domenica 14 febbraio 2016

La ricercatrice gela la Giannini: “L’Italia non ci ha voluto, non si vanti dei nostri successi”

La Stampa
filippo femia

Lo sfogo di una studiosa che ha vinto una borsa da due milioni: svilupperò il mio progetto in Olanda. Nel nostro Paese non esiste meritocrazia


Roberta D’Alessandro e il suo messaggio pubblicato su Facebook




“L’ITALIA NON CI HA VOLUTO”
Guardando i dati, infatti, c’è poco da esultare. Come riferisce Uninews24, soltanto 13 ricercatori resteranno in Italia a sviluppare i loro progetti. La maggior parte di loro lo farà all’estero. Cervelli in fuga per scelta o necessità, che da tempo hanno lasciato il nostro Paese per altri lidi, dove la ricerca è più valorizzata. «La mia borsa e quella del collega Francesco Berto sono olandesi, non italiane. L’Italia non ci ha voluto, preferendoci, nei vari concorsi, persone che nella lista degli assegnatari dei fondi ERC non compaiono, né compariranno mai», continua Roberta D’Alessandro.

Grafico: le nazionalità dei ricercatori vincitori del bando (Fonte: ERC) 



LO SFOGO AL VETRIOLO
Nel suo j’accuse la ricercatrice si toglie più di un sassolino dalla scarpa, denunciando come la meritocrazia, in ambito accademico, non è tenuta in gran conto in Italia:

«Vada a chiedere alla vincitrice del concorso per linguistica informatica al Politecnico di Milano (con dottorato in estetica, mentre io lavoravo in Microsoft), quante grant ha ottenuto.

Vada a chiedere alle due vincitrici del concorso in linguistica inglese, senza dottorato, alla Statale di Milano, quanti fondi hanno ottenuto.

Vada a chiedere alla vincitrice del concorso di linguistica inglese, specializzata in tedesco, che vinceva il concorso all’Aquila (mentre io lo vincevo a Cambridge, la settimana dopo) quanti fondi ha ottenuto».

Ma, ora, Roberta si è presa una bella rivincita.

Una pagina web con tutti gli aggiornamenti di Windows 10

La Stampa
carlo lavalle

Dopo le polemiche sugli aggiornamenti obbligatori del sistema operativo, ora Microsoft cerca di essere più trasparente verso gli utenti



Gli aggiornamenti di Windows 10 non sono più un segreto. Microsoft ha creato una pagina web che contiene lo storico delle varie operazioni di update dal momento in cui è stato introdotto il nuovo sistema operativo. Si tratta di una iniziativa improntata alla trasparenza soprattutto nei riguardi degli utenti che ora ottengono una informazione più puntuale e dettagliata su quanto viene scaricato e installato sui loro dispositivi dietro le quinte automaticamente.

Microsoft, come si legge nel testo che precede il riepilogo degli aggiornamenti, si impegna a mettere al corrente i clienti dei diversi passaggi realizzati. Già nel mese di ottobre l’azienda diretta da Satya Nadella aveva annunciato che avrebbe assunto un atteggiamento più trasparente. La pagina dedicata, comparsa online in concomitanza con la patch di sicurezza mensile, promette di colmare questa lacuna pubblicando con una prima serie di note i cambiamenti intervenuti.

Windows 10 è stato presentato nel 2014 ma il suo rilascio è avvenuto nel 2015. Attualmente, secondo i dati forniti da Microsoft , è stato installato e attivo nei computer di oltre 200 milioni di utenti, più o meno il 10% dei pc venduti sul mercato globale. I numeri della sua adozione sono più alti di tutte le precedenti versioni del sistema operativo della casa di Redmond

Windows 10 resterà gratuito fino al luglio 2016 e l’obiettivo è quello di vederlo installato in poco tempo su 1 miliardo di dispositivi. 

