellati finora. I francesi hanno inviato 73mila richieste, i tedeschi 60mila, gli inglesi 43mila e gli spagnoli 33mila. «Durante la valutazione di ogni richiesta, Google deve tenere in considerazione i diritti della persona e l’interesse pubblico per i contenuti», sottolinea la società di Mountain View portando alcuni esempi.

Guardando all’Italia, Big G ha detto sì alla richiesta di una donna di veder rimossa dal motore di ricerca la pagina contenente un articolo, vecchio di decenni, relativo all’omicidio del marito, in cui era citato il suo nome. Ha detto no, invece, a «diverse richieste» inviate da una persona per la rimozione di «20 link ad articoli recenti sul suo arresto per reati finanziari commessi in ambito professionale».

Tra i siti più colpiti, si legge nel report, il primo è Facebook, con oltre 10mila link rimossi. Nella top ten figurano anche Google Gruppi e Google Plus, YouTube e Twitter. 


Hidden from Google, ecco l’elenco dei link rimossi a causa del diritto all’oblio
La Stampa    16/07/2014
bruno ruffilli

Elencare tutti i link rimossi dalla versione europea di Google per rispettare il diritto all’oblio. E’ questo lo scopo del sito “Hidden from Google ” , creato da Afaq Tariq, un programmatore statunitense. Ogni omissione, cancellazione e censura viene segnalata. Sul sito ricompare il materiale oggetto di rimozione con relativa chiave di ricerca e fonte. Semplici internauti, oltre a esperti e legali, possono fornire informazioni utili sui link nascosti da Google compilando un apposito form.

“L’elenco è un modo per tenere traccia dell’attività di censura su Internet” – si legge sul sito. “Spetta all’utente decidere se le nostre libertà siano rispettate o violate dalle recenti sentenze dell’Unione europea”. Perciò “Hidden from Google” avrebbe un compito meramente informativo.

Le richieste pervenute a Google, dopo la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea che ha riconosciuto il diritto di un cittadino europeo ad ottenere la rimozione dai risultati di ricerca di informazioni “inadeguate, irrilevanti o non più pertinenti, o eccessive” riguardanti la sua persona, sono tante e in continuo aumento.

Il rischio è che, per far valere il diritto alla privacy, arrivi uno tsunami di domande. I responsabili di Google riferiscono di aver ricevuto da maggio oltre 70.000 richieste che riguardano 250.000 pagine web. Sono circa mille al giorno, ognuna delle quali deve essere valutata dallo staff di legali della società.

Qualcuno, però, ritiene che la sentenza europea rappresenti un attacco alla libertà di opinione e di informazione. Il portavoce di Google, Peter Barron , ha sostenuto che la decisione giudiziaria ha costretto l’azienda ad andare contro i suoi principi non lasciando altra alternativa se non quella di conformarsi al dettato dei giudici.

“Hidden from Google”, supportato da decine di soffiate degli utenti, intende restituire al pubblico i link rimossi per far vedere cosa viene perso in termini informativi. Il processo di verifica delle segnalazioni, comunque, non è facile. “Alcuni link sembrano essere stati rimossi, ma non per molto – dichiara Afaq Tariq. Si tratta di accertare se la cancellazione sia stata effettuata in maniera completa, altrimenti non si viene inclusi nella lista che per questo motivo non è molto lunga.

La nascita del sito, in ogni caso, potrebbe dimostrare l’inefficacia del diritto all’oblio stabilito su base giudiziaria finendo per provocare un effetto di amplificazione e di maggiore pubblicizzazione online di quelle informazioni che si cerca di rimuovere o censurare.

Attenti alla truffa-bug che blocca iPhone e iPad quando si cambia la data

La Stampa



Uno strano bug dei chip a 64 bit di Apple può bloccare gli iPhone e gli iPad in maniera permanente e rendere necessario l’intervento in assistenza per riportare il dispositivo alla normalità. Per innescare il blocco è sufficiente impostare la data del dispositivo al 1 gennaio 1970 dalle preferenze di sistema. Al successivo riavvio l’iPhone o l’iPad mostreranno il logo Apple senza però procedere in alcun modo alla sequenza di boot. Per resettare efficacemente il dispositivo è necessario disconnettere e riconnettere fisicamente la batteria, un’operazione che l’utente non può effettuare da solo.

Il problema, che probabilmente passerà agli annali come uno dei bug fra i più assurdi della storia di iOS, si presenta solamente sui dispositivi che montano un processore della seria Ax a 64 bit, vale a dire A7, A8, A8X, A9 e A9X. Gli iPhone a rischio sono il 5S, 6, 6 Plus, 6s e 6s Plus. Gli iPad sensibili al bug sono l’iPad mini 2, gli iPad Air e tutti i modelli successivi. Secondo quanto riportato da un commentatore su Reddit, il problema sarebbe stato scoperto da un utente cinese nel tentativo di risolvere un errore di visualizzazione dell’orario su un iPhone con iOS 9.3 in versione beta.

Il bug, tuttavia, non è legato alla versione del software. Il problema si potrebbe derubricare a semplice curiosità se non fosse che su Twitter e su altri social c’è già chi ne ha approfittato per buggerare gli utenti meno esperti, spacciando il cambio di data come operazione necessaria per sbloccare fantomatiche funzionalità nascoste di iOS o per effettuare in maniera rapida un jailbreak del dispositivo. Se possedete un iPhone o un iPad fra quelli sopra elencati non modificate la data (che a cose normali è impostata in automatico) e installate subito il prossimo aggiornamento con cui Apple - si spera in tempi brevi - risolverà l’insolito bug. 

Apple un dipendente: "Hacker offrono 20.000 euro per le nostre password"

repubblica.it
di GIANCARLO CALZETTA

L'indiscrezione svelata a Business Insider da un lavoratore anonimo

Apple un dipendente: "Hacker offrono 20.000 euro per le nostre password"

Un dipendente Apple che vuole restare anonimo ha svelato a Business Insider che ci sono molte persone disposte a pagare bene per ottenere username e password degli impiegati della sede irlandese dell'azienda produttrice dell'iPhone. Entrare nella sede Irlandese di Apple sembra essere il sogno di molti hacker. Non farebbero prima a cercare di farsi assumere? Secondo le dichiarazioni, sembra che queste offerte vengano fatte a molti degli addetti che lavorano nella sede, senza badare troppo a ruoli ricoperti: chiunque riceve proposte di questo tipo.

"Potrei vendere online il mio Apple ID per 20000 euro in qualsiasi momento, c'è sempre richiesta". Anche un ex dipendente della stessa sede europea ha confermato che c'è molta gente che entra in contatto con i dipendenti Apple per cercare di comprarne le credenziali, ma aggiunge qualche dettaglio: "Cercano addetti che siano stati promossi in una qualche posizione manageriale minore e che non siano in azienda da troppo tempo". Apple è a conoscenza di questa pratica e ha varato un progetto chiamato "grown your own" che cerca di arginarne gli effetti e le tentazioni.

Ma perché se al mercato nero c'è gente disposta a pagare milioni di dollari per ottenere una vulnerabilità da sfruttare sui dispositivi Apple, i cybercriminali pagano così "poco" per una porta di accesso alla rete interna? Il motivo è che delle credenziali rappresentano un asset importante, ma rischioso: non si sa davvero cosa si possa ottenere. Sicuramente, le policy di sicurezza nella rete interna di Apple sono molto stringenti e applicate in maniera sensata, rendendo comunque molto difficile per gli eventuali hacker ottenere benefici importanti dal semplice accesso. È anche vero, però, che se vuoi estrarre qualcosa da una rete, devi prima entrarci e farlo con delle credenziali lecite è sicuramente il modo migliore per cercare falle da sfruttare e iniziare a muoversi lateralmente.

InsuperAbile

La Stampa
massimo gramellini

Commentando il ciuffo a banana esibito dal pianista Ezio Bosso sul palco di Sanremo, il sito satirico Spinoza ha scritto: «È davvero commovente vedere come anche una persona con una grave disabilità possa avere una pettinatura da coglione». La tanta Italia che ha scoperto Bosso soltanto l’altra sera si è indignata, ma lui no. «Perché cerco di pettinarmi da solo» ha risposto, e anche i provocatori di Spinoza hanno dovuto concedere l’onore delle armi a quest’anima enorme, capace di prendere in giro la malattia degenerativa che gli ha invaso il corpo senza riuscire a intorbidirgli i pensieri.