MSQRD, l’app per selfie virtuali che sta conquistando l’Italia

La Stampa
dario marchetti

Disponibile gratuitamente su iPhone, crea maschere tridimensionali da applicare in tempo reale su foto e video



Il carnevale è appena passato, ma le festività continuano in forma digitale. Il merito è di MSQRD, un’app disponibile gratuitamente su iPhone che consente a chiunque di indossare maschere virtuali con le quali scattare selfie e registrare video da condividere in Rete. Un’idea che ha conquistato gli utenti italiani, visto che in pochi giorni l’applicazione è schizzata al primo posto nelle classifiche dell’App Store di Apple.

Una volta installata basta iniziare a scorrere i vari filtri, un po’ come succede su Instagram o Snapchat, e assicurarsi di mantenere il volto al centro dell’inquadratura: come per magia, l’app farà il resto, trasformandoci di volta in volta in Leonardo DiCaprio, Barack Obama oppure, perché no, in una tigre o una scimmia.


Per usare MSQRD non serve nemmeno creare un account, e le foto e i video prodotti attraverso l’app possono essere subito condivisi sui principali social network e nelle app di messaggistica istantanea come Whatsapp e Messenger. I creatori assicurano che nelle prossime settimane aggiungeranno nuove maschere, con il probabile arrivo di un negozio digitale dove gli utenti potranno condividere (e vendere) le proprie creazioni col resto del mondo.

Follow @dario_marchetti

Quella battaglia dei tunnel tra Egitto e Hamas a Gaza

La Stampa
massimo russo

I miliziani ogni giorno scavano gallerie per contrabbandare armi Sul fronte opposto gli egiziani cercano di scoprirle e farle crollare

http://www.lastampa.it/rf/image_lowres/Pub/p3/2016/02/14/Esteri/Foto/RitagliWeb/005-8830-khYH-U1070118728819XEF-1024x576@LaStampa.it.jpg

Non è una guerra aperta, ma uno scontro a bassa intensità: la battaglia della sabbia e del cemento. I camion fanno manovra, caricano i detriti e si allontanano. I lavori procedono alla luce del sole, l’aria del mattino è tersa. Tuttavia non si tratta di un cantiere normale: a scavare sono i militanti di Hamas, e i tunnel servono a collegare la Striscia di Gaza con il Nord del Sinai, in Egitto, per contrabbandare armi. Dall’altra parte del confine, poco più in là, i militari egiziani bucano il terreno a caccia di gallerie. Provano diverse volte. Quando ne trovano una la allagano con potenti getti d’acqua che pompano dal mare, e la fanno crollare. 

È una sfida quotidiana, un gioco che può avere esiti drammatici, quando le armi sfuggite ai controlli vengono utilizzate per gli attentati o per fabbricare i razzi che colpiscono gli insediamenti israeliani. O ancora quando ci scappa il morto, come è successo anche questa settimana. Giovedì l’ultimo annuncio da parte degli egiziani: «Abbiamo distrutto un tunnel nell’area di Dalhia, a Rafah, 35 metri di lunghezza, un metro e 20 di larghezza». La segnalazione era giunta dagli israeliani. Due giorni prima in un crollo era morto un militante palestinese delle brigate al Qassam. Solo nel mese di gennaio altre sette vittime. Ormai è ordinaria amministrazione.

Il punto di osservazione privilegiato per raccontare la battaglia del cemento è Kerem Shalom, in terra israeliana, l’unico valico per le merci aperto in modo stabile. A quasi due anni di distanza dall’ultima guerra, la situazione è lontana dalla normalità. Una giornata qui, dove si incrociano i confini tra Israele, Egitto e Gaza, è sufficiente per capire quanto l’equilibrio sia fragile. La Striscia è lunga 45 chilometri, ha una larghezza tra i 5 e i 12, ed è delimitata a Ovest dal mar Mediterraneo.