Essere sfottuto è meglio che essere compatito: ti fa sentire normale. Ma chi l’altra sera lo ha ascoltato parlare e suonare - come la giovane orchestrale con gli occhi umidi inquadrata più volte dalla regia, in cui ci siamo riconosciuti un po’ tutti - non era mosso dalla compassione. Semmai dalla meraviglia. La stessa che un bambino prova davanti al mistero. E qui il mistero è l’uomo, quest’essere fatto di fango e di stelle che non trattiene niente eppure contiene tutto, anche se spesso se ne dimentica.

Poi una sera a Sanremo, dopo una silhouette perfetta e una bocca rifatta, spunta uno di quei «diversamente abili» dinanzi ai quali per strada giriamo educatamente la testa ed estrae l’universo dal suo corpo straziato. Allora accade un piccolo miracolo e persino lo spettatore più cinico percepisce confusamente che Ezio Bosso non è un uomo con le spalle al muro. È l’uomo che oltrepassa il muro nell’unico modo possibile. Volando.

Schumacher, stampa inglese: “Cure costosissime, 10 milioni l’anno”

La Stampa
stefano mancini

La riabilitazione del sette volte campione del mondo di F1 procede molto lentamente e con esito incerto



Le cure a cui Michael Schumacher è sottoposto costano 27 mila euro al giorno, circa 10 milioni l’anno. La cifra, secondo quanto sostiene la stampa inglese, serve a pagare l’imponente apparato sanitario messo in piedi dalla moglie Corinna nella residenza di Gland, in Svizzera, dove l’ex campione tenta di recuperare dal terribile incidente sugli sci avvenuto il 29 dicembre del 2013 a Méribel (Francia). 

Le ultime notizie sulle sue condizioni, però, «non sono buone», come ha raccontato Luca Montezemolo, presidente della Ferrari durante il ciclo di successi del pilota tedesco. Schumacher non sarebbe ancora in grado di muoversi né di parlare.

Durante i 19 anni di Formula 1, Schumi ha accumulato una ricchezza stimata dalla rivista Bilanz in 700 milioni di euro. Nello scorso giugno la moglie aveva messo in vendita il jet privato (del valore di 30 milioni), dopo aver ceduto la casa di Trysil in Norvegia, dove per anni la famiglia Schumacher aveva trascorso le vacanze invernali prima di preferirle Méribel, sulle Alpi francesi dell’Alta Savoia.

Il papà di Android lavora su uno Street View in tempo reale

La Stampa
lorenzo longhitano

Dopo aver lasciato Google, oggi Andy Rubin lavora a una dashcam connessa, una videocamera da automobile offerta gratuitamente in cambio del diritto a usare i dati che raccoglie



Quando il papà di Android, Andy Rubin, ha abbandonato Google nel 2014 , ha lasciato in eredità a Mountain View un sistema operativo che ad oggi vive su più di un miliardo di dispositivi sparsi per il globo. Fa notizia quindi che nel corso di una recente intervista si sia sbottonato parzialmente su uno dei suoi progetti futuri, soprattutto se riguarda una piattaforma dalle potenzialità tanto promettenti quanto inquietanti.

Nonostante le voci che lo vogliono nuovamente impegnato sul fronte smartphone, Rubin non ha fatto menzione dei suoi piani in quest’ambito, ma ha confessato di essere al lavoro su un gadget piuttosto diverso: una dashcam, ovvero una di quelle videocamere da automobile tipicamente installate sui cruscotti dei veicoli in alcuni paesi come la Russia. Il loro scopo finora è stato quello di documentare quanto accade sulla strada nei paraggi delle vetture a scopo assicurativo, ma Rubin vuole trasformarle in qualcosa più: dispositivi smart e connessi, in grado di inviare le proprie immagini in Rete per contribuire a generare una mappatura totale e in tempo reale del mondo che le circonda.