Vi abita oltre un milione e mezzo di persone. Le uniche vie di entrata e uscita sono il valico di Erez a Nord, usato ogni giorno da 1500 persone, e i due passaggi a Sud: Kerem Shalom, in Israele, aperto 12 ore al giorno, attraverso cui viaggiano cibo, materiali da costruzione, vestiti, aiuti umanitari e Rafah, in Egitto. Questo punto di passaggio è stato riaperto ieri a sorpresa, e rimarrà transitabile fino a domani. Si tratta della prima apertura dopo quella umanitaria con oltre 2000 passaggi del dicembre scorso.

l valico è quasi sempre chiuso dall’ottobre 2014, in seguito a un attacco di terroristi nel Sinai settentrionale che causò la morte di oltre 30 militari. All’origine del blocco c’è lo scontro dell’Egitto del presidente Abdel Fattah Al Sisi con Hamas, che comanda a Gaza. La presenza dell’Autorità Palestinese è solo formale, dopo la presa del potere violenta da parte di Hamas nel 2007. Ma con Hamas né Egitto né Israele hanno rapporti. 

A Kerem Shalom si capisce quanto sia forte invece il legame di collaborazione tra il Cairo e Gerusalemme. A occhio nudo dalle torrette, e attraverso le telecamere, gli israeliani monitorano gli scavi da parte di Hamas, e poi avvisano gli egiziani, che intervengono con le pompe. Al tempo stesso una task force composta di 200 persone del ministero della Difesa israeliano fa funzionare il sistema circolatorio che tiene in vita gli abitanti della Striscia.

Già di primo mattino i Tir sono in coda per passare nelle aree di controllo. Qui poi i palestinesi vengono a caricare le merci. «Da noi transitano 850 camion al giorno in entrata», spiega Ami Shaked, 56 anni, capo del valico. Trecento per prodotti di uso quotidiano, 300 di materiali da costruzione e altri 250 per i cantieri dove si riedifica ciò che è stato distrutto durante la guerra di due anni fa».

I mezzi in uscita sono molti meno: una cinquantina al giorno, per la maggior parte alimentari che Gaza esporta verso la Cisgiordania. Il problema è che fertilizzanti, carburante, sabbia e cemento in entrata possono servire anche a scopi bellici. «I cittadini di Gaza hanno il diritto di vivere ed essere protetti come gli israeliani», afferma Shaked. Nel 2015 da Kerem Shalom sono entrati a Gaza 153 mila camion.

Di questi 754 sono stati fermati, perché il carico era diretto ad Hamas. «Niente di personale», mormora Shaked, che è stato ferito tre volte. Qualche mese fa un razzo sparato dall’interno della Striscia è piovuto sul piazzale qui a fianco. Impossibile fare una stima su quanti siano i camion fuorilegge che riescono a eludere i controlli degli scanner: «È la domanda con cui vado a dormire ogni notte», esclama Shaked. E scuotendo la testa aggiunge: «Ma non so darmi risposta».

@massimo_russo

L’Italia dei Razzi che trovano spazio

Corriere della sera
Aldo Grasso

Facciamoci pure l’ennesima risata su Razzi (o chi per lui, non importa ma la domanda che dovremmo finalmente porci è questa: il Parlamento italiano ha bisogno di comici?

1

Razzi nostri. Alcuni giorni fa, il dibattito parlamentare sulle unioni civili ha fatto registrare uno show del senatore forzista Antonio Razzi, in partenza per Sanremo. Eccone alcuni brani: «Noi ci sentiamo competenti al punto tale di assicurare ai bambini adottati da due padri senza una mamma oppure da due mamm senza un padre che essi non patiscano turbe di carattere pissicofisico tali da menomenarne la personalità…?

Io dico di no… Personalmente mi ritengo a digiuno per quanto riguarda qualsiasi implicazione di carattere pissicofisico che possa influire negativamente sulla personalità del fanciullo... mi scuso per la mia ignoranza avvalorata in questo caso da una praxi di vita millenaria e cioè una donna, questo me lo concederete, se la scienza gli operatora pissicologiche infantile della pissichiatria e dei disturbi comportamento non sono stati interpellati… non credete che azzardiamo uno sconfinamento di competenza inresponsabbile?».