Le potenzialità di un network fatto di dashcam connesse sono numerose. Uno Street View aggiornato ogni secondo potrebbe fornire informazioni sul traffico estremamente accurate, trovare parcheggi nelle vicinanze della vettura e molto altro. Affinché questa visione si realizzi, però, il gadget deve diventare onnipresente, diffuso almeno quanto lo sono ora gli smartphone Android.

Per questo motivo Rubin ha intenzione di offrire la sua dashcam gratuitamente a chiunque ne faccia richiesta: in cambio chiederà il diritto di usare i dati ricavati dalla videocamera e dai sensori a bordo. I problemi che un progetto di questo tipo si troverà a dover affrontare sono numerosi - non ultimo quello relativo alla privacy dei soggetti ripresi - ma su questi ultimi al momento l’ingegnere informatico non ha fornito dettagli né risposte.

Sigonella, terza base al mondo per il controllo di tutti i droni Usa

Franco Iacch - Gio, 11/02/2016 - 13:12

Nella base siciliana saranno installati dodici ripetitori con la possibilità di aggiungerne altri otto. Il progetto prevede inoltre tutti i sistemi infrastrutturali, meccanici, elettrici, stradali, di prevenzione incendi ed allarme per supportare il sito per le comunicazioni satellitari

La base di Sigonella, in Sicilia, sarà la terza struttura al mondo per il comando, il controllo satellitare e la manutenzione di tutti i droni delle forze armate statunitensi.

Il 14 novembre scorso il Naval Facilities Engineering Command Office per l’Europa e l’Asia sud-occidentale della Marina militare Usa, ha pubblicato il bando di gara per la realizzazione nella stazione aeronavale n. 2 di Sigonella (NAS 2) dell’UAS SATCOM Relay Pads and Facility, un sito fornito di tutte le attrezzature necessarie a supportare le telecomunicazioni via satellite del Sistema degli aerei senza pilota ed “assicurare lo spazio per la gestione delle operazioni e delle attività di manutenzione” dei droni in dotazione all’US Air Force e all’US Navy per un importo tra i 10 ed i 25 milioni di dollari.

Il progetto per realizzare in Sicilia l’UAS SATCOM Relay Pads and Facility – spiega l’analista siciliano Antonio Mazzeo - era stato presentato la prima volta al Congresso nell’aprile del 2011, ma l’approvazione è giunta solo in occasione della predisposizione del bilancio per le costruzioni militari per l’anno fiscale 2016.

Scrivono dal Dipartimento della Difesa USA
“Nel nuovo centro saranno installati dodici ripetitori UAS SATCCOM con antenne, macchinari e generatori di potenza con la possibilità di aggiungerne altri otto della stessa tipologia. Il progetto prevede inoltre tutti i sistemi infrastrutturali, meccanici, elettrici, stradali, di prevenzione incendi ed allarme per supportare il sito per le comunicazioni satellitari. La costruzione di una SATCOM Antenna Relay facility è necessaria per supportare i link di comando dei velivoli controllati a distanza, in modo da collegare le stazioni presenti negli Stati Uniti con gli aerei senza pilota operativi nella regione dell’Oceano atlantico.

Con il completamento di questo progetto saranno soddisfatte le richieste a lungo termine di ripetitori SATCOM per i Predator (MQ-1), i Reaper (MQ-9) ed i Global Hawk (RQ-4). Il nuovo sito supporterà inoltre il sistema si sorveglianza aeronavale con velivoli senza pilota UAV Broad Area Maritime Surveillance (BAMS) di US Navy e le missioni speciali del Big Safari di US Air Force”. Il nuovo centro di Sigonella coordinerà tutti i droni militari americani a supporto dei principali comandi strategici per fornire informazioni aggiornate ai reparti combattenti.

Continuano dal Pentagono
“Il sito di Sigonella garantirà la metà delle trasmissioni dei velivoli senza pilota UAS e opererà in appoggio al sito di Ramstein, in Germania. Senza l’UAS SATCOM Relay Site gli aerei senza pilota non sarebbero in grado di effettuare le loro missioni essenziali, non potrebbero essere sostenuti gli attacchi armati e si verificherebbe una riduzione significativa delle capacità operative odierne ed un impatto negativo grave per le future missioni d’oltremare. La SATCOM Communications Support Facility avrà un’estensione di 1.200 metri quadri”.

Il nuovo UAS Satcom Relay di Sigonella – aggiunge Mazzeo - opererà come stazione “gemella” dell’infrastruttura ospitata in Germania, assicurando l’“indispensabile” backup alle operazioni d’intelligence e di telecomunicazione satellitare di Ramstein. La principale base per le operazioni su scala planetaria dei droni USA si trova nella Creech Air Force Base, in Nevada. Le nuove strutture di Sigonella garantiranno, tra le altre cose, un costante flusso di dati per consentire ai piloti nel Nevada di manovrare i droni in tempo reale a migliaia di chilometri di distanza.

Coltivare in casa due piantine di marijuana per uso personale non costituisce reato

La Stampa
ermes antonucci

Ad affermarlo è stata la Sesta sezione penale della Cassazione



Coltivare in casa due piantine di canapa indiana (marijuana) per uso personale non costituisce reato. Ad affermarlo è stata la Sesta sezione penale della Cassazione, che con una sentenza (5254/16) depositata lo scorso 8 febbraio ha annullato la sentenza di condanna emanata nel novembre 2013 dalla Corte d’appello di Trento nei confronti di una coppia di ventenni, colpevole di aver coltivato in un armadietto-serra della propria abitazione due piante di canapa indiana, e di detenere un essicatore per il trattamento delle foglie prodotte.

Secondo la Cassazione, l’interpretazione fornita dai giudici di merito nella loro condanna, secondo la quale la coltivazione di piante per la produzione di sostanze stupefacenti è sempre punibile a prescindere dal suo eventuale uso personale, risulta essere “indubbiamente rigida”, ed a questa deve invece essere opposta una valutazione circa l’esistenza di una ”offensività concreta” della condotta.
Sulla base di questo principio, più volte evidenziato negli ultimi anni dalla Corte costituzionale e dalla stessa Cassazione, la Sesta sezione penale di Palazzo di Giustizia ha riconosciuto la sostanziale inoffensività della coltivazione casalinga di due piantine di canapa, in virtù del suo “conclamato uso esclusivamente personale” e della sua “minima entità”, tale da escludere “la possibile diffusione della sostanza producibile e/o l’ampliamento della coltivazione” stessa.

Come stabilito infatti dalle Sezioni Unite della Cassazione con due sentenze gemelle del 2008, pur essendo la coltivazione delle piante di marijuana penalmente rilevante a prescindere dalla destinazione del prodotto (quindi anche per uso personale), spetta al giudice di volta in volta verificare se la condotta contestata sia idonea o meno a “mettere a repentaglio il bene giuridico protetto”, ossia la salute pubblica. In altre parole, la punibilità per la coltivazione di questo genere di piante “va esclusa allorché il giudice ne accerti l’inoffensività in concreto”, cioè se la sostanza ricavabile “non è idonea a produrre un effetto stupefacente in concreto rilevabile”.

Tale indicazione, come è intuibile, lascia spazio ad una marcata discrezionalità da parte delle autorità giudiziarie in relazione alle diverse fattispecie sollevate. Nell’aprile del 2014, ad esempio, sempre la Sesta sezione della Corte di Cassazione ha annullato, come accaduto con la recente sentenza, la condanna nei confronti di una persona che aveva coltivato nella propria casa due piantine di marijuana di modeste dimensioni, dal momento che tale attività rendeva “irrilevante l’aumento di disponibilità della droga e non prospettabile alcun pericolo di ulteriore diffusione di essa”.

Circa un mese dopo, al contrario, la stessa sezione di Palazzo di Giustizia ha confermato la condanna nei riguardi di una persona che nella propria casa aveva coltivato tre piante di canapa indiana di grandi dimensioni, precisando che ai fini del giudizio non rileva la quantità di principio attivo di THC, ma “la conformità delle piante al tipo botanico previsto e la loro attitudine (anche per modalità e cura di coltivazione) a giungere a maturazione e a produrre la sostanza stupefacente utilizzabile per il consumo».