Facciamoci pure l’ennesima risata su Razzi (o chi per lui, non importa), pensiamo alla famosa lettera di Totò e Peppino, aspettiamo l’imitazione di Crozza, ma la domanda che dovremmo finalmente porci è questa: il Parlamento italiano ha bisogno di comici? In momenti difficili come questi, la pochezza di alcuni «eletti» viene fuori tutta, ma spesso siamo noi ad alimentare fenomeni da baraccone. Forse, perdonando a certi parlamentari la loro mediocrità, assolviamo noi stessi.

14 febbraio 2016 (modifica il 14 febbraio 2016 | 01:08)

Il cerotto che cura ustioni e piaghe. L’idea vincente nata da una start up

La Stampa
barbara cottavoz

Novara, a fine mese l’autorizzazione del ministero all’uso dell’idrogel



L’idea è semplice e geniale: un idrogel che fa rinascere le cellule della pelle «bruciata» da piaghe e ustioni. Hanno iniziato a parlarne, tra una lezione e l’altra, due professori e un ricercatore dell’Università del Piemonte Orientale, poi hanno provato a lavorarci nei laboratori di Medicina a Novara. Da allora sono passati sei anni tra nuovi soci, business plan, stop e premi internazionali. 
Sono passati sei anni e oggi la start up «Epinova Biotech» vale circa 800 mila euro ed è in trattativa con un colosso farmaceutico italiano per produrre il cerotto con l’«Epigel» che a fine mese verrà autorizzato dal ministero.

Il chiodo fisso
Dal 2007 era il pallino di Filippo Renò, 48 anni, professore associato di Anatomia a Novara: creare polimeri per riparare le gengive dei fumatori intaccate dalla nicotina. Per realizzare il suo progetto ha chiesto aiuto a un docente e a un ricercatore di odontostomatologia, Vincenzo Rocchetti e Mario Migliario, sempre di Novara: sono ancora assieme in «Epinova» con Manuela Rizzi, biologa e ex borsista ora assunta nella società, e Filippo Arrigoni, imprenditore edile con la voglia di investire in nuovi campi.

L’idea iniziale si è subito allargata dalle gengive alla pelle e sono cresciute anche le ambizioni del pool di ricercatori. La società nasce quasi per caso: «Per strada leggo un manifesto della start up, la sfida tra idee d’impresa di Piemonte e Valle d’Aosta - racconta Renò, l’ad di Epinova -. Non la conoscevo. Mi indirizzano all’incubatore Enne3 dell’università, mi parlano di spin off ma io non so nemmeno di che cosa si tratti..».

Nell’aprile 2011 nasce la start up che ora sta per diventare “grande”. In mezzo ,anni di lavoro tra vetrini e conti da far quadrare: «Abbiamo usato tutti gli strumenti per finanziare le nuove imprese e fatto tutti gli errori possibili», sorride Renò. «Epinova» ha partecipato a mille selezioni e premi: Filarete, Italia camp, Studio Ambrosetti, Intesa Startup, il Festival della Scienza e il TechConnect Innovation Award di Washington.

Vincendo il prestigioso riconoscimento Marzotto, i primi soldi “veri”: «Abbiamo comprato il nostro brevetto dall’università, con 45 mila euro, e assunto due collaboratori». Pochi mesi dopo tutto sembra fermarsi. Mancano risorse, proseguire sembra impossibile: «Lasciamo l’Italia, gli Usa ci corteggiano» dichiarava allora Renò. Poi arrivano il nuovo investitore Arrigoni e i fondi di «Smart&Start», l’incentivo dello Stato per le imprese innovative.

Intanto il ministero ha autorizzato la sperimentazione in laboratorio del cerotto che porta il gel a contatto con la pelle. Ma «Epinova» fa di più: va alla casa di riposo comunale di Novara e realizza test e cure «compassionevoli». Usa i suoi cerotti per le piaghe da decubito inguaribili: «Vedere il sollievo degli anziani e il sorriso di gratitudine dei loro familiari è stata una soddisfazione impagabile - dice Renò -. Anche il business deve avere un aspetto etico».

A fine mese ci sarà il via libera del ministero come medical device di classe 1, il dispositivo che agisce a livello più superficiale. «Epinova» punta a quella più elevata, la 3: «Bisogna sperimentare in almeno 4 cliniche mediche diverse con un costo di circa 400 mila euro - dice Renò -. Troppo. Stiamo trattando con una grossa azienda: potrebbe rilevare la società o produrre il cerotto riconoscendoci royalties che ci darebbero modo di continuare a studiare».

Le amnesie del Tg3 della Berlinguer: sparisce il "giorno del Ricordo" sulle foibe

Il Giornale - Sab, 13/02/2016 - 15:04

L'unico accenno è stato fatto nell'edizione delle 12



Smemorati anche nel giorno del Ricordo. Mercoledì il Tg3 diretto da Bianca Berlinguer ha accennato alla commemorazione delle Foibe solo nell’edizione delle 12. Poi, zero assoluto. Eppure l’ufficio stampa Rai, alla vigilia, aveva annunciato "ampio spazio" e servizi "nelle varie edizioni" e a "Linea Notte", condotta proprio dalla direttrice.

Chiudono le Officine delle mappe De Agostini: Novara perde un secolo di storia

La Stampa
elisabetta fagnola

È l’azienda che da inizio Novecento ha stampato libri, atlanti e le mappe appese nelle aule delle scuole italiane. La proprietà l’aveva ceduta nel 2013 puntando su altri settori



Il presidio dei lavoratori davanti ai cancelli non si è mai interrotto, anche se da quando all’interno della fabbrica i macchinari non ci sono più, è chiaro a tutti il destino delle storiche Officine Grafiche di Novara: in questi giorni sarà il Tribunale di Novara a mettere la parola fine a una fetta importante della storia della città e dell’editoria italiana, durata oltre un secolo. Era da questa fabbrica che, fin da inizio Novecento, uscivano i best seller della De Agostini: le carte geografiche appese nelle aule delle scuole, i grandi atlanti, i libri, perfino il Corano più grande del mondo, 2 metri e 28 centimetri d’altezza, l’ultima fatica degli operai novaresi nel 2012. Un tutt’uno con la casa editrice, raccontano gli operai, che si è interrotto definitivamente nel 2013, quando la famiglia Boroli decise di tagliare l’ultimo cordone ombelicale cedendo le Officine di stampa a un’altra società. Una questione finanziaria, ma non logistica: le Officine Grafiche non hanno mai lasciato il palazzone di corso della Vittoria a Novara dove hanno sede gli uffici De Agostini.

UN SECOLO DI CARTE GEOGRAFICHE
La storia delle Officine Grafiche va di pari passo con quella della De Agostini, cresce insieme alla casa editrice nel cuore operativo dell’azienda, sfrutta e risente delle innovazioni tecnologiche, si adatta al mondo che cambia velocemente, ai nuovi materiali. E deve fare i conti con l’arrivo del digitale, con le mappe di Google e la realtà aumentata, con l’esigenza di tradurre le indicazioni di carta su altri supporti, con gli inevitabili cambiamenti dell’editoria. Era il 1901 quando Giovanni De Agostini fondò la casa editrice a Roma, il 1908 quando si trasferì a Novara e le carte dello storico Istituto Geografico venivano prima incise a mano su lastre di pietra, poi stampate su carta a formare i primi grandi atlanti. Nella sede di viale della Vittoria l’azienda grafica, guidata dai fratelli Boroli, si spostò negli Anni Cinquanta e qui rimase, continuando a stampare in proprio.