La pronuncia della Cassazione recentemente depositata giunge mentre presso la commissione riunita Affari sociali di Camera e Senato è in corso da alcune settimane la discussione su un disegno di legge che mira a riformare la disciplina in materia, segnata dall’abrogazione nel febbraio 2014 della legge Fini-Giovanardi da parte della Corte costituzionale. Il provvedimento, presentato da un intergruppo parlamentare e firmato da più di 200 deputati e senatori di maggioranza ed opposizione, prevede la depenalizzazione e parziale liberalizzazione della vendita di marijuana. 

Portone chiuso in faccia: gesto ineducato, che però nongiustifica la pioggia di offese

La Stampa

Follie da condominio. Lei, abitante nel palazzo, vede arrivare altre tre condomine e chiude volutamente, e in tutta fretta, il portone. Gesto poco civile, senza dubbio, ma non tale da legittimare la reazione scomposta delle persone risentitesi per l’affronto subito. Consequenziale la condanna per il delitto di ingiuria, concretizzatosi in una raffica di offese, inflitta prima dal Tribunale e poi confermata dalla Cassazione con la sentenza n. 5229/2016, depositata il 9 febbraio.

Ira. Nessun dubbio già per i giudici di merito. Gli improperi, ripetuti ad alta voce nel contesto condominiale di una cittadina siciliana, meritano di essere sanzionati. Logica, quindi, la condanna per «ingiuria», con tanto di «multa» – 750 euro – e «risarcimento del danno» a favore della persona offesa.

Nel contesto della Cassazione, però, il legale delle tre donne finite sul banco degli imputati sostiene la tesi della «provocazione». A suo dire, in sostanza, a provocare l’«ira» delle sue clienti è stata la condotta dell’altra condomina, che volutamente aveva chiuso il portone del palazzo vedendo arrivare le tre donne.

Ma la linea difensiva della «provocazione» si rivela davvero fragile. Per i giudici di Cassazione, pur dando per acclarata la ricostruzione dell’episodio, si può affermare, senza dubbio, che «la semplice chiusura di un portone, prima dell’arrivo di altri condomini» non può rendere giustificabile lo «stato d’ira» manifestato verbalmente alle tre donne. Quella condotta, cioè la volontaria e frettolosa chiusura del portone del palazzo, è stata sì «ineducata», riconoscono i giudici, ma non così grave da rendere comprensibile la «protratta reazione offensiva posta in essere» dalle tre donne.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Mosca svela il suo nuovo drone elicottero

La Stampa

Armato con missili anti-carro, ha un raggio di azione di centinaia di chilometri



La Russia svela la sua ultima arma d’assalto. Si tratta di un drone multicottero con missili anti-carro. Il velivolo è stato presentato durante una conferenza sui robot militari a Kubinka, nei pressi di Mosca. Composto da diversi droni armati, è in grado di svolgere attività di ricognizione, monitorare il campo di battaglia ed eliminare gli obiettivi.

Il drone multicottero è stato prodotto dalla Sistemprom, società che fa parte dello United Instrument Manufacturing Corporation (Rostec). È composto da quattro droni armati con munizioni a razzo. I droni possono svolgere operazioni separatamente o agire come una task force congiunta. «Lo scopo di questa arma di ultima generazione - ha spiegato il vice direttore generale di Rostec, Sergey Skokov, all’agenzia russa RIA Novosti - è quello di sostituire i soldati sul campo di battaglia, risparmiando così molte vite umane».

Il drone multicottero ha un raggio di azione di centinaia di chilometri ed è in grado di raccogliere foto e video utili per il lavoro di intelligence, trasferendo il materiale alla base in tempo reale. 

Svizzera, esasperato dai furti avvisa: "Niente polizia, noi qui vi spariamo"

Lucio Di Marzo - Gio, 11/02/2016 - 14:27

I cartelli esposti non lasciano dubbi sulle intenzioni dell'uomo, che ha deciso di farsi giustizia da solo



Le ultime due rapine le aveva subite a distanza molto ravvicinata, abbastanza da fargli decidere che bisognava fare qualcosa per mettere fine a quella sequela di furti. Il gestore di una stazione di servizio a Thal, in Svizzera, ha deciso di mettere in guardia i ladri e prendere la cosa nelle sue mani.