«ERA IL CUORE DELLA DE AGOSTINI»
«Erano centinaia le ore necessarie solo per fare l’idrografia di una mappa, venivano disegnate a mano, e poi messe in bella incidendo le lastre di pietra, per cui serviva molto personale, quando sono entrato io erano praticamente tutti novaresi» racconta Giuseppe Motta, che dagli anni Sessanta alla pensione ha diretto il settore cartografia dell’Istituto Geografico De Agostini. Il settore stampa era il cuore dell’azienda: negli anni Settanta viene formalmente separato dalla casa editrice ma continua a stampare al 90% prodotti De Agostini, dà lavoro a un migliaio di persone, più altri 600 della Legatoria del Verbano, a Gravellona Toce, dove i prodotti vengono assemblati. «Adolfo Boroli visitava spesso i reparti di stampa, vedeva subito se c’erano errori, i lavoratori sapevano che il loro lavoro era capito, non c’era il distacco di oggi tra chi conduce un’azienda e chi ci lavora».

Dopo la morte dei fratelli Adolfo e Achille Boroli, l’azienda passa ai discendenti: il gruppo Boroli-Drago decide a fine 2012 di cedere il 100% delle quote delle Officine Grafiche a Tim Management, una società che si occupa di ristrutturazione aziendale. L’attività di stampa verrà affidata ad altre aziende. E nel 2014 le macchine si fermano: «Il settore della libraria ha perso importanza col tempo - commenta Motta -, l'azienda ha scelto di investire nella finanza e sicuramente si rimane addolorati ora a passare davanti alle Officine grafiche ormai chiuse. Tutto quello che si è fatto nel passato, cioè esportare i prodotti novaresi nel mondo attraverso gli atlanti, è stato perso di vista e c’è un certo rincrescimento per questa scelta». Anche l’Istituto Geografico, nel palazzo di corso della Vittoria, non c’è più: gli ex cartografi e geografi si sono messi in proprio senza lasciare Novara, hanno fondato Geo4Map e continuano a fare il loro lavoro, puntando sul digitale.

LA PROTESTA DEI DIPENDENTI
Ai cancelli delle Officine Grafiche ormai chiuse ci sono ancora gli striscioni, ultimo ricordo della protesta sindacale. Un operaio indica il fast food dall’altra parte della strada: «Lo vede? Là fino a poco tempo fa c’era la nostra mensa, mi pare indicativo delle intenzioni della proprietà». Nei mesi scorsi erano comparsi altri cartelli che chiedevano l’intervento della famiglia Boroli: «E’ vero che formalmente dal 2013 non sono più proprietari di Officine Grafiche, ma i muri in cui ha sede l’azienda sono loro, era qui che facevamo la stampa per la De Agostini, e dall’oggi al domani i proprietari hanno deciso di vendere tutto, ma questa azienda era nata e cresciuta con la De Agostini». 

Ora i dipendenti in cassa a zero ore sono 143: «Hanno venuto tutti i macchinari, i muri sono rimasti della famiglia hanno ottenuto dal comune di poter trasformare da zona industriale e commerciale, hanno 50mila metri quadri di superficie per costruire e noi siamo in mezzo a una strada. I loro genitori sono partiti da qua a costruire l’impero insieme ai nostri genitori, e poi lasciano dietro 150 famiglie». Il lavoro c’era, dicono gli operai: «Abbiamo lavorato fino all’ultimo giorno facendo straordinari, il lavoro che potevamo fare noi ora è stato affidato ad altre aziende». 

Dresda, la strage dimenticata

Luca Steinmann

image

Migliaia di persone sfilano in silenzio per il centro di Dresda. Fiaccole accese illuminano il buio della notte. Il freddo silenzio tedesco è rotto dal suono delle campane della nuova Frauenkirche, la cattedra della città ricostruita negli anni Novanta. Di quella vecchia resta solo una parete di pietra, larga tre metri e alta due, intorno alla quale si raccolgono decine di persone alla volta a deporre fiori, accendere ceri e lasciare messaggi. Un pellegrinaggio, questo, che si ripete ogni anno in data 13 febbraio, anniversario dei bombardamenti che nel 1945 rasero la città, le sue case, le sue chiese e le sue strade completamente al suolo.