Marcel Zuercher, il titolare dell'attività nel cantone San Gallo, ha appeso alla stazione di servizio alcuni cartelli dal contenuto decisamente poco equivocabile. "Qui non chiamiamo la polizia", si legge su uno di esse, con una pistola e un manganello incrociati sopra l'avvertimento.

Zuercher è in possesso di un porto d'armi e ha una pistola. Ha deciso di utilizzarla e la magistratura locale non ha potuto che ammettere che non c'era nulla d'illegale.

Cappuccini come Biancaneve. Le sante teche in tour

Nono Spirlì



Più che un Giubileo, una sorta di soldout per i conventi e gli ostelli di proprietà del Vaticano e degli Ordini religiosi. Gli alberghi romani se ne sono compiaciuti poco, fino a oggi, di quest’Anno Santo. E anche i ristoratori. Perché i pellegrini viaggiano a pane e provola o, al limite, a minestrina conventuale. E i santini li acquistano dai mercanti dentro al quadrilatero papale. Quelli “autorizzati” a vendere cristi fosforescenti con benedizione da anello piscatorio, o giù di lì.

Più che Misericordia, una sorta di “concessione di perdono” cieca e sorda, che se ne sta strafottendo delle migliaia di cristiani massacrati in tutta l’area controllata dai terroristi islamici e dai loro complici senzadio. Francesco, immerso com’è nel suo gesuitismo, sbianchetta Vangeli e anche l’Apocalisse di San Giovanni con Giudizio Universale compreso, per garantirsi l’elogio di qualche migliaio di confusi traghettatori fra le religioni.

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Più che un Papa, una sorta di don Camillo di Palazzo. Prete buono per le favelas, ma col letto al caldo della curia. Che abbraccia Gesù, Caifa, Pilato, Barabba, la folla e la Croce. Così. Tanto per non fare il cattivo con nessuno. Tanto, alla fine, il lavoro sporco dell’inferno o paradiso lo farà Gesù allo squillo delle trombe.

La password, al momento, è Misericordia. O, meglio, Anno della Misericordia. Decisa, probabilmente, in un dopocena senza Amaro del Capo.

Tanto, se qualche camera resta libera nonostante le prenotazioni parrocchiali, niente paura. L’en plein lo si ottiene con un doppio colpo di bacchetta magica. Ospiti d’onore del giubileo fallito, arrivano i due bambolotti in resina, vestiti come quei due Enormi del secolo morto da poco, di cui ospitano, fra le plastiche, qualche osso, qualche pelo, qualche brandello di pelle. Leopoldo e Pio, crocifissi dai papi e santificati dalle folle. E irriverentemente sepolti nel cristallo, quasi a levar loro l’umano diritto alla pietas, il diritto alla tanto legiferata privacy, almeno da morti.

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Mi fanno tenerezza, giuro. Pur sapendo che di quei due Galantuomini di Dio poco c’è in quei due fornetti trasparenti. Meglio sarebbe stato che i due santi uomini avessero ricevuto, fin dal primo istante di paradiso, la degna sepoltura, piuttosto che diventare due “ridicoli” (nostro Signore mi perdonerà) porta ossa in resina artificiale.

Ma tant’è! Ogni papa che si rispetti deve avere la propria porta santa! E Francisco sa che non può pretendere una vita così lunga. Così apre porte sante con la stessa rapidità con cui telefona a mezzo mondo o licenzia cardinali e monsignori lazzaroni.

Fra me e me. E Biancaneve

L'insulto razziale non è più reato. Arriva la prima assoluzione

Gabriele Bertocchi - Gio, 11/02/2016 - 16:24

Grazie alla depenalizzazione di alcuni reati dovuti al governo Renzi, un uomo dovrà solo pagare una multa dopo che era accusato di ingiuria aggravata dalla discriminazione razziale

La circolare numero 6 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del 5 febbraio scorso, entrata in vigore il 6, approvata dal governo Renzi ha permesso la depenalizzazione di alcuni reati.
La decisione ha permesso così ad Angelo Savi, accusato di ingiuria aggravata dalla discriminazione razziale dopo che nel 2014 aveva apostrofato il vicino di casa dicendo "marocchino di m...", di passare da imputato di fronte al tribunale in composizione collegiale a una semplice multa. È stato assolto perché il fatto non è più previsto dalla legge. Ora gli atti sono stati trasmessi al prefetto che quantificherà la pena pecuniara. Il procuratore Francesco Saverio Pavone, della pubblica accusa, ha commentato: "Con questo decreto c’è libertà di ingiurie".