A oltre 70 anni di distanza il ricordo di quelle bombe è ancora vivo. Lo capirono immediatamente le forze alleate nel 1992 quando, tornate a Dresda a seguito della capitolazione dell’Unione Sovietica,  constatarono una profonda avversione verso di loro. In quell’anno la visita della Regina Elisabetta d’Inghilterra fu oggetto di pesanti e insospettate contestazioni popolari, che ebbero come apice il ripetuto lancio di uova marce nei suoi confronti. Cosa che metteva in risalto un sentimento di avversione verso l’Inghilterra e gli Stati Uniti che neanche sessanta anni di isolazionismo all’interno della cortina di ferro aveva scalfito.

L’origine di tutto ciò ha una data precisa: il 13 febbraio 1945. Quel giorno, su espressa richiesta del primo ministro britannico Winston Churchill, le forze aeree inglesi (Raf) misero in atto il primo di una serie di bombardamenti a tappeto sulla città, che nel giro di due giorni, con l’aiuto di aerei americani a dare manforte, venne completamente demolita. Circa 300 km quadrati di edifici, pari all’85% dell’intera area urbana, vennero totalmente rasi al suolo. Le vittime, come riportato da fonte inglese, furono circa 130 mila.

Si trattava per lo più di anziani donne e bambini, inferiori furono le morti tra i soldati. Dresda, infatti, non era una città rilevante né militarmente né economicamente, era invece un’importante snodo ferroviario e un centro culturale che in quei giorni ospitava circa il doppio della sua popolazione abitualele, a causa del massiccio afflusso di profughi tedeschi provenienti dalle regioni più orientali della Slesia, della Prussia e dei Sudeti in fuga dall’avanzata dell’Armata Rossa (a causa di ciò furono circa 16 milioni i tedeschi dovettero abbandonare le proprie case).

Nessuno si immaginava un attacco così massiccio e nessuno si aspettava che questo potesse essere così devastante. Non avendo un obiettivo strategico da colpire gli aerei alleati riversarono a più riprese tonnellate di bombe sul centro cittadino, sulle scuole, sugli ospedali, sugli orfanotrofi e su qualsiasi luogo potesse contenere il più alto numero possibile di vittime. Tale bombardamento fu pianificato a tavolino dallo stato maggiore inglese.

La volontà di provocare il più alto numero di vittime civili era determinato da una serie di obiettivi strategici angloamericani. Il primo di questo rientrava nel piano Morgenthau, che prevedeva la trasformazione della Germania in una nazione agricola e pastorale attraverso la distruzione di tutte le città industriali tedesche. Dresda, però, non era una di queste, per cui i suoi cittadini si sentirono vittime di un attentato inutile ed inutilmente cruento, che fece sviluppare in loro una fortissima avversione verso le strategie di espansione geopolitica angloamericana.

Il secondo obiettivo degli alleati la era la guerra psicologica da vincere tramite la disintegrazione morale del popolo tedesco, che fino a quel giorno si era mostrato estremamente compatto e fedele al regime nazionalsocialista. Per indurre i tedeschi alla ribellione Londra e Washington studiarono piani di distruzione sistematici per promuovere una strategia di terrore dettata dalla volontà indiscriminata e pianificata di provocare vittime tra la popolazione civile. Dresda, in quanto città indifesa e popolosa, si prestava come bersaglio ideale. I ripetuti attacchi a breve distanza volevano fiaccare il morale della popolazione e colpire i mezzi di soccorso e le zone periferiche in cui si poteva cercare rifugio.

Se l’attacco a Dresda fu di successo, la guerra psicologica fu del tutto una sconfitta: tale disastro accese nella gente il sospetto che le potenze occidentali desiderassero solo l’eliminazione del popolo tedesco. Per l’ultima volta Dresda riunì i tedeschi sotto il simbolo della svastica e li gettò tra le braccia del loro ministro della propaganda che da quel momento, più credibilmente del passato, potè mettere l’accento sul fattore paura: paura dei bombardamenti, paura del piano Morgenthau, paura dell’estinzione.