Come riporta Il Gazzettino, l’assoluzione infatti è l’effetto delle disposizioni in materia di depenalizzazione a norma dell'articolo 2, comma 2, della legge 28 aprile 2014, numero 67. Una legge che ha cancellato 41 reati

Un cane anziano “piange”, mentre la sua famiglia se ne va con un cucciolo più giovane

La Stampa
cristina insalaco



Per Cookie è stato come essere abbandonata due volte. La prima è stata quando si è persa insieme al suo amico Labrador, senza riuscire più a trovare la strada di casa. La seconda, quando i suoi proprietari l’hanno abbandonata davvero, tornandosene in appartamento solo con il cane di famiglia più giovane.

È successo in California alcune settimane fa, nella città di San Bernardino. Cookie, che ha 9 anni, è stata ritrovata insieme al suo amico Labrador di un anno, per le strade californiane da alcuni volontari del rifugio San Bernardino City Shelter, in California. «All’inizio pensavamo fossero due randagi - raccontano i soccorritori - e invece avevamo il microchip. Così abbiamo contattato la famiglia».



Per i quattrozampe sembrava che tutto si sarebbe concluso con un lieto fine, e invece è andata diversamente. La famiglia è arrivata nel rifugio, ma ha lasciato Cookie nel box. Non l’ha voluta riprendere. «Ce ne riportarono a casa solo uno. Cookie è troppo vecchia, non possiamo più pagare le cure veterinarie per garantirle una buona salute», si sono giustificati con il responsabile del rifugio, scaricando l’anziano quattro zampe senza pensarci due volte. «Lei non chiedeva nient’altro che un po’ d’affetto - dicono i volontari che l’hanno salvata -. E quando si è accorta che i suoi padroni non sarebbero più tornati, ha iniziato a piangere. È stato straziante».



Ma un lieto fine c’è stato anche per lei. «Probabilmente, se non l’avessimo trovata, sarebbe stata soppressa - dicono dal rifugio - e invece abbiamo deciso che da adesso in poi non la adotterà più nessuno. Rimarrà qui con noi per sempre». Il cane è già diventato la mascotte del rifugio, ha una famiglia provvisoria, ed è stata operata più di una volta. «Aveva dodici tumori - spiega il veterinario del centro -: li abbiamo asportati quasi tutti».

Enel, la truffa della e-mail per "regolarizzare le morosità": è il virus Cryptolocker

Libero


Enel, la truffa della e-mail per "regolarizzare le morosità": è il virus Cryptolocker

Non apritele

Se avete ricevuto bollette Enel via e-mail in cui si richiede la "regolarizzazione della morosità" non apritele: si tratta di un virus in grado di bloccare il vostro pc. Nel testo un link che dovrebbe rimandare al bollettino, cliccandolo si dà accesso al virus Cryptolocker., che una volta "entrato in possesso" del vostro dispositivo chiede un vero e proprio riscatto: "A seguito di segnalazioni di mail dal contenuto ingannevole, inviate da un indirizzo apparentemente riferito a una società del gruppo Enel - recita una nota della stessa Enel -, l'azienda ha avviato tutte le azioni necessarie per la tutela dei clienti e delle società del gruppo.

Questa email non è stata inviata da Enel Energia né da Enel Distribuzione, né tanto meno da altre società del Gruppo Enel o da soggetti da esso incaricati. Si tratta di un tentativo di raggiro". L'azienda invita a denunciare l'invio di mail sospette nei Punti Enel o chiamando i numeri verdi 800 900 800 per Enel Servizio Elettrico e 800 900 860 per Enel Energia.