Churchill pensava erroneamente che di fronte a tale carneficina il popolo e i governanti tedeschi si sarebbero fatti prendere dal panico e avrebbero accettato immediatamente la capitolazione. Ciò non si verificò. Quei bombardamenti ebbero l’unico risultato di dare un brutale spettacolo della superiorità aerea angloamericana. Dresda era stata distrutta ma la guerra sarebbe continuata per altri tre mesi.

L’ultimo ma più ambizioso obbiettivo di Churchill era quello di usare le vittime come merce di scambio. Nove giorni prima dei fatti aveva manifestato a Yalta la volontà di servirsi della popolazione tedesca come merce disponibile nelle trattative. L’attacco era stato infatti programmato prima della conferenza, ma era stato rinviato a causa delle avverse condizione metereologiche. Il primo ministro britannico non voleva presentarsi ‘a mani vuote’ di fronte all’alleato sovietico, che si avvicinava, seppur tra mille difficoltà, sempre più sempre più a Dresda. La conquista sovietica dei territori orientali europei avrebbe posto Stalin in una posizione di supremazia agli imminenti trattati di pace.

Distruggendo Dresda Churchill e gli americani poterono rivendicare il loro contributo militare sul fronte orientale. Le vittime servirono dunque come contropartita per rafforzare la posizione alleata in sede di trattativa. Si trattò dunque di una carneficina dettata non da necessità militari, ma da calcoli diplomatici che usarono le vittime come mezzo per ottenere la fetta più grande nella spartizione della torta della vittoria. Se il bombardamento non fosse avvenuto la guerra avrebbe avuto esattamente la stessa durata e lo stesso epilogo. 130mila innocenti morirono per mano alleata perché Gran Bretagna e Stati Uniti, già in ottica di Guerra Fredda, volevano mostrare la propria forza militare al futuro nemico russo.

Un’intera città venne completamente distrutta in nome della diplomazia anglo-americana. Oggi quel che resta di quei giorni nei cittadini di Dresda è un grande dolore: dolore per quanto avvenne in quei giorni ma anche dolore per come il ricordo delle vittime sia oggi motivo di propaganda da parte dei partiti politici. Come scrive la ricercatrice americana Elizabeth Corwin: “quel bombardamento è un ottimo strumento propagandistico. Proprio perché tale, la distruzione di Dresda presenta delle importanti caratteristiche come la capacità di suscitare emozioni, l’elevato numero di decessi sfruttabile per ogni fine e la possibilità di lanciare accuse in tutte le direzioni: contro i nazisti, i sovietici, gli inglesi e gli americani, contro la guerra in generale. Può essere usato per diffamare e rivendicare”.

Ogni anno, il 13 febbraio, si assiste al pellegrinaggio di migliaia di persone che, in silenzio e prendendo le distanze dall’estrema destra, vengon a lasciare un fiore o un pensiero di fronte a quel che resta della vecchia Frauenkirche. Nel cuore di una città dalla quale si può osservare la storia da diversi punti di vista: una città che è stata sotto il dominio sia del Terzo Reich e che della Ddr. Attraverso la conoscenza della sua storia si può comprendere il significato di quanto scrisse Geminello Alvi sul Corriere della Sera: ”Hitler non fu l’unico criminale della Seconda Guerra Mondiale”.

La premeditazione dello sterminio della popolazione civile permette di leggere la storia dal punto di vista della parte lesa, ossia delle vittime civili delle bombe. Consente di capire come mai le opinioni pubbliche di questi territori sono così restìe a farsi assimilare dal mondo liberale che dal 1989 sta cercando di radicarsi nella Germania orientale. Permette di capire che nel mondo, ieri come oggi, non esistono parti buone o cattive, ma parti santificate e parti criminalizzate. Dresda oggi ci può ancora raccontare che non è per forza santo chi è santificato.